WILLARD GRANT CONSPIRACY – Mojave (Slow River)

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È musica disperata quella dei Willard Grant Conspiracy, è lo spleen infinito consumato sulla via del rientro a casa. È la ninna nanna che ci culla tra le braccia di una notte che non ha sogni da portarci. Mojave, uscito a distanza ravvicinata dal precedente Flying Low, prosegue il viaggio sugli asfalti di una musica che si vuole campestre, ma è la ruralità disperata di una terra di nessuno quella che emerge dalle paludi del gruppo bostoniano. L’urlo di rabbia inaspettato che esplode feroce su Go Jimmy Go, apparentemente fuori contesto, è solo l’altra faccia dei languori altrettanto brutali che riempiono il disco e che ti bucano lo stomaco come pallottole.

Gli otto minuti conclusivi di The Visitor riecheggiano, col loro crescendo di archi e chitarre, l’esplodere di una tempesta. Ma è pioggia che non lava quella dei Willard Grant Conspiracy, è pioggia che ti infanga i vestiti, che impaluda le strade, che schiaffeggia le foglie con la furia di un tornado. È acqua che non purifica ma che ti imbratta, ecco cosa. È una lama che ti scava dentro lacerandoti le viscere perchè non c’è arma più pericolosa della nostra anima, quantunque spesso la si decida di lasciarla scarica.

Franco “Lys” Dimauro

 

JOHN MURRY – A Short History of Decay (TV Records)  

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Attenzione.

Perchè vi diranno che è prodotto da Michael Timmins dei Cowboy Junkies, che le sparute parti percussive sono affidate al di lui fratello Peter e che la voce femminile è affidata a Cait O’Riordan dei fu Pogues. Vi diranno della sua parentela con William Faulkner (primo cugino della madre, NdLYS) e probabilmente vi racconteranno pure di quella volta in cui Chuck Prophet si dichiarò sorpreso che John Murry avesse fatto un disco “nonostante se stesso”. Perché, come tutti, John Murry ha in se stesso il suo nemico più acerrimo. Ma il suo nemico è forse più crudele di quello di tanti altri.

Vi diranno tutte queste cose e ve le diranno non solo perché sono vere ma perché “fanno curriculum”, quando si tratta di parlare di un personaggio schivo e pericoloso (a sé stesso più che agli altri) come John Murry. Che, sorprendendo non solo Prophet, arriva a dare un seguito a quel The Graceless Age di cinque anni fa. Come quel disco, il nuovo A Short History of Decay ha si l’aria di una rinascita corporale (Murry è stato strappato per un soffio da morte per overdose) ma cova una persistente angoscia spirituale che la rende insofferente al sorriso interiore che dovrebbe tenerci al riparo dalle intemperie.

John Murry è uno che ha sabotato la sua esistenza in nome di un’incoscienza malgestita e le cui canzoni trasudano di un vuoto d’amore incapace di essere colmato. Un po’ come quelle di Mark Eitzel e di Greg Dulli, del quale qui riprende in chiusura la bella What Jail Is Like.

John Murry ha messo su la cover band della sua stessa solitudine.

Si è scuoiato la pelle e l’ha messa a seccare al sole, per avere una striscia di cuoio a portata di mano, mentre guarda la bellezza del marmo sapendo di essere un uomo sbagliato, come me davanti alla bellezza dischiusa del pastore Davide che uccide i suoi mostri diventati giganti.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

EVAN DANDO – Baby I’m Bored (Fire)  

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Spreco di vinile, cellulosa, policarbonato e tempo per la ristampa deluxe di uno dei dischi più inutili dello scorso decennio. Si tratta del commercialmente fortunato Baby I’m Bored messo su dall’ex-leader dei Lemonheads Evan Dando nel 2003 che adesso viene rimpolpato con un secondo disco di singoli e inediti del periodo per motivare un nuovo tour dell’Abele gemello del Caino Kurt. Il disco è una modesta e sopravvalutata sequenza di canzoni dall’assetto fondamentalmente (ma non esclusivamente) acustico che si candidano ad offrire una versione romantica dell’America rurale ancorandosi fuori tempo massimo a quanto messo in scena dagli Uncle Tupelo dello storico No Depression.

È il country-rock delle buone maniere. Annoiato e noioso.

Quello buono per le college radio, dove infatti Dando viene venerato come un Dio Greco.

Che venga venerato ancora oggi e anche fuori da lì rimane uno dei grandi misteri della musica rock.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

GIANT SAND – Ballad of a Thin Line Man (Zippo)

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La loro longevità e lo status di cult-band che li circonda da sempre, anche dopo che tutto il restante apparato “restauratore” dentro cui avevano mosso i primi passi (quello dei vari Dream Syndicate, Thin White Rope, Long Ryders ecc. ecc.) era crollato giù, restano per me uno dei più grandi misteri del rock. I Giant Sand rimangono una di quelle band che, ciclicamente, torno a volermi far piacere. Rimetto sul piatto, nel lettore o nel riproduttore a nastro i loro dischi (chè ce li ho in tutti i formati, a riprova che i tentativi ci sono stati) armato di buoni propositi e affascinato dall’immaginario evocato dalle loro prime copertine ma, una volta superato lo scoglio dei primi due pezzi (il primo mi serve per ambientarmi, in genere, il secondo per capire se quell’ambiente mi piace o meno), li trovo così privi di fascino che torno a tormentarmi su quale sia il nodo che non riesco a sciogliere nell’approcciarmi alla loro musica. Magari riprendo in mano qualche vecchia recensione, apro qualche libro, risucchio un po’ di polvere d’inchiostro cercando di aspirarne l’entusiasmo che ne ha mosso giudizi così guizzanti di entusiasmo, poi tiro a fatica fino a che i solchi non abbiano respinto la puntina del giradischi come un amante che si è saziato senza divertirsi. E scopro che sulla mia pelle non è passato nessun brivido. E non ho sognato neppure di indiani e cowboy, come mi capitava sovente quando ascolt(av)o del buon roots rock.

Uno di quelli su cui torno più spesso ma non meno malvolentieri che altri è il secondo, quello che stiracchia il titolo di una delle mie canzoni preferite di Mr. Dylan e lo fa diventare Ballad of a Thin Line Man. I Giant Sand lo registrano in contemporanea alle session di Heartland, il secondo album della Band of Black Ranchette, ovvero la filiazione più roots-oriented di Howe Gelb, loro leader indiscusso. Nel gruppo e nella vita di Howe è appena arrivata Paula Jean Brown che lo stesso anno si cimenterà come autrice per il singolo di debutto di Belinda Carlisle, la bella bionda con la quale ha condiviso gli ultimi mesi di vita delle sue Go-Go’s. Durante il breve soggiorno californiano di Gelb dunque i Giant Sand danno alle stampe quello che dovrebbe essere il loro capolavoro.

Che per me non lo è, credo si sia capito.

Nonostante il frastuono di una All Along the Watchtower che potrebbe buttare giù il palazzo e il riff di A Hard Man to Get to Know chiaramente plagiato dalla Misty Mountain Hop dei Led Zeppelin, nonostante Gelb provi a fare Dylan su Who Am I e Reed su Desperate Man, nonostante sfidi i Replacements sulla stessa pista da ballo dell’hootenanny su cui Westerberg si è scatenato qualche anno prima.

Le sue copertine sono proprio belle, Mr. Gelb. Forse lo è anche la sua musica. Forse riproverò ancora una volta a farmela piacere. Forse un giorno ci riuscirò.

E camminerò nel deserto senza più avere paura delle iene e neppure della solitudine.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE LONG RYDERS – Two Fisted Tales (Island)  

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Il cambio ai vertici della sezione inglese della Island impone ai Long Ryders di chiedere asilo artistico presso la sua filiale americana per la quale pubblicano, concedendosi una bella vacanza a Nassau, un disco fantastico come Two Fisted Tales che era però il triste preludio alla fine del gruppo, silurato dal nocciolo duro dei fans più intransigenti con l’accusa di essersi “venduto” ai grandi industriali della Miller Beer, in una sorte condivisa con i “fratelli” Del Fuegos, Db’s e Cruzados e che non è mai stata digerita e compresa ne’ dalla band, ne’ da me. Ma il fanatismo segue spesso strade imprevedibili. Sotto ogni vessillo. Anche sotto quello apparentemente libertario del rock ‘n roll.

Credendo dunque di essere lì lì per imprimere la propria orma nella Walk of Fame hollywoodiana, mentre camminano col naso che guarda al grande cielo californiano, i Long Ryders pestano la più grande girella di merda che abbiano mai potuto calpestare.

L’album che chiude la storia del gruppo vive invece, nonostante gli stessi puristi balordi di cui sopra o i loro parenti stretti ci possano trovare sicuramente qualche indizio di compromesso, in perfetto equilibrio fra quelle che sin dagli esordi sono le due anime della band: quella sanguigna e impetuosa di Sid Griffin e quella più docile, introversa, tranquilla di Stephen McCarthy mentre la ricerca delle radici si risolve adesso in un suono forse meno grezzo che Ed Stasium contribuisce a rendere più energico, vivo, tagliente. Con meno sabbia, meno odore di terra e fieno e più polveri metalliche. I due estratti sono proposti nella sequenza iniziale: Gunslinger Man apre l’album come una delle classiche porte basculanti da saloon. A fare irruzione è il tipico pistolero da pellicola western armato di Smith & Wesson. Dopo di lui, a coprirgli le spalle, entrano gli NRBQ: I Want You è il brano che i Long Ryders scelgono, con la complicità delle Bangles, per assecondare l’imposizione della Island di realizzare una cover version da dare in pasto al nostalgico pubblico americano che compra i dischi della band. Tom Stevens contribuisce con una A Stitch in Time che ha lo stesso profilo di The One I Love dei R.E.M. seppur con un’aria più contadina. Tutto il resto è farina pregevole del sacco di Griffin (l’urlo elettrico di Prairie Fire, l’omaggio alla Guerra Civile di Harriet Tubman’s Gonna Carry Me Home) e McCarthy (la ballata popolare di The Lights in the Way sottolineata dalla fisarmonica di David Hidalgo dei Los Lobos, il mulinello byrdsiano di Man of Misery). A poche settimane dalla stampa, Stevens sarà il primo ad abbandonare il ranch, seguito a ruota da McCarthy, decretando nei fatti la fine dell’avventura dei Long Ryders. Che torneranno di tanto in tanto a proiettare le loro ombre, sempre meno asciutte, lungo le strade ormai asfaltate della lunga pianura americana.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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RUSTIES – Move Along (Tube Jam)

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Come il cervo raffigurato in copertina, pronto a saltare fuori dallo steccato rosso della sua prigione simbolica, è giunta l’ora per i Rusties di varcare il recinto che li confinava nel giro delle cover-bands, seppure di alto bordo.

Una ispirazione, quella di Neil Young, niente affatto tradita e che lambisce il territorio battuto da Move Along. L’effetto deja-vu diventa inevitabile in pezzi come The Show, Soldier of Fortune e Low Spirits, scavati nel legno del totem del canadese come solo chi ne ha sviscerato l’ anima per anni potrebbe osare di scolpire.

Quando la furia elettrica si placa, ciò che resta sotto la polvere sono ballate amare come Move Along, By Your Side o Sinking. Il meglio tuttavia è nascosto tra le pieghe di Tracks (un pezzo che si inghiotte per intero l’ultimo Son Volt, per dire) e nelle spirali di synth di Eclipse, pezzo che vive di un’autonomia concettuale non concessa altrove e che “oscura” l’elenco degli ospiti che correda il lavoro.

 

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

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GIANT SAND – Blurry Blue Mountain (Fire)

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Il nuovo Giant Sand esce in buona compagnia: tutto l’ album dei ricordi di Howe Gelb, da Valley of Rain che compie proprio adesso 25 anni fino ai Blacky Ranchette e alle sue sortite soliste ristampato in versione deluxe.

La line-up di BBM conferma quella degli ultimi album in studio, messa su durante le permanenze annuali di Gelb in Danimarca. Gente di cui lui si fida tanto da permettergli di mettere le mani dentro i calamai di inchiostro nero carbone di Chunk of Coil e No Tellin’ o nelle latte di bitume di Monk‘s Mountain e Spell Bound, affini al suo stile classico da uomo in nero, o ancora nel soffuso jazz da balera di Time Flies o dentro una roba da fegato a brandelli come Love Loser che, la cantasse Shane McGowan, ti farebbe vomitare anche l’anima. E se avremmo tranquillamente fatto a meno di una banalità come il sincopato a due voci di Lucky Star Love, ringraziamo Howe per rovesciarci ancora addosso cose come Ride the Rail, Swamp Thing o la nuova versione di Thin Line Man.

Non ne uscirete con un sorriso. Comunque sia, non è detto che ne uscirete.

 

                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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WACO BROTHERS – Going Down in History (Bloodshot)

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L’amore di Jon Langford per la country music e la musica tradizionale americana ha radici lontane. Una fascinazione che lo aveva già sedotto quando abitava ancora in Inghilterra ed era saldamente alla guida dei suoi Mekons, costretti nella metà degli anni Ottanta a mutare pelle proprio in virtù di questa infatuazione.

I Waco Brothers sono nati nel 1995 per assecondare in toto questo suo sfizio. All’inizio, una semplice live band che porta in giro per i locali di Chicago il suo repertorio di roots rock, poi via via un progetto discografico che ha prodotto otto dischi in dieci anni, prima di allentarsi un po’ tanto da arrivare al decimo album solo adesso.

Going Down in History non è fatto per accontentare i puristi. Ha piuttosto a che fare con certi dischi muscolosi dei Meat Puppets degli anni Novanta, rasentando la parodia in un paio di episodi, in particolare quelli che fanno da preludio alla bella versione di All or Nothing, incisa in memoria dell’amico Ian McLagan che la registrò con gli Small Faces nel lontano 1966.

I Waco Brothers non sono mai stati i Coal Porters del resto, e Going Down in History non fa che confermare come il roots rock sia per loro solo un pretesto per mettere in scena il loro power-pop bello robusto. Tanto che ascoltando e riascoltando Had Enough alla fine riesci quasi a convincerti di avere sul piatto un disco di Dom Mariani o degli ultimi Sick Rose così come i cori di Lucky Fool sono un omaggio fin troppo evidente ai lupi londinesi di Warren Zevon.

Nessuna mandria da governare, nessuna fattoria da ristrutturare, nessuno sceriffo da maledire, dentro la “storia” dei Fratelli Waco. E a me sta bene così.

 

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE LONG RYDERS – Final Wild Songs (Cherry Red)    

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Negli Stati Uniti avere i beatle boots ai piedi al posto dei camperos non ti salva dal pestare lo sterco di vacca, neanche se vivi a Los Angeles e non nella grande provincia agricola americana.

Accade così che Sid Griffin, mentre percorre col suo amico/nemico Shelly Ganz il Sunset Strip, mette il piede nella merda. Sid abbassa gli occhi, poi li alza al cielo imprecando. Si piega per pulire ed è in quel preciso momento che decifra il segnale.

Saluta in fretta Shelly con cui sta avendo un diverbio sulla direzione musicale da dare alla loro band e corre a casa. Si sfila gli stivaletti ancora sporchi di concime già secco come biada, mette sul piatto Sweetheart of the Rodeo, telefona agli altri suoi amici degli Unclaimed, Steve McCarthy e Greg Sowders e li convoca a casa sua. Ha avuto una folgorazione. Ora sa cosa vuole: abbandonare Ganz ai suoi deliri psichedelici e dedicare la sua vita alla musica rurale americana, secondo i vangeli di Gram Parsons, Gene Clark, Stephen Stills. Nascono così i Long Ryders, la più tradizionalista tra le band restauratrici che stanno risanando il rock americano e riappiccicando una ad una tutte le stelle sulla Old Glory statunitense.

Pubblicano dapprima un EP (10-5-60) e poi un intero album (Native Sons), agganciano prima Steve Wynn e quindi Gene Clark in persona, che regala la sua voce su Ivory Tower. Poi sganciano entrambi, mentre il loro nome si impone all’attenzione del grande pubblico. Sono queste le incisioni del primo biennio che, assieme a un bel gruzzoletto di cover dello stesso periodo (una incredibile Masters of War dominata dalla lap steel, Where Did You Sleep Last NightThe Rains ComeYou Can’t Judge a Book by the CoverFurther Along), occupano il primo dei quattro cd di questo box che copre tutta la carriera “ufficiale” dei Long Ryders (ad esclusione quindi del bootleg Metallic B.O. e dei live postumi), quelle in cui Griffin sta tracciando, proprio come i vecchi pionieri americani, il solco della propria identità artistica. Orgogliosamente patriottica, volutamente e fortemente avvinghiata alle radici della musica americana. Ed infatti è così che verrà ribattezzata, esattamente dieci anni dopo: Americana. All’epoca del debutto dei Ryders invece viene coniato il termine cow-punk come a voler sottolineare la natura contadina, sanguigna, passionale di questi giovani eroi del rock in fuga dalle metropoli che del punk conservano l’irruenza ma non i tratti urbani. Che probabilmente sarebbero cacciati da un raduno country come era successo vent’anni prima al Dylan elettrico durante il Folk Festival ma che invece vengono accolti con entusiasmo nel circolo del  dopolavoro per i restauratori statunitensi del Paisley Underground grazie al tiro di pezzi come Join My Gang10-5-60Final Wild SonWreck of the 809Still Get ByRun Dusty RunIvory Tower piene di arpeggi byrdsiani, lampi power-pop scaricati dalla nube Flamin’ Groovies, veloci assoli di mandolino e banjo nella più classica tradizione bluegrass, truci hoedown da epopea western che inscenano un rodeo polveroso e avvincente che fa dei Long Ryders i migliori mandriani della stagione.

 

Sulla scorta di queste piccole zolle di terra americana, nel 1985 i Long Ryders sono fra le prime band dell’underground statunitense a finire sotto contratto con una major. Prima ancora di Hüsker Dü, Sonic Youth, R.E.M.. A portarli alla corte di Dave Robinson (finito alla Island dopo l’acquisizione da parte di quest’ultima della sua Stiff Records) ci pensa Nick Stewart, il cui amore per la roots music statunitense gli varrà il titolo di Mr. Capitan America e lo porterà a fondare un’etichetta dedicata all’“Americana” chiamata Gravity.

Il risultato si intitola State of Our Union.

Registrato nei Chipping Norton Recording Studios con il produttore di area Stiff Will Burch, si apre con quello che, attraverso i richiami al mito della frontiera americana e un riff incalzante, diventa il pezzo-simbolo della band californiana: Looking for Lewis & Clark trascina i cowboys al caldo della Top75 britannica per un mesetto facendoli rientrare in patria trionfanti e carichi di energia per poter affrontare la recensione al veleno che Bart Bull riserva loro sulle colonne di Spin rimproverandoli di essere dei figuranti buoni per fare i sosia dei Buffalo Springfield. E in effetti il secondo album dei Long Ryders abbonda di retorica. Funzionale però alla missione di restauro che loro, e non solo loro (basti pensare a Del Fuegos, Beat Farmers, Blasters o Jason and The Scorchers), intendono divulgare, amanuensi della tradizione country/rock a stelle e strisce. La rivoluzione di cui Bull li rimprovera di sventolare soltanto la bandiera se c’è stata è già stata fatta molti anni prima da gente come Byrds e Flying Burrito Bros. I Long Ryders ne perpetuano la memoria, senza sconsacrarne il sepolcro.

Ancora più bello del primo è però il pezzo successivo, una scintillante ballata power-pop figlia diretta dei Flamin’ Groovies scritta da Stephen McCarthy che più tardi verrà riportata in Inghilterra dai Dr. Feelgood. Sull’album sono messe in sequenza, a dare un senso a tutto il percorso di un disco che, nonostante qualche momento di stanca (WDIAHere Comes That Train AgainTwo Kinds of Love), oscilla abilmente fra le polverose piste dei pionieri e certo pub-rock che i Ryders tornano a respirare durante il soggiorno inglese (Dave Edmunds e Nick Lowe in primis).

 

Il cambio ai vertici della sezione inglese della Island impone ai Long Ryders di chiedere asilo artistico presso la sua filiale americana per la quale pubblicano, concedendosi una bella vacanza a Nassau, un disco fantastico come Two Fisted Tales che era però il triste preludio alla fine del gruppo, silurato dal nocciolo duro dei fans più intransigenti con l’accusa di essersi “venduto” ai grandi industriali della Miller Beer, in una sorte condivisa con i “fratelli” Del Fuegos, Db’s e Cruzados e che non è mai stata digerita e compresa ne’ dalla band, ne’ da me. Ma il fanatismo segue spesso strade imprevedibili. Sotto ogni vessillo. Anche sotto quello apparentemente libertario del rock ‘n roll.

Credendo dunque di essere lì lì per imprimere la propria orma nella Walk of Fame hollywoodiana, mentre camminano col naso che guarda al grande cielo californiano, i Long Ryders pestano la più grande girella di merda che abbiano mai potuto calpestare.

L’album che chiude la storia del gruppo vive invece, nonostante gli stessi puristi balordi di cui sopra o i loro parenti stretti ci possano trovare sicuramente qualche indizio di compromesso, in perfetto equilibrio fra quelle che sin dagli esordi sono le due anime della band: quella sanguigna e impetuosa di Sid Griffin e quella più docile, introversa, tranquilla di Stephen McCarthy mentre la ricerca delle radici si risolve adesso in un suono forse meno grezzo che Ed Stasium contribuisce a rendere più energico, vivo, tagliente. Con meno sabbia, meno odore di terra e fieno e più polveri metalliche. I due estratti sono proposti nella sequenza iniziale: Gunslinger Man apre l’album come una delle classiche porte basculanti da saloon. A fare irruzione è il tipico pistolero da pellicola western armato di Smith & Wesson. Dopo di lui, a coprirgli le spalle, entrano gli NRBQ: I Want You è il brano che i Long Ryders scelgono, con la complicità delle Bangles, per assecondare l’imposizione della Island di realizzare una cover version da dare in pasto al nostalgico pubblico americano che compra i dischi della band. Tom Stevens contribuisce con una A Stitch in Time che ha lo stesso profilo di The One I Love dei R.E.M. seppur con un’aria più contadina. Tutto il resto è farina pregevole del sacco di Griffin (l’urlo elettrico di Prairie Fire, l’omaggio alla Guerra Civile di Harriet Tubman’s Gonna Carry Me Home) e McCarthy (la ballata popolare di The Lights in the Way sottolineata dalla fisarmonica di David Hidalgo dei Los Lobos, il mulinello byrdsiano di Man of Misery). Belle altrettanto le bonus che completano il cd dedicato a quest’annata, con le out-takes dello stesso album e qualche provino per il successivo e irrealizzato terzo album per la Island e che i fedelissimi conoscono già grazie alla raccolta Polygram del 1998 o sui successivi dischi solisti di Stevens che sarà il primo ad abbandonare il ranch, seguito a ruota da McCarthy, decretando nei fatti la fine dell’avventura dei Long Ryders. Che torneranno di tanto in tanto a proiettare le loro ombre, sempre meno asciutte, lungo le strade ormai asfaltate della lunga pianura americana.                                                                        

La chicca vera del cofanetto è ad ogni modo rappresentata dal quarto cd con la documentazione di un concerto olandese del 1985. Non perché l’esibizione, con gli strumenti che suonano più come delle cigar box che come bufali al trotto,  goda di particolare pregio o perché il repertorio offra chissà quali brividi inediti ma in quanto si tratta di materiale altrimenti irreperibile e che, buffo a dirsi quando si parla di gente che nella polvere sembrava davvero poterci resistere per sempre, valeva la pena rispolverare.

Questo è il racconto dell’ultima guerra di secessione americana.

Non ve ne saranno altre.

 

 

                                                                         Franco “Lys” Dimauro

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JEFFREY LEE PIERCE – Va tutto bene mamma, sto solo sanguinando  

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Jeffrey Lee Pierce, ideatore, compositore e cantante della seminale band di swamp-blues e post-punk Gun Club è morto all’età di 37 anni.

Pierce è morto Domenica a Salt Lake City di emorragia cerebrale. Il suo amico e collega musicista Keith Morris lo ha dichiarato lo scorso Lunedì.

Popolare in Europa così come nell’area di Los Angeles, Pierce aveva ricostituito il suo gruppo diverse volte, ha vissuto in Europa per un decennio e lì ha registrato il suo ultimo disco, In Exile, nel 1992.

 

L’annuncio scritto da Myrna Oliver sul Los Angeles Times del 2 Aprile 1996 è scarno e impreciso (In Exile è in realtà una raccolta, tra l’altro assemblata da un’etichetta californiana. Gli ultimi dischi di Jeffrey sarebbero stati Lucky Jim e Ramblin’ Jeffrey Lee, NdLYS).

Nella città degli angeli, ogni tanto ne cade giù qualcuno.

Non c’è da meravigliarsi.

Soprattutto se ha l’epatite, se è malato di cuore, gonfio di alcool ed eroina e è sieropositivo. Non merita più di otto righe. E tante gliene toccano.

Diciassette anni prima aveva spiccato il volo proprio da qui, Jeffrey.

Già avvolto dalle fiamme. A picco sull’oceano.

Fuoco e acqua. Le sue ossessioni.

Fire of Love esce sull’etichetta dell’amico Chris D. (che produce metà del disco lasciando a Tito Larriva l’onere di produrre l’altra metà) quando la band ha già cominciato ad oliare sul palco la sua miscela di punk e Delta-blues.

Suonano spesso assieme ai Cramps.

Così spesso che Lux si innamora del tocco primitivo di Kid Powers e Jeff della culotte maculata di Poison Ivy. Così il primo si porta “Congo” a New York prima ancora che possa entrare in studio con il club di Lee Pierce.

 

Jeffrey scrive una canzone per Miss Edera Velenosa: For the Love of Ivy.

 

Sembri un Elvis tornato dall’Inferno, le dice. Mentre sotto di lui il blues cede il passo al rumore come se lo zenzero swamp dei Creedence Clearwater Revival venisse piantato sotto la palude limacciosa delle primordiali risaie garage.

Il veloce treno del punk sfreccia sopra Sex Beat, Ghost on the Highway e She‘s Like Heroin to Me.

Quello più lento e doloroso del blues su Promise Me e la Cool Drink of Waters di Tommy Johnson stirata fino a sei minuti.

Binari che spesso si intersecano e su cui passano treni neri e spiriti infuocati.

Ogni canzone, un flacone di veleno, proprio come raffigurato sul retro copertina.

Come per Gravest Hits dei Cramps, un rituale voodoo celebrato tra le cantine di una metropoli americana. Gli spiriti di Robert Johnson e Slim Harpo zoppicano tutt’intorno, pregando il blues

 

Ogni qualvolta mi sia capitato di riflettere sul fatto che un disco come Los Angeles degli X fosse stato prodotto da Ray Manzerek mi sono sempre autoconvinto che, fosse stato ancora vivo, Jim Morrison nella sua vita post-Doorsiana si sarebbe occupato di produrre Miami dei Gun Club.

Ho fatto di più: come quando reiteri una bugia così a lungo e con tale persuasiva convinzione da scordare realmente la verità e costruire su quella menzogna una nuova verità più comoda non solo per gli altri ma pure per te,  mi sono realmente convinto che il secondo disco della formazione californiana sia stato prodotto da Jim Morrison.

Ho preso un Uni Posca® e ho modificato le note di copertina di questo Ape 6001 cancellando quel “produced by Chris Stein” e rettificandolo a mio piacimento.

Poi, mi sono nuovamente seduto ad ascoltare.

E ho pensato che avevo fatto bene.

A Miami, il 1 Marzo del 1969, Jim Morrison viene arrestato e processato per atti contro la pubblica decenza. Alla sua morte, due anni più tardi, quella sentenza era ancora sospesa davanti la giuria della Corte d’Appello.

A Miami, il 20 Settembre del 1982, lo spirito di Morrison si ricongiunge finalmente a quello dello sciamano agonizzante intravisto dal piccolo Jim nel deserto di Albuquerque.

L’autostrada spalmata di Indiani insanguinati.

Miami annoda il punk attorno alle visioni voodoo di Jeffrey Lee Pierce e lo annega nelle paludi delle Everglades e nel bitume di una metropoli che si affaccia all’Oceano sfoggiando le sue palme californiane alte trenta metri.

Un disco che scava nel petto dell’America fino a strapparne il suo cuore sanguinante, influenzato dallo swamp rock, dal mardi gras, dall’hillbilly, dal blues, dal country & western, dalla musica dei nativi, dai Creedence, da Dr. John, da Link Wray e da Slim Harpo.

La musica dei Gun Club diventa melodrammatica e angosciosa, animata da una disperazione apocalittica, avvolta da toni epici e sinistri. Nella vana attesa che il Grande Spirito gli si riveli Jeffrey Lee Pierce si denuda e tira fuori i demoni che lo abitano e lo divorano dall’interno in un rituale sciamanico che lo trasforma in lupo (l’ululato di Texas Serenade), in coyote (Devil in the Woods) o in cavallo (il galoppo di Mother of Earth), in stregone fotografato ad invocare Shango (Like Calling Up Thunder) o in Uomo-Cocomero (Watermelon Man).

Le sottili linee di steel guitar di Ward Dotson che scorrono lungo tutto il disco, (palesamente ispirate allo stile di Scotty Moore sui primi dischi di Elvis, NdLYS) sono strisce di saliva sulle ferite aperte di Lee Pierce mentre lui strappa ad uno ad uno i petali dal suo fiore maledetto. Correndo lungo la foresta, invocando la tempesta, dormendo nella città insanguinata. Senza pace.

                                                                                             

Per andare da Miami a Las Vegas devi percorrere circa 4000 chilometri, viaggiando in direzione ovest lungo l’Interstate 10  e spaccando in due il sud degli States.

Sono poco più di un giorno e mezzo di auto, se non ti fermi a pisciare.

I Gun Club ci mettono due anni esatti.

Però si fermano un sacco di volte.

 

Lo fanno per registrare Death Party ad esempio. Un EP che documenta il breve periodo di Jim Duckworth (ex-Panther Burns) alla chitarra. È snello e veloce, contiene una delle più belle canzoni di Jeffrey (House on Highland Ave., NdLYS) e raccoglie nuovi proseliti, malgrado il successo, quello vero, non arrivi ne’ adesso ne’ poi. Ma è un disco di una bellezza assoluta. Un motel sporco di grasso e di sperma lungo l’autostrada che unisce la Florida al Nevada.  

Scendono in ogni motel che trovano per farsi di droga, bere fino a vomitare sangue, mangiare cheeseburger e litigare.

Ogni tanto caricano qualche autostoppista e perdono qualche passeggero.

Rob Ritter scende a pochi chilometri da Miami, Terry Graham e Ward Dotson quasi a metà strada. Graham lo ritroveranno molte miglia più avanti, quasi alle porte di Las Vegas, in compagnia del vecchio amico Kid Congo Powers. Salgono in auto mentre Jim e Dee Pop, i due autostoppisti saliti nel New Mexico vengono scaricati in Arizona. In auto è rimasta solo Patricia Morrison, una goth-girl di Los Angeles che ha suonato il basso nei Bags e nei Legal Weapon del primo EP. Quando la Buick arriva a Las Vegas, nel Marzo del 1984, dai suoi sportelli scendono lei, Jeffrey, Terry e Kid Congo. Durante il viaggio Jeffrey ha consumato le sue solite cassette di vecchio blues ma di notte, durante quelle splendide e stregate notti americane, ha cominciato ad ascoltare qualche nastro di jazz. Sun Ra, John Coltrane, Pharoah Sanders. Poi, man mano che le luci della metropoli si fanno più vicine, Jeffrey sente la nostalgia della Las Vegas dell’epoca del Rat Pack.

Le voci di Frank Sinatra, Sammy Davis Jr., Dean Martin, Joey Bishop.

Il dolore di Ella Fitzgerald e Billie Holiday.

La musica di George Gershwin.

La Las Vegas che però viene raccontata su The Las Vegas Story ha un colore diverso, un’altra luce, un odore differente.

È una Las Vegas vista attraverso i centosessanta chilometri di vasi sanguigni pieni di sangue ed eroina e attraverso il fegato pieno d’alcol e bile di Jeffrey Lee Pierce. Las Vegas brucia sotto un mucchio di merda di cane – scrive nel poema che introduce al disco – Le sue fontane sparano sangue e piscio e bruciano petrolio. Negri, Spacciatori, Sfaccendati, Tossici, Camerieri da cocktail e Guardiani da Distributore di Carburante si aggirano infuriati tra i casinò, picchiando e stuprando vecchi e signore (…) I camerieri inventano cocktail mortali mentre Sammy sanguina di lacrime nere.

Un’America Cattiva che si apre sotto il cielo d’Occidente, come dirà ancora sulla Bad America scritta a San Francisco.

 

Sempre con la Bestia alle costole, come nella Walkin’ with the Beast scritta a Los Angeles due anni prima e già sperimentata ai tempi dei Creeping Ritual:

Vento indiano attraversa i cieli, spingendo il nero sui cieli del Nevada. La Bestia sarà con me stanotte, attraverso tutto il cielo d’Occidente. Ma un giorno salirò sulla montagna e il mio spirito pioverà sopra tutta questa terra, fin dove l’occhio può vedere.

 

Basso e batteria che lavorano ai fianchi come un pezzo di Diddley e la chitarra di Powers che lavora su un tappeto di distorsioni e feedback.

All’occorrenza, ma non sul disco, Pierce che improvvisa soffiando il suo dolore dentro un sassofono. 

L’amore della Morrison per la musica gotica si rivela apertamente su The Stranger in Our Town e My Dreams, con i loro giri di basso palesemente ispirati ai Joy Division.

Moonlight Motel riaccende il fuoco del disco di debutto, incalzante e disperata così come Bad America sembra ridestare il suono da prateria avvelenata di Miami con la slide di Kid Congo che rievoca la chitarra d’acciaio di Mark Tomeo.

Sempre più verso ovest, sempre braccati dalla Bestia.

Fino al chiaroscuro di Give Up the Sun con Pierce a gambe divaricate sulla terrazza del suo albergo triste, le mani protese al cielo ad invocare l’astro di fuoco.

 

Non lasciarmi qui, ci sono fantasmi e stanze piene di paura.

C’è la tempesta che avanza al largo di questo grande mare stanotte.

Sono solo di fronte la baia stanotte.

Nessuno conosce il mio nome.

E non posso più tornare indietro.

 

Nessun casinò aperto per Jeffrey Lee.

 

Nessuna fiche in cambio del suo dolore.

 

Wildweed è il disco del doppio tradimento: Jeffrey che scioglie i Gun Club al culmine della loro creatività e che sterza verso un rock vigoroso che pompa verso la hit-parade grazie a una produzione con vizio di forma “ad hoc”, inorridendo i fans.

Era un disco pretenzioso Wildweed. Perchè l’esilio cui si era costretto Jeffrey aveva reso lecita l’attesa di un disco mesto, intimista e doloroso. E invece eccolo, il pellirossa Pierce, a darci addosso con l’attacco dance di Love & Desperation: disco-scandalo che voleva esorcizzare un dolore troppo lacerante. Chitarra funky e, sotto, basso (John MacKenzie dei Roxy Music) e batteria (Andy Anderson dei Cure) che fanno l’amore come si fa l’amore la prima volta: guardandosi negli occhi.

Poi però arriva il Sex Killer e tutto pare rimettersi al posto giusto.

Se solo la batteria tuonasse un po’ meno, sembrerebbe di stare al quadrivio tra Miami e Las Vegas. Il quadrivio dove Pierce ha incontrato il diavolo.

E il diavolo lo ha lasciato passare. In cambio di un’anima che tornerà a prendersi il 31 Marzo di 13 anni dopo, con la puntualità esattoriale che gli è cara.

A quell’appuntamento Jeffrey Lee si farà trovare con un’anima devastata. Un’anima di cui neppure il diavolo saprà che farsene. Ecco perché aleggia senza pace qui, su questa palla di melma abitata da amici col cuore a forma di portafogli.

Jeffrey Lee Pierce solo in una prateria senza più bersagli cui sparare, che chiama a raccolta i suoi amici veri o immaginari. Osaka Jim, Nick the Cave, Kid the Squid, Rollobone Joe, la sua amata Baby Romi, Murray the Man (Murray Mitchell, roadie dei tempi gloriosi con i Gun Club), Konnichiwa Juana.

127 modi di morire.

Quanto è freddo quel vento che soffia e ti scompiglia i capelli, Jeffrey?

Non basta cingersi il pastrano con la cinta, vero Jeff?

Non basta no.

Lo so quanto te.

Occorre stringerla al collo, perché la tempesta si plachi.

 

Dopo aver celebrato l’America di Miami e Las Vegas, i Gun Club registrano il successivo Mother Juno negli studi Hansa di Berlino, gli stessi dove Eno aveva registrato la trilogia elettronica di Bowie e Iggy Pop i suoi primi dischi solisti e frequentati assiduamente in quegli anni dai Bad Seeds di Nick Cave e dagli Einstürzende Neubauten. A Berlino si è rifugiato nel frattempo Kid Congo Powers dopo la separazione dai compagni “d’armi”.

Jeffrey lo va a trovare fin lassù per serrare le fila dei nuovi Gun Club che lui vuole rimettere su con i suoi recenti comprimari: Nick Sanderson dei Clock DVA e la giapponese Romi Mori, bassista in una cover band delle Runaways. Sono i ragazzi che lo hanno aiutato a mettere su il suo primo disco solista e che spesso gli sono accanto quando lui sta male, ma male veramente.

Mother Juno si discosta dalle atmosfere torbidamente americane dei primi dischi dei Gun Club. Jeffrey Lee Pierce ha bisogno di vestiti nuovi. Vestiti europei.

Per cucirglieli chiama prima Peter Hook che però proprio in quel periodo sta girando l’America assieme ai suoi New Order, a Echo & The Bunnymen e ai Gene Loves Jezebel. Poi però ascolta Treasure dei Cocteau Twins e ne rimane folgorato.

Vuole sentirsi come Ulisse accerchiato dalle sirene.

Anzi, le vuole sulla sua barca, quelle sirene.

Vuole nutrirsi dalla bellezza, sentirsi abbracciato.

Affida i suoi cenci a Robin Guthrie, il chitarrista della band e produttore di piccoli capolavori di fragilità come Ignite the Seven Cannons dei Felt e Lovely Thunder di Harold Budd. Un ragazzone scozzese appena più piccolo di lui e che pare in pace col mondo. E che finirà anche lui per parlare dell’inferno di Las Vegas, dopo aver conosciuto Jeff (Heaven or Las Vegas, Cocteau Twins, 1990).

La mano di Robin si sente fortissima su un paio di brani: Port of Souls e, soprattutto, su The Breaking Hands che, fosse cantata da Liz Frazer, sarebbe una vera e propria out-take dei Cocteau Twins con quella sua atmosfera ovattata e foderata di mille campanelline. Altrove la musica dei Gun Club ruggisce come mai prima d’ora (la bellissima Lupita Screams con un assolo ai limiti col metal nordeuropeo, My Cousin Kim) o si poggia sulle consuete gambe storte delle ballate da grand canyon di Pierce che però stavolta hanno un po’ di fascino in meno, malgrado siano attraversate dalle abituali ossessioni del loro autore: soprattutto quella per l’acqua.

 

C’è acqua dappertutto, in queste canzoni.

Non c’è una sola canzone che non ne sia allagata, con l’unica eccezione di My Cousin Kim dove viene “tradita” in favore dell’altro elemento cardine della poetica pierciana: il fuoco.

Tuttavia, a dispetto dei muscoli ostentati e delle lacrime esibite, Mother Juno non riesce a conquistare e la produzione di Guthrie, incapace di gestire e dare pathos alle canzoni più nervose si dimostra, in definitiva, un fallimento segnando l’avvio del declino finanziario ed artistico del Club.

                                                                                                            

Quando i Gun Club si riaffacciano sul mercato discografico sul fare degli anni Novanta, del voodoo punk dei primi dischi non è rimasto che un soffio e del loro passaggio in molti hanno già perso il ricordo, sopraffatti da tutto il nuovo che discograficamente sta invadendo il mercato.

Pastoral Hide and Seek non viene neppure stampato in America, bocciato da ogni etichetta indipendente contattata personalmente da Lee Pierce e anche dalla Island che chiede una “svolta” in direzione Fabolous Thunderbirds., aumentando la disaffezione di Jeffrey verso la sua terra.

Dal canto suo, Jeffrey vive in una sorta di isolamento forzato, devastato fisicamente ed economicamente, circondato da pochissimi amici (Mark Lanegan, Cypress Grove, la sorella Jacqui, la nuova compagna Romi, scrivendo canzoni dalle forme incerte e ascoltando i dischi di Coltrane, Eric Dolphy ed Elvis Presley.

È questo il nascondino pastorale cui allude il titolo del disco cui sta lavorando, titolo ispirato da un film (https://www.youtube.com/watch?v=vPeztp2LEg4) realizzato nel 1974 in quel Giappone che continua ad affascinare il musicista californiano.

La cirrosi che gli è stata diagnosticata lo costringe ad evitare le tentazioni e a tenere la mente e le mani occupate. Ne trae beneficio il suo stile chitarristico che si affina nella tecnica blues così come in quella più vicina al folk e al southern rock. Un po’ meno il suo stile vocale che qui spesso sembra giocare con l’azzardo di urla mal appaiate con brani che hanno poco mordente, nel tentativo di far decollare ciò che invece non decolla. Epitome di questo sfascio è The Straits of Love and Hate, caricatura di ciò che i Gun Club erano fino a qualche anno prima e che adesso faticano anche soltanto ad imitare. Non va molto meglio quando il gruppo mette mano a vecchio materiale proprio (I Hear Your Heart Singin’) o altrui (Eskimo Blue Day). Il buono che pure vi si riesce a trovare viene stranamente escluso dal disco (la bella title track che comparirà qualche anno dopo sulla raccolta In Exile della Triple X) o usato come pretesto per la pubblicazione di un disco complementare intitolato Divinity.

 

Pubblicato inizialmente come doppio 12” con un disco registrato in studio e uno dal vivo, Divinity è l’ultimo lavoro dei Gun Club ad immortalare la presenza di Kid Congo Powers tra le fila della band. L’ennesimo e stavolta tardivo rappacificamento fra i due nell’estate del 1995 non potrà infatti concretizzarsi se non con due sole date dal vivo nella sua città di origine con quella che sarà l’ultima line-up della band (Mike Martt e Kid Congo alle chitarre, Randy Bradbury e poi Liz Montague al basso, Brock Avery alla batteria).

Al di là del breve contenuto, ulteriormente ridotto al momento della pubblicazione (verranno escluse la St. John’s Divine che era il pretestuoso brano che voleva essere tema del disco e, nella sezione dal vivo, Cool Drink of Water, poi entrambe incluse nella bella ristampa della Flow Records del 2006, ricca di inediti dello stesso periodo e testimone della fugace collaborazione di Pierce con Tres Manos degli Urban Dance Squad, NdLYS) Divinity è dunque una sorta di testamento spirituale della band di Los Angeles. Una sorta di funereo presagio alimentato da una copertina mortuaria che contrasta con il contenuto invece brillante del disco. Keys to the Kingdom riaffiora dal primissimo repertorio del gruppo ed è un blues dal profilo funky con le radici nel quasi omonimo gospel di Wahington Phillips di inizio secolo. Richard Speck è un flash dell’infanzia di Pierce e dei racconti di sua madre in merito all’omonimo serial killer che seviziò le infermiere di Chicago nella metà degli anni Sessanta. Black Hole è una cover degli Urinals, piccolo gruppo cult californiana che negli anni è stata omaggiata da band come Minutemen, Butthole Surfers, Eleventh Dream Day, Leaving Trains, Halo of Flies e Yo La Tengo, senza che il grosso pubblico andasse a curiosare nella loro storia. La lunghissima Sorrow Knows chiude la facciata in studio con una delle più memorabili cavalcate chitarristiche di tutta la storia dei Gun Club. Lampi hendrixiani accendono le rendition dal vivo di Yellow Eyes Hearts da Mother Juno mentre Fire of Love chiude il disco sotto quelle palme di Las Vegas che proiettavano ombre con la sagoma di cactus, avvelenate dal voodoo.  

                                                                      

Rientrato in Europa nel 1991 Jeffrey Lee Pierce apre i rubinetti della sua doccia di casa e si lascia naufragare in quella pioggia blues che gli infradicia i capelli unti, gli scivola sul torso, sul fegato gonfio e cirrotico, sul pube, poi gli ricopre le gambe e forma una palude ai suoi piedi.

Il blues è venuto a riprenderselo, proprio adesso che in qualche modo sembrava essersene liberato. Jeffrey intuisce che se vuole sbarazzarsene deve parlare come lui, suonare come lui,respirare come lui.

Fingere di essere lui.

Pierce si trasforma dunque in Ramblin’ Jeffrey Lee: camperos alti, giaccone di pelle e cappello a falde. Poi, con due testimoni (Simon Fish e Tony Chmelik), si reca ai Zeezicht Studios di Spaarnwoude a firmare il suo testamento, promettendo di farla finita col blues. Lì dentro Ramblin’ Lee, Cypress e Willie, abortita l’idea iniziale di incidere un album di murder-ballads ispirate al country rurale, registrano un disco-omaggio al blues delle origini. Qualcosa che inizialmente è talmente crudo e viscerale da venire registrato con le chitarre fuori tono per scostarsi il più possibile dai quei dischi di blues educato degli anni Settanta e Ottanta che Pierce odia, salvo poi essere costretto a reincidere le parti di chitarra per rendere l’album “vendibile”.  

Un disco che rilegge i brani che scorrono sotto la pelle del musicista californiano sin da quando era un adolescente: Goin’ Down di Don Nix, Killing Floor di Skip James, Mississippi Bottom Blues di Kid Bailey (che verrà poi esclusa dalla scaletta definitiva), Pony Blues di Charley Patton, Moanin’ in the Moonlight di Howlin’ Wolf, Alabama Blues di Robert Wilkis, Good Times di Lightnin’ Hopkins, Long Long Gone di Frankie Lee Sims, Future Blues di Willie Brown, Bad Luck & Trouble di Lightnin’ Slim. Alla loro lezione si ispira Jeffrey per scrivere i pezzi propri che finiranno sul disco (le belle Stranger in My Heart e Go Tell the Mountain sulle quali riaffiora il vecchio canto licantropo e morrisoniano dei giorni del Club) o che ne rimarranno alla fine fuori (L.A. Country Jail BluesIn My Room).

È un disco intenso ma non doloroso. Orfano dello spleen epico e decadente dei dischi d’oro dei Gun Club e fedele ad un concetto di blues ruspante ma tutto sommato canonico. Le limitazioni tecniche dell’età giovane che lo avevano costretto a deturpare il blues imbrattandolo con la fog(n)a punk sono state superate e adesso Pierce può fare sfoggio di una tecnica strumentale di cui i primi album dei Gun Club erano stati privati. Un vuoto virtuosistico che starà alla base di tutto il cow-punk e del movimento revivalistico dei primi anni Ottanta.  

Un album, forse l’unico della discografia di Jeffrey Lee Pierce, che può piacere a tutti, dai fan della prima ora che possono finalmente alzare le coppe per brindare al ritorno alle origini aitanti amanti più o meno distratti, più o meno occasionali, più o meno necrofili del corpo ammaccato del blues. L’alternanza di pezzi elettrici ad altri brani vestiti da pochi strumenti acustici rende tuttavia il disco godibile anche a chi non è solito frequentare la musica degli schiavi d’America, allargando ancora il potenziale del pubblico di Ramblin’Jeffrey Lee & Cypress Grove with Willie Love.

Ordinario eppure a suo modo necessario. Per Jeffrey e per tutti gli altri, siccome tutta la rinascita del lo-fi blues degli anni Novanta parte in qualche modo da qui, dalla slide guitar di Pony Blues e dalla furiosa scarica elettrica di Moanin’ in the Moonlight.

 

Il 14 Maggio del 1994 Nick Cave e i Bad Seeds presentano alla BBC il loro ultimo disco. Durante l’esibizione di Red Right Hand, appoggiato a uno degli amplificatori, c’è il piccolo Jeffrey Lee Pierce. 

È l’ultima immagine pubblica di Lee Pierce che ci rimane. Marginale, appartata, sgranata.

Jeffrey è rimasto confinato in Inghilterra a spiare da lontano il suo vecchio amico Nick Sanderson e la sua ex-compagna Romi Mori, ad osservare da lontano quella relazione che si era consumata clandestina al suo fianco, proprio durante le registrazioni di Lucky Jim, a veder evaporare il suo ultimo sogno d’amore. Jeffrey aveva amato Romi di un amore disperato e infinito. E, attraverso lei, si era innamorato dell’Oriente. Del Vietnam, del Giappone, della sua amica del cuore Kayoko.

Lucky Jim parla, a modo suo, di questa sua attrazione per l’Est asiatico, mostrata con sfrontatezza sotto un cappello da soldato maoista.

Dell’Hotel Rex di Ho Chi Minh e del Bunny Bar cambogiano dove si attende il ritorno del capitano Lucky Jim, delle notti inquiete trascorse a Kamata.

Un’ossessione che lo accompagnerà negli ultimi giorni della sua vita, cercando di elaborare una commistione fra le culture di strada giapponesi e quella tutta americana del linguaggio rap, cercando di entusiasmare gli altri a questa sua nuova idea ibrida. Mark Lanegan, la Dogg Pound di Snoop Doggy Dogg, Johnny Depp. Senza riuscirci fino in fondo.

Al Giappone tornerà di nuovo dieci anni dopo la sua morte, Jeffrey. In cenere. Quando la sorella e il marito di lei decideranno di portare a Kyoto quel mucchietto di polvere che di lui rimane.

Ma Lucky Jim è anche un disco amaro, avvelenato dal sospetto che l’amore a lungo inseguito gli stia sfuggendo di mano. “Eravamo come fratello e sorella, poi siamo diventati amanti. E alla fine è arrivato il dolore” dice su A House Is Not a Home. “Sono fuori in strada, stanotte. Senza più un sogno”. Parole ripetute quasi identiche poco più in là, su Up Above the World: “Sei stata la mia sorella da sempre, poi hai legato il mio cuore alle catene. Ma è stato peggio quando le hai spezzate. E non riesco più a vivere con questo dolore”. 

 

Il disco vede Jeffrey impegnato nel ruolo di chitarrista unico. Il suo carattere ha allontanato tutti. E Romi e Nick gli stanno accanto per puro opportunismo. Ma è un compito che Lee Pierce svolge con grande abilità, pur scegliendo stilisticamente di affrancarsi dallo swamp dei primi dischi per spostarsi su un più banale e pulito stile blues (Cry to MeAnger BluesKamata Hollywood City) o abbandonando entrambi per soluzioni acustiche (Lucky JimIdiot WaltzBlue Monsoons).

 

Poco dopo l’uscita del disco, il Club chiude. Non ha più nessun iscritto.

Jeffrey Lee Pierce toglie la targa attaccata all’entrata. Poi rientra, chiudendosi la porta alle sue spalle. Si siede sulla sua poltrona preferita e chiude gli occhi, stringendoli forte perché sembrassero a mandorla.

 

Poi sogna di Debbie Harry, poi di Poison Ivy. Poi di Romi.

 

Poi di una palude.

 

Alla fine, di acqua sorgiva. 

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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