JON SPENCER– Say it loud: I’m white and I’m proud  

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Venerazione assoluta o demolizione definitiva? Le alternative potrebbero essere vere entrambe. E vere tutt’e due senza l’una escludere l’altra. Forse addirittura avvalorandosi a vicenda. Ne aggiungerei addirittura una terza: feticismo maniacale. Ché i Pussy Galore, cinque teenagers accalorati di Washington di cui tutti ignorano l’esistenza, decidono di (o sono costretti a) stampare questo debutto a lunga durata in formato cassetta. In 550 copie. Sapendo che, fatto fuori il giro del parentato, ne resteranno 500 nei magazzini della Shove, che poi è la loro stessa cantina.

La strumentazione consiste in quattro chitarre e una batteria, più svariate percussioni improvvisate. Il che vuol dire arredo e struttura della loro baracca, picchiate con quel che capita e quando capita in mezzo a quello che, più che un diluvio di chitarre sembra in pratica il rumore del disgorgante versato nel gabinetto del CBGB’s.

Avete presente il martello del centurione che in The Passion di Mel Gibson assicura Cristo alla croce non solo facendo penetrare nella carne viva i chiodi di ferro ma piegandone l’estremità affinché non siano scalzati via? Ecco, i Pussy Galore eseguono lo stesso lavoro su quello che era già il disco più brutale e rozzo dell’intera discografia degli Stones. Lo crocifiggono e ne assicurano il corpo martoriato al patibolo, con una ferocia irriverente, blasfema e pure ignorante.  Ma non solo: i Pussy Galore si sostituiscono agli stessi Stones, oltraggiandone il cadavere e sbeffeggiandolo, ben consapevoli che tutti si accorgeranno dello scambio. Anzi, orgogliosi del loro atto sciagurato, come dei bulletti di provincia.

‘Exile on Main St’ è l’atto estremo di amore e quello altrettanto smisurato di odio che coincidono nello stesso punto, nel medesimo istante come dentro la canna della calibro 38 di David Chapman sei anni prima.

L’inizio della lunga avventura musicale di Jon Spencer inizia così.

Come quella di un comune teppista.

Uno cui non affidereste neppure il vostro criceto e che invece si mette in testa di suonare gli Stones con una chitarra a tre corde, senza saperne accordare neppure una.

Uno che ambisce ad essere odiato come uomo prima che lodato come artista.

Che si siede come un piccione su un marmo di Michelangelo e si abbandona ad una defecazione corrosiva e balorda.    

 

Quanto i Gories stavano sperimentando a Detroit, trova un battesimo discografico a Washington. Right Now! si diverte a martoriare il garage-punk così come l’anno precedente ‘Exile on Main St’ aveva tratto godimento dallo stupro ai danni dello sporchissimo doppio album degli Stones.

Pussy Galore sono un gruppo eversivo ed amatoriale, senza alcuna cognizione di una qualche idea teorica o pratica di tecnica, felice di usare i pochi strumenti a disposizione (tre chitarre e una batteria spuria assemblata unendo tamburi acustici e scarti industriali) per trovare una formula che possa in qualche modo legare l’austerità degli Einstürzende Neubauten con il rock ‘n roll di base. Il risultato è un disco dove il vero protagonista è il frastuono, il disordine, il turpiloquio. Come se una band di vandali fosse entrata a mettere a soqquadro gli scatoloni con i non venduti del deposito Crypt.  

 

Fra i tanti scavafosse che negli anni Ottanta cercarono di estrarre dalle viscere della terra il più disastrato garage-punk degli anni Sessanta, i Pussy Galore vanno ricordati per aver avuto l’idea di effettuare gli scavi dall’interno di un capannone industriale, scoperchiando quelle tombe all’interno di una vera e propria torneria industriale. Mentre mandavano a puttane tutto il purismo del revival rock ‘n roll, i Pussy Galore ne demolivano l’intera struttura e aprivano a loro insaputa una breccia che avrebbe rappresentato un nuovo varco, una nuova via di fuga per il rock ‘n roll del decennio successivo, assoggettando alla forza del ferro gli uomini dell’età della pietra.

Pochi dischi si avvicinano alla catastrofe sonora quanto quelli dei Pussy Galore pur conservando i tratti, seppur sfigurati, del rock ‘n roll, pur obbligandolo a mangiare merda. Che è un’immagine che alla Caroline non piace, tanto da costringere Jon Spencer a cambiare titolo al loro terzo lavoro. Dial ‘M’ for Motherfucker esce nel 1989 con una copertina in grado di catturare alla perfezione quell’atto delinquenziale di demolizione di cui vi parlavo prima, l’ultimo con la formazione originale.

Il rock ‘n roll viene messo a muro e trucidato, braccia legate dietro la schiena, benda sugli occhi. Qualcuno scrive una M sul muro. Sembra vernice, vista da lontano.

Invece, è il suo stesso sangue.     

 

Non c’è un solo strumento accordato, dentro quello che molto ironicamente i Pussy Galore chiamano Historia de la Musica Rock, parodiando nel titolo e nell’artwork la famosa collana pubblicata in Spagna negli anni Ottanta come compendio all’omonima enciclopedia rock. Jon Spencer, Bob Bert e Neil Hagerty si arrogano dunque la libertà di sedersi al fianco di Stones, T.Rex, Bowie, Rod Stewart, Kinks e Bob Dylan pur senza reggere in mano uno strumento. Le undici tracce del loro ultimo disco sono canzoni malmesse e fatiscenti dove ognuno sembra suonare, parlare, cantare, sputare per i cazzi suoi, come accade su (Do) The Snake o Song at the End of the Side per la quale ultima i Pussy Galore non si prendono neppure la briga di trovare un titolo. O ancora dentro il metro quadrato di chitarra e voce deformi di Drop Dead. Accozzaglie di rumori e voci messi uno accanto all’altro che portano la firma di tutti e tre i non-musicisti, proprio perché dentro vige un’anarchia impossibile da compattare.

Canzoni come Mono! Man o Eric Clapton Must Die sono invece larve di quel mostro dal volto ustionato che sarà la prima incarnazione della Blues Explosion.

Bluesmen negativi drogati dall’alcol e dall’ego che annunciano una qualche catastrofe, forse la propria. E che si divertono a giocare con la carcassa del dirigibile dei Led Zeppelin dopo averne bucato ogni centimetro della superficie.       

 

Nel passaggio tra i Pussy Galore e i Boss Hog le chitarre diventano tre e quello fra Jon Spencer e Cristina Martinez è un rapporto che è diventato anche coniugale. L’apporto marginale della Martinez nell’avventura precedente diventa invece focale nella nuova compagine. Sia dal punto di vista artistico che da quello iconografico. Il corpo della Martinez campeggia con disinvoltura già nel primo EP e, nuovamente, sull’album di debutto facendo della coppia una delle più sexy della storia del rock moderno.

Un’esplosione erotica ancora allo stato brado dal punto di vista musicale visto che su Cold Hands i Boss Hog si divertono ancora a scompaginare il rock ‘n’ roll e a succhiare sangue come i vampiri di Twilight. La simulazione coitale che in effetti fa capolino lungo diversi passaggi del disco è annegata dentro la baraonda di rumore che il gruppo si diverte a sollevare. Il turpe disordine di strumenti e voci è figlio diretto di quello di Historia de la Musica Rock e i Boss Hog sono l’ennesimo pittogramma dietro cui si nasconde la fame di scarti avariati ed avanzi del lupo Spencer.      

 

Nel 1991, quando Jon Spencer decide di mettere assieme la “sua” band, lo fa costruendola sopra le macerie di quello che erano stati i Pussy Galore. Il “groove” sarebbe arrivato dopo.

L’esordio per la Caroline, così come la sua versione europea licenziata dalla Crypt è infatti un rantolo malvagio di rumore che agonizza su venti smorfie blues/punk prodotte da Steve Albini, uno che a rattrappire i muscoli riesce come pochi. Figurarsi se a chiedere i suoi servigi sono tre tossici che si divertono a pisciare in gola al blues e a mettere insieme canzoni che sono poco più che cocci di uno stomp così ossuto e radicale da sembrare suonato sotto tortura.

The Jon Spencer Blues Explosion vive di questa apologia del disgusto, facendo della scuola blues di John Mayall la prima vittima del suo nichilismo spietato.      

 

Il cofanetto di classici Stax e Volt preteso da Jon Spencer al momento della stipula del contratto con la Matador dà i frutti sperati su Extra Width, il disco che segna il momento in cui la musica del terzetto emerge dall’underground garage per diventare il marchio di fabbrica di tutto il rock ‘n roll degli anni Novanta, con un piede intinto nella palude blues e soul e l’altro nei più attuali immondezzai dell’hip-hop e del noise. Allargando le maglie di rumore del disco del debutto (nulla più che una, anzi due versioni “ufficiali” delle registrazioni casalinghe spacciate ai primi concerti col titolo di A Reverse Willie Horton, NdLYS) Extra Width permette di godere appieno dei tratti distintivi della Blues Explosion di quegli anni, ovvero il suono per nulla educato della cheap guitar di Spencer, gli incredibili inserti di theremin (e sintetizzatori sotto stupro, come succede nell’assolo di Afro) che arricchiscono di dissonanze e frequenze spurie le già tormentate canzoni del terzetto e le piccole peripezie di Russell Simins che si allontanano sempre più dal tam-tam primitivo e Tuckeriano dei primissimi lavori per inventare dialoghi ritmici con la chitarra, regalando ai nuovi pezzi un dinamismo che diventa il marchio di fabbrica della band che di fatto si affranca dal modello Gories degli esordi per diventare esso stesso archetipo di un concetto di rock ‘n roll radicale e sempre più spettacolare ed autocelebrativo, sulla falsariga di quello inscenato da James Brown. Extra Width è l’autoscatto perfetto di questo momento in cui Jon Spencer prova a creare l’incesto biologico tra le musiche bianche ed ossute della Sun e quelle pingui e nere della Stax. 

 

Russell, Judah e Jon sono in una fatiscente camera del ghetto newyorkese, mentre dall’altra parte della parete un giovane bianco di nome Beck Hansen fa freestyle cianciando dentro una cornetta del telefono. È una parodia della clip di Walk This Way (Run DMC vs. Aerosmith) che la dice lunga sul fatto che la Blues Explosion si prenda molto meno sul serio di quanto si possa pensare, proprio nel momento in cui la loro musica esplode devastando il mondo.

Orange è il disco che definisce in maniera più o meno definitiva il “suono” della Blues Explosion.

Elegante e sporchissimo in egual misura.

Bianco, nero.

Sexy.

Funky.

Copertina a specchio con il theremin Moog Vanguard usato da Spencer stilizzato in copertina. Nessun accenno al frastuono dentro cui quello strumento è immerso, se non quell’unico punto esclamativo messo stavolta all’estremità del moniker della band, messo lì come un avvertimento per i più sprovveduti.

Che sono tanti, perché in quel 1994 che ha definitivamente seppellito la scena grunge, della Jon Spencer Blues Explosion si parla come della cosa più eccitante in giro sul Pianeta Terra. Ma i loro dischi, a quel tempo, non viaggiano su alcuna piattaforma o social, i loro dischi te li devi andare a sentire nei posti adatti a quel lavoro o te li devi “immaginare” leggendone sulle riviste di settore.

Molti dunque sono arrivati senza sapere esattamente quali sermoni sarebbero stati recitati dentro quel disco dalla copertina ammiccante e un po’ narcisa, finendo per venirne in qualche modo travolti, non appena si poggia la puntina su una cosa sporcacciona come Bellbottom che odora di sesso a pagamento e diventa una delle cose imprescindibili di tutto il rock ‘n roll del nuovo decennio.

Perché Spencer, il ragazzo che amava violentare gli Stones e i Neubauten, che divorava le Back from the Grave, i dischi di Presley e quelli di Rufus Thomas stavolta ha davvero fatto tutto per bene. Ha messo dentro violini, fiati, theremin, chitarre sbrindellate, giri di basso rotondi come le chiappe di Tina Turner, una batteria scoppiettante, hip-hop, blues, rock ‘n roll, funk, soul, lo ha prodotto a fianco di Jim Waters curandone ogni piccolo dettaglio e ha messo fuori un disco dove ogni lordura è calcolata, ogni macchia di sperma lasciata volutamente in vista, a simboleggiare una polluzione impossibile da controllare.

Orange è l’inizio dello spettacolo che Extra Width aveva soltanto annunciato.

Accomodatevi. Le donne ovviamente non pagano il biglietto.

 

Il suono dei Boss Hog acquista tridimensionalità corporea col passaggio alla Geffen e la pubblicazione del disco omonimo.

Come se lo scheletro di Cold Hands avesse messo carne, il secondo album della coppia Spencer/Martinez coordina il rumore degli esordi offrendo una sequenza di pezzi dove è il dinamismo ritmico a fare da collante e propellente per i lick blues/punk di Spencer. Canzoni come Sick, What the Fuck, White Sand, Punkture, Green Skirt scivolano comode e, visti i catorci su cui i coniugi erano abituati a sedersi, ordinatissime sulla strada asfaltata di Orange della Blues Explosion e si impongono come una sorta di versione ♀ degli assalti maschi del gruppo madre. Il tentativo della Martinez di scrollarsi di dosso i peli del villoso marito arriva inaspettato quasi in chiusura del disco, in quella Texas in cui sembra volersi spogliare dei panni di Signora Spencer per vestire quelli gotici di Gitane DeMone ma è un vezzo episodico del tutto marginale in un lavoro che, pur dichiarando esplicitamente la propria sudditanza dal modello Blues Explosion, resta forse il migliore di tutta la carriera dei Boss Hog.  

  

Se i due dischi precedenti erano stati preparati ad hoc per sfondare il muro che separa la Blues Explosion dalla scena alternative affidando l’apertura a due teste d’ariete come Afro e BellbottomsNow I Got Worry si diverte a farne scempio aprendosi con l’urlo da scimmia sgozzata di Skunk e una deviazione quasi hardcore come Identify chiarendo sin da subito che la Blues Explosion è tornata in qualche modo al rock ‘n roll sgraziato degli esordi e al garage mutante dei Pussy Galore.   

Suggestionato in maniera decisa dalle assidue frequentazioni con R.L. Burnside, Beastie Boys e Calvin Johnson, Now I Got Worry è infatti un disco eccessivo e brutale ma anche sperimentale e  contaminato (Fuck Shit UpEyeballin’Sticky) e volutamente meno radiofonico, come se ad un tratto Spencer avvertisse il bisogno di preservare il suo vecchio spirito nichilista alzando un po’ gli scudi, lavorando volontariamente ad una produzione più cattiva e lo-fi rispetto a quella sfoggiata su Orange.

Jon Spencer torna insomma a vestire i panni a lui cari del teppista, dello stupratore del rock ‘n roll, dello sfregiatore seriale che uccide contrariato dalla bellezza.

   

Uno dei vanti della mia discoteca personale è una copia promozionale di Controversial Negro con Mick Jagger in copertina.

Fu già un vanto quando mi arrivò a scrocco dall’ufficio stampa della BMG.

Lo diventò ancora di più quando l’annunciata stampa europea del disco venne cancellata e Controversial Negro finì per venire stampato solo in Giappone, restando un affare per pochi intimi.

Ogni volta qualche fesso veniva a casa mia a chiedermi una rarità degli Stones io tiravo fuori quel disco.

E il fesso rimaneva a bocca aperta.

Dopo avergliela richiusa gli confessavo che non era un disco degli Stones ma della Jon Spencer Blues Explosion.

E il fesso riapriva la bocca.

Era uno dei miei aperitivi preferiti, prima di sedermi a tavola a trangugiare le delizie preparate da mia moglie.

La Shout! Factory, ristamperà anni dopo quel disco, togliendomi quel piacere.

Ma solo in parte.

Controversial Negro perderà infatti gran parte del suo alone di leggenda diventando di dominio pubblico. Però Live In Tucson, come sarà ribattezzato, uscirà con una scaletta allungata a ben ventinove pezzi e con una copertina diversa. Perché se prestate attenzione, su quella edizione, quella che è disegnata sotto la scritta Blues Explosion, quantunque le somigli parecchio, non è la faccia di Jagger ma la testa di uno scimmione.

Pare che il primo volesse portarli in tribunale, l’altro nella giungla.

Loro hanno opteranno per la seconda alternativa.

Ma al di là di questo, Controversial Negro è un autentico massacro.

La Blues Explosion fa scempio del rock ‘n roll.

Sono allo stesso tempo la cosa più conservatrice e moderna che il rock ‘n roll abbia in quegli anni e riescono a far suonare R.L. Burnside come fosse i Public Enemy (R.L. Got SoulFuck Shit Up). Entrambi una influenza fortissima per la JSBX di quegli anni (Controversial Negro è infatti rubato al passaggio di una delle più belle canzoni di Flavor Flav e soci, NdLYS), diventata una band sofisticata senza perdere di forza abrasiva, soprattutto dal vivo.

Tanto che Controversial Negro, nei suoi momenti migliori (AfroWatermainFuck Shit UpSkunkThe Vacuum of Loneliness) suona come Metallic KO se ci passasse sopra Fear of a Black Planet. O come una versione sfigurata di Presley.

Poi, verso la fine di questa nuova scaletta, il treno di Elvis deraglia.

Il Re viene sommerso dalla polvere, deturpato dai rottami.

Ai bordi della strada ferrata sono rimasti in pochi ad assistere allo schianto.

Eppure quel momento, quel preciso momento non lo scorderanno più.

 

 

Se è vero che ogni uomo uccide le cose che ama, allora Jon Spencer deve aver amato il blues come pochi altri, un amore viscerale e violento, senza sfumature, un amore incestuoso e brutale, di quelli che ti lasciano senza fiato e senza respiro, se mai si trovasse il tempo per respirare. Jon Spencer ha preso il blues per i capelli e lo ha straziato senza pietà, l’ha violentato e ha goduto del suo annaspare, l’ha visto cianotico e gli ha tappato la bocca col suo sesso per vedere se è proprio vero che ogni bel gioco prima o poi finisce, l’ha strapazzato come una bambola, l’ha punto e trafitto come un feticcio voodoo, gli ha rotto le ossa uno per volta. Infine ha sputato sul suo cadavere decomposto e, come per incanto, egli è risorto, ha ballato con il suo scheletro sorseggiando una bottiglia di bourbon e infine ha affondato le labbra in una bocca che sapeva di morte.

Con Acme Jon ritorna, crudele ma premuroso, a leccare le ferite al suo amante e a curare molto probabilmente le sue. da questo punto di vista il live dell’anno precedente chiudeva un ciclo, quello delle rasoiate elettriche, dei cristalli spaccati, del nichilismo sofferto e sofferente di chi col blues preferiva farci a pugni piuttosto che l’amore. Laddove Controversial Negro infatti risolveva tutto in un delirio orgiastico, Acme si avvicina sfoggiando un’aria di eleganza apparente, come un magnaccia ben vestito ad una festa di alta società, pronto a bestemmiare alla prima macchia sul gessato e il coltello ben nascosto nel gilet.

Il suono è meno contorto e febbrile, incredibilmente cool, un disco conciliante piuttosto che di rottura, gli spilli voodoo hanno lasciato il posto alle spille da balia, infliggendo al diavolo e alla sua musica una tortura meno violenta, forse, ma non per questo meno perversa.

Divelto senza rimpianto ogni residuo di tradizionalismo retorico da cartolina, Spencer si è preso la briga di iniettare allo scheletro ormai ciondolante del blues una nuova puntura di calcio per portare quei macabri resti in giro con la sua macchina del tempo a incontrare vecchi padri (Andre Williams) e pronipoti (Atari Teenage Riot).

La navicella Blues Explosion, col suo carico di debosciato blues mutante ha deciso di prendere il largo. Col serbatoio carico di zolfo, il capitano Spencer ha chiuso i portelli ed impartito ordini alla truppa.

Il compito? Portare il blues oltre la soglia del nuovo millennio dopo avere ingoiato tutta la naftalina del suo baule. nella speranza che, come è accaduto alla Rolling Stones starship anni fa, non rientri sulla terra senza più carburante dopo essere rimasta in balia del vento stellare (e il recente Plastic Fang lancia brutti segnali in questo senso, NdLYS).

Acme farà di voi i prossimi bersagli di lucifero. Vendetevi cara la pelle. Anzi, l’anima.

 

Nel 1999 il pop penetra nel corpo di Cristina Martinez. Esattamente come avreste voluto fare voi: fin dentro le viscere. Ma non è esattamente una penetrazione fallica. Il pop, venato di soul music, ha le sembianze femminili. Quelle di Debbie Harry ad esempio. Ma pure quelle di Kate Pierson, di Siouxsie Sioux, di Shirley Manson, di Nina Persson. Il tentativo di farsi possedere da Tina Turner, già tentato sull’album omonimo e qui sbattuto sfacciatamente in apertura sul numero soul della title track, rimane un fallimento. Come tutto il disco che la contiene del resto. Whiteout è spazzatura musicale che vorrebbe essere moderna ed ammiccante ed è invece del tutto asettica e priva di qualsiasi erotismo, sin dalla copertina degna delle pagine di intimo del Postal Market con cui la mia generazione imparò a masturbarsi e che è in esatta antitesi con la vulva pelosa mostrata sull’album di debutto.
L’imbastardimento elettronico che ha preso il sopravvento sul devastante rumore degli esordi non arricchisce la formula del gruppo ma ne avvilisce l’urgenza animale, malgrado Jon Spencer si diverta a fare lo scimmione del blues-punk (come su Jaguar) o il pappone del ghetto (come su Itchy & Scratchy). Meglio la banalità beat di Trouble che la presunzione ridicola che i vecchi fan accettino di vedere uno dei gruppi più sexy del rock ‘n roll dei ’90 diventare una ridicola caricatura dei Cardigans o dei Garbage. Cristina con le mutandine fresche di bucato è la cosa meno rock and roll degli ultimi dieci anni.

Ditelo a Richard Kern, ditelo alla City Slang, ditelo a Jon Spencer.

 

Col passare degli anni Jon Spencer ha imparato a scrivere dentro i margini, nonostante l’aria sbruffona da belloccio votato alla causa del blues.

Cosicchè malgrado testi, video e copertine di Plastic Fang giochino a Subbuteo con l’immaginario crampsiano di lupi mannari, vampiri, mummie, uomini-insetto e mostri da laguna, il suono cremoso dell’album ha più a che spartire con tutto il blues/rock che dall’uccello di Sticky Fingers è colato giù fin nei pantaloni a zampa dei Black Crowes che con il rockabilly scheletrico di Lux e compagni. Fraseggi essenziali di tutto lo scibile blues che Judah e Jon hanno imparato a farfugliare negli anni. Manca la destrutturazione rumorista di cui la Blues Explosion si era mostrata grande artigiana e mancano le pose eleganti fino al disgusto che avevano reso ammiccante i loro dischi più venduti.

Per questo Plastic Fang non entrerà nella storia e lo si farà scendere dallo scaffale di tanto in tanto senza ricordarne una sola canzone.  

 

                                                                                 

Orribile, come sempre, diventare dei professionisti.

Ricordate i Pussy Galore? Una latrina in cui il rock ‘n roll andava a morire. Jon Spencer era allora un tossicomane che scriveva e incideva i dischi nel cesso. Poi evidentemente la signorina Cristina, nel frattempo diventata signora Spencer deve aver fatto le sue richieste. Una ripulitina alle piastrelle, una toilettina per evitare le sbavature di rossetto, un bidet per prepararsi ai doveri coniugali, magari un box doccia. E Jon  ha finito per trovarsi a imbrattare le mura con lo stick rosso fragola della moglie pur di apparire comunque sovversivo. E diciamo pure che il trucco alla fine ha pure funzionato a lungo. La sua JSBX ha macinato ottimi dischi. Magari non più nella latrina, ma pur sempre dentro un cesso. Jon ha invece deciso adesso di spostare la strumentazione (e la copertina non ne fa mistero, NdLYS) verso la stanza da letto. Il leone va a riposare. E noi con lui. Damage è un disco che fa male perchè è il disco di un declino, la colonna sonora di un fallimento. Damage rimane una pastiglia inzuppata in una soluzione di rock ‘n roll mutante. Ma non sono più pasticche di anfetamina, ma barbiturici. Peccato per lo spreco di ospiti con cui Jon ama far salotto (stavolta si toccano icone come Chuck D e James Chance, tra i tanti altri), Damage è la caricatura stessa della Blues Explosion che amavamo. Il simulacro vuoto della sua retorica Stonesiana.

 

Quando i Blues Explosion sono diventati ormai una istituzione per la scena rock ‘n roll internazionale, Jon Spencer sente il bisogno di costruirsi una casetta rustica. Una sorta di rifugio ecocompatibile dove coltivare le sue vecchie passioni per il rockabilly, la country music, il soul e la musica rurale con cui è in parte cresciuto e di cui si era innamorato durante la sua adolescenza ascoltando Exile on Main Street degli Stones e i dischi di Presley. Quella casetta in legno, sperduta nelle campagne del New Jersey, si chiama Heavy Trash. Ad abitarla sono lui e Matt Verta-Ray, l’amico degli Speedball Baby con cui Jon ha condiviso gli angusti spazi dei camerini in diverse date della sua Blues Explosion parlando della Sun Records, del suono di Memphis e del timbro delle chitarre prodotte in Giappone negli anni Sessanta come Fujigen e Zim-Gar. Quello che i due registrano dentro quella capanna di legno viene pubblicato adesso dalla Yep Roc con lo stesso nome scelto da Spencer e Verta-Ray: Heavy Trash. Che sono in due, ma non sono da soli in questo disco in cui ci sono ben diciotto musicisti e vocalisti di supporto, nascosti chissà grazie a quale macumba dietro le musiche rachitiche dei due musicisti di New York. E che realizzano un disco che piacerà più a chi amava Hasil Adkins, i Beasts of Bourbon o i Gallon Drunk che a chi ha visto la luce quando ha messo sul piatto Acme o Orange. E che pure sarà costretto a farselo piacere, per rispetto del cast.

 

Una ventina di canzoni sono il bottino delle nuove session combinate fra Matt Verta-Ray e Jon Spencer (più diversi musicisti di area new-country, fra cui i Sadies al completo, NdLYS). Tredici di queste finiscono dentro il secondo album degli Heavy Trash Going Way Out mentre le restanti verranno regalate o vendute attraverso il sito della Yep Roc Records.

Fatto salvo che per Spencer gli Heavy Trash sono l’uovo di Colombo, il secondo album del mini-combo è ancora una volta un bel calamaio in cui intingere il pennino del roots rock ‘n’ roll. Quello che si scuote ancora per risonanza con le vibrazioni degli studi Sun e pezzi come She Baby, That Ain’t Right o Pure Gold sembrano proprio un sogno pelvico Presleyano. Ma la tentazione di abbandonarsi al più sano rockabilly, al trash psicopatico di marca Cramps e al più folle garage-punk permette al duo di tirare fuori anche roba come Crazy Pritty Baby, Kissy Baby, Way Out, They Were Kings o I Want Oblivion permettendo di avere un quadro completo delle deviazioni rock ‘n’ roll cui non al solo Spencer piace cedere.   

 

Il terzo Heavy Trash si allontana è molto meno trash dei primi due album realizzati in coppia da Jon Spencer con Matt Verta-Ray. Senza tradire la genuina anima rock ‘n’ roll del progetto, Midnight Soul Serenade mostra uno spettro stilistico più vario e un gusto per l’arrangiamento più ricercato, con un occhio lanciato oltre la frontiera messicana, le isole hawaiiane, New Orleans e una voglia di ibridare il suono come mai prima d’ora, sperimentando con una sfilza di organi vintage (dal Vox Continental all’Hammond passando per l’Acetone e il Wurlitzer) e addirittura aggiungendo beat elettronici e piatti.

Canzoni come The Pill, Pimento, Isolation, Sweet Little Bird sono le canzoni che rivelano questo accostamento non ancora definitivo a certa exotica di marca Cramps/Tarantula, questa coloritura che però sembra più il colore di un appassimento creativo rispetto al disco precedente e alla quale io preferisco i colori meno compassionevoli di pezzi come Bedevilment o della cover di Bumble Bee. Ma io sono daltonico, del resto.

 

La copertina macellaia promette carne e sangue.

E, diciamolo francamente, malgrado il banco frigo del blues-punk sia ormai pieno di ogni ben di Dio, al taglio di Mr. Spencer non rinunciamo mai. Uno che sa dove infilare il coltello, senza dubbio. E quindi eccoci qui, alla riapertura del supermercato, a fare la fila davanti ai tre macellai del blues.

Finite da tempo le scorte di manzo fresco, la Blues Explosion tira fuori un po’ di surgelati. Non merce rafferma, sia chiaro. Ma un po’ stopposa purtroppo si. E che cosa vi aspettavate? Il vitellino da latte con contorno di erbette da pascolo? Meat + Bone suona come un disco della Jon Spencer Blues Explosion, anno 2012. Fermatevi su questa frase e traetene le conclusioni che volete, ognuno per conto proprio.

Le sorprese stanno a zero. La grinta c’è ancora. Le canzoni un po’ meno. Tutto quello che ascolterete qui dentro, se c’eravate quando la JSBX pubblicava Extra WidthOrangeAcme o Now I Got Worry, lo avete già sentito tutto. I ritmi spezzati, le sincopi funky, il blues sporcato di punk, gli Stones con su la saliva di Iggy, James Brown con l’uccello ancora sporco di umori soul, l’invito a tirar giù le mutande, tutto già fatto. E più di una volta. E allora? E allora l’uno-due iniziale Black Mold/Bag of Bones spacca comunque il culo. Poi con Boot Cut si piomba nella normalità del Blues Explosion-pensiero, fino a che le ossa del titolo non vengono fuori completamente da quella massa di carne che schiuma sangue dalla copertina.

La rivoluzione non sarà trasmessa in televisione. E non passerà neppure per i dischi di Jon Spencer. Non più. Lui la sua rivoluzione l’ha già fatta con i Pussy Galore, quando molti di voi ascoltavano i Tears For Fears e i Toto e pensavano di stare sulla faccia luminosa della luna. Ora, se vi serve la novità ad ogni costo, affidatevi a qualche altro macellaio. Oppure diventate vegetariani così vivrete più a lungo di me.

 

Non lasciatevi intimorire. Della No Wave evocata dal titolo dentro il nuovo lavoro della Blues Explosion c’è poco o nulla. Il nuovo disco di Jon Spencer ha dentro tutta quella fottutissima miscela stonesiana e funky dei loro dischi più amati e meno estremi (AcmeNow I Got WorryOrange).

Tredici canzoni con cui Mr. Spencer sembra volersi riappropriare della corona di principe ranocchio del rock ‘n roll che Jack White gli ha sottratto da qualche annetto. E, senza volermi vestire da pubblico ministero ne’ da difensore di nessuno, Freedom Tower le da sul muso a Lazaretto inanellando una serie di numeri funk ‘n roll davvero esplosivi (Wax Dummy, il Biff! Bang! Pow! di Dial Up Doll, l’orgia stradaiola e Richardsiana di Crossroad Hop, il cuore di ferrovia metropolitana che stantuffa sui binari di Betty Vs. The NYPD, quella sorta di Loose umiliata dalle frustate delle veneri in pelliccia di White Jesus, il trascinante soul di Down and Out, la strisciante Cooking For Television e i groove assassini di Tales of Old New York: The Rock Box Born Bad le migliori di tutte) che riciclano all’infinito la formula del terzetto newyorkese, che è comunque ormai talmente consolidata e riconoscibile da potersi autocelebrare fino alla parodia ruffiana e vanitosa di cui Spencer è maestro.   

E così ecco lì tutti i “c’ mon” e i “get down” che vi aspettereste da uno che ha deciso di suonare Elvis mugugnando come Robert Earl Bell.

E i cani, e le galline, e tutte le altre bestiole della fattoria del rock ‘n roll.  

Che puoi sempre sperare in un mondo migliore. Ma poi ti rompi i coglioni e torni a piazzare la tenda nel peggiore.

Che è l’unico che conosci. E quello che ti fa sentire a casa tua: questo.

Quasi come uno spettro delle twin towers, ecco Jon Spencer costruire una gemella alla Freedom Tower della Blues Explosion, stavolta radunando il vecchio plotone dei Boss Hog. Un disco che, come quello, mostra una band, una città, un paese intero in mutazione. Brood X ci offre una band ormai distante anni luce da quella degli esordi, conscia delle proprie capacità, compiaciuta e compiacente. Che dopo aver gattonato nella polvere del noise più fatiscente ha imparato subito ad ancheggiare. E questo era già accaduto moltissimi anni fa, ai tempi di Whiteout. Il disco in cui la Martinez si appropriava completamente dei Boss Hog, tanto da oscurare il ruolo di Jon Spencer che anche in questo caso c’è ma non si sente (Formula X) ma anche quando c’è (Signal, diciamo. Anzi no, diciamo Rodeo Chica) non fa per nulla paura. Non ne fanno del resto neppure i restaurati Boss Hog. Suonano un po’ come dei cani randagi che hanno trovato casa, di quelli che mangiano solo croccantini e cagano piccole strisce di merda profumata. E che abbiano senza mordere, come vuole il detto.   

                                              

A 53 anni suonati Jon Spencer si ricaccia in un bel guaio rock ‘n’ roll. Stavolta simbolicamente da solo. Senza dimenticare che hits in inglese significa successi ma che, analogamente, ha valore verbale di “colpire”. E che, se può certamente verificarsi la prima ipotesi ovvero che queste canzoni diventino dei successi per il pubblico assetato di acque torbide, è certezza assoluta che Mr. Spencer su Spencer Sings the Hits colpisce con maestria. Coadiuvato da una nuova sezione ritmica (Sam Coomes dei Quasi e Mike Gard), il musicista americano si butta col mestiere, l’astuzia e l’energia di cui non ha mai peccato nell’ennesimo, riuscito lifting erotico del blues, lusingandoci con la sua lingua pelvica, come se le nostre orecchie fossero degli apparati sessuali da portare al piacere estremo, delle fiche di cartilagine da lubrificare. Il gorgoglio sensuale di Spencer (che ha in Love Handle il suo capolavoro di libido) rinnova i gorgheggi di Gene Vincent, Lux Interior e di gran parte dei feticisti radunati sotto la bandiera maculata del rock ‘n’ roll (compresi quelli del campionario già esplorato con i suoi stessi Heavy Trash, NdLYS). Una sorta di amplesso orale superamplificato in cui Jon Spencer appare così concentrato da dimenticarsi spesso di costruirci attorno  un’adeguata sovrastruttura libidinosa ed esplosiva, finendo per suonare un po’ come i “kapow” dentro i telefilm di Batman. Un’impressione che la batteria di Wilderness e Time 2 Be Bad, suonata come fossero i bastoni di un nunchaku, tende ad accentuare oltremodo.

Alla fatta dei conti pezzi come Beetle Boots, I Got the Hits o Wilderness non inventano nulla che non abbiamo già sentito dentro qualche disco di Iggy Pop. Nonostante questo continuano ad attrarci, come contenessero nel loro nucleo il magnete eterno del rock ‘n’ roll. O quell’altro magnete che è biologicamente assimilabile al rock ‘n’ roll e che ne identifica la sua versione carnale.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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KURT BAKER COMBO – Let’s Go Wild! (Wicked Cool)  

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La via maestra è quella tracciata da Nick Lowe e dai Rockpile. Una strada che Kurt Baker percorre tra l’altro ormai da quasi una decina d’anni ovvero dallo scioglimento dei Leftlovers, sua prima band, in avanti. Più recente è la nascita del Combo, formazione messa su nella sua nuova patria Madrid. La musica però non si è spostata di molto dal power-pop dei suoi primi dischi solisti se non per un taglio leggermente più garage/glam esibito in qualche occasione (quella sorta di Spirit in the Sky 2.0 di Gotta Move It e, appena più in basso A Girl Like You e WDYWFM) e che sono fra i momenti migliori di un disco per cui si può invece affermare, sovvertendo un luogo comune, che zucchero guasta bevanda. Sono infatti le canzoni dove il gusto per la melodia appiccicosa si fa troppo evidente quelle che, piacevoli ai primi ascolti, finiscono per stufare col perpetuarsi della pratica d’ascolto.

Le cose belle però non mancano.

La migliore in assoluto si intitola Beg to Borrow ed è una di quelle robette che odorano dell’Inghilterra che passava accanto al punk imbrattandosi quel tanto necessario per dare un po’ di tanfo al suo power-pop. Elvis Costello, Nick Lowe, Joe Jackson, quella roba lì. Poi quel trittico di cui vi dicevo. E anche Don’t Say I Didn’t Warn Ya, veloce e contagiosa pisciata nell’orinale dei Rezillos.

Poi è ovvio che il nuovo a tutti i costi non passa da qui. E che il nuovo a tutti costi è spesso una bufala colossale.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

HOODOO GURUS – Io ballo coi canguri  

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Shake Some Action,  

Psychotic Reaction, 

(I Can’t Get No) Satisfaction,

Sky Pilot,

Sky Saxon,

Blitzkrieg Bop,

Jailhouse Rock,

Stop at the Hop,

Bluejean Bop.

Get Off of My cloud,

Twist & Shout,

Ride a White Swan,

Get It On,

Born to Lose,

Summertime Blues,

Blue Suede Shoes,

Waiting For My Man,

Can the Can,

I Wanna Hold Your Hand,

Sam the Sham,

When You Walk in the Room,

Sunny Afternoon,

Tutti Frutti,

Sugar, Sugar,

Talk, Talk,

Money Honey,

Under the Boardwalk,

Short Shorts.

Sottocultura pop e trash si mischiano insieme, negli Hoodoo Gurus, la più folle, geniale e irresistibile guitar band australiana degli anni Ottanta. Quando, dopo gli aggiustamenti di nome e formazione, esce fuori Stoneage Romeos, i Gurus conquistano tutti: pubblico, critica e musicisti diventano fan accaniti, cuccioli famelici del tirannosauro della fantastica copertina che sostituisce i colori flower-power delle band Paisley con quelli ancora più accesi dei cartoon giapponesi.

Nessuno dopo Little Richard potrebbe usare un vocabolario come Katoomba, Macumbah, Umgawah!, Leilani – crula-bula-ulladulla-wok-a-tai Aba-laba-laba, Hut! e sperare di farla franca. E nessuno è in grado di scrivere una canzone su un amore finito e farla suonare come la più allegra canzone del mondo (My Girl). Nessuno può parlare di cose improbabili come sacrifici umani, kamikaze che si schiantano su atolli desolati, incubi spectoriani dentro camere d’eco, caverne perdute nell’isola di Zanzibar o navi fantasma che affondano al largo del Pacifico e confidare nella stima di qualcuno che non sia nella lista degli ospiti di una casa di cura per malati mentali.

Nessuno tranne loro.

Recisi i ponti col recente passato punk, James Baker e Dave Faulkner decidono di recuperare i detriti rock ‘n roll, beat e power pop della loro fanciullezza.

Perché è matematico che se a venti anni ti imbatti nei Cramps, nei Ramones e in Johnny Thunders, a dieci anni hai sentito passare in radio gli Stones, i Count Five, i Remains o Paul Revere and The Raiders, a quattordici i T. Rex e a sedici Suzi Quatro e i Knack.

 

Ed è fortemente probabile che, prima di diventare un politico ancora più merdoso di quelli contro cui sputavi da adolescente o uno stimato professionista con i dischi di Enya o Elton John in filodiffusione nel proprio studio, vuoi suonare come loro.

Come TUTTI loro.

Anche Brad Shepherd sogna la stessa cosa, ovviamente.

E ha già provato a scrivere canzoni idiote sulla macumba subtropicale (Bwana Devil) ai tempi degli Hitmen che, guarda tu, avevano in repertorio buona parte della lista di (Let’s All) Turn on.

Stoneage Romeos luccica così di chitarre scintillanti (I Want You Back) e mesce nei criptici riverberi crampsiani (Dig It Up), pompa energia beat (Death Ship) e scoppia in aria mille bolle di bubblegum (I Was a Kamikaze Pilot) sciorinando una lista di perfette canzoni pop dalle ambientazioni più astruse e legate a doppio filo con l’immaginario old-fashioned dei film di culto degli anni ’50 e ’60 (Bird of Paradise influenzerà Leilani, così come Gidget Goes Ape sarà da ispirazione per My Girl, NdLYS) o con l’interesse maniacale di Dave per le vicende della Seconda Guerra Mondiale (Tojo e I Was a Kamikaze Pilot).

Dopo essere diventata la seconda Detroit, Sydney diventa adesso la nuova California.

Benvenuti nel colorato mondo degli Hoodoo Gurus.

Lasciate a casa gli spolverini.

E allora? HooDoo you love?

 

Con l’arrivo di Mark Kingsmill gli Hoodoo Gurus si preparano a trasformarsi da eccezionale band di culto a band eccezionale.

Abbandonata la visionarietà del disco di debutto, la scrittura di Dave Faulkner si fa matura, classica, cristallina e perfetta come quella dei suoi eroi: Byrds, Db‘s, Kinks, Flamin’ Groovies, Plimsouls, Beat.

Dolce/amara come il pezzo che apre la nuova raccolta.

Fuori, tutto il mondo si inginocchia al suo genio.

Fleshtones, R.E.M., Elvis Costello, Barracudas, Dream Syndicate, Flamin’ Groovies, Bangles, Ramones dichiarano il proprio amore alla band australiana. Nessuno si annoia quando gli Hoodoo Gurus salgono sul palco con le loro camicie paisley e il loro carico di energia positiva.

Il primitivismo dichiarato su Mars Needs Guitars! (l’intero album ma anche il manifesto programmatico che è la title-track) è lontano da quello orgogliosamente esibito dalle band garage-punk che spopolano in quello stesso istante.

Gli Hoodoo Gurus infilano le mani nel baule arrugginito del rock ‘n roll e tirano fuori ogni cosa che gli piace. Come dei bambini nella ludoteca dei loro sogni, non hanno bisogno di ordinare per genere. I cowboys a cavallo (Hayride to Hell) possono benissimo stare accanto agli attrezzi da spiaggia (Like Wow-Wipeout), il fantoccio di Tarzan (In the Wild) fianco a fianco con le astronavi spaziali (Mars Needs Guitars!), i tamburi africani (Poison Pen) accanto alle macchinine decappottabili (Death Defying). Gli echi crampsiani degli esordi hanno ceduto il passo a un power pop condito con le più belle chitarre e le migliori armonie vocali del decennio. Le palme californiane che i Gurus hanno piantato nel deserto australiano non fanno ombra. C’è un sole cocente che arroventa la sabbia e che dipinge miraggi di spiagge e onde solcate dai surf, canyon di roccia rossa e liane ciondolanti da giungle inospitali.

Marte è salvo. La Terra pure.        

Bring the Hoodoo down!

 

Esiste una legge non scritta ma molto sfruttata, spesso a sproposito: è quella secondo cui un bel disco lo riconosci ascoltando in sequenza gli incipit di ogni brano. Venti secondi per pezzo e capisci già se quel disco ti resterà sullo stomaco per millenni, se dovrai tornare a spiluccarlo perché ti stuzzica il palato anche se al primo morso ti sa di cartone pressato o se invece te lo porterai dentro per tutta la vita, come quel sapore di surrogato di cioccolato delle Girella o quel gusto di liquirizia molle e appiccicosa delle mou da cinque lire della bottegaia sotto casa. Attenti, perché c’è gente che scrive intere recensioni usando solo questo metodo.

Non perché siano più bravi, ma solamente più pigri.

Ora provate l’esperimento su questo disco per capirne l’efficacia.

Del disco, non dell’esperimento, zucconi!

Blow Your Cool! è un investimento sicuro, fuori dalle logiche del Dow Jones. È un pacchetto di felicità tascabile, da portarsi dietro e tirare fuori quando serve. Come i goldoni ritardanti. È il toccasana per le giornate storte, per i viaggi in auto, per le feste che si stanno alterando in abbiocco.

Musicalmente è  quello che io chiamo l’“approdo americano” dei Gurus.

Un omaggio brillante alla febbre Paisley che aveva rigenerato la roots music americana. Una riscoperta delle radici che i Gurus avevano già abbondantemente collaudato nei due album precedenti ma che qui si compie in maniera definitiva pur senza sacrificare lo smalto e la lucidità del classico Hoodoo-sound e coinvolgendo in prima persona la “manovalanza” del movimento (le Bangles al gran completo e i Dream Syndicate). Le chitarre scintillanti di Brad Shepherd e Dave Faulkner sono al massimo della forma e sembrano luccicare come enormi dobro sotto la caligine del deserto texano. La scrittura è versatile e agile, dalla classica ballata da bivacco di Come On fino al cheerleading-style di Good Times passando per l’impetuoso assalto garage di Where Nowhere Is, le cupe arie western di My Caravan, il cowpunk baluginante di Out That Door, la power ballad perfetta What‘s My Scene che è una miniatura dei Lynyrd Skynyrd seduti sotto le fronde degli eucalipti, l’ariosa I Was the One, il passo implacabile e nevrotico della polverosa Middle of the Land.

Canzoni che ti si piazzano in testa e che ti puoi divertire a cantare e strimpellare sulla chitarra. Roba che crea sudditanza per la semplicità di cui è pregna e per l’efficacia con cui ti avvolge, malgrado cominci a sentirsi una certa puzza di lacca che si farà via via più forte, coi dischi della senilità.

Un disco facile, si. Il difficile semmai è scollarselo da dosso.

 

Un gioco di parole e una stramba copertina che sembra voler parodiare il famoso logo dei Fuzztones inaugura il nuovo contratto con la RCA: Magnum Cum Louder pur con un suono più incattivito non tradisce l’abilità e la classe pop degli Hoodoo Gurus.

Lo rivela subito, in apertura, Come Anytime.

Chitarre scintillanti e melodia a presa rapida che naufragano in un mare di increspature Hammond.

Gli Hoodoo Gurus si presentano agli esami di maturità puntando sul sicuro.

E non sbagliano.

Another World, a ruota, rilancia sulla stessa linea confermando l’incapacità di Faulkner di scrivere una sola canzone men che bella.

Il suono si inasprisce con Axegrinder con un Brad Shepherd incontenibile e i tamburi di Mark Kingsmill che gridano pietà. Glamourpuss è un attacco garage impetuoso e deragliante, sostenuto nell’altra facciata dai suoni più roots dall’altrettanto grintosa I Don‘t Know Anything guidata da un Faulkner che riesce sempre a risolvere tutto con un gusto melodico senza pari.

L’altra perla pop del disco si intitola All the Way e, se fosse esistito un Dio giusto nel mondo delle classifiche, avrebbe dovuto sterminare le folle invece di restare a girare per mesi sul mio piatto.

Baby Can Dance è invece una ballata che si apre e si chiude quasi come un Zeppelin acustico così come Hallucination si copre di chitarre slide che sembrano voler richiamare il blues elettrificato dei Led Zeppelin più giovani.

Una tesi di laurea sulla pop-song perfetta discussa con stile e cognizione di causa.

Promossi con lode. E con bacio in fronte, ora che i capelli cominciano a farsi più radi, Dottor Faulkner.

 

‘Kinky’ conferma il parziale indurimento del suono avviato con l’approdo alla corte della RCA. L’enfasi dei solo di Brad Shepherd e la pressione della batteria di Mark Kingsmill sono adesso il nerbo del suono dei Gurus mentre le liriche di Dave Faulkner perdono la follia da cartoon dei primi dischi in favore di testi sempre più intrisi di amore.

È un processo irreversibile di banalizzazione che aggiunge lacca e vernice al sound della band australiana snaturandone un po’ lo spirito iniziale ma ‘Kinky’ rimane un disco dignitoso, pur non mostrando alcuna idea veramente nuova (anzi, riciclando senza che nessuno se ne accorgesse la Little Girlie Pearl dei nostri Sick Rose per l’introduttiva cavalcata alla MC5 di Head in the Sand, NdLYS) e facendo leva sull’ormai riconosciuta capacità di Faulkner di scrivere canzoni a presa immediata (qui vincono 1000 Miles AwayA Place in the SunI Don’t Mind sulle altre).  

Per la prima volta però i Gurus bucano l’appuntamento col primo posto in classifica nelle charts di musica alternativa, spodestati da un altro disco lambiccato come Out of Time dei R.E.M..

È l’inizio della bassa pressione che porterà ai dischi più appannati della loro carriera e all’ibernazione del cadavere di una delle migliori guitar-band dell’Australia.  

 

La copertina di Crank anticipa di un lustro buono l’iconografia hot-rod di una label come la Gearhead tradendo il desiderio della band australiana di attirare l’attenzione di un pubblico affascinato dal suono roccioso e grasso di certo highway-rock.

La scelta di un sound più muscoloso inaugurata con Magnum Cum Louder e proseguita con ‘Kinky’ è dunque più che uno sfizio temporaneo. Cosa ribadita dalla scelta di affidarsi, per Crank a un personal trainer come Ed Stasium. Roba come Form a Circle, I See You e il singolo Right Time sono in effetti quanto di più duro inciso fino a quel momento dai Gurus. Eppure, nonostante le alterazioni cui la band decide di sottoporre il proprio repertorio, la classe nello scrivere enormi power-songs dalla presa immediata rimane ineffabile così come solo deformati dai volumi risultano i riferimenti a band come Flamin’ Groovies, Fleshtones, Big Star piazzati lungo il disco e dentro piccole, meraviglie bubblegum come Crossed WiresGospel TrainHypocrite Blues (con Steven dei Redd Kross alla voce), The Mountain.   

 

L’apertura affidata al riffone di Big Deal lascia presagire un’ulteriore sterzata verso un suono sempre più deciso. E con le orecchie ancora sature di chitarroni grunge sembra proprio di vederli arrancare da quelle parti. Ma, per quello che nelle intenzioni degli Hoodoo Gurus è destinato a diventare il canto del cigno della band, si tratta come ormai consuetudine di alternare brani dal tipico “sapore” Gurus con altri dal gusto più deciso. Forse, chissà, più “popolare”. In Blue Cave vive (o soffre) dunque di questa alternanza, a volte anche all’interno dello stesso brano (lo zibaldone che si infrange sul riff alla Grand Funk di Mind the Spider, i coriandoli di organo sixties che colorano l’assalto di Mine), tra melodia e furore (come nell’ariosa ballata alla Big Star di All I Know messa a smaltire il furore di una Why? dal tiro quasi Bad Religion). Fatte salve le irruenze che vengono fuori ormai con una certa continuità e dalla familiarità che negli anni abbiamo imparato ad avere con la penna di Faulkner, gli Hoodoo Gurus restano in fondo la stessa band di dieci anni prima. Se qualcuno dovesse sentirsi scontento per un qualche motivo, può sempre guardare in qualche altra caverna. Nessuno lo odierà di certo per questo.

 

L’alba del nuovo millennio trova i canguri intenti a fare surf e a sporcarsi di sabbia sulle coste australiane: l’EP Mr. Tripper e l’album Turkish Delight sono due deliziosi lavori votati al più classico garage, ovviamente in salsa BBGuru (ci sarà uno spin-off qualche anno dopo, sottoforma di 7” targato Screaming Apple, con la collaborazione di Ronald Peno dei Died Pretty in sede di scrittura, NdLYS). Sono lavori da fare invidia agli Stems, gli eroi australiani del genere, bellissimi, intensi, vigorosi, acidi e come sempre con quell’appeal melodico che agli Hoodoo Gurus non è MAI venuto meno ma che la scarsa visibilità di mercato (i dischi sono reperibili solo come import) e la scarsa eco data dalla stampa (non ricevere i promozionali equivale, per molti giornalisti, ad ignorare semplicemente il prodotto, anche quando ha le qualità per ricevere molte di quelle stellette che farebbero bene a spillarsi sulle natiche).

 

I Gurus si riappropriano del loro nome nel 2004 per tirare fuori Mach Schau. Come a dire: facciamo spettacolo!. Uno show che i Gurus fanno da anni. Sempre uguale ma sempre diverso. Con addosso le camice paisley ben prima che diventassero fashion e ancora lì ora che tutti le si è rimesse in armadio. Mach Schau è un disco scostante ma bello che offre il meglio quando si adagia sul cliché Hoodoo Gurus (ma è probabile che il limite sia mio, non loro): l’efficace singolo Nothing‘s Changing My Life con il suo avanzare atipico eppure fulminante, quindi la cristallina When You Get to California che sarebbe stata benissimo su Mars Needs Guitars! e invece andrà sulla mia personale soundtrack estiva, il power rock di The Mighy Have Fallen, la densità soft di Dead Sea. Quello che non piace sono certe “forzature” nel suono e nel cantato di Dave (Isolation in questo senso è quasi un pezzo hardcore e il rifferama di #17 un detrito Morelliano) che suonano inappropriate e inopportune. Gli Hoodoo Gurus non hanno bisogno di reinventarsi uno stile, vanno benissimo così come li abbiamo amati. Bentornati, guru!

 

Anche se le loro uscite discografiche si sono ormai dilatate all’inverosimile, l’appuntamento con ogni loro nuovo disco è uno di quelli cui non si può mancare. Purity of Essence, disco che chiude il terzo decennio di esistenza della band australiana conserva in maniera incredibile l’energia e l’impareggiabile verve melodica che è propria degli Hoodoo Gurus. La capacità di costruire canzoni impattanti ma allo stesso tempo leggere e piacevoli rimane immutata negli anni e il nuovo disco, pensato dopo il meritato ingresso nell’Australian Hall of Fame e interrotto più volte per le condizioni di salute di Brad Shepherd e l’insoddisfacente missaggio iniziale (alla fine commissionato ad Ed Stasium), pur sacrificando un paio di episodi ad un banale ma perdonabilissimo funky/rock buono per la sigla di Rocky, si assesta su standard che in pochi riescono a mantenere dopo tanti anni di carriera e una simile mole di canzoni pressoché perfette.

Crackin’ Up, A Few Home Truths, Burnt Orange, 1968, You’ve Got Another Thing Comin’, What’s in It for Me? e il R ‘n B alla Love Delegation di I Hope You’re Happy sono canzoni generose, di quelle che ti possono raddrizzare una giornata con troppe nuvole grigie.

Gli Hoodoo Gurus continuano a dare un senso ai salti dei canguri.

E in qualche modo, anche ai nostri.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BLONDIE – Parallel Lines (Chrysalis)  

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Le abbuffate punk fra i pasti rancidi e le birre di bass’ordine al CBGB’s non sono ancora terminate quando, il 22 Aprile del 1977, la storia di New York riparte da dove tutto era iniziato esattamente undici anni prima ovvero al n. 254 della 54ima strada. Proprio lì, in quel grattacielo dove viene inaugurato lo Studio 54 i Velvet avevano iniziato, il 25 Aprile del 1966, le registrazioni del loro disco di debutto.

Dopo la tempesta del punk si tornava dunque a casa, in un certo senso. Anche se ovviamente lo è solo in senso strettamente toponomastico.

In realtà è un passaggio di testimone importante, uno snodo cruciale nell’evoluzione delle tendenze che da New York prendono il largo per tutti i porti del mondo. Che l’indirizzo sia il medesimo degli Scepter Studios conta davvero poco. Perché lo Studio 54 aveva forse più a che fare con il 231 della 47ma, a pochi isolati da lì. La sede della Factory di Andy Warhol. Il posto dove fermentava il vino nuovo.

Il fatto che la musica dei Blondie si sia trasformata nel prodotto pop di Parallel Lines ha molto a che fare con la frequentazione dello Studio 54 e l’esplosione delle nuove donne-feticcio con la definitiva consacrazione di Debbie Harry nell’immaginario iconografico collettivo.

A mutare pelle non è tanto la musica della band, che viene solo “aggiustata” ad hoc dal produttore Mike Chapman che trasforma il reggae zoppicante di Once I Had Love nella disco-hit Heart of Glass traslandone il ritmo in levare dal rullante all’hi-hat e farcendola con un’overdose di sintetizzatori ma per il resto mantiene ancora le radici avvinghiate al punk melodico degli esordi, come tradisce l’attacco affidato alla cover dei Nerves e alla bella ruspante One Way or Another che ci dicono che i Blondie avrebbero potuto essere altro, volendolo. Ma non lo hanno voluto. Preferendo suonare Buddy Holly come a una festa da college anziché con lo scorbuto addosso come avrebbero voluto i punk.    

A cambiare, per i Blondie, è il bersaglio cui recapitare la loro musica che mescola new wave, elettronica, power-pop: non sono più le furiose mischie dei locali punk ma le piste da ballo il campo da golf dove fare buca. Senza ingannare niente e nessuno, la musica dei Blondie semplicemente si adattava come una enorme bolla d’aria ad un nuovo contenitore capace di accoglierla. 

 

È questa l’intuizione forse levantina ma vincente che fa dei Blondie l’unico prodotto pop di largo consumo venuto fuori dal punk newyorkese, forti di un’immagine in cui l’eleganza sobria dei maschietti viene messa “al servizio” della bionda Deborah Harry.

Fotografata sempre un passo davanti al gruppo. Come una vera star del pop.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MICK COLLINS – Disperato Erotico Stomp

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Quando arrivano, nel 1989, i Gories sembrano già pronti per un film di Tarantino.

Solo che nessuno lo sa.

Quando arriva sui piatti il loro House Rockin’, il garage punk è destinato a cambiare pelle. Anzi, ad essere scuoiato.

Solo che, ancora una volta, nessuno lo sa.

Mick Collins, Dan Kroha e Peg O’Neill saltano fuori dal nulla, in una Detroit che non è più la patria del proto-punk e non è ancora il regno della techno.

Il rifugio che i tre scelgono sta altrove, infatti.

Nel Delta del Mississippi (John Lee Hooker e Bo Diddley), nella Memphis della Sun Records, nella New York dei Cramps e dei Velvet Underground, nei magazzini della Crypt Records di Tim Warren.

A metterli sotto contratto, quando sono ancora dei Signori Nessuno, è Len Puch degli Snakeout, per la sua etichetta personale chiamata Wanghead With Lips Records e per la quale debuttano con un paio di pezzi sul secondo volume di It Came From the Garage.

L’album esce due anni dopo, registrato con mezzi di fortuna procurati da Tom Conway dei Victims of Circumstance, due chitarre Fender e un minuscolo kit per batteria.

Non suona male come un qualunque disco Back from the Grave.

Suona peggio.

Il suono è deragliante e ossessivo allo stesso tempo.

Bianco e nero.

Capriccio e raccapriccio.

Scheletrico e voodoo.

Non è Screaming Jay Hawkins ma è il suo fantoccio.

House Rockin’ riporta il garage all’anno Zero e, insieme, lo accompagna verso gli anni Novanta.

Quando i Gories cominciano a gettare scompiglio nella loro Detroit è il crepuscolo degli anni Ottanta. Il garage punk ha ucciso se stesso indurendo il proprio suono, i caschetti e gli zazzeroni avevano lasciato il posto a capelli sempre più lunghi e scompigliati, la distorsione gracchiante dei Vox AC30 era stata rimpiazzata da quella satura e compressa dei Marshall. I santini di Standells e Count Five lasciano il posto alle icone di MC5, Flamin’ Groovies, New York Dolls e alle stimmate di Iggy Pop. È la nascita del proto-grunge. I Miracle Workers ne sono i profeti, anche se nessuno ne riconoscerà mai il valore storico.

L’intuizione di Mick Collins è fantastica e banale: il nuovo primitivismo deve tornare ancora più indietro, alle radici del rock ‘n roll. E deve essere così elementare da risultare offensivo. L’idea è di reclutare due perdigiorno che non hanno mai messo mano su uno strumento e di farli pestare come dei flintstones a un torneo di deadball. La nuova “purificazione” passa da qui. È un gioco di cavie umane.

Gente costretta a suonare il blues come se fosse l’unica cosa che esistesse al mondo. Due chitarre di seconda mano, uno striminzito kit di pellame, una voce nasale e disturbante come quella dei vecchi lagnosi bluesmen del delta.

Tutto il “nuovo” garage degli anni Novanta si fonderà su questa ricetta di base. Lo strazio blues-punk sarà la lordura che si contrapporrà alle peripezie funky-metal degli anni Novanta così come il neogarage aveva scelto di opporsi al synthpop del decennio precedente.

Le fosse da setacciare non sono più quelle delle piccole bands collegiali degli anni Sessanta ma quelle di uomini del blues uccisi dalla cirrosi epatica o impiccati ai rami rinsecchiti della disperazione, nelle piantagioni di cotone del sud. O uccisi a colpi di pistola mentre palpavano il culo sbagliato al mercato di spezie della città.

I Know You Fine, But How You Doin’, il secondo album della band uscito per la New Rose nel 1990 rappresenta la summa del Gories-pensiero e ridisegna i confini del genere. Al banco regia sta seduto Alex Chilton e lo spirito che si respira è lo stesso di Songs the Lord Taught Us dei Cramps e Behind the Magnolia Curtain dei Panther Burns. Stesso approccio anarchico e primordiale al rock ‘n roll. Un suono ossuto, rinsecchito, osteoporoso.

Rumore e approssimazione sono le nuove regole. Il virtuosismo sta a zero.

L’attacco di Hey! Hey! We‘re The Gories è programmatico: tamburi asciutti e un diddley-boogie chitarristico che ad un minuto esatto si infila in una carcassa di assolo rumoroso ed impreciso per non uscirne più mentre tre dementi fanno il verso ai Monkees. You Make It Move, a ruota, è invece una Gloria all’ultimo stadio di rachitismo. Detroit Breakdown è una visione della giungla di Detroit. Margaret accelera leggermente il passo, ma in realtà niente cambia, a parte un lagnoso stridere di armonica che si insinua in questa foresta diddleyana.

Quando entra Stranded, con quel fraseggio figlio di Link Wray che si chiude su un riff asciutto e marziale, si resta tramortiti. È tutto il garage punk più primitivo (i Gruesomes, i Primates, i Wylde Mammoths) che riemerge nella sua forza istintiva.

Goin’ to the River è un esercizio di maximum r ‘n b neolitico, Early in the Mornin’ è un rattrappito blues di Louis Jordan, Thunderbird ESQ una Boom Boom troglodita, Nitroglycerine un altro violento assalto garage ultrariverberato come ai tempi di Go Baby Go!Let Your Daddy Ride un John Lee Hooker d’annata, Six Cold Feet un ectoplasma blues che si muove fiaccamente sullo sfruttatissimo giro di You Don‘t Love Me di Willie Cobbs (uno standard R ‘n B ripreso negli anni da un mucchio di gente, Allman Brothers compresi, NdLYS), Queenie un feroce stomp del quale la successiva ristampa su Crypt risulta soprendentemente evirato, I’m Smashed è invece un vecchio numero orchestrale di Mose Allison completamente deturpato, Ghostrider la trasposizione elettrica delle bordate elettroniche del suono Suicide.

Eversione e ossessione. Ripetitività oscena e maniacale.

Chick-in un esercizio sui libri delle medie di Link Wray e Cramps di preludio all’ultima botta del disco ovvero la bellissima danza voodoo-punk di View From Here degna della Lupita Screams dei Gun Club che pare messa lì per farti venir voglia di rigirare il disco.

I Gories sono tornati in giro a fare l’unico lavoro che sanno fare e rovinarvi lo spettacolo di qualche festival estivo, stavolta in compagnia degli Oblivians.

Così, se pensavate come dei fessi che Pitchfork avesse del tutto disintegrato il rock ‘n roll e avete creduto a quella minchiata secondo cui la cosa più cool del mondo sia oggi suonare seduti al desk della propria cameretta mentre vi preparate un toast al prosciutto in attesa che lo scaldasonno riscaldi i peluche che ingombrano il vostro lettino, cominciate a preoccuparvi.

Gli uomini erano primati, e Darwin sarebbe orgoglioso di loro.

Forse un po’ meno di Antony and The Johnsons.

Lo “sbarco” in Europa lungamente inseguito come una chimera, si trasforma nella primavera del 1992 da sogno in incubo, segnando di fatto la fine dei Gories e la nascita dei Demolition Doll Rods. Ad aprire gli spettacoli organizzati nel vecchio Continente viene infatti invitata la ballerina di burlesque Margaret Doll Rod, in realtà convocata dalla band più per affiancare a Peg un’amicizia femminile che per reali esigenze organizzative. Il macinino dei Gories però si ingrippa definitivamente. Non è la prima volta che Peg scende dall’auto, ma al rientro in patria lo fa per l’ultima volta (finirà a New Orleans a picchiare le pelli dei Darkest Hours, autori di un discreto omonimo album di cui nessuno si è premurato di caricare su Youtube un estratto che sia uno). La ricerca di un batterista che si limiti a percuotere i tamburi con stecche e maracas restando nelle retrovie senza voler per forza di cose dimostrare al mondo che John Bonham ha trovato un erede, fallisce miseramente. Anche perché Dan Kroha ha già in mente di arruolare a tempo pieno Margaret e mettere in piedi un progetto di porn ‘n roll che gli porterà, ne è certo, un discreto successo.

Com’è quella storia del pelo di figa?

Ecco, i Gories sono diventati a quel punto un carro di buoi.

E anche Dan scende dalla macchina.

Outta Here, da poco assemblato dalla Crypt, diventa dunque il testamento della band di Detroit. Disarmonico e spastico quanto i primi due, da però l’impressione che la band dia il meglio di se nei pezzi altrui (due cover scheletriche e disadorne di Stormy dei Jesters of Newport e del piccolo classico della disco There But for the Grace of God Go I) limitandosi al solito baccanale di avanzi decomposti di frattaglie rock ‘n roll e funk liofilizzato per mettere su i propri brani. Come se i Gories avessero fretta di chiudere la saracinesca del garage. Cercando lì dentro di aggiustare lontano da occhi indiscreti quello che è invece già diventato un rottame.

 

Quando i Gories vennero fuori, nell’indifferenza generale (non mi si venga ORA a parlare con aggettivi grandi quanto i manifesti Benetton del loro ruolo seminale, propedeutico e blablabla…ALLORA nessuno se li cagava, e ve lo garantisco senza tema di smentita, NdLYS), nessuno avrebbe mai immaginato che quel nigga allampanato in gessato e occhiali fumè (col senno di poi…alquanto Tarantiniano) sarebbe diventato l’uomo cardine di tutto il rock ‘n roll Detroitiano. Nemmeno Mick Collins, che era il dato anagrafico corrispondente a quella figura sopra descritta. E non solo quello. Non solo Detroit, voglio dire. È a Los Angeles infatti che nasce la In the Red, etichetta nata come estremo atto votivo al suono scheletrico di Pussy Galore e appunto Gories. E parlo della label di Larry Hardy come di una delle più radicali e importanti etichette di lo-fi punk mai esistite. Cheater Slicks, Bassholes, ’68 Comeback, Necessary Evils, Hunches, Deadly Snakes, Clone Defects sono passati dai loro cessi, a graffitarne le pareti e sporcare le piastrelle. Terminata l’avventura dei Gories e concluso in malo modo e senza alcuna pubblicazione il contratto stipulato con la Warner Bros., quando Mick sembra non volerne più sapere di musica e soprattutto di etichette discografiche, Darin Lin Wood dei ’68 Comeback lo mette praticamente sotto assedio, finchè il nero non cede. I Blacktop, messi su proprio con Darin, avrebbero ridato fuoco alle polveri inesplose dei vecchi Gories. 14 mesi di fiamme rovinose. Poi, nuovamente la cenere. Solo che stavolta aveva la forma di uno spettro eroinomane. I Got a Baaad Feelin’ About It li ripercorrerà per intero, racchiudendo in 26 tracce TUTTA la produzione della band di Detroit. Un disco fondamentale, fatto di blues e rock ‘n roll basici ridotti all’essenziale, allo scheletro, al DNA primordiale.

 

Il punto di sutura fra il denim stracciato dei Blacktop e quello dei Dirtbombs si chiama King Sound, un quartetto che prevede oltre a Mick Collins l’altro ex-Blacktop Alex Cuervo al basso, la batterista dei Lord High Fixers Stephanie Friedman e Tim Kerr che, oltre che nei LHF aveva all’epoca già suonato sui dischi di Poison 13 e Monkeywrench e si apprestava a diventare uno dei produttori più ricercati della scena retro-punk del decennio successivo. Insomma, una sorta di “supergruppo dei poveri”, tenuto conto che anche gli altri Blacktop contribuiscono a far caciara su The Get-Down Imperative, un disco che mostra già quella visione policentrica che sarà centrale nei Dirtbombs. Lampante e spiazzante in questo senso la scelta delle cover, che vanno dal grande maestro Ray Charles ad una versione cisposa della Sheer Terror che i Government Issue avevano messo sul loro primo album per finire con i dieci minuti di vaghezze free-noise della Space Is the Place di Sua Divinità Re Sole.

Gli originali confermano invece l’abilità di Collins nello scrivere canzoni straccione e farcirle con una approssimazione da garage-band senza futuro o da blues band da marciapiede, costringendole a passare per una feritoia dove chitarre ed armonica tagliano come lame.

 

I Dirtbombs nascono subito dopo, col progetto iniziale di essere esclusivamente e ostinatamente una band da singolo abbandonata grazie all’insistenza di Larry Hardy della In the Red Records.

È grazie alla sua ostinazione che i Dirtbombs cambiano rotta al loro percorso e cominciano un altrettanto tortuoso circuito su grande formato, dove ogni disco, come era successo per quelli in formato più piccolo, è diverso da quello che lo ha preceduto e da quello che lo seguirà. Nelle intenzioni come nei risultati. Unica regola valida quella di non compiacere nessuno, costruendosi attorno una cintura d’odio e sconfessando fedi cui tutti dichiarano di credere tranne lui: Mr. Mick Collins. Horndog Fest manifesta sin da subito questa sua natura votata all’indisciplinatezza assoluta e beffarda, aprendo con uno strumentale dove fischi e rumore di ferraglia dilaniano l’aria, creando devastazione e annichilendo l’ascoltatore. È un ostacolo messo lì di proposito. Una sorta di iniziazione passando la quale ci si può inoltrare dentro l’universo dei Dirtbombs, schierati con quella che è, rispetto ai Gories, un’autentica big-band.

Una chitarra, due bassi, due batterie.

Che lavorano con la grazia della bassa manovalanza attorno ad un concetto di garage-punk che da un lato sfiora le pareti della musica industriale, dall’altra i corpi madidi di sudore della soul-music, spiumando la gallina di Link Wray con le dita aguzze di Edward Mani di Forbice, finchè questa non stramazza al suolo stordita dal dolore, creando musiche sci-fi per videogames impazziti, schizzi hardcore come in un’eiaculazione dei Black Flag, sinistri giochi di pedali fuzz, rumorosi incesti tra cheap guitars da hobo man e una sezione ritmica che percuote gli strumenti come i cuochi cinesi nei retrobottega dei ristoranti di Chinatown.

Fareste bene a non fidarvi, quando il boss nero passa a sorridere per i tavoli senza togliere per un solo attimo i suoi occhiali da sole.

Mentre ai Ghetto Recorders i Dirtbombs stanno assemblando quello che sarà il loro disco di debutto, i Red Aunts sono negli stessi studi per registrare Ghetto Blaster. La stima reciproca fra le due compagini fa si che si provi a mettere in piedi un progetto estemporaneo battezzato The Screws. I tre dischi usciranno praticamente in contemporanea l’anno successivo.

Tra questi, i blues carichi di odio degli Screws, è il migliore.

Perfetta appendice alla storia dei Gories, più di quanto lo siano i Dirtbombs, Hate Filled Blues è disco carico di garage-punk malvagio e primitivo innestato su rumori da ferrovia (Into the Ground), da opificio (I Wanna Go Shopping) o da giungla tropicale (Jesse LeeZulu Lulu). Molto più raramente su un punk bagnato nelle urine degli X-Ray Spex (Kill Someone You HateI Hate Music).

Mick Collins è l’urango sfuggito alla catena evolutiva, venuto a riprendersi quello che gli appartiene, dentro un’officina da autodemolizioni di Detroit.

 

Per organizzare una festa alticcia ci vogliono essenzialmente tre cose: alcol, musica e amici giusti. Diciamo in parti uguali. E diciamo che non avendone di questi ultimi, occorre forzare le percentuali degli altri due ingredienti. Così, tequila dentro ai bicchieri e Ultraglide in Black dentro al piatto, mi appresto a questo party onanistico.

Soul music corretta con un’altissima gradazione di garage-sound. Ovvero con le chitarre che friggono in vece dello stormire dei fiati. Un po’ come facevano da quelle parti i Rationals nello stesso istante in cui Mick Collins veniva al mondo con una tonnellata di melanina in più.

O, talvolta (Your Love Belongs Under a Rock, che è l’unico pezzo scritto da Mick Collins per l’occasione), con una pennellata di tastiera. Come facevano i Lyres quando decidevano di divertirsi con le canzoni di Otis Redding.

O facendo sbattere le ali del pipistrello di Bela Lugosi sulla soffitta di Curtis Mayfield prima di schiacciargli la testa a colpi di Kung Fu.

O strappando con forza tutti gli armonici della blues-harp come faceva Huey Lewis al fianco di Phil Lynott mentre questi cantava la sua ode a Stevie Wonder, Jimi Hendrix, Muhammed Alì, Professor Longhair e Robert Johnson.

Dimostrando che Bacco era un Dio nero.

 

Ancora una volta in contemporanea con un’uscita firmata Dirtbombs esce un nuovo lavoro degli Screws di Mick Collins e Terri Wahl.

Shake Your Monkey riesce ancora meglio che il suo predecessore a riattualizzare la musica black di Ray Charles e John Lee Hooker oltraggiandola con una buona dose di rumore e di sana follia no-wave o, semplicemente, riportandola ai suoi ingredienti base (l’armonica strisciante di Story 16, il glissato di Shake It, Baby, lo strepitoso blues acustico di The Storm, la bolgia di slide di I’m Your and I’m Hers).

Un disco antropologicamente perfetto.

Uomini e scimmie dovrebbero esserne fieri.

Il capolavoro dei Dirtbombs arriva nel 2003. Si intitola Dangerous Magical Noise ed è l’ultimo registrato con la line-up storica, visto che Tom Potter lascerà da lì a poco la band per dare vita ai Detroit City Council, formazione heavy-funk messa sotto contratto dalla Acid Jazz. Quello che negli obiettivi di Mick Collins deve essere l’album “pop” del gruppo si sposta in più di un’occasione verso un suono sfacciatamente, spudoratamente glam pur senza abbandonare la sua coperta di Linus punk e le sue lenzuola sporche di umori soul. Rimane dunque tendenzialmente sgraziato e imperfetto ma all’occasione galantuomo e consolatore. Sono le stimmate perfette per uno come Collins, da un lato affascinato dai grandi della black music e quindi dalle proprie radici culturali e storiche (John Lee Hooker, Sly Stone, James Brown, Curtis Mayfield, Sun Ra) e dall’altro dannatamente perso dentro un incubo urbano di metallo e cemento (lo spettro della Detroit industriale che già affiorava in passato sotto forma di proiezioni Stoogesiane e che qui riappare in tutta la sua violenza sottopelle pur colorandosi di fioriture glam e protopunk). Gli spettri di Marc Bolan, Gary Glitter, Mick Turner e Mission of Burma che fumano pipe di crack nel quartiere nero della città. Profondo e bruciante come una ferita da arma da taglio, se ve ne siete mai procurata una.

 

Il progressivo riavvicinamento di Mick Collins alle proprie radici e quindi il parallelo viaggio alla riscoperta di una forma totale di black music ha avuto risvolti inaspettati e andare indietro con la mente ai tempi dei Gories ascoltando il nuovo disco a firma Voltaire Brothers è operazione mnemonicamente complessa e tutt’altro che lineare. Rivitalizzato con i Dirtbombs il cadavere del blues attorno alle cui ossa i Gories avevano allestito il loro teatro di rock ‘n roll primitivo e basilare, Mr. Collins rivolge ora le proprie attenzioni al corpo prosperoso e pingue del funky. I Sing the Booty Electric è il disco di un collettivo numerosissimo, come da grande tradizione funky: diciassette musicisti alle prese con ritmi grassi e sottilmente psichedelici, cioè dinamici ma piegati al mood più che al groove, sei composizioni medio/lunghe, con sbrodolii strumentali, spolvero di fiati, vocioni e cori black, ritmi da far tremare le chiappe, un tributo al genio sregolato di gente come Sly Stone (la title-track sembra evocare la If You Want Me to Stay della sua Family, NdLYS), George Clinton, Maceo Parker, se non Frank Zappa la cui Trouble Everyday viene qui deformata in un numero da circo funkedelico. Se avete venduto la vostra collezione di classici del blues per compravi tutta la discografia dei Parliament o la blaxpoitation da magnaccia delle raccolte Harmless, eccovi il vostro disco dell’anno.

Nel 2007, invero un po’ a sorpresa, la musica dei Dirtbombs assalta il grande schermo, spingendo la loro cover di Chain of Fools su un popolo ignaro. Il gruzzoletto racimolato in diritti d’autore servirà alla band per cambiare quartier generale passando dagli studi Ghetto (in pratica la zona living della casa del bassista) agli appena inaugurati High Bias Recordings dove mettono in piedi We Have You Surrounded, ispirato alle vignette di Alan Moore (avete presente la famosa maschera baffuta di V for Vendetta? Be’, è opera sua. NdLYS) e musicando le avventure di Leopardman at C&A (portando a compimento il lavoro mai iniziato da  David J. con cui Moore aveva dato vita all’estemporaneo progetto Sinister Ducks). Un disco che combina diverse anime, da quella più pop (La Fin du Monde sarebbe dovuto essere il pezzo giusto per portare i Dirtbombs in cima alle preferenze del pubblico indie. Ma non l’ha fatto) a quella più sperimentale (gli otto minuti di rumore di Race to the Bottom), passando per quella più barbaramente trucemente garage (l’inaugurale It’s Not Fun Until They See You Cry che pare registrata nello stesso disordine della Good Times dei Nobody’s Children) e quella più ricettiva nei confronti di certa new-wave metallica inglese (lo svolazzare dell’uomo leopardo non è pericolosamente simile a quello delle ali del Bela Lugosi di memoria Bauhaus?), del glam rock e del power-pop.

Forse troppo mutevoli ed inafferrabili, i Dirtbombs mancano quel capolavoro che ci si aspettava dopo Dangerous Magical Noise ma riescono ad elaborare un percorso del tutto personale (e carico di personalità) dentro i confini ormai troppo stretti di garage-band che infatti abbatteranno definitivamente di lì a poco.

 

L’idea originaria era di registrare una quindicina di singoli e scomparire dai libri di storia, semmai qualcuno ce li avesse ficcati dentro. Invece i Dirtbombs sono diventati un affare serio, anche discograficamente parlando.

Che sarebbe quella cosa che ti spinge a incidere un album e poi un altro e poi un altro ancora. E infine li metti uno sull’altro l’assalto alla storia lo fai dall’alto.

Però, come spiega Mick Collins nelle note di copertina di questa raccolta, “I singoli vanno dritti al cuore, ti mostrano tutto quello di cui hai bisogno. Due canzoni: BAM! Un altro singolo, altre due canzoni, BAM! Come artista, hai a disposizione non più di dodici minuti per finire il tuo lavoro e nessuno spazio per i riempitivi. Allo stesso tempo, ti rendono artisticamente libero. Puoi fare qualsiasi cosa su due canzoni e non importa se nessuno le ascolterà perché la prossima volta sarai libero di fare qualcosa di completamente diverso”.

Questo era dunque lo spirito che animava Mick una volta sciolti i Gories.

Una band che potesse suonare diversa ad ogni canzone, senza alcun vincolo artistico.

Ecco perché If You Don‘t Already Have a Look si candida, al di là della sua natura di raccolta, a diventare il disco definitivo della band di Detroit.

Cinquantadue canzoni su due compact disc. Uno per gli originali scritti da Mick Collins, l’altro per le cover che la band ha disseminato sull’asfalto di Detroit passando senza vergogna alcuna dai Bee Gees ai Gun Club, dalle ESG ai Flipper, da Yoko Ono agli Ohio Players, da Lou Rawls agli Elois, dai Soft Cell ai Cheater Sliks, da Elliott Smith ai Rolling Stones. Tutto e il contrario di tutto.

Spirito e forma però rimangono intatte, preservate nel loro splendore lo-fi garage dalla formula elementare che le ha generate.

Voce, chitarra, basso, batteria. E tonnellate di rumore.

Quello serio.

Quello che quando lo incontri, te ne accorgi.

E qui lo si incontra spesso, fino a venirne sommersi.

E viene da chiedersi se è vero come dice Willie Dixon che gli uomini non lo sanno ma le ragazzine lo capiscono. O se, più verosimilmente, non capiranno un cazzo ne’ gli uni ne’ le altre.

Se il titolo gommoso dovesse lasciare ancora qualche dubbio, il cartoon della copertina di Ooey Gooey Chewy Ka-Blooey! dove la band di Detroit posa come gli Archies fuga via ogni residuo sospetto: i Dirtbombs rendono omaggio alla più disimpegnata e goliardica scena musicale degli anni Sessanta: quella della bubblegum music creata ad artificio dentro la casa di produzione Super K. Nata “in vitro” per contrastare la musica impegnata dei cantautori di protesta e il beat indisciplinato delle garage bands, la bubblegum della premiata ditta Jerry Kasanetz e Jeff Katz fece man bassa delle classifiche nel 1968 scoprendo un nuovo filone d’oro nella musica per teenagers.

Era una parodia del beat, svuotata di ogni avanzo di aggressività.

Un contenitore privo di contenuto che imponeva ai giovani musica senza nerbo e alle classifiche gruppi o, molto sovente, gruppi-fantasma come Ohio Express, Tommy James and The Shondells, Archies, 1910 Fruitgum Co., Sugar Bears, Lemon Pipers, Crazy Elephant. Musiche e testi completamente disimpegnati che avevano un triplice obiettivo: vendere, vendere e vendere.

Sognato e progettato da lungo tempo, ora che i mercati internazionali affondano e l’ottimismo naufraga tra le onde di un mare sempre più scuro, vede finalmente la luce il disco-omaggio alla bubblegum pensato da Mick Collins.

Suona come una provocazione.

Ma, più verosimilmente, suona ahinoi come un disco degli Shondells.

Con l’aggravante (o l’attenuante, dipende dal vostro punto di vista) di essere, a differenza di quelli, fuori contesto storico.

E così i Dirtbombs, approfittando della stima di cui godono, ci costringono oggi a fare quello che evitammo di fare allora: ascoltare un intero album di bubblegum music. Oppure qualcuno tra voi ha davvero ascoltato per intero Goody Goody Gumdrops, Chewy Chewy o Green Tambourine?

Dieci canzoni scritte da Collins inscenando la parodia della parodia, con una finezza da intenditore come la scelta di sfumare i brani anziché smorzarli, come era d’ uso fare nei 45 giri della Buddha Records e una capacità del tutto naturale di scrivere canzonette facili facili, talmente stupide e appiccicose da risultare talvolta irritanti (Jump and ShoutCrazy For You), proprio come quelle gomme da masticare che ti si appiccicavano al sedere mentre pomiciavi con la tua ragazza nella panchina del parco o sotto la suola delle scarpe mentre la riportavi a casa con l’audace speranza che ti invitasse a salire approfittando dei genitori che si erano assopiti ascoltando un noiosissimo disco di Charles Aznavour.

 

L’estemporanea accoppiata Mick Collins/Matt Verta-Ray prende il via nel 2014 con una cover cajun di Backstreet Girl pubblicata su Norton Records. Poi, il matrimonio artistico langue fino a dare adito al sospetto di una dissoluzione completa.

E invece, un po’ a sorpresa, ecco arrivare nei primi mesi del 2018 un intero album pubblicato sotto il nome Broadway Lafayette, ovvero il progetto più radicalmente roots della carriera di Mick Collins. Siamo infatti invitati ad un viaggio alle radici della musica rurale della Louisiana, ovvero lo zydeco e il cajun. Pare che Mick Collins si limiti, per l’occasione, al solo contributo vocale (fra l’altro condiviso con la moglie di Matt Rocia Verta-Ray e il libanese suonatore di accordeón Cyril Yeterian, coinvolto assieme agli altri membri della sua band Mama Rosin) scaricando agli altri l’onere della parte strumentale. Siccome quando c’è Collins nel mezzo ci facciamo piacere tutto, anche Subway Zydeco prenderà il suo posto, anche se non proprio sul podio, tra le cose che ci piacciono. Siamo davanti ad un’opera di riedificazione della musica tradizionale non dissimile da quella tentata con successo dai Los Lobos. Musica festosa (in qualche episodio, i peggiori, anche troppo festosa finendo per sfiorare la patchanka dei Manonegra NdLYS) che si concede a qualche momento di struggimento emotivo in cui a fare la differenza è proprio la voce di Mick, alimentando il desiderio di risentirlo in azione con i Dirtbombs.   

                                                                                         

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BLONDIE – Plastic Letters (Chrysalis)  

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Nonostante il grande hype che l’esordio dei Blondie aveva generato, nessuno se non qualche australiano e uno sparuto numero di inglesi aveva comprato i loro dischi. Le cose cambiano leggermente con Plastic Letters, che infila un paio di brani nella top ten britannica seppure per riuscire nell’offensiva alle charts americane la band dovrà aspettare il tocco di Mike Chapman sulla loro Heart of Glass. A vendere sono soprattutto le riviste dove la bella Harry campeggia in copertina, come Zig Zag, Hit Parade, Rock Folk, NME, Look-In, Superpop, Creem, Telegraph o High Times dove la Debbie viene “venduta” come la Marylin Monroe del punk.

Piace, molto, la figura di Debbie. Piace un po’ meno il pop frizzantino della sua band che su Plastic Letters strizza l’occhio più di una volta al classico suono americano degli anni Cinquanta, ai cori doo-wop, al Presley che schiocca le dita intonando Stuck on You o Return to Sender, alla surf music da jukebox californiano, alla bubblegum degli Archies. Molto più semplicemente i Blondie hanno scelto di stare dal lato sbagliato, quello dei punk che poco spendono in dischi. E quando possono, di certo non investono sul pop sbarazzino dei Blondie. Solo l’anno dopo, trovando l’abbrivio perfetto per la musica disco, nuova mecca dei figli della borghesia e dei benestanti occidentali, sbaraglieranno tutti. Plastic Letters giace dunque, pur con il suo poker di assi (Fan Mail, Youth Nabbed as Sniper, Kidnapper, Detroit 442) nel piccolo microcosmo dei dischi incompresi.

Peccato, trattandosi del miglior disco dei Blondie.

Quello che dando un colpo al cerchio e uno alla botte, riesce sempre a mandare a segno un calcio.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BLONDIE – Blondie (Private Stock)  

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David Bowie, Lou Reed, Iggy Pop, Joey Ramone, David Johansen, Joan Jett, Andy Warhol, Richard Hell, Sting, Chrissie Hynde, Siouxsie Sioux, Chuck Berry, Lester Bangs. Nessuno va via da New York senza portare come souvenir una foto accanto a Debbie Harry. Perché lei è bellissima e perché Chris Stein, suo compagno pubblico e privato, non gira mai senza una macchina fotografica al collo.

Debbie non è più la coniglietta dai capelli neri che accoglieva gli avventori del Playboy Club sulla 59th Avenue con uno sgambato corpetto rosa e un batuffolo di organza sul sedere tondo e sodo ma una bionda dagli zigomi perlacei e dalle gambe contagiose. 

Può far innamorare chiunque, se solo lo volesse. E in tanti se ne innamorano.
Vederla sul palco del CBGB’s era un po’ come rivedere Nico salire sul palco dell’Exploding Plastic Inevitable esattamente dieci anni prima. Un felino biondo che tiene a bada un piccolo branco di lupi neri che ululano dietro di lei.

Debbie e i Blondie sono la cosa più conforme allo zuccheroso ed elegante pop Spectoriano degli anni Sessanta che possa capitare di ascoltare in giro nella New York accesa dal sacro fuoco punk. Melodie appiccicose e gentili sorrette da un piccolo muro di suono garantito dalle chitarre, da qualche battito di mani e dal sintetizzatore che suona come un organetto Bontempi.
Il punk è dunque solo un pretesto per portare in scena uno spettacolo che non ha in sé nessuna vera rivoluzione se non quella di ripristinare un concetto di pop abbastanza elementare.
Blondie, il disco che li porta dal palco del CBGB’s sugli espositori dei negozi è dunque lavoro altamente commestibile, col suo anacronistico e anche banale miscuglio di coretti doo-wop, echi surf, ballate in stile cheek-to-cheek e semplici girotondi beat.
La new wave partorisce il suo primo paradosso.

 

                                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BAY CITY ROLLERS – Elevator / Voxx / Ricochet (7t‘s )    

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Oggetto di uno dei più robusti ed invasivi culti nella storia della cultura pop, dei Bay City Rollers pare oggi essersi persa memoria. Ben vengano dunque le reissues della 7t‘s, label dedita al recupero della memorabilia glam/bubblegum di quel decennio. Questa è la trilogia conclusiva, pubblicata col moniker The Rollers dopo che l’uragano punk aveva inghiottito la Rollermania, mentre la formazione subiva il crollo delle proprie vendite, l’abdicazione dalle charts, i sabotaggi promozionali della Arista e i ribaltamenti di line-up. Ciò nonostante, la musica dei Rollers rimaneva ancora l’emblema di un rock appiccicoso, costruito per piacere e per invadere le classifiche e i letti delle teenagers. Ovvero ciò che realmente conta nel music-biz, molto più che le parole di un recensore di merda come me. Insomma, roba che nella sua tamarraggine più oscena (diciamo Ricochet…) è capace di sfiorare le nefandezze del nostro Umberto Balsamo.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SHADOWS OF KNIGHT – Shadows of Knight (Rev-Ola)

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The Shadows go pop! Questo avrebbe potuto essere lo slogan del passaggio della band di Chicago alle scuderie Buddah, avvenuto nel ’69 dopo essere stati “svenduti” dalla Dunwich per il prezzo di un solo dollaro e dopo che la band si è, di fatto, disintegrata. Col solo Jim Sohns a detenere il nome del gruppo (cosa che avrebbe anche potuto evitare, visto lo sfacelo che ci ha riservato un paio di anni fa con A Knight to Remember, NdLYS), gli SoK ritentano il colpo gobbo riuscito quattro anni prima con la cover di Gloria: sfondare le classifiche. Gli riesce solo in parte, col singolo Shake. L’album che ne segue è una farsa montata alleggerendo l’archivio della Buddah di alcuni provini irrisolti per le sue bands fantasma e per le quali gli Shadows of Knight suonano ora come sessionmen. Prestando il fianco a facili ironie sul loro nome, gli Shadows sono ora l’Ombra di loro stessi, al servizio di agili burattinai come Jerry Kasenetz e Jeff Katz, artefici di un decennio di scempiaggini che vanno dal Ballo di Simone fino alla Black Betty sfigurata dai Ram Jam.  

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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REDD KROSS – Third Eye (Atlantic)  

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Quando ero un ragazzino irrequieto, appiccicavo le chewing-gum sotto il banco.

Poi a fine anno le contavo. Un distintivo di gomma per ogni minuto di noia.

Me ne sono ricordato adesso che ascolto Third Eye dei Redd Kross, delle chewing-gum e dei sedici anni che non mi hanno più ridato indietro.

E poi ripenso a quel 1990, a scuole ormai terminate. L’anno in cui in California albeggiò color Rosso e tutti girarono gli occhi verso Nord.

Come era già stato per Neurotica i colori sono vividi, accecanti, selvaggi, e contrastano col pallore della loro carne che il sole di Los Angeles sembra non aver neppure sfiorato. Dalla copertina di Third Eye, i Redd Kross si ripresentavano al mondo come dei moderni hippie asessuati e lungocriniti, vestiti in abiti sgargianti, in pose serafiche da tranquillità zen. Delle bambole di plastica in maglia di poliestere.  

Vicinissimo, se non negli intenti di certo nei risultati, a quel Magnum Cum Louder pubblicato dagli Hoodoo Gurus qualche mese prima e che strizzava il succo dell’hair-metal dentro la coppa del sixties-pop (rasentando il plagio in almeno un paio di episodi, NdLYS), Third Eye rade al suolo le guglie punk dei primissimi Redd Kross e alza un tempio buddista votato alla contemplazione del cielo stellato del power-pop e della musica bubblegum. Quella che si appiccica, per l’appunto. Come le mie chewing-gum che avevano concluso il loro ciclo vitale e lasciavano il campo all’alitosi da canapa indiana.

Le undici canzoni di Third Eye, nella loro calibratura melodica, tonale ed armonica, nel loro citazionismo sibillino o palese, nella loro arrogante miscela di assoli hard-rock e voci caramellate (Elephant Flares e Shonen Knife le punte di diamante di questa attitudine kitsch), brillano di una perfezione quasi irritante per la loro capacità di sterzare sempre ad un passo dall’imbocco del cattivo gusto, per la loro vanagloriosa illusione che ci regalano di un mondo più buono e giusto dove ogni cosa scivola via con la sua giusta dose di insofferenza cremosa, per il loro vello di pecora che ha la soffice arrendevolezza di cedere alle zanne del lupo, per la loro puerile audacia di frenare una valanga di fango con un morbido argine di marshmellows. Poi si viene travolti, tutti. E dopo l’inondazione, ognuno cerca il suo ramo d’ulivo. Questo è il mio.  

     

                                                                       Franco “Lys” Dimauro