ARCTIC MONKEYS – Tranquility Base Hotel + Casino (Domino)  

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Volevo solo essere uno degli Strokes. E invece guarda che casino mi hai fatto fare” è forse uno degli incipit più belli che io abbia ascoltato in tempi recenti. Il nuovo album degli Arctic Monkeys invece una delle metamorfosi più inaspettate dell’anno, assieme a quella di Jack White. Un disco coraggioso come quello. Per la determinazione con cui decide di cambiare rotta, di sovvertire le regole base del pranzo a buffet mettendo sul tavolo bocconi di nouvelle cousine mentre tutti erano pronti ad ingozzarsi di pasta sfoglia col würstel.

Tranquility Base Hotel + Casino opera il dissolvimento dell’intera cifra estetica della band inglese e segna il passaggio definitivo dall’età ribelle all’età moderata. Che in musica storicamente si traduce nel peggio che possiate immaginare. Visivamente, è il momento in cui decidi di strappar via i poster dei tuoi eroi musicali dalle pareti della cameretta e di sostituirli con una carta da parati con fregi e damigiane fiorate. Magari con una greca altrettanto orribile a delimitare il bordo del pessimo gusto, che è sempre meglio lasciare mezzo metro d’aria, casomai stessi affogando nella merda e sentissi l’impellenza di respirare.

Ecco, Tranquility è quel momento lì, quel disco lì. Con Alex Turner ormai seduto al pianoforte e fattosi persuaso di essere il nuovo David Bowie che ci manca tanto, senza rendersi conto di aver individuato il Bowie sbagliato. La musica dei nuovi Arctic Monkeys ha un’aria melodrammatica e greve che ci vorrà tempo per digerire, semmai ci riuscirà di assimilare adeguatamente un’altra band vestita come alla Notte degli Oscar che ci gira per casa e cominciandoci a chiedere se, alla fatta dei conti, malgrado tutta la grandeur di cui fanno sfoggio, non siano retrocessi dalla serie A di Arctic alla serie B dei Blow Monkeys.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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JACK WHITE – Boarding House Reach (XL)  

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Dopo aver lasciato la propria impronta nel garage rock degli anni Novanta, ecco il primo disco di The Artist Formerly Known as Jack White, l’album con cui il musicista di Detroit si scrolla di dosso se stesso. Un disco controverso, androgino, ambiguo e che afferma la propria identità nello stesso istante in cui la annienta, esattamente come era successo con Prince. Boarding House Reach è lavoro che chiede coraggio a chi lo ascolta, con le sue volute funk, i suoi cori gospel e i suoi riff frantumati costretti a riassemblarsi come dentro un disco dei Funkadelic. Il risultato finale, oltre che a quello del folletto di Minneapolis, ha molto a che fare con gli esperimenti di cut-up di Beck, al cui pubblico canzoni come Corporation, Hypermisophoniac o Ice Station Zebra piaceranno certo più di quanto possa piacere ai vecchi fan di White. Che qui dentro ci sia del genio ce lo dice il passato di Jack White, ce lo dicono le sue capacità, ce lo dice il rispetto reverenziale che il suo passaggio sui canali musicali suscita anche al di là delle critiche. Non ce lo dice il disco, che è ancora una massa opaca di idee che cozzano tra George Clinton e Aloe Blacc e che non sempre riesce ad espellere i calcoli che hanno sedimentato nella colecisti di White negli ultimi due o tre anni.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVID SYLVIAN – La solitudine oltre la siepe di bambù

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Così a memoria non ricordo un’altra band che si sia separata al vertice della propria creatività a parte i Japan diventati uno per uno, al culmine della propria carriera, paurosi strumentisti dalla sensibilità fortissima e tormentata e dalle ambizioni non più completamente condivisibili, seppure negli anni a venire e nonostante gli scontri di ego che ne avevano causato l’improvvisa frattura si incroceranno decine di volte non solo per le strade di Londra ma anche negli studi di registrazione che tutti e quattro (cinque, se aggiungiamo Rob Dean che aveva già lasciato la band prima del loro ultimo album) frequenteranno assiduamente già dal giorno successivo, coerentemente con quanto dichiarato da Sylvian alla vigilia dello scioglimento: “Continueremo a lavorare assieme. Il nostro scioglimento è legato soprattutto alla cancellazione di un marchio, di una merce che porta il nome Japan. Per questo preoccupa più la casa discografica che noi”.

Jensen e Barbieri, dopo aver lavorato al disco solista di Mick Karn, tornano a prestare i loro servigi per l’atteso disco di debutto di David Sylvian sul quale pendevano come una spada di Damocle le aspettative degli orfani dei Japan.

Brilliant Trees si annuncia già con la sua pregiata lista di invitati, come disco ricercato. Jon Hassell, Ryuichi Sakamoto, Steve Nye, Mark Isham, Holger Czuckay, Danny Thompson, Phil Palmer (il sessionman nipote di Ray Davies che aveva caratterizzato il sound de Una giornata uggiosa di Battisti, tra l’altro, NdLYS), Kenny Wheeler vengono coinvolti nel progetto portando il loro tocco ora misurato, ora eccentrico alla corte della nuova icona asessuata della musica britannica.

L’apertura affidata al ritmo sincopato di Pulling Punches tranquillizza subito i vecchi fan allungando un ponte verso il recente passato grazie ad un pattern che evoca quello di Still Life in Mobile Homes ma sono le note avvolgenti di The Ink in the Well a catapultarci nel cuore del disco, proteso verso uno struggimento esistenziale affine alla sensibilità delle pagine del taccuino di Nick Drake.

Nostalgia, a seguire, è un esercizio di rarefazione sonora dalle morbide curve persiane che mette in mostra un Sylvian nudo e sublime come un Narciso davanti alla sua immagine riflessa.

Red Guitar, primo estratto dell’album, sciorina il ritornello più accattivante, contrappuntato da una bellissima e robusta linea di basso e note di piano simili a scampanellii di cristalli.

 

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.

La seconda side del disco, rappresentata dalle due lunghe tracce scritte a quattro mani con Jon Hassell e dalla contorta Backwaters dove David si concede un cambio tonale e timbrico che ben si adatta al climax sinistro del brano, è ancora più contemplativa, fino a toccare i vertici ascetici della title track e della sua lunga coda dal sapore africano.

Brilliant Trees è una cornice di scorza d’albero costruita attorno alla bellezza muta dell’autunno, soffice calpestio di piedi sulla terra umida, dolce crepitio di arbusti sulle sponde di un rivolo d’acqua gelata, Dannunziano ritratto del nostro bosco interiore.

 

E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione. 

 

L’alchimia era la scienza che studiava come trasformare la ferraglia in metallo nobile, come rendere incorruttibile ciò che per sua natura era invece destinato alla corrosione, alla ruggine, al cancro, come riuscire a trasmutare la nigredo in albedo attraverso l’applicazione scientifica di un percorso di purificazione che è innanzi tutto interiore.

Allontanandosi gradualmente ma costantemente dal corruttibile mondo della pop music David Sylvian persegue il medesimo obiettivo, sfogliando un libro delle mutazioni applicabile alla sua arte e creando un’officina di altre anime elette. Sakamoto, Jon Hassell, Holger Czukay, il fratello Steve, Masami Tsuchiya, Robert Fripp vengono convocati a Tokyo e a Londra per realizzare Alchemy, opera con la quale David Sylvian lavora alla manipolazione degli elementi al pari con gli altri maestri alchemici, rinunciando al magnetismo della sua voce stavolta per sua esplicita volontà (e non, come pare fosse accaduto per la colonna sonora di Merry Christmas, Mr. Lawrence, su imposizione di David Bowie, NdLYS).

Sono antropomorfe musiche da viaggio, paesaggi che affiorano dalla memoria ancestrale. Sono le placche tettoniche dei continenti che si muovono come sipari davanti o dietro le nostre palpebre, lasciando che si schiuda l’incanto del mondo e l’incanto che ne deriva dal semplice atto di guardarlo.   

 

L’astrattismo romantico che ha cominciato ad affascinare Sylvian nei primi anni Ottanta trova ampia dimora dentro Gone to Earth, un pachidermico doppio album occupato per buona metà da tracce strumentali dal sapore ambient e new age.

Sono piccole vignette di musica muta buone per la pratica ayurvedica, scorci aperti su paesaggi immaginari, subito sorpassati da una suggestione nuova, da una curiosità più avvincente. Abbozzi di canzoni che si sviluppano orizzontalmente.

Nessuna davvero interessante, nessuna del tutto superflua.

Ma non credo che qualcuno ne avrebbe mai sentito la mancanza, se non fossero mai nate.

Perché quello che continua ad affascinare, soprattutto in questa prima fase della carriera di Sylvian è la magia che la sua voce riesce a sprigionare e che qui domina, pur lasciando ampi spazi agli strumentisti di turno (Robert Fripp, i Dolphin Brothers, Phil Palmer, Bill Nelson, Kenny Wheeler, Ian Maidman, John Taylor), le sette tracce del primo dei due dischi, un album che tra rarefazioni pianistiche e moine funk mette in mostra un Sylvian meno doloroso e addolorato, animato e mosso da una forza interiore che sembra aver pacificato e riequilibrato qualche suo tormento spirituale. Ecco così David Sylvian eleggere l’amore (Laughter and Forgetting) e la forza interiore (Wave) a nuove guide carismatiche. C’è una forte spiritualità che emerge come climax dell’intera opera, ben rappresentata dal simbolo alchemico scelto per la copertina. Per la prima volta, dopo la successione di fotoritratti che aveva contraddistinto l’ultima fase dei Japan e la prima sortita in proprio, David rinuncia all’immagine per andare alla ricerca dell’essenza. È questa sorta di sciamanesimo e di ascetismo a permeare gran parte del disco, a riempire gli anfratti delle stupende Wave, Before the Bullfight, Laughter and Forgetting, River Man con il liquido denso e fecondo di una ritrovata armonia cosmica. Canzoni impastate con il lievito fertile del misticismo zen, che sembrano sospese tra cielo e terra.

Soffici ed impalpabili eppure in qualche modo forti ed invincibili. Come l’amore ben riposto.

La fisicità freme inquieta sulla breve traccia che intitola il disco, mossa dai tappeti inquieti di frippertronics e sull’inaugurale Taking the Veil, sinuosa di bassi fretless e tastiere oniriche mentre Silver Moon ritaglia un angolo di romanticismo malinconico e carico di pathos e si adagia su una melodia struggente e su un arrangiamento forse fin troppo lambiccato ed elegante che lo avvicina pericolosamente alla musica da salotto di un altro reduce della stagione new-wave come Sting.

La luna si spegne. Le maree si richiudono.

È tempo di fare ritorno a terra.

 

Laboriosità e disciplina sono le nuove leggi che regolano la vita artistica e privata di David Sylvian quando si siede per lavorare al suo terzo disco solista.

Seduto, si. Voi avete un’altra immagine di Sylvian che compone le sue opere?

Sono le caratteristiche tipiche dell’alveare, simbolicamente scelto ad emblema e amuleto di Secrets of the Beehive, il suo capolavoro estetico. Sylvian è pienamente consapevole della sua arte seduttiva, della sua abilità nel tessere trappole eleganti sulle quali poter raccogliere i corpi delle sue prede, della sua capacità di evocare fantasmi, streghe, demoni, Dei cristiani e idoli pagani, di irretire l’ascoltatore avvolgendolo in una rarefatta nuvola di bellezza che teme la luce del sole.

La tromba di Mark Isham e il pianoforte di Ryuichi Sakamoto donano plasticità e atmosferica mist(er)ica al fortissimo afflato spirituale che avvolge tutto il disco, modellando la cera dell’ape Sylvian. Le percussioni di Danny Cummings vestono le ali degli angeli di ninnoli orientali, perché il loro frullare sia annunciazione gioiosa di un’alba sorgiva. Le linee di basso di Danny Thompson conferiscono senso di vertigine e danno profondità alle ombre che sono sempre pronte a soffocare ogni anelito di felicità, a troncare ogni pace che sembri duratura, a ricacciare nelle tenebre ogni conquista d’amore, riportandola alla precarietà che la rende ancora più desiderabile, ancora più irraggiungibile.  

Secrets of the Beehive sublima così, liricamente e musicalmente, l’ideale di bellezza Sylvainiana. Fa della sua arte, un’arte Omerica.                 

 

Il caldo nido di imenotteri rivelato con Secrets of the Beehive viene investito dalle raggelanti installazioni sonore allestite da David Sylvian con Holger Czukay negli studi di quest’ultimo tra il 1988 e l’anno successivo. Rispetto al precedente lavoro strumentale, le quattro lunghe tracce che compongono il dittico tedesco si dipanano in maniera bidimensionale. Non penetrano la superficie ma sembrano scivolarci sopra. Plight & Premonition in particolare indugia in una fredda desolazione, stipando blocchi di ghiaccio su blocchi di ghiaccio senza riuscire a penetrare non solo la superficie sonora ma anche quella della nostra epidermide. Flux + Mutabilty emette invece un qualche tepore umano, grazie a piccoli nei percussivi e al placido galleggiare delle chitarre. Si tratta sempre di musica evanescente, pigra, ma sembra già presagire un ritorno dello sciamano fra la gente comune. Calandosi dall’alto, lentamente, i palloni aerostatici di David Sylvian riapprodano al suolo.     

 

Il diniego di Sylvian ad entrare in pianta stabile nei King Crimson per la seconda reunion della band inglese si risolve artisticamente in una preziosissima collaborazione artistica con Robert Fripp, ormai incapace di rinunciare ad una voce espressiva come quella di Sylvian. Il disco coincide con uno dei periodi più felici nella vita personale di David Sylvian con la nascita del primo frutto di un matrimonio che si annuncia felice e che invece porterà uno stormo di nuvole grevi.

Ma sulla copertina e dentro le musiche di The First Day (titolo che già di per se annuncia una rinascita) Sylvian sorride come mai prima e come mai più farà dopo. Ne viene fuori un disco vivo e pulsante, forse anche godereccio se questo termine non facesse a pugni con l’immagine eterea e sciamanica che da sempre si associa a quella di chi quindici anni prima è stato eletto “uomo più bello del mondo” e che di quella bellezza preserva ancora un intatto, efebico splendore. The First Day è elogio e rappresentazione della fertilità che la carta astrale gli ha riservato in quel periodo della sua vita così come della spiritualità e dell’amore per le dottrine esoteriche e religiose che ne pervadono l’animo già da un po’.

Un disco che non rinuncia all’eleganza ma accetta l’oltraggio ritmico senza venirne umiliata.

È insomma la storia di un incontro e non di un baratto. Una delle tante ibridazioni possibili che David Sylvian impone alla propria arte per ravvivarne lo spirito alchemico, fino a lasciarla divampare dentro i dodici minuti di 20th Century Dreaming (Shaman’s Song), sin dal titolo un incrocio fra le figure schizoidi dei primi King Crimson e quelle mistiche di Words with the Shaman o a lanciarla dentro un flipper residuato dalla follia mancuniana che sembra aver invaso tutto il Regno Unito, come nella lunghissima Darshan che sfora il quarto d’ora di durata. 

Minuto più minuto meno la durata della felicità. 

 

David Sylvian conosce Russell Mills nel 1983, quando la Virgin per lanciare la sua nuova carriera da solista gli affida la gestione di una raccolta dei Japan che ne spiani l’avvio. Il disco che ne verrà fuori si intitola Exorcising Ghosts e per la copertina Sylvian, affascinato dalle copertine astratte dei lavori di Brian Eno, si rivolge proprio all’autore di quelle immagini. L’autore si chiama Russell Mills, un ragazzone dello Yorkshire che si diletta un po’ in tutte le arti, fra cui anche quello di musicista. Da quel momento in avanti Sylvian gli affiderà quasi la totalità delle copertine dei suoi dischi. Ma alla fine dell’estate del 1990 è Mills a coinvolgere l’artista londinese in un suo progetto, una installazione multimediale presso il Museo d’arte contemporanea di Tokyo. Un progetto che vuole stimolare la memoria sensoriale con tele, vetri, metalli, tavole e, ovviamente musica. Prodotta in team da Mills e Sylvian la cui attrazione per la “musica per immagini” ha oramai una vita parallela e autonoma rispetto a quella di semplice autore di “musica pop”. Ember Glance viene pubblicato una prima volta esattamente un anno dopo con un bellissimo libro che ne testimonia anche visivamente il risultato mentre le due “forme” sonore (una lunga più di mezz’ora, l’altra un frammento di appena un paio di minuti) che lo compongono vengono successivamente ripubblicate in esclusivo formato audio su un disco dal titolo rivelatore Approaching Silence assieme ad una terza traccia strumentale che ne fornisce il titolo e realizzata con l’ausilio di Robert Fripp per una nuova installazione multimediale e fino a quel momento disponibile solo su un nastro di dubbia legalità e scarsissima diffusione. Il risultato è molto vicino a quello di Plight & Premonition. Se non hai particolare predilezione per questo tipo di musiche scatologiche, come me, sembrano addirittura lo stesso disco. Le suggestioni sono ridotte al minimo, costrette alla funzione di anestetico, di rallenti emotivo.   

 

Il viaggio nell’alveare di dodici anni prima arriva alla sua conclusione con la messa in scena della morte delle api di Dead Bees on a Cake, vertice del percorso mistico ascendente di David Sylvian.

È l’ultima installazione del Sylvian crooner tardo-romantico prima delle piogge elettroniche che si rovesceranno copiose sui dischi del nuovo secolo.

Mentre Dio avvicina lentamente la sua coppa di veleno alle labbra dell’ignaro Sylvian, David si abbandona alle musiche e alle religioni induista e buddista e ad uno sconfinato amore per Madre Natura, sigillando il suo disco più etnico ma pure quello in cui la ricerca dell’equilibrio perfetto lo porta a far emergere il suo lato più femminile, cercando proprio nelle donne le alleate spirituali più consone a denudare questo suo lavoro di comunione dei generi.

Sono donne carnali ma anche donne di spirito quelle che ispirano canzoni come Krishna Blue, All My Mother’s Names, Praise, The Shining of Things e Thalheim. L’omogeneità tematica ed ispirativa è tuttavia controbilanciata da una scaletta quanto mai varia che mette in sequenza strumenti tradizionali occidentali (il dobro) e orientali (le tabla), orchestrazioni sinfoniche, blues, musica rituale, distese ambient, campionamenti, mutanti mostri Waitsiani o salti antigravitazionali sostenuti esclusivamente dal suono ermafrodita del Fender Rhodes.

Un album dall’animo mutante, specchio di una ricerca altrettanto mutevole e ostinata della felicità. Che non sempre viene, ma noi continuiamo a prepararci ad accoglierla.   

 

Blemish è il suono onomatopeico della polverizzazione del sogno d’amore di David Sylvian. Immerso in un isolamento fisico che diventa psicologicamente devastante, il musicista inglese partorisce un disco inquietante e sinistro, sospeso su ioni  atomici dentro cui Sylvian si rannicchia in posizione fetale.

È l’eco di stanze desolate, abbandonate anche dai “fantasmi” che le avevano imbrattate di gelatina sulla Ghosts di ventidue anni prima. Acquari disertati dai suoi abitanti, serpentine e resistenze elettriche che friggono senza più nessun cibo da scaldare o da tenere al freddo per la cena della sera, piccoli apparecchi radio che modulano senza più fermarsi ad una stazione radio, vagando nell’etere come i nastri di Jurgenson, strumenti acustici che corrono senza successo dietro un diapason sordo, vecchie cineprese otto millimetri che proiettano pellicole color nicotina e fieno.

Blemish è il suono di un mondo, affettivo ed artistico, che si sta sbriciolando. Sotto queste macerie, che sono pulviscoli e piccole particelle di amianto e zinco, resta il corpo di un Sylvain inanimato come un pompeiano inerme davanti al disastro.

Il mondo incantato di David Sylvian si frantuma sotto i suoi e i nostri occhi. E noi ne avvertiamo la cupa vertigine.  

 

La connessione con i luoghi frequentati da Ronald Stuart Thomas durante i suoi esordi come poeta è ricercata e voluta ma Manafon, il titolo del nuovo lavoro di David Sylvian può anche essere letto in chiave neologista e onomatopeica, rivelando ancor meglio il suo cuore: Manafon è l’Uomo Fonico, sono le corde vocali dell’anima.

David Sylvian è sperduto, non solo artisticamente, in un bosco popolato da ombre e da fruscii che rivelano, senza palesarla, qualche presenza estranea. Ma su tutte le ombre, su tutti i piccoli rumori, la voce di David Sylvian si erge sovrana e maestosa, mentre si immerge in quello che sembra un safari della sua stessa anima.

Totalmente prive di strutture ritmiche e armoniche, le canzoni di Manafon sono intime confessioni versate in un bicchiere di cristallo poggiato sul nulla.

Sono composizioni assolutamente free-form, svincolate da ogni concezione metrica e da ogni ordine più o meno elementare o più o meno complesso delle sequenze melodiche o degli innesti timbrici della strumentazione.

Composizioni senza àncora.

Che potrebbero alzarsi in quota o prendere il largo, se la loro infinita tristezza non scegliesse in sorte per loro di farle precipitare giù come scafandri abbandonati durante un’immersione.     

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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DAVID BYRNE – American Utopia (Todomundo)  

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Il nuovo Byrne è una gioia a metà.

Il riferimento, seppur volutamente monco, è relativo ai suoi reading da lui stesso intitolati Reasons to Be Cheerful (Motivi per essere allegri) e che compendiano quanto American Utopia cerca di raccontare in musica, ovvero la nascita di un nuovo sogno americano che possa svegliare la sua terra dall’incubo Trump.  

Dieci nuove canzoni, quasi tutte scritte assieme all’amico di vecchia data Brian Eno. Due eminenze grigie (soprattutto il primo, il secondo è ormai calvo, NdLYS) della canzone moderna, dell’arredamento sonoro che tornano a lavorare fianco a fianco mandando alle stelle le aspettative per un disco che invece ci mette un po’ ad ingranare, relegando solo in chiusura i numeri per cui verrà ricordato. Le canzoni più belle del lotto stanno a ridosso l’una dell’altra e si intitolano Doing the Right Thing e Everybody’s Coming to My House che si fanno avanti quando i primi sbadigli sono già affiorati sui nostri volti, pagando dunque pegno alla noia che comincia ad insinuarsi non appena si spegne l’inaugurale e benaugurante I Dance Like This, bizzarro collage fra strofe accompagnate da un pianoforte solitario e dei ritornelli che invece viaggiano su un motorik che sembra suonato sulle macchine dei Depeche Mode. Una volta conclusasi e dopo essersi scrollato dai risvolti dei pantaloni un po’ di sabbia sudamericana, Byrne sembra però accartocciarsi su se stesso, con canzoni che sembrano tutte più lunghe di quelle che in realtà sono. E anche un po’ più tristi rispetto al progetto utopico che dovrebbero tratteggiare, col risultato di frantumare ben più che quel sogno.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE FALL – 458489 A Sides (Beggars Banquet)

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Magari avete voglia di partire alla scoperta dei Fall.

E magari, verosimilmente, non sapete da dove cazzo partire.  

Trentadue album in studio più annessi e connessi metterebbero soggezione a chiunque. Figurarsi se state partendo di corsa, perché i link sulla morte di Mark E. Smith vi impongono, se non l’amore, quantomeno la curiosità.

Perché non è vero che vanno via i migliori. Andiamo via proprio tutti, anche i peggiori. Anche quelli cui il culo piace ma non ne hanno mai leccato uno.

Quelli che non stringono la mano a nessuno, perché con le mani ci si pulisce il sedere e un po’ di quella merda, quando te le porgono, ti resta sempre appiccicata addosso.

Quelli che non ridono mai fuori dalle mura di casa. E quando lo fanno, hanno un’espressione buffa, mai divertita. Che il mondo merita una linguaccia, non una fossetta sulla guancia. Quelli come me, quelli come Mark Edward Smith. Morto nei pochi mesi che nella vita si è sempre concesso tra un disco e l’altro. Una piccolissima pausa che stavolta ha voluto regalare alla morte.

È morto mentre le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse toccano il punto di allerta più alta dal 1984, proprio l’anno da cui prende il via questa raccolta di singoli che si chiude nel 1989.

Gli anni in cui i Fall avrebbero potuto arrivare nelle classifiche, se solo Mark avesse sorriso di più. Se solo sua moglie Brix si fosse spogliata un po’ di più.

E invece non ci finirono. Nonostante canzoni come Big New Prinz o Hit the North e cover mostruose di pezzi come Mr. Pharmacist e Victoria. Nonostante una cosa sudicia ma vestita con gli abiti più puliti del guardaroba di casa Smith come Hey! Luciani, uno dei dieci singoli inglesi più belli di sempre.  

 Non ci finirono allora e non ci finiranno adesso, nonostante le visualizzazioni su YouTube destinate a prosperare per qualche giorno a ridosso della sua morte, motivate da una nostalgia che a Mark farebbe ribrezzo, e che torneranno presto alla galleggiante indifferenza di sempre.   

Però voi potete davvero iniziare. Non è mai troppo tardi per conoscere i Fall, per conoscerli veramente. Cominciando da qui, che vi viene facile facile.

Ciao Mark. Insegna a Dio a non avere pietà.

 

                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE RUTLES – The Rutles (Warner Bros.)  

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Non si sa bene chi fosse fan di chi fatto sta che Paul McCartney corteggia artisticamente Neil Innes, per un periodo della sua vita. Dal canto suo Neil Innes sacrifica gran parte della sua interpretando John Lennon. La storia dei Beatles si intreccia con quella di Neil Innes già nel ’67, quando Paul impone a John la presenza della Bonzo Dog Doo-Dah Band nel loro Magical Mistery Tour. Ma è quasi dieci anni dopo che Innes ha l’intuizione definitiva: mettere in piedi un gruppo-parodia che sfrutti tutti gli artifici musicali caratterizzanti utilizzati dai Beatles realizzando una replica praticamente perfetta. Non si tratta, come era stato negli anni Sessanta per centinaia, migliaia di gruppi di utilizzare i Beatles come supremo modello ispirativo ma di realizzare “in vitro” un Frankenstein incastrando alla perfezione gli elementi tipici della scrittura Beatlesiana e di abbinarla a testi dichiaratamente ironici che svelino in maniera altrettanto precisa l’intento parodistico e canzonatorio del progetto Rutles. Sono canzoni che non valgono nulla, ovviamente. Ma i Rutles sono un progetto antropologicamente interessante, perché la loro pop-art “mirata” mette a nudo quell’idolatria e quel fanatismo che sono fonte essenziale di ogni mito musicale e bisogno primario che muove una grandissima fetta del mercato musicale (più di quella che pensate e che non si esaurisce nella profusione di ristampe, raccolte, libri, biografie ma trova un canale subliminale altamente “inquinante” e persuasivo nel mondo delle colonne sonore e degli spot pubblicitari).

Proprio come i fanatici più incalliti, i Rutles hanno motivo di esistere solo in funzione di un mito pre-esistente. Senza i Beatles, i Rutles non sarebbero nulla. È questo il messaggio lanciato dal loro primo disco. La loro vita si compie e si esaurisce nella contemplazione di quel mito. Ma Innes e i Rutles vanno ben oltre, si sostituiscono integralmente a quel mito creando una vita parallela “autenticamente falsa” e perfettamente sovrapponibile a quella dei loro eroi, con tanto di morti presunte e teorie complottiste (la Dirk Is Deaf contrapposta alla Paul Is Dead).

Un romanzo nel romanzo.

Tanti fakes piccolini dentro un unico fake enorme.           

The Rutles dimostra in maniera lapalissiana quanto il rock ‘n roll sia già stato destinato alle bacheche da museo. Ora, nel 1977, si può passare fra le sue teche e fotografarne ammirati i pezzi esposti. Di più, si può distinguere un originale dal suo falso, studiandoli uno ad uno, valutandone l’approssimazione rispetto ai modelli base.

Niente più emozione, solo studio estetico e valutazione collezionistica.

Niente più guerra, solo cimeli.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVID SYLVIAN – Secrets of the Beehive (Virgin)  

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Laboriosità e disciplina sono le nuove leggi che regolano la vita artistica e privata di David Sylvian quando si siede per lavorare al suo terzo disco solista.

Seduto, si. Voi avete un’altra immagine di Sylvian che compone le sue opere?

Sono le caratteristiche tipiche dell’alveare, simbolicamente scelto ad emblema e amuleto di Secrets of the Beehive, il suo capolavoro estetico. Sylvian è pienamente consapevole della sua arte seduttiva, della sua abilità nel tessere trappole eleganti sulle quali poter raccogliere i corpi delle sue prede, della sua capacità di evocare fantasmi, streghe, demoni, Dei cristiani e idoli pagani, di irretire l’ascoltatore avvolgendolo in una rarefatta nuvola di bellezza che teme la luce del sole.

La tromba di Mark Isham e il pianoforte di Ryuichi Sakamoto donano plasticità e atmosferica mist(er)ica al fortissimo afflato spirituale che avvolge tutto il disco, modellando la cera dell’ape Sylvian. Le percussioni di Danny Cummings vestono le ali degli angeli di ninnoli orientali, perché il loro frullare sia annunciazione gioiosa di un’alba sorgiva. Le linee di basso di Danny Thompson conferiscono senso di vertigine e danno profondità alle ombre che sono sempre pronte a soffocare ogni anelito di felicità, a troncare ogni pace che sembri duratura, a ricacciare nelle tenebre ogni conquista d’amore, riportandola alla precarietà che la rende ancora più desiderabile, ancora più irraggiungibile.  

Secrets of the Beehive sublima così, liricamente e musicalmente, l’ideale di bellezza Sylvainiana. Fa della sua arte, un’arte Omerica.                 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SPIRITUALIZED – Ladies and Gentlemens We Are Floating in Space B P (Dedicated)  

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Se la vigilia di Ferragosto del ’95 aveva visto scendere nell’arena i Blur e gli Oasis con la voluta (da parte dell’etichetta dei primi) pubblicazione in simultanea di Country House e Roll With It, il 16 Giugno di due anni dopo un’altra uscita cronometrata mette a confronto i Radiohead e gli Spiritualized, ovvero il lato più intellettuale della “giovane Inghilterra”, quella più lontana dalle zuffe in stile hooligan e dalle riviste per ragazzine alla prima cotta. Sono entrambi al terzo album ma la storia musicale di Jason Pierce, l’argonauta alla guida degli Spiritualized, affonda negli anni Ottanta quando, nemmeno maggiorenne, aveva dato vita agli Spacemen 3 scartavetrando sui dischi di Stooges e 13th Floor Elevators.

Pierce ha già la scimmia sulla spalla da un po’ quando decide di portarsela in giro per lo spazio. Non ha mai sorriso tanto ma da quando Kate Radley lo ha mollato per celebrare in tutta segretezza le sue nozze con Richard Ashcroft, ha smesso di sorridere del tutto pur conoscendo il potere terapeutico del sorriso come ammette candidamente su Broken Heart, il pezzo su cui dà al suo dolore la forma di un requiem. Pierce la porta ancora una volta con sé, per l’ultima volta, nel suo viaggio più ambizioso. Anzi, è proprio la voce di Kate ad introdurre al lunghissimo viaggio affrontato da Pierce alla ricerca dell’armonizzazione perfetta tra la musica orchestrale, gli effluvi psichedelici e i canti di redenzione della musica sacra, affrontando distanze difficilissime da misurare.  

Ladies and Gentlemens We Are Floating in Space B P (dove B P sta per British Pharmacopoeia, ovvero il prontuario farmaceutico ufficiale inglese, NdLYS) è insomma lo scafandro con cui Pierce esce dalla navicella della sua band per tuffarsi nello spazio. Salvo poi, ma di questo era molto probabile Pierce ne fosse pienamente consapevole, restarne intrappolato a vita.

La vastità dello spazio, richiamata nelle dimensioni mastodontiche del lavoro e nel movimento fluttuante e antigravitazionale di molte sue tracce, equivale per il musicista inglese al metro quadrato della sua prigione.

L’anelito religioso sfuma in un atto privo di fede. Non consegnando a Dio neppure un’oncia del suo dolore, egli lo rende spettatore e non terapeuta della sua follia o conforto del suo tormento.

Noi lo siamo parimenti. E l’annuncio iniziale, a mo’ di avviso televisivo, non fa che confermare quale sia il ruolo cui siamo chiamati, obbligati ad assistere all’incanto dello schiudersi dell’atto creativo con la stessa meraviglia suscitata dal fiorire del loto, dallo spumeggiante gocciolio della manna o dall’incompiuto “sorriso” di Brian Wilson trasformato dal tempo in un ghigno di feroce follia.

Il terzo album degli Spiritualized si scioglie come un cero votivo dalle dimensioni paradossali. Noi veniamo macchiati dal suo muco d’ape in un’estasi che vorremmo mistica ma che più spesso è soltanto una trance di trasporto inerte e sbadigliante.

Vollimo, fortissimamente vollimo, farne un disco incommensurabile, non riuscendo a fare bene i calcoli.

Qualcuno, con analogo trasporto, giura di aver visto la Madonna salutarlo dalle nuvole, in una calda giornata di preludio d’estate.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

PRIMAL SCREAM – Screamadelica (Creation)  

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Bobby Gillespie manda giù la prima pastiglia di ecstasy nell’Aprile del 1989, direttamente dalle mani di Alan McGee, il boss della Creation Records. Quattro mesi dopo incontra per la prima volta Andrew Weatherall, uno dei Messia dell’acid house durante un pellegrinaggio a Brighton. Sono queste le due tappe fondamentali che danno il via alla creazione di Screamedelica, il disco capace non solo di trasformare i Primal Scream (che, nonostante due album alle spalle, sono ancora dei Signori Nessuno) nella band del Regno Unito più importante del post-Smiths e del pre-Oasis ma di marchiare col loro nome la storia della musica moderna.

L’album è una celebrazione, tardiva ma pertinente, della seconda estate dell’amore, quella dei rave parties, delle pillole portentose, dei dj agitatori di folle, dei remix come forma d’arte e celebrazione somma del matrimonio tra musica dance e brivido rock.

Seppur costruita in ritardo ne rappresenta, in termini discografici, l’architrave.

Come se la condensa umida generata con l’evaporazione della stagione acid fosse stata raccolta sulla sua superficie e ce ne piovessero le gocce ogni volta che se ne gira una delle sue quattro facciate.

Screamadelica è pensato per il pubblico dei club, che diventa da questo momento la base dei fans dei Primal Scream. Gli altri si accoderanno all’entrata una volta averne letto delle sue meraviglie sulle classiche riviste rock. Come l’inalatore da aerosol usato nei rave per prolungare e amplificare gli effetti delle pastiglie, Screamadelica permette di allungare gli effetti delle feste a base di musica e droga per un dosaggio casalingo. Un “first aid” domestico, da tenere nella dispensa del bagno.

I Primal Scream deformano la loro musica usando degli additivi di sicura efficacia. Si chiamano Andrew Weatherall, Orb, Tony Martin, Jah Wobble, Paul Taylor. Quello che ne viene fuori è un paradossale blob di ritmi sintetici, organi da cerimonia evangelica, voci soul, soffi raga, riff e solo Stonesiani, cori gospel, bassi dub, campionamenti, trombe jazz, bip elettronici, groove da funk latino.

Come se il Diavolo evocato da Jagger alla fine gli avesse dato appuntamento ad Ibiza, chiamando i Barrabas come testimoni.

Screamadelica nasce benedetto da Dio e dal suo rivale. Per questo tutti, in cielo e sulla terra, oltre ad esaltarne le virtù gli hanno perdonato anche i peccati che ad altri non furono perdonati.              

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVID SYLVIAN/ROBERT FRIPP – The First Day (Virgin)  

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Il diniego di Sylvian ad entrare in pianta stabile nei King Crimson per la seconda reunion della band inglese si risolve artisticamente in una preziosissima collaborazione artistica con Robert Fripp, ormai incapace di rinunciare ad una voce espressiva come quella di Sylvian. Il disco coincide con uno dei periodi più felici nella vita personale di David Sylvian con la nascita del primo frutto di un matrimonio che si annuncia felice e che invece porterà uno stormo di nuvole grevi.

Ma sulla copertina e dentro le musiche di The First Day (titolo che già di per se annuncia una rinascita) Sylvian sorride come mai prima e come mai più farà dopo. Ne viene fuori un disco vivo e pulsante, forse anche godereccio se questo termine non facesse a pugni con l’immagine eterea e sciamanica che da sempre si associa a quella di chi quindici anni prima è stato eletto “uomo più bello del mondo” e che di quella bellezza preserva ancora un intatto, efebico splendore. The First Day è elogio e rappresentazione della fertilità che la carta astrale gli ha riservato in quel periodo della sua vita così come della spiritualità e dell’amore per le dottrine esoteriche e religiose che ne pervadono l’animo già da un po’.

Un disco che non rinuncia all’eleganza ma accetta l’oltraggio ritmico senza venirne umiliata.

È insomma la storia di un incontro e non di un baratto. Una delle tante ibridazioni possibili che David Sylvian impone alla propria arte per ravvivarne lo spirito alchemico, fino a lasciarla divampare dentro i dodici minuti di 20th Century Dreaming (Shaman’s Song), sin dal titolo un incrocio fra le figure schizoidi dei primi King Crimson e quelle mistiche di Words with the Shaman o a lanciarla dentro un flipper residuato dalla follia mancuniana che sembra aver invaso tutto il Regno Unito, come nella lunghissima Darshan che sfora il quarto d’ora di durata. 

Minuto più minuto meno la durata della felicità. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro