THE PALE FOUNTAINS – Pacific Street (Virgin)  

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Flauti che sembrano il cinguettio degli uccelli nascosti tra i rami degli alberi delle copertine dei Love, qualche vezzo bossanova e lampi orchestrali che paiono una svendita di Broadway, qualche vigore politico in stile Scritti Politti e Dexy’s Midnight Ramblers, un po’ di svolazzante soul da evirati che invece ricorda Aztec Camera e Lotus Eaters e un bisbiglio new-wave vellutato dal gusto China Crisis.

C’è abbastanza aria snob per stare sui coglioni a tanta gente e ce n’è altrettanta per passare dalle scuole d’obbligo della nuova onda britannica agli istituti superiori d’arredamento, anche se seduti nei banchi in fondo all’aula.

In ogni caso nel 1984 i Pale Fountains sembrano una band predestinata al successo, sull’onda di formazioni come Style Council e Commotions e del suono inglese meno plastificato.

Non hanno in mano il Sacro Graal, i quattro ragazzoni di Liverpool. Ma quel che tengono in pugno sembra destinato a funzionare, tanto che è la Virgin a volerli in scuderia e a finanziare il loro album di debutto, senza lesinare sterline sonanti.  

E invece l’asso pigliatutto l’avrebbero lanciato sul tavolo gli Smiths, facendo man bassa e costringendo molti ad alzarsi dal tavolo da gioco e versare alla cassa quello che avevano vinto alla prima mano e un largo anticipo sui sogni del futuro, adesso ipotecati.

Non fu un peccato, perché gli Smiths avevano certamente le carte in regola per vincere senza bluffare. Però ancora oggi quando, stanco di aspettare che per puro caso una loro canzone passi in radio (cosa che dal 1985 non avverrà MAI PIU’), metto sul piatto Reach, Natural, Southboud Excursion, You’ll Start a War, Faithful Pillow mi assale come l’impressione, il dubbio, il sospetto che la storia (scritta da chi ha vinto la guerra) si trascini con sé sempre qualche rimorso e qualche rimpianto. E che qualche errore poteva essere evitato.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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SUEDEHEAD – Constant Frantic Motion (Mad Butcher Classics)  

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Il nome e la copertina non mi dicevano nulla. O meglio, quel che mi dicevano non mi piaceva. Pensavo all’ennesima band devota a Mr. Morrissey. Ad una sorta di pantomima dei Belle and Sebastian e di altre soap-opera inglesi di forma rotonda.

E così questo Constant Frantic Motion è finito per sostare sulla colonna dei miei dischi da ascoltare per almeno un paio di stagioni. Finché in una giornata più umida delle altre mi sono detto che forse era il momento di aprire le imposte ad un po’ di rovescio inglese.

Ed ecco avvertire subito tutto il colpevole peso del senso di colpa del pregiudizio.

Perché, sebbene siano americani e di inglese abbiano davvero tanto, i Suedehead sono distantissimi da quel che immaginavo. Qui si vola, altissimi, dalle parti di Jam, Purple Hearts, Dexys Midnight Runners, Joe Jackson Band, degli Housemartins più tirati. Addirittura, pur senza raggiungerlo, nei pressi del nido inviolato dei Redskins.  

Il senso di colpa raddoppia scoprendo che questo album BELLISSIMO non è altro che la raccolta dei dischi su piccolo formato realizzati in proprio dalla formazione californiana “scoperta” da Mike Ness dei Social Distortion e che vede tra le sue nutrite fila anche alcuni membri di band come T.S.O.L., Beat Union ed Hepcat.

Un disco dove vi può capitare di incrociare la Waiting Room dei Fugazi e di non riconoscerla oppure di tornare a tormentare i vicini con uno dei più bei pezzi soul scritti da qualcuno con la pelle bianca come Gimme Some Lovin’. E dove vi può capitare di fare la conoscenza con una serie di canzoni che possono svoltarvi ben più che una singola giornata come New Traditions, Young and In Love, Small Town Hero, Long Hot Summer, Can’t Stop, Trevor.

Non siate stolti come me, quando vi capiterà fra le mani il disco dei Suedehead.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

AA. VV – Jon Savage’s 1968 – The Year the World Burned (Ace)  

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Il 1968, ci dice Jon Savage, è l’anno in cui il mondo bruciò.

E molte di quelle fiamme lo avvolgono ancora oggi, quarant’anni dopo.

Il quarto volume curato dal giornalista e scrittore inglese per la Ace Records è pieno zeppo di musiche urticanti ancora oggi. Moderne, rivoluzionarie, eccessive.

Una scelta di canzoni (quarantotto in tutto) che esprimono al meglio il torrido clima di quell’anno, tra pezzi “obbligatori” (Fire di Arthur Brown, Kick Out the Jams degli MC5, Cloud Nine dei Temptations, Everyday People di Sly Stone, I Say a Little Prayer della Franklin, Piece of My Heart della Big Brother &The Holding Co., How Does It Feels to Feel dei Creation, Say It Loud! di James Brown) e una “seconda scelta” per nulla banale, anzi: pezzi poco conosciuti di Pretty Things, Beau Brummels, Canned Heat, Love, Kinks, Buffalo Springfield impreziosiscono tutto il primo dei due dischi mentre sul secondo canzoni come Omnibus dei Move, Machines di Lothar and The Hand People, Lincoln Country di Dave Davies, Eastern Organ della Brother Dan All Stars e Rain dei KAK risplendono come autentiche perle. Innovative e sfolgoranti ancora oggi. Una selezione favolosa, plurivalente dove soul music, reggae, freakbeat, pop music convivono senza umiliarsi l’un l’altro in un carosello infinito di suggestioni e il 45 giri vive il suo ultimo anno di gloria.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE STAIRS – Mexican R ‘n’ B (Deluxe Edition) (Cherry Red)

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Segnatevelo adesso che siete ancora in tempo. Che poi magari sotto le feste di Natale non sapete cosa cazzo chiedere a Babbo Natale e vi ritrovate per Santo Stefano a parlare coi soprammobili chiedendo “Ok Google! In quale cassetto sono i calzini puliti?”.

Ecco nuovamente a noi Mexican R ‘n’ B, il disco che per la seconda volta nel giro di un paio di anni fece sgorgare un sogno orfano tra le cantine di Liverpool, così come era stato per i La’s.

Eccone qui, triplicato, l’amplesso.

Ancora monoaurale, sebbene deluxe.

Ecco la belva Edgar Jones puntare infinite volte alla nostra giugulare. E poi sferrare l’assalto, tirando via la carne.

Ecco la deriva carnale di tutto il brit-pop, il suo lattiginoso spruzzo di sperma rock ‘n’ roll.

In quel lontano 1992 gli Stairs lasciano le caverne di Liverpool vestiti con poncho, sombreri e tuta da astronauti, disincagliano il cadavere dell’acid summer e ne spingono gli “amabili resti” dentro una sacca di R ‘n B lascivo e sborroso. Finite le scorte delle pillole della felicità, si tornava a chiamare la marijuana per nome (Mary Joanna) o per sinonimo (Weed Bus), a raschiare accordi rubati a Brian Jones e Jeff Beck.  

Gli Stairs, come i concittadini La’s, erano completamente fuori dal tempo e dalle mode, pericolosamente vicini alle navi corsare di Chocolate Watch Band e Shadows of Knight. A differenza del gruppo di Lee Mavers e della stragrande maggioranza della scena Liverpooliana e dell’Inghilterra tutta non amavano però prendersi troppo sul serio.

Forse proprio per quello snobbati da tanti.

Forse proprio per quello diventati una vera band di culto.

Forse proprio per quello dimenticati in fretta.

Mexican R ‘n’ B, anche oggi che è avvenuto lo scarto generazionale che ce lo restituisce in questa sua prima riedizione, resta un disco pieno di grandissime meraviglie e di alcuni dei più memorabili riff usciti dalla giovane Inghilterra degli anni Novanta (Mundane MundaeWeed BusMr. Widow PaneMary JoannaOut in the CountryWrap Me Round Your FingerWoman Gone and Say GoodbyeRight in the Back of Your MindSweet Thing) solcati da una voce che lascia strisce di bava erotica ad ogni vocale.

Gli Stairs ci regalavano il perfetto anello di congiunzione tra Out of Our Heads degli Stones e Safe as Milk di Captain Beefheart, lasciandoci in eredità uno dei più bei dischi di rock ‘n’ roll di sempre senza la pretesa di diventare nient’altro che una indie band.

Finendo per caso nella più bella storia mai raccontata e subito tirati via, prima che le enciclopedie  si accorgessero di loro.

La scorta di pezzi su singolo di quel periodo è ugualmente preziosa, finendo per pescare nel mare pescoso delle garage band degli anni Sessanta con cover di Seeds, Them e Del-Vetts da tirar su i peli e anche altro. E ora, sta tutto pigiato qui dentro assieme anche a demo e prove di laboratorio, compresa una primitiva versione di quella I’m Bored che Edgar Jones avrebbe poi pubblicato con i Big Kids incidendo uno dei dieci singoli da salvare di tutto il rock inglese degli anni Novanta.  

Apparentemente dileguati nel nulla dopo l’uscita di quel capolavoro rough-beat gli Stairs continuarono in realtà a sconvolgere il loro suono elaborandolo così tanto da destabilizzarsi. Il secondo disco viene allora accantonato e la band si sfascia, per sempre. L’album, già pubblicato in poche centinaia di copie dalla Viper Records dieci anni fa col titolo di Who Is This Is,  viene ovviamente aggiunto in uno dei due dischi complementari della sontuosa ristampa Cherry Red: il crudo e crepitante R ‘n B stonesiano del debutto è diventato un budino allucinogeno dove galleggiano grumi di psichedelia, Northern Soul, Detroit-punk, hard-blues, prog-rock, echi di Move, Mayfield, Stones, Action, sciccherie barocche da Magical Mistery Tour, modismo da Magic Bus, vapori Hendrixiani e sevizie fetish da L.A. Blues.

Le chitarre si dilatano e si attorcigliano, Edgar spinge le corde vocali fino allo spasimo e fanno capolino fiati e flauti. Un suono che si celebra così tanto da auto-indursi alla eiaculazione (come nel solo Bonham-iano di Stop Messin’  o nella fellatio chitarristica di Happyland, NdLYS) ma che avrebbe potuto darci ancora quelle vibrazioni che invece ci vennero subito negate.

Che ne dite, pensate di essere in tempo per provarle adesso?

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

 

PRIMAL SCREAM – Give Out but Don’t Give Up: The Original Memphis Recordings (Sony Music)  

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L’album con la bandiera confederata degli stati del Sud. Come quella sventolata dai Lynyrd Skynyrd durante gli anni Settanta.

Che i Primal Scream stessero al Sud degli Stati Uniti come l’orso polare con il deserto californiano importava poco: Give Out but Don’t Give Up non voleva barare, dimostrando subito un segno di appartenenza, anche se d’adozione. Il ritorno in pista dei Primal Scream dopo l’elaborata fusione tra mondi di Screamadelica fu di una volgarità inaudita: chitarroni rollingstoniani e fiati da gruppazzo funk, come gli Aerosmith di Permanent Vacation. Un’abiura dalle piste da ballo che il precedente disco aveva dominato e un tuffo nel mare magnum del rock ‘n’ roll untuoso da autostrada americana che si apriva già impettito, con Jailbird e la successiva Rocks, destinate a raccogliere il timone della Rag Doll dei gemellini tossici che era stato l’asso pigliatutto del rock da classifica di qualche anno prima. Proprio come quella, le ammiraglie di Give Out but Don’t Give Up transitano sovente in radio trascinando con loro tutto il carico di luoghi comuni del rock americano di cui il disco è saturo e certe sue assonanze con il blue-eyed soul degli Aztec Camera di Love che il pubblico distratto non sente ma che li raggiunge in maniera subliminale in tante canzoni, Big Jet Plane su tutte.  

Questa nuova versione, precedente a quella poi diventata la copia madre del disco che conosciamo, dovrebbe mostrare una faccia inedita, più “acqua e sapone” di quel disco prima che l’intervento di George Drakoulias lo dirottasse su territori limitrofi a quelli calpestati dai Black Crowes.

Anche “struccato” Give Out but Don’t Give Up non si discosta dal risultato a tutti conosciuto, per cui chi si avvicinerà al disco sperando di trovarsi dentro una palude di rock ‘n’ roll sudicio e cattivo, con sporcizia blues disseminata ai bordi delle strade come nell’Exile Street degli Stones, sappia che se ne tornerà a casa deluso e con qualche soldo in meno: le canzoni avevano infatti una loro precisa identità e quella di Bobby era un’infatuazione reale per i suoni della tradizione americana del resto già ravvisabile nei dischi precedenti. Solo che adesso Bobby vuole realizzare un disco “classico”.

Come scritto in apertura, dunque Gillespie non stava bluffando.

La nuova edizione del disco dunque non regala nessun valore aggiunto a quel lavoro, soddisfacendo più i bisogni da voyeur che una reale esigenza di ripulire l’insieme dal superfluo che, anche scartavetrando la superficie, resta inappagata.  Un esito che non ne giustifica i costi di realizzazione, pur risparmiando sulle foto per la copertina.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

SPIRITUALIZED – • — — • — • •  — • — — — — • • • • • • — • — — •  • • • • • • — • — • — (Bella Union)  

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• — — • — • • — • — — — • • • • • • — • — — • • • • • • • — • — • — arriva come Santa Claus la notte di Natale, su una slitta trainata da cento renne che scalciano in aria tin-tin-nando di mille campanellini tin-tin-nanti.

Non è di certo il disco che puoi bramare di ascoltare al rientro dalle spiagge, con l’abbronzatura che tarda a venir via e il sole che trasforma il tessuto dei sedili dell’auto in una griglia per le bistecche di manzo. Tanto che io l’ho lasciato marcire sullo stereo per un paio di mesi, aspettando che fuori le nuvole si raccogliessero in una forma compiacente. E alla fine il cielo ha ceduto, creando l’incanto atmosferico ideale ad accogliere un disco non meno accogliente. Un disco di musica soul, anche se a Jason Pierce piace vestirsi da astronauta, sin dai tempi in cui avvisò donne e uomini che stava per lanciarsi nello spazio e che lì avrebbe fluttuato per secoli.

Mantenendo la promessa.

Da quel giorno sono passati venti anni e ogni volta che Jason manda un cenno dall’universo, antenne attente sono qui pronte a recepire il segnale. L’ultimo è in codice morse e dietro quei bip biiip biiip bip biiip bip bip l’argonauta Pierce ci dice che lassù tutto bene, che ha scoperto dei pianeti abitati dove Brian Wilson, i Mercury Rev e gli High Llamas sono venerati come Dei e che c’è ancora speranza, un giorno, di trovare mondi incontaminati, di infilarsi dentro un razzo come The Morning After e portare in quelle colonie la forza di tre accordi, per non dimenticare da dove veniamo. E ricordare, mentre i suoi sassofoni impazziscono, che stavolta nessun animale è stato salvato, che Noè aveva preferito comprarsi uno yacht che perder tempo a costruire un’arca per gente e bestie che avrebbero rifatto gli stessi errori di sempre.

Salire in alto senza scordare che siamo vissuti nell’era di Jonathan Richman e di Lou Reed, dei Beatles e di Joe Meek. E che se proprio non siamo stati bravi a custodire il pianeta, siamo stati almeno saggi da custodire la loro memoria.

Brindiamo, il vascello è pronto a salpare.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE ARTWOODS – 100 Oxford Street (Edsel)  

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L’100 Club e gli Artwoods nascono a Londra, praticamente in simultanea, sul far della primavera del 1964 anche se il debutto della band su quell’ambìto palco risale al Gennaio del 1966. Entrambi, il locale e il gruppo messo su dal fratello maggiore di Ron Wood, sono ossessionati dal suono black americano. Blues, jazz, R&B, soul, ritmo, sudore sono penetrati dentro quelle assi di legno e quelle mura sin dal secondo conflitto mondiale, quando in quella sorta di bunker all’epoca chiamato ancora Mack’s militari in libera uscita e civili che invece volevano sentirsi al riparo dai bombardieri si riunivano nelle sue cantine al grido di Forget the Doodlebug! Come and Jitterbug! (dimentica le bombe! Vieni a ballare lo swing!, NdLYS).

Art Wood dal canto suo ha imparato a flettere la voce in maniera adeguata facendosi le ossa nella Blues Incorporated, la nave-scuola del blues bianco inglese. E, nel ’64, decide di “mettersi in proprio”, chiamando a raccolta alcuni amici fra cui un ventitreenne Jon Lord e facendo degna concorrenza ai Birds, la band del fratello rispetto alla quale hanno un suono più “groovy” e più vicino ai canoni del blue-eyed soul pur presentando ottimi slanci di cattiveria (l’assolo “strappato” di Sweet Mary, il beat di un classico stomper come I Take What I Want). Con il tramonto della stagione delle cover e nell’incapacità di reggere il passo con i vari Animals, Them, Kinks, Beatles, Rolling Stones, Manfred Mann che si stanno emancipando cominciando a scrivere grandi pezzi autoctoni, la Decca però se ne disfà prontamente sancendo di fatto la fine del gruppo che di fatto diventa una delle tante meteore dell’epoca. Ma una meteora di cui val la pena guardare la scia mentre falcia il cielo o immaginarne la coda riascoltandoli anni dopo attraverso questa bella raccolta messa su dalla Edsel pescando dai vari singoli e dall’unico album Art Gallery.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

TIM BUCKLEY – Sefronia (Edsel) / Look at the Fool (Edsel)  

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I due album eretici di Tim Buckley. Quelli sui quali per anni ci si è arrovellati riguardo cosa abbia spinto un artista di così pregiato valore e di così elevata sensibilità (più presunta che reale, come dimostrerà la gelida accoglienza riservata al figlio Jeff) ad arrugginire così selvaggiamente, così testardamente, così consapevolmente.

Sono i dischi “volgari” del musicista californiano.

Quelli pieni di insipidi blues che sembrano rubati ai Doors anziché ai musicisti neri di Chicago, di pallida soul music ispirata a Stevie Wonder e Al Green buona per i balletti di Soul Train, di musiche che sembrano pensate per qualche telefilm californiano con le macchine dei cops che inseguono un delinquente qualsiasi mentre il sole picchia sull’asfalto ed evapora nella skyline.

Se i dischi precedenti erano stati il trionfo della spiritualità (contemplativa, sofferta, estatica, onirica), negli ultimi dischi e negli ultimi anni della sua vita Buckley riscopre il valore della carnalità, della musica che parte dal corpo e al corpo arriva. È un modo per scrollarsi di dosso il dolore, anche quello fisico, che attanaglia Tim ormai da un po’. Sefronia e Look at the Fool sono due modi per cancellare la sua immagine, per tornare a guardare allo specchio qualcuno che non sia lui, per prostituirsi pur di accrescere la sua autostima ridotta allo spessore friabile di un cracker.

L’effetto, nonostante i dischi non siano inferiori a tanta roba “crossover” pubblicata in quegli anni, è scabroso. Più per i vecchi fan di Buckley che per i pochi nuovi che gli album riescono a raccattare. È come se un vecchio amico con cui amavi parlare di stelle, misticismo e filosofia trascendente ti piombasse a casa per commentare le cosce della nuova cameriera alla panineria all’angolo sotto casa. Sefronia e Look at the Fool lasciano interdetti perché sono dei dischi di Tim Buckley, l’autore di album come Starsailor e Blue Afternoon, l’uomo che cercava le stelle e che adesso si limita a cercare i delfini dell’amico Fred Neil o a raccattare le cartacce dalle strade del rock ‘n roll (la rilettura di Louie Louie e che chiude  in maniera imbarazzante la lista cronologica delle canzoni incise da Buckley durante la sua breve ma folgorante carriera). L’accoglienza riservata a questi ultimi lavori adesso ristampati da Edsel (e tenuti fuori, continuando ad alimentare lo sgradevole senso di lavori “apocrifi”, dal box della Rhino in uscita contenente tutta la restante discografia, NdLYS) con rimasterizzazione dai masters originali e libretto con testi (ai tempi anche quelli tenuti fuori dall’inutile libro pubblicato nel 2000 dalla Papergraf dove Giancarlo Susanna si prendeva pensiero di inserire le traduzioni delle cover presenti in Sefronia ma non il materiale autoctono, facendo scempio su scempio, NdLYS) fu spietata all’epoca e, se avete letto quel che ho scritto fra parentesi, lo continua ad essere a più di quarant’anni dalla loro uscita.

I critici che incensavano Steely Dan e Joe Cocker non gli perdonarono di aver ceduto ai peccati capitali proprio mentre stava ascendendo al cielo.

Io li riascolto oggi e mi sembrano dei dischi bellissimi. Suonati magistralmente. Cantati con voce inossidabile. Funky. Sensuali. Sfrontati.

Voi continuate pure ad ascoltarli come vi hanno insegnato Scaruffi e Bertoncelli.

A Buckley di certo non interesserà più.

E men che meno a me.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BRINSLEY SCHWARZ – It’s All Over Now (Mega Dodo)  

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Sui Brinsley Schwarz si sarebbe dovuto fare un film.

Non leggetela come un’esagerazione. È cronaca. Circa una decina di anni fa una casa di produzione di Hollywood era interessata a documentare quello che sarebbe passato alla storia come il Brinsley Schwarz Hype. Poi, non se ne fece più nulla. Non che io sappia almeno.

Il film si proponeva di portare sul grande schermo uno dei più grandi disastri promozionali della storia, organizzato proprio per il lancio della carriera di questa allora del tutto sconosciuta band inglese. Un debutto organizzato al Fillmore East di New York con tanto di spese pagate per ben 134 giornalisti inglesi che avrebbero poi dovuto scrivere chissà quali delizie sull’esibizione del gruppo a fianco di Van Morrison e Quicksilver Messenger Service.

Le cose purtroppo non andarono come previsto. L’aereo riservato ai giornalisti ha qualche problema subito dopo il volo e il comandante decide di fare una sosta in Irlanda. Ora, cosa vuoi fare in Irlanda quando non hai un cazzo da fare se non aspettare per un tempo infinito che i meccanici riparino il tuo aereo? Bere, ovviamente. La seconda parte del viaggio è dunque un vero disastro, con la fusoliera dell’aereo trasformata in un’enorme latrina di succhi gastrici. All’arrivo a New York due terzi dell’allegra (molto allegra, inizialmente) carovana va in coma etilico nel suo albergo. Dei pochi impavidi che si trascinano al Fillmore, molti vengono bloccati all’ingresso per evitare sicure molestie. Quelli che passano racconteranno di un’esibizione “poco lucida”. Riferendosi forse più alla loro condizione che a quella dei Brinsley Schwarz. Ma ormai la frittata era fatta. L’avvio della carriera della band inglese si rivelerà un flop colossale di cui pagherà lo scotto per tutta la sua quinquennale storia.

La “riabilitazione” sarebbe arrivata tardiva, con la canonizzazione del pub-rock di cui loro furono profeti e l’avvio della carriera solista di Nick Lowe e l’ingresso di Brinsley e Bob Andrews tra le fila dei Rumour di Graham Parker. Troppo tardi, dunque. Siamo già nella metà degli anni Settanta e i Brinsley Schwarz hanno fermo in “officina” il loro settimo album che varcherà la saracinesca solo nel 1988, esposto neppure tanto bene da Ian Gomm nel suo cortile privato. La sua prima stampa su compact disc arriva adesso, quasi venti anni più tardi, per l’inglese Mega Dodo. La musica della formazione, già vecchia all’epoca della sua nascita, appare oggi antiquata come la sala da pranzo dei vostri bisnonni. Del resto i Brinsley non erano altro che dei restauratori e degli intrattenitori sopraffini.

Come i Drifters, ma con la pelle bianchissima.

Pop edulcorato, una spruzzata di musica nera (soul, ballad, reggae) opportunamente disidratata, country-rock da birreria, qualche puntatina nel blues-rock (Everybody e Give Me Back My Love nell’album in questione) e nessuna voglia di fare del male a qualcuno. Se non involontariamente, come il famoso disastro del Fillmore, film o meno, non smette di ricordarci.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

TEARS FOR FEARS – Songs from the Big Chair (Mercury)

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Da qualche tempo mi diletto a raccogliere qualche sfida su SongPop, un’app ludica e graziosa dove si duella a colpi di canzoni. Chi indovina, o lo fa più in fretta, vince.

La uso per ingannare i tempi di attesa, che a quella siamo destinati e di tempi morti ne abbiamo sempre a iosa, malgrado ci si lamenti sempre di non averne. Ma, come ogni cosa, ne sfrutto le potenzialità nascoste per captare in maniera sommaria ma significativa alcuni segnali sul rapporto che i miei avversari hanno con la musica. Ho notato ad esempio che, probabilmente a causa della digitalizzazione della musica, anche chi si professa affezionato o fanatico di qualche artista ne disconosce spesso i titoli delle canzoni. Per molti, le canzoni hanno perso parte della loro identità e si sono trasformate in semplici “flussi di bit”. Mi è capitato sovente di essere sfidato da fan incalliti dei Cure che toppano su Close to Me o sfegatati seguaci di Bowie che conoscono “Heroes” ma “non sapevo si intitolasse così” (come mi viene spiegato poi nella chat che permette di interagire con lo sfidante). È un segno dei tempi. Si giocasse con le copertine degli album, sarebbe anche peggio.

Però ho notato anche che su alcuni brani, indipendentemente dalle “playlist preferite” (quelle che dovrebbero rivelare i gusti dell’avversario, per intenderci), su un paio di brani nessuno, a meno che non sia minorenne o sia sbarcato l’altro ieri da Marte o dalla Libia (mi pare che per noi italiani sia la stessa cosa, no? NdLYS), proprio nessuno sbaglia mai: uno è The Final Countdown dei temibili Europe. L’altro è Shout, dei Tears for Fears. Segno che, lo si voglia o meno, queste canzoni hanno lasciato una macchia indelebile nella memoria collettiva.

Shout stava proprio in apertura del secondo album dei Tears for Fears. Una sorta di grido di battaglia in chiave pop che grazie allo strapotere delle tivù-musicali dell’epoca diventa una chiamata alle armi dalle dimensioni planetarie e anche un po’ una gabbia dorata per i due ragazzoni del sud-est inglese, che da allora e per sempre verranno ricordati come “quelli di Shout”. Un tormentone/tormento insomma. Musicalmente la canzone cede il passo ad un rock anthemico che poco ha a che spartire con il synth-pop del primo magnifico album con tanto di bridge epico alla Big Country. L’album che la contiene però ha il pregio di non allinearsi a quel clichè. Come del resto i Tears for Fears eviteranno di fare lungo la loro restante carriera. Non ci sarà mai una Shout #2 insomma.    

Songs from the Big Chair offre tante facce. Da quella pacchianamente funky-rock come Mothers Talk a quella quasi vaporosa di un soul algido come I Believe, intenzionalmente scritta per Mr. Robert Wyatt e chissà cosa ne sarebbe venuto fuori, qualora i TfF non avessero deciso di tenersela per se, dal pop alla ABC di Head Over Heels allo shuffle in crescendo di Everybody Wants to Rule the World condotto magistralmente dalla voce di Curt Smith col suo timbro ambiguamente ammiccante perfetto per gli anni Ottanta, dall’ambient lambita con Listen, fino agli spasmi mioclonici e vagamente frippetronici che singhiozzano su Broken.

Un disco che mette molta carne al fuoco e, nonostante ciò, parecchia rimane cruda, accostata in un barbecue un po’ improbabile.  

       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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