NICK CAVE AND THE BAD SEEDS – Ghosteen (Bad Seed Ltd.)   

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Titolo e copertina non lasciano margini di dubbio: il “giovane fantasma” è quel che sappiamo e il posto incantato, assolutamente inedito per l’iconografia funerea e bohemien di Nick Cave, è quel posto lì. 

Quella della separazione fisica dal figlio è una ferita che Cave sta cercando di sanare da tempo, cercando reciproco aiuto, confronto e conforto nel suo pubblico.

La liturgia della “Parola” torna ancora una volta nella sua vita come elemento fondamentale della catena di vita e di morte, dell’alternanza di gioia e dolore. Lo è in maniera quasi esclusiva su Ghosteen, luogo metafisico di incontro con il figlio perduto e disco in cui Cave accarezza il dolore senza aggredirlo, seduto su un divano color porpora preparato per lui da Warren Ellis, ormai arredatore unico dello studio Bad Seeds. Il blues è ormai del tutto evaporato, sostituito da uno spleen senza ferocia, da uno sputo di incenso e mirra che sale verso l’alto, oltre quelle nuvole che per più di un’ora Cave ci costringe a vedere nella première mondiale lanciata su YouTube nell’ora che precede l’oblio consolatorio del sonno.

Nick Cave ci invita a condividere il suo dolore. Noi che abbiamo camminato con lui ci sentiamo obbligati a farlo. A partecipare a questa veglia funebre che ha tanto del Songs for Drella di Lou Reed.

In fin dei conti anche noi orfani se non di qualcuno certamente di qualcosa.

Delle sue canzoni, per esempio.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

RAIN TREE CROW – Rain Tree Crow (Virgin)  

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Se le ultime tracce di vita dei Japan documentate sullo splendido live Oil on Canvas erano poco più che installazioni di musica ambient e le sortite soliste dei loro protagonisti avevano spesso assecondato quel gusto, non stupisce più di tanto che il ritorno collettivo in scena seppure sotto mentite spoglie faccia tesoro di quelle ricerche. Rain Tree Crow si muove sotto quelle fronde, mutando però direzione rispetto all’ago della bussola. Non più l’oriente che avevamo conosciuto grazie alle esplorazioni dei Japan ma piuttosto una placida immersione in un ḥammām spirituale che ha pochissimi punti di contatto con l’esperienza del gruppo precedente, sconfinando piuttosto nella new-age tanto in voga in quel periodo e a cui David Sylvian ha già educato i suoi ascoltatori su dischi come Alchemy, Plight and Premonition, Gone to Earth, lavori la cui sensibilità si accosta con maggior armonia a questo Rain Tree Crow che non l’intera discografia del gruppo-madre. Un disco che non tradisce quanto promesso semplicemente per il fatto di essere arrivato senza alcuna promessa: si tratta semplicemente di una delle tante collaborazioni che gli ex-Japan non si sono risparmiati dopo la separazione. Menti e mani creative che però non riescono più in quei giochi di negromanzia alchemica con cui erano riusciti ad incantarci una volta messe vicine, limitandosi ad offrirci un analgesico.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE TELESCOPES – Endoscopia shoegaze 

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Assieme a Psychocandy e Sound of Confusion, Taste servì a costituire la Sacra Trimurti del feedback pop inglese degli anni Ottanta.

Un rumore da officina siderurgica che soffoca ogni cosa.

Taste nasce sotto effetto delle droghe. Triptizol, per l’esattezza. Un antidepressivo triciclico al cui abuso Stephen Lawrie sopravvive a stento, quando è appena diciottenne. La crisi di astinenza che ne segue mette in circolo tossine e scorie che Stephen cerca di eliminare in ogni modo. Vomita ed urina ad ogni ora del giorno e della notte. E scrive larve di canzoni spalmate su brandelli di rumore bianco.

Come se non bastasse, il resto della scaletta di Taste viene composta nell’appartamento che Dominic Dillon (diventato nel frattempo batterista “in pianta” stabile, NdLYS) condivide con una serie imprecisata di spettri. Che stavolta, a differenza di quelli di Stephen, non sono presunti. Ma i ragazzi sfruttano la cosa a loro vantaggio: nessuno frequenta il palazzo, a causa dei fantasmi che lo abitano, e così danno fondo alla loro risorsa di rumore. Sempre più forte, sempre più violento, tanto da atterrire pure i fantasmi.

Quando alla fine portano i loro strumenti alla Track Station, Stephen non è ancora sazio. Vuole ancora più rumore, vuole che sia indomabile.

Suggerisce a Ken MacPherson, uno dei due produttori del disco, di alterare i pedali fuzz fino a renderli ingovernabili. Sempre Stephen suggerisce a Ken e Chris Bell l’idea di piazzare un ventilatore tra l’amplificatore del basso e il microfono per creare l’effetto oscillante dentro il caos di Suicide, il collasso conclusivo che chiude il disco. I Fall, She Screams, Violence, Threadbare, There Is No Floor, Suffercation, Silent Water lungo lo snodarsi del disco sono percorse dalla medesima follia feroce e perversa. Una torrida colata di rumore bianco e purpureo che ustiona la carne, un altoforno dove il pop anoressico della pallida Albione viene forgiato come una lamiera di ferro rovente. Una zecca abusiva dove viene coniata la nuova moneta del rock psichedelico dell’era post-atomica.

Non chiedetevi che “sapore” abbia, chiedetevi piuttosto se riuscirete a sopportarlo.

Salvati da Alan McGee dal naufragio della What Goes On, i Telescopes approdano sulle coste della Creation nei primi mesi del 1990. Alan li accoglie dopo averli visti dal vivo a Birmingham ed aver dovuto, così vuole la leggenda, lasciare il locale a causa del volume assordante della band. Il boss della Creation si fa carico di versare le sterline necessarie per “liberare” le canzoni già pronte dai diritti che le vincolano alla vecchia etichetta e pubblica ad Aprile il Precious Little E.P. guidato dalla tempesta elettrica del pezzo omonimo e seguito da tre narcotiche ballate che suonano un po’ come se ci si fosse addormentati con la smerigliatrice accesa.

Le tre tracce che danno il titolo ai tre E.P. immediatamente successivi spostano però il tiro, su pressione dell’etichetta, più sul ritmo che sul timbro cercando in qualche modo un compromesso tra lo stile del gruppo e le nuove fusioni con la club-culture inaugurate con successo dai Primal Scream con Loaded. La musica della band viene “elaborata” secondo concetti nuovi e dinamizzata come gocce omeopatiche, producendo quella sorta di guitar-pop stroboscopico che viene esibito sulla lunghissima Celestial, su Flying o su High on Fire, le ultime due delle quali verranno poi ripescate per assemblare fra mille difficoltà e poca voglia, il secondo album cui la band non vuole neppure dare un titolo “taggandolo” con quello che venti anni dopo sarebbe diventato uno dei simboli più sfruttati di una tastiera per pc. Ma allora, l’hashtag era semplicemente un modo per indicare un numero indefinito. Indefinito proprio come il puzzle sonoro messo su per un disco fondamentalmente noioso e in cui il fischio del feedback di Taste si è completamente spento in un guitar-pop fatto di arpeggi oppiacei, batteria spazzolata e qualche sparuto e malinconico accento di pianoforte. Più piano che forte, a voler fare i pignoli. La band ha insomma perso la fisionomia ben definita degli esordi, sbandando fino a toccare abissi di esotismo banghra che non convincono nessuno, men che meno loro, che abbandoneranno l’osservatorio stellare per un decennio buono. Tornando solo quando nessuno si ricorderà più le loro facce.

Il feedback devastante di Taste si tacita dunque per gran parte del secondo, omonimo e delicatissimo album dei Telescopes, capace di preziosissime perle acustiche e annoiate come You Set My Soul, And, Yeah, Spaceships, Splashdown che ricordano certi ricami dei Felt e dei giovani Primal Scream ma anche l’anoressia emozionale dei dischi di Nico. Il suono si denuda o preferisce indossare abiti meno ovvi rispetto a quelle delle sartorie a la page del feedback-pop di quegli anni. Nascono così pezzi caleidoscopici come High on Fire, Flying o Please Tell Mother, naufragi psichedelici in cui l’elettricità si spiralizza e si riannoda in forma di giga e che aiutano a tenere alta un’attenzione messa a dura prova da qualche passaggio un po’ troppo sonnolento (The Presence of Your Grace, And) che induce, nel viaggio onirico che si prefigge, a toccare abissi di profonda noia. Il risultato è ancora più catastrofico dal punto di vista commerciale, tanto da portare in breve allo scioglimento dei Telescopes, rimasti schiacciati da una musica che paradossalmente voleva diventare talmente leggera da lievitare.

Quello che per sei lunghi anni sarà l’ultimo gig dei Telescopes si terrà allo Splash Club di Londra, in una umida notte britannica del 1995 in cui la band saluta il suo pubblico con un addio. Stavolta non c’è né Alan McGee a salvarli, né nessun altro.

Il “difficile (anzi difficilissimo) terzo album” esce solo agli inizi del nuovo secolo, quando Stephen e Jo Doran tornano in studio con un ensemble di altri nove musicisti per dar vita ai dieci movimenti sonici di Third Wave: siamo musicalmente molto distanti dai tipici mantra rumorosi dei Telescopes di Taste, anzi in una situazione sonora diametralmente distante. Al posto di un assalto sonoro all’arma bianca tagliente e spudoratamente figlio del feedback più assassino, Third Wave vive di un suono pastoso, pneumatico, avvolgente. trombe sordinate, loops e pattern ritmici, architetture di tastiere analogiche, semplici giri di piano contribuiscono a creare un disco mantrico, dall’impatto quasi ambient che si diletta a ricamare sulla ripetitività e reiteratività delle soluzioni sonore traducendole in una sorta di psichedelia new age jazzata e onirica. Qualcosa che viaggia a metà strada tra il trip hop, la psichedelia liquida degli Spiritualized e una soundtrack di Henry Mancini, se riuscite a lavorare di fantasia. Si tratta in pratica, malgrado la formazione sia rimasta praticamente immutata rispetto a quella ultrarumorosa del periodo storico e identico il moniker, del disco di un’altra band o comunque di un disco anomalo, un gorgoglio elettronico che riempie come bario le tracce dei vortici disegnati a suo tempo dalle raffiche di feedback dell’epoca “storica” del gruppo inglese. Third Wave è un’autentica astronave psichedelica di una bellezza straziante.

 

L’”untitled fourth” album dei Telescopes, pubblicato nel Settembre del 2005 dalla piccola Antenna Records di proprietà dello stesso leader, vede uno Stephen Lawrie destreggiarsi tra sintetizzatori, organo, theremin, batteria, basso, flauti, banjo, xilofoni, chitarre acustiche, diavolerie elettroniche e voce in quasi perfetta solitudine (in realtà ci sono altri due o tre musicisti a coadiuvarlo nell’impresa, non possedendo ancora il buon Stephen, ma chissà in futuro, il dono dell’ubiquità). Il risultato è un disco climaticamente avviluppato tra le due stagioni più fredde e umorali dell’anno: Winter #4, The Yearning, Fear the Eye Became the Tone, All the Leaves, Singularity e la sibillina On a Dead Man’s Bones by the Light of the Moon, Skeletons Dance a Demon Dance of the Doomed e Link #1 sono tutte cariche dell’angoscioso respiro di Anakin Skywalker eppure non trasmettono alcun senso di minaccia e hanno poco, anzi nulla, di alieno. Quello di #4 è piuttosto un viaggio antropomorfico nelle nostre viscere, nel reticolo delle nostre arterie, nei cunicoli del nostro sistema linfatico, negli abissi profondi delle nostre cavità bronchiali. Una sorta di viaggio terapeutico e cognitivo che ha profondità d’abisso solo se decidiamo di concedergliela e che vale pur la pena di affrontare.

 

Chi ha seguito le vicende dei Telescopes successive a quel capolavoro perverso che fu Taste avrà familiarizzato con la mutazione genetica cui Stephen Lawrie ha sottoposto la sua band. L’agghiacciante assalto al rumore bianco dei loro primi dischi, una colata lavica in cui Elevators e Velvet si fondevano in un unico ammorbante fiotto elettrico, ha ceduto il passo a una diversa forma di “elevazione” psichedelica che non esiterei a definire post-rock se non fosse che i Telescopes sono in giro da quando gente come GYBE o Mogwai pisciavano ancora il letto. Un suono che si aggira spettrale anche sulle Hungry Audio Tapes, in queste boscaglie di drones mutanti, sterpi elettroniche che alitano pesanti (Household Objective) aggrovigliate nelle maglie di moog, theremin e beat pulsanti dentro cui i respiri di Stephen e Jo sembrano precipitare. Loro sono i Suicide dell’età del silicio.

 

Pubblicate nel 2008 dalla francese Textile Records, le cinque tracce di Infinite Suns sono immense mole di pietra che schiacciano come chicchi di frumento il nostro apparato uditivo. Il Metal Machine Music dei Telescopes.

Masse informi di rumore che ci assaltano i timpani a volumi altissimi, i Telescopes mettono in atto un’autentica azione terroristica di devastazione sonora, un’abominevole sequenza di fondali elettrici dalla furia disumana. Chitarre e viola elettrica (quella della violoncellista Bridget Hayden della Vibracathedral Orchestra) vengono amplificate, microfonate e ritrattate aggiungendo volumi di distorsione su volumi di distorsione, all’infinito. Deformando lo spettro audio fino all’assurdo cacofonico.

Un paesaggio di devastazione assoluta, Infinite Suns spinge il suono dei Telescopes oltre le soglie dell’udibile e dell’umanamente accettabile.

 

Stephen Lawrie ha aperto un conto col rumore anni fa.

Quel conto è sempre in sospeso. E l’oste di tanto in tanto torna al suo tavolo. Stephen paga una rata e poi va via dal locale, sicuro che sarà costretto a tornare.

Harm è l’ennesima rata che prova a saldare una parte di quel debito con due lunghe catene montuose che si fronteggiano, una per ogni lato del disco. Distorsioni che tagliano l’aria come un machete o che spirano sinistre come un vento mefistofelico, un cupo riverbero di onde dense e schiumose che sembrano volerci ingoiare fino ad sommergerci.

Held e Torn sono l’eco putrescente delle viscere della terra e degli abissi spaziali. Stephen il rabdomante delle lacrime disperse nella nostra anima.  

 

Alla fatta dei conti, di quell’uragano di feedback che investì l’Inghilterra nella metà degli anni Ottanta, i Telescopes sono gli unici ad esserne usciti vivi. Scompigliati, ma vivi. Gli unici ad avere il coraggio di non disertare quelle terre fustigate dal rumore ma, al contrario, riorganizzare il proprio habitat proprio fra quelle indomabili e scoscese pareti di suono, pur avendo talvolta cercato di scavare fra le loro viscere per trovare una qualche via di fuga. 

Hidden Fields, ottavo album per la formazione di Stephen Lawrie, è il frastuono assordante di quelle pareti che si sgretolano, innalzando altre poderose e densissime onde di feedback. Cinque movimenti, come le teste del Brahma innamorato di Shatarupa. Cumuli e cumuli di rumore ammassati dietro la porta del vostro rifugio tra i ghiacci, fino a restarne seppelliti. Col mondo che ruggisce là fuori, come una belva affamata.

 

Dopo il ciclo di dischi degli anni Zero i Telescopes si sono progressivamente riappropriati del loro brutale linguaggio originario, esasperandolo ulteriormente.

Le lunghe tracce di As Light Return, nono album per la formazione inglese, sono delle enormi statue di pietra lavica spinte con sudore e fatica sotto una tempesta di polveri di piombo. Una staticità ingombrante, come di enormi motori da aerostati ingolfati dalla ruggine, assiepa le musiche di As Light Return. Come se la carcassa dell’astronave dei Pink Floyd tornasse sulla terra e venisse trascinata orizzontalmente per essere portata alla demolizione, nitrendo di dolore e di un’ingovernabile vecchiaia.  

Musiche che hanno il passo dello Yedi, dei cingolati che hanno percorso strade di guerra e ora tornano all’officina portandosi addosso il peso dei cadaveri che hanno maciullato nel tragitto di andata, quando avanzavano lucidi e spietati, sotto quella cappa di fumo che hanno alzato perché la luce del sole non rivelasse le loro nefandezze.

Che guardano un punto lontano. Non fuori, ma dentro di noi.

 

Lo spunto è interessante: oggetti inanimati che assorbono energia dal mondo circostante e la rilasciano sotto forma di vibrazioni, quando le condizioni lo consentono e queste particelle energetiche sono opportunamente stimolate da un contatto paranormale. È la teoria formulata da Thomas Charles Lethbridge nel 1961 cui si ispira questo nuovo lavoro dei Telescopes, il secondo per questo 2017 (anche se in realtà è il solo Stephen Lawrie a scrivere, suonare e produrre il tutto, NdLYS) e che si sposa perfettamente con l’universo sonoro della band inglese.

Stone Tape lascia impronte sulla neve dopo che la sferzante tempesta di As Lights Return si è placata, probabilmente interrotta da un evento ancora più atroce, ancora più devastante ed imprevisto. Il passo della sua mezza dozzina di tracce è macilento e greve, ma deciso e implacabile. Un avanzare sinistro e carico di un silenzio assordante, come quello dei bruti a nord della barriera di Grande Inverno. Il sole evocato dal primo titolo proietta lunghe ombre velvettiane mentre The Speaking Stones sembra il ronzio amplificato di qualche aracnide gigante e raccapricciante.

I Telescopes che guardavano le stelle sembrano essere diventati dei microscopi che allargano a dismisura lo sguardo sulla vita dei microorganismi, la spiano e ce ne trasmettono, amplificata, la sua incredibile, vorace lotta per la sopravvivenza.  

 

La sindrome della testa che scoppia ci disturba le notti.

A disturbarci le ore di veglia ci pensano, ormai da decenni, i Telescopes.

Alcuni loro dischi sono insormontabili montagne di rumore pesanti come rocce, angosciose e opprimenti discese negli inferi della terra attraverso cunicoli dove il rumore bianco viene iperamplificato fino a diventare tridimensionale.

Il nuovo Exploding Head Syndrome sceglie invece strade meno impervie, quasi che Stephen Lawrie abbia deciso di dissociarsi da quel disturbo del sonno e abbia scelto di farsi antidoto a quello e a sé stesso.

C’è un’accogliente pianura di feltro che si stende sui solchi del suo nuovo disco, offrendoci una accessibile via di fuga percorribile in entrambi i sensi, anche se quella che conduce verso lo stato onirico è forse preferibile.

Nessun pezzo segue uno sviluppo in senso melodico ma procede in maniera orizzontale, sovrapponendo lastre di morbido rumore fino a creare uno straniamento sensoriale all’inizio impercettibile, poi sempre più deciso, piacevole, rasserenante, quasi terapeutico.

Stephen Lawrie si conferma il Virgilio in grado di guidarci nelle viscere della nostra mente. Voi, continuate pure a prenotare i viaggi per allontanarvene.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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BRIAN ENO – Discreet Music (Obscure)  

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Discreet Music rappresenta un punto di rottura e al contempo un nuovo punto di partenza per l’approccio musicale di Brian Eno.

L’ortodossia aleatoria che aveva ispirato la creazione di Another Green World, viene adesso applicata ad un algoritmo matematico con l’obiettivo di annientare del tutto o quantomeno ridurre al minimo l’intervento umano nell’atto creativo. Non è un fatto del tutto nuovo visto che il primo esperimento, completamente artigianale, era già stato tentato da Mozart nell’Ottocento nel Musikalisches Würfelspiel l’ausilio di due dadi (ne esiste una versione online se volete cimentarvi nel vostro “minuetto casuale” a questo link: http://sunsite.univie.ac.at/Mozart/dice/collaborate.cgi?tables=yes, NdLYS) ma è certamente il primo tentativo di applicazione elettronica e di commercializzazione seriale del risultato battezzato come musica generativa.  

Stilisticamente siamo ai prodromi della musica ambient, affidati a onde sonore (generate da un sequencer della EMS) che si sovrappongono tramite l’uso di nastri in maniera fortuita creando un senso motorio appena percettibile, carezzevole ai sensi e capace di scavare l’io interiore per ristabilire quell’equilibrio rigenerante che sarà poi adottato dalla filosofia new-age, diventando il tormento di Buddha e anche un po’ il nostro.

Una quiete mesmerica e “discreta” (appunto) si propaga dalla lunga suite analogica della prima facciata così come dalle divagazioni sul Canone sinfonico di Johann Pachelbel che occupano la seconda parte dell’album, una dilatazione terapeutica delle frequenze di archi e violini con alterazioni del tempo creata “campionando” manualmente alcune parti del canovaccio musicale del compositore tedesco.

Brian Eno diventa lentamente un medium trascendentale in grado di metterci in comunicazione col nostro strato primordiale assopendo il raziocinio che ne inibisce la percezione sensoriale e il suo godimento extracorporeo, restaurando una forma primigenia di piacere tattile con noi stessi e con la musica, diventata adesso oltre che generativa anche rigenerante.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DAVID SYLVIAN – La solitudine oltre la siepe di bambù

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Così a memoria non ricordo un’altra band che si sia separata al vertice della propria creatività a parte i Japan diventati uno per uno, al culmine della propria carriera, paurosi strumentisti dalla sensibilità fortissima e tormentata e dalle ambizioni non più completamente condivisibili, seppure negli anni a venire e nonostante gli scontri di ego che ne avevano causato l’improvvisa frattura si incroceranno decine di volte non solo per le strade di Londra ma anche negli studi di registrazione che tutti e quattro (cinque, se aggiungiamo Rob Dean che aveva già lasciato la band prima del loro ultimo album) frequenteranno assiduamente già dal giorno successivo, coerentemente con quanto dichiarato da Sylvian alla vigilia dello scioglimento: “Continueremo a lavorare assieme. Il nostro scioglimento è legato soprattutto alla cancellazione di un marchio, di una merce che porta il nome Japan. Per questo preoccupa più la casa discografica che noi”.

Jensen e Barbieri, dopo aver lavorato al disco solista di Mick Karn, tornano a prestare i loro servigi per l’atteso disco di debutto di David Sylvian sul quale pendevano come una spada di Damocle le aspettative degli orfani dei Japan.

Brilliant Trees si annuncia già con la sua pregiata lista di invitati, come disco ricercato. Jon Hassell, Ryuichi Sakamoto, Steve Nye, Mark Isham, Holger Czuckay, Danny Thompson, Phil Palmer (il sessionman nipote di Ray Davies che aveva caratterizzato il sound de Una giornata uggiosa di Battisti, tra l’altro, NdLYS), Kenny Wheeler vengono coinvolti nel progetto portando il loro tocco ora misurato, ora eccentrico alla corte della nuova icona asessuata della musica britannica.

L’apertura affidata al ritmo sincopato di Pulling Punches tranquillizza subito i vecchi fan allungando un ponte verso il recente passato grazie ad un pattern che evoca quello di Still Life in Mobile Homes ma sono le note avvolgenti di The Ink in the Well a catapultarci nel cuore del disco, proteso verso uno struggimento esistenziale affine alla sensibilità delle pagine del taccuino di Nick Drake.

Nostalgia, a seguire, è un esercizio di rarefazione sonora dalle morbide curve persiane che mette in mostra un Sylvian nudo e sublime come un Narciso davanti alla sua immagine riflessa.

Red Guitar, primo estratto dell’album, sciorina il ritornello più accattivante, contrappuntato da una bellissima e robusta linea di basso e note di piano simili a scampanellii di cristalli.

 

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.

La seconda side del disco, rappresentata dalle due lunghe tracce scritte a quattro mani con Jon Hassell e dalla contorta Backwaters dove David si concede un cambio tonale e timbrico che ben si adatta al climax sinistro del brano, è ancora più contemplativa, fino a toccare i vertici ascetici della title track e della sua lunga coda dal sapore africano.

Brilliant Trees è una cornice di scorza d’albero costruita attorno alla bellezza muta dell’autunno, soffice calpestio di piedi sulla terra umida, dolce crepitio di arbusti sulle sponde di un rivolo d’acqua gelata, Dannunziano ritratto del nostro bosco interiore.

 

E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione. 

 

L’alchimia era la scienza che studiava come trasformare la ferraglia in metallo nobile, come rendere incorruttibile ciò che per sua natura era invece destinato alla corrosione, alla ruggine, al cancro, come riuscire a trasmutare la nigredo in albedo attraverso l’applicazione scientifica di un percorso di purificazione che è innanzi tutto interiore.

Allontanandosi gradualmente ma costantemente dal corruttibile mondo della pop music David Sylvian persegue il medesimo obiettivo, sfogliando un libro delle mutazioni applicabile alla sua arte e creando un’officina di altre anime elette. Sakamoto, Jon Hassell, Holger Czukay, il fratello Steve, Masami Tsuchiya, Robert Fripp vengono convocati a Tokyo e a Londra per realizzare Alchemy, opera con la quale David Sylvian lavora alla manipolazione degli elementi al pari con gli altri maestri alchemici, rinunciando al magnetismo della sua voce stavolta per sua esplicita volontà (e non, come pare fosse accaduto per la colonna sonora di Merry Christmas, Mr. Lawrence, su imposizione di David Bowie, NdLYS).

Sono antropomorfe musiche da viaggio, paesaggi che affiorano dalla memoria ancestrale. Sono le placche tettoniche dei continenti che si muovono come sipari davanti o dietro le nostre palpebre, lasciando che si schiuda l’incanto del mondo e l’incanto che ne deriva dal semplice atto di guardarlo.   

 

L’astrattismo romantico che ha cominciato ad affascinare Sylvian nei primi anni Ottanta trova ampia dimora dentro Gone to Earth, un pachidermico doppio album occupato per buona metà da tracce strumentali dal sapore ambient e new age.

Sono piccole vignette di musica muta buone per la pratica ayurvedica, scorci aperti su paesaggi immaginari, subito sorpassati da una suggestione nuova, da una curiosità più avvincente. Abbozzi di canzoni che si sviluppano orizzontalmente.

Nessuna davvero interessante, nessuna del tutto superflua.

Ma non credo che qualcuno ne avrebbe mai sentito la mancanza, se non fossero mai nate.

Perché quello che continua ad affascinare, soprattutto in questa prima fase della carriera di Sylvian è la magia che la sua voce riesce a sprigionare e che qui domina, pur lasciando ampi spazi agli strumentisti di turno (Robert Fripp, i Dolphin Brothers, Phil Palmer, Bill Nelson, Kenny Wheeler, Ian Maidman, John Taylor), le sette tracce del primo dei due dischi, un album che tra rarefazioni pianistiche e moine funk mette in mostra un Sylvian meno doloroso e addolorato, animato e mosso da una forza interiore che sembra aver pacificato e riequilibrato qualche suo tormento spirituale. Ecco così David Sylvian eleggere l’amore (Laughter and Forgetting) e la forza interiore (Wave) a nuove guide carismatiche. C’è una forte spiritualità che emerge come climax dell’intera opera, ben rappresentata dal simbolo alchemico scelto per la copertina. Per la prima volta, dopo la successione di fotoritratti che aveva contraddistinto l’ultima fase dei Japan e la prima sortita in proprio, David rinuncia all’immagine per andare alla ricerca dell’essenza. È questa sorta di sciamanesimo e di ascetismo a permeare gran parte del disco, a riempire gli anfratti delle stupende Wave, Before the Bullfight, Laughter and Forgetting, River Man con il liquido denso e fecondo di una ritrovata armonia cosmica. Canzoni impastate con il lievito fertile del misticismo zen, che sembrano sospese tra cielo e terra.

Soffici ed impalpabili eppure in qualche modo forti ed invincibili. Come l’amore ben riposto.

La fisicità freme inquieta sulla breve traccia che intitola il disco, mossa dai tappeti inquieti di frippertronics e sull’inaugurale Taking the Veil, sinuosa di bassi fretless e tastiere oniriche mentre Silver Moon ritaglia un angolo di romanticismo malinconico e carico di pathos e si adagia su una melodia struggente e su un arrangiamento forse fin troppo lambiccato ed elegante che lo avvicina pericolosamente alla musica da salotto di un altro reduce della stagione new-wave come Sting.

La luna si spegne. Le maree si richiudono.

È tempo di fare ritorno a terra.

 

Laboriosità e disciplina sono le nuove leggi che regolano la vita artistica e privata di David Sylvian quando si siede per lavorare al suo terzo disco solista.

Seduto, si. Voi avete un’altra immagine di Sylvian che compone le sue opere?

Sono le caratteristiche tipiche dell’alveare, simbolicamente scelto ad emblema e amuleto di Secrets of the Beehive, il suo capolavoro estetico. Sylvian è pienamente consapevole della sua arte seduttiva, della sua abilità nel tessere trappole eleganti sulle quali poter raccogliere i corpi delle sue prede, della sua capacità di evocare fantasmi, streghe, demoni, Dei cristiani e idoli pagani, di irretire l’ascoltatore avvolgendolo in una rarefatta nuvola di bellezza che teme la luce del sole.

La tromba di Mark Isham e il pianoforte di Ryuichi Sakamoto donano plasticità e atmosferica mist(er)ica al fortissimo afflato spirituale che avvolge tutto il disco, modellando la cera dell’ape Sylvian. Le percussioni di Danny Cummings vestono le ali degli angeli di ninnoli orientali, perché il loro frullare sia annunciazione gioiosa di un’alba sorgiva. Le linee di basso di Danny Thompson conferiscono senso di vertigine e danno profondità alle ombre che sono sempre pronte a soffocare ogni anelito di felicità, a troncare ogni pace che sembri duratura, a ricacciare nelle tenebre ogni conquista d’amore, riportandola alla precarietà che la rende ancora più desiderabile, ancora più irraggiungibile.  

Secrets of the Beehive sublima così, liricamente e musicalmente, l’ideale di bellezza Sylvainiana. Fa della sua arte, un’arte Omerica.                 

 

Il caldo nido di imenotteri rivelato con Secrets of the Beehive viene investito dalle raggelanti installazioni sonore allestite da David Sylvian con Holger Czukay negli studi di quest’ultimo tra il 1988 e l’anno successivo. Rispetto al precedente lavoro strumentale, le quattro lunghe tracce che compongono il dittico tedesco si dipanano in maniera bidimensionale. Non penetrano la superficie ma sembrano scivolarci sopra. Plight & Premonition in particolare indugia in una fredda desolazione, stipando blocchi di ghiaccio su blocchi di ghiaccio senza riuscire a penetrare non solo la superficie sonora ma anche quella della nostra epidermide. Flux + Mutabilty emette invece un qualche tepore umano, grazie a piccoli nei percussivi e al placido galleggiare delle chitarre. Si tratta sempre di musica evanescente, pigra, ma sembra già presagire un ritorno dello sciamano fra la gente comune. Calandosi dall’alto, lentamente, i palloni aerostatici di David Sylvian riapprodano al suolo.     

 

Il diniego di Sylvian ad entrare in pianta stabile nei King Crimson per la seconda reunion della band inglese si risolve artisticamente in una preziosissima collaborazione artistica con Robert Fripp, ormai incapace di rinunciare ad una voce espressiva come quella di Sylvian. Il disco coincide con uno dei periodi più felici nella vita personale di David Sylvian con la nascita del primo frutto di un matrimonio che si annuncia felice e che invece porterà uno stormo di nuvole grevi.

Ma sulla copertina e dentro le musiche di The First Day (titolo che già di per se annuncia una rinascita) Sylvian sorride come mai prima e come mai più farà dopo. Ne viene fuori un disco vivo e pulsante, forse anche godereccio se questo termine non facesse a pugni con l’immagine eterea e sciamanica che da sempre si associa a quella di chi quindici anni prima è stato eletto “uomo più bello del mondo” e che di quella bellezza preserva ancora un intatto, efebico splendore. The First Day è elogio e rappresentazione della fertilità che la carta astrale gli ha riservato in quel periodo della sua vita così come della spiritualità e dell’amore per le dottrine esoteriche e religiose che ne pervadono l’animo già da un po’.

Un disco che non rinuncia all’eleganza ma accetta l’oltraggio ritmico senza venirne umiliata.

È insomma la storia di un incontro e non di un baratto. Una delle tante ibridazioni possibili che David Sylvian impone alla propria arte per ravvivarne lo spirito alchemico, fino a lasciarla divampare dentro i dodici minuti di 20th Century Dreaming (Shaman’s Song), sin dal titolo un incrocio fra le figure schizoidi dei primi King Crimson e quelle mistiche di Words with the Shaman o a lanciarla dentro un flipper residuato dalla follia mancuniana che sembra aver invaso tutto il Regno Unito, come nella lunghissima Darshan che sfora il quarto d’ora di durata. 

Minuto più minuto meno la durata della felicità. 

 

David Sylvian conosce Russell Mills nel 1983, quando la Virgin per lanciare la sua nuova carriera da solista gli affida la gestione di una raccolta dei Japan che ne spiani l’avvio. Il disco che ne verrà fuori si intitola Exorcising Ghosts e per la copertina Sylvian, affascinato dalle copertine astratte dei lavori di Brian Eno, si rivolge proprio all’autore di quelle immagini. L’autore si chiama Russell Mills, un ragazzone dello Yorkshire che si diletta un po’ in tutte le arti, fra cui anche quello di musicista. Da quel momento in avanti Sylvian gli affiderà quasi la totalità delle copertine dei suoi dischi. Ma alla fine dell’estate del 1990 è Mills a coinvolgere l’artista londinese in un suo progetto, una installazione multimediale presso il Museo d’arte contemporanea di Tokyo. Un progetto che vuole stimolare la memoria sensoriale con tele, vetri, metalli, tavole e, ovviamente musica. Prodotta in team da Mills e Sylvian la cui attrazione per la “musica per immagini” ha oramai una vita parallela e autonoma rispetto a quella di semplice autore di “musica pop”. Ember Glance viene pubblicato una prima volta esattamente un anno dopo con un bellissimo libro che ne testimonia anche visivamente il risultato mentre le due “forme” sonore (una lunga più di mezz’ora, l’altra un frammento di appena un paio di minuti) che lo compongono vengono successivamente ripubblicate in esclusivo formato audio su un disco dal titolo rivelatore Approaching Silence assieme ad una terza traccia strumentale che ne fornisce il titolo e realizzata con l’ausilio di Robert Fripp per una nuova installazione multimediale e fino a quel momento disponibile solo su un nastro di dubbia legalità e scarsissima diffusione. Il risultato è molto vicino a quello di Plight & Premonition. Se non hai particolare predilezione per questo tipo di musiche scatologiche, come me, sembrano addirittura lo stesso disco. Le suggestioni sono ridotte al minimo, costrette alla funzione di anestetico, di rallenti emotivo.   

 

Il viaggio nell’alveare di dodici anni prima arriva alla sua conclusione con la messa in scena della morte delle api di Dead Bees on a Cake, vertice del percorso mistico ascendente di David Sylvian.

È l’ultima installazione del Sylvian crooner tardo-romantico prima delle piogge elettroniche che si rovesceranno copiose sui dischi del nuovo secolo.

Mentre Dio avvicina lentamente la sua coppa di veleno alle labbra dell’ignaro Sylvian, David si abbandona alle musiche e alle religioni induista e buddista e ad uno sconfinato amore per Madre Natura, sigillando il suo disco più etnico ma pure quello in cui la ricerca dell’equilibrio perfetto lo porta a far emergere il suo lato più femminile, cercando proprio nelle donne le alleate spirituali più consone a denudare questo suo lavoro di comunione dei generi.

Sono donne carnali ma anche donne di spirito quelle che ispirano canzoni come Krishna Blue, All My Mother’s Names, Praise, The Shining of Things e Thalheim. L’omogeneità tematica ed ispirativa è tuttavia controbilanciata da una scaletta quanto mai varia che mette in sequenza strumenti tradizionali occidentali (il dobro) e orientali (le tabla), orchestrazioni sinfoniche, blues, musica rituale, distese ambient, campionamenti, mutanti mostri Waitsiani o salti antigravitazionali sostenuti esclusivamente dal suono ermafrodita del Fender Rhodes.

Un album dall’animo mutante, specchio di una ricerca altrettanto mutevole e ostinata della felicità. Che non sempre viene, ma noi continuiamo a prepararci ad accoglierla.   

 

Blemish è il suono onomatopeico della polverizzazione del sogno d’amore di David Sylvian. Immerso in un isolamento fisico che diventa psicologicamente devastante, il musicista inglese partorisce un disco inquietante e sinistro, sospeso su ioni  atomici dentro cui Sylvian si rannicchia in posizione fetale.

È l’eco di stanze desolate, abbandonate anche dai “fantasmi” che le avevano imbrattate di gelatina sulla Ghosts di ventidue anni prima. Acquari disertati dai suoi abitanti, serpentine e resistenze elettriche che friggono senza più nessun cibo da scaldare o da tenere al freddo per la cena della sera, piccoli apparecchi radio che modulano senza più fermarsi ad una stazione radio, vagando nell’etere come i nastri di Jurgenson, strumenti acustici che corrono senza successo dietro un diapason sordo, vecchie cineprese otto millimetri che proiettano pellicole color nicotina e fieno.

Blemish è il suono di un mondo, affettivo ed artistico, che si sta sbriciolando. Sotto queste macerie, che sono pulviscoli e piccole particelle di amianto e zinco, resta il corpo di un Sylvain inanimato come un pompeiano inerme davanti al disastro.

Il mondo incantato di David Sylvian si frantuma sotto i suoi e i nostri occhi. E noi ne avvertiamo la cupa vertigine.  

 

La connessione con i luoghi frequentati da Ronald Stuart Thomas durante i suoi esordi come poeta è ricercata e voluta ma Manafon, il titolo del nuovo lavoro di David Sylvian può anche essere letto in chiave neologista e onomatopeica, rivelando ancor meglio il suo cuore: Manafon è l’Uomo Fonico, sono le corde vocali dell’anima.

David Sylvian è sperduto, non solo artisticamente, in un bosco popolato da ombre e da fruscii che rivelano, senza palesarla, qualche presenza estranea. Ma su tutte le ombre, su tutti i piccoli rumori, la voce di David Sylvian si erge sovrana e maestosa, mentre si immerge in quello che sembra un safari della sua stessa anima.

Totalmente prive di strutture ritmiche e armoniche, le canzoni di Manafon sono intime confessioni versate in un bicchiere di cristallo poggiato sul nulla.

Sono composizioni assolutamente free-form, svincolate da ogni concezione metrica e da ogni ordine più o meno elementare o più o meno complesso delle sequenze melodiche o degli innesti timbrici della strumentazione.

Composizioni senza àncora.

Che potrebbero alzarsi in quota o prendere il largo, se la loro infinita tristezza non scegliesse in sorte per loro di farle precipitare giù come scafandri abbandonati durante un’immersione.     

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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BRIAN ENO – Music for Films (EG)

2

Brian Eno, Fred Frith, Phil Collins, Robert Fripp, John Cale, Percy Jones, Rhett Davies, Bill MacCormick, Dave Mattacks, Paul Rudolph, Rod Melvin sono chiusi in sala. Muti davanti a un film muto. La scommessa, vincente, di Eno è quella di avere un cast di musicisti stellari e di costringerli a domare il proprio virtuosismo negando loro la tentazione di primeggiare, obbligandoli a lavorare per sottrazione e non per accumulo. Come degli scultori.

Lo schermo bianco evocato dalla copertina è il solo protagonista. I musicisti fanno spazio al nulla e ne catturano l’eco, scalfiscono quell’enormità di bianco che rappresenta la totalità dei colori e ne lasciano affiorare solo i timbri che necessitano per una rappresentazione filmica paesaggistica, scenografica, totalmente sgombra di attori. È musica che si sovrappone allo schermo mentale senza penetrarne la superficie, permettendo di liberare gli sciami di pensiero che invece potrebbero restare intrappolati dentro o nascondersi come fuorilegge tallonati da una giustizia perentoria e intollerante all’individualità non omologata.  

C’è una fortissima dose di disciplina Zen nell’approccio di Eno alla musica. Ed è un approccio che emerge in tutta la sua austerità proprio nei dischi legati al concetto di “ambientazione”. Ripudiando le piume di struzzo della stagione Roxy Music Brian Eno abbandona pure il concetto di musicista/rockstar per abbracciare quello di musicista-terapeuta o di musicista-sciamano in grado di captare i segnali del mondo parallelo della pseudoscienza. Brian Eno non “abita” dentro lo spartito ne’ si professa portatore di alcun messaggio. Si limita ad aprire mondi nuovi. E di accompagnare lo schiudersi di questi mondi molteplici e soggettivi con abbozzi musicali che esaltano il concetto di “infinitamente piccolo”, rispettose della quiete e dello stupore dell’atto fecondo, del divino reincarnato.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

PINK FLOYD – Lo sbarco sulla Luna

1

Il 1967 è l’anno in cui la musica inglese in un impeto di orgoglio nazionalista ammaina le vele delle musiche americane, alza l’Union Jack e prende il largo esportando al mondo la sua identità. Sgt Pepper‘s Lonely Hearts Club Band, We Are Ever So Clean, We Are Paintermen, Mellow Yellow, The 5000 Spirits Or the Layers of the Onion, Tangerine Dream, The Piper at the Gates of Dawn, Their Satanic Majesties Request, Something Else, Sell Out, Procol Harum, Gorilla, It‘s Smoke Time, tutti usciti in quel clamoroso anno, affrancano definitivamente la musica inglese dalla pesante eredità di quella americana che aveva generato l’esplosione delle scene beat (il rock ‘n roll) e mod (il soul) e circoscrivono definitivamente la “visione” inglese del fenomeno psichedelico. Una separazione che avviene sia sul piano estetico sia su quello del contenuto. Se sull’esplosione del fenomeno acid-rock statunitense incomberà infatti, greve come uno spettro, il dramma del Vietnam costringendo ad adottare rapidamente una presa di posizione politica, in Gran Bretagna le nuove frontiere della musica giovane scelgono di disgiungersi dalla realtà dipingendo un mondo arcano che preservi la perduta innocenza e la smarrita meraviglia fanciullesca distrutta dal mondo adulto. I moderni gruppi e cantautori inglesi sono la reincarnazione hippie del mito di Peter Pan, i pirati in rotta verso l’isola che non c’è, eccitati dalle droghe e stimolati dalle modalità espressive offerte dalle moderne sale di registrazione e dalle nuove ricerche nel campo della musica elettronica.

È un riadattamento moderno e sintetico del mondo fiabesco, un assemblaggio in vitro dei vecchi paradisi celtici popolati da elfi, nani e giganti che culturalmente darà il via alla nuova epica-popolare della musica prog.

Ma fermiamoci per ora al 1967. Dopo due singoli di rara bellezza, il 4 Agosto i Pink Floyd danno alle stampe il loro capolavoro, manifesto estetico della nuova musica underground della Londra della stagione freakbeat. The Piper at the Gates of Dawn riassume in quarantadue minuti tutto il concetto fondante della psichedelia inglese, con un occhio tra le stelle (Astronomy Domine, Interstellar Overdrive, Take Up Thy Stethoscope and Walk, Chapter 24) e uno tra le pagine incantate di qualche vecchia favola fatata, perso dietro le figure matte di quei personaggi stravaganti (Scarecrow, Bike, Lucifer Sam, The Gnome), in una sorta di circo surreale dove il tempo è scandito da orologi a pendolo scordati (Flaming) e dal planare molle e cedevole di mille cavalli alati (Matilda Mother). Una giostra eccentrica che brama di girare tra le stelle, portandosi dietro i cocci di un’infanzia che non vuole essere sconfitta.

Derive cosmiche e filastrocche infantili illuminate dal genio di Barrett che inseguirà il suo folle gioco fino in fondo, fino alla segregazione totale e assoluta dal mondo reale, fino ad uno sconvolgimento psichiatrico allucinato e senza vie di ritorno, fino a svuotare le orbite oculari di ogni sogno colorato. Restando per sempre dietro quel cancello, in attesa di un alba che non sarebbe mai arrivata.

Su un piede solo, con un calumet di incenso tra le sue piccole labbra viola.    

 

Nel 1968 Roger Waters diventa il leader dei Pink Floyd.

L’obiettivo è dimostrare che la psichedelia può andare oltre uno stato mentale.

Può diventare arte, spettacolo, show.

Per farlo però occorre eliminare le menti veramente sovversive.

Così, Roger Waters lo fa per la seconda volta.

Dopo aver cacciato via Bob Close, è la volta di cacciar via dalla sua band anche l’altro amico Syd Barrett.

In sua vece viene chiamato David Gilmour.

Visionario e virtuoso, ma lucido e sobrio.

È chiamato a scacciare le occhiaie dalla faccia torbida di Syd, a fare il lifting facciale alle ballate sconnesse e alle avventurose fughe nello spazio del vecchio compagno. Dapprima glielo mettono al fianco, per studiare le sue mosse.

Ma Syd non si muove quasi più.

Sta sul palco immobile.

Come un uccello che è in gabbia da troppo tempo e ha scordato ad usare le ali.

Ha dimenticato come si accorda una chitarra.

La appende al collo e ci poggia sopra le dita.

E ride, sapendo che dovrà alzarsi dal tavolo di gioco.

Il 6 Aprile del 1968 l’astronave dei Pink Floyd prende il volo senza di lui.

Quando atterra, il 29 Giugno, l’equipaggio trova a bordo un messaggio che sembra scritto da un bambino:  

È tremendo da parte vostra pensarmi qui

E sono abbastanza obbligato a spiegarvi

Che io non sono qui

 

E non ho mai saputo che la luna poteva essere così grande

E non ho mai saputo che la luna poteva essere così blu

E sono grato che abbiate buttato via le mie vecchie scarpe

E che mi abbiate portato qui invece vestito in rosso

 

E mi chiedo chi potrebbe stare scrivendo questa canzone

 

Non mi preoccupo se il sole non splende

E non mi importa se niente è mio

E non mi importa se sono nervoso con voi

Farò sbocciare il mio amore nell’inverno

 

E il mare non è verde

E amo la regina

E cos’è esattamente un sogno?

E cos’è esattamente uno scherzo?

 

L’argonauta Barrett ha fregato tutti, arrivando prima di loro. Senza neppure essere a bordo.

 

A Saucerful of Secrets è l’inizio dell’incubo barrettiano che ossessionerà per sempre i vecchi compagni.

Il primo sfregio del rimorso sui volti di Waters, Gilmour, Wright e Mason.

Un disco che è ancora psichedelico e stellare ma che ha già perso la follia magica e freak degli esordi, nonostante il Caporale Clegg cerchi disperatamente di trovare un canale di comunicazione bizzarro ma vincente coi marziani.

La musica dei Floyd diventa più solenne, maestosa, meticolosa, artefatta, fredda, sontuosa e anche sottilmente più inquieta (soprattutto nelle composizioni di Richard Wright Remember a Day e See Saw).

Penetra nel cuore del sole e indugia nel buio assoluto di due buchi neri.      

Non proprio tra le stelle.

Non più su questa Terra.

 

Un cinguettio di uccellini è il primo segnale di vita su quello che è il primo album dei Pink Floyd del tutto sgombro della presenza corporea di Barrett. More è un disco su incarico, perché prima di diventare l’icona che sarebbero diventati con i dischi della seconda metà degli anni Settanta, i Pink Floyd sono ancora una giovane band che lavora “a progetto”. A commissionare il lavoro è Barbet Schroeder, un regista svizzero al suo debutto e che vede nella band inglese l’unica realtà in grado di trasportare su spartito le dolcezze posticce e gli incubi visionari indotti dalle droghe. Che nel frattempo non vengono più vissute come canale esperienziale ma come scelta nichilista e masochista di annientamento psicologico dalle rovine borghesi del mondo. Ne viene fuori un disco disarticolato e bipolare, capace di proiettare serene diapositive bucoliche (Green Is the ColourCymbaline) e di abbagliare gli occhi con flash proto-hard mai più tentati dal gruppo (The Nile SongIbiza Bar che non a caso finiranno nel repertorio di alcune tra le band meno floydiane della storia come Morlocks, Love Battery, Melvins, Necros, Voivod). Altre cose sono puramente funzionali alle sequenze del film ma l’esercizio di scrittura creativa “associativa” si rivelerà, terminate le fughe spaziali, la palestra necessaria per permettere ai Pink Floyd di puntare il proprio occhio di bue verso una nuova sorgente di creatività liberatoria.   

 

Confuso nella genesi ed irrisolto nei risultati, Ummagumma è una delle mine inesplose della discografia dei Pink Floyd, sorta di installazione sonora che da un lato documenta la compattezza raggiunta dal quartetto britannico e dall’altro prova a definire il ritratto di ogni singolo componente, come già lascia intuire la bella copertina la cui Escheriana e virtualmente infinita galleria ricorsiva ci proietta in un introspettivo gioco di specchi in cui la band si alterna alchemicamente in una posa apparentemente statica ma in realtà avvicendandosi in un gioco di ruoli fotografici fino a chiudersi sulla copertina di A Saucerful of Secrets, quando già l’occhio fatica a percepire la profondità.

L’ambizioso progetto di offrire al proprio pubblico una visione “ad incastro” della band si perde però in un doppio album che, fatta salva la pur cerimoniosa sezione live (Astronomy DomineCareful with that Axe, EugeneSet the Controls for the Heart of the Sun e A Saucerful of Secrets) che si inerpica abilmente sui pioli cosmici dei primi due anni di carriera, si smarrisce in un labirinto di sperimentazioni individuali fini a se stesse e concettualmente disorganizzate che vanno da bucoliche ballate folk a dilettanteschi approcci alla musica classica, dalla musica da salotto a quella da foresta, inseguendo un deliro antropologico incerto nelle motivazioni e sterile nei risultati.       

 

Nell’autunno del 1970 I fan dei Pink Floyd si ritrovarono con una mucca per casa.

Una semplice, bonaria mucca frisona. Ingombrante quanto il disco che era stata scelta per rappresentare.  

Il disco con cui i Pink Floyd rientravano sulla Terra.

Ed è un rientro pomposo, trionfale.

Come se tutte le creature del mondo si fossero radunate ad assistere a quell’atterraggio. Strette in un abbraccio corale e orchestrale.

I Pink Floyd sono i Cesari.

Le folle si aprono come le acque davanti al bastone di Mosè.

I Cesari marciano nella loro terra di conquista. Verranno stigmatizzati da una lercia T-shirt con scritto I Hate Pink Floyd, ma gli anni Settanta resteranno nella memoria collettiva come il decennio dei Pink Floyd, tanto quanto quello precedente sarà ricordato come quello dei Beatles. Ogni famiglia occidentale ha in casa un disco dei Pink Floyd o una sua copia su cassetta. E ogni regista vuole la loro musica per le proprie immagini. È già successo per Peter Skyes, Barbet Schroeder, Michelangelo Antonioni. Stavolta tocca a Stanley Kubrick, cui però il permesso per l’uso di Atom Heart Mother sulle scene di Arancia Meccanica viene negato (ma uno dei movimenti verrà concesso ai pubblicitari italiani che la richiederanno per lo spot dell’acqua Fiuggi, inaugurando un lungo rapporto di amore con la nostra patria nonostante il maestro Dario Argento incasserá il loro diniego quando proverá a contattarli per chiedere loro le musiche per Profondo Rosso, NdLYS). Kubrick dovrà accontentarsi della concessione di esporre la copertina del disco nella scena in cui Alex va ad abbordare al Chelsea Drug Store. 

Atom Heart Mother, la lunga suite che occupa metà del lavoro, è una delle mini-opere più ambiziose tentate dalla band inglese. Un’Aida per gruppo e orchestra che non mantiene quel che promette e che suona artificiosa e vaga senza raggiungere alcuna meta precisa tra musica classica, capsule di musica concreta e inserti di morbido prog-rock.

Va molto meglio sulla seconda side del disco, dove tutto diventa più vulnerabile, più disponibile a farsi coprire dalla polvere della malinconia, dal velo nostalgico che depone le sue uova a forma di lacrima. I polmoni dei Pink Floyd si riempiono di aria inglese, finendo per respirare all’unisono con i Beatles di Abbey Road e i Kinks di Something Else.

Poi Roger, Nick, David, Rick e il loro roadie Alan si siedono a fare colazione, nella immensa brughiera britannica.

Caffè, marmellata, bacon, uova strapazzate, salsicce, latte, cereali.

Il nostro ruminare diventa totalmente sovrapponibile a quello di Lulubelle III, che ci guarda svagata dai pascoli che si stendono fin dove l’occhio può arrivare.

Pian pianino ognuno finisce la sua porzione e si siede a suonarci qualcosa. Finchè lo scrosciare delle cavallette non si sostituisce a quello altrettanto croccante dei cereali.

Madre Terra manda i suoi piccoli alfieri per tenere lontano i suoi abitanti più avidi.

 

Quando nel 1971 il giovane regista scozzese Adrian Maben propone a Steve O’Rourke di realizzare un lungometraggio sulla band realizzato tra le rovine di Pompei, i Pink Floyd si rendono conto che, nonostante i sette mesi spesi in studio per realizzare Atom Heart Mother, non hanno materiale nuovo da poter presentare dal vivo con le loro sole forze. Il nuovo repertorio, quello necessario per tirare su Meddle, viene approntato in fretta, utilizzando lo stesso clichè dell’album precedente ovvero una lunga suite su un lato e pezzi più brevi, perlopiù acustici, sull’altro.

L’apertura è affidata ad uno strumentale dall’imponente linea di basso. Una di quelle robe quadrangolari che deve far vibrare i resti di Pompei. E infatti lo farà.

Si intitola One of These Days. Che letta a rovescio suona come Syd, It’s Enough!

L’ennesimo richiamo inascoltato al vecchio amico Syd che tormenterà la band per anni, infilato tra scrosci di piatti e chitarre che corrono come luci imprigionate dentro fibre ottiche.

Sicuramente ispirata dalle canzoni dell’amico che Gilmour e Wright hanno ascoltato appena un anno prima durante le sessions di Barrett è San Tropez, uno dei quattro pezzi che completano la prima facciata del disco e che, azzerando le visioni cosmiche, avvicinano il suono della band a quella di altri artisti inglesi, da Ray Davies a Marc Bolan passando per gli Zeppelin umidi di brina del terzo album.

A captare i segnali dal cosmo ci pensa la lunga Echoes, ovvero la suite che contiene in embrione tutti i cromosomi che, per sottrazione, andranno a costituire il corpo di Shine On You Crazy Diamond.

La sincronizzazione con l’orologio interstellare è così perfetto che pare coincida con quello dell’Odissea nello Spazio di Kubrick.

Quella con la versione che ne daranno a Pompei, pure.

I Pink Floyd diventano il Torquetum di precisione della musica del XX Secolo.

 

La seconda “installazione” sonora per Barbet Schroeder è del 1972, per il suo film La Vallée, pellicola sulla quale in realtà i Pink Floyd non si sentono quasi per niente. Motivo per il quale l’album che ne contiene le musiche registrate in Francia prima di chiudersi negli Abbey Road per registrare The Dark Side of the Moon vengono pubblicate non come colonna sonora ma come album vero e proprio sebbene verrà oscurato, più che dalle nuvole, dal cono d’ombra del disco successivo. Obscured by Clouds è invece un disco che ha ancora moltissimi punti di contatto con il precedente Meddle come ben dimostrano il turgido rock di The Gold It’s in the…, la brina di Wot’s…Uh the Deal e l’ennesimo accenno barrettiano nascosto tra le pieghe di Free Four. Poi le nuvole avvolgono tutto. I Pink Floyd si preparano, protetti dalla complicità del buio, a sparare in cielo il più grande fuoco d’artificio mai visto.

 

 

The Dark Side of the Moon è il disco con cui i Pink Floyd cominciano ad arruolare i propri sudditi. Il disco con cui li condannano ad essere loro prigionieri fino alla fine dei tempi, costruendo attorno a loro una gabbia dorata. Un’opera d’arte così perfetta che provochi loro la sindrome di Stendhal, l’offerta irrinunciabile di un viaggio alla scoperta del lato oscuro della luna che svela il suo inganno solo a tragitto concluso, nello stesso attimo in cui il loro cuore batte all’unisono con il respiro universale: non c’è nessun lato oscuro, sulla Luna. Essa è tutta buia. A portare la buona novella non è il capitano. E neppure un membro dell’equipaggio. Un semplice uomo comune vestito da portiere.

Ma ormai è troppo tardi.

La luna pinkfloydiana, a differenza di quella altrettanto rosa dipinta da Nick Drake appena un anno prima, è diventata una terra popolosa. Abitata da schiavi felici di esibire la propria schiavitù al tempo, al denaro, alla malattia e alla morte.

Poco, nulla importa che artisticamente, più che il trionfo degli stessi Pink Floyd, The Dark Side of the Moon sia l’apoteosi dell’alchimista Alan Parsons, abilissimo a misurare e dosare ogni ingrediente con la severità infallibile di uno speziale eliminando ogni sbavatura dal suono della band, riempendo ogni piccolissima crepa, smussando ogni spigolo, tenendo sotto continuo controllo le valvole d’ego pronte ad esplodere e soprattutto abbellendo l’architettura con talmente tante suppellettili da farla somigliare ad una sorta di antico, immutabile, sacro monumento funebre impossibile da profanare sfuggendo illesi da qualche sorta di maledizione.

Lo scarto stilistico con le precedenti opere della band appare dunque enorme, incolmabile, la follia diventa la parola chiave per decifrarne il percorso ma la sua evocazione è avvolta in una patina di compostezza esasperata e di equilibrio geometrico da risultare ingannevole e subdola.

Per anni il disco verrà usato per testare gli impianti di alta fedeltà più che come setaccio per separare il nostro lato oscuro da quello che gli altri credono di veder brillare quando il sole ci illumina fra l’ora prima e l’ora nona. E che noi siamo ben felici di offrire loro come pane che sazi un qualche bisogno di fame. Gabbando noi stessi e gli altri. Calpestando la superficie della luna, senza che nessuno si accorga che il nostro corpo non proietta più alcuna ombra.

 

Oh..la band è fantastica, sicuro. La penso proprio così. A proposito: chi fra di voi è Pink?

Nessuno alzò la mano.

L’uomo dietro il banco alzò i cursori e una fontana di luci gialle iniziò a zampillare.

Dietro di lui l’uomo con gli occhi simili a due buchi neri si fece più vicino e fece un ghigno. Guardava la foresta dove una volta aveva visto Emily giocare e non riusciva a ricordare altro che rumori di pioggia e chiazze di luce.

Aveva comprato una chitarra per punire sua madre e aveva deciso di suonarla seduto su una stella, aspettando di vedere albeggiare la Luna Rosa. Perché ci fosse abbastanza spazio per far lievitare i sogni fino a farli diventare veri. E poterci giocare come quella volta sul tappeto, quando lo avevano raccolto in una pozzanghera di urine e schizzi di tempera, cercando di placare le sue risa.

Da dietro il vetro i suoi amici suonarono più forte e gli offrirono un sigaro, promettendo che se li avesse aspettati avrebbero giocato di nuovo assieme a squash, raccogliendo il rimbalzo di quelle sfere che con un tonfo sordo si scagliavano contro un muro dal bianco così forte che pensavi avrebbe sanguinato al colpo successivo.   

Lui alzò le sopracciglia glabre e promise di tornare per il banchetto nuziale.

Poi nessuno lo vide più.

La ragazzina con le dita a forma di uncino e l’occhio telescopico non riuscì neppure a fotografarlo, sebbene fosse arrivata lì per quello, per mettere su una bilancia il peso ingombrante dell’assenza.

I solchi di Wish You Were Here vennero allargati per lasciarlo passare. E poi venne costruita una torre per poterlo raggiungere. E fu suonato il piffero per poterlo incantare. E infine tutti alzarono la testa per vedere la luce rifrangersi e infine spegnersi dentro il diamante.

Emily tornò a prendere le sue cose, proprio prima che chiudessero la porta.  

Perderai la ragione e giocherai.  

Ogni cosa era compiuta, sopra e sotto le stelle.

 

                                                                                             

Con gli incassi astronomici di Dark Side of the Moon e Wish You Were Here i Pink Floyd si concedono il lusso di comprare un grande edificio di proprietà della Chiesa di San Giacomo situata sulla Britannia Row, nella zona nord di Londra e di allestire il proprio studio personale. Lì dentro, mentre Johnny Rotten passeggia con la sua T-shirt con cui rivela ai coetanei il suo odio per i Pink Floyd, prendono forma a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, Animals Music for Pleasure, il secondo album dei Damned prodotto da Nick Mason (che presto rileverà l’intero studio di registrazione), a dimostrazione che l’odio per i dinosauri del rock non era poi così viscerale e che la rabbia verso la politica e le istituzioni cova con il medesimo disgusto anche su nidi apparentemente lontani anni luce gli uni dagli altri.

Animals è un disco dai toni plumbei, asfissianti tipici della produzione artistica firmata Roger Waters. Mostra una società soggiogata dai poteri forti, orwelliana, non più divisa per classi sociali ma per branchi, mandrie, greggi. Una mutazione antropologica ispirata da quella descritta proprio da George Orwell su Animal Farm e che Waters sfrutta come immagine allegorica per raccontare un’Inghilterra schiacciata tra l’impennata del National Front e le rivendicazioni sociali della working class che spaccano in due una nazione provata dalla crisi economica del 1976. In mezzo a questi due fronti vive la borghesia, ammansita dalla televisione usata come nuovo veicolo di dominio di massa e vivono i figli scontenti di quella borghesia, annoiati da tutto, privati di un futuro che non riescono a immaginare ne’ in fabbrica ne’ in salotto a condividere con mamme e papà l’ennesima puntata di Coronation Street, di The Good Life o di Crossroads.

Fazioni che non dialogano più tra di loro.

Come forse succede anche dentro i Pink Floyd. Che sono la scomposizione del quattro in numeri primi. Ma che sono capaci di assecondare il frastuono delle parolacce scagliate da Waters lungo le tre canzoni lunghissime che rappresentano il vero cuore del disco, piene di versi di animali reali o plagiati (la chitarra di Gilmour che imita il suono dei gabbiani su Pigs o il chiocciare di una gallina su Dogs oppure il synth di Wright che nella parte centrale di Sheep sembra riprodurre il canto delle balene in cattività). Non più il giardino delle delizie di Ummagumma, ma uno zoo post-industriale di animali ammansiti che grufolano nel trogolo dove hanno messo a macerare la loro libertà.

 

Dopo il muro di Berlino quello dei Pink Floyd è il muro più famoso della storia occidentale. Come quello, è una galera. 

Un enorme muro messo su non per proteggere ma per separare.

Pubblicato a ridosso, per ironia beffarda, da quell’invito alla partecipazione e alla gioia collettiva che è l’Off the Wall di Michael Jackson come in un’artificiale e inaspettata sequenza dello Yin e dello Yang dello spettacolo atroce del pop.

Il concept ripercorre come una seduta terapeutica/esorcizzante la storia personale di Roger Waters ed è abitato dai fantasmi delle persone e dalle ombre degli eventi che hanno in qualche modo devastato i suoi primi trentacinque anni di vita.

Genitori, scuola, amici (l’ossessione per Syd Barrett torna a fare capolino in maniera più o meno esplicita lungo tutto il disco, anche facendolo girare a rovescio), successo.    

Artisticamente rappresenta l’atto finale e quasi inevitabile dell’angoscia che ha inseguito come uno spettro i Pink Floyd per tutti gli anni Settanta.

Pietra dopo pietra, mattone dopo mattone (The Dark Side of the MoonWish You Were HereAnimals), i Pink Floyd si sono ritrovati circondati da un muro invalicabile, scollati dalla realtà.

Dentro, sono rimasti solo loro e le loro paure.

I loro cari, i loro amici, il loro pubblico sono là fuori.

Vicini eppure irraggiungibili, come i fantasmi.

Marciano in parata, fuori dal muro. Ma non vengono in pace.

Sfilano su carri armati o su elicotteri da guerra, si fanno annunciare da telefoni che squillano a vuoto, da tamburi funebri, da nocche che battono su porte che non si apriranno mai più.

Prigionieri di un dolore atroce che divora ogni cosa.

Di qua e di là dal muro. 

The Wall parla di tutto ciò, con una cupa aria di fallimento e disastro mai più replicata, neppure nelle scolastiche e sontuose rappresentazioni successive.

È pervaso da una folle aria di paura che ne accentua il dramma che vuole rappresentare. 

Un grandissimo album amaro, un grandissimo amaro spettacolo, un grandissimo film amaro, una grandissima amara metafora sulle ferite della vita rimaste aperte e che non si è avuto la forza o l’opportunità di curare fino a celebrarne il lutto.

L’idea di elaborarne il dolore costruendoci attorno un muro, è nefasta.

The Wall diventa l’obitorio dei Pink Floyd.

Tutto quello che verrà dopo, non sarà più Pink Floyd.

Sarà un circo di luci sfavillanti che celebrerà se stesso all’infinito, senza più aver nulla da dire. Un fatuo spettacolo di tecnica sopraffina, di virtuosismo esagerato, di onanismo artistico prodigioso ma carico di banalità e luoghi comuni.

I Pink Floyd da qui in poi diventano quello di cui fino a quel momento hanno avuto più paura. Una macchina senza anima pronta a rimettere in piedi lo show del Muro ogni qualvolta gli eventi storici o i bisogni economici lo richiedano, svuotandolo di quell’angoscia che l’ha generato per presentarne solo l’ampolla di cemento che l’ha contenuta.

Un po’ quello che qui dentro viene rappresentato nell’atto conclusivo (The Trial/Outside the Wall) di questo monumento alla follia sconsiderata ma necessaria dell’ isolamento, in una sequenza dapprima KurtWeilliana e poi riflessiva dell’abbattimento di un muro che in realtà verrà subito messo in piedi da qualcun altro senza soluzione di continuità (per questo, abilmente, il doppio album verrà strutturato liricamente con modalità “circolare” concludendosi con una riflessione completata dalle liriche poste in apertura. Quindi, di fatto, senza concludersi mai, NdLYS)

La metafora del distacco emozionale individuale viene tuttavia sfruttata per suggerire parallelamente una visione psicologica dell’esasperato estremismo politico che nasce dal medesimo disagio esistenziale, da analoghe condizioni di sociopatie e di aridità empatica ed emozionale.

La lastra di vetro davanti cui Waters si specchia rimanda dunque l’immagine di un malessere che non è solo personale.

A sottolineare lo sbandamento e la schizofrenia che si sono impadroniti di Pink (il protagonista del disco) e del mondo intero, The Wall alterna momenti di profonda desolazione ad esplosioni di rabbia impulsiva, bisogni carnali insoddisfatti a necessità affettive rimaste inascoltate, musica concreta e superbe planimetrie emozionali.

Mancano, rispetto a tutti i Floyd precedenti, le ascese verticali.

Lo slancio verso il mondo fatato degli esordi, presto trasfigurato in proiezioni siderali verso lo spazio interstellare, è adesso diventato uno sguardo introspettivo.

Il distacco dal mondo reale che si compie, questa volta, non lascia più dietro di se semi di girasole e neppure fumi di propulsione ma soltanto una lunga striscia di ricordi angoscianti e una interminabile sequenza di mattoni.

L’assenza di ossigeno non è più quella da “anelito cosmico” ma è, qui, un’apnea soffocante e plumbea da cui è quasi impossibile riemergere con la lucidità che un ascolto distratto pretende. Respiri affannosi percorrono tutte le quattro facciate del lavoro, così come di tanto in tanto ci si trova sorpresi da urla agghiaccianti proprio quando, cinicamente, il gruppo sembra volerci trasportare su tappeti acustici vellutati (come il grido algido che spacca la seconda strofa di Comfortably Numb).

Il 9 Novembre del 1989 il Muro della Vergogna germanica viene abbattuto.

Nel 1994 gli Stati Uniti costruiscono il loro Muro della Vergogna per separarsi dal Messico.

Nel 2002 Israele innalza il Muro della Vergogna per separarsi dalla Palestina.

Quindi India, Iran, Grecia, Buenos Aires, Baghdad, Padova, Rio de Janeiro, Arabia Saudita, Russia si adeguano, innalzando altre vergogne, altri confini, altri muri.

Nel 2016 Donald Trump farà del progetto divisorio col Messico uno dei punti fermi del suo programma elettorale. Vincendo le elezioni.

Dimostrando che il mondo non è cambiato.

Ma che hanno solo spostato le telecamere per farci vedere quello che a Loro piace.

Perché tutto sommato io, voi, siamo solo un altro mattone del muro.

 

Il muro era stato una costruzione gigantesca il cui peso era destinato a schiacciare i Pink Floyd stessi e sulla cui superficie, era facile intuire, il nome della band inglese avrebbe campeggiato in eterno, a monito delle future generazioni. Enormi, vista la mole, erano pure i materiali di risulta. Molti dei quali verranno utilizzati per tirare su le pareti di The Final Cut, la stanza dentro cui si rintana Roger Waters per dare libero sfogo alle sue memorie ossessive sul padre mai più tornato dalla guerra.

È lui l’artefice del disco più oppressivo, claustrofobico e depresso della storia dei Pink Floyd. I solchi, una volta adagiato sul piatto, sono un mare nero senza nessuna onda, ad eccezione dell’increspatura di Not Now John che annuncia l’approssimarsi di qualche tipo di scoglio, la promessa di un approdo, la cura dalla nausea di un viaggio carico di spettri. Nessuna burrasca agita questo vascello sperduto in una nostalgia senza fine la cui piccola ciurma non porta in dono nessuna canzone da cantare.

Tutti però si portano addosso la polvere di The Wall.

Quando si scuotono le loro uniformi, come in Paranoid Eyes e The Final Cut che emula senza eguagliarlo il volo di Comfortably Numb, ne cadono fiocchi un po’ ovunque sul fondo della barca.

Il viaggio, ancora una volta, dopo le rotte stellari del primo decennio, è introspettivo, viscerale, interiore. Con i fantasmi privati che hanno ormai preso il posto dei pianeti, il ricordo degli occhi di Waters Sr. a sostituirsi, non con meno orrore, alle orbite vuote di Syd. E tutto l’universo che sembra essere crollato addosso trascinando con se ogni cosa, Pink Floyd compresi.

 

Alla fine del 1985 quella sacca di solitudine e alienazione in cui Roger Waters si è rinchiuso artisticamente diventa anche una scelta di vita, tirandosi fuori da quello che egli stesso definisce uno spreco di energie.

Quel che resta dei Pink Floyd, ovvero David Gilmour e Nick Mason, torna a pubblicare un disco nel Settembre del 1987 pagando fior di avvocati per poter utilizzare il vecchio nome, riottenuto legalmente solo alla vigilia del Natale di quell’anno, concedendo a Waters l’autorizzazione ad inquinare il mondo con tutto quanto connesso a The Wall. Cosa che Waters puntualmente farà, facendo del muro pinkfloydiano il secondo muro del pianto della storia.

Pink Floyd tuttavia a quel punto non è più esattamente il nome di una “band” ma di un “brand”. I Pink Floyd diventano, fatti fuori Richard Wright (che viene assoldato e pagato come un turnista) e Roger Waters, una filiazione del disastroso progetto solista di David Gilmour che a quel punto decide furbescamente di pubblicare il materiale del suo terzo album sotto l’effige dei Pink Floyd, intitolandolo A Momentary Lapse of Reason.

Quel che ne viene fuori è il monumento funebre che tutto il mondo sta aspettando per potersi inginocchiare e dichiarare la propria devozione ad una musica piena di artifici e di luoghi comuni, il più comune dei quali è la chitarra di Gilmour. Accolta dalla folla con altri luoghi comuni come “senti che stile, che pulizia, che tecnica sopraffina”. Tutte cose vere e non presunte ma ostentate senza più il supporto di una progettualità musicale che vada oltre la laccata superficialità di un rock da FM, che è un po’ l’approdo condiviso dagli altri reduci della vecchia stagione prog inglese, dai Genesis di Invisible Touch agli Yes di Big Generator passando per i Jethro Tull di Crest of a Knave e la Forneria Marconi di PFM?PFM!.

 

Il popolo pinkfloydiano, quello che negli anni Settanta ha investito capitali e finanze per comprare apparecchiature in altissima fedeltà come atto d’amore e giustizia nei confronti dei dischi dei loro beniamini reclama vendetta agli inizi degli anni Novanta. Vuole un prodotto che torni ad oleare i nastri dei loro piatti, a scivolare denso sotto le puntine del proprio stereo o a dare un senso a quella interminabile sequenza digitale di 0 e 1 che la tecnologia ha nel frattempo imposto come nuovo canone d’ascolto. I Pink Floyd concedono loro The Division Bell, che è tutto quello che il pubblico dei Pink Floyd si aspetta dai Pink Floyd: musica formalmente impeccabile. Elegante, compita e virtuosa. Una musica d’arredo che accudisce, vizia e culla il suo pubblico, offrendogli lo spettacolo che esso si aspetta di sentire. Un salotto acustico appena appena più moderno dei divani di The Dark Side of the MoonWish You Were Here o The Wall le cui tappezzerie vengono riadattate su pezzi come Cluster OneWhat Do You Want From MeMaroonedKeep Talking.

È la fine dei Pink Floyd come entità produttiva oltre che creativa.

I Pink Floyd vengono schiacciati dal peso dell’enorme macchina che essi stessi sono diventati.

Welcome to the Machine.

                               

Gli scarti ambient di The Division Bell vengono riassemblati venti anni dopo e pubblicati col titolo di The Endless River. L’inutilità dell’operazione è chiara sin da subito e il suo contenuto eloquente già dalla copertina new-age ma il pinkfloydiano, manco a dirlo, comprerà anche questa raccolta di soporiferi esercizi gilmouriani. Forse addirittura la versione deluxe, allungata con altri inutili pensieri muti, come se già non ci fosse abbastanza ghiaccio e seltz nel cocktail preparato da Gilmour e Mason, ormai orfani di Richard Wright, morto appena due anni dopo il vecchio amico d’infanzia Syd Barrett. Il timbro della chitarra di David rimane inconfondibile ma questo non aggiunge valore ad un disco sciatto, povero di idee e senza alcun ardimento.

Di quel suono capace di uccidere interi banchi di pesci resta solo la leggenda e un nome su un gambero, che proprio in ricordo di quella leggenda viene battezzato Pink Floyd dai ricercatori che ne hanno scoperto la specie.  

The Endless River è un tatuaggio dei Pink Floyd.

Forse neppure quello.

Forse una T-shirt dei Pink Floyd.  

Forse, fra tutte le T-shirt dei Pink Floyd, quella indossata da John Lydon.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

DAVID BYRNE – Songs from the Broadway Production of “The Catherine Wheel” (Sire)  

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Spesso snobbato per la sua attinenza al settore “colonne sonore”, la prima sortita in solista di David Byrne è, ignobilmente, uno dei dischi più sottovalutati della storia della musica contemporanea. Neppure l’inclusione di un paio di brani (Big Business, What a Day That Was) sullo Stop Making Sense dei Talking Heads e l’incredibile popolarità ottenuta da Byrne negli anni Novanta sarebbero bastate a ridare dignità ad un disco di altissimo decor(azi)o(ne). Sono gli anni in cui Byrne sta sperimentando le potenzialità di uno studio domestico e in cui è affascinato dalle musiche del mondo. Gli anni di Remain in Light e My Life in the Bush of Ghosts e delle collaborazioni con Eno che è infatti presenza fattiva alle tastiere, ai sintetizzatori, al basso, al pianoforte, alla chitarra assieme ad altri geniali musicisti come Adrian Belew, Yogi Horton e Richard Horowitz o lo scrittore John Miller Chernoff autore di un illuminante saggio sulle percussioni tribali che viene qui invitato a percuotere un pianoforte modificato (ossia con le corde smorzate, in modo da ottenere un suono sordo ma “in asse” con le melodie del resto dell’orchestra) con un effetto straniante perfettamente climatizzato all’opera messa in piedi da Byrne e Eno.

Campanacci, parquet synthetici, flauti persiani e un grandissimo tappeto percussivo a metà tra il funk e il tribalismo africano e sudamericano, voci trattate alternate a quella diafana di Byrne a fare da sfondo allo spettacolo di danza di Twyla Tharp e pubblicato in forma striminzita su disco nel 1981 (una delle fregature della mia discoteca, visto che nella versione su cassetta intitolata The Complete Score from the Broadway Production of “The Catherine Wheel” pubblicata in contemporanea la durata è raddoppiata a ben 73 minuti, NdLYS) e che vi invito a riscoprire nella sua assoluta seppur atipica bellezza.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ENO – Another Green World (Island)  

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Nel 1975 fa la comparsa sul mercato un cofanetto contenente un mazzo di carte firmate personalmente da Brian Eno e da Peter Schmidt. Su ogni carta, c’è una frase per un totale di 113, queste:

 

Sempre dei primi passi.
Una linea ha due estremi.
Il minimo comune denominatore.
Respira più profondamente.
Non è che una questione di lavoro.
A cosa stai veramente pensando in questo istante ?
Cascate.
La cosa più importante è quella più facilmente dimenticata.
Vi sono delle selezioni ? Considera delle transizioni.
Decora, decora.
Rivalorizzazione (una piacevole sensazione).
Riunisci alcuni elementi in un gruppo e opera sul gruppo.
China il capo.
Bisogna cambiare le parole ?
Metti in ordine.
Indietro.
Qual è la realtà della situazione ?
Corto circuito (prendi una scorciatoia).
Diminuisci, continua.
Accentua le ripetizioni.
Torna sui tuoi passi.
Esamina attentamente i dettagli più imbarazzanti e amplificali.
Valorizza uno spazio vergine collocandolo entro una cornice raffinata.
Il nastro è la musica.
Riempi ogni spazio.
Sottrai gli elementi in ordine di irrilevanza apparente.
Non devi vergognarti di utilizzare le tue idee.
Cambia il ruolo degli strumenti.
Scarta un assioma.
Non cambiare nulla e continua con una consistenza immacolata.
Utilizza personale non qualificato.
Accentua i difetti.
Elimina le ambiguità e sostituiscile con delle specificità.
Fa’ una lista esauriente di tutto ciò che potresti fare ed esegui l’ultima cosa che vi si trova.
È finito ?
L’acqua.
Intenzioni: Nobiltà? Umiltà? Credibilità?
Continua.
Sii più spesso meno critico.
Allontanati dal desiderio.
Il principio dell’inconsistenza.
Consulta altre fonti: promettenti / non promettenti.
Quando la ricerca avrà progredito, qualche cosa si troverà.
Entra nel regno dell’impossibile.
…(carta bianca).
Non lasciarti intimorire dalle cose solo perché sono facili a farsi.
Incremento.
…(altra carta bianca).
Analizza dei mucchi.
Considera più modi di connettere.
Compi un’azione improvvisa, distruttiva e imprevedibile: incorpora.
Fa’ qualcosa di noioso.
Ricorda quelle dolci serate.
Sei un ingegnere.
Immagina quel che fai come una serie di eventi irrelati.
Autoindulgenza disciplinata.
Echi fantasmatici.
Onora il tuo errore come un’intenzione nascosta.
Ascolta la dolce voce.
Non infrangete il silenzio.
Non accentuare una cosa più di un’altra.
Sottrazione semplice.
Osserva l’ordine in cui fai le cose.
Macchinario organico.
Distruggi: nulla / la cosa più importante.
Meccanizza qualcosa d’idiosincratico.
Di che cosa sono sezioni le sezioni ? Immagina un bruco in movimento.
Distorsione temporale.
Bambini che parlano / che cantano.
Accetta i consigli.
Non si tratta di costruire un muro, ma di fare un mattone.
Utilizza dei filtri.
Ricorri a una vecchia idea.
Fra il nulla e qualcosa di più.
Lavora con un ritmo differente.
Sii sporco.
Non avere paura di sfoggiare il tuo talento.
Come l’avresti fatto ?
Abbatti il tuo gioco.
Da libero sfogo al tuo peggiore impulso.
Godimento idiota (?).
È veramente possibile (dopotutto).
Domanda agli altri di lavorare contro la loro migliore
opinione.
Cerca di enunciare il problema nel modo più chiaro possibile.
Abbandona gli strumenti normali.
Che errori hai commesso la volta scorsa ?
Non puoi guadagnare che un punto alla volta.
I bordi: fanne lentamente il giro.
Interroga il tuo corpo.
Umanizza qualcosa sprovvista d’errori.
Concediti un solo sollievo.
Gradazioni infinitesimali.
Nell’oscurità totale, o in una grande camera, molto
dolcemente.
Abbi fiducia nel tuo “io” attuale.
Scopri le ricette di cui ti servi e abbandonale.
C’è bisogno di buchi ?
Definisci un territorio “sicuro” e servitene come un’àncora.
Pensa alla radio.
Esci. Chiudi la porta.
Solo una parte, non il tutto.
Verso l’insignificante.
Fermati un attimo.
Impiega un colore inaccettabile.
Perduto in un territorio inutile.
Recidi un legame vitale.
Sii stravagante.
Ponti: da costruire / da tagliare.
Accentua le differenze.
L’intonazione è corretta ?
Cosa non faresti ?
Qualcuno ne vorrebbe ?
Considera l’approccio eroico.
Non fare niente il più a lungo possibile.
Cosa farebbe il tuo migliore amico ?
Manca qualcosa ?
Utilizza meno note.
Non lasciarti intimorire dai clichés.
Resisti (in apparenza) al cambiamento.
Coraggio !
Vai fino a un estremo, ritorna verso una maggiore comodità.
Un solo elemento per ogni specie.
Equilibra i principi di consistenza e d’inconsistenza.
La ripetizione è una forma di cambiamento.
Scoprimi le specificità e sostituiscile con delle ambiguità.

 

Sono le misconosciute “Strategie Oblique” che Brian Eno userà come base concettuale per alcune sue produzioni (verranno usate spesso per le produzioni di Bowie, dalla trilogia berlinese fino a 1.Outside, così come per la produzione di Viva la Vida dei Coldplay). Frasi criptiche e a volte apparentemente disconnesse dal contesto che hanno lo scopo di sviluppare una coscienza cognitiva laterale. Ovvero: affrontare un apparente ostacolo nella maniera forse meno diretta e istintiva ma spesso più efficace. Una sorta di oracolo che Brian Eno decide di applicare punto per punto durante le registrazioni del suo terzo lavoro solista e che altri faticheranno ad interpretare, in quanto spesso dal significato ambiguo ed apparentemente impenetrabile o, viceversa, talmente banali da venire quindi scartate come ovvie.

Rivisitate nel tempo e per anni oggetto di accanito collezionismo, le Strategie Oblique sono oggi una App gratuita che vi renderà la vita più complicata se avete un Iphone o uno smartphone che gira su Android, così da avere la Sibilla sempre in tasca, qualora serva una voce amica che non pregiudichi nessun equilibrio sociale.

Detto del suo progetto creativo, diciamo adesso del suo contenuto musicale: il mondo verde dipinto da Eno è in realtà il corto-circuito artistico fra la sua fase glam e quella ambient e il raccordo temporale con la new-wave sintetica che arriverà alla fine del decennio (Japan, Tuxedomoon, XTC sono già sparsi come corpi mutilati su Sky Saw, In Dark Trees e St. Elmo’s Fire) e le mutazioni kraute dei pionieri tedeschi, sostituendo alla stravaganza il gelo tipico di certa elettronica ancora di là da fiorire.

Una Gaia creata in vitro nella speranza possa saziare la fame irragionevole di chi ha già devastato la terra che gli fu data in dono.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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