FU MANCHU – In Search of… (Mammoth)  

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Il blu dei Blue Cheer e il nero dei Black Sabbath. Dentro il rosso fuoco della polvere del deserto californiano. I Fu Manchu realizzano con In Search of… forse il loro capolavoro assoluto. Le chitarre di Scott Hill ed Eddie Glass si affiancano e si fronteggiano, per l’ultima volta. E davanti ai nostri occhi si apre uno spettacolo di riff Kyussiani che hanno la forza di un caterpillar. Fuzz e wah wah lavorano a ritmo incessante spingendo i sassi del Mojave come scarabei con enormi palle di sterco.

Dodici brani in apnea da ossigeno, immersi in un unico, stordente aroma di benzina bruciata e di esalazioni hendrixiane da capogiro.

Come una gara di hot-rod sulle piste sabbiose di Marte.

Dimenticando la strada per casa.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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fIREHOSE – “if’n” (SST)  

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Conclusa l’avventura degli Hüsker Dü e sigillata dentro il disco-capolavoro dell’alternative rock degli anni Ottanta, c’è ancora una foto del trio di Minneapolis a far capolino tra le novità dei negozi di dischi. Il 1987 inaugurato da Warehouse: Songs and Stories non si è ancora spento quando arriva nelle vetrine “if’n”, il disco dove in qualche modo tutto un certo modo di intendere la musica trova la sua dimora finale e allestisce forse il suo ultimo capolavoro prima di cedere il passo ai giovani eroi del grunge che decreteranno la precipitosa eclissi della SST.

Le esasperazioni funk-core dei Minutemen sono definitivamente placate, anche se le sincopi nere del basso di Mike Watt e le rullate fuori schema di George Hurley permangono in buona parte del repertorio (Backroads, From One Cums One). Ma a compiere il miracolo e ad emancipare i fIREHOSE dalla pesante eredità della band di D. Boon sono le canzoni dal taglio più diretto e orecchiabile, come Honey, Please, Making the Freeway, Anger, Operations Solitare, In Memory of Elisabeth Cotton, Soon. Piccoli capolavori messi lì a ricordarci che siamo stati adolescenti quando sulle college radio passavano Meat Puppets, Replacements, Thin White Rope, X. E che dunque la nostra era stata un’adolescenza che ci avrebbe regalato il dono del rimpianto.

Proprio come quella dei nostri padri che invece l’avevano trascorsa cantando le canzoni dei Creedence.  

E che dunque potevamo, noi e loro, andare insieme a consumare un frullato di banane dentro un qualche bar della città.

Un qualsiasi frullato.

In un qualsiasi bar.

In una città qualsiasi.    

Perché noi e loro, eravamo appartenuti a qualcosa di bellissimo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE WILLOWZ – Fifth (Thrill Me)  

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I Willowz mancavano dal mercato discografico dal lontano 2009.

È probabile non siano più quegli spilungoni lungocriniti che attraversarono tutto quel decennio inseguendo a loro modo e con ottimi risultati i White Stripes e i Boss Hog e che quindi stenteremo a conoscerli ora che il loro quinto album arriva, un po’ a sorpresa, a far circolare nuovamente il loro nome. Nel frattempo la band ha lavorato su un concetto rock ‘n roll più definito, concentrandosi su riff basici (Now You Know il più endemico, ma anche All the Same, Ana Lee, See You Again non scherzano) che potrebbero far battere il piedino pure a chi stravede per Wolfmother, Redd Kross o Jet, facendo cortocircuito con il garage-punk di bands come Brood e Darts su episodi come Just Can’t Wait o Lily.

Il risultato è un disco di facile presa.

Forse troppa, gli verrà rimproverato.

Probabilmente dai sempliciotti che si sfregano ancora le mani quando in edicola spunta l’ennesimo speciale dei Led Zeppelin dove sono scritti i soliti cinquanta aneddoti letti migliaia di volte.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE MOTHERS OF INVENTION – Freak Out! (Verve)  

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L’ultima frontiera della follia “social” si chiama Sarahah: tu individui qualcuno cui vuoi paventare il tuo odio, il tuo risentimento, il tuo amore e, in maniera anonima, gli scrivi quello che pensi. Una baggianata inutile e meschina di cui Frank Zappa non avrebbe certo avuto bisogno. Lui ci ha sempre messo la faccia, in quello che diceva. Anche quando si scagliava, con il disco pubblicato nella culla del movimento hippie, contro il movimento stesso. Scegliendo sin dall’inizio di farsi odiare anche da chi era chiamato a legittimare la musica e le idee dei suoi Mothers of Invention.

Inimicandosi gli amici, che tanto i nemici erano già tali.

Vendendo ai capelloni la stessa musica da cui stavano scappando (l’eleganza lambiccata del doo-wop, ad esempio), criticandone gli eccessi liberali (l’uso delle droghe di cui Zappa si professò da subito acerrimo nemico), restaurando la vetusta ideologia sessista in loco delle nuove spinte femministe sul ribaltamento o la parità dei diritti di genere e imponendo al suo gruppo e a chiunque gli si avvicinasse un dispotismo dittatoriale che cozzava con gli inconcludenti aneliti democratico-popolari del “movimento” e travestendo il tutto con le vesti dell’eccesso e sotto la bandiera di una chiamata alle armi, Frank Zappa metteva in atto, nel pieno del fermento hippie, la sua prima scellerata azione di follia dissacratoria e di satira al vetriolo puntando il dito sulla stessa controcultura e i suoi miti pacifisti da cui egli si sarebbe sempre tenuto alla larga e che sarebbe tornato a sbeffeggiare a più riprese durante tutta la carriera, fino ad oltrepassare la barriera del buon gusto sulla astiosa We’re Turning Again venti anni dopo.  

Per realizzarla il musicista di origini siciliane si era trasferito ad Hollywood, prendendo in affitto un cottage al 1819 di Bellevue Avenue, a ridosso della Hollywood Freeway e a pochi isolati dal Sunset Boulevard, l’arteria dove fiorivano i locali “in” della città: il Whiskey au Go-Go, il Ciro’s (dove i Byrds suonavano come gruppo “di casa” e dove i Mothers avvicinarono, con successo, la combriccola dei “Freaks” di Vito Paulekas che facevano da coreografia viva e pulsante alle esibizioni della band di Los Angeles), El Mocambo, il Trocadero, il Roxy, il Rainbow, il London Fog, il Ben Frank, il 5th Estate, il Trip (dove i Mothers si sarebbero esibiti accanto ai compagni di scuderia e di produttore Velvet Underground sputandosi quasi in faccia), il Galaxy, il Gazzari’s, l’Action (dove i Mothers ottennero il primo ingaggio per un mese di concerti).

L’incontro con Tom Wilson, reduce dal successo al banco produzione per Dylan e Simon & Garfunkel (e artefice della svolta elettrica di entrambi) e appena nominato A&R dalla Verve-MGM, è determinante nella realizzazione del progetto Freak Out!. La grande considerazione di cui gode Wilson negli ambienti frutta ai Mothers un budget impensabile per una produzione di quel tipo, assecondando le manie di grandezza di Zappa che può così svestire in qualche occasione i panni di burlone per vestire quelli più accademici di direttore di orchestra, pur se vestito come l’Ape Maia.  

Il risultato è un disco dalle anime molteplici. Figlio del surrealismo e delle avanguardie della musica colta così come delle musiche popolari e di consumo (sconfinando nei jingle delle rèclame), degli esperimenti su nastro cui Zappa si dedicherà con dedizione maniacale e della parodia cui si applicherà con altrettanto metodo, rabberciato tra denuncia sociale, cronaca, proclami di appartenenza, squarci di vita privata, sprezzante amore per il cattivo gusto, omaggi satirici (da Dylan a Presley), esaltazione del delirio orgasmico in opposizione al sentimentalismo affettivo da ottuagenario in crisi emotiva, sguardi da voyeur, pop-art e dadaismo.  

È un disco che vaga con nonchalance tra gli estremi del commestibile (i quadretti rassicuranti di How Could I Be Such a Fool, Go Cry on Somebody Else’s Shoulder, You Didn’t Try to Call Me) e dell’assolutamente indigeribile (le pièce quasi paranormali di Who Are the Brain Police?, Help, I’m a Rock, o The Return of the Son of Monster Magnet), dal formalismo più bieco e bigotto all’anticonformismo più dissennato e disinibito. Fra questi due estremi vagano, quasi sperdute, due meteoriti rock come Hungry Freaks, Daddy e Trouble Every Day. Roba che, una volta entrata a contatto con l’atmosfera, si incendia come palla di zolfo.

In quell’universo variegato, plurivalente, a metà fra burla e ossessiva esaltazione dell’orrido Zappa vagherà per tutta la seconda metà della sua breve vita creando, senza droghe, una delle discografie più alterate di tutti i tempi.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

THE DREAM SYNDICATE – How Did I Find Myself Here? (Anti-)  

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La reunion dei Dream Syndicate non è quel sogno che volevamo fosse.

In camera d’assemblea non vedrete Karl Precoda, ne’ Dave Provost ne’ tantomeno Kendra Smith (presente però “in spirito” su Kendra’s Dream) o quel Paul D. Cutler che aveva accettato di salire sul palco del McCabe’s di Santa Monica per una estemporanea reunion esattamente dieci anni fa. Del nucleo storico sono presenti solo Steve Wynn e il drummer Dennis Duck, cui si aggiunge quel Mark Walton chiamato a sostituire Provost al giro di boa degli anni Ottanta e della loro carriera.  

Purnondimeno iscritti e associati si troveranno ancora una volta pronti ad esibire la loro tessera pur di sentirsi ancora parte di quel “sogno”.

Del resto, con pochissime rare eccezioni (Sure Thing, Halloween, Bullet With My Name on It) la firma di Wynn era in calce ad ogni comunicato sindacale redatto da quella sigla, per tutti e otto gli anni del suo mandato ed appare dunque del tutto naturale che per i vecchi (eh si…) fan dei Dream Syndicate quest’anno il Natale arrivi con tre larghi mesi di anticipo nel rivedere il caro amico riappendere la vecchia insegna davanti al suo drugstore, felici di “trovarsi qui” e conoscendone bene il motivo, a differenza da quanto dichiarato dallo stesso Wynn nel titolo del “suo” nuovo lavoro.

L’(in)atteso How Did I Find Myself Here? è dunque il nuovo lavoro dei Dream Syndicate. Ma a ragion veduta potrebbe pure non esserlo, visti gli esigui richiami al suono con cui è ragionevolmente lecito identificare la band. Rimangono, è vero, certe limpide influenze mutuate dagli eroi di sempre (Lou Reed, Neil Young e Tom Verlaine) ma la vecchia dottrina del Sindacato viene adesso ravvivata da una neppure troppo vaga fame di rumore che sembra piovere direttamente dai cieli elettrici di  Pixies (80 West), Jesus and Mary Chain (Out of My Head), Telescopes (Kendra’s Dream) e Dinosaur Jr. (The Circle) e da un più marcato e più “british” (qualcuno ha detto Robyn Hitchcock?) senso melodico snaturando un po’ il classico suono dei Dream Syndicate ma dimostrando che il loro leader non ha perso la voglia e l’abilità di maneggiare petardi e scagliarli in mezzo alla folla.

Il vecchio gusto per le jam rivive negli undici minuti della title-track, risolta alla stregua di una versione asciutta di Riders on the Storm.  

Steve Wynn ne esce ancora una volta vincitore, anche nella scelta di riaccendere vecchi entusiasmi scegliendo di pubblicare come Dream Syndicate un disco che avrebbe potuto benissimo realizzare col proprio nome aggiungendolo alla sua pregevole, ma meno ricercata, collezione personale.

Questi, sono i giorni di Wynn e delle rose.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

QUEENS OF THE STONE AGE – Villains (Matador)  

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Rientro dalle ferie estive e trovo il nuovo e tanto atteso Queens of the Stone Age ad attendermi a braccia aperte. La notizia della produzione affidata a Mark Ronson ha dominato il gossip musicale per tutta l’estate nonostante qui in Italia se la sia battuta con quella affidata a Rubin per il nuovo di Jovanotti e dunque c’era moltissima curiosità attorno a Villains, predestinato a diventare il Disco-Inferno della formazione californiana. Dunque la domanda che ci ronzava in testa era: quanto Ronson troveremo dentro il nuovo QOTSA?
Tanto, tantissimo.

Peccato (o menomale che) non si tratti di Mark ma di Mick.

Villains è infatti una croccante, friabile fetta biscottata cosparsa di tanta marmellata bowiana. Che può anche voler dire trovarsi a tavola con i Muse, cosa che in effetti succede in chiusura del disco, ma che il più delle volte invece riesce a trovare una stilosa via di fuga dal classico, martellante hard-rock che ci si aspetta sempre debba venir fuori dalla chitarra di Josh Homme, così come da quella di Troy Van Leeuwen e da cui invece i due musicisti sembrano voler scappare sempre più sovente. La patina glam che gioca ai limiti col kitsch (i Muse, dicevo, ma anche gli ZZ Top degli anni Ottanta sembrano sempre dietro l’angolo) sempre più spessa con cui i QOTSA hanno deciso di rivestire la loro musica ne rinnova, se non la vitalità, perlomeno la grinta e Villains è il prodotto perfetto per soddisfare un pubblico che si lascia accontentare da poco, che non ha più bisogno di stupirsi e che regala applausi a piene mani ai propri idoli, qualunque cosa facciano. Pur di avere un sogno in cui credere e non rinnegare il proprio tatuaggio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THIN WHITE ROPE – I crotali del deserto interiore

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Nella gran confusione di ombre lunghe e polvere da sparo che la restaurazione del Paisley Underground portò nel mondo del rock americano degli anni Ottanta, qualcuno pensò che la Sottile Corda Bianca potesse essere assimilata a una di quelle che pendevano spesso da qualche trave per portare al Sommo Giudice un’anima già giudicata, alleggerendogli il lavoro, dimenticando che nel fantasioso universo parallelo di William Burroughs questa metafora servisse a descrivere una striscia di sperma. Fu questo il nome scelto da Roger Kundel e Guy Kyser all’indomani dello scioglimento degli effimeri Lazy Boys per dare un senso di fertilità straripante al nuovo progetto musicale.

Quando nel 1984 registrano Down in the Desert, il pezzo che l’anno successivo aprirà il loro disco di debutto, non sanno neppure loro che stanno costruendo un archetipo sonoro che li imprigionerà loro malgrado per tutta la loro esistenza. Il desert-rock che viene coniato per definire da subito la loro musica nasce in fondo da questo malinteso. Il deserto evocato dai deliri fantastici di Kyser è in realtà geograficamente situato molte molte miglia più a sud della loro soleggiata e pacifica Davis, nella zona del Mojave. Eppure nelle allegorie usate da Guy per descrivere un’adolescenza che, nonostante gli agi che la sua benestante famiglia gli concede, rimane inquieta, il deserto resta paradossalmente l’habitat prediletto per parlare dei suoi animali domestici che diventano mostri preistorici e di ragazze che evaporano come miraggi sotto la canicola. Musicalmente, nella sua opera di reinterpretazione della tradizione del rock americano di due decenni prima (i Quicksilver Messenger Service, i Velvet Underground, Johnny Cash, Neil Young, la country music) Exploring the Axis è più vicino ad Up on the Sun dei Meat Puppets che a Medicine Show.

È un rock che conosce le smorfie del disappunto e del dolore.

Che si stende al sole californiano ma spesso proietta ombre che hanno la sagoma degli spolverini della wave inglese (l’uso del basso in pezzi come SoundtrackLithiumDisney Girl o Atomic Imagery, il cantato “contratto” di Kyser che ha ben poco a che spartire con il tranquillizzante e passionale canto del cerimoniale rock a stelle e strisce, NdLYS). Il geologo Kyser ci trascina per i capelli nel suo deserto. Che è in tutto e per tutto simile al nostro. C’è dentro tutto lo stesso chiasso e tutto lo stesso silenzio di cui ci circondiamo nostro malgrado.    

 

                                                                                 

A due anni dal debutto, i Thin White Rope hanno già una solidissima base di fans (gli Swinging Danglers) e hanno perfettamente definito i contorni di un suono che Exploring the Axis “esplorava” già in maniera personale ma ancora sfocata.

Moonhead, l’album che li riconsegna alle scene, mostra un gruppo all’apice della sua forma, totalmente conscio delle proprie abilità, assolutamente capace di manovrare con estrema destrezza un suono che è erede diretto della psichedelia malvagia ed espressionista dei Television. La solitudine psicologica di Kyser lo spinge in un deserto ancora più disabitato, che non è più quello terrestre.

È l’isolamento cui Kyser si abbandona nello spazio acustico di Thing, disturbato solo dal crepitio elettrico della sei corde di Roger Kunkel che lo affianca come uno spirito negli ultimi secondi di una country song ridestando lo spirito sinistro che incombe implacabile sul resto dell’album e sull’intera discografia della band californiana. E’ questo velo sciamanico a rendere la musica dei Thin White Rope così unica e distante sia dal resto delle formazioni Paisley cui vengono accostati più per comodità che per affinità spirituale, sia dal rampante indie-rock che sta conquistando la scena (Pixies, Dinosaur Jr. in primis) e che da lì a breve diventerà un affare colossale da cui i TWR non trarranno però alcun beneficio.

Moonhead non tenta un’operazione di restauro delle radici ma si sviluppa proiettando ombre scure sul terreno della musica tradizionale americana. Quello che viene fuori, pur sotto un vero turbine di chitarre acide che lavora alacremente per modellare le sagome di questo canyon che il suono dei Thin White Rope sembra disegnare, è un paesaggio inquietante e spettrale che ha più di un ponte di collegamento con certo post-punk inglese. Una tensione che resta sempre accesa, come se la band suonasse circondata da branchi di coyote inaspriti dalla fame e che Kyser si guarda bene dallo smorzare, giocando piuttosto proprio su questo senso di perenne minaccia che la sua musica sembra portarsi addosso e che viene sventolata con fierezza, come un vessillo di fede, uno stendardo di luogotenenza allo sconfinato esercito dell’inquietudine.

A ridosso di Moonhead esce Bottom Feeders, un mini-lp che, come sarà vezzo della band per tutta la carriera, ha il doppio compito di presentare ai fan i risultati delle varie campagne acquisti (in questo caso è John Von Feldt a sostituire il quattro corde di Stephen Tesluk inaugurando una giostra di avvicendamenti alla sezione ritmica che non avrà mai fine) ma soprattutto di promuovere la band con agilità in Europa, terra di conquista e ultima frontiera del sogno di Kyser.  E’ un piccolo campo da allenamento dove la band mette alla prova i nuovi ingaggi, cimentandosi in qualche cover (in questo caso Ain’t That Loving You Baby e Rocket U.S.A), rimodulando qualche vecchio pezzo e provandone di nuovi.

Se i Green on Red erano i Doors, i Long Ryders i Byrds e i Dream Syndicate i Velvet Underground, i Thin White Rope erano i Television del Paisley Underground. Guy Kyser e Roger Kunkel sono le chitarre più visionarie dell’intero movimento.

Dodici sottili corde di nichel che si intrecciano tra loro come nastri d’argento.

Dopo le suggestioni polverose e desertiche dei primi dischi, la musica dei Thin White Rope riposa adesso sotto un enorme sombrero sfoggiando la sua melanina mariachi. Un’abbronzatura fasulla che non serve a squarciare il velo di malinconia che avvolge come un cellophane la musica della band californiana esibita su In the Spanish Cavenonostante l’esuberanza country di Mr. Limpet posta in apertura voglia illuderci dell’esatto contrario. Il “sole rosso” dei Thin White Rope è un sole bastardo che brucia la pelle ma non la scalda. E la voce di Guy non si concede alla bellezza, giocando a fare il lupo mannaro anche dopo che la luna ha lasciato sgombro il cielo rosso del suo amato deserto. Sotto la sua voce, il suono della band si muove con abilità e disinvoltura disarmanti, tracciando un filo che collega Woody Guthrie e Johnny Cash ai Grateful Dead e ai Television. Country&Western, acid-rock, psichedelia

Rimane però, nonostante il cambio di bassista, il contrasto tra il suono torbido delle chitarre (come negli splendidi ricami di Red Sun o nell’incedere zoppo di Munich Eunich) e il suono freddo della sezione ritmica, in particolare della batteria. Un limite di produzione che graverà su tutta la prima fase della carriera del gruppo arginando l’impatto del suono di frontiera dei Thin White Rope e portandolo talvolta (si ascolti Astronomy) pericolosamente vicino a una versione sporca dei Dire Straits, chiudendo dentro un barattolo ermetico l’acido che cola copioso dalle chitarre e il latrato blues che Guy sembra tirar fuori più dalle sue viscere che dalla sua gola messa a dura prova dall’abuso di alcol che colora i giorni della grotta spagnola.

Sul fondo del mare i pirati giacciono senza la loro bottiglia di rum.

Sopra di loro la California aspetta il suo Big One.

È ancora Red Sun a dare forgia al nuovo miniLP  pubblicato per presentare un nuovo avvicendamento, stavolta ai danni di Josef Baker. Dietro le pelli, sul disco, lui c’è ancora, ma su quattro dei sei brani a prendere posto siede Frank French dei True West. Il pezzo chiave del precedente album viene spogliato e presentato in una versione unplugged, con un contorno di cover da brivido fra cui spicca una splendida Some Velvet Morning che da lì in avanti finirà in tutte le scalette live del gruppo e in tutte le raccolte postume che li riguardano.

 

Il nuovo decennio porta una piccola/grande novità per i Thin White Rope: il piccolo marchio della RCA che si affianca a quello della Frontier indica, forse, che la band ce l’ha fatta. O che ce la potrebbe fare.

Non solo. Sack Full of Silver allarga la formazione ad un secondo bassista. Si tratta di Stephen Siegrist dei Sin Eaters (la roots band di San Francisco in cui militò anche Ted Leo dei Pharmacists, NdLYS) che ha il compito di affiancare Von Feldt per dare una spinta ritmica che tuttavia resta piacevolmente impigliata nelle maglie chitarristiche del tipico suono della formazione o si piega, assecondandone le voglie, alle derive country e folk che Kyser sembra voler stavolta toccare con decisione su canzoni come On the FloeTriangleThe Ghost (quasi una variazione neppure troppo originale di In the Pines). I capolavori si chiamano invece Sack Full of Silver (zoppa ballata condotta da un malinconico accordion), Diesel Man (i R.E.M. di Monster prima dei R.E.M. di Monster), le sacche Television che galleggiano su Americana e i cambi di passo di Whirling Dervish, messe lì a ricordarci che il sole, in California come altrove, è un gioco d’ombre e non solo di luci.

Von Feldt lascia la band già durante le registrazioni dell’album, tanto che per il mini Squatter’s Rights uscito a soli due mesi il suo ruolo è già stato preso da Stooert Odom. Ancora tutte cover, qui dentro. Ad eccezione di un curioso brano cantato in origine da Kyser con gli italianissimi Avion Travel e commissionato da Lina Wertmuller per la colonna sonora di In una notte di chiaro di luna (ma qui suonato per intero dai Thin White Rope), a tradire il suo bisogno di fuggire dai luoghi comuni in cui i TWR si sono, un po’ colpevolmente, adagiati. Stanco, come lui stesso dichiarerà, di essere associato al deserto e ai cadaveri delle vacche.

 

Analogo bisogno esprime il tuffo tra le acque vermiglie di The Ruby Sea che è però un bagno tutt’altro che rigenerante.

Si respira un’aria di disfatta, come se dentro quell’imbarcazione che ha lasciato il deserto per avventurarsi al largo ci fosse una ciurma sfinita dalla calentura, partita per nuove terre da esplorare di cui però non si scorge traccia all’orizzonte.

L’isolamento che Guy Kyser si autoimpone per scrivere il nuovo materiale non dà i frutti sperati e anche l’aggiunta di qualche “scarto” delle passate stagioni non aumenta il livello qualitativo di un disco che sa di tempesta placata e che è un po’ la caricatura dell’impetuoso vento desertico dei Thin White Rope, ora ammansito in un country rock più ordinario che sono quasi un preludio alle “canzoni da campo” di Mark Lanegan e delle ballate dei Grant Lee Buffalo (Bartender’s DogThe Clown SongUp to Midnight avvolta nel coro delle sirene) o un tentativo fallito (Christmas SkiesThe Lady Vanishes) di imporre Kyser come il crooner del Mojave.

Alla fine della traversata il capitano Kyser e i suoi marinai si adagiano sulla costa, stremati. Le vele si sono arrese al logorio dei venti e le funi, tutte, si sono al fine spezzate. Anche quella bianca e sottile.

Guy svuota gli ultimi granelli di sabbia rimasti nella sua clessidra sulla spiaggia del nuovo, sconosciuto approdo. Sabbia tra la sabbia. Di nuovo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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FLAMIN’ GROOVIES – Fantastic Plastic (Sonic Kicks)

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È dal Luglio del 2013, in seguito ad un incontro più o meno casuale su un palco di Londra in cui Chris Wilson ha modo di riabbracciare il vecchio compagno di merende Cyril Jordan, che i Flamin’ Groovies in formazione amarcord girano per il mondo riproponendo il loro storico repertorio. Una ritrovata sinergia, quella della coppia Jordan/Wilson, che non poteva non concludersi in studio. Ecco dunque che, esattamente quattro anni dopo, viene dato alle stampe un nuovo lavoro inedito firmato Flamin’ Groovies.  

Fantastic Plastic, registrato un po’ per volta alla fine di ogni tour vede fianco a fianco Wilson, Jordan e Alexander, come ai tempi di Shake Some Action. Sin dall’attacco di What the Hell’s Goin’ On l’effetto deja-vu è immediato, implacabile e la sensazione che i Groovies possano aver tirato fuori un disco dignitoso viene confermata man mano che ci si inoltra nell’ascolto delle restanti undici tracce, vestite di quelle chitarre luminose che furono il tratto distintivo della loro produzione degli anni Settanta e che tornano a splendere su End of the World e sulla cover di I Want You Bad degli NRBQ e a concedersi addirittura un bagno nel boogie dell’era Supersnazz su Crazy Macy. E se la nuova versione di Let Me Rock (il primo pezzo in assoluto scritto dalla coppia Wilson/Jordan e pubblicato nel lontano 1973 dalla Skydog sull’EP Grease) tradisce l’esigenza senile di ripulire la grezza irruenza degli anni giovanili e qualche brano sembra buttato lì tanto per raggiungere il minutaggio previsto (lo strumentale I’d Rather Spend My Time With You con una comparsata di Alec Palao al basso o la cover di Don’t Talk to Strangers dei Beau Brummels), complessivamente Fantastic Plastic, complice anche la bella copertina disegnata da Cyril Jordan in omaggio allo stile di Jack Davis, è un ritorno in scena finalmente degno di venire illuminato da qualche riflettore.        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

T.S.O.L. – Dance With Me (Frontier)  

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Simboli, titoli e liriche sembravano più un invito a cedere alla spietata e macabra psicologia da Blue Whale che la scaletta di un disco punk ma le ossessioni morbose per la morte di cui Jack Grisham cantava erano vere e non presunte, come lui stesso racconterà anni dopo su An American Demon. Sono le ossessioni che faranno dei T.S.O.L. gli alfieri dell’horror-punk e di Dance With Me il primo lavoro di punk gotico riconosciuto come tale, sebbene successivo al necrofilo debutto dei Flesh Eaters, cui subito dopo si aggiungeranno a valanga gli esordi di band come Christian Death, 45 Grave, Misfits, tutti provenienti dalla stessa area. Se l’impianto musicale è molto minimale (una chitarra tagliente e un basso che lo insegue sulla stella linea melodica, spesso doppiato a sua volta dalla voce), quello che fa di Dance With Me un disco epocale è la capacità di utilizzare la proprietà di base del punk come colonna sonora di un mondo perverso e parafiliaco che introietta il disgusto sociale del punk recidendo i contatti col mondo reale e seppellendosi in un universo parallelo che ha rovesciato ogni autorità imponendo l’autarchica  supremazia di una sorta di Superuomo Nietzchiano che rifiuta ogni canone imposto dal buon gusto, dal senso morale, dal timor di Dio, dall’asservimento politico.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RANCID – Trouble Maker (Hellcat)  

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Tim Armstrong è calvo. Ma ha fatto fortuna con lo spot di uno shampoo.

Tim Armstrong ha un capitale stimato di circa tredici milioni di dollari.

Tim Armstrong ha le unghia smaltate di nero, come Steve Stevens.

Tim Armstrong ha scritto il terzo album di Pink!. Tutto, per intero.

Tim Armstrong si è fatto crescere la barba, da quando suo padre è morto nel Giugno del 2012.

Tim è il cantante dei Rancid dal 1991. Prima, per un paio di anni, era stato il chitarrista degli Operation Ivy. 

Trouble Maker è il primo album che incide dopo aver varcato la soglia dei cinquant’anni. Il primo con il loro logo originario in copertina, come fu sul disco di debutto. E non è un caso: Trouble Maker è un ritorno al punk delle origini, di quello che i Rancid si concedono di tanto in tanto senza cedere alla tentazione dei ritmi skank (qui appannaggio della sola Where I’m Going). Nonostante le loro iconiche creste siano ormai un ricordo del passato destinato a rimanere tale ma la si sia voluta comunque disegnare sulla copertina, davanti alla skyline di San Francisco, proprio sotto l’architettura sospesa del Golden Gate.

Ma che disco è Trouble Maker? Un buon disco di punk-rock. Uno di quelli buoni per pogare e non per salvare il mondo dalle sue rovine, sia chiaro. Cosa cazzo vuoi salvare con una banalità come Bovver Rock and Roll?

Ma del resto, i punk non hanno mai voluto salvare il mondo. Al limite dichiarare il proprio voltastomaco e annunciare una guerra alle sue idiozie, spesso con altre idiozie.

I Rancid lo fanno ancora, anche se a vederli oggi, sgombri di spille, borchie e creste sembrano gli Uncle Tupelo. E lo fanno, tecnicamente, molto ma molto meglio di quanto non lo facessero venti anni fa, inutile negarlo. Buddy, Farewell Lola Blue, Molly Make Up You Mind, Beauty of the Pool Hall, Cold Cold Blood, This Is Not the End e le loro chitarre scuoiate ne sono la controprova.

Senza nessuna vera ribellione.

Attenti a custodire quanto hanno finora messo in Banca.

Accontentando dunque i fan che vogliono solo divertirsi e sentire il rock and roll che gli perfora le viscere, senza dover per forza preoccuparsi di essere sul lato giusto della strada.

Perché forse il lato giusto non c’è.

Vivete e poi morite.

Non c’è altro.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro