KINKS – Kinks (Pye)  

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È il 1963 quando un giovane Robert Wace varca la soglia della Leeds Music di Denmark Street per far ascoltare a qualcuno la demo della band di cui sta curando il management. Si chiamano Ravens e hanno il solito repertorio di standard americani che stanno furoreggiando in Inghilterra. Non si distinguono dagli altri ma per Shel Talmy, il produttore americano che ha già avuto successo producendo per la Decca il primo album dei Bachelors e che ora è alla ricerca di qualche nuovo nome su cui dare il suo imprimatur, si presenta l’occasione per portare alla Pye, la nuova etichetta con cui ha appena siglato un contratto con delle clausole molto vantaggiose (Talmy sarà il primo a chiedere le royalties per le canzoni su cui mette mano e non un semplice stipendio “a progetto”), un nuovo nome su cui lavorare.

I primi due singoli sono ancora privi di carattere. Gli appena ribattezzati Kinks si limitano a fare i Beatles di panchina. Per il terzo Talmy trasferisce armi e bagagli agli studi IBC ed impone il proprio stile di cattura del suono: tre microfoni sull’ampli della chitarra (uno attaccato al pannello, uno piazzato ad un metro e mezzo, l’altro panoramico a catturare il riverbero della sala) e ben dodici sulla batteria. Un azzardo che, visti i risultati raggiunti, diventerà presto lo standard per tutti.

Quello che ne è esce non somiglia a nient’altro sia stato prodotto in Inghilterra fino a quel momento. E in realtà non somiglia neppure a quanto messo in piedi dai Kinks stessi per realizzare i contorni e i secondi piatti a quella prima, appetitosissima, portata. Che sono pregevoli esercizi di rock ‘n roll ma rimangono pur sempre contorni e secondi piatti.

You Really Got Me riporta la musica giovane alla sua natura più indisciplinata e ribelle. Il riff portante, condotto da una chitarra dal suono strappato, sembra scolpito nella selce. È un petroglifo rupestre che si stacca dalla roccia e prende vita. La voce di Ray Davies si muove tra sicurezza mascolina ed eleganza dai tratti femminei. Ma la cosa spettacolare, quella che ufficialmente dà fuoco alla miccia del beat più e prima di qualsiasi altra cosa, è il solo di chitarra. Che non è il solito assolo compassato e scolastico, il classico lick preso in adozione dal blues nero e ricamato sopra una torta al cioccolato bianco.

No, l’assolo di You Really Got Me, che per tanti anni si penserà suonato da chissà chi altri e che invece è frutto di un magico spasmo muscolare di Mr. Dave Davies  è tutto un wuambasdregnsquandsbaraguencwooafrenginsbrenguembemfenciomen, una folle improvvisazione di sax che non trovando nessuno strumento a fiato dentro cui barrire, si reinventa assolo di chitarra, finendo per assomigliare a quelle parolacce scurrili che tanto piace mormorare ai maschietti durante l’amplesso. È privo di forma, sembra sgretolarsi da un momento all’altro, animato da una potenza incontrollata, sfrenata, rock and roll.

È un Franti della chitarra solistica.  

Il terzo singolo dei Kinks diventa l’archetipo di ogni canzone irriverente prodotta in Inghilterra da lì in avanti, a cominciare dalle My Generation, Wild Thing e Satisfaction che sono lì lì per venire ma che al momento non ci sono ancora, neppure nel resto dell’album dentro cui You Really Got Me si erge come una montagna dentro una distesa di acque agitate dai venti della musica americana che soffiano da Occidente.  

You Really Got Me sconvolge insomma i piani del beat inglese, che fino a quel momento non si pongono altro obiettivo se non quello di trovare un nuovo canone da ballo per radunare gli adolescenti sotto la stessa bandiera.

La Union Flag.

Quella dei Kinks.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CAPT CRUNCH AND THE BUNCH – Crimine Beat (Area Pirata)  

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Come per il debutto su piccolo formato di tre anni fa, il toscano Frank Crunch e la sua allegra brigata decidono di affidare all’idioma italiano e a quello inglese una facciata per ogni lingua senza per questo allontanarsi dal loro stile, che è quello di un beat schietto e “sgraziato” (cioè refrattario alle moine neomelodiche e canzonettare che inquinarono una gran fetta di quelle produzioni) erede di quella “soul experience” enunciata sul primo singolo di Mr. Anima nel lontano 1967 e di un ruspante rock ‘n roll che, come scrissi all’epoca del 7”, deve molto per attitudine stradaiola a una band come i Dr. Feelgood, soprattutto quando il gruppo accende la sua “grigliata” di armonica e chitarre come ad esempio su Sputare sul format e Revelations sulla quale affiora pure l’urgenza piromane tipica dei primi dischi degli Yardbirds e dei dischi di R ‘n B selvaggio della scena olandese di band come Q65 e Cuby and The Blizzards, un campo che se i Bunch sapranno coltivare a dovere sarà capace di produrre delizie inaspettate.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE KINKS – Something Else by The Kinks (Pye)  

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Se vuoi farti un tatuaggio dell’Inghilterra, tatuati i Kinks.

Così suggerì ad un amico che voleva tatuarsi con qualcosa di tipicamente inglese, una volta arrivato a Londra.

Tornò con il famoso logo che Mick Avory esibiva sulla cassa della sua batteria e con un pacco di dischi dei Kinks per me. Ringraziandomi per il consiglio e per avergli fatto scoprire la cosa più vicina all’aroma di Londra che avesse mai sentito.

Tra questi, Something Else scoprì essere il suo preferito. E pure il mio.

Il loro capolavoro. Nonostante fosse intitolato, con l’ironia beffarda di Mr. Ray Davies, “qualcos’altro”. Niente di più, solo qualcos’altro scritto e suonato dai Kinks. Una dichiarazione di modestia che, visti i risultati, forse nascondeva dietro il sarcasmo una grandissima dose di egocentrismo. E’ il disco di Waterloo Sunset, dove l’amore perfetto fra Terry e Julie viene coperto da una stagnola di malinconia per rendersi impenetrabile dalla meschinità del mondo. Ma è anche l’album in cui Dave Davies pretende ed ottiene finalmente il suo posto sul podio, regalando al disco tre perle come Death of a Clown, Love Me till the Sun Shines e Funny Face e in cui Ray porta a parziale compimento, sfruttandone sovente alcune ambientazioni neobarocche e integrandole con un’ancora più frizzante aria vaudeville, le intuizioni del lavoro precedente, sfoggiando la sua personalissima visione di un’Inghilterra sovrastata da un autunno perenne, resa biologicamente incapace di godere della pienezza della felicità e obbligata a mangiarne a piccole fette, come la crostata all’ora del tè.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

AA. VV. – Jon Savage’s 1967 – The Year Pop Divided (Ace)

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Sequel della bella raccolta dello scorso anno dedicata al 1966, ecco il secondo volume curato da Mr. Jon Savage che, differentemente rispetto alla volta precedente, limita adesso il suo contributo alla scelta delle canzoni e alla stesura delle liner notes di questa straordinaria doppia raccolta. Stavolta dunque niente libro di “supporto” alle quarantotto canzoni scelte tra le tante che segnarono un anno di profonda trasformazione musicale e sociale. L’anno in cui il beat diventa freak, il rock si inacidisce, il soul tramuta in funk e tutta la musica giovane diventa visionaria e multiforme. L’anno in cui il pop si divide, come sottolinea giustamente Savage. La creatività, spesso amplificata dalle droghe, è a livelli stratosferici. Su entrambe le coste dell’Atlantico. E le canzoni scelte dai repertori di 13th Floor Elevators, James Brown, Move, Attack, Byrds, Marmalade, Buffalo Springfield, Rex Garvin, Mickey Finn, Supremes, Third Barbo, Young Rascals, Blossom Toes, Captain Beefheart e le decine di altre lo dimostrano in maniera esemplare ed incontrovertibile.

Non c’è una sola canzone meno che splendida qui dentro.

Ognuna con una sua peculiarità, una sua personalità, un suo peso specifico che la rendono unica eppure universale.

Soldi e tempo spesi benissimo.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

SHAMPOO – In Naples 1980/81 (EMI)  

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Prima dell’invasione cinese, i falsi d’autore erano egemonia assoluta dei napoletani. Una vera e propria industria parallela che, unita all’arte di arrangiarsi e alla fantasia senza limiti del popolo partenopeo, faceva della città italiana l’eccellenza del mercato tarocco. Prodotti e sottoprodotti sfornati a Napoli invadevano l’Italia e quella parte di mondo raggiungibile prima dell’avvento di internet.

Gli Shampoo furono uno di questi. Se non la cosa migliore, sicuramente una delle vette della produzione popolare napoletana di sempre.

L’idea era nata all’allora presidente del Napoli Calcio Corrado Ferlaino che, in combutta con Gianni De Bury e Giorgio Verdelli della Radio Antenna Capri di cui Ferlaino era allora editore, aveva annunciato in occasione di un’amichevole contro il Liverpool, nientemeno che la reunion di “quattro ragazzi di Liverpool”. Quello che accadde, quando la Rolls Royce attraversò le stradine del Vomero, è rimasto nella memoria collettiva dei centocinquantamila accorsi in città come uno degli eventi pop più eccitanti del secolo scorso. Un misto di emozione fibrillante, di sconcerto e di delusione che non sarà mai più ripetuto. Perché, una volta aperti gli sportelli, dalla limousine scesero quattro ragazzoni napoletani con tanto di parrucconi alla Beatles e che qualcuno del quartiere riconobbe in Massimo e Lino D’Alessio, Pino De Simone e Costantino Iaccarino.

Il linciaggio però non ci fu. Che i napoletani sanno stare allo scherzo. E il concerto dei “Beatles” fu un vero tripudio. Perché, se è vero come è vero, che non si trattava del gruppo di Liverpool, i quattro guaglioncelli napoletani non ne facevano per nulla rimpiangere l’assenza. La loro parodia era, come le lacrime di San Gennaro, portentosa. Fedelissime nei suoni e nelle armonie ai Beatles originali, le cover degli Shampoo riadattavano le canzoni del gruppo inglese al dialetto napoletano con una naturalezza surreale, tanto che in un universo parallelo qualcuno avrebbe potuto azzardare che furono i Beatles a copiare dagli Shampoo e non viceversa.

Ne furono convinti pure alla EMI, cui la band approdò grazie a Renzo Arbore. L’etichetta storica dei Beatles. Che nel 1980 pubblicò l’album degli Shampoo, in una edizione verde delle storiche raccolte blu e rosse dei Beatles e sostituendo la famosa mela con una succosa pummarola napoletana. E che è un disco fantastico. Senza tema di smentita il miglior disco-tributo ai Beatles di sempre. Un prodotto proletario e nazional-popolare capace di fare tabula rasa delle caricature semi-intellettuali di Rutles e Residents e di brillare di una scioltezza verosimile e tangibile.

Un album che sposa in maniera sorprendente l’ottimismo del popolo di Napoli con quello dell’Inghilterra del boom economico.

Un disco cult da annoverare tra i classici.

Gli Shampoo l’unico complesso capace di lavare i panni dei Beatles nell’acqua del Golfo.

Corrado Ferlaino l’uomo che sconfisse il Liverpool due volte in un solo giorno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LE MUFFE – Fuoco e Fiamme (Party Tonite/Area Pirata)  

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L’Italia in fila.

Da una puttana, in un ballo di gruppo, in un rito propiziatorio, dietro la porta di un cesso alla stazione, al bar di quartiere a sparare minchiate su governo e malaffare (quelli degli altri, mai i propri) o in quello di Amsterdam ad assaggiare la torta della nonna (anche in questo caso la nonna degli altri, mai la propria), in corteo contro il regime di turno.

Del resto è così che buttiamo sedici giorni all’anno della nostra vita: aspettando Godot.

Dunque, perché no.   

A parlarcene sono Le Muffe. Ovviamente a modo loro. Ovvero senza analisi sociali (facilmente recuperabili sui profili social dei vostri amici di Facebook, qualora vi interessassero) e senza pietà. Col cinismo demenziale e politicamente scorretto (assunto dittologico per antonomasia, visto che non esiste politica corretta) che li contraddistingue e che li rende amabilmente detestabili.

Beat corretto al veleno.

Colore marrone. Retrogusto anice.

Che i tempi delle olive annegate nei cocktail del Piper sono passati da un pezzo.

E anche fuori da lì nessuno sorride più.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AVVOLTOI – Confessioni di un povero imbecille (Go Down)  

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Il traguardo del “concept” era nell’aria da un po’. Ovvero da quando, proprio come fu per i complessi storici del bitt italiano, la formazione emiliana ha capito che crescendo i pantaloni a spaghetto e le camicie fiorate non calzano più a pennello.

Confessioni di un povero imbecille trova la sua ragion d’essere nella storia del  fallimento amoroso e del pertinente, beffardo destino artistico raccontate da Gianluca Morozzi nel suo primo racconto Despero. Gianluca e Moreno condividono oltre al Municipio e ad altri interessi anche, ormai da un po’ di anni, i microfoni di Radiocittà Fujiko. Il povero imbecille di turno è dunque il Cristian protagonista di quelle pagine e delle dieci canzoni che compongono i due atti di questo nuovo capitolo del volo degli Avvoltoi. Nonché, in una curiosa giostra di citazioni ed ispirazioni, del nuovo libro di Morozzi allegato ad alcune stampe del disco (e viceversa, come in un quadro di Escher).

Se operazioni simili patiscono ovviamente il cono d’ombra di opere monumentali (penso a Tommy degli Who o The Village Green Preservation Society dei Kinks ma anche di piccoli tesori nostrani come ID dell’Equipe 84, Terra in bocca dei Giganti, il primo New Trolls o Parsifal dei Pooh), è tuttavia opportuno evidenziare come fondamentalmente gli Avvoltoi riescano a risolvere il progetto senza cadere nella facile trappola della verbosità e rimanendo nei margini della forma-canzone.

La musica è un beat inesploso ovvero privato di quell’innesco brioso e irrequieto che lo rende contagioso ma allo stesso tempo vulnerabile per assumere quel portamento svagatamente adulto e un po’ demodè, che pare incuneato fra il Battisti meno borghese e i Timoria meno avvinghiati alle ali del power-rock.

Se avete fantasia, che è comunque un dato richiesto per amare i dischi della band bolognese, avete capito.

Gli Avvoltoi sono tra i pochi ad essere fieri della musica e della cultura italiana.

Noi dovremmo essere orgogliosi di loro.

      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE FLESHTONES – …The Band Drinks for Free (Yep Roc)  

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Nel 2003, con la proposta di contratto ai Fleshtones, la Yep Roc ha investito su un usato sicuro.

Probabilmente sbagliando. Perchè di dischi imperdibili il quartetto newyorkese da allora non ne ha regalato più neppure uno, nonostante una tenacia intramontabile. …The Band Drinks for Free, arrivato a celebrare il quarantennale dei Fleshtones, non fa eccezione.

Il super-rock dei quattro vecchietti continua a mescere nell’amata brodaglia di beat e R ‘n B (con tutte le varianti del caso) e lo fa stavolta con un suono più levigato e curato del solito (Stupid Ol Sun è un paradosso anni Ottanta degno delle Go-Go’s, The Sinner uno dei peggiori blues a memoria d’uomo, o perlomeno a memoria mia). Però tiene fede ad un’attitudine che è coerente e tutto sommato impermeabile ad un usura che non sia quella fisiologica e chimica dettata dal tempo. Non più supportata dagli ormoni della gioventù, diventata un po’ mestiere.

Parafrasando gli Area: gli Dei restano, gli arrabbiati se ne vanno.  

E pur tuttavia, nessuno osi parlar male dei Fleshtones.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE WHO – The Punk Side of the Moon

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Pete Townshend spera di poter morire giovane.

Il tempo gli darà l’opportunità di potersi smentire.

Lui per primo sa che sta mentendo.

Eppure è proprio così: l’età uccide. Le idee, i sogni, le ambizioni, la rabbia.

Uccide tutto quello che loro rappresentano nel 1965.

Loro CHI? Gli Who. Piccoli “vandali vestiti da chierichetti” (come li definirà Kit Lambert, l’uomo che assieme a Chris Stamp si occupa di creare l’immagine del gruppo, NdLYS) costretti a suonare in locali così piccoli che faticano a muoversi sul palco con gli strumenti addosso. Locali che sono taverne. Come quella del Railway Hotel di Harrow. Un buco dove gli Who nel Settembre del 1964 suonano di malavoglia, sfiancati dal caldo e con le teste piegate.

E fanno la loro fortuna.

Perchè è qui che Pete Townshend, in un maldestro movimento, fora con la paletta della sua Rickenbacker 360 il solaio posticcio che copre il palco suscitando l’ilarità dei presenti, compresa quella di alcuni compagni dell’Art School contro la quale lui sta combattendo per via della sua proboscide. Pete non può lasciare che accada di nuovo, non mentre suona con la sua band. Così afferra il toro per le corna e trasforma l’incidente in un’arte, riducendo a brandelli il suo strumento.

Jerry Lee Lewis lo aveva già fatto. Ma nessuno prima d’ora lo aveva fatto con una chitarra elettrica.

Il pubblico è in delirio. GliWho sono appena nati e sono già entrati nella storia, passando per l’ufficio dello sfasciacarrozze.

È sempre là che Kit Lambert lì nota mentre sta girando alla ricerca di un gruppo sconosciuto ma con una identità forte e guerriera per un film pop che vuole documentare il fermento della scena musicale della Capitale.

Il film non uscirà mai. Ma alla fine dell’anno successivo, quando la band ha già licenziato e riassunto Roger Daltrey a causa del suo temperamento incandescente, esce My Generation, l’album-manifesto della generazione mod inglese. Poi ne verranno tanti altri, Quadrophenia su tutti, ma-ma-ma-My Generation è quello che forgia il movimento e ne legittima l’esistenza.

L’idea iniziale è quella di mettere su un disco con la collezione northern soul che i ragazzi portano nei club sin dai tempi in cui si chiamavano Detours e High Numbers: Ooh Poo Pah DooLeavin’ HereAnytime You Want MeI‘m a ManPlease Please PleaseDaddy Rolling StoneGot Love If You Want It ma il repertorio che Townshend sta mettendo su è così convincente che Shel Talmy, il produttore dei Kinks che Pete convince a produrre il gruppo dopo avergli fatto ascoltare esattamente un anno prima il riff di I Can‘t Explain per telefono, decide di gettare via gran parte delle covers e riaggiornare la scaletta con i pezzi del gruppo.

In cinque giorni il disco è già pronto.

Settimana corta, per gli impiegati del rock ‘n roll, che possono concedersi il loro fine settimana a base di zuffe, anfetamine e feste da ballo.

My Generation è un disco scoppiettante, come i candelotti di dinamite che sono una delle passioni di Keith Moon, il matto giocoliere seduto dietro la batteria che di tanto in tanto si diverte a riempire di esplosivo, a completare le coreografie distruttive che fanno il successo del gruppo e lasciano sgomenti pubblico e presentatori televisivi.

Keith, come Pete, ha uno stile tutto suo. A differenza di tutti gli altri batteristi girati verso il rullante, Keith suona “frontale”, così da percuotere con agilità e scioltezza tutto quello che il suo kit gli offre. E lui picchia ovunque. Tamburi e piatti. È un polipo con le bacchette in mano e un sorriso da eterno bambino in faccia.

L’album tiene però il freno innestato sull’irruenza live del quartetto concentrandosi più sull’eleganza melodica dei pezzi (con grande lavoro sulle voci, caratteristica costante di tutti i dischi degli Who, NdLYS) che sulla loro forza esplosiva. Ma siamo in un’epoca in cui sono ancora i singoli a dettare le leggi di mercato, ed è in questa direzione che Talmy, Stamp e Lambert guardano: canzoni brevi ed efficaci, messe una di fianco all’ altra pur mettendo in luce nature spesso diverse, mostrando la mutazione in atto nel gruppo che sta lentamente abbandonando le marcate tinte soul e doo-wop degli esordi (qui ben rappresentate dalle due cover di James Brown) e le dure offensive kinksiane (The Kids Are AlrightMy GenerationOut in the StreetsA Legal Matter) in favore di un suono più elaborato e sfuggente (The Good‘s GoneCirclesMuch Too MuchThe Ox) che si apre alle contaminazioni con la psichedelia, la musica da circo, il proto-hard che troveranno forma compiuta nei dischi successivi e soprattutto, una omogeneità concettuale che creerà i piccoli (Sell Out), grandi (QuadropheniaTommyA Quick One) e impossibili (Lifehouse) capolavori su cui Pete Townshend spenderà notti insonni. My Generation buca l’appuntamento con l’eccellenza, ma ci mostra una band che non ha ancora fatto i conti con l’auto indulgenza e la prosopopea solenne che ne incrineranno l’urgenza espressiva dei primi incredibili singoli e di quel balbettio molesto che ancora oggi rimane il manifesto di ogni scontro ideologico tra il vecchio che puzza di muffa e il nuovo che spinge da sotto. Why don’t you all f-f-fade away?

Il primo tentativo degli Who di liberarsi dalla pesante zavorra di mod-band arriva già con A Quick One, secondo album del gruppo.

“Una sveltina” che racchiude, in embrione, tutte le ambizioni che la band inglese coltiverà di lì a poco, compreso il primo tentativo di abbandonare la forma canzone più elementare per dedicarsi alla costruzione di piccole opere rock.

L’esercizio, caldeggiato da Kit Lambert e accettato da un ancora prudente Pete Townshend, viene tentato in fondo alla scaletta, con i nove minuti di A Quick One, While He‘s Away e, più che un parto vero e proprio è un aborto. I sei pezzi (Her Man’s GoneCrying TownWe Have a RemedyIvor the Engine DriverSoon Be Home You Are Forgiven negli intenti originali, NdLYS) non hanno niente a che spartire l’uno con l’altro e vengono semplicemente “incollati” l’uno all’altro, secondo una tecnica abbastanza dozzinale.

Tutto l’album, compreso questo abortito tentativo di mettere in piedi una mini-opera, ha un’aria circense, quasi Felliniana a cui tutta la band contribuisce in sede compositiva. Ci sono pagliacci (Cobwebs and Strange) e animali giganteschi (Boris the Spider scritta da John Entwistle il cui macabro timbro fungerà da archetipo per le band di estrazione satanica), omaggi alla tradizione black (Heat Wave) e alla pop art (la splendida copertina disegnata da Alan Aldridge), corni da caccia (Whiskey Man) e scatole di cartone (See My Way).

Un autentico circo che al suo debutto lascia sbigottiti i fans della prima ora, lo zoccolo duro della scena mod inglese, e che getta i ponti per la macchina di pop barocco in cui gli Who si stanno rapidamente trasformando.

Il trittico iniziale e il blue eyed soul di So Sad About Us si impongono come i nuovi classici della band, già un gradino sotto la furia indomabile degli otto singoli pubblicati fino ad allora.

Il volto del rock sta cambiando.

Anche se ancora nessuno, nel 1966, sa bene in “cosa”.

A due anni dal debutto gli Who sono già una band completamente diversa da quella di My GenerationI Can‘t ExplainAnyway Anyhow Anywhere e Substitute.  

Più articolata e complessa, la musica del quartetto si fa sempre più ambiziosa e smaltata.

La furia punk dei primi lavori appare addomesticata.

O quanto meno rieducata e incanalata in una forma più elaborata e progettuale di musica rock, un po’ come sta accadendo per i Beatles e come accadrà di lì a breve per gli Stones. Sell Out spinge dunque avanti la musica degli Who, verso i territori non ancora esplorati del concept-album, nuova ossessione di Pete Townshend.

Il pretesto però è apparentemente una roba piccola piccola: il mondo dei jingle, della propaganda, dei caroselli, della pubblicità.

È la visione in chiave musicale della pop-art e dell’iconografia consumistica a venire rappresentata con un’ironia (e una autoironia ben messa in mostra dalle foto di copertina o dalla scelta di alternarsi ai microfoni abbandonando la classica iconografia della rock band, NdLYS) sferzante e una denuncia sottile della mercificazione della cultura. Anche della sua frangia più sovversiva, quella del rock ‘n roll.

Gli Who si mettono dunque in gioco e tirano fuori un disco che, se da un lato ha una forza d’urto ben inferiore a quella dei due dischi precedenti, dall’altro può fare sfoggio di piccole perle umorali come I Can See For MilesSunriseArmenia City in the Sky (scritta da John Keen), I Can‘t Reach YouOur Love Was.

Episodi dove la sfrontatezza adolescenziale viene messa in quarantena, soggiogata dalla voglia di esplorare territori nuovi.

The Who Sell Out è un disco controverso, certamente più cerebrale che carnale ma ancora libero da quel misticismo hippie che appesantirà il successivo Tommy, trionfo della nuova visione concettuale del Townshend “adulto”.   

Dopo anni di rumore assordante, Pete Townshend si educa al silenzio, seguendo l’ispirazione spirituale di Maher Baba.

Se era impossibile zittire del tutto una delle band più fragorose della storia del rock, Tommy riesce nel tentativo di acquietarne l’irruenza e, allo stesso tempo, di rivestirla di quel misticismo che la dottrina del guru indiano ha insinuato nello spirito ribelle di Townshend. Chitarre acustiche e orchestrazioni pompose invadono il campo e concorrono a creare l’atmosfera favolistica che narra, in sequenza, la nascita, il trauma, la schiavitù autistica, le virtù, le esperienze, la liberazione di Tommy, il ragazzo cieco e sordomuto che verrà poi portato sul grande schermo in forma di musical ad opera di Ken Russell.

La grezza intemperanza dei primi anni ha lasciato ora il posto ad una magniloquenza ben sopra le righe, con orchestrazioni operistiche e un lavoro ricercatissimo dal punto di vista vocale e strumentale e ovunque, lungo le ventiquattro tracce che compongono il mosaico di Tommy, si respira un’aria di grandeur maestosa e solenne dentro la quale Daltrey, Moon, Entwistle e Townshend si muovono come enormi pachidermi costruendo un amalgama complesso dove ogni virtuosismo individuale è cesellato e perfezionato a dovere in otto estenuanti mesi di registrazioni, sovrincisioni e missaggio alla ricerca dell’equilibrio perfetto tra forma e contenuto che vedono finalmente l’onore della pubblicazione nel Maggio del 1969, quattro mesi dopo la morte del Maher Baba che in qualche modo aveva ispirato il misticismo di cui il lavoro è fortemente intriso e che viene giustamente riverito nelle note del bellissimo artwork Op-Art ideato da Mike McInnerney.

Il lavoro viene presentato alla stampa il 2 di Maggio, al Ronnie Scott ‘s Jazz Club di Soho, all’ora di pranzo. Il gruppo sembra voler prendere in giro gli astanti, aprendo il set con una carrellata di pezzi vecchi e nuovi che nulla hanno a che fare con quello che tra poco prenderà vita sul palco (Heaven & HellI Can‘t ExplainFortune TellerTattooYoung Man Blues). Quindi Pete Townshend comincia a mulinare sulla chitarra il riff che introduce l’intero album mentre Keith Moon picchia sulla sua batteria e John Entwistle soffia nel suo corno francese in un tripudio di scodelle di riso e di pollo al curry. Quindi la levatrice annuncia alla Sig.ra Walker la nascita di un bel bambino.

È così che Tommy Walker viene al mondo. Rivelato al mondo da un capellone biondo in giacca scamosciata e da un nasone triste in abito bianco e comode Doc. Marten‘s ai piedi. Costretto a diventare sordo, cieco e muto davanti alle lordure del mondo.

Assieme al dirigibile dei Led Zeppelin pubblicato solo pochi mesi prima, Tommy segna l’inizio della spettacolarizzazione, visiva e concettuale, del rock che diventerà la regola di tutto il decennio successivo. Tour sempre più estenuanti e cinici che avrebbero fomentato rabbia e disgusto (i concerti al Fillmore East e al Cow Palace rimarranno nella memoria “nera” del rock capace di amarsi tanto da uccidere se stesso) accrescendo la fama sinistra dei loro protagonisti fino a farli diventare degli eroi dell’ eccesso.

Tommy rimane però un bellissimo viaggio immaginifico di illusionismo musicale. Meno rilevante frammentandone lo sviluppo concettuale ed isolandone i tasselli (forse con le eccezione delle sole, esplosive partiture di Pinball Wizard e I‘m Free) ma di grande impatto emotivo nel dispegarsi sequenziale della sua esoterica, eccentrica e bizzarra sceneggiatura.      

Incuneato tra due opere rock come Tommy QuadropheniaWho‘s Next è il risultato “ridotto” dell’incompiuta terza opera partorita dalla mente di Townshend a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.

Il progetto iniziale, intitolato Lifehouse, si rivelerà però talmente complicato a livello concettuale ed artistico, da venire accantonato in favore della più snella scaletta del quinto album della band, diventando il tormento di Townshend (al pari di Smile per Brian Wilson, NdLYS) che lo ultimerà e pubblicherà molti anni dopo sulla sua etichetta personale. Quello che viene invece consegnato alla storia è Who‘s Next, ritenuto quasi all’ unanimità il capolavoro del gruppo inglese.

È un disco lontano anni luce dal primitivo suono degli Who, adesso fautori di un sound molto complesso che si apre ora anche alla musica elettronica, esibita subito in apertura col giro di sintetizzatore che introduce Baba O’Riley dedicata ai nuovi guru spirituali e musicali di Pete. La chitarra di Townshend arriva solo quasi allo scadere del secondo minuto per ammutolirsi nuovamente dopo venti secondi.

La rivoluzione “sintetica” (usata non solo per la storica intro di Baba O’Riley ma anche per BargainWon‘t Get Fooled AgainThe Song Is OverGoing Mobile) viene bilanciata dall’uso di parecchia strumentazione acustica (il pianoforte melodrammatico suonato da Nicky Hopkins nei pezzi centrali del lavoro, armonica, fiati, chitarre acustiche) facendo di Who‘s Next un disco molto equilibrato su cui regna sovrano un Roger Daltrey ormai in grado di modulare la sua voce in maniera esemplare, adattandosi con grande abilità istrionica alle escursioni termiche che il nuovo repertorio gli impone.

L’età adulta, quella tanto temuta ai tempi di My Generation, li ha privati di una  rabbia hooligan che adesso rischierebbe di farli diventare degli alieni per nulla credibili.

Gli Who ascendono all’Olimpo.

Per provare quanto sia infinitamente più piccolo il mondo da lassù.  

Nel 1973 gli Who danno l’estremo saluto al mondo dei mod, con la prosopopea e la solennità che li contraddistingue ormai da qualche anno, giocando con tutti i luoghi comuni della comunità mod inglese: gli scooter, i parka, la spiaggia di Brighton, le anfetamine, le giacche sartoriali (oltre che a un nemmeno tanto subdolo momento di autocelebrazione delle proprie origini su Cut My Hair, dove viene ripreso e riadattato parte del testo della Zoot Suit del loro primissimo singolo, NdLYS).  

Una nuova opera rock, dunque. Che stavolta suona quasi come un monumento funebre a quello che gli Who avevano rappresentato e che adesso si erano stancati di rappresentare. Ma, in maniera forse più celata, un escamotage artistico per manifestare la schizofrenia che si è impossessata della band.

Jimmy Cooper, in realtà, non è altro che lo stesso “corpo” degli Who.

I quattro profili schizofrenici che ne dilaniano la personalità, non sono altro che le peculiarità di ogni singolo componente del gruppo. Ognuno sempre più distante dagli altri, ognuno già impegnato a costruirsi un’identità artistica indipendente. Il clima in cui viene generato Quadrophenia è infatti uno dei più turbolenti della storia della band inglese, con un Keith Moon sempre più folle e sempre più stranito e Pete e Roger che se le danno di santa ragione.

Presentato in una confezione grafica esemplare con trentasei scatti in un bianco e nero post-industriale realizzati da Ethan Russell tra Londra, Brighton, Cornwall e Goring, Quadrophenia è il risultato della scrematura di quindici ore di registrazioni e di cinquanta canzoni che nell’idea originale avrebbero dovuto occupare ben otto facciate di vinile, concepite secondo la rivoluzionaria tecnica quadrifonica che avrebbe amplificato il concetto di separazione e di fusione alla base del disturbo dissociativo di identità che rappresentava il leit-motiv dell’opera.

Un progetto mastodontico ridimensionato in un doppio album con diciassette canzoni che si apre con lo scrosciare delle onde del mare che si rifrangono sugli scogli di Brighton, una registrazione ambientale catturata dallo stesso Townshend su un registratore a nastro in omaggio alle origini della band che proprio nell’ acquario della cittadina inglese aveva tenuto i primissimi concerti, dieci anni prima.

Le brevissime sequenze melodiche che le vengono sovrapposte rappresentano le quattro “facce” degli Who, poi via via rielaborate lungo il corso del lavoro singolarmente (Helpless DancerDoctor JimmyBell BoyLove Reign O’er Me) o organizzate in mini suite strumentali come Quadrophenia o The Rock.

La location è la stessa della scena iniziale del film che ne verrà tratto sei anni dopo e che ne rappresenta l’epilogo con la distruzione dello scooter e, quindi dell’ illusione del sogno mod del protagonista attraverso il suo simbolo-chiave, rappresentato in copertina nello splendido, iconografico scatto di Graham Hughes.

Il mare, che torna protagonista su larga parte del secondo disco (Sea and SandThe RockDrowned, Love Reign O’er Me), rappresenta tuttavia non la semplice distruzione di un sogno ma solo della sua natura effimera, volendo invece simboleggiare una elevata rinascita mistica (con ovvi riferimenti all’“Oceano d’Amore” con cui Maher Baba amava descrivere se stesso, NdLYS).

Musicalmente, lo stile degli Who non cede alle facili lusinghe di un passato glorioso continuando il suo inarrestabile percorso di sperimentazione con la costruzione di musiche elaborate e complesse che corteggiano l’ elettronica e le orchestrazioni senza tuttavia diventare cerebrali o impenetrabili.

Il lavoro di Entwistle al basso raggiunge vette espressive e virtuose da capogiro, fungendo da insostituibile collante tra le chitarre di Townshend e le pelli di Moon mentre Roger Daltrey conferma lo stile vertiginoso inaugurato con Tommy.

Quadrophenia chiude, forse anche consapevolmente, la sequenza dei dischi fondamentali degli Who. Dagli scogli di Brighton viene dato in pasto alle onde il passato, il presente, il futuro di una delle più belle storie della musica rock inglese.    

Pete Townshend voleva morire prima di diventare vecchio.

Invece non muore.

Invecchia. E scrive una cosa come The Who by Numbers.

Che è la versione ubbidiente degli Who disubbidienti dei tardi anni Sessanta, quelli raccontati su Quadrophenia, che rappresentava un po’ il tentativo di ibernare quella ribellione, quella trasgressione di cui la band di Townshend era diventata il simbolo.

The Who by Numbers è invece il disco un po’ malinconico di chi spazzando il salone di casa si trova a raccogliere più capelli che briciole, di chi passa malvolentieri il testimone ai “giovani punk” che sono destinati, e loro ne sono consapevoli, a reggere lo scettro di paladini della gioventù disordinata e inquieta, almeno per una sola stagione. Non prima di aver loro fatto una pernacchia, prima che lo facesse Johnny Rotten (They Are All In Love).

Il disco di chi cerca di adeguare la vecchia tonicità muscolare alla implacabile sarcopenia che viene a dirti che passerai più tempo su un divano che su un palco.

Il disco di Squeeze BoxIn a Hand or a Face Slip Kid insomma.

Il disco che puoi far ascoltare ai vicini che prima chiudevano le imposte quando passavi un disco degli Who.

                                                                                            

Non puoi essere gli Who per sempre. Non puoi essere sempre al limite delle tue possibilità. Da questa triste ma onesta consapevolezza esce fuori il titolo dell’ottavo album della band inglese. Who Are You. Gli Who…sei tu. Elidendo il punto di domanda, gli Who danno già la risposta. Quando si chiudono in studio è l’Ottobre del 1977.

Fuori, ovunque, infuria il punk.

Gli Who non si sono mai sentiti inadeguati come in questo momento. Loro che del punk sono stati i padri e che il 31 Maggio del 1976 sono entrati nel libro dei Guinness come la più assordante band del mondo. 

Ecco il punto.  

Pur essendo in buona parte “adottati” dai punk, gli Who sono adesso dall’altra parte della barricata. Loro, dicevamo, sono i padri. Quelli che hanno frequentato la trasgressione e ne hanno fatto uno stile di vita. Quelli che per primi hanno alzato i volumi oltre la soglia del sopportabile. Ma era davvero tanto tempo fa.

Così, pur di non competere in una gara che li darebbe per sconfitti già prima del fischio di partenza, gli Who decidono di diventare altro, anche da loro stessi. Del resto i Queen hanno dimostrato che si può sopravvivere al punk pur essendo quanto di più distante dallo spirito punk e dalla sua etica.

Quindi, decidono di disinnescarsi.

Il risultato arriva nei negozi nel 1978, ricoperto da un sottile strato di cellophane e da uno più spesso di sintetizzatori. Talmente spesso che gli Who si stentano a riconoscere. Talvolta, qualcuno di loro non c’è neanche. E viene sostituito da un’altra diavoleria, cercando di sopperire con l’ingegneria elettronica ad una mancanza di idee spaventosa. Unici piccoli guizzi Trick of the Light e quell’whooooo whooooo della title-track, che almeno può essere canticchiata in auto. Dimenticandosi per un attimo che prima, mettere le loro canzoni a tutto volume, non era concepibile. Adesso, invece, si.  

  

Per gli Who gli anni Settanta si chiudono in tragedia. L’inaspettata morte di Keith Moon e il tappeto di sangue di Cincinnati con undici morti e ventisei feriti tracciano terribili parallelismi con le oscure vicende accorse agli Stones di dieci anni prima. Come loro, gli Who decidono che lo spettacolo per quanto atroce debba continuare, sostituendo il compagno Keith con una remota conoscenza dei vecchi tempi mod. Dietro i tamburi prende infatti posto Kenny Jones, già batterista per Small Faces e Faces, introdotto timidamente in un paio di brani nella colonna sonora di quel Quadrophenia (che nel frattempo è approdato nelle sale cinematografiche) ed entrato a pieno regime su Face Dances, un disco che forse a sorpresa risulta più piacevole all’ascolto rispetto all’ultimo inciso dalla formazione standard, suona di una pacata rassegnazione, come se Townshend, Daltrey e Entwistle avessero fatto pace con l’idea di invecchiare. Il suono, seppure non ruggisca più, rifiuta l’idea di doversi forzatamente dare un’aura di modernità, di sperimentazione, assestandosi su un rock abbastanza classico, vicino a quello di Genesis, Police o Elton John e regalando pezzi come You Better You BetCache CacheThe Quiet OneDid You Steal My Money, da annoverare tra gli ultimi classici del gruppo. 

Pare che It’s Hard, il disco destinato a chiudere discograficamente la storia degli Who per venticinque anni, venne pubblicato solo per gli obblighi contrattuali formati con la Polydor i quali imponevano alla band la realizzazione di due dischi in studio.

Il disco esce invece nel Settembre del 1982 ed è un commiato dignitosissimo, con il tipico strumming di Townshend in bella mostra e una sottile patina funk che esplode in tutto il suo vigore nella bellissima Eminence Front (il clichè su cui Peter Gabriel stamperà la sua Sledgehammer). Un album per nulla fuori stagione, con ogni attore perfettamente calato nel suo ruolo e capaci di ammaestrare una bestia selvaggia come One at a Time.         

 

Dopo averci ingolfato gli scaffali con antologie e riedizioni di ogni tipo per venticinque lunghi anni, la Polydor torna a disseppellire il cadavere degli Who e lo trova vivo. Dissezionato ma vivo. John Entwistle è andato nel frattempo a raggiungere il vecchio compagno di sbronze Keith Moon il cui sostituto ha lasciato il gruppo nel 1989, durante quella lunghissima morte apparente che li conduce invece nel 2006 a pubblicare Endless Wire e ad annunciare una serie di “ultimi concerti” che in realtà non saranno mai gli ultimi. Condividendo con i Pooh italiani non solo un’onomatopea dalla similitudine quasi imbarazzante.

Cosa c’è dentro Endless Wire?

Una molecola degli Who che vaga nell’etere. Un po’ come la particella di sodio di una famosa réclame.  

E Dio non voglia che a spiegare gli Who ai ragazzi che avranno venti bellissimi e rifulgenti anni nel 2040 verranno presi a campione degli estratti da questo disco, un po’ come è accaduto ai Beatles spiegati per intere generazioni al suono di Let It Be, creando nei fanciulli un ologramma incolore del tutto identico a quello con cui rappresentare Bing Crosby.

Si tratta di una pappetta riscaldata dei luoghi comuni degli Who: le chitarre acustiche aggredite da un improvviso mulinare di riff elettrici, i piatti della batteria che cercano di riprodurre quell’effetto marino tanto caro a Keith, qualche ballata in tonalità minore (che però sembrano più una parodia di Tom Waits che degli Who medesimi), qualche effetto sintetico alla stregua di Baba O’Riley e l’ormai trita “trovata” del concept, riassunta stavolta nella seconda parte del disco.  

Alla fine del disco, Townshend e Daltrey si girano, sperando che dietro di loro il folletto Keith (“ma tu puoi chiamarmi John se vuoi”, come disse ridendo sbruffone allo Smothers Brothers) azioni ancora una volta il suo detonatore e faccia esplodere tutto quello che è nel raggio di dieci metri.

 

Ma i tempi sono cambiati. Un’esplosione, oggi, non fa più pensare a Keith.

E Keith è comunque andato sul lato oscuro della luna che il destino gli aveva dato per cognome. Lui si, morendo giovane prima di diventare vecchio.

Un giorno lo troveremo lì, a far esplodere i cessi di qualche latrina, illuminando quel buio col tritolo.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Down Under Nuggets (Festival)  

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I pezzi ce li avete già tutti, mi auguro. Io ce li ho tutti. Disseminati su svariate compilation o su qualche meraviglioso album importato da quelle terre lontane. Ma vederli in fila qui, ascoltarli in sequenza è impressionante.

Fondamentalmente “colonizzata” da due grandi famiglie inglesi, quelle degli Young e quella dei Gibb che avrebbero in qualche modo monopolizzato la musica locale in ambito beat (Easybeats, Barrington Davis), in ambito disco (Bee Gees), in ambito hard rock (AC/DC, Rose Tattoo) e in ambito pop (John Paul Young, Andy Gibb, Flash and The Pan) e  che avrebbero sfruttato i suoi porti per approdare e quindi salpare alla conquista del mondo, l’Australia è da sempre un museo a cielo aperto dove è possibile recuperare fantastici tesori dimenticati risalenti ad ogni epoca.

Quelle di cui si fa raccolta qui risalgono agli anni Sessanta. Gli anni, appunto, della prima invasione culturale inglese. Gli anni dei capelloni e delle minigonne. Gli anni in cui i Beatles e gli Stones porsero ai giovani le tavole della legge beat con i precetti per scandalizzare il mondo perbenista degli adulti. Leggi di cui band come Easybeats, Master’s Apprentices, Missing Links, Elois, Sunsets, Atlantics, Purple Hearts, Peter and The Silhouettes si fecero profeti locali producendo una mirabolante serie di dischi ancora oggi tra i più devastanti della storia della musica moderna.

Qui se ne raccolgono i cocci. Il resto cercate di recuperarlo setacciando altre sabbie.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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