HAPPY MONDAYS – Squirrel and G-Man Twenty Four Hour Party People Plastic Face Carnt Smile (White Out) (Factory)  

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Nell’Aprile del 1987, con il corpo degli Smiths sfatto ma ancora vivo, divenne chiaro che, indipendentemente da come sarebbero andate le cose (e le cose andarono male), la loro esistenzialista curva all’ingiù aveva avuto la peggio nella battaglia contro la curva all’insù dell’edonismo godereccio propagandato dai concittadini New Order. Il loro scioglimento non avrebbe fatto altro che cedere del tutto la città al “nemico”. Le prime avvisaglie di quella disfatta si erano rese manifeste sul debutto di una band che girava per la città già prima che Marr e Morrissey si incontrassero e, ora che stavano per litigare, arrivava al suo debutto sotto l’ala protettrice della Factory e il mantello sinistro di John Cale.

Ragazzacci che probabilmente non avevano mai letto un libro di Oscar Wilde e il cui interesse sembrava essere quello di fare festa 24 ore al giorno e  consumarsi il cervello con pastiglie di acido e videogiochi.

Che pisciavano sulle aiuole. E che ai ricami dei merletti degli Smiths sembravano preferire assai le imbastiture dozzinali della sartoria dei Fall. Come nei dischi della band di Mark E. Smith, dentro le vene del debutto degli Happy Mondays scorre un funky disarticolato e dilettantesco che è foriero di quell’ibrida mistura tra post-punk, teppismo english e sballo da dancefloor che porterà a dischi come Screamedelica, il debutto degli Stone Roses o al loro capolavoro bastardo di tre anni dopo.

Per adesso, per loro, si tratta di prendere appunti.

Per chi li sta ad ascoltare, di saper leggere fra le righe.

Per i pusher, di cominciare a preparare le caramelle.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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INSPIRAL CARPETS – Dung 4 (Cherry Red)

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Prima di diventare dei piccoli eroi della scena baggy della loro città, gli Inspiral Carpets erano, in pratica, una garage band.

Paurosamente simile, a tratti, agli scozzesi Thanes.

Nessuno lo disse allora, visto che Manchester bramava di essere non solo originale, ma anche innovatrice. E del resto, visto che il pubblico purista mai e poi mai si sarebbe lordato le mani con ciò che veniva taggato come moderno, solo qualcuno si accorse di quanto le analogie tra band “passatiste” come Prisoners, Thanes, Dukes of Stratosphear, Teardrop Explodes e gruppi moderni come Charlatans, Inspiral Carpets, Stone Roses fossero a volte molto più che una semplice allucinazione psichedelica.

In realtà gli Inspiral Carpets, pur non sposando mai culturalmente ed iconograficamente il legame con la musica psichedelica, non avrebbero mai del tutto tradito certe “inclinazioni” sonore che li portavano a lambire il suono di band come Seeds, Creation o ? and The Mysterians, neppure quando sarebbero diventati un gruppo di relativo successo. Perché, in fin dei conti, era tutto partito da lì: cinque ragazzoni che, chiusi in garage, costruiscono canzonette pensando di conquistare qualche ragazza. Sono i giorni documentati da Dung 4 e Cow, pubblicati in proprio prima del grande salto verso la Mute Records e ora ristampati per celebrare un doppio evento: il Records Store Day del 19 Aprile e la firma in calce al contratto con Cherry Red che porterà alla pubblicazione dell’ omonimo, nuovo disco della band di Manchester.

Documenti di un’epoca lontanissima dove qualcuno registrava ancora su cassetta e riusciva a venderne 8000 copie e regalarne a mano a gente come Sonic Youth e New Order. Dove Noel Gallagher lavorava come roadie e rispondeva a mano alle lettere dei fan, su carta intestata Inspiral Carpets e con una buffa faccia di mucca che muggisce stampata su ogni foglio.

Riuscite ad immaginare qualcosa di più indie?

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THAT PETROL EMOTION – Babble (Polydor)

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Dopo il bagno elettrico di Manic Pop Thrill i That Petrol Emotion cominciano lentamente a mutare pelle. Le chitarre diventano più scattanti, dinamiche mentre la batteria si accende come una fila di candelotti di polvere pirica facendo di Babble uno dei dischi pionieristici per il rinnovamento della musica inglese dei tardi anni Ottanta e la fusione tra la club culture e l’indie rock che esploderà definitivamente con i Primal Scream e gli Stone Roses. Su Babble questa unione è più concettuale che reale ma lo scarto in senso propulsivo rispetto all’esordio è marcato sin dall’apertura affidata a Swamp: l’ossessione per lo zolfo beefheartiano è ora alterata da sincopi funky metalliche che esploderanno nelle vampate pirotecniche di Split, Creeping to the Cross e In the Playpen.

La tensione psichedelica circolare del primo album dà vita a Static, Inside e Belly Bugs, gli episodi più placidi di un disco che non riesce a rinnovare la forza dell’esordio ma che traccia idee nuove che pezzi come Dance Your Ass Off o il Jet Fuel Mix di Big Decision inclusi tra i bonus della successiva ristampa su cd banalizzeranno fino a renderle oscene, depunkificando del tutto gli eredi legali degli Undertones.

Babble è ancora un disco semi-perfetto: un anello di intersezione tra le facce smagrite dalle droghe dei Television e il muso duro dei Three Johns.  

Un sacco da boxe su cui i Gang of Four possono immaginare di prendere a cazzotti Mick Jones e i sui Big Audio Dynamite.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro    

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FIVE THIRTY – Bed (3 Loop Music)

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Una volta attenuato il cono d’ombra degli Smiths che aveva oscurato Manchester per cinque formidabili anni, la città inglese è pronta per rimettersi a nuovo e sfoggiare una nuova rosa di nomi e un suono che, seppur debitore agli Smiths, occhieggia al dancefloor. La malinconia inglese si colora e spinge il bottone del ritmo. E, come nei migliori acquazzoni, finita la pioggia vengono fuori le chiocciole.

Sono dischi come Technique, The Stone Roses, Bummed, Some Friendly con i loro incroci tra disco-culture, funk e guitar pop, ad imporre il nuovo trend su tutta la Gran Bretagna. E’ la nascita di ciò che viene etichettato come “baggy”: ritmi grassi che scoppiano attorno a un suono brit-oriented che continua a guardare ai Beatles, agli Who e ai Jam come propri maestri.

E’ la rivincita di Manchester su Manchester, anche se a firmare il disco destinato ad entrare nella storia ci penseranno gli scozzesi Primal Scream, nel 1991. Lo stesso anno del debutto a trentatre giri dei Five Thirty, da Oxford. Partiti in sordina ben sei anni prima, con un singolo indipendente subito silurato dalla critica (del resto, in pieno fenomeno Smiths, nessuno ha bisogno di trovare sostituti, NdLYS), per i Five Thirty il vento cambia rapidamente una volta che è la East/West ad interessarsi al loro suono ibrido. Da quel momento, in uno spasmodico susseguirsi di singoli (Abstain, Air Conditioned Nightmare, 13th Disciple, Supernova), la stampa cambia atteggiamento nei confronti del terzetto londinese, spingendo la band e influenzando l’umore del pubblico finendo per fare dei Five Thirty delle icone della nuova scena mod e incensare Bed, l’album che viene pubblicato il 19 Agosto del 1991, più di quanto in realtà meriti. Il disco è ben sintonizzato sulle frequenze della musica inglese di quei primi scorci degli anni Novanta, che sono quelli della Madchester di cui parlavo in apertura: piccole tempeste chitarristiche su cui di tanto in tanto pare alzarsi qualche uragano funk sollevato dalla chitarra di Paul Bassett e da qualche azzardo ritmico che vorrebbe emulare le gesta di Sly and The Family Stone o della Experience (13th Disciple e Songs and Paintings i primi episodi che mi vengono in mente), dissimulata da una mai taciuta devozione verso band come Jam e Stranglers e verso il soul di marca Stax. In realtà Bed, registrato nello stesso studio da cui era venuto fuori l’anno precedente Some Friendly dei Charlatans, non è affatto un esordio perfetto. La miscela musicale del gruppo, nonostante il pressante collaudo, rimane incombusta, incapace di omogeneizzare il lato diretto del gruppo (quello che in questa reissue emerge dalle sessions per Radio One) con quello più concettuale ed elaborato che li vede armeggiare, malamente, con drum-loops, sampling e overdubs. Il successo del disco sprona la band a voler dar sfogo ad altre ambizioni, come quella di contattare Phil Spector per la produzione di Another Fresh Corpe, il secondo album annunciato prima del Natale dello stesso anno assieme alla pubblicazione di un EP intitolato Alestair Crowley’s Door.

I progetti invece naufragheranno in un nulla di fatto e quel che rimane di quelle registrazioni è ora qui a fare la coda alla lunga sfilata di canzoni di questa corposa ristampa: sei canzoni che, seppure in maniera primitiva (o forse, a mio avviso, proprio per questa urgenza che le rende così fottutamente vicine allo spirito degli Undertones) mettono in mostra dei Five Thirty decisamente più convincenti, soprattutto in pezzi come Apple Something, Barbie Ferrari e nella kinksiana She‘s Got It Bad. Qui dentro c’è tutto quel che resta di loro. 

Fa buio presto a Londra.

E partire alle cinque e mezza era già di per sé un azzardo.

 

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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