FRANZ FERDINAND – Franz Ferdinand (Domino)  

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Puoi divertirti con nulla.

O puoi divertirti coi Franz Ferdinand.

Puoi ballare coi Blur. Oppure, scegliere una strada simile ma meno battuta. Finora, perlomeno.

Perché i Franz Ferdinand paiono destinati a diventare altrettanto grandi. Senza diventare adulti, mi auguro. Spero conservino intatta questa irruenza elegante, come di ormoni messi in fila in rispettoso, anglosassone ordine.

Con riferimenti sottilissimi (i Clash di Justice Tonight su 40’, l’intro lounge di Auf Achse che scivola dalle parti di Badalamenti e John Barry, le chitarre Bauhaus di Michael e poi molto Stranglers, molto Fall, qualche eco Two-Tone, qualche pozza Suede, qualche inedita foto dei Joy Division con Curtis che sorride) che danno da scrivere a noi che abbiamo tempo da perdere e che lusingheranno voi che alle orecchie avete attaccate le gambe e non le dita.

Perchè il fascino di questo debutto sta soprattutto nel tentativo audace di rispettare la dinamica ma non la futilità della musica da ballare. La successione di fiere pennate da combat-rock, incalzanti ritmiche battenti, ombrose liriche transgender da intellettuali new-wave, ska-ttanti divagazioni da shottas giamaicani non ammette pause se non per fare chiasso e scegliere un altro posto dove far appassire il cuore.  

Non ora, non qui. Che Glasgow brucia, adesso.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MORRISSEY – Years of Refusal (Decca)  

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Per lo scatto di copertina del disco che inaugura (e chiude…NdLYS) il nuovo contratto con la Decca, Morrissey sfoggia una delle sue pose più virili.

Orgogliosa e mascolina, come lascia intendere il barattolo, è gran parte del contenuto del disco che, dopo la parziale delusione delle aspettative per le orchestrazioni Morriconiane e la produzione “rinomata” di Tony Visconti che il precedente Ringleader of the Tormentors aveva fomentato ma non soddisfatte, rimette nuovo vigore nella ormai consolidata carriera del paroliere di Manchester che, dal canto suo, affidato come di consueto ad altri l’onere delle musiche, ci mette dentro tutti i deliri che gli sono abituali, porgendo le sue richieste d’amore nella forma Leopardiana ed estrema che conosciamo (sfiorando il patetico nell’“Ho deciso che getterò le braccia al collo tutt’intorno Parigi, perché solo pietra e acciaio accettano il mio amore” declamato in I‘m Throwing My Arms Around Paris) ma caricandole spesso su una cartucciera di suoni a tratti così vigorosi da risultare quasi altere e superbe. È il caso della riottosa All You Need Is Me recuperata dal Greatest Hits dell’anno precedente e che Jesse Tobias ha scritto con foga quasi garage ma anche della fiesta mariachi di When Last I Spoke to Carol, della One Day Goodbye Will Be Farewell che Boz Boorer sembra aver scritto ripensando ai tempi gloriosi del rockabilly dei suoi Polecats o della inaugurale Something Is Squeezing My Skull dove Moz può sfoggiare l’istrionismo che i suoi cinquanta anni gli hanno portato in dono e che è uno degli ultimi brani a portare la firma di Alain Whyte (il quale si affermerà da subito come autore di successo per “insospettabili” come Madonna, Kelis, Rihanna, Black Eyed Peas e will.i.am.) che è stato volutamente eclissato dopo il tour per You Are the Quarry prima di essere cacciato in malo modo davanti ai Conway Recording Studios, proprio come era già successo per Andy Rourke più di venti anni prima.

Gli anni del rifiuto, appunto.

E dell’arroganza.                                                                       

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro 

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THE VERVE – A Northern Soul (Hut)    

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Prima che montasse il “caso” Bitter Sweet Symphony (con Allen Klein della ABKCO che, assetato di denaro e vendetta, costringe la band inglese a versare ai suoi avvocati tutti i diritti su uno dei pezzi-simbolo di tutto il brit-pop degli anni Novanta fino ad un salvifico intervento di Jagger e Richards alla fine del 2018 che riconosce l’onestà e la proprietà intellettuale di Ashcroft) ci aveva già pensato la Verve Records a portare in tribunale Ashcroft e compagni e obbligandoli ad aggiungere l’“articolo determinativo” al loro moniker.

Detto. Fatto.

Per evitare altre rotture di balle i Verve aggiungono anche quello “indeterminativo” al titolo del loro secondo album, onde evitare che il sessantenne Dave Godin si sogni di reclamare qualche paternità indubbia ma poco gradita.

Non si può mai sapere.

Così, malgrado il Wigan Casino sia ormai seppellito dalla polvere, “i” Verve dedicano il loro nuovo disco, uscito nell’anno d’oro del brit-pop (l’anno di Morning Glory, The Great Escape e The Bends, per essere chiari) alla musica che si ballava a pochi isolati dalla loro sala prove.

Senza metterci dentro neppure un brano soul ma mostrandola comunque, quell’“anima”. Mettendola a nudo soprattutto in due ballate come On Your Own e History che scartavetrano la montagna di chitarre psichedeliche che sommergono come magma grandissima parte del disco e che faranno da calco per molte delle composizioni del fortunato Urban Hymns di due anni dopo.  

A Northern Soul è però, a dispetto del titolo, un disco psichedelico. Costruito intorno ad un’idea di suono da nubifragio che possa sorprendere l’ascoltatore incauto come l’abbattersi di una tempesta o che lo trascini in balia delle onde.

Ecco dunque “piovere” titoli come Brainstorm Interlude, Stormy Clouds, Life’s an Ocean a dare ulteriore senso a quell’A Storm in Heaven che aveva battezzato il loro debutto. Ecco quindi canzoni dal minutaggio imponente (nove su dodici superano i cinque minuti) strutturate su un suono che lavora spesso sulle saturazioni tumultuose o improvvise e sull’effetto sciabordio (l’uso dei piatti e in generale, l’impronta meteoropatica che incide soprattutto sulle tracce finali di ognuna delle due facciate dell’LP).

Acqua che non disseta e non cura il dolore.

Owen Morris va via sbattendo la porta.

Nick McCabe va via sbattendo la porta.

Richard Ashcroft va via sbattendo la porta.

Fuori, continua a piovere che Dio la manda.

Dentro, di più.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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OASIS – (What‘s the Story) Morning Glory? (Big Brother)  

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“Classica” versione digitale impalpabile, versione “vintage” in vinile, lussuosa edizione in triplo CD con i demo inediti, le B-sides e le registrazioni live dell’ epoca ed elegantissimo libretto oppure, per chi può permetterselo (fanno cento sterline tonde tonde), Box Set completo con tutto quello che ho scritto prima più un sette pollici con le versioni demo di Hello e She‘s Electric, una riproduzione del padellone promo con Cum On Feel the Noize e il remix di Champagne Supernova, la versione su cassetta con ancora la Step Out poi rimossa per le beghe legali coi legali di Stevie Wonder e, per i non fumatori (chè ai fumatori non rimarrebbe nulla) le cartine inviate alle radio come gadget all’epoca dell’uscita del disco e qualche bella foto di corredo. 

Tutto in grandissimo stile per il “rientro in scena” di (What‘s the Story) Morning Glory? a quasi venti anni dalla sua prima apparizione.

Eravamo nell’autunno del 1995. 

Ad un anno esatto dal folgorante debutto, gli Oasis sono già ad un palmo dal culo di Lennon e McCartney.

A dimostrazione che supersonici, i fratelli Gallagher, lo sono per davvero.

(What’s the Story) Morning Glory?, arrivato sugli scaffali il 2 Ottobre del 1995 e già praticamente sold out in prevendita, diventa in un batter di ciglia il secondo disco più venduto in Inghilterra, proprio dietro Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (i primi due sono due inutili raccolte dei Queen e degli Abba, per cui non fanno statistica ma solo tante sterline), appagando in fretta le ambizioni dei due fratellini inglesi mai troppo sazi di ego.

Nel frattempo, nei pochi mesi che separano Definitely Maybe dal nuovo disco, ci sono stati tre singoloni come Whatever, Some Might Say e Roll With It, tanti concerti, tante apparizioni televisive e il riadattamento in chiave brit-pop della vecchia bagarre tra Beatles e Rolling Stones messa su dalla stampa britannica che, grazie all’ esplosione del fenomeno Oasis e alla lenta affermazione del successo dei Blur, torna a respirare e a vendere qualche copia in più.

C’è stata una pioggia di soldi che li ha costretti a stringersi dentro i parka e qualche azzuffatina che ha subito chiarito che, nella guerra contro i rivali, erano loro ad interpretare la parte degli Stones, nonostante la loro musica pendesse pericolosamente dalla parte dei quattro scarafaggi di Liverpool.

Quando arriva, (What‘s the Story) Morning Glory?, arriva per fare male.

Il tempo e il pubblico sono dalla loro parte.

Liam e Noel non possono fallire, mentre chiusi ai Rockfield Studios preparano il disco definitivo del brit-pop.

E infatti non falliscono.

(What’s the Story) Morning Glory? non tradisce l’istinto del primo disco ma si avverte, subito, un’esigenza diversa. Che è quella, magari un po’ megalomane, di convogliare ogni energia per tirare fuori un disco “classico” fatto di grandi canzoni e di tanta cura nei dettagli.

Cambia, rispetto all’esordio, l’approccio alla stesura dei pezzi e alla registrazione usando come canovaccio il sistema usato da Marc Bolan per i suoi successi degli anni Settanta: un abbozzo acustico su cui poi innestare la ruota dentata degli arrangiamenti che, nonostante siano curatissimi, non tendono quasi mai ad “aggredire” il bozzolo originale.

Anzi, sovente (valga anche per molte delle outtakes usate per “arredare” gli estratti dell’album) lasciandoli nudi come quando sono stati partoriti e limitandosi ad abbellirne la grazia implume con fiocchetti o nastri colorati. 

Gli spazi all’interno dei pezzi si fanno dunque più ampi, i dettagli più ingombranti e allo stesso tempo più ricercati, ogni scelta melodica (spesso “rubata” con la faccia di bronzo che li ha sempre contraddistinti) ponderata e risolta con gusto, anche se ad un passo dallo stucchevole, con grandissima abilità e una fortissima eco di pomposa grandeur beatlesiana che avvolge tutto sin dalla copertina che mostra Brian Cannon e Sean Rowley (e un quasi invisibile Owen Morris che stringe fra le mani il master dell’album, NdLYS) che si “scontrano” sulla Berwick di Soho.

Niente è messo lì per caso, dentro il secondo album degli Oasis.  

Ogni canzone è stata costruita non per affiancare ma per sostituire quelle dei Beatles nel cuore degli inglesi comuni.

Hooligans, buskers inghiottiti dalla metropolitana londinese e innamorati abbracciati tra i viali dell’Holland Park aggiornano i loro canzonieri.

Gli Oasis diventano i padroni del mondo.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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MORRISSEY – Morrissey, You Are the Quarry (Attack)  

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Dopo un silenzio artistico infinito, Morrissey torna sul mercato discografico con il disco più ispirato e convincente della sua carriera solista, ideale prolungamento (se proprio è impossibile disfarsi dei fantasmi del passato) delle strangeways di molti anni addietro. Pungente nei testi (malgrado il presidente nero sia poi arrivato, facendo perdere un po’ di carisma all’apertura di America Is Not the World, NdLYS) e ottimamente bilanciato a livello musicale tra moltissime ballate amare e struggenti che si riannodano alla nobile tradizione di Suffer Little Children, Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me, Yes I‘m Blind, qualche zampata rock (How Could Anybody Possibly Know How I Feel è da antologia Morrisseyana) e buone intuizioni pop (quella del singolone First of the Gang to Die sopra ogni altra).

Liricamente, accanto alla disillusione per la putrefazione del sogno inglese e lo spregio per quello esportato, armi in mano, dall’America, c’è il solito bisogno di Moz di sfoderare il proprio carico emozionale, di essere in ogni modo protagonista o vittima (senza dover per forza essere laureati in lingue, basta dare una scorsa ai titoli delle canzoni o leggere in modo corretto il titolo dell’intero album) del proprio struggimento. Qualche garbata coloritura elettronica e una spruzzata appena di sintetizzatori per rendere il boccone amaro della commiserazione più digeribile ai palati buoni di MTV.

Poi il mondo torna a mummificarsi, dentro la propria bozza di malcostume e borghesia a prezzi di alta sartoria.

L’amore incenerisce. 

Le auto passano veloci, come la vita.

Solo che passando, ogni tanto, lampeggiano.

                 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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MORRISSEY – World Peace Is None of Your Business (Harvest)  

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Piaccia o meno, l’evento attorno ad ogni nuova uscita discografica di Morrissey, si perpetua. Segno dell’influenza che l’artista di Manchester continua ad esercitare sul pubblico, a più di venticinque anni dalla scomparsa degli Smiths. E ciò a dispetto delle usuali “note a corredo” di ogni uscita (stavolta il calcio in culo preso dalla Harvest, l’annuncio shock di essere vittima del cancro, la scelta di ritirare il disco dalle piattaforme digitali, le comparsate di Pamela Anderson e Nancy Sinatra e via discorrendo).

Quando arriva Morrissey, insomma, il pubblico si divide come sempre, andando a riprendere la sua posizione di qua e di là dal muro, tornando ad incensare gli abusati pregi o a denigrarne i difetti.

In mezzo c’è lui, l’uomo (nonostante i dubbi tirati fuori su I‘m Not a Man).

Uno che al mondo ha imparato a starci, a dispetto di quello che voleva farci credere.

Uno che dopo essersi fatto accettare per quello che dichiarava di essere, ha pure imparato a farsi rispettare.

Il mondo aspetta dunque cinque anni ed è pronto nuovamente ad inginocchiarsi.

Siti e riviste si ripopolano del suo nome. Professionisti e no della critica musicale si spazzolano un po’ di polvere e tornano con la stessa recensione di sempre, aggiornata coi titoli nuovi, tornando nella maggior parte dei casi a dire, per la nona volta, che il disco nuovo è meglio di quello che l’ha preceduto.

Come a dire che mettendo i dieci album di Morrissey a mo’ di gradini, siamo già arrivati al paradiso e oltre.

Cosa che però non è.   

World Peace Is None of Your Business  corona, questo si, il sogno di Stephen Morrissey di diventare un cantante melodrammatico un po’ romantico e un po’ ruffiano che finge di lasciarsi circuire da campanelli, trombe, fischietti, digderidoo, chitarre fuzz, sintetizzatori, arie flamenco e soffi mariachi tornando di tanto in tanto ai mai dimenticati anni Ottanta che furono sì degli Smiths (Oboe Concerto è, ovviamente, una Death of a Disco Dancer part II) ma anche dei China Crisis (Staircase at the University) o dei Pale Fountains (Kiss Me a Lot) ed esibendo un’eleganza posticcia che viene spesso strangolata dal cattivo gusto.

Il superlativo assoluto in termini musicali tuttavia non viene mai lambito.

Solo esibito.

Rimane lucido e sarcastico invece lo sguardo di Moz sul mondo e sugli uomini. Politica, animalismo, diritti umani, barbarie familiari, guerra e amore.

Niente resta fuori dalle ruote dentate dall’ironia beffarda del crooner inglese i cui nuovi aforismi (lo scioglilingua everyone has babies babies full of rabies rabies full of scabies Scarlett has a fever ringlets full of ringworm angel of distemper the little fella has got Rubella nipper full of fungus junior full of gangrene minor’s melanoma tyke full of gripe whippersnapper scurvy urchin made of acne get that thing away from me il migliore del lotto, NdLYS) tuttavia sono più belli da salmodiare che da scrivere sul diario.

O sul proprio profilo Facebook.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro  

 

COLDPLAY – Ghost Stories (Parlophone)  

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Per il sesto disco della carriera i Coldplay decidono di raccontarci storie di fantasmi.

Un disco autobiografico, quindi.

Un album che simbolicamente va dunque oltre il punto morto degli ultimi dischi della formazione inglese dove si infieriva ripetutamente sulle salme sia pur rinsecchite delle belle canzoni dei Coldplay che furono.

Polverizzata quella materia che conservava in qualche modo una forma, seppur esanime, di quello che erano stati i Coldplay vivi di Parachutes e A Rush of Blood to the Head, ciò che rimane sono ectoplasmi annoiati che abitano stanze che puzzano di lenzuola ingiallite e che non fanno ne’ paura, ne’ orrore.

Scivolano e si lasciano guardare, in un ultimo, goffo tentativo di saziare il proprio narcisismo.

Non hanno corpo.

Non fanno ombra.

Non ispirano sorrisi e non cagionano lacrime.

Stanno sospese nella dannazione eterna di non essere ne’ vive, ne’ morte.

Il cielo è pieno di stelle.

Poi qualcuno toglie la trapunta e Chris Martin resta a guardare il nulla.

Anche la Luna è andata via, ripiegata nell’angolo stipato del cambio stagione.

Qualche fesso rimane a fissare il dito.

 

 

Franco “Lys” Dimauro

 

THE SEE SEE – Days, Nights & Late Morning Lights (Sundazed)

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Capita molto, molto di rado che la Sundazed si complichi la vita mettendo sotto contratto una band contemporanea (gli unici a venirmi in mente sono gli Straitjackets) licenziandone la produzione per il suo pubblico di ultra-fedelissimi amanti dell’old-music.

Devono dunque essere oltremodo orgogliosi i cinque ragazzi inglesi che rispondono al nome di See See, di essere approdati con questa uscita che raccoglie il meglio della loro produzione nel prestigioso catalogo della Sundazed dei coniugi Irwin e di potersi fregiare della firma di Sid Griffin in calce alle note di copertina di Days, Nights & Late Morning Lights, dopo aver ricevuto attestati di elogio da parte di gente come Jack White e Anton Newcombes.

Una galleria satura di gas folk-rock anni Sessanta (Byrds, Buffalo Springfield, Simon & Garfunkel, George Harrison, Kinks) speziati con i ricordi dell’ indie rock inglese di stampo Creation (non a caso Pete Astor è stato l’insegnante personale di Pete Greenwood) e le visioni espanse della psichedelia MODerna di Stone Roses, La‘s, Teenage Fanclub o Zutons.

O, se vi viene più facile, una versione da spiaggia dei Jesus and Mary Chain (ascoltare per credere una roba tipo Mary Soul).

Organetto, chitarre luccicanti, arie West-Coast, luccichii folkedelici, intrecci paradisiaci di voci e arpeggi semiacustici.

Insomma, quel che basta per essere definiti un trionfo di banalità oppure l’ennesima nuova stella della psichedelia britannica.

 

 

Franco “Lys” Dimauro

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THE CORAL – Singles Collection (Deltasonic)

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D’accordo, la sovraesposizione di In the Morning su ogni sorta di canale radio ci ha fatto odiare i Coral come solo i Rasmus prima di loro nuocendo al loro stato di band di culto ma sanando i loro conti in banca.

Questa raccolta sembra però volerci ricordare come i Coral siano una pop band di classe, con le radici saldate al suono british di giganti come Bunnymen e La‘s. Lo dimostrano qui più che le hits famose (In the Morning, Goodbye, Don’t Think You‘re the First), le brillanti movenze acustiche di Pass It On e Jacqueline e dell’inedita Being Something Else in cui il fantasma di Lee Mavers sembra venir fuori dalle casse per infilarsi dentro le tue coperte, mentre sullo stereo passano le istantanee vintage delle Nuggets che furono e delle cui polveri si è depositata traccia nei pezzi dei Coral. Che poi vi faccia schifo chi va in classifica è affar vostro. E a questo punto credo che anche nell’Inghilterra dominata dai Kinks e dai Move avreste avuto qualche problema.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro      

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THE CHARLATANS – Who We Touch (Cooking Vinyl)

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Una volta i Charlatans erano la miglior band di brit-pop, in grado di scrivere una cosa come Can‘t Get Out of Bed e di sbatterti davvero giù dal letto, malgrado il titolo.

E tirartici fuori saltando, come fosse il giorno più bello della tua vita.

Mica sbattendo il muso sullo stipite della porta.

Poi gli anni sono passati per tutti, loro e me compresi.

E la voglia di tirar fuori la gente dal letto è venuta meno. E i colpi sugli stipiti, per quanto mi riguarda, sono più frequenti delle botte a mia moglie.

Però mi piace vedere che credono ancora in quello che fanno e che la Cooking Vinyl non ha tarpato le ali a cotanta abnegazione pubblicando in edizione doppia il loro nuovo disco e pubblicando un promo “fisico” (udite udite, cari amici discografici che mandate i file delle suonerie Nokia al posto dei dischi) che è una perfetta copia del disco ufficiale: doppio cd, copertina di cartone lucida e apribile, libretto interno. Insomma, a parte il numero di catalogo, una copia perfetta.

Sarà una banalità ma anche da queste cose ti accorgi se una band è diventata del tutto di serie B o se conta ancora qualcosa. Magari solo per se stessa.

I Charlatans non credo faranno nuovi proseliti. Non con questo disco.

Hanno già detto tutto e quel poco che rimane loro da dire lo ribadiscono all’infinito (It’s All Down to Our Intimacy ripetuto fino alle crisi convulsive, Sincerity o Smash the System quasi…NdLYS) o lo fanno dire ad altri come nell’episodio migliore del disco affidato alle parole e all’ugola maleducata di Penny Rimbaud dei Crass.

Da questo punto di vista la scelta di uscire con un disco doppio comprendente gli scarti e i provini appare esecrabile. I La’s hanno dovuto aspettare quindici anni per vedere pubblicati gli scarti di un capolavoro, che i Charlatans abbiano almeno il buon gusto di aspettare un paio di mesi. O no?

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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