MICK COLLINS – Disperato Erotico Stomp

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Quando arrivano, nel 1989, i Gories sembrano già pronti per un film di Tarantino.

Solo che nessuno lo sa.

Quando arriva sui piatti il loro House Rockin’, il garage punk è destinato a cambiare pelle. Anzi, ad essere scuoiato.

Solo che, ancora una volta, nessuno lo sa.

Mick Collins, Dan Kroha e Peg O’Neill saltano fuori dal nulla, in una Detroit che non è più la patria del proto-punk e non è ancora il regno della techno.

Il rifugio che i tre scelgono sta altrove, infatti.

Nel Delta del Mississippi (John Lee Hooker e Bo Diddley), nella Memphis della Sun Records, nella New York dei Cramps e dei Velvet Underground, nei magazzini della Crypt Records di Tim Warren.

A metterli sotto contratto, quando sono ancora dei Signori Nessuno, è Len Puch degli Snakeout, per la sua etichetta personale chiamata Wanghead With Lips Records e per la quale debuttano con un paio di pezzi sul secondo volume di It Came From the Garage.

L’album esce due anni dopo, registrato con mezzi di fortuna procurati da Tom Conway dei Victims of Circumstance, due chitarre Fender e un minuscolo kit per batteria.

Non suona male come un qualunque disco Back from the Grave.

Suona peggio.

Il suono è deragliante e ossessivo allo stesso tempo.

Bianco e nero.

Capriccio e raccapriccio.

Scheletrico e voodoo.

Non è Screaming Jay Hawkins ma è il suo fantoccio.

House Rockin’ riporta il garage all’anno Zero e, insieme, lo accompagna verso gli anni Novanta.

Quando i Gories cominciano a gettare scompiglio nella loro Detroit è il crepuscolo degli anni Ottanta. Il garage punk ha ucciso se stesso indurendo il proprio suono, i caschetti e gli zazzeroni avevano lasciato il posto a capelli sempre più lunghi e scompigliati, la distorsione gracchiante dei Vox AC30 era stata rimpiazzata da quella satura e compressa dei Marshall. I santini di Standells e Count Five lasciano il posto alle icone di MC5, Flamin’ Groovies, New York Dolls e alle stimmate di Iggy Pop. È la nascita del proto-grunge. I Miracle Workers ne sono i profeti, anche se nessuno ne riconoscerà mai il valore storico.

L’intuizione di Mick Collins è fantastica e banale: il nuovo primitivismo deve tornare ancora più indietro, alle radici del rock ‘n roll. E deve essere così elementare da risultare offensivo. L’idea è di reclutare due perdigiorno che non hanno mai messo mano su uno strumento e di farli pestare come dei flintstones a un torneo di deadball. La nuova “purificazione” passa da qui. È un gioco di cavie umane.

Gente costretta a suonare il blues come se fosse l’unica cosa che esistesse al mondo. Due chitarre di seconda mano, uno striminzito kit di pellame, una voce nasale e disturbante come quella dei vecchi lagnosi bluesmen del delta.

Tutto il “nuovo” garage degli anni Novanta si fonderà su questa ricetta di base. Lo strazio blues-punk sarà la lordura che si contrapporrà alle peripezie funky-metal degli anni Novanta così come il neogarage aveva scelto di opporsi al synthpop del decennio precedente.

Le fosse da setacciare non sono più quelle delle piccole bands collegiali degli anni Sessanta ma quelle di uomini del blues uccisi dalla cirrosi epatica o impiccati ai rami rinsecchiti della disperazione, nelle piantagioni di cotone del sud. O uccisi a colpi di pistola mentre palpavano il culo sbagliato al mercato di spezie della città.

I Know You Fine, But How You Doin’, il secondo album della band uscito per la New Rose nel 1990 rappresenta la summa del Gories-pensiero e ridisegna i confini del genere. Al banco regia sta seduto Alex Chilton e lo spirito che si respira è lo stesso di Songs the Lord Taught Us dei Cramps e Behind the Magnolia Curtain dei Panther Burns. Stesso approccio anarchico e primordiale al rock ‘n roll. Un suono ossuto, rinsecchito, osteoporoso.

Rumore e approssimazione sono le nuove regole. Il virtuosismo sta a zero.

L’attacco di Hey! Hey! We‘re The Gories è programmatico: tamburi asciutti e un diddley-boogie chitarristico che ad un minuto esatto si infila in una carcassa di assolo rumoroso ed impreciso per non uscirne più mentre tre dementi fanno il verso ai Monkees. You Make It Move, a ruota, è invece una Gloria all’ultimo stadio di rachitismo. Detroit Breakdown è una visione della giungla di Detroit. Margaret accelera leggermente il passo, ma in realtà niente cambia, a parte un lagnoso stridere di armonica che si insinua in questa foresta diddleyana.

Quando entra Stranded, con quel fraseggio figlio di Link Wray che si chiude su un riff asciutto e marziale, si resta tramortiti. È tutto il garage punk più primitivo (i Gruesomes, i Primates, i Wylde Mammoths) che riemerge nella sua forza istintiva.

Goin’ to the River è un esercizio di maximum r ‘n b neolitico, Early in the Mornin’ è un rattrappito blues di Louis Jordan, Thunderbird ESQ una Boom Boom troglodita, Nitroglycerine un altro violento assalto garage ultrariverberato come ai tempi di Go Baby Go!Let Your Daddy Ride un John Lee Hooker d’annata, Six Cold Feet un ectoplasma blues che si muove fiaccamente sullo sfruttatissimo giro di You Don‘t Love Me di Willie Cobbs (uno standard R ‘n B ripreso negli anni da un mucchio di gente, Allman Brothers compresi, NdLYS), Queenie un feroce stomp del quale la successiva ristampa su Crypt risulta soprendentemente evirato, I’m Smashed è invece un vecchio numero orchestrale di Mose Allison completamente deturpato, Ghostrider la trasposizione elettrica delle bordate elettroniche del suono Suicide.

Eversione e ossessione. Ripetitività oscena e maniacale.

Chick-in un esercizio sui libri delle medie di Link Wray e Cramps di preludio all’ultima botta del disco ovvero la bellissima danza voodoo-punk di View From Here degna della Lupita Screams dei Gun Club che pare messa lì per farti venir voglia di rigirare il disco.

I Gories sono tornati in giro a fare l’unico lavoro che sanno fare e rovinarvi lo spettacolo di qualche festival estivo, stavolta in compagnia degli Oblivians.

Così, se pensavate come dei fessi che Pitchfork avesse del tutto disintegrato il rock ‘n roll e avete creduto a quella minchiata secondo cui la cosa più cool del mondo sia oggi suonare seduti al desk della propria cameretta mentre vi preparate un toast al prosciutto in attesa che lo scaldasonno riscaldi i peluche che ingombrano il vostro lettino, cominciate a preoccuparvi.

Gli uomini erano primati, e Darwin sarebbe orgoglioso di loro.

Forse un po’ meno di Antony and The Johnsons.

Lo “sbarco” in Europa lungamente inseguito come una chimera, si trasforma nella primavera del 1992 da sogno in incubo, segnando di fatto la fine dei Gories e la nascita dei Demolition Doll Rods. Ad aprire gli spettacoli organizzati nel vecchio Continente viene infatti invitata la ballerina di burlesque Margaret Doll Rod, in realtà convocata dalla band più per affiancare a Peg un’amicizia femminile che per reali esigenze organizzative. Il macinino dei Gories però si ingrippa definitivamente. Non è la prima volta che Peg scende dall’auto, ma al rientro in patria lo fa per l’ultima volta (finirà a New Orleans a picchiare le pelli dei Darkest Hours, autori di un discreto omonimo album di cui nessuno si è premurato di caricare su Youtube un estratto che sia uno). La ricerca di un batterista che si limiti a percuotere i tamburi con stecche e maracas restando nelle retrovie senza voler per forza di cose dimostrare al mondo che John Bonham ha trovato un erede, fallisce miseramente. Anche perché Dan Kroha ha già in mente di arruolare a tempo pieno Margaret e mettere in piedi un progetto di porn ‘n roll che gli porterà, ne è certo, un discreto successo.

Com’è quella storia del pelo di figa?

Ecco, i Gories sono diventati a quel punto un carro di buoi.

E anche Dan scende dalla macchina.

Outta Here, da poco assemblato dalla Crypt, diventa dunque il testamento della band di Detroit. Disarmonico e spastico quanto i primi due, da però l’impressione che la band dia il meglio di se nei pezzi altrui (due cover scheletriche e disadorne di Stormy dei Jesters of Newport e del piccolo classico della disco There But for the Grace of God Go I) limitandosi al solito baccanale di avanzi decomposti di frattaglie rock ‘n roll e funk liofilizzato per mettere su i propri brani. Come se i Gories avessero fretta di chiudere la saracinesca del garage. Cercando lì dentro di aggiustare lontano da occhi indiscreti quello che è invece già diventato un rottame.

 

Quando i Gories vennero fuori, nell’indifferenza generale (non mi si venga ORA a parlare con aggettivi grandi quanto i manifesti Benetton del loro ruolo seminale, propedeutico e blablabla…ALLORA nessuno se li cagava, e ve lo garantisco senza tema di smentita, NdLYS), nessuno avrebbe mai immaginato che quel nigga allampanato in gessato e occhiali fumè (col senno di poi…alquanto Tarantiniano) sarebbe diventato l’uomo cardine di tutto il rock ‘n roll Detroitiano. Nemmeno Mick Collins, che era il dato anagrafico corrispondente a quella figura sopra descritta. E non solo quello. Non solo Detroit, voglio dire. È a Los Angeles infatti che nasce la In the Red, etichetta nata come estremo atto votivo al suono scheletrico di Pussy Galore e appunto Gories. E parlo della label di Larry Hardy come di una delle più radicali e importanti etichette di lo-fi punk mai esistite. Cheater Slicks, Bassholes, ’68 Comeback, Necessary Evils, Hunches, Deadly Snakes, Clone Defects sono passati dai loro cessi, a graffitarne le pareti e sporcare le piastrelle. Terminata l’avventura dei Gories e concluso in malo modo e senza alcuna pubblicazione il contratto stipulato con la Warner Bros., quando Mick sembra non volerne più sapere di musica e soprattutto di etichette discografiche, Darin Lin Wood dei ’68 Comeback lo mette praticamente sotto assedio, finchè il nero non cede. I Blacktop, messi su proprio con Darin, avrebbero ridato fuoco alle polveri inesplose dei vecchi Gories. 14 mesi di fiamme rovinose. Poi, nuovamente la cenere. Solo che stavolta aveva la forma di uno spettro eroinomane. I Got a Baaad Feelin’ About It li ripercorrerà per intero, racchiudendo in 26 tracce TUTTA la produzione della band di Detroit. Un disco fondamentale, fatto di blues e rock ‘n roll basici ridotti all’essenziale, allo scheletro, al DNA primordiale.

 

Il punto di sutura fra il denim stracciato dei Blacktop e quello dei Dirtbombs si chiama King Sound, un quartetto che prevede oltre a Mick Collins l’altro ex-Blacktop Alex Cuervo al basso, la batterista dei Lord High Fixers Stephanie Friedman e Tim Kerr che, oltre che nei LHF aveva all’epoca già suonato sui dischi di Poison 13 e Monkeywrench e si apprestava a diventare uno dei produttori più ricercati della scena retro-punk del decennio successivo. Insomma, una sorta di “supergruppo dei poveri”, tenuto conto che anche gli altri Blacktop contribuiscono a far caciara su The Get-Down Imperative, un disco che mostra già quella visione policentrica che sarà centrale nei Dirtbombs. Lampante e spiazzante in questo senso la scelta delle cover, che vanno dal grande maestro Ray Charles ad una versione cisposa della Sheer Terror che i Government Issue avevano messo sul loro primo album per finire con i dieci minuti di vaghezze free-noise della Space Is the Place di Sua Divinità Re Sole.

Gli originali confermano invece l’abilità di Collins nello scrivere canzoni straccione e farcirle con una approssimazione da garage-band senza futuro o da blues band da marciapiede, costringendole a passare per una feritoia dove chitarre ed armonica tagliano come lame.

 

I Dirtbombs nascono subito dopo, col progetto iniziale di essere esclusivamente e ostinatamente una band da singolo abbandonata grazie all’insistenza di Larry Hardy della In the Red Records.

È grazie alla sua ostinazione che i Dirtbombs cambiano rotta al loro percorso e cominciano un altrettanto tortuoso circuito su grande formato, dove ogni disco, come era successo per quelli in formato più piccolo, è diverso da quello che lo ha preceduto e da quello che lo seguirà. Nelle intenzioni come nei risultati. Unica regola valida quella di non compiacere nessuno, costruendosi attorno una cintura d’odio e sconfessando fedi cui tutti dichiarano di credere tranne lui: Mr. Mick Collins. Horndog Fest manifesta sin da subito questa sua natura votata all’indisciplinatezza assoluta e beffarda, aprendo con uno strumentale dove fischi e rumore di ferraglia dilaniano l’aria, creando devastazione e annichilendo l’ascoltatore. È un ostacolo messo lì di proposito. Una sorta di iniziazione passando la quale ci si può inoltrare dentro l’universo dei Dirtbombs, schierati con quella che è, rispetto ai Gories, un’autentica big-band.

Una chitarra, due bassi, due batterie.

Che lavorano con la grazia della bassa manovalanza attorno ad un concetto di garage-punk che da un lato sfiora le pareti della musica industriale, dall’altra i corpi madidi di sudore della soul-music, spiumando la gallina di Link Wray con le dita aguzze di Edward Mani di Forbice, finchè questa non stramazza al suolo stordita dal dolore, creando musiche sci-fi per videogames impazziti, schizzi hardcore come in un’eiaculazione dei Black Flag, sinistri giochi di pedali fuzz, rumorosi incesti tra cheap guitars da hobo man e una sezione ritmica che percuote gli strumenti come i cuochi cinesi nei retrobottega dei ristoranti di Chinatown.

Fareste bene a non fidarvi, quando il boss nero passa a sorridere per i tavoli senza togliere per un solo attimo i suoi occhiali da sole.

Mentre ai Ghetto Recorders i Dirtbombs stanno assemblando quello che sarà il loro disco di debutto, i Red Aunts sono negli stessi studi per registrare Ghetto Blaster. La stima reciproca fra le due compagini fa si che si provi a mettere in piedi un progetto estemporaneo battezzato The Screws. I tre dischi usciranno praticamente in contemporanea l’anno successivo.

Tra questi, i blues carichi di odio degli Screws, è il migliore.

Perfetta appendice alla storia dei Gories, più di quanto lo siano i Dirtbombs, Hate Filled Blues è disco carico di garage-punk malvagio e primitivo innestato su rumori da ferrovia (Into the Ground), da opificio (I Wanna Go Shopping) o da giungla tropicale (Jesse LeeZulu Lulu). Molto più raramente su un punk bagnato nelle urine degli X-Ray Spex (Kill Someone You HateI Hate Music).

Mick Collins è l’urango sfuggito alla catena evolutiva, venuto a riprendersi quello che gli appartiene, dentro un’officina da autodemolizioni di Detroit.

 

Per organizzare una festa alticcia ci vogliono essenzialmente tre cose: alcol, musica e amici giusti. Diciamo in parti uguali. E diciamo che non avendone di questi ultimi, occorre forzare le percentuali degli altri due ingredienti. Così, tequila dentro ai bicchieri e Ultraglide in Black dentro al piatto, mi appresto a questo party onanistico.

Soul music corretta con un’altissima gradazione di garage-sound. Ovvero con le chitarre che friggono in vece dello stormire dei fiati. Un po’ come facevano da quelle parti i Rationals nello stesso istante in cui Mick Collins veniva al mondo con una tonnellata di melanina in più.

O, talvolta (Your Love Belongs Under a Rock, che è l’unico pezzo scritto da Mick Collins per l’occasione), con una pennellata di tastiera. Come facevano i Lyres quando decidevano di divertirsi con le canzoni di Otis Redding.

O facendo sbattere le ali del pipistrello di Bela Lugosi sulla soffitta di Curtis Mayfield prima di schiacciargli la testa a colpi di Kung Fu.

O strappando con forza tutti gli armonici della blues-harp come faceva Huey Lewis al fianco di Phil Lynott mentre questi cantava la sua ode a Stevie Wonder, Jimi Hendrix, Muhammed Alì, Professor Longhair e Robert Johnson.

Dimostrando che Bacco era un Dio nero.

 

Ancora una volta in contemporanea con un’uscita firmata Dirtbombs esce un nuovo lavoro degli Screws di Mick Collins e Terri Wahl.

Shake Your Monkey riesce ancora meglio che il suo predecessore a riattualizzare la musica black di Ray Charles e John Lee Hooker oltraggiandola con una buona dose di rumore e di sana follia no-wave o, semplicemente, riportandola ai suoi ingredienti base (l’armonica strisciante di Story 16, il glissato di Shake it, Baby, lo strepitoso blues acustico di The Storm, la bolgia di slide di I’m Your and I’m Hers).

Un disco antropologicamente perfetto.

Uomini e scimmie dovrebbero esserne fieri.

Il capolavoro dei Dirtbombs arriva nel 2003. Si intitola Dangerous Magical Noise ed è l’ultimo registrato con la line-up storica, visto che Tom Potter lascerà da lì a poco la band per dare vita ai Detroit City Council, formazione heavy-funk messa sotto contratto dalla Acid Jazz. Quello che negli obiettivi di Mick Collins deve essere l’album “pop” del gruppo si sposta in più di un’occasione verso un suono sfacciatamente, spudoratamente glam pur senza abbandonare la sua coperta di Linus punk e le sue lenzuola sporche di umori soul. Rimane dunque tendenzialmente sgraziato e imperfetto ma all’occasione galantuomo e consolatore. Sono le stimmate perfette per uno come Collins, da un lato affascinato dai grandi della black music e quindi dalle proprie radici culturali e storiche (John Lee Hooker, Sly Stone, James Brown, Curtis Mayfield, Sun Ra) e dall’altro dannatamente perso dentro un incubo urbano di metallo e cemento (lo spettro della Detroit industriale che già affiorava in passato sotto forma di proiezioni Stoogesiane e che qui riappare in tutta la sua violenza sottopelle pur colorandosi di fioriture glam e protopunk). Gli spettri di Marc Bolan, Gary Glitter, Mick Turner e Mission of Burma che fumano pipe di crack nel quartiere nero della città. Profondo e bruciante come una ferita da arma da taglio, se ve ne siete mai procurata una.

 

Il progressivo riavvicinamento di Mick Collins alle proprie radici e quindi il parallelo viaggio alla riscoperta di una forma totale di black music ha avuto risvolti inaspettati e andare indietro con la mente ai tempi dei Gories ascoltando il nuovo disco a firma Voltaire Brothers è operazione mnemonicamente complessa e tutt’altro che lineare. Rivitalizzato con i Dirtbombs il cadavere del blues attorno alle cui ossa i Gories avevano allestito il loro teatro di rock ‘n roll primitivo e basilare, Mr. Collins rivolge ora le proprie attenzioni al corpo prosperoso e pingue del funky. I Sing the Booty Electric è il disco di un collettivo numerosissimo, come da grande tradizione funky: diciassette musicisti alle prese con ritmi grassi e sottilmente psichedelici, cioè dinamici ma piegati al mood più che al groove, sei composizioni medio/lunghe, con sbrodolii strumentali, spolvero di fiati, vocioni e cori black, ritmi da far tremare le chiappe, un tributo al genio sregolato di gente come Sly Stone (la title-track sembra evocare la If You Want Me to Stay della sua Family, NdLYS), George Clinton, Maceo Parker, se non Frank Zappa la cui Trouble Everyday viene qui deformata in un numero da circo funkedelico. Se avete venduto la vostra collezione di classici del blues per compravi tutta la discografia dei Parliament o la blaxpoitation da magnaccia delle raccolte Harmless, eccovi il vostro disco dell’anno.

Nel 2007, invero un po’ a sorpresa, la musica dei Dirtbombs assalta il grande schermo, spingendo la loro cover di Chain of Fools su un popolo ignaro. Il gruzzoletto racimolato in diritti d’autore servirà alla band per cambiare quartier generale passando dagli studi Ghetto (in pratica la zona living della casa del bassista) agli appena inaugurati High Bias Recordings dove mettono in piedi We Have You Surrounded, ispirato alle vignette di Alan Moore (avete presente la famosa maschera baffuta di V for Vendetta? Be’, è opera sua. NdLYS) e musicando le avventure di Leopardman at C&A (portando a compimento il lavoro mai iniziato da  David J. con cui Moore aveva dato vita all’estemporaneo progetto Sinister Ducks). Un disco che combina diverse anime, da quella più pop (La Fin du Monde sarebbe dovuto essere il pezzo giusto per portare i Dirtbombs in cima alle preferenze del pubblico indie. Ma non l’ha fatto) a quella più sperimentale (gli otto minuti di rumore di Race to the Bottom), passando per quella più barbaramente trucemente garage (l’inaugurale It’s Not Fun Until They See You Cry che pare registrata nello stesso disordine della Good Times dei Nobody’s Children) e quella più ricettiva nei confronti di certa new-wave metallica inglese (lo svolazzare dell’uomo leopardo non è pericolosamente simile a quello delle ali del Bela Lugosi di memoria Bauhaus?), del glam rock e del power-pop.

Forse troppo mutevoli ed inafferrabili, i Dirtbombs mancano quel capolavoro che ci si aspettava dopo Dangerous Magical Noise ma riescono ad elaborare un percorso del tutto personale (e carico di personalità) dentro i confini ormai troppo stretti di garage-band che infatti abbatteranno definitivamente di lì a poco.

 

L’idea originaria era di registrare una quindicina di singoli e scomparire dai libri di storia, semmai qualcuno ce li avesse ficcati dentro. Invece i Dirtbombs sono diventati un affare serio, anche discograficamente parlando.

Che sarebbe quella cosa che ti spinge a incidere un album e poi un altro e poi un altro ancora. E infine li metti uno sull’altro l’assalto alla storia lo fai dall’alto.

Però, come spiega Mick Collins nelle note di copertina di questa raccolta, “I singoli vanno dritti al cuore, ti mostrano tutto quello di cui hai bisogno. Due canzoni: BAM! Un altro singolo, altre due canzoni, BAM! Come artista, hai a disposizione non più di dodici minuti per finire il tuo lavoro e nessuno spazio per i riempitivi. Allo stesso tempo, ti rendono artisticamente libero. Puoi fare qualsiasi cosa su due canzoni e non importa se nessuno le ascolterà perché la prossima volta sarai libero di fare qualcosa di completamente diverso”.

Questo era dunque lo spirito che animava Mick una volta sciolti i Gories.

Una band che potesse suonare diversa ad ogni canzone, senza alcun vincolo artistico.

Ecco perché If You Don‘t Already Have a Look si candida, al di là della sua natura di raccolta, a diventare il disco definitivo della band di Detroit.

Cinquantadue canzoni su due compact disc. Uno per gli originali scritti da Mick Collins, l’altro per le cover che la band ha disseminato sull’asfalto di Detroit passando senza vergogna alcuna dai Bee Gees ai Gun Club, dalle ESG ai Flipper, da Yoko Ono agli Ohio Players, da Lou Rawls agli Elois, dai Soft Cell ai Cheater Sliks, da Elliott Smith ai Rolling Stones. Tutto e il contrario di tutto.

Spirito e forma però rimangono intatte, preservate nel loro splendore lo-fi garage dalla formula elementare che le ha generate.

Voce, chitarra, basso, batteria. E tonnellate di rumore.

Quello serio.

Quello che quando lo incontri, te ne accorgi.

E qui lo si incontra spesso, fino a venirne sommersi.

E viene da chiedersi se è vero come dice Willie Dixon che gli uomini non lo sanno ma le ragazzine lo capiscono. O se, più verosimilmente, non capiranno un cazzo ne’ gli uni ne’ le altre.

Se il titolo gommoso dovesse lasciare ancora qualche dubbio, il cartoon della copertina di Ooey Gooey Chewy Ka-Blooey! dove la band di Detroit posa come gli Archies fuga via ogni residuo sospetto: i Dirtbombs rendono omaggio alla più disimpegnata e goliardica scena musicale degli anni Sessanta: quella della bubblegum music creata ad artificio dentro la casa di produzione Super K. Nata “in vitro” per contrastare la musica impegnata dei cantautori di protesta e il beat indisciplinato delle garage bands, la bubblegum della premiata ditta Jerry Kasanetz e Jeff Katz fece man bassa delle classifiche nel 1968 scoprendo un nuovo filone d’oro nella musica per teenagers.

Era una parodia del beat, svuotata di ogni avanzo di aggressività.

Un contenitore privo di contenuto che imponeva ai giovani musica senza nerbo e alle classifiche gruppi o, molto sovente, gruppi-fantasma come Ohio Express, Tommy James and The Shondells, Archies, 1910 Fruitgum Co., Sugar Bears, Lemon Pipers, Crazy Elephant. Musiche e testi completamente disimpegnati che avevano un triplice obiettivo: vendere, vendere e vendere.

Sognato e progettato da lungo tempo, ora che i mercati internazionali affondano e l’ottimismo naufraga tra le onde di un mare sempre più scuro, vede finalmente la luce il disco-omaggio alla bubblegum pensato da Mick Collins.

Suona come una provocazione.

Ma, più verosimilmente, suona ahinoi come un disco degli Shondells.

Con l’aggravante (o l’attenuante, dipende dal vostro punto di vista) di essere, a differenza di quelli, fuori contesto storico.

E così i Dirtbombs, approfittando della stima di cui godono, ci costringono oggi a fare quello che evitammo di fare allora: ascoltare un intero album di bubblegum music. Oppure qualcuno tra voi ha davvero ascoltato per intero Goody Goody Gumdrops, Chewy Chewy o Green Tambourine?

Dieci canzoni scritte da Collins inscenando la parodia della parodia, con una finezza da intenditore come la scelta di sfumare i brani anziché smorzarli, come era d’ uso fare nei 45 giri della Buddha Records e una capacità del tutto naturale di scrivere canzonette facili facili, talmente stupide e appiccicose da risultare talvolta irritanti (Jump and ShoutCrazy For You), proprio come quelle gomme da masticare che ti si appiccicavano al sedere mentre pomiciavi con la tua ragazza nella panchina del parco o sotto la suola delle scarpe mentre la riportavi a casa con l’audace speranza che ti invitasse a salire approfittando dei genitori che si erano assopiti ascoltando un noiosissimo disco di Charles Aznavour.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BLONDIE – Plastic Letters (Chrysalis)  

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Nonostante il grande hype che l’esordio dei Blondie aveva generato, nessuno se non qualche australiano e uno sparuto numero di inglesi aveva comprato i loro dischi. Le cose cambiano leggermente con Plastic Letters, che infila un paio di brani nella top ten britannica seppure per riuscire nell’offensiva alle charts americane la band dovrà aspettare il tocco di Mike Chapman sulla loro Heart of Glass. A vendere sono soprattutto le riviste dove la bella Harry campeggia in copertina, come Zig Zag, Hit Parade, Rock Folk, NME, Look-In, Superpop, Creem, Telegraph o High Times dove la Debbie viene “venduta” come la Marylin Monroe del punk.

Piace, molto, la figura di Debbie. Piace un po’ meno il pop frizzantino della sua band che su Plastic Letters strizza l’occhio più di una volta al classico suono americano degli anni Cinquanta, ai cori doo-wop, al Presley che schiocca le dita intonando Stuck on You o Return to Sender, alla surf music da jukebox californiano, alla bubblegum degli Archies. Molto più semplicemente i Blondie hanno scelto di stare dal lato sbagliato, quello dei punk che poco spendono in dischi. E quando possono, di certo non investono sul pop sbarazzino dei Blondie. Solo l’anno dopo, trovando l’abbrivio perfetto per la musica disco, nuova mecca dei figli della borghesia e dei benestanti occidentali, sbaraglieranno tutti. Plastic Letters giace dunque, pur con il suo poker di assi (Fan Mail, Youth Nabbed as Sniper, Kidnapper, Detroit 442) nel piccolo microcosmo dei dischi incompresi.

Peccato, trattandosi del miglior disco dei Blondie.

Quello che dando un colpo al cerchio e uno alla botte, riesce sempre a mandare a segno un calcio.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BLONDIE – Blondie (Private Stock)  

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David Bowie, Lou Reed, Iggy Pop, Joey Ramone, David Johansen, Joan Jett, Andy Warhol, Richard Hell, Sting, Chrissie Hynde, Siouxsie Sioux, Chuck Berry, Lester Bangs. Nessuno va via da New York senza portare come souvenir una foto accanto a Debbie Harry. Perché lei è bellissima e perché Chris Stein, suo compagno pubblico e privato, non gira mai senza una macchina fotografica al collo.

Debbie non è più la coniglietta dai capelli neri che accoglieva gli avventori del Playboy Club sulla 59th Avenue con uno sgambato corpetto rosa e un batuffolo di organza sul sedere tondo e sodo ma una bionda dagli zigomi perlacei e dalle gambe contagiose. 

Può far innamorare chiunque, se solo lo volesse. E in tanti se ne innamorano.
Vederla sul palco del CBGB’s era un po’ come rivedere Nico salire sul palco dell’Exploding Plastic Inevitable esattamente dieci anni prima. Un felino biondo che tiene a bada un piccolo branco di lupi neri che ululano dietro di lei.

Debbie e i Blondie sono la cosa più conforme allo zuccheroso ed elegante pop Spectoriano degli anni Sessanta che possa capitare di ascoltare in giro nella New York accesa dal sacro fuoco punk. Melodie appiccicose e gentili sorrette da un piccolo muro di suono garantito dalle chitarre, da qualche battito di mani e dal sintetizzatore che suona come un organetto Bontempi.
Il punk è dunque solo un pretesto per portare in scena uno spettacolo che non ha in sé nessuna vera rivoluzione se non quella di ripristinare un concetto di pop abbastanza elementare.
Blondie, il disco che li porta dal palco del CBGB’s sugli espositori dei negozi è dunque lavoro altamente commestibile, col suo anacronistico e anche banale miscuglio di coretti doo-wop, echi surf, ballate in stile cheek-to-cheek e semplici girotondi beat.
La new wave partorisce il suo primo paradosso.

 

                                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BAY CITY ROLLERS – Elevator / Voxx / Ricochet (7t‘s )    

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Oggetto di uno dei più robusti ed invasivi culti nella storia della cultura pop, dei Bay City Rollers pare oggi essersi persa memoria. Ben vengano dunque le reissues della 7t‘s, label dedita al recupero della memorabilia glam/bubblegum di quel decennio. Questa è la trilogia conclusiva, pubblicata col moniker The Rollers dopo che l’uragano punk aveva inghiottito la Rollermania, mentre la formazione subiva il crollo delle proprie vendite, l’abdicazione dalle charts, i sabotaggi promozionali della Arista e i ribaltamenti di line-up. Ciò nonostante, la musica dei Rollers rimaneva ancora l’emblema di un rock appiccicoso, costruito per piacere e per invadere le classifiche e i letti delle teenagers. Ovvero ciò che realmente conta nel music-biz, molto più che le parole di un recensore di merda come me. Insomma, roba che nella sua tamarraggine più oscena (diciamo Ricochet…) è capace di sfiorare le nefandezze del nostro Umberto Balsamo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SHADOWS OF KNIGHT – Shadows of Knight (Rev-Ola)

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The Shadows go pop! Questo avrebbe potuto essere lo slogan del passaggio della band di Chicago alle scuderie Buddah, avvenuto nel ’69 dopo essere stati “svenduti” dalla Dunwich per il prezzo di un solo dollaro e dopo che la band si è, di fatto, disintegrata. Col solo Jim Sohns a detenere il nome del gruppo (cosa che avrebbe anche potuto evitare, visto lo sfacelo che ci ha riservato un paio di anni fa con A Knight to Remember, NdLYS), gli SoK ritentano il colpo gobbo riuscito quattro anni prima con la cover di Gloria: sfondare le classifiche. Gli riesce solo in parte, col singolo Shake. L’album che ne segue è una farsa montata alleggerendo l’archivio della Buddah di alcuni provini irrisolti per le sue bands fantasma e per le quali gli Shadows of Knight suonano ora come sessionmen. Prestando il fianco a facili ironie sul loro nome, gli Shadows sono ora l’Ombra di loro stessi, al servizio di agili burattinai come Jerry Kasenetz e Jeff Katz, artefici di un decennio di scempiaggini che vanno dal Ballo di Simone fino alla Black Betty sfigurata dai Ram Jam.  

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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REDD KROSS – Third Eye (Atlantic)  

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Quando ero un ragazzino irrequieto, appiccicavo le chewing-gum sotto il banco.

Poi a fine anno le contavo. Un distintivo di gomma per ogni minuto di noia.

Me ne sono ricordato adesso che ascolto Third Eye dei Redd Kross, delle chewing-gum e dei sedici anni che non mi hanno più ridato indietro.

E poi ripenso a quel 1990, a scuole ormai terminate. L’anno in cui in California albeggiò color Rosso e tutti girarono gli occhi verso Nord.

Come era già stato per Neurotica i colori sono vividi, accecanti, selvaggi, e contrastano col pallore della loro carne che il sole di Los Angeles sembra non aver neppure sfiorato. Dalla copertina di Third Eye, i Redd Kross si ripresentavano al mondo come dei moderni hippie asessuati e lungocriniti, vestiti in abiti sgargianti, in pose serafiche da tranquillità zen. Delle bambole di plastica in maglia di poliestere.  

Vicinissimo, se non negli intenti di certo nei risultati, a quel Magnum Cum Louder pubblicato dagli Hoodoo Gurus qualche mese prima e che strizzava il succo dell’hair-metal dentro la coppa del sixties-pop (rasentando il plagio in almeno un paio di episodi, NdLYS), Third Eye rade al suolo le guglie punk dei primissimi Redd Kross e alza un tempio buddista votato alla contemplazione del cielo stellato del power-pop e della musica bubblegum. Quella che si appiccica, per l’appunto. Come le mie chewing-gum che avevano concluso il loro ciclo vitale e lasciavano il campo all’alitosi da canapa indiana.

Le undici canzoni di Third Eye, nella loro calibratura melodica, tonale ed armonica, nel loro citazionismo sibillino o palese, nella loro arrogante miscela di assoli hard-rock e voci caramellate (Elephant Flares e Shonen Knife le punte di diamante di questa attitudine kitsch), brillano di una perfezione quasi irritante per la loro capacità di sterzare sempre ad un passo dall’imbocco del cattivo gusto, per la loro vanagloriosa illusione che ci regalano di un mondo più buono e giusto dove ogni cosa scivola via con la sua giusta dose di insofferenza cremosa, per il loro vello di pecora che ha la soffice arrendevolezza di cedere alle zanne del lupo, per la loro puerile audacia di frenare una valanga di fango con un morbido argine di marshmellows. Poi si viene travolti, tutti. E dopo l’inondazione, ognuno cerca il suo ramo d’ulivo. Questo è il mio.  

     

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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REDD KROSS – Teen Babes From Monsanto (Gasatanka)  

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Monsanto non sta su nessuna cartina geografica. E, per quanto ne so, neppure su molti scaffali di dischi. Non la troverete recensita su Trip Advisor, dunque. E anche sui siti di musica non troverete granchè.

Perché quando viene stampato, per la minuscola Gasatanka Records, nessuno fuori dall’area di Los Angeles sa ancora chi siano i Redd Kross. E anche adesso che è stato ristampato, saranno solo in 250 a metterselo a casa. Non molti di più che una gangbang.

Pubblicato pochi mesi dopo aver modificato la ragione sociale, Teen Babes From Monsanto è insomma il disco-cult per eccellenza nella discografia dei fratelli McDonald. Sei cover più una nuova versione di Linda Blair, dedicata all’attrice che ha segnato l’adolescenza dei due ragazzini più di qualsiasi regina del porno.

Steve non ha ancora raggiunto la maggiore età. Jeff ha appena raggiunto quella per cui puoi tranquillamente andare ad ubriacarti nei pub.

E abitano un mondo fantastico. Con vicini di casa come gli Stooges e le Shangri-Las. Cosicchè non avrai problemi ne’ col veleno ne’ con lo zucchero. E infatti, i Redd Kross non ne hanno ne’ con l’uno (DeuceAnnSavior MachineLinda Blair) ne’ con l’altro (Heaven Only KnowsBlow You A Kiss In the Wind). Sbagliano, stonano, si esaltano, si divertono. Avevate anche voi quell’età lì, ricordate?

E tirano fuori un disco bellissimo. Che dura quanto dovrebbe durare una vera scopata. Non quelle noiose robe tantriche che finisci per sbadigliare. Dico una roba che hai il tempo giusto per godere senza dover simulare alcunchè.  

Voi in quale mondo vivete?

Appendete le camicie alle grucce? I diffusori di vapore ai termosifoni? Le vostre bramosie d’amore alle trecce di Rapunzel?

I Redd Kross suonano anche per voi, qualunque sia il vostro sogno sbagliato.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE WITCHES – A Haunted Person‘s Guide to (Alive Naturalsound)

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Un greatest hits di cui nessuno pare sentisse il bisogno. Eppure, eccolo.

Le “Streghe” hanno bazzicato le cripte di Detroit da un decennio almeno, senza che nessuno sentisse il bisogno di invocare la Santa Inquisizione, forse anche per i trascorsi ambigui del loro creatore Troy Gregory, invischiato in “strane storie” con band come Wasted Youth, Prong, Flotsam & Jetsam, Killing Joke, Swans (e in passato tra i candidati a sostituire Cliff Burton tra le fila dei Metallica, NdLYS).

Band parecchio lontane dalle coordinate retro-rock dei Witches che invece masticavano bocconi di power-pop, psichedelia e bubblegum. Questa “guida” raccoglie frammenti dai loro quattro album e tre inediti come Everyone‘s the Greatest che avrebbe fatto un figurone sulle Battle of the Garages, l’elegante disegno paisley di Creepin’ Thru Yer Galaxy o la stonata Spirit World Rising che pare un provino di Robyn Hitchcock suonato da Ariel Pink.

Gregory è un piccolo portento osannato in America da gente come Jim Diamond, Mick Collins (la sua militanza con i Dirtbombs lo certifica), Matthew Sweet, Nathaniel Mayer, Andre Williams che qui, nella terra dei cachi, fatica a farsi un nome.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro   

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THE CASANOVAS – The Casanovas (Rubber)

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In fondo è sempre la stessa solita storia: gente che sale sul carrozzone e approfitta del momento propizio per proporsi alla label di turno desiderosa di avere nel proprio roster il gruppo che sfoggia il “suono del momento”. E il suono del momento, strano a dirsi, è il suono di ieri. Gente come i Datsuns o Darkness stanno praticamente rimettendo in asse il canovaccio classico del retro-rock capellone e sopra le righe. Tommy Boyce, con quel nome lì, avrebbe di certo potuto scrivere innocue canzoncine bubblegum come quel suo lontano omonimo che usciva con Bobby Hart invece la sua passione smodata per quegli altri australiani celebri dei fratelli Young lo ha portato a tirar su un terzetto dal classico tiro hard rock. Classico come sinonimo di volgarmente ignorante. Puro intrattenimento ad alto volume, riffoni elementari che si incastrano sotto una voce che declama amore e follia urbana. I classici del gruppo (Livin’ in the City, No Time for Love, Shake It) sono insomma tipica roba figlia di Rose Tattoo e AC/DC pur con un approccio vocale meno enfatizzato ma si sente che la band ha anche radici diverse dal classico boogie ipervitaminizzato e quindi l’effetto plagio viene evitato. Un pezzo come Strange Dreams  ad esempio è puro distillato di classico power pop, roba che solo un gruppo australiano può concepire in tale forma, non molto distante da quella che gente come Danny McDonald o Michael Carpenter scrivono da anni. Il tipico clichè-trappola della ballata figlia degli Aerosmith viene dunque fugato con classe. Here’s to It invece approda dalle parti dello street rock e di Johnny Thunders. One More Time è un rock ‘n roll alla velocità della luce, efficace in quanto banale. Il finale è affidato alla vecchia 10 Outta 10 che il gruppo si tiene sul groppone da cinque anni e che ha invece nell’emulazione del falsetto BonScottiano la sua sublimazione parodistica. Il rock ‘n roll che celebra se stesso. Con tutti i suoi pregi e i suoi mille difetti. Il trionfo del rock spazzatura.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro
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THE SIRENS – More Is More (MuSick)    

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Adoro le Sirens e il loro concetto tamarro di rock ‘n roll. Zeppone, latex, miniskirts, pailettes, chitarre dorate e Ray-Ban™. L’incarnazione dell’incoscienza del rock ‘n roll, fotografata nella sua stagione più volgare e cafona: quella dell’apoteosi glam di Sweet, Slade, Boys, Rail, Bowie su e giù per la storia più colorata del teen-rock: dalle Shangri-Las di Right Now Not Later fino alle parodie glam di quel cult di celluloide che fu Hedwig & The Angry Inch transitando per gli MC5 del secondo disco. Patte gonfie di salviettine e passere spaccate in due dalle cuciture di raso, come grandi conchiglie fluorescenti, chewing gum appiccicate sulle palette delle chitarre e camerini stracolmi di trousse, lacche e riviste porno-soft. Rock ‘n roll sganciato dalla realtà, che ha vita parallela. Un suo ossigeno, una sua mappa coronaria, un suo ciclo mestruale.

 

                                            Franco “Lys” Dimauro

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