I MITOMANI BEAT – Figli dei figli dei fiori (autoproduzione) 

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Eve LaBlonde? Non c’è.

Maurizio Chiavelli? Non c’è.

Marco Stazi? Non c’è.

E allora chi c’è?

Sembra un riadattamento de La gatta mammona e invece è la storia de I Mitomani Beat che tra una fermata e l’altra del loro pulmino beat si sono scordati ai cessi degli autogrill cantante, chitarra solista e basso.

Me cojoni. Ecco spiegato perché fra il primo e questo nuovo disco siano passati ben cinque anni, che cambiare tre musicisti su cinque è ben più complicato di dover sostituire un paio di pneumatici.

Figli dei figli dei fiori però adesso è qui e, onestamente, a me piace molto ma molto di più rispetto a Fuori dal tempo che per me non andava oltre una risicatissima sufficienza.

Il raggio d’azione del complesso romano è chiaro sin dal nome che si è scelto, quindi sciocco ed inutile chiedere di più: siamo dentro un’allegrissima giostra beat dove, come nei singoli de I Ribelli o di Augusto Righetti, convivono maccheroniche rivisitazioni dello yè-yè, dell’R&B e del garage-sound americano.

Musica che ha la capacità di allietare pomeriggi e serate aderendo allo stesso tempo ad uno stile, ad un’idea di musica, a dei riferimenti culturali ben precisi e in questa nuova scaletta Pulmino Beat, Calamita-Calamità, Pa Pa Pa, L’orologio, Mai (Lies dei Knickerbockers), La canzone di protesta, Lei mi ama e non lo sa assolvono pienamente al loro compito, figlie (dei figli) di quella spensieratezza tutta sixties che adesso fa un po’ sorridere. E meno male, ché per il resto di questi tempi non c’è veramente ma veramente nulla di che sorridere.      

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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PETER ZAREMBA’S LOVE DELEGATION –  Spread the Word (Moving Target)  

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È un Peter Zaremba in stato di grazia quello che ci regala Spread the Word, spigliato, estroverso e disinvolto party-album accreditato ai Love Delegation, versione Austin Powers del già festoso beat dei Fleshtones.  Una sorta di collettivo della felicità che vede coinvolti Dave Faulkner, Keith Streng, Wendy Wild, Barrence Whitfield, Pat DiNizio e tanta altra gente che frequenta il Pyramid Club di New York dove Zaremba ha fatto il suo quartier generale e che ha voglia di far baldoria sognando di essere la band di Wilson Pickett o quella di Doug Sahm. Siamo nel periodo di transizione tra Hexbreaker! e Fleshtones VS. Reality e in pieno revival anni Sessanta e la band di New York è una delle più coinvolgenti dell’intera East-Side, punto di riferimento non solo per i garage-maniacs più oltranzisti e puristi che li trattano con enorme rispetto ma pure per chi oltre alla musica delle garage-bands ama il northern-soul e il l’R&B dei primi anni Sessanta. Spread the Word è animato da questo spirito sbrilluccicante che si può trovare dentro i dischi della Stax, nell’Elvis dei primi anni Settanta, nel ciuffo impomatato di Little Richard, nei primi brani di disco-music e dall’energia positiva della summer of love e dei cartoni animati di Hanna-Barbera (Scooby Doo e The Flintstones in primis) che non è mai stata estranea al gruppo madre.

Canzoni come Love Delegation, Shama Lama Bing Bang, 7 Minutes in Heaven, Turn Me On Again, Let’s Have a Good Time, con le loro esplosive entrate di rullante, l’handclapping incalzante, i cori da cheerleader, gli organetti Farfisa, le colorite frasi dei fiati sono un costante invito ad unirsi alla festa, a lasciarsi contagiare. Una dimensione che i Fleshtones ritroveranno a fatica, dopo l’esplosione febbrile dei primi album di cui Spread the Word rappresenta vertiginoso compimento.         

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THEM – The “Angry” Young Them! (Decca)  

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L’unica vera star solista venuta fuori da tutta la British Invasion risponde al nome di Van Morrison. Potremmo aggiungere, con una manovra da trampolieri, Eric Clapton, che tuttavia transitò per gli Yardbirds solo per un paio di singoli. Oppure le carriere soliste dei Beatles che però non eclissarono mai la storia del gruppo-madre. Ne’ allora ne’ adesso che una metà di loro sono morti.

L’unica stella in grado di staccarsi dal corpo madre e quindi di proiettare un’ombra totale sul suo passato rimane dunque quella di Van Morrison. Come se da solo Van “the Man” valesse cento volte più dei “suoi” Them.

Probabile. Non voglio farmi altri nemici, che ho già completato la pinacoteca.

Però che roba erano i Them! Con quello schianto di voce di Van, certo. Ma anche tutto quell’R&B che spingeva da sotto, e quei suoi primi graffi così forti da sfregiare per sempre la storia del rock. Chiedete di Gloria, in giro per il mondo. E scoprirete che insieme a Louie Louie e a quell’uxoricida protagonista di Hey Joe gira per il mondo da un tempo immemore. Come Ulisse. Come Davy Jones.

Gloria, quel gioiello di tre-accordi-tre pubblicata nel 1964 (pensate, come B-side!), stava anche sul loro album di debutto. Quello su cui i giovani, arrabbiati irlandesi se la prendevano con John Lee Hooker, Rosco Gordon e Jimmy Reed ma soprattutto scrivevano cose come Mystic Eyes, I Like It Like That, I’m Gonna Dress in Black, Little Girl, Go On Home Baby. Musica nera coi capelli rossi. Che diventa musica bianca coi capelli lunghi quando Morrison intona quello spelling secondo solo a quello intonato dieci anni prima da Bo Diddley su I’m a Man.

Gloria è la canzone d’amore che diventa supplica, quindi esplorazione e infine deflagrazione sessuale. Sarà la supplica, l’esplorazione e la deflagrazione di tanti, da lì in avanti. Ma lo è già adesso, all’atto di nascita. Con la voce lasciva di Van Morrison a latrare come un cane bavoso che ha fretta di presentarvi la sua nuova ragazza per potersi appartare il prima possibile. L’urgenza di Gloria, diluita nelle quattordici canzoni di The “Angry” Young Them! non perde un’oncia della sua essenza primordiale. Neanche oggi, che di Glorie e di “vecchie glorie” nei nostri letti ne abbiamo ospitato tante. Neanche domani, quando loro saranno a stento un ricordo ma la Gloria dei Them sarà ancora lì a provocarci una striscia di bava.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE CREATION FACTORY! – The Creation Factory! (Lolipop)  

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Un album meraviglioso quello dei californiani Creation Factory!. Ricamato con il pregiatissimo filo d’oro del beat psichedelico degli anni Sessanta, il debutto su lunga durata della formazione che vede tra le sue fila anche un paio di membri dei Mystery Lights è uno degli album più clamorosamente retrò di quest’anno. Ogni suono sembra misurato con una bilancia di precisione di qualche bottega degli anni del boom. Arpeggi folk-rock alla Nightcrawlers, imbronciati R&B alla Animals, beat incalzanti alla Sorrows, echi dei giovanissimi Rolling Stones (Girl You’re Out of Time), di Larry and The Blue Notes (I Don’t Know What to Do), dei Thanes (Ain’t Gonna Let You Stay), dei We the People (Hallucination Generation) e dei 1313 Mockingbird Lane (Shame on You) si rincorrono e si accarezzano senza soluzione di continuità, come se tutte le grandi band dei sixties si fossero radunate in un flashmob al gesto convenuto.

I Creation Factory! da Los Angeles, California si candidano a diventare la band più cool del pianeta. Che non è rotondo ma quadrato, come dicevano i Savages.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE HEADLESS HORSEMEN – Yesterday’s Numbers (Dangerhouse Skylab)        

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Una delle più grandi band Sixties-oriented degli anni Ottanta. Forse anche la più sottovalutata. Un’avventura consumata nel brevissimo volgere di un paio di stagioni, regalando ai nostri archivi di vinile giusto un paio di 45 giri, un album BELLISSIMO e un 12” preludio a un futuro che invece non ci sarebbe stato cosicché quelle che avrebbero potuto essere delle perle del futuro, sono rimaste per sempre “Yesterday’s Numbers”. Che è il titolo di questa raccolta della benemerita Dangerhouse messa in piedi andando a spulciare tra gli archivi di materiale pubblicato e inedito di quegli anni.

Ecco dunque venir fuori due cover strepitose di due dei miei pezzi preferiti di sempre: Leavin’ Here e Good Times rese con la classe che era dote dei quattro ragazzoni newyorkesi, capaci di energizzare il beat degli anni Sessanta senza forzare i piedi sui pedali del distorsore ma semplicemente miscelando gli elementi, come degli alchimisti provetti. Ecco riaffiorare prezzi pregiatissimi della collezione autoctona come Any Port in a Storm, See You Again, Can’t Help But Shake, Gotta Be Cool.

Ecco sollevarsi in volo gli aquiloni psichedelici di It’s All Away.    

Ecco un paio di numeri minori degli Who come Glow Girl e Armenia City in the Sky  che tornano ad illuminarsi di fluorescenti riflettori power-pop.

Ecco a voi una di quelle band sotto le cui fronde ci saremmo meritati di restare più a lungo, aspettando la stagione della manna e non quella della mannaia.

Gotta Be Cool!

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE THUNDERBEATS – Primitive Sound (Groovie)  

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Avendo intitolato ’66 il disco di debutto del 2013, il 2016 per i moscoviti Thunderbeats dovrebbe corrispondere al 1969 (e questo 2018 in cui la Groovie si è presa la briga di pubblicare il disco anche fuori dall’ex unione sovietica, il 1971). Cosa che invece per fortuna, considerando che quell’anno fu per molte band di estrazione beat un anno di tormentato e di non sempre compiuto passaggio, non è. Il suono di Primitive Sound è ancora quel guazzabuglio di suono alla Troggs che ha fatto capolino sul disco precedente e che in pezzi come I Sing, Streets & Avenues, Rumble in the Tides o Primitive Sound raggiunge livelli di eccellenza. Non siamo al plagio, considerato che gli innesti di organetto sixties e di sax permettono al quartetto russo di variare il passo (Hot Days, Summer Days, I’m Angry, You’re Restless, Bad News Blues, Joint Is Jumping, Such a Lovely Deal) verso uno spedito e spassoso garage punk che ricorda quello dei Fuzztones di Horny as Hell, ma anche se fosse il fatto di avere in mente un modello come quello della band pre-punk inglese può essere motivo di vanto e ottenere il mio (ap)plauso. Forse pure il vostro.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE SOUND REASONS – Walk with My Shadow (Groovie)  

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Eccolo finalmente il capitolo successivo al bel 7” di esordio di quasi cinque anni fa.

Walk with My Shadow è dunque un nuovo debutto, stavolta su grande formato, per la band di Los Angeles che cita fra le proprie influenze minuscole band come Monocles, Ugly Ducklings e Haunted. Influenze per nulla rinnegate dalle dieci crepitanti canzoni di questo album d’esordio, forse la miglior produzione Groovie da molti mesi a questa parte. Un suono dove convergono gli Unclaimed (Every Path I Take è una roba “Ganza” come non ne sentivo da decenni, NdLYS), il folk-rock obliquo delle formazioni del New England, l’acceso beat che periodicamente torna ad imbrattarci il cuore di fuzz (Make Me Pay e  Scream-Shout), fantasticherie retrò come Oldsmobile o Slow Down e un accenno di psichedelia a chiudere il cerchio sulla conclusiva Window Payne.

Un disco bellissimo, da sbattere in faccia a chi pensa che non si possa più dire nulla con in mano una chitarra, un basso e una batteria rubate dal retrobottega di un negozio di antiquario.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE SLICKEE BOYS – Cybernetic Dreams of Pi (Twin/Tone)    

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Illogici già nell’immagine ma ancor più nelle copertine e nei suoni che ficcavano dentro i loro dischi, gli Slickee Boys furono una di quelle band “trasversali” che spuntarono fuori dal calderone punk americano. Uguali a nessuno, neppure a loro stessi. Cybernetic Dreams of Pi è il loro disco-capolavoro, dopo un modesto album di debutto affidato alla voce sgraziata di Martha Hull. A riportarli in pista dopo un po’ di anni è Mark Noone, cantante non talentuoso ma carico di personalità e anche abile scrittore di canzoni in precario equilibrio fra rockabilly, surf, sci-fi e pop anni Sessanta. Quando la Twin/Tone se li mette in casa è il 1983, con il revival garage-punk che spinge sotto e quindi spesso gli Slickee Boys, per certi loro strambi riferimenti al suono di quella stagione, verranno infilati in quel calderone, “addossati” a band dai riferimenti stilistici ben più precisi. In realtà, vista la natura delle loro canzoni e di quell’aberrante look al crocevia fra i Mothers of Invention, la Alice Cooper Band, i Tina Peel e i Dictators, gli Slickee Boys finiscono per non venir adottati da nessuno. Finendo per diventare la classica “band di culto” e senza mai uscire da quella condizione. Del resto, tra famiglie e lavoro, per tutti loro quello degli Slickee Boys è più un passatempo che una professione, tanto che sbarcheranno in Europa solo nel 1988.

Poco importa, perché per chi si imbatté nei loro dischi, questo su tutti, non fu difficile innamorarsi di canzoni come Nagasaki Neuter, Escalator 66, Life of the Party, When I Go to the Beach o Say Goodbye dentro le quali riuscivano a convivere fianco a fianco, a volte addirittura nello stesso letto a castello, i Ventures, gli Angry Samoans, i Barracudas, i Fleshtones, gli Shoes e i B-52’s.

Tutti col sorriso sulla faccia, felici di aver trovato casa comune. E di aver dato l’indirizzo solo a pochi amici.     

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE ARTWOODS – 100 Oxford Street (Edsel)  

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L’100 Club e gli Artwoods nascono a Londra, praticamente in simultanea, sul far della primavera del 1964 anche se il debutto della band su quell’ambìto palco risale al Gennaio del 1966. Entrambi, il locale e il gruppo messo su dal fratello maggiore di Ron Wood, sono ossessionati dal suono black americano. Blues, jazz, R&B, soul, ritmo, sudore sono penetrati dentro quelle assi di legno e quelle mura sin dal secondo conflitto mondiale, quando in quella sorta di bunker all’epoca chiamato ancora Mack’s militari in libera uscita e civili che invece volevano sentirsi al riparo dai bombardieri si riunivano nelle sue cantine al grido di Forget the Doodlebug! Come and Jitterbug! (dimentica le bombe! Vieni a ballare lo swing!, NdLYS).

Art Wood dal canto suo ha imparato a flettere la voce in maniera adeguata facendosi le ossa nella Blues Incorporated, la nave-scuola del blues bianco inglese. E, nel ’64, decide di “mettersi in proprio”, chiamando a raccolta alcuni amici fra cui un ventitreenne Jon Lord e facendo degna concorrenza ai Birds, la band del fratello rispetto alla quale hanno un suono più “groovy” e più vicino ai canoni del blue-eyed soul pur presentando ottimi slanci di cattiveria (l’assolo “strappato” di Sweet Mary, il beat di un classico stomper come I Take What I Want). Con il tramonto della stagione delle cover e nell’incapacità di reggere il passo con i vari Animals, Them, Kinks, Beatles, Rolling Stones, Manfred Mann che si stanno emancipando cominciando a scrivere grandi pezzi autoctoni, la Decca però se ne disfà prontamente sancendo di fatto la fine del gruppo che di fatto diventa una delle tante meteore dell’epoca. Ma una meteora di cui val la pena guardare la scia mentre falcia il cielo o immaginarne la coda riascoltandoli anni dopo attraverso questa bella raccolta messa su dalla Edsel pescando dai vari singoli e dall’unico album Art Gallery.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE REMAINS – Live 1969 (Sundazed)  

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Avevo letto lodi sperticate su questo live inedito dei Remains e a leggerle avevo pensato mi avrebbe costretto in qualche modo a rivedere, in maniera ampliata, la storia dei fenomeni di Boston, terminata troppo presto dopo un tour a fianco dei Beatles che doveva essere il loro trampolino di lancio per il mercato mondiale e che invece finì per decretarne la fine (salvo poi riformarsi parzialmente anni dopo e senza più carburante negli iniettori per un mediocre disco come Movin’ On).

Vuoi vedere che, come ha lasciato intendere Greg Prevost sul suo profilo social, questo spin-off dei tardi anni Sessanta, questa reunion occasionale fosse davvero il momento di apoteosi suprema di quella breve avventura? Che qualcosa di prodigioso, di miracoloso fosse stato riversato sul pubblico che assistette a quel concerto una-tantum suonato al Boston Tea Party nel 16 Marzo del 1969?

Ascoltando la registrazione di quell’evento invece io, pur essendo credente e aver atteso in ginocchio e col cuore pronto a ricevere il segnale, non ho visto sgorgare il sangue dagli occhi di San Gennaro. La scaletta prevede quasi esclusivamente cover, sacrificando il ricchissimo paniere della band di Larry Tamblyn. Il che mi appare già uno spreco insensato. Ma a parte questo, i Remains non mi sembrano avventarsi sul repertorio con la veemente frenesia degli anni d’oro o che le nuove versioni di standard come Hang on Sloopy, Like a Rolling Stone o All Day and All of the Night possano in qualche modo o per qualche ragione essere preferite a quelle degli storici Live…in Boston o di A Session with The Remains. O perlomeno, io non ne vedo alcuna.     

Detto questo, i Remains “restano” (perdonate il bisticcio di parole voluto) dei giganti dell’epoca beat, con un catalogo di canzoni sopraffino in grado davvero di fare la differenza dal resto del mercato delle formazioni beat che spopolavano in America. Però, lo furono per due soli anni. Forse faremmo bene, mettendo a tacere i pruriti di fanatismo che ci vengono a punzecchiare l’epidermide, a farcene una ragione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro