PETER ZAREMBA’S LOVE DELEGATION –  Spread the Word (Moving Target)  

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È un Peter Zaremba in stato di grazia quello che ci regala Spread the Word, spigliato, estroverso e disinvolto party-album accreditato ai Love Delegation, versione Austin Powers del già festoso beat dei Fleshtones.  Una sorta di collettivo della felicità che vede coinvolti Dave Faulkner, Keith Streng, Wendy Wild, Barrence Whitfield, Pat DiNizio e tanta altra gente che frequenta il Pyramid Club di New York dove Zaremba ha di fatto organizzato il suo quartier generale e che ha voglia di far baldoria sognando di essere la band di Wilson Pickett o quella di Doug Sahm. Siamo nel periodo di transizione tra Hexbreaker! e Fleshtones VS. Reality e in pieno revival anni Sessanta e la band di New York è una delle più coinvolgenti dell’intera East-Side, punto di riferimento non solo per i garage-maniacs più oltranzisti e puristi che li trattano con enorme rispetto ma pure per chi oltre alla musica delle garage-bands ama il northern-soul e il l’R&B dei primi anni Sessanta. Spread the Word è animato da questo spirito sbrilluccicante che si può trovare dentro i dischi della Stax, nell’Elvis dei primi anni Settanta, nel ciuffo impomatato di Little Richard, nei primi brani di disco-music e dall’energia positiva della summer of love e dei cartoni animati di Hanna-Barbera (Scooby Doo e The Flintstones in primis) che non è mai stata estranea al gruppo madre.

Canzoni come Love Delegation, Shama Lama Bing Bang, 7 Minutes in Heaven, Turn Me On Again, Let’s Have a Good Time, con le loro esplosive entrate di rullante, l’handclapping incalzante, i cori da cheerleader, gli organetti Farfisa, le colorite frasi dei fiati sono un costante invito ad unirsi alla festa, a lasciarsi contagiare. Una dimensione che i Fleshtones ritroveranno a fatica, dopo l’esplosione febbrile dei primi album di cui Spread the Word rappresenta vertiginoso compimento.         

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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THE A-BONES – Daddy Wants a Cool Beer (Norton)  

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Per festeggiare i venti anni di carriera gli A-Bones aprono il frigo e offrono da bere a papà. Due fusti pieni di luppolo spumoso, con tutto il retrogusto vintage che potete immaginare quando a spillare ci sono Billy Miller e sua moglie Miriam Linna. Che suonano sollevando schiume di Troggs, Charlie Feathers, Link Wray, Beach Boys, Flamin’ Groovies, Raiders, Sonics, Bo Diddley, Andre Williams, Trashmen, Esquerita, Sir Douglas Quintet, Kingsmen urlando e strepitando come fossero la resident-band del bowling dei Flintstones (ascoltate la We’re Gonna Get Married suonata assieme alle 5.6.7.8’s per visualizzare quanto scritto, NdLYS).

Gli A-Bones suonano illudendoci che le feste ai campus universitari siano perenni. Tanto da restarci chiusi per cinquanta anni e non essere più usciti dalla sala, flirtando praticamente con due generazioni di uomini e donne. Mentre sul palco twist, rock ‘n’ roll, R ‘n B e garage-punk si mangiano le assi.

Daddy Wants a Cool Beer mette in fila quarantasei canzonacce pubblicate su singoli, compilation, dischi-tributo e altre frattaglie. E che frattaglie, Dio Bones.

Una birra fredda qui, per favore.

Bionda.

In coppa C.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BARRENCE WHITFIELD & THE SAVAGES – Dig Everything! (Ace)  

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Praticamente in concomitanza col suo nuovo eccezionale (ripeto, eccezionale) album, arriva dalle presse della Ace Records la ristampa dei primi due dischi di Barrence Whitfield pubblicati per la Rounder, stipati in CD per la prima volta, in modo che voi possiate prendere la sua ostia consacrata non una, ma due volte. Impregnata di soul e rock ‘n roll della peggior fattura, la musica dei Savages approda alla Rounder nella metà degli anni Ottanta per devastare il suo catalogo di musica roots con Dig Yourself, numero di catalogo 9007. La band ha alle spalle un disco di debutto rovente come un dardo che però, a causa di una produzione casalinga e di una distribuzione carbonara, non ha varcato i patri confini. Stavolta, grazie all’apporto della Rounder, va molto meglio, tanto che la loro musica finisce per varcare non solo i confini del Massachusetts ma quelli dell’intero continente, portando per la prima volta i Savages in Europa, a pisciare tra uno spostamento e l’altro sotto l’ombra dei platani.

In Inghilterra, dove l’eco del revival rockabilly non si è ancora spenta, il fuoco rock ‘n roll dei Savages viene accolto meglio che in patria. Il disco è snello (25 minuti in totale) ed energico. È nero fin dentro le viscere ed allinea oscurissime cover che nessuno riesce a distinguere dai quattro originali scritti da gruppo. Piano honky-tonk, sassofono sguaiato, una voce in falsetto come quella di Little Richard e chitarre che brucano tra i pascoli di Memphis e quelli di Tacoma: roba buona per tirarci su una festa stile Animal House.  

Il rientro a Boston disperde però la band, e per il secondo lavoro su Rounder Whitfield si vede costretto a ricorrere a personale del tutto nuovo. Il risultato delle registrazioni con la nuova line-up è un mini-LP intitolato Call of the Wild. Il suono si è parecchio ma parecchio ammansito, tanto che quando passa Livin’ Proof sembra quasi di intravedere le sagome di Huey Lewis and the News e tutto il disco sembra avvicinarsi più al revival dei Blues Brothers che all’urticante soul dei due dischi precedenti. Che però è una formula vincente, in America, tanto da portare i Savages ad un successo mai raggiunto prima quando, l’anno successivo, la loro Stop Twistin’ My Arm viene scelta accanto alle canzoni di Eurythmics e Graham Parker per accompagnare le scene di True Love.

Ma sono storie che forse la Ace racconterà prossimamente, per adesso fatevi bastare quel che ci è stato concesso. E siate felici, come me. Almeno per lo spazio di un disco.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CHUBBY CHECKER – The Best of Chubby Checker (ABKCO)  

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Nonostante oggi sia vista come una delle cose più innocue e buffe in cui si possa venire coinvolti, il twist fu portatore di una delle più grandi rivoluzioni di costume della società moderna.

Ad inventarlo era stato, inconsapevolmente, Hank Ballard nel 1959 ma a farne un fenomeno di massa dalle proporzioni clamorose ci avrebbe pensato Dick Clark ovvero l’uomo più influente dell’America post-bellica, assegnando quel che in origine era la facciata B di un singolo R ‘n B nelle mani di un mulatto di nome Ernest Evens prontamente ribattezzato Chubby Checker e messo sotto contratto dalla Cameo Parkway, etichetta in cui egli stesso investiva parte dei suoi proventi e da cui riceveva larga parte dei guadagni. Lui si sarebbe ovviamente fatto carico di promuovere adeguatamente la nuova versione di The Twist sul suo American Bandstand, coinvolgendo il pubblico nella forza trascinante e liberatoria di quel ballo che era come “strofinarsi il culo con l’asciugamano mentre provi a spegnere due sigarette sul pavimento”.

Sembra una cagata pazzesca. Ma non lo è.

Perché il twist permette finalmente alle donne, considerate fino all’epoca del rock ‘n roll semplice “tappezzeria” delle sale da ballo costrette ad aspettare l’invito di qualche omino più o meno galante per potersi impadronire della pista da ballo, di ballare da sole.

Il twist non prevede compagno o compagna. Il twist è la danza dell’individuo e della moltitudine assieme. Ed è una rivoluzione importante, da cui non si tornerà più indietro.

La carriera, breve ma folgorante, di Chubby Checker è un continuo riadattamento di quell’idea: Twistin’ U.S.A., Pony Time, The Hucklebuck, Let’s Twist Again, The Fly, Slow Twistin’, Limbo Rock, Twist It Up, Let’s Limbo Some More, Popeye the Hitckhiker, Twistin’ Round the World e via le altre non sono che abilissime variazioni sul tema del “ballabile”.

Il passo di danza viene prima di tutto il resto. La musica non si fa portavoce di nessun altro messaggio se non quello di far muovere il bacino, di invadere la pista da ballo. Puro divertimento, pura energia cinetica. Entrando nei salotti della gente perbene con garbo e discrezione e facendo lentamente scivolare le loro figlie nei gironi della libertà sessuale che in quegli stessi giorni viene farmaceuticamente sancita con la commercializzazione al banco della prima pillola contraccettiva.

hold it, aww shake your fat fanny, i mean shake your fanny, twirl that thing gal twirl it, bring it, twist it a little bit…

        

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

BARRENCE WHITFIELD & THE SAVAGES – Soul Flowers of Titan (Bloodshot)  

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Cominciano ad arrivare i primi petardi del 2018.

Uno bello grosso ce lo lancia Mr. Barrence Whitfield da Boston. Anzi, stavolta da Cincinnati.  

Uno che alla soglia dei settant’anni canta ancora come il Mike Chandler a vent’anni.

Soul Flowers of Titan è un disco di quelli belli luridi.

È soul, è garage, è blues, è rockabilly. Una belva con la testa di Andre Williams e il corpo dei Sonics che ti prende il culo a morsi.

Non vi spiazzi il nuovo vezzo di Barrence di agghindarsi come Sun Ra: il suono dei Savages è un omaggio al sound da latrina soul di etichette come King, DeLuxe e  Federal, le stesse dove grondava il sudore nero di gente come Hank Ballard, Otis Williams e James Brown.

È il mondo che si è fermato al 1965 e non vuole saperne di andare avanti, perché non gliene fotte un cazzo di tutto quello che è venuto dopo. Si è bloccato nello stesso magico istante in cui i Sonics incidono Psycho, Wilson Pickett In the Midnight Hour, i Pharaohs Wooly Bully e Otis Redding Mr. Pitiful.

Si è fermato ancora cucciolo, ancora col sorriso sulle labbra e gli ormoni in circolo.

Soul Flowers of Titan ci riporta a quel sorriso e a quel dosaggio ormonale.

Potreste scoprire di averne bisogno, almeno quanto me.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE RIVINGTONS – Papa Oom Mow Mow (SHOUT!)  

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Leggenda vuole che Turner Wilson, il nuovo acquisto dei sopravvissuti di quelli che erano stati fino a pochi mesi prima i Lamplighters e gli indisciplinati “ribelli” della Rebel-‘Rouser di Duane Eddy, si aggirasse per lo studio durante la registrazione di Moonlight in Vermont, secondo e ultimo singolo inciso sotto il moniker di Crenshaws, balbettando un incomprensibile scioglilingua gutturale. E che Kim Fowley, che stava presidiando il banco del mixer, avesse avuto in un attimo, in un solo attimo, una delle sue tante illuminazioni.

I Rivingtons nascono quel giorno, assieme alla leggenda della loro Papa-Oom-Mow-Mow. Con uno scioglilingua senza senso (“il suono più divertente che abbia mai sentito e del quale non capisco una sola parola” canta Al Frazier, non appena il volume sul baritono di Wilson glielo consente) che avrebbe contagiato il mondo come aveva fatto cinque anni prima il Wop-bop-a-loo-mop alop-bom-bom di Little Richard. Uno scioglilingua la cui eco avrebbe risuonato ancora e spesso sui successivi singoli dei Rivingtons: Kickapoo Joy Juice, Mama-Oom-Mow-Mow, The Bird’s the Word, la buffa cover di Slippin’ and Slidin’ erano ritagliate fondamentalmente su quel modello. Folli novelty songs per far scuotere a dovere culetti e uccelli nelle feste del liceo. Selvaggi neri che cacciavano la loro selvaggina bianca.

Un gruppo da prendere poco sul serio, non fosse che le modulazioni delle loro quattro voci oltre a quei gorgheggi da scimpanzè in calore erano anche in grado di spalmare badilate di grazia soul sulle ballate che, come da tradizione, occupavano le facciate B dei singoli. Bastino qui due cose enormi come Deep Water e Waiting per capire quanto.  

Oppure rendere oltremodo divertenti classici trafugati dai camerini di Ray Charles o Little Richards.  

Un gruppo da portare ad ogni festa.

E, visto che non lo si può più fare, portarci almeno i loro dischi.

Come questa irrinunciabile raccolta di tutto il loro materiale inciso dal quartetto originale (Frazier lascerà per diventare il manager della band) per la Liberty tra il 1962 e il 1964 e liberare in sala il mitico uccello dei Rivingtons.

A-well-a everybody’s heard about the bird!

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

OH! GUNQUIT – Lightning Likes Me (Decapitator)  

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Tutti pazzi per gli Oh! Gunquit. O quasi.

Siamo nel mondo sotterraneo del rock ‘n roll, signori. Quel mondo magico e folle che fu dei Cramps, dei Raunch Hands, dei Mummies, dei King Kurt.

Lontano dai blockbuster che ingolfano il mercato.

Una riserva di caccia dove piccole e grandi bestie vivono ancora in cattività, cacando dove più gli garba.

Il culto degli inglesi Oh! Gunquit è cresciuto poco a poco. Concerto dopo concerto.

E adesso, come scrivevo in apertura, sembra giunto il loro momento.

Lighning Likes Me è degno erede di Eat Yuppies and Dance, il disco che ce li fece conoscere due anni fa e che conteneva numeri come Sinkhole e Lights Out.  

Anche questo nuovo album, col suo mix di shake, rock ‘n roll, surf, boogaloo, exotica, maracas, tromboni, crea un effetto trash assolutamente avvincente e regala titoli come Never Sorry, Get Wound Up, Fireballs, Nomads of the Lost alla lista irrinunciabile delle vostre prossime feste.

Sempre che ne facciate ancora.

Sempre che qualcuno venga.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE WOGGLES – Tally Ho! (Wicked Cool)  

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Magari la collega e amica Meredith Ochs di NPR Music si è sbilanciata troppo a dichiarare che i georgiani Woggles sono la band destinata a cambiarci la vita. In quello sono stati più bravi Romano Prodi e i guerriglieri del “sedicente stato islamico”. Io ad esempio li ascolto, pur avendone persi di vista un paio di volte, da quasi un quarto di secolo e, si, la mia vita è cambiata ma non per merito loro. Questo non toglie nulla al valore dei loro dischi, divertentissimo e vasto campionario di musiche vintage eseguite con perizia e un innato sense of humour assimilabile a quello di band come Fleshtones, Raunch Hands o Staggers. Strateghi del deja-vu, i Woggles non fanno nulla di sorprendente se non riesumare vecchi stili (Merseybeat, surf, garage, exotica, rock ‘n roll, novelty, Northwest-punk) divertendosi come pipistrelli a lambire le teste di Johnny Kidd, di Bobby Hebb, di Lord Sutch, degli Spiders, dei Monkees o dei Peacemakers e costruirci sopra un repertorio magari disomogeneo ma forse proprio per questo ancora più avvincente. Proprio per questo Tally Ho! si candida ancora una volta come uno dei dischi destinati a renderci le giornate un po’ più spensierate.

Cambiarci la vita no, ma cambiarci l’umore per un’ora questo assolutamente si.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE LIMBOOS – Limbootica (Penniman)  

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Il primo album dei Limboos, speditomi da Enric Bosser della Penniman il 21 Ottobre del 2014, non mi è mai arrivato. Non avendo l’abitudine di andare a cercare in rete quel che sfugge ai miei scaffali di dischi o alle lenzuola del mio letto, non avevo ancora ascoltato la formazione di Madrid fino ad oggi, data di uscita di Limbootica, disco che suona esattamente quel che promette: musica retroattiva ed esotica che guarda all’America Centrale (Cuba, Trinidad e Tobago, le Hawaii) come paradiso immaginato e immaginario. Mambo, son, calypso, guaràcha, limbo, Jawaiian, boogaloo sono le essenze fondamentali della loro miscela. Roba ottima per le feste sulla spiaggia, come alternativa ai consumatissimi ritmi del reggaeton che vi stanno bruciando le cervella. I pezzi sono tutti scritti dalla band ma sono perfettamente integrabili a quelli di gente come Chuck Higgins, Illinois Jacquet, Ruth Brown, Richard Berry. È un bagno nel rigenerante Pachuco boogie in cui tantissimi artisti del primo rock ‘n’ roll e del blues elettrico finirono per bagnarsi se non la testa, quantomeno i piedi e che oggi è fra le musiche roots dimenticate di un mondo che corre troppo veloce e che si diverte con quel poco che ricorda ancora.  

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Instro Hipsters a Go-Go! (Psychic Circle)

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Peccato davvero che l’Italia, che proprio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta qui setacciati offrì alla musica strumentale un apporto fondamentale e di influenza storica grazie a nomi sempiterni come Ennio Morricone, Piero Umiliani, Riz Ortolani, Piero Piccioni, Bruno Nicolai o Goblin, sia stata quasi bandita da questo goloso buffet di prelibatezze strumentali e costretta ad essere rappresentata dai soli Paolo Tofani (con i due brani dal suo singolo del 1973 stampato come Electric Frankenstein per la Cramps) e dall’Orchestra di Armando Sciascia (quello che nei primi dischi di beat italiano trovate celato sotto il nome di Pantros e qui presente con un estratto dalla colonna sonora del telefilm I bugiardi, NdLYS). Una pecca veniale che tuttavia non scalfisce il piacere di solcare le onde di queste centoventitre delizie di svolazzanti organi Hammond, chitarre effettate, colorati sbuffi di trombe, mugugni di piacere, groove jazz, piccole caricature rocksteady, yè-yè silenziosi, residui da potature raga, effluvi psichedelici, passi mariachi, bhangra e carioca, ombre da spy-movie e piccoli luccichii argentei da science-fiction.

Un bagno rigenerante nella musica senz’altre pretese se non quella di tenerti compagnia e di scaldarti le spalle con una tovaglia di spugna intiepidita dai vapori.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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