THE SLICKEE BOYS – Cybernetic Dreams of Pi (Twin/Tone)    

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Illogici già nell’immagine ma ancor più nelle copertine e nei suoni che ficcavano dentro i loro dischi, gli Slickee Boys furono una di quelle band “trasversali” che spuntarono fuori dal calderone punk americano. Uguali a nessuno, neppure a loro stessi. Cybernetic Dreams of Pi è il loro disco-capolavoro, dopo un modesto album di debutto affidato alla voce sgraziata di Martha Hull. A riportarli in pista dopo un po’ di anni è Mark Noone, cantante non talentuoso ma carico di personalità e anche abile scrittore di canzoni in precario equilibrio fra rockabilly, surf, sci-fi e pop anni Sessanta. Quando la Twin/Tone se li mette in casa è il 1983, con il revival garage-punk che spinge sotto e quindi spesso gli Slickee Boys, per certi loro strambi riferimenti al suono di quella stagione, verranno infilati in quel calderone, “addossati” a band dai riferimenti stilistici ben più precisi. In realtà, vista la natura delle loro canzoni e di quell’aberrante look al crocevia fra i Mothers of Invention, la Alice Cooper Band, i Tina Peel e i Dictators, gli Slickee Boys finiscono per non venir adottati da nessuno. Finendo per diventare la classica “band di culto” e senza mai uscire da quella condizione. Del resto, tra famiglie e lavoro, per tutti loro quello degli Slickee Boys è più un passatempo che una professione, tanto che sbarcheranno in Europa solo nel 1988.

Poco importa, perché per chi si imbatté nei loro dischi, questo su tutti, non fu difficile innamorarsi di canzoni come Nagasaki Neuter, Escalator 66, Life of the Party, When I Go to the Beach o Say Goodbye dentro le quali riuscivano a convivere fianco a fianco, a volte addirittura nello stesso letto a castello, i Ventures, gli Angry Samoans, i Barracudas, i Fleshtones, gli Shoes e i B-52’s.

Tutti col sorriso sulla faccia, felici di aver trovato casa comune. E di aver dato l’indirizzo solo a pochi amici.     

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE ARTWOODS – 100 Oxford Street (Edsel)  

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L’100 Club e gli Artwoods nascono a Londra, praticamente in simultanea, sul far della primavera del 1964 anche se il debutto della band su quell’ambìto palco risale al Gennaio del 1966. Entrambi, il locale e il gruppo messo su dal fratello maggiore di Ron Wood, sono ossessionati dal suono black americano. Blues, jazz, R&B, soul, ritmo, sudore sono penetrati dentro quelle assi di legno e quelle mura sin dal secondo conflitto mondiale, quando in quella sorta di bunker all’epoca chiamato ancora Mack’s militari in libera uscita e civili che invece volevano sentirsi al riparo dai bombardieri si riunivano nelle sue cantine al grido di Forget the Doodlebug! Come and Jitterbug! (dimentica le bombe! Vieni a ballare lo swing!, NdLYS).

Art Wood dal canto suo ha imparato a flettere la voce in maniera adeguata facendosi le ossa nella Blues Incorporated, la nave-scuola del blues bianco inglese. E, nel ’64, decide di “mettersi in proprio”, chiamando a raccolta alcuni amici fra cui un ventitreenne Jon Lord e facendo degna concorrenza ai Birds, la band del fratello rispetto alla quale hanno un suono più “groovy” e più vicino ai canoni del blue-eyed soul pur presentando ottimi slanci di cattiveria (l’assolo “strappato” di Sweet Mary, il beat di un classico stomper come I Take What I Want). Con il tramonto della stagione delle cover e nell’incapacità di reggere il passo con i vari Animals, Them, Kinks, Beatles, Rolling Stones, Manfred Mann che si stanno emancipando cominciando a scrivere grandi pezzi autoctoni, la Decca però se ne disfà prontamente sancendo di fatto la fine del gruppo che di fatto diventa una delle tante meteore dell’epoca. Ma una meteora di cui val la pena guardare la scia mentre falcia il cielo o immaginarne la coda riascoltandoli anni dopo attraverso questa bella raccolta messa su dalla Edsel pescando dai vari singoli e dall’unico album Art Gallery.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE REMAINS – Live 1969 (Sundazed)  

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Avevo letto lodi sperticate su questo live inedito dei Remains e a leggerle avevo pensato mi avrebbe costretto in qualche modo a rivedere, in maniera ampliata, la storia dei fenomeni di Boston, terminata troppo presto dopo un tour a fianco dei Beatles che doveva essere il loro trampolino di lancio per il mercato mondiale e che invece finì per decretarne la fine (salvo poi riformarsi parzialmente anni dopo e senza più carburante negli iniettori per un mediocre disco come Movin’ On).

Vuoi vedere che, come ha lasciato intendere Greg Prevost sul suo profilo social, questo spin-off dei tardi anni Sessanta, questa reunion occasionale fosse davvero il momento di apoteosi suprema di quella breve avventura? Che qualcosa di prodigioso, di miracoloso fosse stato riversato sul pubblico che assistette a quel concerto una-tantum suonato al Boston Tea Party nel 16 Marzo del 1969?

Ascoltando la registrazione di quell’evento invece io, pur essendo credente e aver atteso in ginocchio e col cuore pronto a ricevere il segnale, non ho visto sgorgare il sangue dagli occhi di San Gennaro. La scaletta prevede quasi esclusivamente cover, sacrificando il ricchissimo paniere della band di Larry Tamblyn. Il che mi appare già uno spreco insensato. Ma a parte questo, i Remains non mi sembrano avventarsi sul repertorio con la veemente frenesia degli anni d’oro o che le nuove versioni di standard come Hang on Sloopy, Like a Rolling Stone o All Day and All of the Night possano in qualche modo o per qualche ragione essere preferite a quelle degli storici Live…in Boston o di A Session with The Remains. O perlomeno, io non ne vedo alcuna.     

Detto questo, i Remains “restano” (perdonate il bisticcio di parole voluto) dei giganti dell’epoca beat, con un catalogo di canzoni sopraffino in grado davvero di fare la differenza dal resto del mercato delle formazioni beat che spopolavano in America. Però, lo furono per due soli anni. Forse faremmo bene, mettendo a tacere i pruriti di fanatismo che ci vengono a punzecchiare l’epidermide, a farcene una ragione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Jon Savage’s 1965 – The Year the Sixties Ignited (Ace)  

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È il 1965 l’anno al centro del nuovo viaggio di Jon Savage nel cuore dei “magnifici anni Sessanta”, anche se in almeno un paio di episodi, stando alle mie stime, il repertorio scavalla inspiegabilmente all’anno precedente. Siamo all’alba del periodo d’oro della produzione pop che ha impresso indelebilmente quegli anni nella nostra memoria. Le presse Motown, Stax, Atlantic, Decca, Parlophone, Columbia, Pye, King lavorano a pieno regime sfornando dischi di Kinks, James Brown, Marvin Gaye, Marianne Faithfull, Booker T and the MG’s, Martha and The Vandellas, Byrds, Hollies, Yardbirds, Wilson Pickett, Bob Dylan, Supremes, Small Faces, Donovan (e ovviamente Beatles e Rolling Stones che, per ovvi motivi, non possono finire qui dentro senza dover pignorare l’intero edificio in Steele Road sede della gloriosa etichetta londinese, NdLYS). Qui dentro ci sono dei brani semplicemente bellissimi, molti dei quali assolutamente fondamentali per “costruire” il suono del biennio successivo (vedi il caso di Boss Hoss dei Sonics piuttosto che We Sell Soul degli Spades, Can’t Seem to Make You Mine dei Seeds, I’ll Feel a Whole Lot Better dei Byrds, Leavin’ Here degli “altri” Birds, From a Buick 6 di Dylan, Papa’s Got a Brand New Bag di James Brown. E mi fermo, altrimenti sembro il coglionetto qualsiasi che legge la copertina e si fa bello col pisello degli altri).

Un disco, due, rigogliosi.

Come lo erano quegli anni.

Carichi, gli anni e i due dischetti, di musica piena di belle speranze, di fiducia, di ottimismo, di desiderio di esplorare la giovinezza in lungo e in largo, come fosse ancora un campo vergine e inesplorato.

Se non rivelatore, rigenerante.         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CHARIOT – I Am Ben Hur (Munster)  

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Uno spin-off gustosissimo e passato quasi del tutto inosservato questo degli Chariot, band che “nasconde” in realtà Javier Escovedo dei True Believers, Pat Fear dei White Flag, Brian Young dei Fountains of Wayne e Ken Stringfellow dei Posies.  

Chitarre e melodie “larghe” tipiche della tradizione jingle-jangle e power-pop con qualche saporita puntatina nel beat (le cover di Him or Me dei Raiders e della fantastica Peace of Mind dei Count Five ad esempio) sono il piatto servito dai Chariot. Roba buonissima e cucinata divinamente per addolcire il palato. Nel calderone finiscono pure Merle Haggard, Alex Chilton, Los Bravos e i Choir, accanto ai pezzi scritti dai quattro musicisti americani e che non si fanno scrupoli di sfigurare accanto a quelli dei maestri. E infatti non sfigurano, regalandoci tre quarti d’ora di bella musica che passerà, in un mondo distratto e sempre più ingolfato da sgomitanti  produzioni musicali alla ricerca del loro attimo di gloria, senza lasciare traccia nel cuore dei più.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE TRIP TAKERS – The Trip Takers (Area Pirata)  

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MERAVIGLIA!

Limitante, superfluo, inutile rivelare la provenienza di questa band al suo debutto.

Tutto ciò che vi si chiede è di chiudere gli occhi e proiettarvi negli anni Sessanta del Merseybeat che bussa alle porte della Swingin’ London. Nient’altro.

Lasciate perdere tutto il resto.

I Trip Takers sono degli autentici, credibili temponauti in grado di trascendere il limitante concetto di revival per ridefinire uno stile carico di suggestioni di chiara ascendenza beatlesiana. Il loro mini album sembra una proiezione assiale di una visione caleidoscopica del beat/folk del ’65. (Solo) sei canzoni che sono come l’aria fresca del mattino quando apri le imposte. O meglio, quando le aprivi cinquant’anni fa.

Melodie cristalline, chitarre arpeggiate come se stessi accarezzando le gambe di Jane Birkin avanzando con i polpastrelli come fossero i tentacoli di una medusa trasparente.

Canzoni che scendono giù come la manna, leggere come le piume dei Byrds (o, nella conclusiva You Are Not Me, come il loro tappeto, NdLYS) e degne delle raffinatezze dei loro compatrioti Beau Brummels.

Per i palati fini del vintage-sound, uno dei gruppi-rivelazione di quest’anno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LYRES – Lost Lyres (Munster)  

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Il materiale è stato già pubblicato dalla Matador in due riprese ma si tratta in ogni caso di materiale storico oltre che bellissimo. Sono le registrazioni in studio dei Lyres del 1980, destinate in parte ad un mini-Lp poi mai uscito. I Lyres hanno ancora pubblicato solo un singolo e, fin alla pubblicazione dell’album di debutto del 1983, resteranno un gruppo di nicchia, ascoltato solo dai pochi che grazie al lavoro delle formazioni della costa Ovest come Unclaimed e Crawdaddys stanno aprendo gli occhi sul mondo del recupero della musica beat dei Sixties. Rispetto a quelle, il suono dei Lyres fa leva sul timbro ossessivo ed infetto dell’organo, sullo stile dei Mysterians e del Sir Douglas Quintet, primi punti di riferimento della band prima di spostarsi sui suoni europei di gruppi come Kinks e Outsiders.

Un bellissimo viaggio nei Lyres “perduti”. Perché dei Lyres non ne ho mai  abbastanza. Voi si?

 

                                                                                  Franco “LYreS” Dimauro

 

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THE KINKS – The Kink Kontroversy (Pye)  

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Una seconda tripletta di K dopo quella sfoggiata con tanto di esaltazione cromatica su Kinda KinKs fa bella mostra di sé su The KinK Kontroversy, alimentando la “controversa” (appunto) posizione dei Kinks riguardo sospette simpatie antisemite. Posizione resa alquanto ambigua per la scelta di affidarsi sovente (I’m a Lover Not a Fighter, Naggin’ Woman) alla penna di J.D. Miller, controverso autore, produttore e discografico conosciuto per aver fondato la Reb Rebel Records, ovvero quella che storicamente viene ricordata come la più razzista etichetta discografica della storia. Nessuno tuttavia recepisce il messaggio più o meno voluto, più o meno simbolico, più o meno esoterico, all’epoca. Del presunto razzismo di Davies si parlerà solo anni dopo, a proposito della sua Black Messiah, cercando di rileggere tutta la sua aristocratica aria “british” come un evidente manifesto di snobismo razziale, se non peggio. “Controversie” etiche a parte, The Kink Kontroversy è un disco nodale nella storia dei Kinks, un album “prismatico” che riesce a mostrare ogni lato della scrittura della band. Il taglio proto-punk è garantito da una tripletta eccezionale come la rendition di Milk Cow Blues (di Sleepy John Estes e che per tutti, da quel 1965, diventerà la Milk Cow Blues dei Kinks), Gotta Get the First Plane Home e la bellissima Till the End of the Day mentre la folky-side è garantita da canzoni come Ring the Bells, I Am Free e la mediocre It’s Too Late. Se Where All the Good Times Gone serve da anello per coniugare magistralmente questi due aspetti (con un abile incrocio tra citazioni di Stones e Beatles e rime di chiara ascendenza Dylaniana, NdLYS), pezzi come I’m On an Island e The World Keeps Going Round anticipano i temi “isolazionisti” e il sarcasmo amaro che scorrerà a profusione sui dischi successivi.

Quelli su cui inizia a piovere.

E il Tamigi a straripare, portando con sé uno moltitudine di naufraghi. Tutti inglesi, tutti bianchi, tutti in abiti eleganti. Portati via mentre Ray ne racconta il passaggio.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE DUKES OF HAMBURG – Germany’s Newest Hit Makers (Time for Action)  

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Poco importa che nel titolo del disco non ci sia una sola parola vera (Germania? Solo di adozione, visto che la band affonda le radici nella scena californiana dei vari Mummies, Flakes, Phantom Surfers. Recentissima? Neppure tanto, visto che il nuovo album arriva a coronamento di venti anni di carriera. Successi? Neppure l’ombra, almeno per i canoni attuali).

Quello che conta è che, in termini di adesione ai modelli musicali della prima metà degli anni Sessanta, i Dukes of Hamburg non temono rivali. Equipaggiamento rigorosamente vintage (Vox, Hofner, Amati, Klemt, Sennheiser) e un repertorio fedelissimo alle linee tracciate dalle formazioni capellone della stagione beat europea. Questo loro nuovo album non si sposta di una sola virgola dalla loro cifra stilistica, con quattordici perle di rock ‘n roll salvifico trafugate dai dischi dei primi Rolling Stones (il titolo, la grafica e lo scatto di copertina sono un’ovvia parodia della versione americana del loro album di debutto), Pretty Things, Herman’s Hermits, Sorrows, Cuby + Blizzards, Shakers, Zodiacs e riproposte con stile impeccabile.

Facendo proprio il concetto di “limite” creativo teorizzato da gente come Billy Childish o Liam Watson (sintetizzando: se voglio riprodurre il mood degli anni cinquanta non posso affidarmi ad attrezzatura che sia tecnicamente all’avanguardia rispetto a quella di quegli anni, anche se fosse un amplificatore Davoli del ’62, e così via per ogni “fotografia” di qualsiasi epoca storico/musicale) i Dukes of Hamburg riescono a ricreare un’ambientazione del tutto verosimile a quella dei loro riferimenti culturali. Che in molti casi sono sovrapponibili ai miei. Come in un infinito, appassionante gioco di specchi. Intrappolata in una bolla temporale perfetta la musica dei Dukes of Hamburg ci porta in dono il sempiterno spirito del rock ‘n roll prima del golpe del Sergente Pepe.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

KINKS – Kinks (Pye)  

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È il 1963 quando un giovane Robert Wace varca la soglia della Leeds Music di Denmark Street per far ascoltare a qualcuno la demo della band di cui sta curando il management. Si chiamano Ravens e hanno il solito repertorio di standard americani che stanno furoreggiando in Inghilterra. Non si distinguono dagli altri ma per Shel Talmy, il produttore americano che ha già avuto successo producendo per la Decca il primo album dei Bachelors e che ora è alla ricerca di qualche nuovo nome su cui dare il suo imprimatur, si presenta l’occasione per portare alla Pye, la nuova etichetta con cui ha appena siglato un contratto con delle clausole molto vantaggiose (Talmy sarà il primo a chiedere le royalties per le canzoni su cui mette mano e non un semplice stipendio “a progetto”), un nuovo nome su cui lavorare.

I primi due singoli sono ancora privi di carattere. Gli appena ribattezzati Kinks si limitano a fare i Beatles di panchina. Per il terzo Talmy trasferisce armi e bagagli agli studi IBC ed impone il proprio stile di cattura del suono: tre microfoni sull’ampli della chitarra (uno attaccato al pannello, uno piazzato ad un metro e mezzo, l’altro panoramico a catturare il riverbero della sala) e ben dodici sulla batteria. Un azzardo che, visti i risultati raggiunti, diventerà presto lo standard per tutti.

Quello che ne è esce non somiglia a nient’altro sia stato prodotto in Inghilterra fino a quel momento. E in realtà non somiglia neppure a quanto messo in piedi dai Kinks stessi per realizzare i contorni e i secondi piatti a quella prima, appetitosissima, portata. Che sono pregevoli esercizi di rock ‘n roll ma rimangono pur sempre contorni e secondi piatti.

You Really Got Me riporta la musica giovane alla sua natura più indisciplinata e ribelle. Il riff portante, condotto da una chitarra dal suono strappato, sembra scolpito nella selce. È un petroglifo rupestre che si stacca dalla roccia e prende vita. La voce di Ray Davies si muove tra sicurezza mascolina ed eleganza dai tratti femminei. Ma la cosa spettacolare, quella che ufficialmente dà fuoco alla miccia del beat più e prima di qualsiasi altra cosa, è il solo di chitarra. Che non è il solito assolo compassato e scolastico, il classico lick preso in adozione dal blues nero e ricamato sopra una torta al cioccolato bianco.

No, l’assolo di You Really Got Me, che per tanti anni si penserà suonato da chissà chi altri e che invece è frutto di un magico spasmo muscolare di Mr. Dave Davies è tutto un wuambasdregnsquandsbaraguencwooafrenginsbrenguembemfenciomen, una folle improvvisazione di sax che non trovando nessuno strumento a fiato dentro cui barrire, si reinventa assolo di chitarra, finendo per assomigliare a quelle parolacce scurrili che tanto piace mormorare ai maschietti durante l’amplesso. È privo di forma, sembra sgretolarsi da un momento all’altro, animato da una potenza incontrollata, sfrenata, rock and roll.

È un Franti della chitarra solistica.  

Il terzo singolo dei Kinks diventa l’archetipo di ogni canzone irriverente prodotta in Inghilterra da lì in avanti, a cominciare dalle My Generation, Wild Thing e Satisfaction che sono lì lì per venire ma che al momento non ci sono ancora, neppure nel resto dell’album dentro cui You Really Got Me si erge come una montagna dentro una distesa di acque agitate dai venti della musica americana che soffiano da Occidente.  

You Really Got Me sconvolge insomma i piani del beat inglese, che fino a quel momento non si pongono altro obiettivo se non quello di trovare un nuovo canone da ballo per radunare gli adolescenti sotto la stessa bandiera.

La Union Flag.

Quella dei Kinks.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro