BLONDIE – Plastic Letters (Chrysalis)  

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Nonostante il grande hype che l’esordio dei Blondie aveva generato, nessuno se non qualche australiano e uno sparuto numero di inglesi aveva comprato i loro dischi. Le cose cambiano leggermente con Plastic Letters, che infila un paio di brani nella top ten britannica seppure per riuscire nell’offensiva alle charts americane la band dovrà aspettare il tocco di Mike Chapman sulla loro Heart of Glass. A vendere sono soprattutto le riviste dove la bella Harry campeggia in copertina, come Zig Zag, Hit Parade, Rock Folk, NME, Look-In, Superpop, Creem, Telegraph o High Times dove la Debbie viene “venduta” come la Marylin Monroe del punk.

Piace, molto, la figura di Debbie. Piace un po’ meno il pop frizzantino della sua band che su Plastic Letters strizza l’occhio più di una volta al classico suono americano degli anni Cinquanta, ai cori doo-wop, al Presley che schiocca le dita intonando Stuck on You o Return to Sender, alla surf music da jukebox californiano, alla bubblegum degli Archies. Molto più semplicemente i Blondie hanno scelto di stare dal lato sbagliato, quello dei punk che poco spendono in dischi. E quando possono, di certo non investono sul pop sbarazzino dei Blondie. Solo l’anno dopo, trovando l’abbrivio perfetto per la musica disco, nuova mecca dei figli della borghesia e dei benestanti occidentali, sbaraglieranno tutti. Plastic Letters giace dunque, pur con il suo poker di assi (Fan Mail, Youth Nabbed as Sniper, Kidnapper, Detroit 442) nel piccolo microcosmo dei dischi incompresi.

Peccato, trattandosi del miglior disco dei Blondie.

Quello che dando un colpo al cerchio e uno alla botte, riesce sempre a mandare a segno un calcio.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BLONDIE – Blondie (Private Stock)  

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David Bowie, Lou Reed, Iggy Pop, Joey Ramone, David Johansen, Joan Jett, Andy Warhol, Richard Hell, Sting, Chrissie Hynde, Siouxsie Sioux, Chuck Berry, Lester Bangs. Nessuno va via da New York senza portare come souvenir una foto accanto a Debbie Harry. Perché lei è bellissima e perché Chris Stein, suo compagno pubblico e privato, non gira mai senza una macchina fotografica al collo.

Debbie non è più la coniglietta dai capelli neri che accoglieva gli avventori del Playboy Club sulla 59th Avenue con uno sgambato corpetto rosa e un batuffolo di organza sul sedere tondo e sodo ma una bionda dagli zigomi perlacei e dalle gambe contagiose. 

Può far innamorare chiunque, se solo lo volesse. E in tanti se ne innamorano.
Vederla sul palco del CBGB’s era un po’ come rivedere Nico salire sul palco dell’Exploding Plastic Inevitable esattamente dieci anni prima. Un felino biondo che tiene a bada un piccolo branco di lupi neri che ululano dietro di lei.

Debbie e i Blondie sono la cosa più conforme allo zuccheroso ed elegante pop Spectoriano degli anni Sessanta che possa capitare di ascoltare in giro nella New York accesa dal sacro fuoco punk. Melodie appiccicose e gentili sorrette da un piccolo muro di suono garantito dalle chitarre, da qualche battito di mani e dal sintetizzatore che suona come un organetto Bontempi.
Il punk è dunque solo un pretesto per portare in scena uno spettacolo che non ha in sé nessuna vera rivoluzione se non quella di ripristinare un concetto di pop abbastanza elementare.
Blondie, il disco che li porta dal palco del CBGB’s sugli espositori dei negozi è dunque lavoro altamente commestibile, col suo anacronistico e anche banale miscuglio di coretti doo-wop, echi surf, ballate in stile cheek-to-cheek e semplici girotondi beat.
La new wave partorisce il suo primo paradosso.

 

                                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BAY CITY ROLLERS – Elevator / Voxx / Ricochet (7t‘s )    

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Oggetto di uno dei più robusti ed invasivi culti nella storia della cultura pop, dei Bay City Rollers pare oggi essersi persa memoria. Ben vengano dunque le reissues della 7t‘s, label dedita al recupero della memorabilia glam/bubblegum di quel decennio. Questa è la trilogia conclusiva, pubblicata col moniker The Rollers dopo che l’uragano punk aveva inghiottito la Rollermania, mentre la formazione subiva il crollo delle proprie vendite, l’abdicazione dalle charts, i sabotaggi promozionali della Arista e i ribaltamenti di line-up. Ciò nonostante, la musica dei Rollers rimaneva ancora l’emblema di un rock appiccicoso, costruito per piacere e per invadere le classifiche e i letti delle teenagers. Ovvero ciò che realmente conta nel music-biz, molto più che le parole di un recensore di merda come me. Insomma, roba che nella sua tamarraggine più oscena (diciamo Ricochet…) è capace di sfiorare le nefandezze del nostro Umberto Balsamo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SHADOWS OF KNIGHT – Shadows of Knight (Rev-Ola)

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The Shadows go pop! Questo avrebbe potuto essere lo slogan del passaggio della band di Chicago alle scuderie Buddah, avvenuto nel ’69 dopo essere stati “svenduti” dalla Dunwich per il prezzo di un solo dollaro e dopo che la band si è, di fatto, disintegrata. Col solo Jim Sohns a detenere il nome del gruppo (cosa che avrebbe anche potuto evitare, visto lo sfacelo che ci ha riservato un paio di anni fa con A Knight to Remember, NdLYS), gli SoK ritentano il colpo gobbo riuscito quattro anni prima con la cover di Gloria: sfondare le classifiche. Gli riesce solo in parte, col singolo Shake. L’album che ne segue è una farsa montata alleggerendo l’archivio della Buddah di alcuni provini irrisolti per le sue bands fantasma e per le quali gli Shadows of Knight suonano ora come sessionmen. Prestando il fianco a facili ironie sul loro nome, gli Shadows sono ora l’Ombra di loro stessi, al servizio di agili burattinai come Jerry Kasenetz e Jeff Katz, artefici di un decennio di scempiaggini che vanno dal Ballo di Simone fino alla Black Betty sfigurata dai Ram Jam.  

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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REDD KROSS – Third Eye (Atlantic)  

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Quando ero un ragazzino irrequieto, appiccicavo le chewing-gum sotto il banco.

Poi a fine anno le contavo. Un distintivo di gomma per ogni minuto di noia.

Me ne sono ricordato adesso che ascolto Third Eye dei Redd Kross, delle chewing-gum e dei sedici anni che non mi hanno più ridato indietro.

E poi ripenso a quel 1990, a scuole ormai terminate. L’anno in cui in California albeggiò color Rosso e tutti girarono gli occhi verso Nord.

Come era già stato per Neurotica i colori sono vividi, accecanti, selvaggi, e contrastano col pallore della loro carne che il sole di Los Angeles sembra non aver neppure sfiorato. Dalla copertina di Third Eye, i Redd Kross si ripresentavano al mondo come dei moderni hippie asessuati e lungocriniti, vestiti in abiti sgargianti, in pose serafiche da tranquillità zen. Delle bambole di plastica in maglia di poliestere.  

Vicinissimo, se non negli intenti di certo nei risultati, a quel Magnum Cum Louder pubblicato dagli Hoodoo Gurus qualche mese prima e che strizzava il succo dell’hair-metal dentro la coppa del sixties-pop (rasentando il plagio in almeno un paio di episodi, NdLYS), Third Eye rade al suolo le guglie punk dei primissimi Redd Kross e alza un tempio buddista votato alla contemplazione del cielo stellato del power-pop e della musica bubblegum. Quella che si appiccica, per l’appunto. Come le mie chewing-gum che avevano concluso il loro ciclo vitale e lasciavano il campo all’alitosi da canapa indiana.

Le undici canzoni di Third Eye, nella loro calibratura melodica, tonale ed armonica, nel loro citazionismo sibillino o palese, nella loro arrogante miscela di assoli hard-rock e voci caramellate (Elephant Flares e Shonen Knife le punte di diamante di questa attitudine kitsch), brillano di una perfezione quasi irritante per la loro capacità di sterzare sempre ad un passo dall’imbocco del cattivo gusto, per la loro vanagloriosa illusione che ci regalano di un mondo più buono e giusto dove ogni cosa scivola via con la sua giusta dose di insofferenza cremosa, per il loro vello di pecora che ha la soffice arrendevolezza di cedere alle zanne del lupo, per la loro puerile audacia di frenare una valanga di fango con un morbido argine di marshmellows. Poi si viene travolti, tutti. E dopo l’inondazione, ognuno cerca il suo ramo d’ulivo. Questo è il mio.  

     

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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REDD KROSS – Teen Babes From Monsanto (Gasatanka)  

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Monsanto non sta su nessuna cartina geografica. E, per quanto ne so, neppure su molti scaffali di dischi. Non la troverete recensita su Trip Advisor, dunque. E anche sui siti di musica non troverete granchè.

Perché quando viene stampato, per la minuscola Gasatanka Records, nessuno fuori dall’area di Los Angeles sa ancora chi siano i Redd Kross. E anche adesso che è stato ristampato, saranno solo in 250 a metterselo a casa. Non molti di più che una gangbang.

Pubblicato pochi mesi dopo aver modificato la ragione sociale, Teen Babes From Monsanto è insomma il disco-cult per eccellenza nella discografia dei fratelli McDonald. Sei cover più una nuova versione di Linda Blair, dedicata all’attrice che ha segnato l’adolescenza dei due ragazzini più di qualsiasi regina del porno.

Steve non ha ancora raggiunto la maggiore età. Jeff ha appena raggiunto quella per cui puoi tranquillamente andare ad ubriacarti nei pub.

E abitano un mondo fantastico. Con vicini di casa come gli Stooges e le Shangri-Las. Cosicchè non avrai problemi ne’ col veleno ne’ con lo zucchero. E infatti, i Redd Kross non ne hanno ne’ con l’uno (DeuceAnnSavior MachineLinda Blair) ne’ con l’altro (Heaven Only KnowsBlow You A Kiss In the Wind). Sbagliano, stonano, si esaltano, si divertono. Avevate anche voi quell’età lì, ricordate?

E tirano fuori un disco bellissimo. Che dura quanto dovrebbe durare una vera scopata. Non quelle noiose robe tantriche che finisci per sbadigliare. Dico una roba che hai il tempo giusto per godere senza dover simulare alcunchè.  

Voi in quale mondo vivete?

Appendete le camicie alle grucce? I diffusori di vapore ai termosifoni? Le vostre bramosie d’amore alle trecce di Rapunzel?

I Redd Kross suonano anche per voi, qualunque sia il vostro sogno sbagliato.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE WITCHES – A Haunted Person‘s Guide to (Alive Naturalsound)

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Un greatest hits di cui nessuno pare sentisse il bisogno. Eppure, eccolo.

Le “Streghe” hanno bazzicato le cripte di Detroit da un decennio almeno, senza che nessuno sentisse il bisogno di invocare la Santa Inquisizione, forse anche per i trascorsi ambigui del loro creatore Troy Gregory, invischiato in “strane storie” con band come Wasted Youth, Prong, Flotsam & Jetsam, Killing Joke, Swans (e in passato tra i candidati a sostituire Cliff Burton tra le fila dei Metallica, NdLYS).

Band parecchio lontane dalle coordinate retro-rock dei Witches che invece masticavano bocconi di power-pop, psichedelia e bubblegum. Questa “guida” raccoglie frammenti dai loro quattro album e tre inediti come Everyone‘s the Greatest che avrebbe fatto un figurone sulle Battle of the Garages, l’elegante disegno paisley di Creepin’ Thru Yer Galaxy o la stonata Spirit World Rising che pare un provino di Robyn Hitchcock suonato da Ariel Pink.

Gregory è un piccolo portento osannato in America da gente come Jim Diamond, Mick Collins (la sua militanza con i Dirtbombs lo certifica), Matthew Sweet, Nathaniel Mayer, Andre Williams che qui, nella terra dei cachi, fatica a farsi un nome.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro   

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THE CASANOVAS – The Casanovas (Rubber)

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In fondo è sempre la stessa solita storia: gente che sale sul carrozzone e approfitta del momento propizio per proporsi alla label di turno desiderosa di avere nel proprio roster il gruppo che sfoggia il “suono del momento”. E il suono del momento, strano a dirsi, è il suono di ieri. Gente come i Datsuns o Darkness stanno praticamente rimettendo in asse il canovaccio classico del retro-rock capellone e sopra le righe. Tommy Boyce, con quel nome lì, avrebbe di certo potuto scrivere innocue canzoncine bubblegum come quel suo lontano omonimo che usciva con Bobby Hart invece la sua passione smodata per quegli altri australiani celebri dei fratelli Young lo ha portato a tirar su un terzetto dal classico tiro hard rock. Classico come sinonimo di volgarmente ignorante. Puro intrattenimento ad alto volume, riffoni elementari che si incastrano sotto una voce che declama amore e follia urbana. I classici del gruppo (Livin’ in the City, No Time For Love, Shake It) sono insomma tipica roba figlia di Rose Tattoo e AC/DC pur con un approccio vocale meno enfatizzato ma si sente che la band ha anche radici diverse dal classico boogie ipervitaminizzato e quindi l’effetto plagio viene evitato. Un pezzo come Strange Dreams  ad esempio è puro distillato di classico power pop, roba che solo un gruppo australiano può concepire in tale forma, non molto distante da quella che gente come Danny McDonald o Michael Carpenter scrivono da anni. Il tipico clichè-trappola della ballata figlia degli Aerosmith viene dunque fugato con classe. Here’s to It invece approda dalle parti dello street rock e di Johnny Thunders. One More Time è un rock ‘n roll alla velocità della luce, efficace in quanto banale. Il finale è affidato alla vecchia 10 Outta 10 che il gruppo si tiene sul groppone da cinque anni e che ha invece nell’emulazione del falsetto BonScottiano la sua sublimazione parodistica. Il rock ‘n roll che celebra se stesso. Con tutti i suoi pregi e i suoi mille difetti. Il trionfo del rock spazzatura.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro
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THE SIRENS – More Is More (MuSick)    

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Adoro le Sirens e il loro concetto tamarro di rock ‘n roll. Zeppone, latex, miniskirts, pailettes, chitarre dorate e Ray-Ban™. L’incarnazione dell’incoscienza del rock ‘n roll, fotografata nella sua stagione più volgare e cafona: quella dell’apoteosi glam di Sweet, Slade, Boys, Rail, Bowie su e giù per la storia più colorata del teen-rock: dalle Shangri-Las di Right Now Not Later fino alle parodie glam di quel cult di celluloide che fu Hedwig & The Angry Inch transitando per gli MC5 del secondo disco. Patte gonfie di salviettine e passere spaccate in due dalle cuciture di raso, come grandi conchiglie fluorescenti, chewing gum appiccicate sulle palette delle chitarre e camerini stracolmi di trousse, lacche e riviste porno-soft. Rock ‘n roll sganciato dalla realtà, che ha vita parallela. Un suo ossigeno, una sua mappa coronaria, un suo ciclo mestruale.

 

                                            Franco “Lys” Dimauro

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THE SIRENS – The Sirens (Get Hip)

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Anticipato dal bellissimo 7″ su Wiped Out dello scorso anno, arriva il debutto “maggiore” per un gruppo che a diventare maggiorenne non punta minimamente. The Sirens sono la perfetta incarnazione di un sogno glam al femminile: quattro sirenette ficcate dentro completini in latex che cantano il lato più divertente del rock ‘n roll circus. Teenage rock ‘n roll incosciente come nella tradizione Spectoriana e vestito dei lustrini kitsch scuciti dai vestitini striminziti di Joan Jett e Suzy Quatro.

Dodici pezzi, nessun originale. Un furto perpetuo consumato ai danni della più becera stagione del rock. Così abominevolmente inutili da risultare paradossalmente irrinunciabili. Il perfetto tassello mancante tra la mela caramellata di Zebra Stripes e il bubblegum dei 5.6.7.8‘s. Bravissime.

                                            

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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