AVENGERS – Avengers (CD Presents)  

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Quanto cazzo poteva interessare agli Avengers di fare un album?

Nulla.

E infatti non lo fecero.

Quello che interessava a questi quattro disadattati di San Francisco era lasciare la loro firma nella storia del punk. E per lasciare una firma, un tag nella storia del punk bastava fare un 45giri, un singolo che chi assisteva ai concerti poteva portarsi a casa e con cui un giorno avrebbe potuto ricordarsi di essere stato giovane e schifato di tutto, prima di essere inghiottito da un lavoro 9-to-5. Quel dischetto, diventato presto un anthem per tutta la scena punk californiana e in futuro uno degli inni sacri contenuti nel libro liturgico del genere, era uscito per la Dangerhouse Records nel 1977. Poi c’erano stati altri due anni scarsi di concerti furiosi, scazzottate, un secondo disco in formato 12” prodotto da Steve dei Sex Pistols e, prima che il decennio terminasse, gli Avengers erano già polvere. Una storia neppure troppo breve, se confrontata con quella di altre meteore del punk. Ma nonostante questo la volontà di realizzare un intero album era sempre mancata.

Avengers, il disco senza titolo approntato dalla CD Presents nel 1983 cerca di colmare la lacuna mettendo insieme tutto quanto si potesse racimolare del gruppo, realizzando uno dei più bei dischi postumi di quella stagione: We Are the One, No Martyr, Thin White Line, The American in Me, Car Crash, I Believe in Me, Desperation sono tutte diapositive di una stagione dove l’io disilluso diventa io politico e religioso immaginando di bastare a sé stesso, almeno per quella porzione di storia in cui il punk diventa atto costitutivo di una generazione che non si riconosce più in nessun’altra comunità che non sia la sua.      

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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REDD KROSS – Beyond the Door (Merge)

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I had a dream.

Un sogno piccolo, che non scomodi nessun vecchio eroe della storia.

Sogno che quest’anno un disco di power-pop possa piazzarsi in vetta alle playlist personali o collettive di ascoltatori e giornalisti.

È un sogno indotto, ovviamente. Un sogno indotto dall’ascolto di Beyond the Door, ultimo disco di Jeff e Steve McDonald, i fratelli che si rifiutano di invecchiare, i fratelli cui Courtney Love impedì di aprire mai un solo concerto dei Nirvana, nonostante avessero lo stesso manager, biasimando loro per quanto invece avrebbe dovuto accusare il McDonald dei fast food.

I fratelli McDonald tornano oggi con un disco abbagliante. Uno di quelli che ti conquista al primo ascolto, alla prima nota, al primo riff che in questo caso è “rubato” a Henry Mancini, autore nel 1968 della colonna sonora di quel film-culto che fu Hollywood Party. Che forse non è una scelta ardita ma è di una coolness con pochi rivali, dote che fa la differenza fra i Redd Kross e le centinaia di band di punk melodico che si sentissero legittimate a rivendicare diritti su canzoni come There’s No One Like You o The Party Underground.

Ma l’asse vincente di Beyond the Door è costituito da canzoni come Fighting, Fantástico Roberto, What’s a Boy to Do?, Punk II, Beyond the Door e le due cover che aprono e chiudono il disco, tutte trionfali e gommose pastiglie power-pop che puoi infilare nella lavastoviglie per tirare via tutto quel po’ di sporco che nostro malgrado ci incrosta l’anima a fine giornata.

Perché in fondo, anche questa è una missione da Croce Rossa.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DUM DUM GIRLS – Only in Dreams (Sub Pop)  

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A livello volumetrico, hanno la stessa quantità di fica delle Bangles. E pure in capacità melodica le Dum Dum Girls se la giocano alla pari con le vecchie leonesse californiane.

Non mi stupirebbe dunque che questo secondo disco della band di Dee Dee fosse un grandissimo successo, che a sedercisi sopra mentre gira è un po’ come stare sopra un’enorme, festosa giostra spectoriana.

Ma c’è pure, nella musica delle Dum Dum Girls, un bel tiro “ferroviario” che non dispiacerebbe a Johnny Marr. Cosicchè quando scorrono In My Head, Wasted Away, Always Looking o Heartbeat sembra di vedere passare dei vagoni affollati di tutti i protagonisti delle copertine degli Smiths che ci guardano sorridenti dai finestrini. Qualcuno alza un braccio in segno di saluto. Qualcuna agita la mano.

Noi ricambiamo, che sembra il giorno perfetto per essere felici.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE LAST – L.A. Explosion! (Bomp!)  

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Era inevitabile, per uno che a cavallo degli anni Settanta aveva sponsorizzato il passaggio dei Flamin’ Groovies dalla fase stonesiana a quella di stampo Beatles/Byrds, innamorarsi di una band come i Last, perpetuatori proprio di quel suono fatto di chitarre scintillanti e cori armoniosi indicati dal nuovo corso dei Groovies. Ed è così che Greg Shaw vuole che il disco di debutto dei Last esca con la stessa etichetta con cui nel ’74 aveva pubblicato You Tore Me Down.

L.A. Explosion! si nutre del resto delle stesse frattaglie di cui sono ghiotti i Groovies, aggiungendo un pizzico ma proprio un pizzico di strafottenza punk (Walk Like Me, I Don’t Wanna Be in Love) ad un miscuglio power-pop che avrà un’influenza determinante su gruppi come Barracudas e Rain Parade.

Le canzoni dei Last, come quelle dei primi Beach Boys, sono una lode infinita ad un’estate altrettanto infinita, alla spensieratezza come forma di resilienza. Che però è qualcosa di indigesto per il pubblico di quegli anni, tanto che i loro gig a fianco di bestie come Black Flag e Fear che stanno traghettando il punk verso il più temerario hardcore vengono, quando va bene, derisi. Quando va male, molto di peggio.   

La considerazione di cui godono all’epoca band come i Last o i Groovies è pari a quella per gruppi come Herman’s Hermits o Manfred Mann che sgambettano su un qualunque varietà televisivo. E del resto Joe Nolte e compagni non fanno mistero nel considerare il lustro compreso fra il 1963 e il 1967 come il quinquennio dorato da cui attingere per tirare su canzonette (perché quello sono, al di là delle valutazioni soggettive e quelle oggettive che identificano la portata dei Last come una delle formazioni di punta del revival neo-sixties) come Century City Rag, The Rack, Every Summer Day, She Don’t Know Why I’m Here.

E’ insomma come sentire le onde dei Beach Boys che si infrangono sulla battigia dove è il beach-punk e non la surf-music a dominare la spiaggia.

Una nostalgia che può anche essere pericolosa, se parte di quella schiuma dovesse finire per inzozzare gli anfibi di Henry Rollins.

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

TY SEGALL – First Taste (Drag City)

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Incontro più Ty Segall che i miei amici. Non sto esagerando.

Non dico per strada o al bar, dove peraltro non incontro neppure quegli altri, ma in questa sorta di mondo metafisico dove tutti ci siamo un po’ tutti rifugiati e nel quale, come in quello reale, la musica regna sovrana. Parlo del mio, ovviamente.

Negli ultimi due anni ho incrociato Ty una mezza dozzina di volte, compreso questo nuovo incontro con First Taste, nuovo disco in studio inciso a suo nome. E ogni volta è un incontro piacevole, mai scontato. Ogni volta Ty mi racconta alcune cose che, come accade un po’ con tutti, si è dimenticato di avermi già raccontato la volta precedente e ci aggiunge qualche aneddoto recente, inedito. In questo caso ad esempio la cosa totalmente nuova riguarda una pianta di ghiaccio. Ed è una storia talmente bella e “gelida” che decide di raccontarmela spegnendo l’amplificatore, perché le parole arrivino forti e avvolgenti, come una sciarpa calda che permetta a quell’albero di non perdere tutte le foglie. Avvolgendo anche me che ne ho perse così tante da non riuscire più a contarle e da non avere più neppure la forza di rinnovarle. Ecco perché quando arriva quella cosa a forma di abbraccio intitolata The Arms le mie difese sono così basse che quasi me la immagino vera, quella stretta amorevole.  

Il resto sono storie familiari. Cui però Ty Segall aggiunge qualche particolare prezioso. Piccoli strumenti desueti ad esempio, come il bouzouki, la cetra giapponese, il mandolino o strumenti a fiato che colorano e “gonfiano” ulteriormente il suo rock decadente, sporcandolo con una sorta di funky soffocato, un groove ritmico insistito che evoca certe perversioni no (Self Esteem, When I Met My Parents) e new wave (RadioThe FallWhatever) che alla fine si spengono nell’epica cavalcata in assenza di gravità di Lone Cowboys che è tutto quello che ci aspettavamo dai Love and Rockets una volta lasciata la stazione spaziale dei Bauhaus e che invece si trasformò in una delle missioni più fallimentari della storia moderna.

Ciao Ty. Bentrovato. Hai più rivisto i miei amici? Quelli che prima si sono rimpiccioliti come Alice in tante piccole figurine circolari sui social che poi si sono sbiadite al sole diventando come il tuo albero di ghiaccio?

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

RAINY DAY – Rainy Day (Llama)  

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Ralph Burns Kellog, l’ex-tastierista dei Blue Cheer che aveva lavorato sul disco di debutto dei Rain Parade, viene coinvolto anche come musicista in quello che il nuovo estemporaneo progetto di David Roback: un collettivo aperto che su disco viene cristallizzato con la presenza di Susanna Hoffs e Vicki Peterson delle Bangles, Michael Quercio dei Three O’Clock, Kendra Smith, Karl Precoda e Dennis Duck dei Dream Syndicate e naturalmente i Rain Parade al completo.

Un disco dove alcune star della scena Paisley sono protagoniste di un disco che con la psichedelia acida ha nulla a che fare: Rainy Day è difatti un album folk quasi pastorale, percorso da una mestizia che raggiunge l’apice in una Holocaust in cui soffia tutto il vento gelido che il titolo dei Big Star lasciava intendere.  

Sono cover fragilissime che attraversano la carne come piccole schegge di vetro, quelle dei Rainy Day. Schegge di vetro che sono frammenti di sogni infranti.  

Canzoni che ti fanno sentire nudo ed esposto alle intemperie, anche e soprattutto quelle dell’anima. Fino a che non sei pronto a lasciarti bagnare dalla tiepida pioggia acida di Rainy Day, Dream Away che inzuppò di lacrime psichedeliche le venti donne nude di Hendrix.

E che adesso bagna noi.   

                                       

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

THE WARLOCKS – Mean Machine Music (Cleopatra)  

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Continuano un po’ a guardare le loro scarpe e un po’ il cielo i Warlocks, in questo loro ennesimo ciclone shoegaze che dalla California si abbatte sul nostro continente. Rappresentato graficamente dall’italiana Laura Gamba della Lagoonar, Mean Machine Music è il disco dove le influenze “nascoste” e di cui mi pregio ancora oggi di essere stato il primo ad individuare dieci anni fa, quando scrivevo per una rivista che da lì a poco sarebbe passata dalle mani di Rockerduck a quelle di Paperon de’ Paperoni e che comunque potete recuperare sul mio blog (https://reverendolys.wordpress.com/2014/04/23/the-warlocks-heavy-deavy-skull-lover-tee-pee/), emergono con nitidezza lampante e dichiarata: Mogwai, My Bloody Valentine, Oneida, Velvet Underground, il Cope psichedelico, i Radiohead sperimentali, space-rock, shoegaze e musica krauta, permettendosi di dare una doppia lettura (una dominata dalle chitarre, un’altra dalle macchine) delle quattro canzoni che lo compongono (una quinta è un omaggio strumentale agli Hawkwind senza infamia e senza lode).

Nel complesso meno asfittico rispetto ai primi dischi, il suono dei Warlocks continua ad essere un’esperienza “ad immersione” dentro una colata cementizia di effluvi psichedelici assordanti e stranianti che certo oggi fanno meno paura ma non meno male.         

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ELECTRIC PEACE – Insecticide (Barred)  

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Vita e morte si intrecciano diabolicamente nella vicenda degli Electric Peace, contribuendo ad alimentare l’aura di leggenda attorno alla band californiana.

Per quello che si rivelerà essere l’ultimo album degli Electric Peace Brian Kild scrive un pezzo che si intitola Shoot Me. Una richiesta che viene accontentata qualche anno dopo, nel 2014 per essere precisi, quando Brian viene aggredito nel cortile della ditta di cambi per auto da corsa che fonderà a Reseda ne 2005.

Brian salverà la pellaccia. Andrà peggio ad un paio di suoi vecchi gregari come Greg Welsh, chitarrista della prima line-up degli Electric Peace morto di AIDS nel 1990 e Jim Hawkinson, morto in un incidente motociclistico proprio il giorno in cui doveva registrare la sua parte su Scar for Life, a compimento di un’altra assurda profezia di Brian contenuta su Road to Peace e intitolata Drinkin’ and Drivin’ (Til the Day I Die). Una casa autenticamente invasa dalla morte, quella degli Electric Peace, visto che nello stesso periodo scompare tragicamente anche Mary Christmas, la compagna di Honey Davis assoldata come Hammondista per il suo debutto da solista My Heart Attacked Me pubblicato, guarda caso, per una label chiamata Life & Death.

Di morte e di motori è pure fortemente intriso Insecticide, che suona come i Cult ad un raduno di bikers imbottiti di pillole e alcol. Non ci sono cherubini che volano nella Los Angeles degli Electric Peace, solo angeli che annunciano la morte.

La voce di Kild, la sei corde di Davis e il torbido organo di Hawkinson sono le loro sette trombe. Gli Electric Peace lanciano l’agente arancio sul lungomare di Los Angeles, esfoliando le palme californiane e la pelle dei turisti.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

NOFX – Punk in Drublic (Epitaph)  

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Qual è la differenza sostanziale fra il punk degli anni Settanta e quello degli anni Novanta? Be’, è molta, moltissima. Chi ascolta Punk in Drublic, uno dei manifesti del neo-punk dell’ultimo decennio del XX secolo e ha in casa e nel cuore i dischi di band come Dead Boys, Voidoids, Germs, dovrebbe accorgersene immediatamente. A naso.

Gli altri ovviamente no.

Il nuovo punk è, paradossalmente, in perfetta antitesi col punk che lo ha preceduto. È l’esaltazione delle vitamine, della vita salutista, dei muscoli contrapposta al flaccido marciume, alla vocazione autodistruttiva, al degrado fisico che straripava dalle copertine e dai testi di quegli eroi negativi.  

La musica dei NOFX, dei NOFX di Punk in Drublic in particolare, è il punk da spremuta di frutta, da taurina al caramello.

Ha lo stesso ritmo di una sega da sedicenne.

Se avete sedici anni, provate pure. Riuscirete ad andare a tempo in maniera metronomica.

Melodico (ma neppure tanto), veloce, suonato tutto in downstrokes, tranne quando la strizzata d’occhio e di palle dello ska impone di invertire la direzione.

Incazzatura raso terra.  

Io, che non sono facile alla risata, non mi sono divertito per nulla.

E non solo con la sega ma anche con la pialla, mi sa che sono più bravo io.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CAVEMANISH BOYS – Get a Load of… (Munster)  

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Sebbene il ritorno in pista del “miracoloso” Gerry Mohr sollevi facili entusiasmi, è bene dire subito che i Cavemanish Boys non sono i Miracle Workers e che questo Get a Load of… che ci riconsegna il suo bel ruggito è un album garage un po’ raffazzonato, con una scaletta che prevede “a la carte” quindici pezzi con una durata indicata in copertina che nei fatti non corrisponde in alcun caso a quella reale, a volte equivalente a quella di un rigurgito di catarro con pezzi rabberciati male e sfumati peggio. E vi basteranno i primi tre brani per rendervene conto.

Non che me ne fregherebbe più di tanto, anche se non ne comprendo il motivo, se il livello medio delle canzoni fosse un po’ più alto di quel che in realtà è, perché a parte due/tre episodi il livello non è molto più alto della media. Quel che fa la differenza (quando non viene sostituito da Ronny Christopher come sulla Sunday Street che sembra un pezzo degli Smash Mouth o quando non viene abbattuta a colpi di effettistica psichedelica come su Wide Open Lie) è la bellissima voce di Gerry Mohr, a tratti capace di evocare quella dei Wokers dell’’84. Ma per il resto Get a Load of… è un disco che non macchia la pelle come forse avrebbe la presunzione di fare.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

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