SYNDICATE OF SOUND – Little Girl (Bell)  

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Uno dei più sguaiati inni del garage-rock dentro un album che di garage rock non ha praticamente nulla. È il caso di Little Girl dei californiani di San Josè Syndicate of Sound, immarcescibile classicone registrato nel Gennaio del ’66 che sarebbe passato di mano in mano da quelle dei Dead Boys a quelle di Stiv Bators e poi via via tra quelle di Dwight Yoakam, Hypstrz, Outta Place, Unclaimed, Chesterfield Kings per diventare un successo in Australia tra quelle birichine di Chrissy Amphlett e dei suoi Divinyls.

Una canzone sulla perdita della verginità che si agita su uno scampanellante giro di chitarra e che il tono da sberleffo con cui Don Baskin conduce tutto il brano fino alla risatina di scherno finale sublima in una delle più allusive canzoni del periodo.   

Peccato che dentro l’album che la contiene e che da quella prende il titolo di questa sottile perversione, lirica, musicale, attitudinale, non ci sia altra traccia e che il potenziale del gruppo venga dissipato dentro una scaletta da manuale delle buone maniere, tra innocue cover rock ‘n’ roll e altrettanto inoffensive dialettiche sull’amore spalmate su classici giri folk-rock.

L’album nasce in realtà dall’esigenza dell’etichetta di capitalizzare in fretta sul nome dei Syndicate of Sound e da quel piccolo e inaspettato successo regionale del loro pezzo, imponendo al gruppo di finire tutto in meno di un mese, con un budget che non consente al gruppo nessuna sperimentazione e pochissimi margini di errore. Meglio dunque concentrarsi su brani semplici: Big Boss Man, Dream Baby, I’m Alive, Almost Grown, Is You Is or Is You Ain’t My Baby e una serie di pezzi scritti in fretta da John Sharkey che lascerà il gruppo appena ultimate le registrazioni del disco che spegnerà come un fuoco di paglia una delle più belle scintille del garage-rock americano. Per sempre.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE EASYBEATS – Volume 3 (Albert Productions)  

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Il terzo capitolo discografico degli Easybeats si apre con Sorry.

Quindi le istruzioni d’uso sono queste:

Abbassare la puntina sul primo solco, rialzarla dopo due minuti e mezzo, riposizionarla sul solco iniziale. Continuare così fino a morte sopraggiunta.

Basterebbero questi due minuti e mezzo per fare di Volume 3 l’album da possedere a tutti i costi. Viaggiando per paralleli (oltre che per meridiane, visto che ci troviamo in Australia) è un po’ come quando vedi un bel paio di tette, e quella porzione di corpo ti basta per accendere il desiderio della restante parte del corpo.

Ecco, con Sorry gli Easybeats mostrano le tette. E sono due tette bellissime. Due ghiandole mammarie ruspanti, prosperose e ricche di latte beat. Due ghiandole da grattare con veemenza ma senza usare le unghie, come lo strumming della chitarra ci lascia immaginare prima di quel ritornello intoccabile, inviolabile come l’altro paradiso che le ragazze degli anni Sessanta cominciavano a mostrare ancora nascosto dietro un velo spesso di cotone bianco come zucchero filato.

Ho reso l’idea? Credo di si.

Sorry è una delle vette della produzione pop australiana di tutti i tempi. Ovvio che al suo cospetto anche la restante scaletta scompaia, nonostante pezzi come You Said That, Promised Things o Going Out of My Mind siano lì come la Madonna sull’altare di tutto il power-pop che da quella terra arriverà dagli anni Settanta in poi. Stems compresi, ovviamente.

C’è, ovvio, una dipendenza a volte eccessiva dagli zuccheri beatlesiani nella musica del quintetto australiano. Che in quel periodo è mal comune e gaudio altrettanto comune. Ma anche quando si tratta di tirar giù qualche schizzo a ricalco, pochissimi possono vantare un tratto preciso come quello degli Easybeats. Voi riuscite a farlo senza sporcarvi il bordo della mano?  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – The Pop Genius of Mickie Most (Ace) 

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Uno dei grandi vanti di Michael Peter Hayes, simpaticamente chiamato “er più” per la sua abitudine di etichettare con il superlativo ogni cosa in cui si imbattesse, era quella di non aver mai letto un libro in vita sua. L’altro grande vanto era quello di aver declinato l’offerta di produrre Elvis Presley considerandolo ragionevolmente spacciato e sorpassato dalla nuova frizzante scena della Swinging London di cui Mickie Most fu uno dei protagonisti fondamentali.

Uno che allungava il vino con l’acqua e riusciva a venderlo come liquore.

Modesto musicista/cantante Mickie diventa a dispetto dei limiti tecnici l’alfiere del rock and roll in Sud Africa, esportando una versione pallida della musica dei visi pallidi nel cuore della terra dell’Apartheid, quindi al suo rientro in Inghilterra si improvvisa produttore dopo aver visto gli Animals in azione al Club a-Go-Go di Newcastle, portandoli in studio per registrare il loro primo singolo. È l’inizio di un’ascesa folgorante nel mondo della musica pop che lo porterà subito in cima al mondo con Brenda Lee, Herman’s Hermits, Donovan, Yardbirds, Lulu, Jeff Beck e poi più avanti negli anni con Vibrators, Suzi Quatro, Hot Chocolate, Johnny Hates Jazz, Kim Wilde. Most è uno cui non interessa alcuna speculazione intellettuale, vuole solo produrre successi pop. Gli eccessi del rock ‘n’ roll non lo riguardano, motivo per cui declina anche l’offerta di lavorare con gli Stones preferendo godersi le eleganti cene con la sua compagna anzichè chiudersi in studio a notte fonda aspettando che Mick, Keith e Brian carburassero.

La storia di Most è splendidamente raccontata nel superbo libretto di 72 pagine a firma Rob Finnis si cui il CD allegato con successoni come The House of the Rising Sun, Hi-Ho Silver Lining, No Milk Today, Mellow Yellow, Is It True, Tobacco Road, Little Games, Gin House, Brother Louie, I Love Rock ‘n’ Roll, Kids in America, 48 Crash, To Sir with Love diventa a questo punto solo un supplemento audio piacevole nella misura in cui vi aggrada la musica a consumo immediato.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

TONY BORLOTTI E I SUOI FLAUERS – Belinda contro i Mangiadischi (Area Pirata) 

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Venti e forse più anni di carriera, ma solo oggi i Flauers arrivano al terzo album. Una carriera e un culto che si alimentano dunque soprattutto “on the road”, alla luce del sole, tra palchi e concerti più che dentro le buie stanze al neon degli studi di registrazione. E in effetti il beat del complesso salernitano fa da sempre leva sul lato più spensierato e disteso del genere che nella metà degli anni Sessanta raccolse sotto un ombrello a forma di caschetto la generazione capellona. C’è sempre un lato fortemente ironico nella musica e nei testi di Tony Borlotti e dei suoi Flauers ma, anche se l’aspetto da Antonio Albanese-beat del leader potrebbe far pensare a un gruppo-parodia, c’è invece un amore sincero e per nulla caricaturale verso un’epoca in cui la protesta verso le costrizioni del mondo adulto aveva il sapore capriccioso di un’identità, quella giovanile, appena abbozzata ma che rivendicava già una voce che necessitava di venire ascoltata. Ancora coi fiori nei cannoni, poi via via sostituendo ai fiori l’erba, infine solo coi cannoni. Quelli veri.

Ecco, i Flauers ci parlano di quella prima epoca, analogamente a quanto facevano I Giganti prima della svolta sociale/socialista dei dischi dell’età matura. Una rivoluzione che nasceva e moriva in gesti semplici e ancora del tutto disorganizzati, come il rifiuto della cartolina militare o la pretesa di lasciarsi crescere i capelli. Storie che se le racconti adesso, i ragazzini ti guardano come se stessi scendendo da Giove e che invece i Flauers raccontano come se fossimo ancora ai tempi spassosi del Clan di Celentano e non di quelle pippe politichesi di Adrian. Perché anche in tv “non lo danno più il film dove c’eri tu” e in radio “non c’è più la vecchia hit parade, ora ci sono solo i dj che mettono i dischi e dopo dicono okay”.   

E forse anche noi, contandoci, siamo molti ma molti di meno.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Who Will Buy (These Wonderful Evils) #1 / #2 / #3 (Dolores Recordings)  

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Il confronto, in origine, è tra la vecchia e la nuova scuola svedese. Poi, quella vintage prende il sopravvento, straripando sui volumi successivi. Nascono così, nel 2003, i “wonderful evils” della Dolores (distribuita dalla Virgin svedese). Incartati dentro copertine bellissime, motivo per cui ci/vi toccherà comprarle in edizione vinile. Siamo dunque dentro i corridoi di un’Ikea tutta piena di chincaglieria Sixties: beat, garage-punk, psichedelia, folk-rock, R ‘n B feroce, raga-rock.

Minuscole schegge del firmamento boreale del rock come Shakers, T-Boones, Trolls, Scorpion, Contact, Wizards, Outsiders, Evil Eyes, Vat 66, Mascots, Attractions, Stringtones, Flying Dutchmen si susseguono senza sosta.

Band durate davvero lo spazio di una sola stagione, giusto il tempo di imbrattarsi le mani con qualche canzone degli Stones, dei Kinks, dei Buffalo Springfield, di Dylan per poi tornare in aula a completare il compito in classe.

Però quanta magia in questa voglia di saltare lo steccato della musica, sognando di toccare le stelle.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

I MITOMANI BEAT – Figli dei figli dei fiori (autoproduzione) 

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Eve LaBlonde? Non c’è.

Maurizio Chiavelli? Non c’è.

Marco Stazi? Non c’è.

E allora chi c’è?

Sembra un riadattamento de La gatta mammona e invece è la storia de I Mitomani Beat che tra una fermata e l’altra del loro pulmino beat si sono scordati ai cessi degli autogrill cantante, chitarra solista e basso.

Me cojoni. Ecco spiegato perché fra il primo e questo nuovo disco siano passati ben cinque anni, che cambiare tre musicisti su cinque è ben più complicato di dover sostituire un paio di pneumatici.

Figli dei figli dei fiori però adesso è qui e, onestamente, a me piace molto ma molto di più rispetto a Fuori dal tempo che per me non andava oltre una risicatissima sufficienza.

Il raggio d’azione del complesso romano è chiaro sin dal nome che si è scelto, quindi sciocco ed inutile chiedere di più: siamo dentro un’allegrissima giostra beat dove, come nei singoli de I Ribelli o di Augusto Righetti, convivono maccheroniche rivisitazioni dello yè-yè, dell’R&B e del garage-sound americano.

Musica che ha la capacità di allietare pomeriggi e serate aderendo allo stesso tempo ad uno stile, ad un’idea di musica, a dei riferimenti culturali ben precisi e in questa nuova scaletta Pulmino Beat, Calamita-Calamità, Pa Pa Pa, L’orologio, Mai (Lies dei Knickerbockers), La canzone di protesta, Lei mi ama e non lo sa assolvono pienamente al loro compito, figlie (dei figli) di quella spensieratezza tutta sixties che adesso fa un po’ sorridere. E meno male, ché per il resto di questi tempi non c’è veramente ma veramente nulla di che sorridere.      

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

PETER ZAREMBA’S LOVE DELEGATION –  Spread the Word (Moving Target)  

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È un Peter Zaremba in stato di grazia quello che ci regala Spread the Word, spigliato, estroverso e disinvolto party-album accreditato ai Love Delegation, versione Austin Powers del già festoso beat dei Fleshtones.  Una sorta di collettivo della felicità che vede coinvolti Dave Faulkner, Keith Streng, Wendy Wild, Barrence Whitfield, Pat DiNizio e tanta altra gente che frequenta il Pyramid Club di New York dove Zaremba ha di fatto organizzato il suo quartier generale e che ha voglia di far baldoria sognando di essere la band di Wilson Pickett o quella di Doug Sahm. Siamo nel periodo di transizione tra Hexbreaker! e Fleshtones VS. Reality e in pieno revival anni Sessanta e la band di New York è una delle più coinvolgenti dell’intera East-Side, punto di riferimento non solo per i garage-maniacs più oltranzisti e puristi che li trattano con enorme rispetto ma pure per chi oltre alla musica delle garage-bands ama il northern-soul e il l’R&B dei primi anni Sessanta. Spread the Word è animato da questo spirito sbrilluccicante che si può trovare dentro i dischi della Stax, nell’Elvis dei primi anni Settanta, nel ciuffo impomatato di Little Richard, nei primi brani di disco-music e dall’energia positiva della summer of love e dei cartoni animati di Hanna-Barbera (Scooby Doo e The Flintstones in primis) che non è mai stata estranea al gruppo madre.

Canzoni come Love Delegation, Shama Lama Bing Bang, 7 Minutes in Heaven, Turn Me On Again, Let’s Have a Good Time, con le loro esplosive entrate di rullante, l’handclapping incalzante, i cori da cheerleader, gli organetti Farfisa, le colorite frasi dei fiati sono un costante invito ad unirsi alla festa, a lasciarsi contagiare. Una dimensione che i Fleshtones ritroveranno a fatica, dopo l’esplosione febbrile dei primi album di cui Spread the Word rappresenta vertiginoso compimento.         

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THEM – The “Angry” Young Them! (Decca)  

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L’unica vera star solista venuta fuori da tutta la British Invasion risponde al nome di Van Morrison. Potremmo aggiungere, con una manovra da trampolieri, Eric Clapton, che tuttavia transitò per gli Yardbirds solo per un paio di singoli. Oppure le carriere soliste dei Beatles che però non eclissarono mai la storia del gruppo-madre. Ne’ allora ne’ adesso che una metà di loro sono morti.

L’unica stella in grado di staccarsi dal corpo madre e quindi di proiettare un’ombra totale sul suo passato rimane dunque quella di Van Morrison. Come se da solo Van “the Man” valesse cento volte più dei “suoi” Them.

Probabile. Non voglio farmi altri nemici, che ho già completato la pinacoteca.

Però che roba erano i Them! Con quello schianto di voce di Van, certo. Ma anche tutto quell’R&B che spingeva da sotto, e quei suoi primi graffi così forti da sfregiare per sempre la storia del rock. Chiedete di Gloria, in giro per il mondo. E scoprirete che insieme a Louie Louie e a quell’uxoricida protagonista di Hey Joe gira per il mondo da un tempo immemore. Come Ulisse. Come Davy Jones.

Gloria, quel gioiello di tre-accordi-tre pubblicata nel 1964 (pensate, come B-side!), stava anche sul loro album di debutto. Quello su cui i giovani, arrabbiati irlandesi se la prendevano con John Lee Hooker, Rosco Gordon e Jimmy Reed ma soprattutto scrivevano cose come Mystic Eyes, I Like It Like That, I’m Gonna Dress in Black, Little Girl, Go On Home Baby. Musica nera coi capelli rossi. Che diventa musica bianca coi capelli lunghi quando Morrison intona quello spelling secondo solo a quello intonato dieci anni prima da Bo Diddley su I’m a Man.

Gloria è la canzone d’amore che diventa supplica, quindi esplorazione e infine deflagrazione sessuale. Sarà la supplica, l’esplorazione e la deflagrazione di tanti, da lì in avanti. Ma lo è già adesso, all’atto di nascita. Con la voce lasciva di Van Morrison a latrare come un cane bavoso che ha fretta di presentarvi la sua nuova ragazza per potersi appartare il prima possibile. L’urgenza di Gloria, diluita nelle quattordici canzoni di The “Angry” Young Them! non perde un’oncia della sua essenza primordiale. Neanche oggi, che di Glorie e di “vecchie glorie” nei nostri letti ne abbiamo ospitato tante. Neanche domani, quando loro saranno a stento un ricordo ma la Gloria dei Them sarà ancora lì a provocarci una striscia di bava.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE CREATION FACTORY! – The Creation Factory! (Lolipop)  

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Un album meraviglioso quello dei californiani Creation Factory!. Ricamato con il pregiatissimo filo d’oro del beat psichedelico degli anni Sessanta, il debutto su lunga durata della formazione che vede tra le sue fila anche un paio di membri dei Mystery Lights è uno degli album più clamorosamente retrò di quest’anno. Ogni suono sembra misurato con una bilancia di precisione di qualche bottega degli anni del boom. Arpeggi folk-rock alla Nightcrawlers, imbronciati R&B alla Animals, beat incalzanti alla Sorrows, echi dei giovanissimi Rolling Stones (Girl You’re Out of Time), di Larry and The Blue Notes (I Don’t Know What to Do), dei Thanes (Ain’t Gonna Let You Stay), dei We the People (Hallucination Generation) e dei 1313 Mockingbird Lane (Shame on You) si rincorrono e si accarezzano senza soluzione di continuità, come se tutte le grandi band dei sixties si fossero radunate in un flashmob al gesto convenuto.

I Creation Factory! da Los Angeles, California si candidano a diventare la band più cool del pianeta. Che non è rotondo ma quadrato, come dicevano i Savages.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE HEADLESS HORSEMEN – Yesterday’s Numbers (Dangerhouse Skylab)        

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Una delle più grandi band Sixties-oriented degli anni Ottanta. Forse anche la più sottovalutata. Un’avventura consumata nel brevissimo volgere di un paio di stagioni, regalando ai nostri archivi di vinile giusto un paio di 45 giri, un album BELLISSIMO e un 12” preludio a un futuro che invece non ci sarebbe stato cosicché quelle che avrebbero potuto essere delle perle del futuro, sono rimaste per sempre “Yesterday’s Numbers”. Che è il titolo di questa raccolta della benemerita Dangerhouse messa in piedi andando a spulciare tra gli archivi di materiale pubblicato e inedito di quegli anni.

Ecco dunque venir fuori due cover strepitose di due dei miei pezzi preferiti di sempre: Leavin’ Here e Good Times rese con la classe che era dote dei quattro ragazzoni newyorkesi, capaci di energizzare il beat degli anni Sessanta senza forzare i piedi sui pedali del distorsore ma semplicemente miscelando gli elementi, come degli alchimisti provetti. Ecco riaffiorare prezzi pregiatissimi della collezione autoctona come Any Port in a Storm, See You Again, Can’t Help But Shake, Gotta Be Cool.

Ecco sollevarsi in volo gli aquiloni psichedelici di It’s All Away.    

Ecco un paio di numeri minori degli Who come Glow Girl e Armenia City in the Sky  che tornano ad illuminarsi di fluorescenti riflettori power-pop.

Ecco a voi una di quelle band sotto le cui fronde ci saremmo meritati di restare più a lungo, aspettando la stagione della manna e non quella della mannaia.

Gotta Be Cool!

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro