THE PRETTY THINGS – Bare as Bone. Bright as Blood (Madfish.)  

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Dick Taylor e Phil May vicini vicini. Come ai tempi del college ma cinquant’anni dopo.

Uno intento a manovrare la chitarra con i vecchi trucchi dei bluesmen, l’altro a soffiare l’ultima aria che gli rimane sul microfono, che se non è più buona per sostenere un altro album elettrico (che infatti viene cestinato a registrazione già avviata) ne’ tantomeno dei concerti rock degni di tale nome è ancora sufficientemente forte per poter accompagnare i lick di una chitarra acustica pur dovendo delegare il ruolo di armonicista ad altri. Ma al di là della commozione inevitabile che ci rende permeabili alla bontà quando siamo davanti ad un disco postumo, Bare as Bone. Bright as Blood non ci racconta nulla di nuovo ne’ sul blues ne’ sulla bravura qui piegata al mestiere della coppia May/Taylor, la cui brillantezza allunga le ombre di covers come The Devil Had a Hold on Me, Faultline e Ain’t No Grave ma che altre volte (Another World, To Build a Wall, Bright as Blood, Black Girl), risulta invece un po’ appannata. 

Un disco che non ci farà amare i Pretty Things più di quanto li abbiamo amati e che non farà sbocciare nuovi amori. Perchè oggi chi diavolo si può innamorare di un disco blues?                                     

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DADDY LONG LEGS – Evil Eye on You (Norton)  

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Dodici blues così appiccicosi di armonica e così ispidi di maracas e chitarre slide da non riuscire a distinguere gli originali dalle covers. Che sono comunque trafugate dai cassonetti dei rifiuti di Howlin’ Wolf (una fulminante You’ll Be Mine già ripresa dai Gories), Flamin’ Groovies (una pestatissima Comin’ After Me da Flamingo) e Chuck Berry (la bellissima Thirty Days già nel repertorio dei Crawdaddys).

Canzoni lacere come dentro il Five Live degli Yardbirds.

Con la differenza che loro però sono in tre e vengono da New York. Chitarra, armonica e batteria che corrono a rotta di collo come inseguiti dai bufali.

Incorniciato con gli stessi fregi delle raccolte vintage della Document Records, Evil Eye on You ha le fauci aperte come una belva. Il suo fiato puzza di blues e depravazione. Le vostre chiappe molli potrebbero essere un boccone perfetto. Attenti a non tornare a casa con le ecchimosi alle natiche.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

REVEREND BEAT-MAN – Surreal Folk Blues Gospel Trash Vol​.​1 (Voodoo Rhythm)  

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Dalla posa ginocchione a quella all’impiedi con le natiche ben in vista, il kamasutra blues di Beat-Man non conosce sosta.

Registrato per metà fra il salotto di casa e il bagno del Reverendo e per metà in studio assieme a Robert Butler (l’ex Miracle Worker che tutti sapete) e Delanay Davidson (un vivissimo “fratello morto”) Surreal Folk Blues Gospel Trash è un album che raschia il culo al blues delle radici e al folk rurale come pochi altri sono in grado di fare e con una credibilità assoluta. Il rockabilly di Another Day Another Life, la marcia funebre di Meine Kleine Russin, il garage rock nudo di I Wanna Know, lo psychobilly di Jesus Christ Twist, il blues fangoso di The Clown of the Town, la deliziosa caramella di zucchero al veleno dedicata a Coco Grace, la discarica di rottami che è diventato il Delta del Mississippi e che si può osservare dal drone di I Belong to You sono l’abbecedario che Lucignolo sta provando a venderci per versare il guadagno a qualche svuotacantine che gli ha promesso altri dischi del Diavolo. Versate il vostro obolo e andate in pace.        

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

PETER CASE – Wig! (Yep Roc)  

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Ci sono artisti che hanno sette vite come i gatti.

Peter Case, per quanto ne so, ne ha avute almeno tre.

E Wig! è l’inizio della terza.

Un disco bellissimo, ruvido e ruggente.

Realizzato assieme a Ron Franklin dei South Filthy e D.J. Bonebrake degli X, il primo album realizzato da Case dopo l’intervento a cuore aperto è un omaggio appassionato all’hoedown, al rock ‘n’ roll e al blues. Un disco quasi alla Tav Falco, per capirci. Suonato dal lato sbagliato della strada o sulla riva sbagliata del fiume se preferite.  

Pianoforti barrelhouse, chitarre riverberate e sordinate in stile Black Keys, armonica, qualche percussione alla New Orleans, qualche arpeggio alla Byrds come quello bellissimo di The World in Red e un drama-blues finale come House Rent Party rendono non solo giustizia alla storia di Peter Case ma a quella di tutta la musica americana. Alla prossima vita, Peter.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

TUPELO/PLAYGROUND/SATANTANGO – D’oro alla croce piana di rosso

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La nebbia è quella padana. Ma potrebbe essere quella che infesta le sponde del Mississippi. Nel fitto della nebbia si muove la forma di un lupo. Un lupo lodigiano di nome Stiv Livraghi cresciuto nella “pazza giungla” metropolitana, assieme ad un branco che la notte gira per la città sotto uno scudo rock ‘n’ roll chiamato Dreamachine.   

In the Fog, l’atteso album di debutto dei suoi Tupelo, a pochi mesi dall’extended play che ha inaugurato il contratto con Vacation House, è disco dal fortissimo odore blues. Tra slide guitars, armoniche e voci strascicate se ne respira il fetore della sua carcassa malandata. La mente vola, per questioni di limitrofa attiguità, ai prodigi dei Carnival of Fools ma sarebbe facile celebrare fra questi solchi lo stesso rito voodoo officiato altrove da band come Chrome Cranks, Beasts of Bourbon o Birthday Party.

La sporcizia è analoga.

La sgraziata voluttà che trasuda da pezzi come Self Combustion, Hoodoo Voodoo, Holy Drinker o Eveline, pure. Ma i richiami al blues penetrano qui ancora più in profondità, su pezzi come la bellissima Incestuose Amphetamine o nelle brevi Red e Speedway Blues eseguite in tutta solitudine da Stiv.

Il blues come espiazione dei propri peccati. La confessione di ogni pena e di ogni perversione. O forse solo l’avvertimento necessario per dimostrare che il proprio desiderio non si è affatto placato. E che non c’è pentimento, ma solo voglia di lasciar decantare il male e poi tracannare la propria anima partendo proprio dal fondo, dove tutto è più scuro, più denso e cremoso di peccato, più difficile eppure più mielato e intenso da deglutire.    

  

A guardare indietro, non sono molti i gruppi italiani da salvare dall’abisso degli anni Novanta.

I nomi è inutile farli, ma se avete due mani, vi avanzeranno delle dita.
I Tupelo erano tra questi. Tricolori solo per caso, più verosimilmente impastati nelle paludi dello swamp blues più blasfemo ed imbevuti nello stesso calamaio che vergò le pagine più decadenti del rock australiano (Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Bad Seeds, Crime and The City Solution), il suono dei Tupelo era pura vertigine NOIR.
Blues deviato, corroso da chitarre che ne grattavano la carne fino a vederne spuntar fuori le ossa, un rosario di blues sepolcrali per uno Spoon River di anime dannate.
Il piscio che filtra tra le macerie del rock ‘n’ roll.
Playground nasce quando la creatura Tupelo è ancora in vita. Nasce in un momento in cui la scelta (poi mai portata a pieno compimento) di abbandonare l’idioma inglese in favore della lingua di Dante rischia forse di far perdere fiato all’ago della bilancia noise-blues dei Tupelo portandola al di sotto della preoccupante soglia high-level cui il gruppo di Lodi ci aveva sino ad allora abituati.
Kind of Blues nasce quindi, ma è solo una supposizione, dall’esigenza di riconciliare l’anima di Stiv Livraghi con il blues perverso e licantropo di cui è stato profeta in Italia.
Qualcosa di catartico, viscerale, intenso. Playground sublima la perversa attitudine che fecondava le pagine migliori dei Tupelo, ne metabolizza gli eccessi e li usa come punto di sutura per ricucire strappi e ferite.
Ad accompagnare Stiv, come sempre fino ad allora, il suo angelo nero Anna Poiani e poi Fabrizio Balladori alle chitarre ed Alessio Zagatti ai tamburi. Kind of Blues è in assoluto uno dei migliori dischi mai prodotti in Italia, già dalla copertina che veste. Uno splendido scatto di Fabio Nosotti introduce ad un fiammante vinile. Formato 10″ e colore rosso acceso, manco fosse la giarrettiera di qualche porcona da bordello parigino. E poi…il disco.
Sette-tracce-sette trafugate dall’archivio di Lucifero in una notte di alcol e sesso.
È Tom Waits inghiottito dalla sua stessa bottiglia (Way Down in the Hole), è Diamanda Galas tirata a forza dall’empireo e stuprata sul parquet di una trattoria messicana (Let My People Go), sono i Beasts of Bourbon che scavano la sabbia del deserto australiano fino a tirare fuori tutto il fiele dell’Inferno (These Are the Good Old Days). È Willie Dixon che trova sbarrata la propria porta del retro proprio quando la voglia di sesso si è fatta irrefrenabile (Backdoor Man). Uno dei migliori cover-album che mi sia capitato di sentire, da sistemare accanto a capolavori come “Kicking Against the Pricks” di Nick Cave o al debutto dei Chesterfield Kings e non si inorridisca per quest’ultimo accostamento, perchè è quasi da quelle parti che i nostri andranno a parare sul successivo Off”.

Benvenuti alle porte dell’inferno.

 

Giusto il tempo per oleare le ruote dentate dopo l’assalto di Kind of Blues (della vecchia line-up rimangono Stiv Livraghi e il fido Alessio Zagatti, passato però al basso in sostituzione di Anna Poiani. Attorno ai due si coagulano vecchi amici come Luca Fusari, Massimo Audia e Luca De Biasi, NdLYS) ed ecco i lodigiani Playground pronti a sputarci addosso Off”.
Tiratura limitata in 500 copie e copertina ancora una volta bellissima anche se stavolta serve a nascondere un più tradizionale dodici pollici.
“Off” appare sin da subito meno omogeneo rispetto al debutto.

Ma è una scelta voluta, meditata.
Un passo indietro? O uno avanti? Più verosimilmente un passo “laterale” col quale i nostri spostano il tiro allargando la propria visuale e concedendosi ad un repertorio più vario che va dai Doors agli Stooges passando per Slim Harpo, Elevators, Blues Magoos, Zombies, Stones.
Dieci tracce. Dieci folgorazioni. Di nuovo.


Ascoltate Light Bulb Blues degli Shadows of Knight diventare un tizzone d’Inferno con l’armonica di Stiv Livraghi a violentare l’aria. O lo stomp blues di Get Out of My Life, Woman (rifatta fra i tanti dai Q65 su quel preziosissimo disco che la conturbante Loredana Sbrozzi stringe al petto sul retro-copertina…) o ancora Shake Your Hips di Slim Harpo trasfigurata in un boogie sulfureo, un vicolo umido e salmastro dove confluiscono il rock scritto dai Rolling Stones e quello ri-scritto dai Pussy Galore.
Forse è solo suggestione ma quando i Playground decidono di stuprare il blues, continuano ancora a dare il meglio di se.
Quello che viene fuori dopo più di due anni di attese è quindi ancora vino fermentato con lo sperma del Diavolo. La vena blues che si muoveva dentro Kind of Blues non è andata perduta ma fa da placenta per attutire certi eccessi di rigore filologico che ci hanno riempito gli scaffali di dischi impersonali ed imperfetti nella loro cocciuta vocazione alla perfezione.
Se siete tra quelli che non hanno mai dato una chance ai gruppi italiani vi infilerete un dito in bocca e uno nel culo e vi rosolerete al grill del “mea culpa” per molti mesi a venire. Finchè non vi si saranno fuse le carni.
I Playground sono qui per fare un pompino alla vostra anima, prima che scivoliate giù all’Inferno.

Il diavolo verrà a prenderseli davvero, Stiv e Alessio. Appena l’anno dopo.  

Aveva bisogno di qualche nuova anima dannata e quella maledetta notte gli venne in testa di setacciare le strade della Lombardia.

Da allora dei corvi neri volteggiano sul cielo di Lodi. Quando rischiara, puoi ancora vederne il volo. Quando il traffico zittisce, puoi sentirne il pianto.    

 

La bandiera di orgoglio noise piantata nel fango delle paludi nordamericane che il destino ha tentato di ammainare troppo in fretta risucchiando le anime di Stiv Livraghi e Alessio Zagatti, i cui spettri aleggiano nel blues scuro e catramoso dei Satantango, gruppo lodigiano “avvitato” alla storia di quelle due figure, torna a sfidare il vento non molto tempo dopo.

Downhill, il loro disco di esordio che circola dapprima in versione demo tra gli addetti al settore e quindi nel 2002 in veste ufficiale, nonostante sia facile cedere alle suggestioni, vive di luce propria sublimando la stessa attitudine perversa di quelle bands. Il canto della bella Anna Poiani, innanzitutto, non può non riportarci alla mente quello di un altro angelo nero come Rita “Lilith” Oberti: si srotola sopra il suono della sua band come un goldone su un membro in erezione. Sotto, le chitarre di Luca Fusari e Massimo Audia azzardano vibrati western (The Laughingstock), sputano veleno blues (Reaching for You), arrancano nella limaccia di stomps urbani (Alligator), rigano i binari della ferraglia voodoobilly (The Clock of Life). Da estemporanea sortita live in memoria dei vecchi amici, la storia dei Satantango si sta tramutando in nuova, vibrante, catartica, viscerale melma appiccicata al denim del blues suburbano. Polly Jean stuprata sul parquet di una trattoria messicana mentre Tom Waits aspetta la sua ultima bottiglia. 

 

La prima cover è una ghost track nascosta come certe monete stella nei livelli di Mario Bros., la seconda è invece messa in bella mostra quasi a chiusura del disco.

Captain Beefheart e Devo circoscrivono il perimetro di affinità elettive dentro cui si muove Mr. Bore, seconda fatica dei Satantango di Anna Poiani, Luca Fusari e Massimo Audia, Simone Curioni e Luca De Biase (più il nuovo acquisto Ferdinando Piras) che firmano il resto delle musiche, mentre i testi sono ancora opera post-mortem di Stiv Livraghi. Rispetto al disco di debutto, questo secondo album mostra una maggior predisposizione al gioco e al grottesco, come di una ciurma che alza i calici a Bacco e a sé stessa in una bufera appena passata.

Il suono rivela a questo giro un inaspettato groove funky, per quanto travestito come una maschera diabolica da carro allegorico e a livello globale sembra un disco più pensato rispetto a Downhill, meno istintivo. Con un episodio come The Giant dallo scheletro doorsiano a sancire un amore per il blues più stemperato ma non meno carnale ma pure qualche divagazione no-wave che ne rende l’asfalto viscido quel tanto che basta per farvi finire a pancia in su, se doveste mai pensare di essere provetti pattinatori che sognano di poter scivolare su un Mississippi ghiacciato con i piedini a compasso.         

 

Il problema non è tanto portarsi i dadi da casa per sedersi al tavolo da gioco dei Satantango, quanto riuscire a mantenere le dita sane per poterli lanciare. Provate ad infilarle dentro la morsa di Agitated o Brainstorming e a tirarle fuori intere. Sono i due pezzi più esacerbati di Dice Not Included ma non gli unici, visto che il terzo album della band lodigiana dissimula l’apparente e passeggera fiacca del precedente Mr, Bore per lanciarsi in un assalto tribale e cannibale alle viscere del blues e del punk esplodendo in una ferocia che ricorda quella di Uzeda, Come e della Harvey più incarognita.  

Nightmare the Beginning at the End scava dentro la carne viva del rumore come un verme dentro la polpa di una mela. Lo divora per poi porgerci lo scheletro nudo esibito nella bellissima Gold Fish/Silver Lake, lisca di pesce senza più tessuti che si dimena sul fondo di un peschereccio.

Chitarre che serpeggiano e chiocciano su Like a Match, Delirium Tremens e Ruben o che ronzano invasive sulla conclusiva Red Tears, un senso di catastrofe imminente, inevitabile, pestilenziale che incombe su tutto, come nuvole basse sul cielo di Lodi.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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DADDY LONG LEGS – Lowdown Ways (Yep Roc)  

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Cambiano casa ma non casacca i Daddy Long Legs con questo primo disco per la Yep Roc dopo anni di militanza in casa Norton. Il suono di Lowdown Ways è sempre quello per cui il terzetto di New York è diventato “famoso”: blues rurale trascinato da un’armonica a bocca che è un morso ai testicoli e suonato come durante un happy hour dentro gli studi della Sun. Ne esce fuori un discone incredibile e potentissimo nonostante la striminzita artiglieria utilizzata. Un disco che ricuce la spaccatura tra i primi Black Keys e i Dr. Feelgood, che socchiude la porta del retro per far passare le ragazze mentre i ragazzi suonano il blues come non ci fosse domani.

Agghindati da fuorilegge del vecchio west, i Daddy Long Legs fanno il bagno, vestiti, dentro le acque del Delta.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

VULVONA THOMPSON & THE CHEAP SICK – Satan/Baby Suicide (Area Pirata) / LISA BEAT E I BUGIARDI – Dal tramonto all’alba (autoproduzione) / TRIXIE AND THE TRAINWRECKS – What Would You Do/Summertime (Voodoo Rhythm)

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Vulvona Thompson potrebbe essere benissimo un personaggio sfuggito a qualche sceneggiatura di Quentin Tarantino oppure il nome di una supervixen di Russ Meyer ma invece è tutta “vulva” nostrana. Dietro l’enigmatico moniker si nascondono infatti due/quarti delle Wide Hips 69 alle prese con due incubi punk che neppure vi meritate, se siete tra quelli che ancora smadonnano per il rinvio del tour dei Green Day. Satan lavora su un riff destrutturato che ricorda quelli dei primissimi Devo, una lama seghettata che i Cheap Sick attorcigliano attorno alla lingua di Vulvona Thompson in un inciso che sembra un rigurgito di disgusto della Let’s Lynch the Landlord dei Dead Kennedys. Baby Suicide ha un aspetto più “ordinato” ma non per questo meno rassicurante: come la creatura del Dr. Frankenstein ha l’aspetto di un umano ma è tutto pieno di suture imprecise, cicatrici e cuciture a vista. Si arrampica su un riff granuloso alla Not Moving per infilarsi poi in un refrain infinito da cui praticamente non esce più se non tentando la fuga su un franoso ponte punk.

Continuando con il gioco del nomen omen, Lisa Beat e i Bugiardi ci riportano invece in piena epoca shake/yè yè con il loro primo singoletto a tre teste, un vero Cerbero beat che va dall’insistito giro di organo Vox di Dal tramonto all’alba alla freschissima versione di Little Latin Lupe Lu risolta invece su uno scattante gioco di chitarre, passando per una bellissima Inutile piangere che ricorda i Detroit Wheels del ’66.         

Ancora più indietro nel tempo, dopo il punk e il beat, ci porta il nuovo singolo di Trixie Trainwreck e dell’armonicista Charlie Hangdog con due canzoni (un originale che suona come se gli Yardbirds venissero scuoiati ancora vivi ed esposti in una polleria di periferia e una cover strepitosa della Summertime di Gershwin piena di chitarre riverberate e di strusci di blues-harp da pelle d’oca, tanto per restare in tema di pennuti) che fanno ribollire le acque dello Sprea fino a farlo assomigliare all’intestino crasso del Mississippi.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

REVEREND BEAT-MAN – Meet Ze Monsta

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Berna, metà anni Ottanta.


Un ragazzone appassionato di blues, garage punk, rockabilly e death metal lavora come commesso nel miglior negozio di dischi della città. Finito il lavoro si sposta dall’altro lato della strada, nel suo pub preferito, beve qualcosa, si intrattiene con i clienti, poi tira fuori la sua chitarra e si esibisce come Teab Zerfall. E intanto sogna di realizzare un disco da esporre assieme agli altri, sugli scaffali di Record Junkie. Ne parla a Pfifu, il proprietario. E Pfifu che quel sogno lo ha sempre inseguito senza mai raggiungerlo, decide di investire nel sogno dell’amico. Nasce così il progetto Monsters, con Beat-Man alla voce e chitarra e Pfifu alla batteria, e un disco stampato dal negozio ora riconvertito in etichetta discografica dal titolo Masks.


666 copie in vinile e numero di catalogo 667, che il numero del diavolo era già stato usato per il singolo d’esordio di qualche mese prima.  Dodici originali che vanno da hoedown/ska ubriachi come Whisky Song a putridi numeri psychobilly come Addams Family, da strumentali di serie Z come Real Monster Theme a un garage rock per cavemen ritardati come Wilma e Rosemary Mc Coy per chiudere con una versione di Wild Thing in cui clave e bave fanno chiasso oltre che rima.


Nessuno stato è indipendente, quando i mostri si destano dal sonno.   

 

Dilapidate tutte le finanze per registrare un disco più professionale del debutto, i Monsters sono costretti a lasciare lo studio di registrazione prima di aver completato il lavoro e obbligati a completare The Hunch con alcuni estratti di un concerto all’ISC di Berna con un nuovo batterista dietro i tamburi.


Il deragliante treno psychobilly dei Monsters sembra inarrestabile, sbuffando di fumi garage rock e di combustibili rock ‘n’ roll che rimandano ai Cramps, ai Mɘtɘors e ai Polecats e annerendo di fuliggine tutta la Svizzera.


I riferimenti agli inferi e ai mostri da fumetto e letteratura di serie B si sprecano (The Creature from the Black Lagoon, Honeymoon at Hell, The Hunch, Teenage Werewolf, Wicked Wanda, Day of the Triffids, I Came from Hell) e fanno da immaginario consono alla causa abbracciata dal terzetto di Berna, trasformata per una volta in una Transilvania alpina.


Abito bianco e cinturone alla Elvis, mantello, cappuccio da lottatore di wrestling calato sul cranio e chitarrone a tracolla. Così si presenta sul palco Taeb Zerfall al suo rientro da un lungo viaggio in America dove si è ritrovato più volte ad assistere a queste lotte mezze finte e molto trash dello sport più amato dai giovani americani.


E poi, una volta attaccato lo spettacolo, una serie di calci e pugni, chitarre sfregate sugli ampli o sull’asta del microfono, quando c’è. Perché spesso Beat-Man preferisce usare la voce filtrata da un fono per capelli. E alcol, fiumi di alcol.


Oppure, come sulla copertina del suo album di debutto in solitario, semplicemente a torso nudo in perfetta tenuta da wrestler con la carcassa di una chitarra elettrica in bella vista. Un costume e un immaginario che verranno adottato da una miriade di band e solisti in tutto il mondo, soprattutto in ambito neo-surf e lo-fi blues ma che Taeb, ora ribattezzato Lightning Beat-Man è fra i primi a sfruttare.


Una one-man band senza talento, come lui stesso tiene a farci sapere. Che però sul palco dà tutto se stesso fino a collassare sulle assi di legno, tanto che quando passano dall’Europa anche i Ramones e Dick Dale lo vogliono in apertura dei loro show per scaldare e stordire il pubblico a dovere.


Imprecazioni e minacce precisissime e blues viceversa molto approssimativi che su Wrestling Rock ‘n’ Roll prendono titoli come HELL YA!, Mindfuckinbitchass, Wild Baby Wow, Wrestling with Satan, I’m Gonna Kill You Tonight, I Wanna Be Your Pussycat, Baby Fuck Off. Nessun successo, nessuna acrobazia, nessun tecnicismo ma una rabbia famelica e un appetito necrofilo di frattaglie blues e rock ‘n’ roll.

 

Nel 1994, con l’ingresso in formazione di Robert Butler (già bassista per Untold Fables e Miracle Workers) e la fuoriuscita del chitarrista solista, i Monsters si “solidificano” in una rocciosa massa trivalente di garage-punk, raddrizzando il tiro rockabilly dei primi due dischi. Le prime testimonianze di questo nuovo assetto sono delle home-recordings pubblicate l’anno seguente su un’etichetta tedesca chiamata Jungle Noise come il disco. Quel dieci pollici, presto irreperibile, verrà poi nuovamente messo in circolazione per l’etichetta del Reverendo Beat-Man assieme ad altri brani dello stesso biennio col titolo di The Jungle Noise Recordings.


Robaccia per zombie e chirotteri.


Stomp malfermi che avanzano su una stampella cercando di raggiungere i fantasmi di Screaming Lord Sutch e Kip Tyler. Riuscendoci. Jungle NoiseRock Around the TombstonePsych-Out with Me, le cover di Searching e di Lonesome TownMummie Fucker Blues e il loro campionario di ululati, versacci di primati, rumori di giungla e di ferraglia, distorsioni fuzz e tamburi di latta sono qui a provarlo.

 

Youth Against Nature certifica l’avvenuta filiazione dei Monsters al garage-punk con parziale sconfessione dal vecchio psychobilly. Abiura che non può che essere parziale per un inevitabile sconfinamento dovuto al comune riferimento alla musica-spazzatura degli anni ‘50/’60 e alla sottocultura trash/horror cui i due generi, almeno nell’accezione dei Monsters, amano guardare con occhio ludico e perverso.


Ecco dunque che certi riverberi, certe “sgasature”, certi ritmi voodoo, gli accordi fuzzati ma anche l’irriverenza volgare e hooligan di molti pezzi finiscono per stare perfettamente al confine fra il vecchio suono e il “nuovo” sound dei Monsters, altrettanto sporco, approssimativo, nefando e molesto quanto il primo.


Beat-Man aggiunge altri demoni alati alla sua pinacoteca mentre i bambini giocano nei giardini luminosi e curati della soleggiata Svizzera.

 

Ancora una copertina incompatibile e discorde col contenuto quella di Birds Eat Martians, un esuberante cromatismo che contrasta con le prime copertine su Record Junkie e che dopo i giardini ben curati di Youth Against Nature zooma adesso su due coloratissimi uccellini teneramente appoggiati ad un ramoscello. Il contenuto dei solchi è però un assordante prolasso di accordi fuzz, vibrati rockabilly e voci riverberate che danno vita a numeri di garage punk sguaiato come We Are Middle Class, Black, Pony Tail and Black Cadillac, I Got My Brain Up My Ass, Down the Road e a piccole sceneggiature horror come Walking Through a Cemetery o I Wanna Be Dead. Un bosco dove gli uccelli si cibano di marziani e cagano vermi.


Tutto diseducato e sguaiato come nei peggiori Morlocks e Cannibals.


HIC SUNT MONSTROS.


Versione “da appartamento” condiviso (ovvero, finalmente, realizzato in studio e non con un semplice registratore a nastro) del disco d’esordio, Apartment Wrestling Rock ‘n’ Roll vede Lightning Beat-Man alle prese con il suo repertorio stavolta accompagnato da una vera band. Musicisti del suo giro, opportunamente “mascherati”, che aggiungono baccano al baccano in un’orgia di (r)umori blues e bozzetti garage-punk (I Said Yeah, Take It Off, I Love You, la nuova versione di I’m Gonna Kill You Tonight) inframmezzati da estratti di interviste e piccole divagazioni dalla dubbia utilità.


Il Lightning Beat-Man è già in odore di santità e si prepara a sfilarsi la maschera continuando a sporcarsi le mani con le musiche meno sante della storia.

 


Fresco di nuova, solenne investitura, il Beat-Man torna a far danno nel 2001


La prima sortita da Reverendo per l’uomo-fulmine del primitive-gospel-blues-trash europeo è il disco che ci obbliga a stare sulle ginocchia, non proprio in atteggiamento di preghiera. Forse, anche se il disco successivo chiarirà meglio a chi fa finta di non capire, per provare a tirar via lo sporco con il pulisci-fughe comprato in qualche televendita. Ovviamente fallendo miseramente. Qui parliamo di mattonelle talmente incrostate che le feritoie che le separano sembrano dei canali di scolo di qualche latrina da ospedale da campo.


Disco primitivissimo e bellissimo, questo Get on Your Knees del Reverendo e dei suoi seminaristi Robert Butler, Gerry Mohr, Chris Rosales e Brother Janosh.


Essenziale senza essere scheletrico e solcato da una voce che sembra avvitarsi tra Captain Beefheart ed Edgar Summertyme.


Sporco anzi sporchissimo. Con quel pizzico di tiro garage (Come Back Lord sembra una versione scoscesa e scosciata di Primitive, NdLYS) che non guasta mai e un’attitudine che ci ispira a santificare le feste. Quelle che piacciono a noi.

 


Due batteristi che battono il piede destro su un’unica cassa e che picchiano invece su rullante e timpano separati, con margine d’errore bassissimo.


Questa è la macchina del ritmo introdotta a partire da I See Dead People nell’assetto-base della formazione svizzera, che per il resto si avvale sempre e solo della chitarra e dell’urlo ferino di Beat-Man e del basso di Janosh (con qualche contrappunto di una tastiera fantasmagorica) per sputarci addosso la solita mezz’ora di garage punk rumoroso e sempre meno imparentato con lo psychobilly degli esordi, anche se certi vibrati crampsiani restano ad ammorbare l’aria o gran parte di essa e intatta resta l’ispirazione di certo horror-garage che Lux e compagni misero in scena su Psychedelic Jungle.


A dispetto del titolo, I See Dead People è un disco vivissimo, forse il più omogeneo della discografia dei Monsters, con quattordici tracce una migliore dell’altra, con autentiche scariche fuzz come You Know Why, I See Dead People, Acid Dreams a penetrarci le orecchie come uno sciame di api attirate dal cerume.


Se avete paura dei mostri, avete ragione.

 


Siamo ancora in ginocchio dai tempi di Get on Your Knees.


Cinque anni ad imparare le terzine del primo epistolario blues di Reverend Beat-Man e adesso l’organo cerimoniale di Your Favourite Position Is on Your Knees sembra a momenti trasformarsi nel sintetizzatore diabolico di Martin Rev (che guarda caso prima di mettere in piedi i Suicide stava in ginocchio in una band chiamata Reverend B, NdLYS) facendo con Blue Suede Shoes quello che il suo gruppo faceva con 96 Tears.


Poi il Reverendo sale sul pulpito raccontandoci le profezie apocalittiche, al suono di una ghironda sputata fuori dalla bocca dell’Inferno. Poi lascia il libro delle letture a Suor Hope Urban per parlarci di fede, amore e speranza, mentre le navate si riempiono di una musica livida e spettrale, come di ombre minacciose che lievitano a sei metri dal pavimento.


Quando il sacrestano si appende alla corda delle campane, arriva l’ultimo atto. Higher risuona di quel tetro rintocco per tre minuti.


L’assemblea è tolta, sotto l’ombra del campanile.


Fuori la meridiana segna le sette e sei minuti.

 


Dalla posa ginocchione a quella all’impiedi con le natiche ben in vista, il kamasutra blues di Beat-Man non conosce sosta.


Registrato per metà fra il salotto di casa e il bagno del Reverendo e per metà in studio assieme a Robert Butler (l’ex Miracle Worker che tutti sapete) e Delanay Davidson (un vivissimo “fratello morto”) Surreal Folk Blues Gospel Trash # 1 è un album che raschia il culo al blues delle radici e al folk rurale come pochi altri sono in grado di fare e con una credibilità assoluta. Il rockabilly di Another Day Another Life, la marcia funebre di Meine Kleine Russin, il garage rock nudo di I Wanna Know, lo psychobilly di Jesus Christ Twist, il blues fangoso di The Clown of the Town, la deliziosa caramella di zucchero al veleno dedicata a Coco Grace, la discarica di rottami che è diventato il Delta del Mississippi e che si può osservare dal drone di I Belong to You sono l’abbecedario che Lucignolo sta provando a venderci per versare il guadagno a qualche svuotacantine che gli ha promesso altri dischi del Diavolo. Versate il vostro obolo e andate in pace.

 

Il Reverendo Beat-Man ci presenta la sua famiglia e ci racconta la sua storia familiare, delle sue solitudini e della sua ricerca di Dio sul secondo appuntamento col suo Surreal Folk Blues Gospel Trash, quello che precede il terzo conclusivo incontro, stavolta visivo, con il DVD del terzo volume già previsto per il prossimo anno. Numeri da circo blues strepitosi come Letter to Myself, I Want to Feel, I’ve Got the Devil Inside, I See the Light, uno stomp come Don’t Stop to Dance che sembra un pezzo dei Troogs sordinato, un gospel esotico come Jesus, uno spettro dei Beasts of Bourbon come Lonesome and Sad, una versione in solitaria di Another Day Another Life risolta alla maniera di Langhorne Slim e una polka intitolata Blue Moon of Kentucky sono il bottino di questa nuova messe di volgari blues-spazzatura che di surreale hanno solo la vostra paura a lasciarvene possedere.

 

Copertina disegnata da Robert Butler e una cover degli Scorpions buttata tra gli altri scarti, indistinguibile dall’altro pattume. Così si presenta …Pop Up Yours!, il disco con cui i Monsters tornano al loro Raw Riff Trash Rock dopo quasi dieci anni di quiete. L’assetto strumentale è il medesimo di I See Dead People, con le due batterie unite come due gemelle siamesi.


E pure il chiasso è uguale: garage rock dementi come Blow Um Mau Mau e More You Talk Less I Hear, un numero alla Gruesomes come Cry, qualche blues scuoiato (Blues for Joe), punk al fulmicotone (Watcha Gonna Do), una When I’m Grown Up che sembra tirata fuori qualche demotape dei Morlocks e un numero catacombale intitolato Ce Soir tutto bagnato dalle acque surreali dei Monty Phyton ci fanno benedire il giorno ormai lontano in cui i Monsters decisero di uscire dall’orinatoio psychobilly per infilarsi, scrollandosi, nei luridi cessi del garage punk.

 

Vi viene mai voglia di spegnere radio e tv ed accartocciare i giornali mandando a cagare progressisti, conservatori, vegani, ecologisti, guerrafondai, giornalisti, politici, tronisti, cacciatori, razzisti, separatisti, no-global, puttane di regime e tutto il mondo creato?


A me si.


All’altro Reverendo, sua eminenza Beat-Man, pure.


Io mi metto ad ascoltare dischi di infimo gusto. Lui si mette a registrarli.


Insomma, in qualche modo, ci incrociamo.


Nel 2016, ben due volte.


Se il disco uscito qualche mese prima, The Jungle Noise Recordings era un riciclaggio di vecchie schifezze M, come Il mostro di Düsseldorf di Lang, è la pattumiera stipata di immondizia calda calda appena prodotta a Toulouse, che i bidoni svizzeri erano già tutti pieni.


M come merda, pure.


Dodici canzoni che grondano fuzz come nei vecchi singoli di Swamp Rats, degli Arrows o degli Omens, dodici canzoni folli come quelle dei Monks, dodici canzoni folli come quelle dei Monsters.


Se non vi piacciono, continuate pure a sputare veleno a salve come Napalm51.

 


Era solo questione di tempo.


Poi, il Reverendo Beat-Man avrebbe scritto il suo capolavoro.


Quel momento arriva nel 2018. Quel capolavoro si intitola Blues Trash.


Che è il titolo prevedibile che vi aspettavate ma non è esattamente quello che vi aspettate. Non come ve lo aspettate, in ogni caso.


Non è quel gran casino da bottega da rigattiere che potreste immaginare, insomma. Blues Trash brucia piuttosto come una greve pira dentro cui ardono le vecchie ossa dei Black Keys e di Jack White. I loro amici e parenti stanno lì davanti al rogo, a rendere loro l’estremo saluto. La Magic Band del Capitano Beefheart applaude e serve da bere, mescendo dal torbido. I Dead Brothers raccolgono le ceneri e le mettono dentro le urne e le dividono ai presenti, perché ognuno ne tenga una sul davanzale di casa o sulle mensole del salone. A monito futuro.


Auuuuuwlll! The white wolf is back in town!

 


Per le feste di fine anno non ce l’ha fatta, ma Viva La Figa è destinata a diventare un tormentone di tutte le feste di quello appena iniziato, dal lunedì di Pasquetta fino al San Silvestro che chiude la passerella dei Santi del calendario del 2019. Statene certi.


Non è l’unica cosa politicamente scorretta di Baile Bruja Muerto, realizzato dal Reverendo realizza assieme alla novizia messicana Izobel Garcia e che di sermoni ne ha da poterci fare tutto il periodo quaresimale senza rischio di repliche, a cominciare da Black Metal (si, quella che ascoltavamo da pischelli sotto la truce forma datale dai Venom) fino alla lingua piena di lardo di Come Back Lord, passando per il turpe, lungo maleficio di My Name Is Reverend Beatman per finire a quella lode all’amore infuso nell’odio di Pero Te Amo che ha dentro tutto il dolore meraviglioso, tutto il fiele mieloso della musica subtropicale.


Un disco che voi uomini senza fede ve lo sognate.


Anzi, manco quello.


Franco “Lys” Dimauro

reverend beat-man

THE PRETTY THINGS – Midnight ‘till Six men

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Musica per teppisti, rozza ed indisciplinata.

Incisa in appena due giorni di registrazioni catturate da Bobby Graham e infilata dentro un disco che, come è di prassi nella prima metà degli anni Sessanta, è una parata di standard blues e rock & roll rivisitati col piglio sporco e burrascoso dei capelloni.

Dick Taylor ha lasciato i compagni Keith Richards e Mick Jagger prima del grande successo dei Rolling Stones per unirsi a un altro studente della Central School of Art di Londra in fissa con Bo Diddley, Willie Dixon, Chuck Berry e tutta la musica nera che arriva dall’America. Assieme danno vita ai Pretty Things, musica e nome rubati al repertorio di Bo Diddley, facce disubbidienti da ribelli, tecnica basilare e molto istinto. È il rock ‘n’ roll che è già punk e non sa ancora di esserlo.

Con loro ci sono John Fullager, Vivian Prince (imposto alla band dalla Fontana al posto del più impreciso Viv Broughton) e Brian Pendelton, gli stessi che hanno suonato sui due splendidi singoli del 1964 esclusi dalla scaletta dell’album per fare posto al nuovo estratto Honey, I Need (unico pezzo autoctono degno di nota nella track list del disco, NdLYS) e una lunga lista di cover.

The Pretty Things è dunque un album “attitudinale”, forse lanciato in sfida agli ex compagni Jagger e Richards e al loro 12×5 (anche qui dodici brani per cinque musicisti, cabalisticamente parlando).

L’originalità è bandita in favore di un approccio sozzo alla materia trattata che sono i tre fronti musicali sperimentati in quei loro primi mesi di vita: il rock ‘n’ roll di Chuck Berry, il blues di Chicago, il jungle-beat di Bo Diddley. Manca ancora il guizzo di ingegno, il lampo d’inventiva, il coraggio di un arrangiamento sfizioso ma pure una personalità definita e carismatica dal punto di vista stilistico o una competizione sincera ma motivante che faccia emergere da questo tripudio di maracas, armonica e stomp animale un musicista piuttosto che un altro.

 

Lasciare i Rolling Stones e metter su una band che suoni meglio degli Stones.

Voi ci riuscireste? Dick Taylor ci riuscì. Dopo aver condiviso con Brian Jones, Keith Richards e Mick Jagger ore ed ore di religioso ascolto dei classici del blues che arrivavano dagli Stati Uniti provano qualche abbozzo di canzone, registrano qualche provino ai Carly Clayton Sound Studios quindi Dick decide di lasciare il tavolo da gioco. Dice ai compagni che vuole concentrarsi sugli studi. Non quelli discografici, ma quelli dell’Istituto d’Arte dove si è iscritto.

Invece recluta altri quattro disadattati con meno ego dei suoi amici e si inventa una nuova band, battezzandola come un brano di quell’omaccione nero che gli appare ogni notte in sogno con una chitarra quadrata e un paio di occhiali dalla montatura improbabile.

Non vuole suonare sporco e cattivo come i Rolling Stones.

Vuole suonare PIÙ sporco e cattivo che i Rolling Stones.

E ci riesce.

I primi due album dei Pretty Things sono manuali debosciati di come si possa suonare il blues elettrico facendolo sembrare la cosa più pericolosa del mondo.

A marzo realizzano il primo, pieno degli stessi standard lerci su cui stanno lavorando gli Stones ma anche altre bands con l’anima nera come gli Animals o gli Yardbirds. Poi Dick affina il tiro e quando a dicembre dello stesso anno pubblicano il secondo album, ci infilano dentro un bel po’ di roba loro, seguendo un po’ lo stesso percorso dei vecchi cuginetti Stones.

Ne tirano fuori un disco devastante e bellissimo come Get the Picture? nel quale mette mano anche Jimmy Page, all’epoca richiestissimo session-man.

Viv Prince molla la band otto giorni prima dell’uscita del disco, anche se è già da un po’ che diserta le registrazioni, costringendo i compagni a cercare dei sostituti come Bobby Graham (che però vuole essere accreditato come autore, manco stesse scrivendo la Marcia dei Nibelunghi) e il più accomodante John C. Alder, alias Twink che diventerà il drummer ufficiale per la messinscena dell’incredibile S.F. Sorrow.

Era andato alle sessions per caso, per fumare qualche spinello col bassista dei Fairies (la sua band di allora, una splendida meteora delle Nuggets inglesi, NdLYS) chiamato a sostituire per una settimana John Stax, impegnato nella sua luna di miele.

Ma Prince buca le prove, e stavolta forse non per colpa sua. Non direttamente, perlomeno: è in gattabuia. Pare che al matrimonio di Stax avesse sbeffeggiato un poliziotto facendogli volare via il cappello. Lo sgabello è vuoto, Twink si accomoda.

Se il debutto li aveva consegnati alla storia come degli infoiati pischelli alle prese col Diddley-sound più selvaggio, Get the Picture? ne modera e stempera il calore ridisegnando parzialmente il profilo musicale del gruppo e proiettandolo verso le nuove congetture psichedeliche che si muovono tra i capelloni inglesi fino ad esplodere nella scena freakbeat, elaborandone e arricchendone il suono con l’uso di ronzanti fuzzbox e la scelta di pezzi dall’andamento “zoppicante” come Buzz the Jerk o sottilmente psichedelici (Can‘t Stand the Pain, London Town) a contrastare le solite smorfie jaggeriane ostentate nelle cover di Cry to Me e Rainin’ in My Heart dove sfidano gli Stones nel loro stesso giardino di casa, pisciando sulle siepi.

Ma ci sono pure i pezzi di violento garage beat come You Don‘t Believe Me, Get the Picture? o We‘ll Play House o di R ‘n B maniacale ma elegantissimo di I Want Your Love o You‘ll Never Do It Baby a fare di Get the Picture? uno dei dischi fondanti del beat-punk inglese del decennio e un capolavoro a molti ancora sconosciuto con cui val la pena tormentarsi nei pomeriggi estivi, lasciandolo riverberare fuori dalle imposte spalancate. Magica fantasia freakbeat. Ricevuta la foto?

 

 

Avendo fallito nel tentativo di imporre i Pretty Things come l’alternativa ai Rolling Stones, la Fontana prova a far di loro i nuovi Kinks obbligando la band a registrare una cover di A House in the Country e ad abbassare il livello di sfida della sua musica smorzandone i toni e arricchendola di calore black. Il risultato è un disco di pallido soul che i Pretties si rifiutano di promuovere in alcun modo andando a cercare rifugio artistico presso la Music De Wolfe per una trilogia di dischi dove possono dar libero sfogo alle loro sperimentazioni freakedeliche.

Pochissimi i pezzi da salvare dal disastro di Emotions, forse giusto il boogie di Photographer (dove la chitarra strappata di Come See Me è adesso sostituita dal barrito di un trombone) e una There Will Be Another Day che sembra perfetta per il catalogo bubblegum della premiata ditta Buddah Records. Il resto, con tanto rammarico per l’acustica battente di Death of a Socialite, naufraga nel mare dell’ovvietà e del cattivo gusto senza alcuna possibilità di assoluzione.

 

Reg Tisley è l’arrangiatore incaricato dalla Fontana per dare un tocco orchestrale ad Emotions dei Pretty Things. Un incarico che il maestro del Surrey accetta di buon grado, tanto da spiegarne le dinamiche nelle note di copertina dell’album. Mister Reginald, che è di vent’anni più vecchio rispetto ai ragazzacci della band, ne diventa in qualche modo il pigmalione, lo stratega, la vecchia volpe in grado di suggerire a Phil May e Dick Taylor che “i tempi stanno cambiando” e che forse è il caso, una volta appresa l’arte, metterla da parte. Tisley dunque trascina la band alla De Wolfe, che fino a quel momento e da ormai quarant’anni, è la più prestigiosa (nonché, storicamente, la prima) etichetta di musica per film e sonorizzazioni e sotto mentite spoglie fa loro registrare qualche brano. Glieli fa “mettere da parte”, come dicevamo. E infatti una delle canzoni di quella prima sessions che ne frutta cinque verrà usata dieci anni dopo per un film di George Romero: ogni volta che il film Zombi passa al cinema o in tv, i Pretty Things incassano qualche monetina. E così sarà anche per altre pellicole, da Doctor Who a What’s Good for the Goose? dove la band fa anche una comparsata interpretando sè stessa. Uno “svago” che la band si concederà anche con le line-up successive, anche se la trilogia d’oro è quella collocabile fra Emotions e Parachute e che, a parte l’anonimato dietro cui la band si nasconde, riflette in pieno le mutazioni stilistiche in atto nei Pretty Things.

Electric Banana, primo effort della serrata trilogia del triennio ‘67/’69, è ad esempio perfettamente sovrapponibile al sound orchestrale di Emotions, complice l’orchestrazione di Tisley che fa di pezzi come Walking Down the Street, If I Needed Somebody e Danger Signs, con tanto di “indicazioni” sommarie in calce ad ogni brano (per aiutare i primi destinatari del lavoro, ovvero gli addetti alla sonorizzazione delle pellicole, ad “individuare” il brano senza dover ascoltare alla cieca migliaia di canzoni), autentiche out-takes del disco-madre.

Solo, un po’ più furbe.

 

Nel Novembre del ’67, non appena gli Hollies hanno lasciato sgombra la sala di registrazione una volta terminate le sessions per Butterfly, i Pretty Things entrano negli Abbey Road Studios per incidere il loro capolavoro che uscirà sul mercato esattamente un anno più tardi inaugurando il nuovo contratto Columbia.

S.F. Sorrow è, assieme a The Piper at the Gates of Dawn e Revolver l’album chiave della psichedelia britannica.

Una vicenda, quella che narra le disgrazie e l’eterna, inappagabile solitudine del fantomatico Sebastian F. Sorrow che si snoda attraverso le liriche dei tredici pezzi e le righe di copertina. Un’“opera rock”, per dirla con un termine che ho sempre odiato. Un grandissimo disco di grandi canzoni che ruotano attorno ad una sceneggiatura, ad un tema centrale. Se già col disco precedente i Pretty Things si erano smarcati dal ruolo di eroi perdenti dell’R ‘n B (i vincenti erano, ovviamente, gli amici/nemici Rolling Stones), con S.F. Sorrow le distanze dall’altrettanto strepitoso passato si fanno siderali, inarrivabili. E lo si avverte sin da subito, dall’incipit acustica che racconta della nascita di Sebastian e che culmina in una fanfara di fiati, un crescendo di voci e un battito di mani quasi pentecostale.

Bracelets of Fingers è già sintonizzata sulla nuova cifra stilistica della band: una psichedelia tantrica che assorbe elementi indiani e medievali, non distante da certi esperimenti beatlesiani. Del resto echi beatlesiani risuonano anche nella marcia zoppicante di She Says Good Morning, spaccata in due da un solo di chitarra gonfia di fuzz così come in molti altri segmenti del disco.

Ma S.F. Sorrow è più pernicioso e cattivo, drammaticamente percorso da una allucinata e sinistra eco sabbathiana (Baron Saturday, Old Man Going) e a volte quasi asfissiato da un pesante sudario di morte (Death, Loneliest Person).

Tutto il disco è dominato da un clima ipnotico e da un accurato lavoro di produzione (ad opera del “solito” mago Norman Smith) che riesce a donare una surreale ma efficace profondità e dinamica acustica. A schiudersi è l’incanto tipico della stagione freakbeat inglese, questo mondo fatato ed evocativo, artificiale ed alterato (prego ascoltare con impianto adeguato Balloon Burning) capace di creare il clima onirico e deformato dell’età degli acidi.

Se non sarà l’amore sarà la Bomba a tenerci uniti.

Oppure un sogno.

 

Mentre i Pretty Things si apprestano a lanciare sul mercato il loro capolavoro psichedelico, l’attività parallela degli Electric Banana non si ferma. More Electric Banana è costruito esattamente come il disco precedente: una piccola manciata di canzoni eseguite dal gruppo sulla prima facciata e la stessa sequenza riproposta sull’altra side ma senza la traccia vocale. Due anche stavolta le canzoni scritte da Peter Reno, uno dei compositori di punta della De Wolfe, e il resto farina del sacco di Phil May e compagni. Stavolta senza l’aggiunta di strumenti a fiato.

Un disco per fanatici e feticisti?

Nient’affatto, perché canzoni come Grey Skies, I Love You, Street Girl, I See You, seppur destinate ad una di serie B, di serie B non sono affatto. Tutt’altro. Fogliame psichedelico come se fosse stato investito da una esondazione pluviale di acque acide. Edere selvatiche che potrebbero benissimo ricoprire le mura di solitudine di S.F. Sorrow. e che fanno delle banane elettriche il secondo frutto psichedelico per antonomasia dopo le prugne californiane. 

 

Tra la pubblicazione di S.F. Sorrow e le registrazioni di Parachute, i Pretty Things accettano l’insolito invito di un loro fanatico ammiratore. Non è un ammiratore qualunque. È uno dei personaggi che contano nella dolce vita francese.

È uno che nella sua villa in Costa Azzurra organizza mega-feste in piscina dove donne bellissime e rockers dalle belle speranze possono annegare dopo aver fatto prova di apnea dentro flûte ricolmi di champagne. Ama la bella vita e ha vezzi e vizi da ricco. Tra cui quello di incidere un disco. Possibilmente accompagnato dalla sua band preferita: i Pretty Things. È un periodo travagliato per il gruppo inglese: Dick Taylor e Twink hanno di fatto abbandonato il progetto in mano a Phil May e Wally Waller e la EMI è insoddisfatta delle vendite esigue del loro ultimo lavoro.

E forse è tempo per una vacanza, anche se non del tutto: i Pretty Things sono in un periodo di grande fermento creativo, anche se gli obblighi contrattuali impongono loro uno stop in attesa che le vendite di S.F. Sorrow subiscano un’impennata.

Il materiale del periodo viene pubblicato ancora una volta sotto il nome Electric Banana e parte di questo viene “esportato” in Francia, a Saint-Tropez, nella residenza di Mr. Philippe Debarge per registrare quel disco pirata che il gigolò francese tanto desidera e che circolerà solo in acetato, per i veti di cui vi ho parlato. Quell’acetato, in pessime condizioni, viene acquistato da un ragazzo finlandese di nome Jorma Saarikangas ma a rimettere in moto l’opera di restauro quasi quarant’anni dopo sarà Mike Stax, che coinvolgerà Wally Waller in una riedizione che viene pubblicata per la sua etichetta personale. Passeranno ancora otto anni per vedere quel disco pubblicato allora in edizione limitata per la Ugly Things godendo di una ristampa e distribuzione europea, con l’aggiunta di un paio di suppellettili a valle (due demo dei tanti provini al Westbourne Terrace) e una bella copertina dove Debarge strimpella assieme a Johnny Hallyday e la Bardot se la ride beata.

Rock St. Trop e il corrispettivo Even More Electric Banana sono due ottime cornucopie del periodo psichedelico dei Pretty Things, quello carico di aromi e di fragranze freakbeat che si stanno espandendo dal braciere inglese per tutto il vecchio continente, con pezzoni di folk stralunato e capolavori come It’ll Never Be Me, Alexander, You Might Even Say, You’re Running You and Me, Eagle’s Son che ribadiscono ancora una volta chi, nel magico circo beat inglese, può fare l’ammaestratore di belve e chi invece continuerà a spargere segatura sulla merda degli elefanti, beneficiando dell’eco dell’applauso che il pubblico in quegli anni lì dispensa a chiunque vesta una giubba vittoriana e si appresti ad occupare la pista.

 

Cosa avrebbero potuto fare i Beatles dopo Abbey Road? E chi lo sa.

Però, ad esempio, avrebbero potuto fare qualcosa come Parachute. E nessuno avrebbe avuto da ridire. A farlo invece ci pensarono i Pretty Things, anche loro sull’orlo del collasso fisico ed artistico.

Anche se nel frattempo la band continua a registrare da sola o con improbabili compagni (il playboy Philippe DeBarge, ad esempio), siamo ufficialmente al passo successivo rispetto a S.F. Sorrow, l’album con cui Phil May e compagni si sono presi lo sfizio di spostarsi verso gli album concettuali, battezzando inconsapevolmente gli anni Settanta.

Il nuovo disco ne replica la formula ma non gli ingredienti.

La psichedelia è di fatto sfumata dentro un rock più “ordinario”, un po’ come era stato appunto per i Beatles del dopo Sgt Pepper’s e gli Stones del ’67 con quelli degli anni immediatamente successivi. Piccolissime scorie “etniche” come sitar (su In the Square, che anticipa di cinque lustri uno dei passaggi di Paranoid Android, NdLYS) o tablas (su What’s the Use) restano sullo sfondo, come uno sciame della library music con la quale stanno sperimentando da qualche anno sotto le mentite spoglie degli Electric Banana, lasciando spazio a qualche sparuto accenno di mellotron e a piccole perle melodiche aggredite da chitarre e pianoforte elettrico. Gli anni Sessanta si sono definitivamente eclissati. I Pretties si lanciano nel nuovo decennio affidandosi ad un paracadute che non riuscirà ad attutire lo schianto che invece li travolgerà. Le mirabolanti canzoni di Parachute saranno, di fatto, le uniche cose pregevoli che la band londinese riuscirà a produrre nel lunghissimo avanzo di carriera che le resta. Come detto in apertura, sul disco si respira la stessa astuzia “restauratrice” dei tardi dischi dei Beatles, esprimendo la necessità di riappropriarsi di un linguaggio più asciutto, seppur non più severamente legato alla dottrina blues degli esordi.

Soffici esercizi proto-glam, pastiche vocali degne di un coro di voci bianche e luminose derive folkedeliche faranno innamorare il mondo dei Pretty Things per la prima e l’ultima volta. Poi, nessuno più si ricorderà di loro. Nemmeno loro stessi.

 

La caduta di gusto (stilistica, grafica, artistica) registrata dai Pretty Things nella pausa fra Parachute e Freeway Madness è una delle più clamorose della storia della musica rock inglese. I pochi impavidi che nonostante le brutte facce viste dallo spioncino decidono di aprire la porta ai Pretty Things, si trovano degli sconosciuti in casa. Freeway Madness rivela infatti un gruppo totalmente stravolto non solo negli assetti interni (dopo Dick Taylor anche Wally Waller decide di lasciare la nave) ma soprattutto nelle scelte musicali, che già dall’iniziale Love Is Good sembrano abbracciare in toto quel rock artificioso che sarà sdoganato nella seconda metà degli anni Settanta da band come i Supertramp e i Pink Floyd. Canzoni per lo più carezzevoli come Over the Moon (con tanto di contrappunto di archi), Peter, Rip Off Train e Country Road sono alternate a qualche colpo hard-rock come Havana Bound, Religion’s Dead e Onion Soup con tanto di fughe chitarristiche che, come i tanti richiami alla musica country di Byrds e Neil Young fanno pensare al tentativo di un arrembaggio a bordo della grande musica americana. Senza che nessuno sia stato invitato a bordo.

 

Tra Freeway Madness e il disco successivo i Pretty Things realizzano il quarto disco per la De Wolfe, stavolta senza dichiararsi in copertina. Hot Licks viene pubblicato così nel 1973, senza paternità e con il sottotitolo di “progressive rock music”.

Profondamente diverso dai tre realizzati negli anni Sessanta, Hot Licks mostra tutta l’aggressività hard degli anni Settanta già dalla cover. Dal freakbeat degli ultimi lavori per la De Wolfe (e di quelli del gruppo madre, ovviamente) si è passato ad un blues-rock sanguigno ispirato ai Free (Sweet Orphan Lady è tutta giocata sul classico riff di All Right Now) e al boogie degli ZZ Top e dei Thin Lizzy (The Loser) e su una versione appena più maschia del glam dei T. Rex (Easily Done) pur con qualche divagazione sul tema, come nella insolita Walk Away giocata su un dialogo tra chitarra elettrica e clavicembalo e sul falsetto di May. Anche stavolta, a dispetto della scelta di farne un disco anomalo, il repertorio e le forze impiegate non sono per nulla inferiori alle pubblicazioni ufficiali del gruppo madre confermando gli Electric Banana come il più grande relitto sommerso nel mare dell’underground rock inglese.

 

Uno strano polpettone fatto con qualche scarto da macello dei Wings (Paul McCartney sembra del resto aver sostituito Mick Jagger nel cuore di Phil May già da un po’) e dei Queen da cuocere assieme ad un osso dello scheletro Who (Singapore Silk Torpedo) è la ricetta che i Pretty Things offrono ai Led Zeppelin una volta siglato l’accordo con la Swan Song.

Impacchettato dentro una copertina alla Roxy Music, Silk Torpedo è un disco che piace all’etichetta e anche al pubblico, che premia la band per la prima volta con un buon riscontro di vendite a dimostrazione del fatto che nonostante un distacco netto e quasi imbarazzante dalla musica del decennio precedente, il gruppo abbia imboccato la strada giusta. Che differisca da quella che pratico io, conta poco. Vagamente glam (Maybe You Tried), con armonie vocali ricercatissime (Phil May viene affiancato da Jack Green dei T. Rex, NdLYS) e suonato con una professionalità da turnisti, sembra una stanza piena di specchi dove gli artisti possono dimostrare di essere diventati finalmente adulti, abili manovratori delle proprie emozioni fino a farne uno spettacolo come nella trionfale parata McCartneyana di Is It Only Love dove le cariatidi marciano cantando l’amore universale, trascinandosi le gambe ma cantando come degli Dei. Di cui questo disco rappresenta tuttavia la caduta e non l’ascesa.

 

Una volta rassegnati al fatto che i Pretty Things degli anni Settanta sono un’altra band rispetto a quella del decennio precedente e che si sia coscienti (e anche molto compiaciuti) del fatto che dopotutto il punk sia venuto invano, Savage Eye può offrire i suoi quarant’anni di diletto. Dentro ci sono tutti gli ingredienti dei due dischi che l’hanno preceduto: Wings, Bad Company, Queen, Supertramp, country rock speziato Byrds, un pizzico di glam, un po’ di boogie rock, assoli a pioggia, ballate per schienali abbassati, blue eyes soul senza neppure una piega sul vestito e stavolta una manciata di proteine Who e Led Zeppelin (periodo Houses of the Holy), che i volumi alti negli anni Settanta piacciono a tutti.

Chitarre elettriche, chitarre acustiche, pianoforti a coda, pianoforti senza coda, sax, stucco, velluto e ben poco di veramente selvaggio. Perché la ribellione non paga i debiti e non sazia i bambini a tavola.

 

L’ennesimo, ultimo disco su commissione arriva nel 1978, con i Pretty Things ufficialmente sciolti dopo il flop di Savage Eye. Le cinque canzoni di The Return of the Electric Banana sono registrate infatti con i Fallen Angels, la band con cui Phil May sta registrando il disco che uscirà per la Philips lo stesso anno e scritte da Wally Waller e da Electra Stuart, la compagna di Phil che in quel periodo collabora anche al disco solista di David Gilmour.

Stavolta a venire allo scoperto sono le influenze dei Byrds e del country rock che il gruppo ha già manifestato sui loro dischi più recenti, forse in risposta all’eterno rimpianto per aver rifiutato ad inizio carriera di pubblicare quella Mr. Tambourine Man che poi i Byrds avrebbero accettato con le conseguenze storiche che sappiamo ma dentro il disco trovano spazio anche un grasso funky come Take Me Home e un infuocato, bellissimo omaggio a Jimi Hendrix intitolato James Marshall ad ulteriore dimostrazione di come gli Electric Banana (che, dimenticavo, essendo una band di library music, potete ascoltare tranquillamente sul “catalogo sonoro” del sito della De Wolfe ad libitum, NdLYS) non fossero per nulla una band di second’ordine.

 

Cross Talk è l’ultimo disperato tentativo dei Pretty Things di reinventarsi all’infinito. Cosa che non può riuscire per un tempo illimitato. E così, all’imbocco della strada per la new-wave il gruppo, nuovamente ricompattato con il rientro di Wally Waller e Dick Taylor, fallisce miseramente. Cross Talk cerca in realtà di inseguire, più che le nuove frontiere della nuova onda inglese, un punto impreciso situato fra il pub rock, il power pop e quelle vaghe linee doo-wop e reggae che in quei generi erano sempre avvertibili sotto pelle, tanto che il pezzo conclusivo sembra quasi una parodia dei Police, nascosta sotto un titolo alla Sex Pistols. A voler essere sinceri non è neppure quel disco terribile che molti sostengono sia. Solo, ancora una volta, sembra di trovarsi davanti ad un’altra band, come era già successo almeno due o tre volte durante negli anni precedenti. Cosa peraltro legittima, non fosse che il continuo reinventarsi senza mantenere dei tratti fisiognomici precisi (cosa che è riuscita ad esempio agli Who e ai Rolling Stones), finisce per far disinnamorare gli amanti, costretti a vedere sul talamo qualcuno che di chi si amava non ha più neppure l’odore. Il che potrebbe anche essere eroticamente stuzzicante, non fosse che l’erotismo dell’amante in questione sia andato perduto assieme a tutto il resto.

 

Sulla carta, una bomba.

Sul piatto, un po’ meno.

Un po’ come nei ristoranti stellati.

E qui di stelle ce ne sono tante: Phil May e Dick Taylor dei Pretty Things, Matthew Fisher dei Procol Harum, Tony Oliver più a sezione ritmica degli Inmates ma anche Don Craine e Keith Grant dei Downliners Sect, Jim McCarty degli Yardbirds (con cui May e Taylor hanno messo su, ad inizio degli anni ’90 la Pretty Things/Yardbird Blues Band realizzando due album di onestissimo ma trascurabile Chicago blues assieme all’asso della sei corde e dell’armonica Studebaker John, NdLYS), Jonathan Edwards dei Vibrators, Eddie Phillips dei Creation, Gary Lammin dei Cock Sparrer, Steve Hooker dei Bozmen del futuro braccio destro di Morrissey Boz Boorer.

L’idea originale, ovvero quella di un omaggio sentito al garage rock americano, viene in realtà “mascherata” facendo leva sulla notorietà di Fisher e dunque intitolando il disco con un ovvio riferimento ai Procol Harum oltre che agli Standells. Il tentativo però non riesce, perché il pubblico cui il disco è destinato in larga parte nutre verso Fisher se non un’indifferenza pigra, un odio spietato, avendo imborghesito il rock ‘n’ roll degli anni Sessanta fin troppo. Ecco dunque che anni dopo, quando si tratterà di ristampare questo disco che giaceva tra gli invenduti, il nome di Fisher scomparirà e il titolo verrà cambiato in un non più originale ma di certo più mirato Rockin’ the Garage. Restando comunque fra gli invenduti.

Non perché sia un brutto disco. Ma, tirando le somme, un disco inutile. Questo si.

Perché nel 1994 prima e quindici anni dopo ancor di più, di cover version di Louie Louie, Strychnine, Pushin’ Too Hard, 96 Tears, Sometimes Good Guys Don’t Wear White, Kicks e I’m a Man ne abbiamo pieni non solo gli scaffali. E alla fine anche se di Midnight to Six Man non ne abbiamo mai abbastanza, questa nuova versione del ’93 non è per nulla superiore alla prima, arruffata versione del ’66.

“A Whiter Shade of Dirty Water” paga pegno di questo, un po’ come sarà per Chesterfield Kings di Where the Action Is!, ma non è affatto un brutto disco. Sintomatico di un ritorno nostalgico e pre-senile alla musica della loro gioventù che verrà certificato con Rage Before Beauty, Phil May e Dick Taylor si apprestano a tornare al vecchio, grezzo sound di trent’anni prima. E quando c’è da agitare le zazzere, io non posso non essere dalla loro parte.

 

La rabbia (quella dei primi due album) prima della bellezza un po’ artificiale dei dischi degli anni Settanta per cui era stata sacrificata.

Il titolo del ritorno in pista dei Pretty Things, …Rage Before Beauty, promette un ribaltamento delle priorità. E mantiene parzialmente fede alla promessa facendo tesoro del disco realizzato quattro anni prima assieme agli Inmates, anche se stavolta fanno tutto da soli. Peccato che dopo l’ottimo avvio della tripletta iniziale il disco vada subito fuori fase e che la voglia di strafare porti il gruppo a noiosissime pieces musicali come Love Keeps Hanging On e God Give Me Strength, a perdersi in inutili cover di pezzi come Eve of Destruction, Play with Fire, Mony Mony con il risultato di mandare all’aria la bellezza e di fottersene della rabbia annunciata. E di mandare a monte l’intero progetto e le sue migliori intenzioni.

 

Balboa Island è il disco che riappacifica i Pretty Things con il blues e che stringe nuovamente la forbice coi vecchi compagni/rivali Rolling Stones. Un disco dall’impianto fondamentalmente acustico e a tratti addirittura rurale, nonostante ci sia anche un parziale ritorno a quel rock vagamente hard abbracciato dalla band nella metà degli anni Settanta con una Buried Alive dignitosissima e addirittura qualche flashback alla vecchia epoca beat, evocata in parole e in musica su Pretty Beat e su The Beat Goes On, sorta di racconto personale di May sulla falsariga della The Story of Them di Van Morrison.

Il resto è, dicevo, molto stonesiano (All Light Up, Livin’ in My Skin, Dearly Beloved, In the Beginning) e molto blues-oriented, con una magistrale rilettura di Feel Like Goin’ Home di Muddy Waters a fare la figura del leone. Finalmente libero di ruggire nel suo habitat e non più dentro una gabbia dorata.

 

Il titolo dell’ultimo album dei Pretty Things gioca con Bob Dylan e anche con la vetusta età della band (Phil May e Dick Taylor hanno già superato la soglia dei settanta anni). La musica con cui l’hanno riempito gioca invece con quello che i Pretty Things ben conoscono, essendo in giro da cinquant’anni “suonati”. Non sono gli unici reduci a girovagare per il mondo facendo dischi e concerti. E non sono neppure tra i migliori, a volerla dire tutta. L’inventiva e l’audacia sono evaporate da tempo, lasciando il posto al mestiere, per quanto onesto che sia. Sono canzoni che non lasciano il segno ma che si adagiano su un ossequioso passato. Proprio o altrui.

E che viene trattato, da pubblico e critica, con pari reverenza.

Scorrendo qualche recensione, in attesa che questo disco arrivasse al porto sicuro della mia abitazione, ho letto giudizi rispettosi e lusinghieri. Ai quali mi accodo con moderato entusiasmo. The Sweet Pretty Things è un disco da compagnia, laddove i primi dischi della band inglese erano invece fratelli di rabbia o di introspezione un po’ anarchica e ribelle. Il suono dei Pretty Things di oggi è insomma abbastanza composto e ammaestrato, nonostante l’uso dell’amplificazione vintage scelta con cura da Mark St. John al fine di fotografare la band nella sua forma più diretta e sanguigna. E così, nonostante certi toni sinistri che mellotron e organo conferiscono a macchia di leopardo, qualche lampo hendrixiano, qualche pacato country-rock in odore di Eagles, qualche mini-jam dal sapore mediorientale, il disco sfuma senza grossi brividi.

Passa, e non hai neppure voglia di girarti a guardagli il sedere.

Che è l’offesa più alta che puoi fare a chi si crede una bella donna nonostante l’età.

 

La domanda conclusiva è: chi comprerà nel 2017 una nuova, ennesima raccolta dei Pretty Things? Onestamente, nonostante abbia visto gente chiedere un prestito per comprare i biglietti per il No Filter Tour dei Rolling Stones, non saprei rispondere.

O meglio, temo di sapere la risposta. E, non giudicandola meritevole nei confronti di una delle più grandi band inglesi di sempre, preferisco tenerla taciuta. Quel che hanno fatto i Pretties negli anni che vanno dal 1964 al 1970, ovvero il periodo preso in esame da questa nuova antologia, ve l’ho raccontato svariate volte e, non bastasse, potrebbe venirvi in aiuto una delle tante modeste storie del rock che sgomitano in libreria.

Peccato, davvero peccato, che artisticamente la loro storia finisca lì, con un seguito discografico spesso disastroso non solo nelle vendite ma anche nei risultati artistici, facendo di loro e del loro pubblico un’accolita di reduci che mostrano tutte le ferite di una militanza orgogliosa, prime fra tutte quella profonda del rimpianto e della nostalgia collerica. Lo testimonia, ce ne fosse ulteriore bisogno, il secondo dei due cd con un’esibizione del 2010 al 100 Club (già stampata in tiratura limitata e dentro un’orrida copertina tempo fa) dove la band esegue integralmente il suo primo album a cinquant’anni dalla pubblicazione, disinnescandone di fatto il potenziale infetto.

Potrebbe dunque essere questo documento a motivare l’acquisto del Greatest Hits pubblicato dalla Madfish. nel 2017. Ma è molto probabile non lo sarà.

Un’altra potrebbe essere l’incisione di Mr. Tambourine Man, all’epoca offerta al gruppo dagli editori di Dylan (che l’avrebbero poi offerta ai Byrds, coi risultati che sapete, NdLYS) e rigettata dal gruppo e che invece adesso May e Taylor (che si prendono la briga di scrivere pure delle precisazioni storico/biografiche per ciascuna delle tracce, dando a questa raccolta tutta la veste di ufficialità che merita) decidono di registrare, affondando nel rimpianto tardivo di cui vi parlavo prima. Dunque anche questo potrebbe sembrare un ottimo sprone ma non lo sarà, tanto più che presto qualche idiota si crederà un supereroe venuto a salvare il mondo postandola su qualche canale video, magari col fermo immagine sulla sua faccia da nerd vanificandone il già pur flebole prestigio.

Il meglio rimane ancora una volta quel che già conosciamo dei Pretty Things e documentato sulle restanti 24 tracce che depredano i mari pescosi del primo album, dell’enorme Get the Picture?, del capolavoro S.F. Sorrow, del sottovalutato Parachute e dei singoli del periodo d’oro, tralasciando ancora una volta le perle incise dalla band a nome Electric Banana, cui è toccata una sorte forse peggiore di quella immeritata che è stata riservata ai Pretties.

Dunque rimane il dubbio. Chi lo comprerà?

Forse chi come me pensa che sia esistita un’altra via inglese al sacro binomio Stones/Beatles. E che questa via sia passata inevitabilmente da gruppi bastardi e progressisti come i Pretty Things.

O che non lo sa, e ha ora modo di scoprirlo. Perché magari ha adesso quei fantastici venti anni che Phil May e Dick Taylor avevano quando tutto iniziò, con la differenza che loro sapevano benissimo chi erano Bo Diddley e Willie Dixon. Quegli altri, chissà.

 

Dubbi che si rinnovano nell’autunno del 2020, davanti alla pubblicazione di Bare as Bone. Bright as Blood: Dick Taylor e Phil May vicini vicini. Come ai tempi del college ma cinquant’anni dopo.

Uno intento a manovrare la chitarra con i vecchi trucchi dei bluesmen, l’altro a soffiare l’ultima aria che gli rimane sul microfono, che se non è più buona per sostenere un altro album elettrico (che infatti viene cestinato a registrazione già avviata) ne’ tantomeno dei concerti rock degni di tale nome è ancora sufficientemente forte per poter accompagnare i lick di una chitarra acustica pur dovendo delegare il ruolo di armonicista ad altri. Ma al di là della commozione inevitabile che ci rende permeabili alla bontà quando siamo davanti ad un disco postumo, Bare as Bone. Bright as Blood non ci racconta nulla di nuovo ne’ sul blues ne’ sulla bravura qui piegata al mestiere della coppia May/Taylor, la cui brillantezza allunga le ombre di covers come The Devil Had a Hold on Me, Faultline e Ain’t No Grave ma che altre volte (Another World, To Build a Wall, Bright as Blood, Black Girl), risulta invece un po’ appannata. 

Un disco che non ci farà amare i Pretty Things più di quanto li abbiamo amati e che non farà sbocciare nuovi amori. Perchè oggi chi diavolo si può innamorare di un disco blues?                                     

                                                                                    

Franco “Lys” Dimauro

The_Pretty_Things

 

TIEDBELLY & MORTANGA – Old Joe Gravy & Three More Songs (autoproduzione)  

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Il libero arbitrio fu il trucco usato da Dio all’inizio dei tempi per concedere all’uomo e alle donne di scegliere tra lui e il suo rivale in affari.

Se nell’Aprile del 2020 avete quattro Euro in tasca potete dunque scegliere se comprarvi un paio di mascherine chirurgiche per fare andata e ritorno da lavoro e aumentare così il PIL di questa nazione oppure comprarvi quattro blues e assicurarvi una macchina che vi permetta di muovervi in un altro tempo, in un altro luogo. Fate voi.

Supposto che conosciate bene la strada che vi porta al vostro onesto lavoro di bravi cittadini produttivi tutti casa e lavoro (visto che l’opzione chiesa è al momento non praticabile, NdLYS), non mi resta che guidarvi attraverso la seconda: il campo è quello coltivato a zizzania da compare Tiedbelly e compare Mortanga e per arrivarci basta sopravvivere ad Old Joe Gravy che è un po’ come essere legati al gancio di un pickup e venire trascinati sul selciato, lasciandoci sopra i vostri brandelli di pelle, bruciata come lingue di bacon sopra una griglia di chitarre e armonica ustionanti. A quel punto eccovi nel luogo convenuto, tra i forconi imbracciati dalla padrona di casa su Honey Honey, i campanacci della mandria che rientra dal pascolo sfinita dal laccio nodoso del fattore Ray, il passo macilento con cui i lavoratori meno fortunati di voi fanno ritorno nel loro fienile cantando un canto qualunque di riscatto che apra anche solo con la fantasia le loro catene.

Quattro modi con cui il Diavolo vi porge la mano.

Senza guanti.

Senza maschere.

  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro