THE CREATION FACTORY – The Creation Factory (Lolipop)  

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Un album meraviglioso quello dei californiani Creation Factory. Ricamato con il pregiatissimo filo d’oro del beat psichedelico degli anni Sessanta, il debutto su lunga durata della formazione che vede tra le sue fila anche un paio di membri dei Mystery Lights è uno degli album più clamorosamente retrò di quest’anno. Ogni suono sembra misurato con una bilancia di precisione di qualche bottega degli anni del boom. Arpeggi folk-rock alla Nightcrawlers, imbronciati R&B alla Animals, beat incalzanti alla Sorrows, echi dei giovanissimi Rolling Stones (Girl You’re Out of Time), di Larry and The Blue Notes (I Don’t Know What to Do), dei Thanes (Ain’t Gonna Let You Stay), dei We the People (Hallucination Generation) e dei 1313 Mockingbird Lane (Shame on You) si rincorrono e si accarezzano senza soluzione di continuità, come se tutte le grandi band dei sixties si fossero radunate in un flashmob al gesto convenuto.

I Creation Factory da Los Angeles, California si candidano a diventare la band più cool del pianeta. Che non è rotondo ma quadrato, come dicevano i Savages.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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CHOCOLATE WATCHBAND – This Is My Voice (Dirty Water)  

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Pare proprio che ad Alac Palao, primo batterista dei mitici Sting-Rays e da anni storico musicale a libro paga presso la Ace Records, piaccia “condire” le reunion dei gruppi storici, come fosse una gambo di prezzemolo. Eccolo dunque prestare i suoi servigi al basso per la reunion della Chocolate Watchband così come ha fatto lo scorso anno per il rientro in scena dei Flamin’ Groovies.

L’altro nuovo accolito è Derek See mentre Dave Aguilar, Gary Andreijasevich, e Tim Abbott serrano le fila della vecchia guardia per tirare in piedi This Is My Voice, il primo disco del 2019 a battere sul tempo tutti gli altri piovendomi in casa ben tre mesi prima della sua uscita ufficiale, prevista per Febbraio, avvolto in una copertina orribile con tanto di meme di #metoo, richiami agli slogan di Rudy Giuliani e al Maschinenmensch di Metropolis, bombardieri e divise che hanno il compito di dichiarare visivamente quanto la band californiana non sia per nulla un affare del passato ma batta in sincrono con i mutamenti storici e culturali del nostro tempo. Sinceramente, ce lo saremmo volentieri risparmiato. Ma tant’è.

Il disco invece com’è? Diciamo che musicalmente il ritorno della Watchband si risolve tutto nei primi otto minuti: Secret Rendezvous è un aggressivo e sporco brano garage che, pur se fuori dalle corde della formazione, riesce nell’intento di catturare l’attenzione del pubblico, anche se la fanfara di fiati finisce per sommergerla già dalla seconda strofa. Meglio invece Judgement Day, che ci riporta nei territori più consoni alla storia della (watch)band, un blues psichedelico che diventa via via più abrasivo man mano che gli strumenti si sovrappongono uno sull’altro. Dopodiché il disco naufraga lentamente ma inesorabilmente tra originali di dubbia fattura dove fanno la loro comparsata sitar e theremin e cover di Seeds, Music Machine, Bob Dylan e Mothers of Invention che non superano mai gli originali e che non se ne discostano neppure tanto, lasciandoci perplessi sul perché la Chocolate Watchband abbia sentito la necessità di proporcele.

Applausi a metà dunque.

Come quando qui da noi si rifà viva l’Equipe 84 e non ti senti mai di sputargli addosso ma neppure di imporre il silenzio ai coinquilini per ascoltare l’ennesima volta la cover di Barry McGuire che tutti sappiamo.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

LOVE – Black Beauty (High Moon)  

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Ricordate J.D. Martignon? Forse no.

J.D. Martignon era un ragazzone francese col pallino per il rock ‘n’ roll, come molti di noi. Solo che lui era anche uno cui piaceva fare le cose, non solo ascoltarle. Setacciare locali alla ricerca di band da mettere sotto contratto, ad esempio. È così che negli anni Ottanta mette in piedi a New York la Midnight Records dove mette sotto contratto formazioni come Plan 9, Fuzztones, Vipers, Outta Place, Cheepskates, Dimentia 13, Plasticland, Hoods lanciando un catalogo di cui almeno una porzione fa ancora oggi un tuffo dagli scaffali per planare sullo stereo.

Qualche anno prima della sua prematura scomparsa, J.D. ha messo invece in piedi una prestigiosa etichetta dedicata alle ristampe di raro materiale degli anni Settanta, inaugurando il proprio catalogo con il leggendario “album perduto” dei Love.  

5000 fortunati (io sono il #4333) possono dunque finalmente avere in casa il disco che avrebbe dovuto rilanciare il nome di Arthur Lee e dei Love dopo la “falsa partenza” di False Start e che invece, a causa dell’improvvisa bancarotta dell’etichetta cui era stato affidato il master, rimarrà fino ad oggi il Sacro Graal della band californiana.

Black Beauty dunque, orgogliosamente nero nel titolo e nella line-up che Arthur ha messo in piedi dopo essere stato per anni alla guida di un gruppo multirazziale. Se qualcuno ci vede dei paragoni con la storia di Hendrix, sappia che non sono gli unici, visto che dopo le vertigini folk-rock dei primi anni è proprio ai lampi hard-blues del mancino di Seattle (che aveva collaborato proprio con i Love di False Start) che Lee guarda, diventandone in qualche modo erede, dando alle fiamme sul palco non la sua sei corde ma la sua parrucca. La morte dell’amico non farà che accelerare questa sorta di processo di trasmutazione dell’uno nell’altro.

Un pezzo come Midnight Sun, la sua progressione armonica, la timbrica dei fraseggi (che sono comunque opera quasi esclusiva di Melvan Whittington) e l’approccio vocale di Lee sono indizi sin troppo evidenti.

Il lavoro di rimasterizzazione degli acetati recuperati negli archivi dei vecchi compagni di band del talentuoso artista californiano, rispetto alle versioni bootleg che per anni sono circolate clandestinamente, è MOSTRUOSO e riporta Black Beauty alla sua purezza originaria, facendone deflagrare la bellezza nera, nerissima.

All’interno di questa torcia di orgoglio nero in cui Arthur Lee non manca di fare denuncia politica e sociale citando Malcolm X (Young & Able) o denunciando i modi non proprio super-partes della Polizia di Los Angeles (Lonely Pigs) fa specie sentire una cosa leggera come il calypso di Beep Beep, autentico dissipatore di energia ficcato nel cuore del disco. Ma Arthur Lee amava essere imprevedibile. E cosi è stato fino alla fine.

Le bonus aggiunte per l’occasione sono tre tracce “rubate” (lo capirete ascoltando la resa audio) ad un concerto scozzese del Maggio ’74, una intervista realizzata da Steven Rosen di Rolling Stone (se non masticate bene l’inglese potete leggerla qui: https://www.loudersound.com/features/interview-love-s-arthur-lee), una L.A. Blues registrata insieme ai Ventilator di Matt Devine poco prima di essere arrestato con una condanna a sei anni per possesso illegale di armi (in realtà la prima condanna ne prevedeva dodici, ma deduco che se state leggendo queste righe perché amate Arhur e i Love sappiate come sia andata la vicenda, NdLYS) e la Thomasine & Bushrod scritta per l’omonimo film cult, trasposizione in chiave western della blaxploitation che sta dilagando nelle sale in quegli anni.  

Una pioggia d’amore. Una pioggia elettrica d’amore.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TY SEGALL – Fudge Sandwich (In the Red)  

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Chissà che l’obiettivo finale di Segall non sia quello di accaparrarsi tutta l’intera classifica nelle annuali playlist delle riviste o dei blog musicali. O forse più umilmente di piazzarne almeno uno, cosa che magari quest’anno potrebbe accadere con Fudge Sandwich, visto che alla fine i cover-album piacciono un po’ a tutti. Anche quando sono spiazzanti come questo. Ty Segall allestisce un barbecue fuzz dove mette a friggere pezzi come Hit It and Quit It dei Funkadelic, The Loner di Neil Young, Archangel Thunderbird degli Amon Düül, I’m a Man dello Spencer Davis Group, Rotten to the Core dei Rudimentary Peni, St. Stephen dei Grateful Dead. Fuoco, fiamme, fumo. Un casino.

Ma le vere perle del disco sono in realtà la versione acustica di quel classicone del punk americano che è Class War dei Dils, l’inquietante cover di Low Rider dei War che introduce al disco con un tono abominevole e malato degno di Trent Reznor e la riduzione in salsa Beatles di Slowboat degli Sparks.

Una scaletta apparentemente illogica che va dal kraut-rock all’R&B, dal funk all’anarco-punk, dall’acid-rock al rock d’autore ma che invece si adatta perfettamente alla logica folle di Ty Segall. Violente grandinate elettriche e poi il riparo sotto il legno accogliente di una chitarra acustica. E un’ombra gotica che si affaccia di tanto in tanto dalla balaustra, sporgendosi fino a cadere giù, sul nostro banchetto di sandwich grassi ed indigesti.   

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE LONG RYDERS – State of Our Union (Cherry Red) / THE LONG RYDERS – Two Fisted Tales (Cherry Red)

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In attesa di dare alle stampe Psychedelic Country Soul, l’atteso (non da me, che delle reunion mi sono rotto le scatole da un pezzo, NdLYS) nuovo album dei Long Ryders previsto per Febbraio, la Cherry Red dà una rispolverata al vecchio catalogo della band di Sid Griffin ristampandone in versione deluxe l’intero catalogo con la complicità attiva e fattiva dei componenti che hanno messo a disposizione il proprio archivio e affidato le loro memorie (ognuno di loro per un disco, suppongo) ad analogo trattamento, curando le note di ogni edizione. Ogni album viene dunque pubblicato adesso in versione triplo CD secondo l’ormai classico prototipo: scaletta originale, B-sides, demo, concerto del periodo.

L’intero primo supporto dei tre occupati da State of Our Union è nei fatti identico a quello pubblicato sul box Final Wild Songs mentre inedito è il contenuto dei restanti due: il secondo è occupato dalle session registrate al Control Center di Los Angeles ancora caldo delle registrazioni del disco di Danny & Dusty e il terzo da un intero gig al Mean Fiddler di Londra dove, in mezzo alla scaletta i Ryders infilano a sorpresa anche qualche brano proprio da The Lost Weekend.  

Il risultato finale non muta di una virgola il mio giudizio sul disco cui vi rimando: https://reverendolys.wordpress.com/2016/01/06/the-long-ryders-state-of-our-union-island/. Solo, stavolta, vi costerà un po’ di più garantirvene una copia a casa. Se siete fra i criminali che si ostinano a non comprarlo aspettando una versione mastodontica spalmata su cinque o sei dischi però non posso dire che non siate lungimiranti. Perché, vedrete, arriverà anche quella.

Assieme a State of Our Union ma su supporto separato viene ristampato Two Fisted Tales, affidato alle “cure” di Sid Griffin in persona. Ad essere addizionate sono tutte le demo del caso (dieci già pubblicate sul cofanetto già menzionato, altrettante del tutto inedite) e un concerto del 1987 registrato all’Oasis Water Park di Palm Springs. Nelle note di copertina Griffin calca la mano sulla disillusione di quel periodo e sul rimpianto per non essere diventati quello che presto altri sarebbero diventati seguendo le loro orme (i Son Volt e i Gin Blossoms ad esempio) quando sarebbe esploso il fenomeno “americana”. Ma di questo Sid ci parlerà presto e molto più dettagliatamente nella sua autobiografia, il volume cartaceo che arriva a suggellare il momento di rinnovato interesse e (sentiremo…) di probabile rinnovata ispirazione per i cowboy che ci accompagnarono per tutti gli anni Ottanta lungo un’America che sembrava uscita da un film western. È (di nuovo) il momento di lanciare in alto i cappelli.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

P.S.: per un’analisi di Two Fisted Tales vi rimando a https://reverendolys.wordpress.com/2016/05/19/the-long-ryders-two-fisted-tales-island/

 

LONG-RYDERS-Two-Fisted-Tales

LONG-RYDERS-State-Of-The-Union

 

 

 

TH’ LOSIN STREAKS – This Band Will Self-Destruct in T-Minus (Slovenly)  

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E chi ci sperava più in un nuovo disco dei Losin Streaks? Sono passati quasi quindici anni da quella che sembrava l’unica eiaculazione della band di Sacramento. Un tempo infinito.

Eppure, a sorpresa, ecco qui il seguito a quel debutto che a quello non ha nulla da invidiare.

Pezzi come Genevieve, My Disease, Too Late, (This Man Will Self-Destruct in) T-Minus, Order of the Day, You Can’t Keep a Good Man Down dei Jagged Edge, Trouble You Find con le loro spavalde pennate alla Pete Townshend sotto anfetamina ci scuotono dal torpore autunnale come sferze di legno sui rami.

Garage-sound tossico e arrogante.

Progenie malata del teen-punk più veemente e debosciato, i Losin Streaks sono tornati per farvi tremare le pareti di casa e far stramazzare al suolo la vostra collezione di dischi post-rock che attecchiscono come funghi sui vostri scaffali.

È meglio vi mettiate col culo addossato al muro, nel tentativo di salvare loro e voi medesimi.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

LOVE – Reel to Real (High Moon)  

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L’ultimo atto d’”amore” dei Love è una vertigine funky/soul come mai avremmo potuto immaginare ai tempi di Forever Changes, che pur di cambiamenti era foriero. Un disco da aggiungere alla collezione di Otis Redding o degli Ohio Players, con fiati gonfi come zampogne e ritmi grassi come lardo di maiale.

Reel to Real è il tentativo estremo di rientrare in un mercato che non ha dato ad Arthur Lee, musicista ed autore dal talento inimmaginabile, quanto avrebbe meritato. Ma è anche un disco con una dignità che spesso gli è stata negata dal libri della storia e che questa preziosa ristampa della High Moon ci dà ora l’occasione di rivalutare. Magari, se proprio siete allergici alla propulsione dei fiati black, arpionate l’album spostando la puntina sulla seconda facciata del disco: You Said You Would e Busted Feet  proiettano il suono dei Love vicino a quelle galassie che Hendrix sognava di esplorare una volta rinchiuso il baule psichedelico. Sono due pezzi carnali e sensualissimi che esplodono in una incontrollata colata di chitarre prima di lasciare spazio alla bella, acustica e altrettanto liberatoria Everybody’s Gotta Live.

Ma prima, per almeno tutta la prima facciata, Arthur Lee ci obbliga ad infilare le dita in un vasetto di miele funk. With a Little Energy, Good Old Fashion Dream, Who Are You?, Time Is Like a River sono come i sogni bagnati ed osceni di Tina Turner e del marito Ike. O del marito Ike con le Ikettes, se preferite fare le cose con tanta gente. Questa prima ristampa in CD è una succulenta occasione per rivalutare Reel to Real, considerato anche il bellissimo booklet firmato da David Fricke di Rolling Stone che ne racconta la gestazione e il parto e la copiosa messe di out-takes che ne raddoppia la durata e il piacere, andando a recuperare tra le altre meraviglie ben sei inediti fra cui un esclusivo provino da Forever Changes intitolato Wonder People.     

Siamo davvero a molte miglia dalle malinconie folk-rock dei primi due album, alla deriva in balia delle onde sussultorie del groove più lascivo degli anni Settanta. Reel to Real è decisamente, consapevolmente figlio di un altro decennio, di un’altra epoca, di altri Love, di un altro sogno d’amore, stavolta più fisico che simbiotico. Se voi siete rimasti seppelliti sotto le macerie di Da Capo o Love, non è un problema di Mr. Lee.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TOM WAITS – Rain Dogs (Island)  

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Gli uomini sciancati di Swordfishtrombones finiscono dentro Rain Dogs, pronti a ricevere altri calci. Camminano coi loro cappottacci, urinano ai bordi delle strade e si accucciano sul loro stesso piscio, appallottolati in coperte di cartone come dei pacchi regalo che nessuno ha voluto mai aprire, senza neppure ricordare in quale città si sono addormentati o in quale si sveglieranno. Se si sveglieranno.  

Un disco catramoso ed alticcio, questo Rain Dogs.

Un disco che se lo ascolti bene ci senti un nubifragio di pignatte e di cocci di bottiglia e il rumore appiccicaticcio di ogni singola mollica di crosta di pane raffermo. Tom Waits si muove come un fachiro dentro questo letto di schegge, dentro questo tappeto di rifiuti su cui piove sempre. Che se non piove acqua, piovono sputi. Dentro questo universo di uomini dalle barbe di setola che si attaccano al nostro bel mondo come parassiti, vendendoci un ombrello o un orologio di cui non sanno che farsene. Ché è loro tutta la pioggia e tutto il tempo del mondo.  

E voi attenti quando camminate per strada a non imbrattarvi le vostre suole con la loro cacca.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE FLESH EATERS – I Used to Be Pretty (Yep Roc)  

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La formazione è identica a quella dello storico A Minute to Pray, A Second to Die: Chris D., Dave Alvin, Bill Bateman, John Doe, Steve Berlin, D.J. Bonebrake più la compagna di Chris Julie Christensen che fu vocalist nei dischi successivi dei Flesh Eaters e dei Divine Horsemen. Pure molte delle canzoni appartengono al passato della band (Pony Dress, Youngest Profession, The Wedding Dice, House Amid the Thickets, Miss Muerte, My Life to Live) mentre un altro paio dovreste conoscerle comunque, essendo state trafugate ai repertori incendiari di Gun Club, Sonics e dei giovani Fleetwood Mac. Si riducono dunque a due le canzoni del tutto nuove di questa reunion dei mitici Flesh Eaters, la più bella delle quali si stende come una sindone sull’ultimo quarto d’ora del disco, allungandosi come una gotica versione tex-mex dei Doors di When the Music’s Over o della Steal to the Sea di Crime + the City Solution tutta solcata da canti di strega e percussioni pigmee e attraversata da rassicuranti anfratti riecheggianti il sax di Steve Berlin. L’inaugurale Black Temptation ha invece un passo più deciso e un make-up anni Ottanta, come una versione swamp dei Sisters of Mercy di Floodland o dei Lords of the New Church, sorte che peraltro condivide con le rivisitazioni di Miss Muerte o My Life to Live.

L’uso prepotente delle marimba e del sassofono fanno risuonare lungo tutto il disco l’eco dei Bad Seeds e dei Morphine, riducendo l’effetto spettrale di pezzi come The Youngest Profession (che regala pure i break strumentali più belli, quasi Stoogesiani nella loro deformità violenta, NdLYS) o House Amid the Thickets ed addobbandolo come un abete alla vigilia di Natale, anche se fosse quello macabro di The Nightmare Before Christmas. Anche se a volte l’effetto parodia sembra far capolino, I Used to Be Pretty si fa ascoltare con piacere.

Un piacere nostalgico magari. Di quello:

“ah ma..suoni ancora?”

“si, certo, vieni a vederci, facciamo un sacco di pezzi vecchi e di cover”

“ah (un’ottava sotto), fammi sapere che magari vengo a vedervi e porto pure qualche vecchio amico”

“si dai, che poi parliamo dei tempi del liceo e di come dovevamo bruciare il mondo prima che ci adattassimo ad abitarci dentro”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DAVIE ALLAN & THE ARROWS – Blues Theme (Tower)  

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Nell’America pre-Beatles, mentre frotte di teenagers si apprestano a conquistare le onde, tavole sotto braccio, c’è una band che la California decide di percorrerla su due ruote, appestando di fumo le spiagge. Si chiamano The Arrows, le frecce. E come le frecce vanno veloci. E mentre tutti sorridono dietro le loro tavole da surf, loro ricambiano con sguardi torvi ed imbronciati. Non so se avete presente le pochissime foto che li ritraggono, una delle quali sta proprio sulla copertina del loro terzo album. Musi lunghi senza l’ombra di un sorriso. Gente con cui è meglio non averci a che fare, altro che ardimentosi ragazzini che ti aiutano ad attraversare la strada.

Facce perfette per quei film dove scazzottate e corse in moto si alternano fino all’apoteosi violenta del finale, dove magari ci scappa il morto.

Perfetta è pure la loro musica, dove le strade sono distese di asfalto fuzz.

Ovvio dunque che la loro Blues Theme venga scelta come tema per uno dei biker-movies più belli della stagione.

Perché quella canzone è la tempesta perfetta. Uno tsunami che inonda la spiaggia dal lato inaspettato, ovvero dalla strada.  

Una ruggente corsa nella giungla metropolitana americana.

Al suo cospetto ogni altra band strumentale scompare. Anche gli Arrows medesimi. Sommersi dal loro stesso uragano fuzz.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro