LINK WRAY – 3-Track Shack (Ace)  

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Dopo il rumoroso tour con i Raymen lungo la costa est degli Stati Uniti, Link Wray sente l’esigenza di riposarsi e mettere a tacere il fuzz che lo ha reso famoso. Si ritira quindi nel ranch del fratello Vernon a respirare l’odore dei campi. La sera, sfinito ma soddisfatto del lavoro, mette le mani sulla sua chitarra folk e improvvisa un repertorio che della terra conserva intatto il profumo. Il fratello, piacevolmente incuriosito da quelle canzoni, improvvisa un minuscolo studio di registrazione nel pollaio e invita Link a registrare quei brani scritti assieme al percussionista Steve Verroca. Viene fuori così la trilogia di album raccolti su 3-Track Shack pubblicati tra il 1971 e il 1973 (dopo un tentativo fallito di approdare alla Apple dei Beatles, NdLYS) su Polydor e Virgin che rappresenta un decisivo taglio con il sound ribelle dei Raymen e che si abbandona definitivamente ad un abbraccio con la musica delle radici. Country, blues, folk. Musica acustica, docile, onesta su cui Link adesso non ha nessuna remora a cantare o ad affidare il compito ai suoi fidati musicisti. In uno spirito del tutto nuovo che lo avvicina ai capolavori di Van Morrison e degli Stones campestri. Dischi che spiazzano il pubblico del musicista di Dunn, secondo le previsioni (e la volontà) degli stessi fratelli Wray e che invece sono avvolti da una pellicola di bellezza taumaturgica. Piccoli vagoni che attraversano la campagna americana senza aggredire il territorio, in processione discreta e riguardosa. Il potere annichilente delle prime registrazioni è ovviamente un ricordo lontano e dentro questi dischi si respira la stessa aria di quiete che Link aveva cercato rifugiandosi nella fattoria del fratello.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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IL PAN DEL DIAVOLO – Sono all’osso (La Tempesta Dischi)

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Se ne parla ovunque.

Sparando spesso minchiate a iosa, anche sulla provenienza del duo che sta rinvigorendo il rock italiano tornando all’essenzialità, anche strumentale.

Due chitarre folk e una grancassa, come dei buskers da metropolitane affollate.

Fermi davanti ai cessi pubblici, a cantare le proprie piccole storie, che diventano affari di tutti.

Perché tutti abbiamo in petto “una bomba nel cuore che tra poco esplode”. BOOM!

I riferimenti sono ovviamente in ogni luogo dove una chitarra acustica a tracolla abbia fatto paura: Woody Guthrie, l’Ivan Graziani di Pigro che echeggia un po’ dappertutto, Leadbelly, Bennato, il Beck sghembo di Mellow Gold e One Foot in the Grave, Gene Vincent, i Proclaimers, Rino Gaetano, Johnny Cash, le Violent Femmes, l’Acustica Tribù, Billy Bragg, il Bugo westernato o i primi Zen Circus.

Canzoni folk figlie dell’età del precariato a tempo indeterminato.

Canzoni da tempo libero, l’unico che ci resta.

E del disinganno, l’unica forma di fedeltà delusa con cui abbiamo imparato a convivere.

Sono all’osso è il figlio perfetto di quest’epoca dell’economia cascante, sin dal nome che si è scelto.

Ha una grinta da cose sottratte.

Come quando ti rubano l’auto parcheggiata sotto casa e resti come un minchione a rigirarti le chiavi tra le mani e la rabbia di sentirti depredato ti fa salire la bile con piccoli conati di vomito.

Le dodici tracce di Sono all’osso sono ceppi di legna che bruciano in un camino di una casa in affitto.

I cari uomini-mostro della società elettrica vi hanno lasciato senza energia perché loro hanno cura dell’ambiente ma nessuna cura di voi, se non avete soldi in tasca.

Al buio.

E col telefono sotto controllo (Il centauro). 

Eppure gli strumenti del Pan del Diavolo funzionano ancora.

Funzionano ovunque.

Funzionano sempre.

È questo il vero senso punk che cola da questo disco.

È un bivacco vagabondo che basta a se stesso.

Totalmente indipendente.    

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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