RAINY DAY – Rainy Day (Llama)  

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Ralph Burns Kellog, l’ex-tastierista dei Blue Cheer che aveva lavorato sul disco di debutto dei Rain Parade, viene coinvolto anche come musicista in quello che il nuovo estemporaneo progetto di David Roback: un collettivo aperto che su disco viene cristallizzato con la presenza di Susanna Hoffs e Vicki Peterson delle Bangles, Michael Quercio dei Three O’Clock, Kendra Smith, Karl Precoda e Dennis Duck dei Dream Syndicate e naturalmente i Rain Parade al completo.

Un disco dove alcune star della scena Paisley sono protagoniste di un disco che con la psichedelia acida ha nulla a che fare: Rainy Day è difatti un album folk quasi pastorale, percorso da una mestizia che raggiunge l’apice in una Holocaust in cui soffia tutto il vento gelido che il titolo dei Big Star lasciava intendere.  

Sono cover fragilissime che attraversano la carne come piccole schegge di vetro, quelle dei Rainy Day. Schegge di vetro che sono frammenti di sogni infranti.  

Canzoni che ti fanno sentire nudo ed esposto alle intemperie, anche e soprattutto quelle dell’anima. Fino a che non sei pronto a lasciarti bagnare dalla tiepida pioggia acida di Rainy Day, Dream Away che inzuppò di lacrime psichedeliche le venti donne nude di Hendrix.

E che adesso bagna noi.   

                                       

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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THE WARLOCKS – Mean Machine Music (Cleopatra)  

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Continuano un po’ a guardare le loro scarpe e un po’ il cielo i Warlocks, in questo loro ennesimo ciclone shoegaze che dalla California si abbatte sul nostro continente. Rappresentato graficamente dall’italiana Laura Gamba della Lagoonar, Mean Machine Music è il disco dove le influenze “nascoste” e di cui mi pregio ancora oggi di essere stato il primo ad individuare dieci anni fa, quando scrivevo per una rivista che da lì a poco sarebbe passata dalle mani di Rockerduck a quelle di Paperon de’ Paperoni e che comunque potete recuperare sul mio blog (https://reverendolys.wordpress.com/2014/04/23/the-warlocks-heavy-deavy-skull-lover-tee-pee/), emergono con nitidezza lampante e dichiarata: Mogwai, My Bloody Valentine, Oneida, Velvet Underground, il Cope psichedelico, i Radiohead sperimentali, space-rock, shoegaze e musica krauta, permettendosi di dare una doppia lettura (una dominata dalle chitarre, un’altra dalle macchine) delle quattro canzoni che lo compongono (una quinta è un omaggio strumentale agli Hawkwind senza infamia e senza lode).

Nel complesso meno asfittico rispetto ai primi dischi, il suono dei Warlocks continua ad essere un’esperienza “ad immersione” dentro una colata cementizia di effluvi psichedelici assordanti e stranianti che certo oggi fanno meno paura ma non meno male.         

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ELECTRIC PEACE – Insecticide (Barred)  

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Vita e morte si intrecciano diabolicamente nella vicenda degli Electric Peace, contribuendo ad alimentare l’aura di leggenda attorno alla band californiana.

Per quello che si rivelerà essere l’ultimo album degli Electric Peace Brian Kild scrive un pezzo che si intitola Shoot Me. Una richiesta che viene accontentata qualche anno dopo, nel 2014 per essere precisi, quando Brian viene aggredito nel cortile della ditta di cambi per auto da corsa che fonderà a Reseda ne 2005.

Brian salverà la pellaccia. Andrà peggio ad un paio di suoi vecchi gregari come Greg Welsh, chitarrista della prima line-up degli Electric Peace morto di AIDS nel 1990 e Jim Hawkinson, morto in un incidente motociclistico proprio il giorno in cui doveva registrare la sua parte su Scar for Life, a compimento di un’altra assurda profezia di Brian contenuta su Road to Peace e intitolata Drinkin’ and Drivin’ (Til the Day I Die). Una casa autenticamente invasa dalla morte, quella degli Electric Peace, visto che nello stesso periodo scompare tragicamente anche Mary Christmas, la compagna di Honey Davis assoldata come Hammondista per il suo debutto da solista My Heart Attacked Me pubblicato, guarda caso, per una label chiamata Life & Death.

Di morte e di motori è pure fortemente intriso Insecticide, che suona come i Cult ad un raduno di bikers imbottiti di pillole e alcol. Non ci sono cherubini che volano nella Los Angeles degli Electric Peace, solo angeli che annunciano la morte.

La voce di Kild, la sei corde di Davis e il torbido organo di Hawkinson sono le loro sette trombe. Gli Electric Peace lanciano l’agente arancio sul lungomare di Los Angeles, esfoliando le palme californiane e la pelle dei turisti.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

NOFX – Punk in Drublic (Epitaph)  

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Qual è la differenza sostanziale fra il punk degli anni Settanta e quello degli anni Novanta? Be’, è molta, moltissima. Chi ascolta Punk in Drublic, uno dei manifesti del neo-punk dell’ultimo decennio del XX secolo e ha in casa e nel cuore i dischi di band come Dead Boys, Voidoids, Germs, dovrebbe accorgersene immediatamente. A naso.

Gli altri ovviamente no.

Il nuovo punk è, paradossalmente, in perfetta antitesi col punk che lo ha preceduto. È l’esaltazione delle vitamine, della vita salutista, dei muscoli contrapposta al flaccido marciume, alla vocazione autodistruttiva, al degrado fisico che straripava dalle copertine e dai testi di quegli eroi negativi.  

La musica dei NOFX, dei NOFX di Punk in Drublic in particolare, è il punk da spremuta di frutta, da taurina al caramello.

Ha lo stesso ritmo di una sega da sedicenne.

Se avete sedici anni, provate pure. Riuscirete ad andare a tempo in maniera metronomica.

Melodico (ma neppure tanto), veloce, suonato tutto in downstrokes, tranne quando la strizzata d’occhio e di palle dello ska impone di invertire la direzione.

Incazzatura raso terra.  

Io, che non sono facile alla risata, non mi sono divertito per nulla.

E non solo con la sega ma anche con la pialla, mi sa che sono più bravo io.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CAVEMANISH BOYS – Get a Load of… (Munster)  

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Sebbene il ritorno in pista del “miracoloso” Gerry Mohr sollevi facili entusiasmi, è bene dire subito che i Cavemanish Boys non sono i Miracle Workers e che questo Get a Load of… che ci riconsegna il suo bel ruggito è un album garage un po’ raffazzonato, con una scaletta che prevede “a la carte” quindici pezzi con una durata indicata in copertina che nei fatti non corrisponde in alcun caso a quella reale, a volte equivalente a quella di un rigurgito di catarro con pezzi rabberciati male e sfumati peggio. E vi basteranno i primi tre brani per rendervene conto.

Non che me ne fregherebbe più di tanto, anche se non ne comprendo il motivo, se il livello medio delle canzoni fosse un po’ più alto di quel che in realtà è, perché a parte due/tre episodi il livello non è molto più alto della media. Quel che fa la differenza (quando non viene sostituito da Ronny Christopher come sulla Sunday Street che sembra un pezzo degli Smash Mouth o quando non viene abbattuta a colpi di effettistica psichedelica come su Wide Open Lie) è la bellissima voce di Gerry Mohr, a tratti capace di evocare quella dei Wokers dell’’84. Ma per il resto Get a Load of… è un disco che non macchia la pelle come forse avrebbe la presunzione di fare.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

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PAT TODD & THE RANKOUTSIDERS – The Past Came Callin’ (Hound Gawd!)  

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Quando conobbi, artisticamente parlando, Pat Todd era la metà degli anni Ottanta. All’epoca Pat era alla guida dei Lazy Cowgirls e aveva già la pelata. Da allora sono passati trentacinque anni. I Lazy Cowgirls non esistono più da più di dieci ma la pelata di Pat (nonostante sugli ultimi tre album si guardi bene dall’esibirla) è ancora la medesima, come il suo amore per quel rock cui se tagli le vene, esce fuori del sangue.

I suoi sono i classici dischi che arrivano senza clamore, ma arrivano per salvarti la vita. I suoi pochi video su YouTube hanno lo stesso numero di visualizzazioni di quelli del tuo vicino che prova a fare i ravioli al nero di seppia e un numero di like che per contarli basterebbe la zampa di uno struzzo. Così come questo The Past Came Callin’, appassionato omaggio al rock ‘n’ roll che conosce l’odore delle grandi metropoli americane, del suo smog e delle macchie di piscio fresco che puoi trovare nei vicoli dietro i pub. Quattordici canzoni che magari non sono tutte necessarie, ma delle quali almeno la metà sono come quei salvagenti lanciati da una motovedetta per galleggiare nel mare di merda nel quale stiamo annegando.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE DREAM SYNDICATE – These Times (ANTI-) 

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Alla voglia di tornare si aggiunge stavolta la voglia di stupire, aggiornando il proprio suono per rendere più credibile il titolo che informa del secondo disco del nuovo corso dei Dream Syndicate.

These Times, dunque.

Dopo l’incredulità del titolo precedente, la consapevolezza e la voglia di viverli davvero questi tempi, questi posti dove sembravano essere piombati non senza meraviglia. I Dream Syndicate hanno trovato qui, in questi tempi e in questi luoghi, un pubblico pronto ad accoglierli nuovamente ad arti aperti (le braccia di certo, ma non scommetterei sulle gambe). Succede a tutti i reduci, per qualsiasi reunion di ogni latitudine ed epoca, pure per quelle monche come quelle di Alice in Chains e Nirvana. Chi non è pronto a fare una petizione per il ritorno degli Smiths, a parte me?  

C’è da dire che la band di Steve Wynn lo fa con un’ampia dose di coraggio, senza limitarsi a scrollare la polvere dagli abiti e senza ammiccare più di tanto ad un passato glorioso ma lontano. E in questo, These Times va ben oltre al già prodigioso How Did I Find Myself Here?, tentando un azzardo krauto che potrebbe risultare indigesto a quanti vedevano nei Dream Syndicate gli alfieri dell’acid-rock di stampo squisitamente americano. I Wire tornarono in maniera simile, anni fa.

Lo stile acido del gruppo non viene rinnegato (eccolo venire fuori su Recovery Mode o Black Light ad esempio) ma costretto a rincorrere il futuro anziché il passato, a convivere con sintetizzatori e beep elettronici, esposto ad una tempesta che è non solo elettrica ma anche elettronica. Che sono le tempeste di “questi tempi” e di quelli che verranno. Ed è giusto che la saggezza dei vecchi maestri ci prepari a questo, piuttosto che ammorbarci con i “qui una volta era tutta campagna”. Perché quelle campagne, quando e se mai torneranno, saranno una distesa di erba radioattiva.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BODY COUNT – Body Count (Sire)  

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Metal da console per videogiochi.

Con tale contorno di spari, sirene e una pioggia di “fuck you”, “bitch” e “motherfucka” che se lo suoni in auto nei paesi anglosassoni devi abbassare il volume per non farti massacrare a calci da qualcuno. Però l’esordio nel mondo “bianco” dell’heavy metal per il rapper Ice-T è una di quelle merdate con cui puoi convivere per una mezz’oretta della tua vita, immedesimandoti in un mondo che magari non ti appartiene ma che per un po’ ti fa sentire tutto l’orgoglio di essere un malvivente che ha scelto di fare di necessità virtù, come quando guardavi i film sul Bronx e ti sentivi della gang anche tu. Mentre mangiavi i popcorn.

Body Count si abbatte come uno stereotipo dello stereotipo, con tutti gli assoloni del genere, i riffoni marci e la batteria che pesta come in un mortaio (Bowels of the Devil, Body Count’s in the House, KKK Bitch, There Goes My Neighborhood, Body Count Theme, Momma’s Gonna Die Tonight, Cop Killer, Evil Dick).

Il disprezzo dichiarato verso le divise e l’amore morboso per le esecuzioni sommarie scorrono lungo le vene del disco, dall’incipit che prevede l’uccisione di un “mangiaciambelle” fino alla cattivissima Cop Killer che verrà, in seguito all’indignata reazione di Tipper Gore (anche lui “vittima” delle attenzioni di Ice-T su KKK Bitch), completamente eliminata dalla scaletta per incitazione all’odio verso la Polizia di Los Angeles, all’epoca già sotto il mirino della comunità nera e di una frangia del giornalismo per il pestaggio di Rodney King.

Il risultato è un po’ fumettistico, come una versione gangsta e patologicamente omofoba dei peggiori Misfits o di certo punk cui piace flirtare più col metallo pesante che con quello arrugginito.

Comunque sia, che vi piaccia o meno, evitate di sputare su Ice “Motherfuckin’” T.

E continuate a mangiare i vostri popcorn.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE 88 – Over and Over (EMK/Mootron) 

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Ho atteso per anni che gli 88 sfondassero.

Si, vero, sono diventati la band preferita di Ray Davies, hanno suonato nelle ultime session di Alex Chilton, hanno lavorato e suonato fianco a fianco con Lucinda Williams, Smashing Pumpkins, Elliott Smith, Black Francis, i Flaming Lips e addirittura con gli Zombies e le loro canzoni sono finite in diverse sitcom e serie tv per teenagers e famiglie unite e divise da uno schermo.

Un curriculum che in tanti non riescono neppure a sognare. Vero.

Ma non è quello che mi aspettavo.

Pensavo davvero che prima o poi sarebbe esplosa la eightyeightmania. Che ogni nuova canzone degli 88 passasse sui TG della sera, come accade per i Coldplay. Forse addirittura sul TG dell’una, come succedeva per gli One Direction.

Invece no, tanto che ad un certo punto il gruppo finisce di pubblicare dischi e nessuno se ne accorge.

Ecco, in tutti questi anni riascoltando Over and Over, apice della loro arte, mi sono interrogato sul perché senza sapermelo spiegare. Perché questo secondo disco della più british tra le band americane è inappuntabile e inattaccabile. Un senso melodico che ha davvero del prodigioso, secondo quella linea che da Paul McCartney porta diritto al brit-pop dei Blur, dei Coldplay, dei Supergrass e dei futuri Fratellis, attraversa ogni singola traccia e, all’interno di esse, ogni loro porzione: strofe, ponti, ritornelli, melodie, armonie. Come se dietro di loro ci fosse un team di produttori e autori ingaggiati per far funzionare tutto senza la minima sbavatura. E invece i dodici pezzi di Over and Over sono tutte farina del sacco di Keith Slettedahl, ventenne californiano che sembra un giovane Morrissey vestito come Michael Bublé. Uno che ama i Beatles e i Kinks alla follia e che sembra aver fatto tesoro di ogni disco dei genitori. In questo ambito e con pari perizia solo i Delta Spirit riusciranno a fare altrettanto, in terra californiana. Anche loro con poco successo e ancor meno visibilità.

Ma, stanco di aspettare, era ora di dirvelo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE BANGLES/THE THREE O’CLOCK/THE DREAM SYNDICATE/RAIN PARADE – 3×4 (Yep Roc)

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Da quel fantomatico giorno di trent’anni fa in cui le rose appassirono e il vino diventò aceto Steve Wynn non si è mai fermato un solo giorno, autoproclamandosi il vero stakanovista del Paisley Underground.

Dal 2012 ha lavorato alacremente per riunire i Dream Syndicate riportandoli a spasso per il mondo e realizzando uno dei migliori comeback album di sempre e dando continuità al progetto con un nuovo album già pronto nei primi mesi del 2019. In mezzo ai due album, per tenere su di giri il motore, Wynn si è preso la briga di proporre ad altri nomi storici del movimento, anch’essi riformati più o meno nello stesso periodo, di realizzare un disco di cover contraccambiate: ognuna delle quattro band esegue 3 pezzi delle rimanenti magari con qualche contributo vocale degli interpreti originali, per un totale di dodici perle Paisley tirate a nuovo secondo lo stile peculiare di ogni compagine. I migliori del lotto restano proprio loro, i Dream Syndicate, abilissimi atleti da rodeo anche quando si tratta di tirare per le corna il bue altrui (Hero Takes a Fall delle Bangles, You Are My Friend dei Rain Parade e She Turns to Flowers dei Salvation Army) mentre la quota rosa del piccolo senato Paisley tempesta di diamanti la già brillante Jet Fighter dei Three O’Clock col minimo sforzo e questi ultimi dipingono di blu Tell Me When It’s Over, classicone dei classiconi di tutto il fenomeno, facendo appunto i fenomeni mentre i Rain Parade aggiungono elio ai palloncini di When You Smile facendole oltrepassare le nuvole, come nell’esperimento aerostatico di Emergency Third Rail Power Trip.

Dall’alto Prince guarda giù e sorride.

Ogni volta che un palloncino gli accarezza il volto, un sorriso triste si fa largo sotto la sottile striscia dei baffi.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

3×4 Album Cover