TIEDBELLY AND MORTANGA – Satan Built a House (Goodfellas)  

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E così anche l’Ospedale Cannizzaro di Catania ha ora il suo blues. Probabilmente frutto dolceamaro di una degenza o di un parto avvenuto nel rinomato nosocomio siciliano.

A scriverlo e a farcirlo di risate sinistre sono TiedBelly e Mortanga, anime blues sputate fuori dallo zolfo dell’Etna, buskers nomadi armati di chitarra e tamburo che adesso scavano qualche solco su una lastra di vinile per documentare come il diavolo metta lo zampino ovunque, quando gliene si da occasione. E che è pronto a metter su casa dove cazzo gli pare.

Ecco dunque Satan Built a Home, il disco che offre ospitalità prima e condono edilizio poi alla nuova dimora di Satana da parte di TiedBelly e Mortanga.

Ma, al di là della fin troppo facile retorica sui luoghi comuni del blues che siamo capaci di tirar fuori quando si tratta di descrivere la musica del diavolo, Satan Built a House va lodato per sapersi appropriare di uno stile usando una calligrafia credibile ma non scolastica, sviscerando del blues non un’anima univoca ma le sue anime molteplici. Che anche il Diavolo si incazza, e pure spesso. E a volte anche lui si ammala di malinconia, più di quanto siamo abituati a pensare.

E tante altre volte sghignazza pensando a quante volte si uccida in nome del suo rivale tacendo il nome del vero mandante: il suo.     

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

SCREAMIN’ JAY HAWKINS – Are You One of Jay’s Kids? (Edsel)  

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Decisamente non il periodo migliore di Screamin’ Jay Hawkins, quello dell’epoca Bizarre, etichetta il cui nome sembra calzare perfettamente per il personaggio e il cui A&R man di quegli anni, tal Robert Duffey, si imbatte nel gigante Hawkins quasi per caso, al banco di un bar di Hollywood dove il musicista vive facendo qualche particina su film come Two Moon Junction o Mystery Train e continua a procrearsi come un mandrillo della giungla (si vocifera che il numero totale della prole “illegale” si aggiri sulle settanta unità, il che spiega l’inquietante domanda che intitola questa raccolta, NdLYS).

Discograficamente invece la sua carriera si è inceppata già alla fine degli anni Settanta, salvo un estemporaneo momento di fama underground dovuta ai Fuzztones che ne celebreranno più volte il mito fino a trascinarlo in studio per un singolo a metà degli anni Ottanta.

La trilogia Bizarre, qui raccolta in doppio cd, ne legittima in qualche modo l’oblio. Il tentativo di riportare Hawkins all’attenzione del grande pubblico spinge etichetta e produttori a forzare il piede sull’acceleratore del cattivo gusto, manifestato già da un’orribile versione rap/dance di I Put a Spell On You (unico successo del musicista dell’Ohio) da far inorridire pure i Milli Vanilli.

Tra i crediti dei primi due album (Black Music for White People e Stone Crazy) compare alla chitarra un tale Bo Diddley Junior che però è un semplice turnista il cui stile è quanto di più lontano dal beat tribale del Diddley originale mentre un po’ meglio fa su Somethin’ Funny Goin’ On Buddy Blue dei Beat Farmers, riscattando il disco dal disastro con un suono roots che però spesso cozza con arrangiamenti in stile Kid Creole and The Coconuts. A salvarsi sono infatti le canzoni dal suono più asciutto come la bella Brujo o il canonico blues di When You Walked.

Davvero molto poco per parlare artisticamente di una seconda giovinezza così come per parlare di una vecchiaia dignitosa e anche raccattando fra la spazzatura per salvare dal compattatore Swamp Gas o Ice Cream Man non abbastanza per giustificarne l’acquisto.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MOOON – Mooon’s Brew (Excelsior)  

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I giovanissimi Mooon dei fratellini Tom and Gijs de Jong suonano come dei Cuby + The Blizzards alla festa del liceo, miscelando beat e blues come quei signori provenienti dalla medesima zona.

Ma non solo, perché sulla seconda facciata di questo debutto fanno capolino anche delle deliziose influenze “esterne” che vanno dalla surf-music a certo space-rock espanso che copre di polvere di zolfo qualunque pianeta i Mooon stiano cercando di intercettare.

Ci sono fortissimi eco di Amboy Dukes, Savoy Brown, Gov’t Mule e Cream nella musica dei Mooon, oltre che dei Blizzards di cui ho detto. Batteri blues che però il terzetto cerca di tenere separati dai teneri fondali di garage immacolato di pezzi come Too Cool for Skool, Mary You Wanna, Where Money Goes, Surfin’ with You cosicchè gli uni non infettano mai gli altri. Forse la band, ancora implume, non se l’è sentita di esagerare con le miscele, limitandosi ad accostare le due “anime” senza compenetrarle una all’altra. Questo, sarà il tempo a dircelo. Se ne avremo.  

Ma, sembrerà paradossale, è proprio questa la carta vincente di Mooon’s Brew, questo accostamento di sapori che lo rende variegato, questa doppia faccia che garantisce al disco vitalità e allo stesso tempo ci evita improbabili intrugli che potrebbero risultare indigesti. Oppure offrirci la possibilità di scartare alcuni pezzi al posto di altri, scegliendo quelli che più sentiamo affini al nostro spirito o al nostro momento. Temo però che al prossimo passo i Mooons dovranno scegliere in qualche modo “da che parte stare” oppure tentare l’impresa di far convivere le due anime dentro un unico corpo. Prendendosene i rischi o sacrificando una fetta della loro freschezza.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

HUGO RACE – Stations of the Cross (Bang!) 

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Stampato all’epoca esclusivamente solo su cd ed in sole 2000 copie, Stations of the Cross è uno dei capisaldi della discografia di Hugo Race, all’epoca ancora in pianta stabile nei Bad Seeds di Nick Cave. Il disco documenta un’esibizione modenese in solitario e in acustico del musicista australiano a simboleggiare da un lato un legame con la nostra terra che negli anni Race sceglierà come patria adottiva e campo per innesti da cui raccogliere altri frutti cattivi e dall’altro una riappropriazione dei canoni elementari della musica americana che in quel medesimo periodo attrae personaggi come Jeffrey Lee Pierce, Mark Lanegan, Kurt Cobain.  

Il repertorio è quello dei suoi dischi dei True Spirit e qualche cover blues.  

Roba semplice e schietta suonata con tocco da amanuense del blues, come la Send Me Your Pillow di John Lee Hooker sistemata a metà scaletta o la versione rurale, primitiva di J-Wray Day che sboccia ferrigna e spinosa quasi in chiusura.

L’Hugo Race ancora trentenne e bellissimo che viene ad abbracciarci, col suo pezzo di legno appeso al collo come il tronco di un patibolo.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

GROUNDHOGS – Blues Obituary (Fire)  

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Che mi prenda un colpo! Blues Obituary dei Groundhogs, disco e gruppo stagionati del blues inglese, su Fire Records, etichetta simbolo dell’indie-music britannica! Per giunta in vinile e spreco di sovracopertina.

Un po’ come se…

Un po’ come se niente, che in Italia non abbiamo un gruppo blues di pari fama e neppure un’etichetta indipendente con una storia così lunga.

Quindi il paragone trovatevelo voi.

Siamo nel 1969, l’anno in cui le formazioni triangolari dominano il mondo: Jimi Hendrix Experience, Blue Cheer e Cream lo fanno, in effetti. I Groundhogs un po’ meno: vengono dal blues e con Blues Obituary stanno progredendo verso un suono sempre vincolato al blues ma meno radicale e più aperto alla contaminazione.

Non vorrei sbagliare, che a sostegno della mia tesi nessuna testimonianza mi viene in aiuto, ma ho il sospetto fortissimo che Jeffrey Lee Pierce abbia consumato un disco come questo e che la sua voce sia in qualche modo una sorta di versione disperatamente romantica e voodoo di quella di Tony McPhee. Sia come sia, l’”obitorio blues” è disco che a cinquant’anni dalla sua uscita riesce ancora a stillare veleno blues. Speriamo non serva un disco di Ty Segall a ricordarcelo e a farvelo scoprire e che stavolta possiate fare tutto da voi.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

PHIL ALVIN – Un”Sung Stories” (Big Beat)  

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Nel 1986, dopo la defezione del fratello Dave anche Phil Alvin si tira temporaneamente fuori dai Blasters, pur senza rinunciare a salire per la seconda volta sul palco del Farm Aid accanto ad un cast stellare che comprende nomi come Bob Dylan, Grateful Dead, Neil Young, Tom Petty, Steppenwolf, John Mellencamp, Steve Ray Vaughn e gli amici X e Los Lobos, davanti ad una folla di ottantamila persone vestite come dei cowboys che li osannano manco fossero la reincarnazione di Hank Williams, nonostante quello cui in migliaia assistono sia lo spettacolo di una band finita (ma molti non lo sanno ancora e molti altri, quando salgono sul palco, non sanno comunque chi siano, NdLYS). La rottura fra i due fratelli si riconcilierà solo dopo un quarto di secolo ma sebbene Dave sia il primo ad andarsene, nel Marzo del 1986, il primo prodotto della “scissione” è tuttavia firmato da Phil, che con Un”Sung” Stories tenta un triplo salto all’indietro con avvitamento e senza rete ancora più audace rispetto a quello già tentato con successo dai Blasters fino ad infilarsi mani e piedi addirittura negli anni ’20 e ’30 delle big band swing e jazz. Un disco che nulla concede alla modernità e che brilla di ottoni anche se sono i momenti di austera solitudine blues quelli che io preferisco. Pezzi come Titanic Blues, Gangster’s Blues e Next Week Some Time ad esempio, che sono il territorio dove sconfinerà da lì a qualche anno anche l’amico Jeffrey Lee Pierce col suo capolavoro blues inciso come Ramblin’ Jeffrey Lee. Un disco fortemente compromesso con la storia della sua terra e della sua famiglia, dove la musica è sempre stata quella roba pesante con cui riempire l’aria.

L’Arkestra di Sun Ra e la Dirty Dozen Brass Band assicurano il giusto mood retrò ad un disco che torna oggi per la prima volta, se si esclude un’edizione limitata giapponese dello scorso decennio, in formato cd. E che, si, potrebbe essere un buon regalo per questo Natale.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Creative Outlaws (Trikont)

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Il boom economico del secondo dopoguerra, che garantisce alle famiglie di poter finalmente soddisfare non solo i bisogni legati ai beni di prima necessità ma anche di poter spendere i propri risparmi in beni secondari, determinano una diffusione del benessere e la nascita di una nuova sacca di mercato rappresentata dai teenagers. La miccia esplosiva del rock ‘n’ roll arriva a legittimare la loro figura come quella di destinatari ultimi del prodotto musicale. Per tutti gli anni Cinquanta la produzione destinata ai giovani ha tuttavia il compito quasi esclusivo di fornire un’adeguata colonna sonora al loro scompenso ormonale: il rock ‘n’ roll e il suo corrispettivo nero dell’R&B sono strettamente legati al concetto di fisicità e di sesso.  

È solo nel decennio successivo che la musica giovane scopre e rivaluta invece la coscienza civile e sociale, accompagnando l’ingresso dei teenager nell’età adulta e nelle sue contraddizioni. La musica, o almeno una buona parte di essa, cessa di essere pura evasione e si libera del suo ruolo di “pentola a pressione” dove far bollire le smanie giovanili per vestire di abiti politici e farsi portabandiera  della protesta e voce della “contestazione” che vuole controbilanciare se non addirittura ribaltare l’ordine costituito. È il momento in cui l’identità degli adolescenti si emancipa dal concetto di “gang” che l’aveva rappresentata negli anni Cinquanta e che era stata documentata su decine di film in cui teppistelli vestiti di pelle se le davano di santa ragione e assume invece quella valenza sociale passata alla storia come “controcultura”. Ad armeggiarla sono i “fuorilegge creativi” il cui fermento la Trikont vuole documentare in questo bel disco. Artisti folli e visionari che da un lato scardinano la tradizione (Captain Beefheart, Exuma, Country Joe and The Fish, Pearls Before Swine, Holy Modal Rounders) e dall’altro anticipano già la musica del decennio successivo (Stooges, Blue Cheer, Jimi Hendrix Experience, MC5), che saldano la musica alla poesia (Fugs, Shel Silverstein), alla vita da strada (Moondog) e alle stravaganti comunità hippie. Che sfiorano vette altissime di genialità creativa e pure si cimentano in parodie a buon mercato, in pantomime burlone di follia freak come quella dei Godz.

Successero molte cose, dal 1962 al 1970. Moltissime. Una spinta alla biglia del rock che ancora oggi non ha esaurito la sua corsa. Per raccontarle non basterebbero mesi e vagonate di dischi, dunque Creative Outlaws non può che rappresentarne un piccolo sunto, nemmeno lontanamente completo (sorvolando a piè pari su Dylan e tutta la scena folk del Greenwich ad esempio) e del tutto sommario nel contenuto.   

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

TUPELO – In the Fog (Vacation House)  

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La nebbia è quella padana. Ma potrebbe essere quella che infesta le sponde del Mississippi. Nel fitto della nebbia si muove la forma di un lupo. Un lupo lodigiano di nome Stiv Livraghi. L’atteso album di debutto dei suoi Tupelo, a pochi mesi dall’extended play che ha inaugurato il contratto con Vacation House è disco dal fortissimo odore blues. Tra slide guitars, armoniche e voci strascicate se ne respira il fetore della sua carcassa malandata. La mente vola, per questioni di limitrofa attiguità, ai prodigi dei Carnival of Fools ma sarebbe facile celebrare fra questi solchi lo stesso rito voodoo officiato altrove da band come Chrome Cranks, Beasts of Bourbon o Birthday Party.

La sporcizia è analoga.

La sgraziata voluttà che trasuda da pezzi come Self Combustion, Hoodoo Voodoo, Holy Drinker o Eveline, pure. Ma i richiami al blues penetrano qui ancora più in profondità, su pezzi come la bellissima Incestuose Amphetamine o nelle brevi Red e Speedway Blues eseguite in tutta solitudine da Stiv.

Il blues come espiazione dei propri peccati. La confessione di ogni pena e di ogni perversione. O forse solo l’avvertimento necessario per dimostrare che il proprio desiderio non si è affatto placato. E che non c’è pentimento, ma solo voglia di lasciar decantare il male e poi tracannare la propria anima partendo proprio dal fondo, dove tutto è più scuro, più denso e cremoso di peccato, più difficile eppure più mielato e intenso da deglutire.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE BLACK KEYS – Thickfreakness (Fat Possum)  

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Pomata blues della miglior specie, quella spalmata sulle undici canzoni del secondo album dei Black Keys.

Garantisce casa Fat Possum.

È il blues che regredisce al livello uno della sua scala evolutiva, il blues che ha trovato casa in città ed ha scoperto che in città c’è la corrente elettrica, prende un cavo e vi si aggrappa trascinandosi ai bordi del marciapiede e inscenando il suo turpe spettacolo di trivialità negra. Cantando di un amore fatto di corteggiamenti infiniti e infiniti rancori, corse alle calcagna di una preda e corse per seminare il predatore.

Thickfreakness è unto e pastellato in questa essenzialità vitale, macroscopica e radicale che sa di legno, ruggine e foglie di tabacco. I Black Keys si approssimano a diventare una band perfetta.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

REVEREND BEAT-MAN AND THE NEW WAVE – Blues Trash (Voodoo Rhythm)  

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Era solo questione di tempo.

Poi, il Reverendo Beat-Man avrebbe scritto il suo capolavoro.

Adesso, quel momento è arrivato. Quel capolavoro si intitola Blues Trash.

Che è il titolo prevedibile che vi aspettavate ma non è esattamente quello che vi aspettate. Non come ve lo aspettate, in ogni caso.

Non è quel gran casino da bottega da rigattiere che potreste immaginare, insomma. Blues Trash brucia piuttosto come una greve pira dentro cui ardono le vecchie ossa dei Black Keys e di Jack White. I loro amici e parenti stanno lì davanti al rogo, a rendere loro l’estremo saluto. La Magic Band del Capitano Beefheart applaude e serve da bere, mescendo dal torbido. I Dead Brothers raccolgono le ceneri e le mettono dentro le urne e le dividono ai presenti, perché ognuno ne tenga una sul davanzale di casa o sulle mensole del salone. A monito futuro.

Auuuuuwlll! The white wolf is back in town!

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro