PATTI SMITH GROUP – Radio Ethiopia (Arista)  

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Lo squarcio passatista di Horses coi suoi omaggi a Hendrix, Who e Jim Morrison che aveva, paradossalmente, stappato le botti dove fermentava il vino punk newyorkese avvalora con Radio Ethiopia tutti i paradossi artistico-temporali di cui l’arte di Patti Smith era intrisa e che altro non era se non un prolungamento all’infinito del sogno hippy spentosi con le morti dei suoi protagonisti. Il debutto dei Ramones (anch’esso un sogno passatista ma ridotto all’essenziale laddove invece la band della Smith sembrava crogiolarsi nel brodo primordiale e fricchettone delle jam sessions tipiche degli anni Sessanta, NdLYS) sembrava di colpo aver fatto invecchiare la musica del Patti Smith Group e le sue elegie torrenziali di almeno cinque anni.  

Roba in fin dei conti più adatta alle menti astruse di Head Heritage (e infatti finirà per essere recensito lì, tra un Gong e un Soft Machine) che alle pagine di Punk.

Radio Ethiopia è dunque, ancora una volta, più un punto di raccordo che un punto di svolta, con la Smith “costretta” a vestire i panni che erano già stati vestiti da Dylan, dando una connotazione intellettuale e poetica alla nuova aria di rivolta che si respira nell’aria, esattamente come era stato per la stagione beat di dieci anni prima. Poco importa, in quest’ottica, che i toni del disco siano spesso di una solennità così greve (Poppies, Pissing in a River, Distant Fingers) che non la si sarebbe perdonata neppure ai più beceri gruppi della west-coast psichedelica o che la title-track sia la figlia del figlio del monster magnet di zappiana memoria.

Quello che conta(va), altro paradosso, era veicolare un messaggio che “sembrava” parlare di rivoluzione. Non era neppure fondamentale capirle fino in fondo, quelle parole. Bastava lasciarle decantare nell’ambiguità e sedersi a dibatterne attorno a un fuoco. Che fosse il fuoco del punk, era del tutto accidentale.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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XTC – White Music (Virgin)  

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Si diventa bravi pasticcieri un po’ alla volta no?

Iniziando a sfornare biscotti dalle forme un po’ bizzarre, quasi sempre.

E così la pregiata pasticceria degli XTC quando apre le sue porte non ha ancora sul banco quei bei muffin e quelle ciambelle dal buco perfetto che esibirà con meritato orgoglio negli anni successivi ma una bizzarrissima successione di prodotti d’artigianato in cui i novelli pasticcieri cercano di riprodurre quanto letto nei ricettari del punk col la dilettantesca ma euforica energia degli esordienti e che, non fossero diventati quelli che poi sono diventati obbligandoci a riscrivere tutto, avremmo accostato senza nessuna difficoltà ai primi dischi della Joe Jackson Band, di Costello e dei primissimi Police.    

Un disco pieno di spine dove infilare le dita e prendere la corrente, anche se ne’ noi ne’ loro abbiamo più l’età per farlo.

Un disco che è figlio ritardato del punk.

Nipote del beat con la sua orgogliosa sindrome di down.  

Che non si vergogna di offendere la memoria degli zii Hendrix e Dylan infilando sotto il loro culo lo zighidà del ritmo ska e di zittirli sprofondando le loro voci in una pozza di organo Bontempi.

Gli XTC ragazzacci. Quelli che usano ancora la granella di zucchero di canna invece che il toping al caramello. E che parlano balbettando.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

WIRE – Chairs Missing (Harvest)  

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Dopo aver mutilato il corpo del punk ed averlo ridotto in piccolissimi tranci di carne, i Wire pensano sia giusto conservarle a bassissima temperatura, per scongiurarne o quantomeno ritardarne la putrefazione. Chairs Missing è dunque il freezer dove le frattaglie di Pink Flag subiscono l’abbattimento termico che ne permettono la distribuzione nei grossi congelatori del reparto new-wave.

Archetipo della nuova formula è I Am the Fly, pezzo fra i più belli dell’intero post-punk che frigge letteralmente nelle serpentine al freon di un suono sintetico e algido.

Chitarre, basso e synth che si fondono in una formidabile fluorescenza cinetica buona da mandare in filodiffusione dentro il refettorio di un ospedale per sbandati mentali.

 

Più essenziale e monocromatica ma ugualmente straniante è la Heartbeat che chiude il primo lato del disco, un pezzo che implode su se stesso come un orgasmo trattenuto.

Il sintetizzatore di Mike Thorne, nuova macchina aggiunta, viene usata a volte in sovrapposizione, altre volte in contrasto alle altre macchine dell’opificio Wire, accentuando i toni dinamici o disinnescandoli a piacimento. L’approccio è totalmente anti-virtuoso: accordi lunghi, giostre armoniche essenziali, inserti minimali, piccoli rivoli di piscio freddo.

Il risultato è un disco tanto brillante quanto scostante e disomogeneo (Outdoor Miner, Marooned, Too Late, Practice Makes Perfect, Another the Letter, I Am the Fly  hanno, in termini di coerenza, un algoritmo stilistico apparentemente illogico ed irrisolvibile).

Chairs Missing lancia una sassata sulla vetrata del punk e scappa con un sorriso teppista nascosto sotto il cappuccio di poliestere.

Senza versare sudore.

Sublimando come ghiaccio secco.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE ONLY ONES – Even Serpents Shine (Columbia)  

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Gabbiani con le ali sporche di catrame, gli Only Ones regalano al 1979 il loro album-capolavoro, finito chissà in quale anfratto della memoria collettiva. Oscurato forse dalla grandezza di un singolo inarrivabile qual era stato Another Girl, Another Planet, che avrebbe oscurato chiunque, figurarsi le sorti di una band che sembrava predestinata ad una eclissi junkie inspiegabile, viste le qualità artistiche che avrebbero dovuto alzare la storia della band molte spanne sopra la media delle band new-wave cui il destino avrebbe riservato ben più fulgida e spesso duratura fortuna, e a disintegrarsi sul guard-rail senza riuscire ad oltrepassare il confine del loro romanticismo tossico borderline che si respira a pieni polmoni dentro Even Serpents Shine, perfetta caramellatura sul rock ‘n roll del maestro Johnny Thunders.

Un disco torbido eppure di una avvenenza narcisa e dionisiaca, il secondo Only Ones. Ravvivato da un torrente di tastiere sgorgato chissà come da qualche sorgiva sixties come quello che scorre su Flaming Torch, da qualche piccolo passo di bolero, da fortunali di chitarre che sospingono i bellissimi intrecci di voci che colorano canzoni come No Solution e Programme, punk più nei titoli che nei risultati o che scivolano languide sulla Out There in the Night dedicata da Peter Perrett al suo micio o nel “quasi” muto strumentale di coda in cui Peter ci priva del piacere della sua voce da angelo bello e dannato, ravvivando il desiderio di ricominciare da capo il naufragio dentro questo mare dove i serpenti brillano, prima di stringersi al collo.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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THE JESUS LIZARD – Head (Touch & Go)  

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Il corpo sonoro dei Jesus Lizard prende forma come il David sotto il maglio di Michelangelo, acquisendo consapevolezza di se stesso dopo essere stato partorito con dolore da un blocco di marmo. 

Head ne rappresenta la testa, ovviamente. Dimora del discernimento e del calcolo freddo e razionale. Dopo il tracciato di Pure, il feto con la pelle di coccodrillo è pronto per porgere il suo vagito al mondo. 

Head è la marcatura a fuoco sulla carne di manzo degli anni Novanta. Il ferro rovente con cui i Jesus Lizard impongono il loro stile sul decennio che verrà invece ricordato per la segatura di metallo del grunge.

È David Yow a calarsi nella parte del bovino, rantolando e muggendo sotto la marchiatura della chitarra di Duane Devison e contorcendosi fra l’incudine e il martello che sono serviti a forgiare quel timbro a forma di lucertola.

Head è disco di inaudita barbarie.

Elogio della deformità e della sevizia che sfigura, maschera di ferro che si cala sul viso pulito degli anni Ottanta e li trasforma in una orribile macchina di mutilazione e tortura.

Come dei monarchi accecati dalla brama di potere i Jesus Lizard impongono il loro clima di terrore pur essendo, fondamentalmente, dei Restauratori. Se infatti il noise del decennio precedente aveva in qualche modo fatto delegittimato il riff chitarristico dal ruolo di imperatore sovrano, i Jesus Lizard lo rimettono al centro dell’impero rock, concedendogli il lusso di un trono. Che poi Devison preferisca costruirli usando una smerigliatrice piuttosto che una classica sei corde, cancellando ogni idea di assolo e qualsiasi esercizio onanistico di bending, è del tutto marginale a livello concettuale anche se è nodale ai fini della definizione del suono della band di Chicago, grezzo e prismatico allo stesso tempo.

Benvenuti negli anni Novanta, dove nulla di quello che vedete è vero e niente è dominato dall’amore. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE JESUS LIZARD – Goat (Touch & Go)  

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Un autentico rigurgito di fiele.

Goat è la raffigurazione Gigeriana dell’abominevole mondo dei Jesus Lizard.  

Un disco dove ogni raccapriccio, ogni fobia, ogni perversione trova una sua rappresentazione fedele nell’orrore e nel godimento sadico che ne deriva.

Il rantolo psicopatico di David Yow, le chitarre invasive di Duane Denison e il martoriante picchiare di Sims e McNeilly creano un universo angoscioso che deve essere simile alle urla strazianti e al percuotere sulle sbarre provenienti dalle camere di isolamento di un ospedale psichiatrico.

Ascoltare Goat è come essere intrappolati nei corridoi su cui quelle prigioni per maniaci seriali si affacciano.  

Si può sentire il proprio corpo annaspare, avvertire tutto l’affanno della paura indotta dalla claustrofobia. Sentirne tutto lo sgomento.

Qualcuno pare stia rivettando il corpo di Cristo su una qualche nuova croce di acciaio e piombo.

Potremmo essere noi.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE VELVET UNDERGROUND – VU / Another View (Verve)  

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Ci fosse stato Carlo Lucarelli ai vertici della MGM, in quel lontano 1969, avrebbe detto a Lou Reed e soci “segnatevi questo numero, ci servirà più avanti”.

In quell’anno invece, sfortunatamente per loro, ai vertici della MGM viene messo un certo Mike Curb. Un tirapiedi di Ronald Reagan che vuole mettere al bando gli artisti che fanno l’apologia delle droghe. Velvet Underground e Mothers of Invention vengono quindi simpaticamente messi alla porta, nonostante entrambi abbiano un disco già pronto.

Del quarto album dei Velvet Underground ci resta dunque solo un numero di catalogo che è quello citato qualche riga sopra e il cui contenuto, sommato a qualche traccia inedita con John Cale ancora in formazione, verrà stampato molto più tardi su due lavori postumi, bellissimi e complementari come VU e Another View, pubblicati quindici anni dopo l’uscita della band dalla storia attiva del rock ‘n roll e dieci anni prima della loro investitura ufficiale nella Rock and Roll Hall of Fame.

A quel punto della storia però (siamo nella metà degli anni Ottanta) i fanatici dei Velvet hanno già familiarizzato con quel repertorio più volte vittima di sciacallaggio e di riletture in proprio da parte del Lou Reed solista.

Canzoni su cui si è a lungo favoleggiato e che qui, grazie al sapiente lavoro di remissaggio, brillano in tutto il loro splendore Vantablack: Can’t Stand It, Lisa Says, Ocean, Foggy Notion, I’m Sticking with You, We’re Gonna Have a Real Good Time Togheter, Ride into the Sun, Hey Mr. Rain, Guess I’m Falling in Love, Coney Island Steeplechase, Rock and Roll suonano ancora di una attualità stilistica sconcertante.  

Come fossero state registrate ieri.

O come se il mondo intero si fosse fermato ad aspettarle, avvertendone un disperato bisogno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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SWELL MAPS – A Trip to Marineville (Rather/Rough Trade)  

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La vigilia del Natale 1965 in casa Godfrey i piccoli Adrian Nicholas (nove anni) e Kevin Paul (sei anni) spacchettano un disco regalato loro dal papà. Si intitola A Trip to Marineville. E’ una sorta di fiaba surreale per bambini. I protagonisti sono il Capitano Troy Tempest e il piccolo Johnny. L’ambientazione, quella di un celebre telefilm di animazione di quegli anni: Stingray. Qualche anno dopo, quando Adrian (ribattezzatosi Nikki Sudden) e Kevin (che ha cambiato radicalmente il suo nome in un cinematografico Epic Soundtracks) decidono, un po’ per gioco e un po’ per scommessa, di mettere su una sgangheratissima nuova band e di registrare un altrettanto squilibrato disco, si ricordano di quel disco e delle musiche che Barry Gray aveva realizzato per i film di animazione di Gerry Anderson.

Swell Maps è rubato proprio da una esclamazione di quel Johnny, la stessa che viene isolata da quel disco e messa in apertura dell’album, intitolato esattamente come quei “21 minuti di avventura” regalato loro.

Punk più nello spirito che nella forma, alterna sputi e goliardate, irriverenze e spinte avanguardiste che è difficile valutare se siano state studiate, trovate per caso o sfruttate per fare di necessità virtù (l’uso della scala esatonale usata per la lunga Harmony in Your Bathroom, le dissertazioni su John Peel finite in mezzo a mille altri rumori sulle note improvvisate al piano da Epic su Don’t Throw Ashtrays at Me! e troncate come il peggiore coito interrotto, il codice morse per alieni di Adventuring Into Basketry, le strapazzate esibizioni “Fall”iche che condiscono il disco e le altrettanto stralunate deviazioni ispirate dall’ascolto del rock crauto dei Can, le esplosive deviazioni surf, i coriandoli di musica concreta che cadono lungo tutto il disco). Resta il fatto che la Marineville degli Swell Maps diventa da subito uno dei luoghi più inabitabili del post-punk inglese.

E così è ancora oggi. Abitato da un senso di disastro imminente, schiacciante, pervasivo ed inevitabile. Lo ascolti e hai l’impressione che qualcuno stia sparecchiando proprio mentre qualcun altro sta imbastendo il tavolo.

Probabilmente quelle stesse, medesime mani.

Dodici in tutto.

Un’intera brigata di sala che avvicenda servizio a sevizie.

Il 27 Giugno del 1979, quando il disco sta per essere distribuito ai negozi, Epic e Nikki si ricordano ancora del loro papà e di quel regalo. E allegano all’album un secondo dischetto in regalo. Perché ogni bimbo sia felice, mentre guarda la sua casa subacquea bruciare.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ALTERNATIVE TV – Vibing Up the Senile Man (Get Back)

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Nelle intenzioni, ma ancor più nei contenuti, Vibing Up fu il disco che Mark Perry scelse come rottura dal movimento punk, reo secondo Perry di aver detronizzato i vecchi dinosauri rock per divenire esso stesso istituzione, gusto popolare, etichetta. Un movimento nato per sovvertire le regole altrui e che pure era rimasto ingabbiato nelle sue. Dopo aver suggerito di bruciare l’ultimo numero di Sniffin’ Glue, era dunque il momento di disperdere al vento le sue ceneri. Dopo la furia di The Image Has Cracked era giunto il momento della autoanalisi, del caos strutturale, della canzone informe e deforme. Niente chitarre, se non quelle fruscianti di Release the Native e The Good Missionary, piuttosto flauti, percussioni metalliche (guidate da Genesis P-Orridge), bassi ripetitivi, rumori concreti, voci recitanti. Canzoni che si muovono in un nulla cosmico (cosa è, se non una deriva definitiva, il vuoto di Serpentine Gallery? NdLYS), in una voragine straniante. Un disco bastardo per indole e ostentazione della propria indipendenza. Da tutti distante e da tutti odiato, va da se. Punk, cos’altro?

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

 

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NO DEAL – Soul Picker’s Deal/These Things Kill (Gravedigger’s) / THE SCRUBS – Please Go Out/Hey Girl (Area Pirata) / THE LINK QUARTET – Quattro Pezzi Facili (Area Pirata)  

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Arriva la primavera e, per non farmi trovare fuori forma, decido di far fare un po’ di flessioni al fedele braccio del mio piatto Technics. Come personal trainers scelgo un po’ di roba che mi è arrivata via posta negli ultimi due mesi.

I primi del lotto sono i No Deal, “nuova” formazione di Cagliari che in realtà nasconde due/quarti dei Rippers, il chitarrista dei Freaks e il boss della storica Gravedigger’s che qui impugna il basso con lo stesso approccio turgido e roccioso di Keith Evans e Cord Neal, perfettamente funzionale al caotico garage punk della band, dove tutto è ridotto al frastuono essenziale. Due canzoni belle maleducate suonate a metà manico, pisciando in egual misura sul giro di Do e sugli assoli di Satriani recuperando piuttosto il minimalismo catramoso dei Velvet e dei Punks di Detroit. 

Più scanzonato sembra l’approccio dei lodigiani Scrubs, che immagino a fare le boccacce come il giovane Koizumi. E che probabilmente farebbero le pernacchie a leggere le mie intuizioni. Due canzoni anche nel loro caso, con pioggia fuzz e grandine di maracas come ai tempi dei Primates.

Le atmosfere cambiano del tutto invece con il nuovo E.P. del Link Quartet che se hanno cinque facce in copertina significa che qualche novità c’è. E infatti le quattro cover servite in salsa italiana vedono l’ingresso in formazione di Silvia Molinari di cui onestamente non conosco i trascorsi artistici e che qui si dedica a cantare nella lingua di Dante dei piccoli classici di Blood, Sweat & Tears, Shockin’ Blue e Serge Gainsbourg. Ovvio, conoscendo di cosa è capace il quartetto, che ci si aspetti di azzardare un comodo parallelo con la Driscoll e i Trinity e tirarci fuori anche una simpatica “manovra” aritmetica. Recensione finita, e avanti il prossimo esercizio di fitness. Purtroppo così non è e malgrado il suono da giganti raggiunto dal Link, ormai in grado di padroneggiare retro-pop, funky, hammond-beat e prog con il medesimo altissimo livello di maestria, il lavoro mi pare meno caldo rispetto agli standard altissimi cui il “quartetto” ci ha abituato.

Per elettrizzarmi un po’ metto sul piatto di portata il nuovo singolo di Sam Agostino, alias Brat Farrar. Uno un po’ matto che si diverte a tagliuzzare i riff dei Wipers con una motosega a batterie. Un elettropunk che dà il meglio di sé su Feel This Way, con un bel ritornello anni Ottanta che farebbe gola a tante osannate new wave band in giro per il pianeta e che invece mi sa che ascolteremo in pochi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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