THE REPLACEMENTS – Il grande romanzo americano (con cadavere)

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Un disco che è un conato di vomito. Uno di quelli che in epoca hardcore si riusciva ancora a tirare fuori, magari sopra un palco. O dentro un disco.

Ora che il disgusto ci ha forato lo stomaco, ci mancano quegli anni. Ci mancano i dischi dei Replacements.

A ognuno il suo.

A Federico Fiumani ad esempio manca All Shook Down.

A me ne mancano tre o quattro.

Uno di questi è Sorry Ma, Forgot to Take Out the Trash, straordinario sin dal titolo.

Mi si inceppava la lingua ogni volta che dovevo passarlo in radio, finendo per parlare come un nigeriano dietro un banchetto di cd pirata al mercatino rionale. Ma chi se ne fregava.

 

Era il 1981. Qualcuno di loro era appena maggiorenne. Qualcuno no.

Io avevo undici anni.

Mangiavo conserva di amarene e avevo sul disco il debutto dei Replacements.

Tutto il resto contava poco. Le donne, nulla.

Ma c’era tutto questo gran frastuono, per Dio!

Customer, I Hate Music, Careless, Rattlesnake, Takin’ a Ride, Shut Up, Love You Till Friday.

Non serviva neppure conoscere l’inglese per capire che dentro c’era tutta la sciagurata rabbia dell’adolescenza, quella che vale davvero qualcosa e che nessun’altra rabbia potrà mai eguagliare. Quella che ti fa mettere su una rock band e pensare che possa essere la migliore del mondo, ad eccezione da quella che gira sul tuo stereo.

Quella che brucia e non s’acquieta.

Quella che la miseria umana non la conosce ancora ma la percepisce come avversaria ed ostile.

Quella in cui non pensi ai bisogni degli altri ma solo ai tuoi.

Quella in cui non ti importa del futuro ma solo del presente.

Non metti nulla da parte ma bruci tutto e subito.

Tranne la spazzatura.

I Replacements dimenticano quindi di buttare via la spazzatura.

E la tengono in casa. Seppelliti vivi da un immondezzaio che puzza di malto e di orina.

Il loro disco di debutto risuona di quella sporcizia necessaria.

C’è il gioco linguistico di Something to Dü (con l’impagabile “break the Mould” biascicata in chiusura e le chitarre che suonano più Hüskeriane degli stessi Hüskers).

C’è quella che è probabilmente la più bella ballata dell’epoca hardcore, ovvero l’estremo saluto ante tempus all’amico Johnny Thunders che apre la seconda facciata.

Ci sono i Ramones, Buddy Holly, gli Heartbreakers.

Suonati da teppisti ancora più incapaci dei loro già incapaci maestri.

Non era con quella roba lì che avrebbero conquistato il “tetto” del mondo.

La spazzatura alla fine, l’avrebbero portata fuori anni dopo.

 

Loro erano nel frattempo diventati tutti maggiorenni.

Io avevo compiuto tredici anni.

L’età in cui sarebbero arrivati gli amici.

Qualcuno vero, altri falsi.

Pochi buoni, molti cattivi.

Ma tra tutti il peggiore sono sempre stato io.

 

 

Qui è il Dipartimento di Polizia di Minneapolis.

La festa è finita.

Se prendete tutta la vostra roba e vi togliete di mezzo

Nessuno si farà del male.

La festa è terminata, conclusa.

Prendete la vostra roba e andate via, così non sbatteremo dentro nessuno per stasera.

È questa la registrazione in presa diretta catturata da Terry Katzman durante un improvvisato gig dei ‘Mats nello studio dell’artista visivo Don Holzschuh che introduce a Stink, negli anni in cui Minneapolis era davvero un vascello in fiamme. Ci sono negozi di dischi come il Treehouse e fanzine come Your Flesh che versano benzina sul fuoco. E poi c’è la carne che su quelle vampe si sacrifica: quella dei Soul Asylum di Dave Pirner (per la cronaca, il ragazzo che manda a fare in culo i poliziotti nella registrazione di apertura, NdLYS), dei Final Conflict, degli Otto‘s Chemical Lounge, dei Red Meat e, soprattutto, quella di Hüsker Dü e Replacements.

Suonano tutti veloci e arrabbiati, in quei giorni in cui l’odio ha ancora il sapore di una celebrazione.

Anche gli Hüskers e i Mats suonano incazzati, ma in più si amano e si odiano vicendevolmente.

Chi abita a Minneapolis in quei giorni lo vede coi suoi occhi. Per tutti gli altri ci pensa Paul a rendere manifesta la cosa, dedicando ai rivali la poco tenera Something to Dü sul disco d’esordio.

Ma nonostante tutto si corteggiano, perché bevono dagli stessi bicchieri sporchi dove hanno bevuto i Beatles e dove quei vigliacchi dei punk hanno pisciato dentro.

Così, finiscono per suonare, soprattutto nei primissimi anni, molto simili.

Ma a differenza degli Hüskers i Mats bevono tanto, bevono troppo.

Tanto che Bob Stinson ci lascerà la pelle a 36 anni.

Durante l’autopsia gli troveranno il fegato spappolato come quello di un alcolista ottantenne.

I Replacements dei primi dischi non conoscono altra lingua se quella collerica dell’hardcore anche se di tanto in tanto provano a fermarsi e scrollarsi di dosso quella rabbia come cani dopo un acquazzone estivo.

Succede in White and Lazy, il blues sporcato dall’armonica che apre il secondo lato di Stink che però si conclude con il solito violento attacco di cori hardcore.

Ma accade soprattutto un minuto e mezzo dopo su Go, quella power ballad un po’ raggrinzita che, seguendo la linea amara tracciata da Johnny‘s Gonna Die sul disco di debutto li porterà fino alla Unsatisfied di Let It Be abbozzando le coordinate per certo indie-rock di cui ci abbufferemo anni dopo tra i solchi dei dischi di Dinosaur Jr., Buffalo Tom, Afghan Whigs o Lemonheads, tanto per dire di qualcuno.

Con Stink si spegne la rabbia generazionale dei Replacements, affogata per sempre dentro l’impeto angst di quelle Kids Don‘t Follow, God Damn Job, Stuck in the Middle, Fuck School, Dope Smokin’ Moron che fecero irruzione nel nostro mondo imperfetto con la stessa inattesa grazia della Polizia di Minneapolis nello studio di Holzschuh. Ma voi ve li immaginate i disoccupati di oggi che invece di andare al Concerto del Primo Maggio a cantare O bella ciao tornano ad imbracciare una chitarra ricucita con lo scotch e ad urlare “I need a God damn job right now/An honest job, if I can find one” in faccia ai Sindacati?

Io proprio non riesco…

 

Prima, dico…molto prima degli Uncle Tupelo di No Depression. Ma anche prima degli album di Jason and The Scorchers o Long Ryders…prima c’è stato Hootenanny. Prima di ogni altro paio di camperos, Paul Westerberg e Bob Stinson decidono che è ora di abbattere il recinto del punk e di saltare nel recinto della musica tradizionale americana.

Pogando.

Ubriachi.

Hootenanny è un disco in cui la sobrietà è messa al bando. Dove ognuno suona quel cazzo che gli pare, come gli pare. Secondo le direttive del tutto approssimative di Westerberg: “deve essere come se registrassimo uno degli hootenanny di Pete Seeger”.

E gli altri, eseguono.

Ne viene fuori un disco Picassiano, un puzzle di citazioni e rimandi che solo sul disco successivo verrà messo realmente, volutamente a fuoco. Un disco che può piacere solo a chi piacciono i Replacements.

Gli altri non sono invitati al raduno.

Gli artisti sul palco, dicono, non hanno alcuna intenzione di intrattenere i presenti.

Hootenanny è la fiocina con cui la nave pirata del punk arpiona la musica dei propri nonni e la eviscera fra grugniti e borbottii da farabutti alcolizzati intossicati di colla e veleno per topi.

Poi vanno via, i Replacements. Pensando a come costruire il proprio futuro.   

 

Sul tetto, come i Beatles.

Pronti a lasciarsi andare, come i Beatles.

Belli, (quasi) come i Beatles.

In fuga dalle folle, ancora come i Beatles.

Soffocati da una scena, quella hardcore/punk dei primi anni ’80, che esige più norme di quelle che prometteva di sovvertire, i ‘Mats decidono di allontanarsene il prima possibile.

Lo fanno andando a mescere nel calderone della musica americana, anche quella ritenuta, proprio dagli integralisti hardcore, oscena. Da un eroe perdente come Alex Chilton al teenager pop della DeFranco Family, dall’hard rock pacchiano dei Kiss a quello muscoloso dei Thin Lizzy passando per il country tradizionale di Hank Williams.

Lo fanno soprattutto mettendo in piedi un disco giovane e imperfetto come Let It Be, pieno di rabbia, confusione, romanticismo, insoddisfazione e umorismo.

Il disco perfetto per i tuoi sedici anni. O per i tuoi diciassette. O per quelli a venire.

E lo riconosci subito, non appena parte I Will Dare col basso che pompa e traccia una linea che è ritmica e melodica allo stesso tempo e le chitarre che scintillano nella merda facendo posto alle dita di Peter Buck: perfetta.

Favorite Thing si accende i toni anthemici, come fossimo davanti a dei Clash di periferia.

La prima e unica vera incursione nell’hardcore è quella di We‘re Comin’ Out che vomita rabbia e chitarre fumanti per il primo minuto. Poi, improvvisamente, pare fermarsi e invece riparte lentamente crescendo fino al nuovo assalto finale.

Tommy Gets His Tonsils Out è una previsione fugaziana del punk che verrà.

Androgynous è la prima delle due ballate che arricchiscono l’album.

Un sipario semi-improvvisato da Paul Westerberg al piano con tanto di finale errato.

A chiudere la prima facciata Black Diamond, direttamente dall’omonimo dei Kiss.

Come per la prima facciata, anche la seconda si apre con un capolavoro: una ballata amara intitolata Unsatisfied.

Look me in the eye then, tell me I’m satisfied.

Chiedimi se sono felice, insomma.

Seen Your Video è un riuscito quasi-strumentale che introduce a Gary‘s Got a Boner, dove i ‘Mats suonano come degli Aerosmith imbavagliati.

Sixteen Blue raddolcisce i toni. Alex Chilton è dietro l’angolo che li guarda soddisfatto, ci giurerei.

Paul chiude di nuovo da solo, stavolta alla chitarra elettrica, per Answering Machine. Con lui solo una segreteria telefonica che si inceppa sulla stessa frase.

If you’d like to make a call, please hang up and try again…
If you need help, if you need help, if you need help, if you need help…

Dal tetto della casa di Bob Stinson (dietro quelle finestre c’è la sala prove della band, NdLYS) i Replacements si lanciano all’assalto delle college radio americane. Più di quattrocento stazioni radiofoniche statunitensi ricevono la copia promo di Let It Be direttamente dallo staff della band e tutte spingono il disco fino a farlo diventare il disco indipendente più trasmesso a cavallo tra il 1984 e l’anno successivo. Qualcuno è ancora intrappolato in quella casa di legno, da oltre venticinque anni.

Young, are you?

 

Di tutto quel che è il “sottobosco” underground americano degli anni Ottanta, i Replacements sono i primi in assoluto a firmare e pubblicare un album per una major, anticipando di fatto i R.E.M., i Sonic Youth e gli Hüsker Dü. Ad accaparrarseli è la Sire, l’etichetta che ha tenuto a battesimo il punk newyorkese pubblicando i dischi di Ramones, Dead Boys, Johnny Thunders e Talking Heads e che nel 1980 è stata acquisita in toto dal gruppo Warner. Ma gran parte dei soldi (125.000 dollari) che la Sire investe sui Replacements vengono in realtà dai proventi immensi dovuti alle vendite di Like a Virgin di Madonna. La candidatura di Alex Chilton in veste di produttore di Tim, il disco che inaugura il contratto, viene presto abbandonata in favore di Tommy Ramone. L’addio al mondo indipendente e alle college radio che hanno sostenuto la scena è scritta sui toni di una delle migliori power-songs del disco intitolata Left of the Dial. Gli altri inni fragorosi della stagione si chiamano Kiss Me on the Bus, Bastards of Young e la sottovalutata Hold My Life che apre l’album in maniera atipica, evirata da qualsiasi incipit, come se la band avesse fretta di proseguire il discorso interrotto per motivi di durata sul disco precedente. Cosa che in effetti è. Eppure qualcosa non funziona. Anzi no, al contrario, funziona troppo bene.

È questa la cosa che rende quel che è universalmente ritenuto il capolavoro dei ‘Mats un capolavoro a metà. L’enfasi sulla ritmica, ovvio retaggio del trascorso musicale del produttore, sembra trascinare tutta la band verso terreni più composti, più ordinati, più strutturati, fino a rasentare la banalità rock ‘n roll in I’ll Buy, il grottesco hard-rock in Dose of Thunder, il plagio di Spirit in the Sky nella quasi omonima Waitress in the Sky. Ad un ascolto lucido, imparziale e scevro dal fanatismo siamo davanti alla copia in bella del disordine autarchico che regnava nel disco precedente.

È come se sul luogo dell’incendio fossero arrivati i Vigili del Fuoco e noi stessimo lì a guardare ammirati il rogo che tarda a spegnersi ma che, inevitabilmente, verrà domato. Si approssima la morte, in qualche modo, i Replacements si trasformano in qualcosa d’altro.

Jung, are you?

 

Ebbene si.

Sono tra gli eretici che preferiscono Pleased to Meet Me a Tim, nonostante una consapevolezza, già matura all’epoca, che i dischi migliori i Replacements li avevano già pubblicati tutti e ben presagendo un crollo artistico che si sarebbe rivelato ben più catastrofico di quanto immaginato.

Lo so, lo so benissimo che Pleased to Meet Me è un disco che può facilmente essere smontato. Che ci sono cose rifinite male (la batteria dal suono orribile per esempio), che tutti i vari amori di Westerberg (il blue-eyed soul, il truce hard-rock, il folk, il power-pop, il punk, David Johansen, i riff degli Stones) sono costretti ad una convivenza forse troppo azzardata e per niente integrata, che a volte appare un po’ goffo ed ingombrante, che gonfia il petto come un qualsiasi disco di Huey Lewis o dei Boston, che gli piace farsi guardare.

Però, nonostante tutti i difetti del caso, Pleased to Meet Me è un disco che riesce ad arrampicarsi sul piatto con una certa facilità e a farsi il suo bel giretto arrecando gioia tutt’intorno. 

Bob Stinson non è più della partita ed è Westerberg a farsi carico del lavoro sulle chitarre, cedendo a malapena il posto su un paio di episodi all’idolo Alex Chilton e al figlio del produttore, appena adolescente, che ha lo stile e l’età giusta per sputare dentro una delle canzoni più cattive della scaletta. A contrastarlo, in qualche episodio, viene addirittura scomodata la sezione fiati più importante della città dove lo vanno a registrare: i Memphis Horns. Il risultato è un disco dove, dicevo, molte cose sembrano fuori posto eppure in qualche modo un posto lo riescono a trovare. Sgomitando come dei pensionati in canottiera in fila alle Poste, probabilmente.

O come il camionista un po’ scomposto che continua ad imprecare mentre pigia l’acceleratore e batte il tempo di una qualche canzone FM sul suo sterzo.

Riuscendo a passare, in spregio alle vostre buone maniere.     

 

Nel 1989 i Replacements si cacciano nella selva oscura delle band mainstream, giungendo all’ultimo approdo di quella scoperta della melodia che si era dapprima insinuata tra le crepe del loro muro hardcore come gli spiriti attraverso le fessure degli specchi rotti e, dopo aver ridefinito gli equilibri col rumore punk, adesso aveva completamente addomesticato l’urgenza giovanile dei primi anni trovando terreno sgombro e pronto alla semina nelle nuove, docili canzoni di Paul Westerberg.

Don’t Tell a Soul è il disco con cui i Replacements diventano “di tutti” in virtù di melense ballate come They’re Blind (praticamente Fatti più in là delle Sorelle Bandiera in versione roots, NdLYS) e Rock ‘n Roll Ghost, o sdrucciolevoli strade sterrate sulle quali sembra debbano posteggiare da un momento all’altro i pick-up di Bryan Adams o degli Inxs (I’ll Be You, Achin’ to Be, I Won’t, Anywhere’s Better Than Here). Se in lontananza doveste sentire sgommare un fuoristrada che sta invertendo la marcia, sappiate che è il mio.     

 

All Shook Down esce a poche settimana da No Depression, il disco di debutto degli Uncle Tupelo che avrebbe per un certo periodo battezzato un intero filone di musica alternativa che guardava alla musica roots americana. E l’atto finale dei Replacements trova subito dimora dentro quelle stanze dove giovani artigiani si mettono a restaurare vecchia mobilia folk e country. Loro sono un po’ più anziani ma quel lavoro lo conoscono già bene, perché dopo aver raschiato il punk acceso degli esordi fino a levigarlo su un power-pop ancora pieno di schegge legnose, hanno deciso di puntare al suono acustico del vecchio folk, indicando una rotta che farà presto nuovi proseliti.

All Shook Down è il famoso “disco dei Replacements” cantato da Federico Fiumani e fondamentalmente recensito nel miglior modo possibile, il disco rimasto in vetrina perché ritenuto avvedutamente non essenziale. E del resto chi si avvicina ad un disco dei Replacements dopo Don’t Tell a Soul, lo fa ben consapevole che i dischi dei ‘Mats non sono più necessari, non hanno più quella vibrante urgenza giovanile di Stink o di Let It Be. Suonano già come suoneranno i loro concittadini Soul Asylum da lì a breve. Facendo molti meno soldi però.

Neppure loro esistono più come entità collettiva.

Westerberg li tiene a libro paga.

Mercenari al soldo del vecchio leader che ormai scrive tutto da sé. E scrive roba senza entusiasmo come Someone Take the Wheel, Sadly Beautiful, Attitude, Bent Out of Shape o The Last che è, nei fatti, proprio l’ultima canzone dei Replacements.

Poi, uno ad uno, escono dallo studio.

Westerberg per ultimo.

Sistema un sacco della spazzatura all’angolo del marciapiede.

E va via.         

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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DANNY & DUSTY – The Lost Weekend (Zippo)  

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Visti i presupposti, non era difficile presagire che le derive restauratrici del Paisley Underground potessero trovare un terreno comune costituendo una sorta di cooperativa sociale. Quel terreno, nonostante molti protagonisti si siano già annusati il culo un paio di anni prima nel progetto estemporaneo Rainy Day, dà i suoi frutti migliori in un weekend del Febbraio dell’85, quando i musicisti di Long Ryders, Green on Red e Dream Syndicate si riuniscono, carichi di birre e belle canzoni, al Control Centre Studios di Los Angeles per suonare come una vecchia band da birreria americana.

Registrato senza sovraincisioni ne’ maquillage da sala-trucco, The Lost Weekend è un disco perfettamente integrabile nella discografia dei Green on Red, che proprio nello stesso periodo stanno con decisione virando dall’acid-rock delle prime produzioni verso territori più roots. Piano honky-tonk, lap-steel, dobro, chitarre evocative e richiami alla musica più bianca che si possa immaginare (come quello alla celebre Heart and Soul di Hoagy Carmichael accennata in chiusura di Song for the Dreamers), cartoline virate seppia della terra americana che in quegli anni tornano a far sognare moltitudini di adolescenti, come era successo ai loro padri coi dischi di Neil Young, Eagles e CS&N, tornati nuovamente attuali.

In questo contesto di nostalgia e pathos da pionieri in cui la polvere e il bourbon si aggiungono ai quattro elementi fondamentali della materia, The Lost Weekend risulta uno dei dischi esemplari del movimento retroguardista di quel periodo. La scrittura di Danny (Stuart) e Dusty (Wynn) è vivace, credibile, funzionale. Sembrerebbe la nuova età dell’oro. E invece si era già all’era del silicio.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THIN WHITE ROPE – I crotali del deserto interiore

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Nella gran confusione di ombre lunghe e polvere da sparo che la restaurazione del Paisley Underground portò nel mondo del rock americano degli anni Ottanta, qualcuno pensò che la Sottile Corda Bianca potesse essere assimilata a una di quelle che pendevano spesso da qualche trave per portare al Sommo Giudice un’anima già giudicata, alleggerendogli il lavoro, dimenticando che nel fantasioso universo parallelo di William Burroughs questa metafora servisse a descrivere una striscia di sperma. Fu questo il nome scelto da Roger Kundel e Guy Kyser all’indomani dello scioglimento degli effimeri Lazy Boys per dare un senso di fertilità straripante al nuovo progetto musicale.

Quando nel 1984 registrano Down in the Desert, il pezzo che l’anno successivo aprirà il loro disco di debutto, non sanno neppure loro che stanno costruendo un archetipo sonoro che li imprigionerà loro malgrado per tutta la loro esistenza. Il desert-rock che viene coniato per definire da subito la loro musica nasce in fondo da questo malinteso. Il deserto evocato dai deliri fantastici di Kyser è in realtà geograficamente situato molte molte miglia più a sud della loro soleggiata e pacifica Davis, nella zona del Mojave. Eppure nelle allegorie usate da Guy per descrivere un’adolescenza che, nonostante gli agi che la sua benestante famiglia gli concede, rimane inquieta, il deserto resta paradossalmente l’habitat prediletto per parlare dei suoi animali domestici che diventano mostri preistorici e di ragazze che evaporano come miraggi sotto la canicola. Musicalmente, nella sua opera di reinterpretazione della tradizione del rock americano di due decenni prima (i Quicksilver Messenger Service, i Velvet Underground, Johnny Cash, Neil Young, la country music) Exploring the Axis è più vicino ad Up on the Sun dei Meat Puppets che a Medicine Show.

È un rock che conosce le smorfie del disappunto e del dolore.

Che si stende al sole californiano ma spesso proietta ombre che hanno la sagoma degli spolverini della wave inglese (l’uso del basso in pezzi come SoundtrackLithiumDisney Girl o Atomic Imagery, il cantato “contratto” di Kyser che ha ben poco a che spartire con il tranquillizzante e passionale canto del cerimoniale rock a stelle e strisce, NdLYS). Il geologo Kyser ci trascina per i capelli nel suo deserto. Che è in tutto e per tutto simile al nostro. C’è dentro tutto lo stesso chiasso e tutto lo stesso silenzio di cui ci circondiamo nostro malgrado.    

 

                                                                                 

A due anni dal debutto, i Thin White Rope hanno già una solidissima base di fans (gli Swinging Danglers) e hanno perfettamente definito i contorni di un suono che Exploring the Axis “esplorava” già in maniera personale ma ancora sfocata.

Moonhead, l’album che li riconsegna alle scene, mostra un gruppo all’apice della sua forma, totalmente conscio delle proprie abilità, assolutamente capace di manovrare con estrema destrezza un suono che è erede diretto della psichedelia malvagia ed espressionista dei Television. La solitudine psicologica di Kyser lo spinge in un deserto ancora più disabitato, che non è più quello terrestre.

È l’isolamento cui Kyser si abbandona nello spazio acustico di Thing, disturbato solo dal crepitio elettrico della sei corde di Roger Kunkel che lo affianca come uno spirito negli ultimi secondi di una country song ridestando lo spirito sinistro che incombe implacabile sul resto dell’album e sull’intera discografia della band californiana. E’ questo velo sciamanico a rendere la musica dei Thin White Rope così unica e distante sia dal resto delle formazioni Paisley cui vengono accostati più per comodità che per affinità spirituale, sia dal rampante indie-rock che sta conquistando la scena (Pixies, Dinosaur Jr. in primis) e che da lì a breve diventerà un affare colossale da cui i TWR non trarranno però alcun beneficio.

Moonhead non tenta un’operazione di restauro delle radici ma si sviluppa proiettando ombre scure sul terreno della musica tradizionale americana. Quello che viene fuori, pur sotto un vero turbine di chitarre acide che lavora alacremente per modellare le sagome di questo canyon che il suono dei Thin White Rope sembra disegnare, è un paesaggio inquietante e spettrale che ha più di un ponte di collegamento con certo post-punk inglese. Una tensione che resta sempre accesa, come se la band suonasse circondata da branchi di coyote inaspriti dalla fame e che Kyser si guarda bene dallo smorzare, giocando piuttosto proprio su questo senso di perenne minaccia che la sua musica sembra portarsi addosso e che viene sventolata con fierezza, come un vessillo di fede, uno stendardo di luogotenenza allo sconfinato esercito dell’inquietudine.

A ridosso di Moonhead esce Bottom Feeders, un mini-lp che, come sarà vezzo della band per tutta la carriera, ha il doppio compito di presentare ai fan i risultati delle varie campagne acquisti (in questo caso è John Von Feldt a sostituire il quattro corde di Stephen Tesluk inaugurando una giostra di avvicendamenti alla sezione ritmica che non avrà mai fine) ma soprattutto di promuovere la band con agilità in Europa, terra di conquista e ultima frontiera del sogno di Kyser.  E’ un piccolo campo da allenamento dove la band mette alla prova i nuovi ingaggi, cimentandosi in qualche cover (in questo caso Ain’t That Loving You Baby e Rocket U.S.A), rimodulando qualche vecchio pezzo e provandone di nuovi.

Se i Green on Red erano i Doors, i Long Ryders i Byrds e i Dream Syndicate i Velvet Underground, i Thin White Rope erano i Television del Paisley Underground. Guy Kyser e Roger Kunkel sono le chitarre più visionarie dell’intero movimento.

Dodici sottili corde di nichel che si intrecciano tra loro come nastri d’argento.

Dopo le suggestioni polverose e desertiche dei primi dischi, la musica dei Thin White Rope riposa adesso sotto un enorme sombrero sfoggiando la sua melanina mariachi. Un’abbronzatura fasulla che non serve a squarciare il velo di malinconia che avvolge come un cellophane la musica della band californiana esibita su In the Spanish Cavenonostante l’esuberanza country di Mr. Limpet posta in apertura voglia illuderci dell’esatto contrario. Il “sole rosso” dei Thin White Rope è un sole bastardo che brucia la pelle ma non la scalda. E la voce di Guy non si concede alla bellezza, giocando a fare il lupo mannaro anche dopo che la luna ha lasciato sgombro il cielo rosso del suo amato deserto. Sotto la sua voce, il suono della band si muove con abilità e disinvoltura disarmanti, tracciando un filo che collega Woody Guthrie e Johnny Cash ai Grateful Dead e ai Television. Country&Western, acid-rock, psichedelia

Rimane però, nonostante il cambio di bassista, il contrasto tra il suono torbido delle chitarre (come negli splendidi ricami di Red Sun o nell’incedere zoppo di Munich Eunich) e il suono freddo della sezione ritmica, in particolare della batteria. Un limite di produzione che graverà su tutta la prima fase della carriera del gruppo arginando l’impatto del suono di frontiera dei Thin White Rope e portandolo talvolta (si ascolti Astronomy) pericolosamente vicino a una versione sporca dei Dire Straits, chiudendo dentro un barattolo ermetico l’acido che cola copioso dalle chitarre e il latrato blues che Guy sembra tirar fuori più dalle sue viscere che dalla sua gola messa a dura prova dall’abuso di alcol che colora i giorni della grotta spagnola.

Sul fondo del mare i pirati giacciono senza la loro bottiglia di rum.

Sopra di loro la California aspetta il suo Big One.

È ancora Red Sun a dare forgia al nuovo miniLP  pubblicato per presentare un nuovo avvicendamento, stavolta ai danni di Josef Baker. Dietro le pelli, sul disco, lui c’è ancora, ma su quattro dei sei brani a prendere posto siede Frank French dei True West. Il pezzo chiave del precedente album viene spogliato e presentato in una versione unplugged, con un contorno di cover da brivido fra cui spicca una splendida Some Velvet Morning che da lì in avanti finirà in tutte le scalette live del gruppo e in tutte le raccolte postume che li riguardano.

 

Il nuovo decennio porta una piccola/grande novità per i Thin White Rope: il piccolo marchio della RCA che si affianca a quello della Frontier indica, forse, che la band ce l’ha fatta. O che ce la potrebbe fare.

Non solo. Sack Full of Silver allarga la formazione ad un secondo bassista. Si tratta di Stephen Siegrist dei Sin Eaters (la roots band di San Francisco in cui militò anche Ted Leo dei Pharmacists, NdLYS) che ha il compito di affiancare Von Feldt per dare una spinta ritmica che tuttavia resta piacevolmente impigliata nelle maglie chitarristiche del tipico suono della formazione o si piega, assecondandone le voglie, alle derive country e folk che Kyser sembra voler stavolta toccare con decisione su canzoni come On the FloeTriangleThe Ghost (quasi una variazione neppure troppo originale di In the Pines). I capolavori si chiamano invece Sack Full of Silver (zoppa ballata condotta da un malinconico accordion), Diesel Man (i R.E.M. di Monster prima dei R.E.M. di Monster), le sacche Television che galleggiano su Americana e i cambi di passo di Whirling Dervish, messe lì a ricordarci che il sole, in California come altrove, è un gioco d’ombre e non solo di luci.

Von Feldt lascia la band già durante le registrazioni dell’album, tanto che per il mini Squatter’s Rights uscito a soli due mesi il suo ruolo è già stato preso da Stooert Odom. Ancora tutte cover, qui dentro. Ad eccezione di un curioso brano cantato in origine da Kyser con gli italianissimi Avion Travel e commissionato da Lina Wertmuller per la colonna sonora di In una notte di chiaro di luna (ma qui suonato per intero dai Thin White Rope), a tradire il suo bisogno di fuggire dai luoghi comuni in cui i TWR si sono, un po’ colpevolmente, adagiati. Stanco, come lui stesso dichiarerà, di essere associato al deserto e ai cadaveri delle vacche.

 

Analogo bisogno esprime il tuffo tra le acque vermiglie di The Ruby Sea che è però un bagno tutt’altro che rigenerante.

Si respira un’aria di disfatta, come se dentro quell’imbarcazione che ha lasciato il deserto per avventurarsi al largo ci fosse una ciurma sfinita dalla calentura, partita per nuove terre da esplorare di cui però non si scorge traccia all’orizzonte.

L’isolamento che Guy Kyser si autoimpone per scrivere il nuovo materiale non dà i frutti sperati e anche l’aggiunta di qualche “scarto” delle passate stagioni non aumenta il livello qualitativo di un disco che sa di tempesta placata e che è un po’ la caricatura dell’impetuoso vento desertico dei Thin White Rope, ora ammansito in un country rock più ordinario che sono quasi un preludio alle “canzoni da campo” di Mark Lanegan e delle ballate dei Grant Lee Buffalo (Bartender’s DogThe Clown SongUp to Midnight avvolta nel coro delle sirene) o un tentativo fallito (Christmas SkiesThe Lady Vanishes) di imporre Kyser come il crooner del Mojave.

Alla fine della traversata il capitano Kyser e i suoi marinai si adagiano sulla costa, stremati. Le vele si sono arrese al logorio dei venti e le funi, tutte, si sono al fine spezzate. Anche quella bianca e sottile.

Guy svuota gli ultimi granelli di sabbia rimasti nella sua clessidra sulla spiaggia del nuovo, sconosciuto approdo. Sabbia tra la sabbia. Di nuovo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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WILLARD GRANT CONSPIRACY – Mojave (Slow River)

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È musica disperata quella dei Willard Grant Conspiracy, è lo spleen infinito consumato sulla via del rientro a casa. È la ninna nanna che ci culla tra le braccia di una notte che non ha sogni da portarci. Mojave, uscito a distanza ravvicinata dal precedente Flying Low, prosegue il viaggio sugli asfalti di una musica che si vuole campestre, ma è la ruralità disperata di una terra di nessuno quella che emerge dalle paludi del gruppo bostoniano. L’urlo di rabbia inaspettato che esplode feroce su Go Jimmy Go, apparentemente fuori contesto, è solo l’altra faccia dei languori altrettanto brutali che riempiono il disco e che ti bucano lo stomaco come pallottole.

Gli otto minuti conclusivi di The Visitor riecheggiano, col loro crescendo di archi e chitarre, l’esplodere di una tempesta. Ma è pioggia che non lava quella dei Willard Grant Conspiracy, è pioggia che ti infanga i vestiti, che impaluda le strade, che schiaffeggia le foglie con la furia di un tornado. È acqua che non purifica ma che ti imbratta, ecco cosa. È una lama che ti scava dentro lacerandoti le viscere perchè non c’è arma più pericolosa della nostra anima, quantunque spesso la si decida di lasciarla scarica.

Franco “Lys” Dimauro

 

JOHN MURRY – A Short History of Decay (TV Records)  

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Attenzione.

Perchè vi diranno che è prodotto da Michael Timmins dei Cowboy Junkies, che le sparute parti percussive sono affidate al di lui fratello Peter e che la voce femminile è affidata a Cait O’Riordan dei fu Pogues. Vi diranno della sua parentela con William Faulkner (primo cugino della madre, NdLYS) e probabilmente vi racconteranno pure di quella volta in cui Chuck Prophet si dichiarò sorpreso che John Murry avesse fatto un disco “nonostante se stesso”. Perché, come tutti, John Murry ha in se stesso il suo nemico più acerrimo. Ma il suo nemico è forse più crudele di quello di tanti altri.

Vi diranno tutte queste cose e ve le diranno non solo perché sono vere ma perché “fanno curriculum”, quando si tratta di parlare di un personaggio schivo e pericoloso (a sé stesso più che agli altri) come John Murry. Che, sorprendendo non solo Prophet, arriva a dare un seguito a quel The Graceless Age di cinque anni fa. Come quel disco, il nuovo A Short History of Decay ha si l’aria di una rinascita corporale (Murry è stato strappato per un soffio da morte per overdose) ma cova una persistente angoscia spirituale che la rende insofferente al sorriso interiore che dovrebbe tenerci al riparo dalle intemperie.

John Murry è uno che ha sabotato la sua esistenza in nome di un’incoscienza malgestita e le cui canzoni trasudano di un vuoto d’amore incapace di essere colmato. Un po’ come quelle di Mark Eitzel e di Greg Dulli, del quale qui riprende in chiusura la bella What Jail Is Like.

John Murry ha messo su la cover band della sua stessa solitudine.

Si è scuoiato la pelle e l’ha messa a seccare al sole, per avere una striscia di cuoio a portata di mano, mentre guarda la bellezza del marmo sapendo di essere un uomo sbagliato, come me davanti alla bellezza dischiusa del pastore Davide che uccide i suoi mostri diventati giganti.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

EVAN DANDO – Baby I’m Bored (Fire)  

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Spreco di vinile, cellulosa, policarbonato e tempo per la ristampa deluxe di uno dei dischi più inutili dello scorso decennio. Si tratta del commercialmente fortunato Baby I’m Bored messo su dall’ex-leader dei Lemonheads Evan Dando nel 2003 che adesso viene rimpolpato con un secondo disco di singoli e inediti del periodo per motivare un nuovo tour dell’Abele gemello del Caino Kurt. Il disco è una modesta e sopravvalutata sequenza di canzoni dall’assetto fondamentalmente (ma non esclusivamente) acustico che si candidano ad offrire una versione romantica dell’America rurale ancorandosi fuori tempo massimo a quanto messo in scena dagli Uncle Tupelo dello storico No Depression.

È il country-rock delle buone maniere. Annoiato e noioso.

Quello buono per le college radio, dove infatti Dando viene venerato come un Dio Greco.

Che venga venerato ancora oggi e anche fuori da lì rimane uno dei grandi misteri della musica rock.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

GIANT SAND – Ballad of a Thin Line Man (Zippo)

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La loro longevità e lo status di cult-band che li circonda da sempre, anche dopo che tutto il restante apparato “restauratore” dentro cui avevano mosso i primi passi (quello dei vari Dream Syndicate, Thin White Rope, Long Ryders ecc. ecc.) era crollato giù, restano per me uno dei più grandi misteri del rock. I Giant Sand rimangono una di quelle band che, ciclicamente, torno a volermi far piacere. Rimetto sul piatto, nel lettore o nel riproduttore a nastro i loro dischi (chè ce li ho in tutti i formati, a riprova che i tentativi ci sono stati) armato di buoni propositi e affascinato dall’immaginario evocato dalle loro prime copertine ma, una volta superato lo scoglio dei primi due pezzi (il primo mi serve per ambientarmi, in genere, il secondo per capire se quell’ambiente mi piace o meno), li trovo così privi di fascino che torno a tormentarmi su quale sia il nodo che non riesco a sciogliere nell’approcciarmi alla loro musica. Magari riprendo in mano qualche vecchia recensione, apro qualche libro, risucchio un po’ di polvere d’inchiostro cercando di aspirarne l’entusiasmo che ne ha mosso giudizi così guizzanti di entusiasmo, poi tiro a fatica fino a che i solchi non abbiano respinto la puntina del giradischi come un amante che si è saziato senza divertirsi. E scopro che sulla mia pelle non è passato nessun brivido. E non ho sognato neppure di indiani e cowboy, come mi capitava sovente quando ascolt(av)o del buon roots rock.

Uno di quelli su cui torno più spesso ma non meno malvolentieri che altri è il secondo, quello che stiracchia il titolo di una delle mie canzoni preferite di Mr. Dylan e lo fa diventare Ballad of a Thin Line Man. I Giant Sand lo registrano in contemporanea alle session di Heartland, il secondo album della Band of Black Ranchette, ovvero la filiazione più roots-oriented di Howe Gelb, loro leader indiscusso. Nel gruppo e nella vita di Howe è appena arrivata Paula Jean Brown che lo stesso anno si cimenterà come autrice per il singolo di debutto di Belinda Carlisle, la bella bionda con la quale ha condiviso gli ultimi mesi di vita delle sue Go-Go’s. Durante il breve soggiorno californiano di Gelb dunque i Giant Sand danno alle stampe quello che dovrebbe essere il loro capolavoro.

Che per me non lo è, credo si sia capito.

Nonostante il frastuono di una All Along the Watchtower che potrebbe buttare giù il palazzo e il riff di A Hard Man to Get to Know chiaramente plagiato dalla Misty Mountain Hop dei Led Zeppelin, nonostante Gelb provi a fare Dylan su Who Am I e Reed su Desperate Man, nonostante sfidi i Replacements sulla stessa pista da ballo dell’hootenanny su cui Westerberg si è scatenato qualche anno prima.

Le sue copertine sono proprio belle, Mr. Gelb. Forse lo è anche la sua musica. Forse riproverò ancora una volta a farmela piacere. Forse un giorno ci riuscirò.

E camminerò nel deserto senza più avere paura delle iene e neppure della solitudine.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE LONG RYDERS – Two Fisted Tales (Island)  

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Il cambio ai vertici della sezione inglese della Island impone ai Long Ryders di chiedere asilo artistico presso la sua filiale americana per la quale pubblicano, concedendosi una bella vacanza a Nassau, un disco fantastico come Two Fisted Tales che era però il triste preludio alla fine del gruppo, silurato dal nocciolo duro dei fans più intransigenti con l’accusa di essersi “venduto” ai grandi industriali della Miller Beer, in una sorte condivisa con i “fratelli” Del Fuegos, Db’s e Cruzados e che non è mai stata digerita e compresa ne’ dalla band, ne’ da me. Ma il fanatismo segue spesso strade imprevedibili. Sotto ogni vessillo. Anche sotto quello apparentemente libertario del rock ‘n roll.

Credendo dunque di essere lì lì per imprimere la propria orma nella Walk of Fame hollywoodiana, mentre camminano col naso che guarda al grande cielo californiano, i Long Ryders pestano la più grande girella di merda che abbiano mai potuto calpestare.

L’album che chiude la storia del gruppo vive invece, nonostante gli stessi puristi balordi di cui sopra o i loro parenti stretti ci possano trovare sicuramente qualche indizio di compromesso, in perfetto equilibrio fra quelle che sin dagli esordi sono le due anime della band: quella sanguigna e impetuosa di Sid Griffin e quella più docile, introversa, tranquilla di Stephen McCarthy mentre la ricerca delle radici si risolve adesso in un suono forse meno grezzo che Ed Stasium contribuisce a rendere più energico, vivo, tagliente. Con meno sabbia, meno odore di terra e fieno e più polveri metalliche. I due estratti sono proposti nella sequenza iniziale: Gunslinger Man apre l’album come una delle classiche porte basculanti da saloon. A fare irruzione è il tipico pistolero da pellicola western armato di Smith & Wesson. Dopo di lui, a coprirgli le spalle, entrano gli NRBQ: I Want You è il brano che i Long Ryders scelgono, con la complicità delle Bangles, per assecondare l’imposizione della Island di realizzare una cover version da dare in pasto al nostalgico pubblico americano che compra i dischi della band. Tom Stevens contribuisce con una A Stitch in Time che ha lo stesso profilo di The One I Love dei R.E.M. seppur con un’aria più contadina. Tutto il resto è farina pregevole del sacco di Griffin (l’urlo elettrico di Prairie Fire, l’omaggio alla Guerra Civile di Harriet Tubman’s Gonna Carry Me Home) e McCarthy (la ballata popolare di The Lights in the Way sottolineata dalla fisarmonica di David Hidalgo dei Los Lobos, il mulinello byrdsiano di Man of Misery). A poche settimane dalla stampa, Stevens sarà il primo ad abbandonare il ranch, seguito a ruota da McCarthy, decretando nei fatti la fine dell’avventura dei Long Ryders. Che torneranno di tanto in tanto a proiettare le loro ombre, sempre meno asciutte, lungo le strade ormai asfaltate della lunga pianura americana.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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RUSTIES – Move Along (Tube Jam)

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Come il cervo raffigurato in copertina, pronto a saltare fuori dallo steccato rosso della sua prigione simbolica, è giunta l’ora per i Rusties di varcare il recinto che li confinava nel giro delle cover-bands, seppure di alto bordo.

Una ispirazione, quella di Neil Young, niente affatto tradita e che lambisce il territorio battuto da Move Along. L’effetto deja-vu diventa inevitabile in pezzi come The Show, Soldier of Fortune e Low Spirits, scavati nel legno del totem del canadese come solo chi ne ha sviscerato l’ anima per anni potrebbe osare di scolpire.

Quando la furia elettrica si placa, ciò che resta sotto la polvere sono ballate amare come Move Along, By Your Side o Sinking. Il meglio tuttavia è nascosto tra le pieghe di Tracks (un pezzo che si inghiotte per intero l’ultimo Son Volt, per dire) e nelle spirali di synth di Eclipse, pezzo che vive di un’autonomia concettuale non concessa altrove e che “oscura” l’elenco degli ospiti che correda il lavoro.

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

 

GIANT SAND – Blurry Blue Mountain (Fire)

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Il nuovo Giant Sand esce in buona compagnia: tutto l’ album dei ricordi di Howe Gelb, da Valley of Rain che compie proprio adesso 25 anni fino ai Blacky Ranchette e alle sue sortite soliste ristampato in versione deluxe.

La line-up di BBM conferma quella degli ultimi album in studio, messa su durante le permanenze annuali di Gelb in Danimarca. Gente di cui lui si fida tanto da permettergli di mettere le mani dentro i calamai di inchiostro nero carbone di Chunk of Coil e No Tellin’ o nelle latte di bitume di Monk‘s Mountain e Spell Bound, affini al suo stile classico da uomo in nero, o ancora nel soffuso jazz da balera di Time Flies o dentro una roba da fegato a brandelli come Love Loser che, la cantasse Shane McGowan, ti farebbe vomitare anche l’anima. E se avremmo tranquillamente fatto a meno di una banalità come il sincopato a due voci di Lucky Star Love, ringraziamo Howe per rovesciarci ancora addosso cose come Ride the Rail, Swamp Thing o la nuova versione di Thin Line Man.

Non ne uscirete con un sorriso. Comunque sia, non è detto che ne uscirete.

 

                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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