THE BANGLES/THE THREE O’CLOCK/THE DREAM SYNDICATE/RAIN PARADE – 3×4 (Yep Roc)

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Da quel fantomatico giorno di trent’anni fa in cui le rose appassirono e il vino diventò aceto Steve Wynn non si è mai fermato un solo giorno, autoproclamandosi il vero stakanovista del Paisley Underground.

Dal 2012 ha lavorato alacremente per riunire i Dream Syndicate riportandoli a spasso per il mondo e realizzando uno dei migliori comeback album di sempre e dando continuità al progetto con un nuovo album già pronto nei primi mesi del 2019. In mezzo ai due album, per tenere su di giri il motore, Wynn si è preso la briga di proporre ad altri nomi storici del movimento, anch’essi riformati più o meno nello stesso periodo, di realizzare un disco di cover contraccambiate: ognuna delle quattro band esegue 3 pezzi delle rimanenti magari con qualche contributo vocale degli interpreti originali, per un totale di dodici perle Paisley tirate a nuovo secondo lo stile peculiare di ogni compagine. I migliori del lotto restano proprio loro, i Dream Syndicate, abilissimi atleti da rodeo anche quando si tratta di tirare per le corna il bue altrui (Hero Takes a Fall delle Bangles, You Are My Friend dei Rain Parade e She Turns to Flowers dei Salvation Army) mentre la quota rosa del piccolo senato Paisley tempesta di diamanti la già brillante Jet Fighter dei Three O’Clock col minimo sforzo e questi ultimi dipingono di blu Tell Me When It’s Over, classicone dei classiconi di tutto il fenomeno, facendo appunto i fenomeni mentre i Rain Parade aggiungono elio ai palloncini di When You Smile facendole oltrepassare le nuvole, come nell’esperimento aerostatico di Emergency Third Rail Power Trip.

Dall’alto Prince guarda giù e sorride.

Ogni volta che un palloncino gli accarezza il volto, un sorriso triste si fa largo sotto la sottile striscia dei baffi.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

3×4 Album Cover

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L7 – Smell the Magic (Sub Pop)  

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Le L7 sembravano un gruppo di detenute chiamate a suonare per il Giorno del ringraziamento nel loro stesso penitenziario.

L’ordine era quello di cantare come se ti stessero strizzando i coglioni, senza averli. I precetti erano stati impartiti nella metà degli anni Ottanta dalle Sugar Babydoll poi, quando ognuna di loro aveva trovato la sua strada (Courtney Love con gli Hole, Kat Bjelland con le Babes in Toyland, Jennifer Finch con le L7), tali precetti erano diventati il marchio di fabbrica delle loro band e di tutto il movimento delle riot grrrls: ragazze con le palle, se non pensassi che tale definizione sia quanto di più maschilista e sessista possa essere usato nei confronti di una donna, sebbene queste ultime lo usino medesimamente per autodefinirsi o lo accettino comunque come un gran complimento. Molto più verosimilmente ragazze che affrontavano l’altro sesso sul medesimo campo di gioco, con sfrontatezza inaudita e provando a sovvertire il concetto di sesso dominante, senza dover accettare compromessi non voluti o complimenti a secondo fine, anche a costo di doversi sfilare i tampax e gettarli in pasto al pubblico per umiliare qualche bocca poco educata.   

Spregiudicate e abrasive nei contenuti e nelle musiche scelte per sottolinearli, finirono davvero per diventare lo yang del movimento grunge.

Del grunge Smell the Magic replicava i toni furiosi e la tecnica approssimativa e le L7 quell’aria da camioniste/i in sosta all’autogrill esibita da band come Tad, Melvins e Nirvana.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SUEDEHEAD – Constant Frantic Motion (Mad Butcher Classics)  

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Il nome e la copertina non mi dicevano nulla. O meglio, quel che mi dicevano non mi piaceva. Pensavo all’ennesima band devota a Mr. Morrissey. Ad una sorta di pantomima dei Belle and Sebastian e di altre soap-opera inglesi di forma rotonda.

E così questo Constant Frantic Motion è finito per sostare sulla colonna dei miei dischi da ascoltare per almeno un paio di stagioni. Finché in una giornata più umida delle altre mi sono detto che forse era il momento di aprire le imposte ad un po’ di rovescio inglese.

Ed ecco avvertire subito tutto il colpevole peso del senso di colpa del pregiudizio.

Perché, sebbene siano americani e di inglese abbiano davvero tanto, i Suedehead sono distantissimi da quel che immaginavo. Qui si vola, altissimi, dalle parti di Jam, Purple Hearts, Dexys Midnight Runners, Joe Jackson Band, degli Housemartins più tirati. Addirittura, pur senza raggiungerlo, nei pressi del nido inviolato dei Redskins.  

Il senso di colpa raddoppia scoprendo che questo album BELLISSIMO non è altro che la raccolta dei dischi su piccolo formato realizzati in proprio dalla formazione californiana “scoperta” da Mike Ness dei Social Distortion e che vede tra le sue nutrite fila anche alcuni membri di band come T.S.O.L., Beat Union ed Hepcat.

Un disco dove vi può capitare di incrociare la Waiting Room dei Fugazi e di non riconoscerla oppure di tornare a tormentare i vicini con uno dei più bei pezzi soul scritti da qualcuno con la pelle bianca come Gimme Some Lovin’. E dove vi può capitare di fare la conoscenza con una serie di canzoni che possono svoltarvi ben più che una singola giornata come New Traditions, Young and In Love, Small Town Hero, Long Hot Summer, Can’t Stop, Trevor.

Non siate stolti come me, quando vi capiterà fra le mani il disco dei Suedehead.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

THE LONG RYDERS – Psychedelic Country Soul (Cherry Red)  

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Di nuovo tutti assieme, come era già successo più di dieci anni fa, in quella “ReUnion” che però non aveva dato alcun frutto dal punto di vista creativo. Questa nuova rimpatriata, a coda dell’operazione di recupero avviata dalla medesima label che tiene a battesimo questo lavoro, ha invece tutta l’aria di un rientro “operativo” a tutti gli effetti. Psychedelic Country Soul arriva ad aggiornare un repertorio fermo musicalmente al 1987, saltando a piè pari un’intera generazione cui il nome dei Long Ryders dirà dunque poco o nulla. Avendovene già parlato ripetutamente non mi dilungherò ancora una volta e lascio la cattedra volentieri a qualcun altro, che a me le classi distratte piacciono poco.

Dunque ripartiamo da qui, da questo Psychedelic Country Soul sulla cui copertina le quattro sagome truci di State of Our Union non fanno più paura e cui affideresti volentieri la cura della tua mandria invece di nasconderla come succedeva all’epoca in cui arrivarono in città attraversando al galoppo le praterie degli anni Ottanta.    

Finito da anni il tempo di fare razzie nelle fattorie è dunque il tempo di ricordare i tempi andati. Di quella volta lungo la strada ferrata. E poi di quell’altra dentro il saloon di MacBride. E di quella in cui attraversarono la frontiera senza documenti, nascosti in un carro di sterco e fieno. E quella volta che la fecero franca sfuggendo allo sceriffo e alla legge. Lo fanno talvolta con la giusta carica emotiva (Molly Somebody, The Sound, Greenville, What the Eagle Sees), tanto che l’aria sembra ancora vibrare di quel ricordo. E nella traccia conclusiva lo fanno in maniera davvero persuasiva e avvincente, deformando il loro country-rock in visioni psichedeliche che sono l’omaggio tardivo al Paisley Underground che mancò nei loro giorni gloriosi.  

Altre volte le loro memorie si confondono con quelle di altri. Mancano i particolari che in qualche modo ne certifichino la storia e la rendano unica ed autentica. Ma è solo un “difetto” marginale in un’opera che è un ottimo compendio adulto alla storia dei “giovani” Long Ryders e che può dignitosamente affiancare la discografia ormai storica della band californiana.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

EVERLAST – Whitey Ford’s House of Pain (Martyr Inc.)  

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C’è stato un periodo della mia vita in cui mi piaceva Everlast.

No, non erano i tempi degli House of Pain, che per me allora l’hip-hop era soprattutto roba italiana. Non perché fossero più bravi ma perché, come aveva dichiarato qualcuno, il rap era per me “il messaggio” e di cantare Jump Around saltando per la stanza inneggiando alla birra scura non era esattamente il messaggio che cercavo.

Erano invece gli anni immediatamente successivi, quelli di Whitey Ford Sings the Blues, la seconda volta in cui prova, dopo otto anni, a fare tutto da solo. O quasi, che di strumenti era ben disseminato quel disco, sezione fiati e di archi addirittura e poi tastiere e qualche scratch che era come una cicatrice di quegli anni vissuti nella Casa della Paura. Ma Whitey Ford adesso era essenzialmente un bluesman, nonostante suoni il blues come i Fun Lovin’ Criminals facevano col funk. Moderno, bianco, teppista. Ma pur sempre un uomo ispirato dalla musica americana. Un po’ Beck, un po’ Me Phi Me, un po’ Michael Franti. Erano gli anni in cui lavoravo in radio e i suoi pezzi avevano un appeal radiofonico perfetto. Tanto che a furia di passarli ci entrai, è il caso di dirlo, in sintonia. Nonostante questo Everlast non ha mai mosso grandi volumi di vendita e il fatto di ritrovarmi ora sulla scrivania un suo nuovo disco dove ritira fuori il vecchio nome della band palesa in maniera evidente come dopo un quarto di secolo Mr. Whitey Ford abbia ancora bisogno di farsi identificare ricorrendo al passato in varie forme (una reunion celebrativa lo scorso anno e adesso, appunto, il richiamo lampante alla sua ex-band nel titolo dell’album).

Whitey Ford’s House of Pain è il nuovo capitolo dell’Everlast artista di ieri, riaggiornato a quello che è l’uomo Everlast di oggi, con Trump alla guida del suo paese e una figlia cui è stata diagnosticata la fibrosi cistica. Un uomo con qualche altra cicatrice da aggiungere a quella che sul petto gli ricorda ancora di quando fu strappato alla morte per una bizzarria del suo cuore. Non è un disco che ha ambizioni hardcore, semmai ne mostra qualcuna di successo piegandosi come un fuscello al vento del facile ascolto: It Ain’t Easy e The Climb potrebbero essere, se le radio sapranno fare il loro lavoro o se qualche film-maker saprà inserirle nella serie tv giusta, un successo colossale. Trascinandosi dietro tutto l’album, ovviamente. E noi magari saremo lì ad applaudire.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MOJO NIXON AND SKID ROPER – Mojo Nixon and Skid Roper (IRS)  

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– Entrammo in un negozio di dischi chiedendo di Mojo Nixon.

“Non lavora qui” ci risposero.

“Be’..” rispondiamo “se non avete Mojo Nixon allora il vostro negozio avrà dei seri problemi”.

Così cantavano i Dead Milkmen mentre per ripicca spaccavano un disco dei Poison nella loro minor-hit Punk Rock Girl.

Già, Mojo Nixon. Chi era Mojo Nixon?

Mojo Nixon, ovvero Neill McMillan era uno che agli inizi degli anni Ottanta gira una buona fetta d’America armato di chitarra, umorismo e una conoscenza di base del blues e del rock ‘n roll. Finchè, nel suo girovagare, non si imbatte in Skid Roper che lo sente suonare e si entusiasma così tanto che decide di diventare il suo compagno di viaggio. Ma all’epoca Richard è un inetto e l’unica cosa che conosce è un vago senso del ritmo. L’unica cosa che possiede è la fantasia e una discreta manualità. Il che gli permette di rubare un asse da lavare e costruirci un attrezzo ritmico.

L’esordio su Enigma tenta di mettere su disco quello spettacolo da busker e riesce a catturarne l’energia solo in parte. Ma è una parte alquanto divertente. Fra macchiette psychobilly e rivisitazioni sboccate del blues e del country da palude, l’album d’esordio del duo è una boccata d’aria di spensierata freschezza ai margini di una scena, quella cow-punk cui il disco è in qualche modo assimilabile, che fra cappelli da cowboy e stivali con gli speroni rischiava già di diventare patetica.

Il meglio Nixon e Roper lo realizzeranno successivamente ma questo disco ha il pregio di averceli fatti scoprire e di averci domato al loro passo bluegrass.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LAZY COWGIRLS – Lazy Cowgirls (Restless)  

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Guardi la copertina e non sai cosa cazzo pensare.

Cosa suoneranno questi quattro tipi vestiti come il mio idraulico quando si prepara per andare al pub?  

Ve lo dico io cosa suonano: suonano rock ‘n’ roll con i candelotti di dinamite in mano. Roba sgualcita come quella dei Saints e vagamente imparentata col garage punk come quella dei Radio Birdman e degli svedesi Nomads. Ma le Lazy Cowgirls vengono dalla California, quella che parafrasando O. Henry è la Repubblica delle Bandane. Ecco perché sono vestiti così sull’orribile copertina di questo disco che invece è uno dei migliori prodotti della seconda ondata punk di Los Angeles.

Prodotto da Chris D. Lazy Cowgirls ha già dentro tutti i New Bomb Turks che arriveranno molto più tardi. Solo che nessuno lo sa, ancora oggi che da quel disco sono passati trentacinque anni e sui nostri piatti forse un milione di dischi, di cui più di 2/3 peggiori di questo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CYPRESS HILL – Black Sunday (Columbia)  

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Asciugare l’hip-hop dalla sbobba funk, riportandolo ad un immaginario e ad un’idea di suono ibridato col bianchissimo pallore dei ragazzoni tatuati della scena hardcore e ai più emaciati metal-kids.

Un suono che si muove in una zona dove ogni frequenza di mezzo viene azzerata, svolazzando tra alti acuminati che tagliano come lame e bassi profondi, sinistri e circolari.

In questo carosello inquieto ed inquietante dove su una miscela ossianica di scratch da puntina arrugginita, nitriti di cavalli, fischi, sbuffi di pipe ad acqua e giri di armonica freddi come lapidi (non per niente la provenienza è di marca Black Sabbath) la voce psicopatica di B-Real si muove come il clown insano di It, snocciolando parole in rima in una metrica acida e dispettosa, in accento chicano e tono da degente in attesa per l’asportazione delle adenoidi.

Una miscela unica ed infetta, quella dei Cypress Hill. Che con Black Sunday assume proporzioni gigantesche. Canzoni come Cock the Hammer, A to the K, Insane in the Brain, Hits from the Bong, I Ain’t Goin’ Out Like That , Lick a Shot, What Go Around Come Around, Kid, When the Sh—Goes Down col loro immaginario pulp, escono dal ghetto messicano di Los Angeles ed entrano con prepotenza teppista nell’immaginario collettivo.

B-Real, Sen Dog e Muggs una domenica notte violano le tombe dei conquistadores, strappano via i cenci dai loro cadaveri e colonizzano il mondo.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE CREATION FACTORY! – The Creation Factory! (Lolipop)  

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Un album meraviglioso quello dei californiani Creation Factory!. Ricamato con il pregiatissimo filo d’oro del beat psichedelico degli anni Sessanta, il debutto su lunga durata della formazione che vede tra le sue fila anche un paio di membri dei Mystery Lights è uno degli album più clamorosamente retrò di quest’anno. Ogni suono sembra misurato con una bilancia di precisione di qualche bottega degli anni del boom. Arpeggi folk-rock alla Nightcrawlers, imbronciati R&B alla Animals, beat incalzanti alla Sorrows, echi dei giovanissimi Rolling Stones (Girl You’re Out of Time), di Larry and The Blue Notes (I Don’t Know What to Do), dei Thanes (Ain’t Gonna Let You Stay), dei We the People (Hallucination Generation) e dei 1313 Mockingbird Lane (Shame on You) si rincorrono e si accarezzano senza soluzione di continuità, come se tutte le grandi band dei sixties si fossero radunate in un flashmob al gesto convenuto.

I Creation Factory! da Los Angeles, California si candidano a diventare la band più cool del pianeta. Che non è rotondo ma quadrato, come dicevano i Savages.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

CHOCOLATE WATCHBAND – This Is My Voice (Dirty Water)  

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Pare proprio che ad Alac Palao, primo batterista dei mitici Sting-Rays e da anni storico musicale a libro paga presso la Ace Records, piaccia “condire” le reunion dei gruppi storici, come fosse una gambo di prezzemolo. Eccolo dunque prestare i suoi servigi al basso per la reunion della Chocolate Watchband così come ha fatto lo scorso anno per il rientro in scena dei Flamin’ Groovies.

L’altro nuovo accolito è Derek See mentre Dave Aguilar, Gary Andreijasevich, e Tim Abbott serrano le fila della vecchia guardia per tirare in piedi This Is My Voice, il primo disco del 2019 a battere sul tempo tutti gli altri piovendomi in casa ben tre mesi prima della sua uscita ufficiale, prevista per Febbraio, avvolto in una copertina orribile con tanto di meme di #metoo, richiami agli slogan di Rudy Giuliani e al Maschinenmensch di Metropolis, bombardieri e divise che hanno il compito di dichiarare visivamente quanto la band californiana non sia per nulla un affare del passato ma batta in sincrono con i mutamenti storici e culturali del nostro tempo. Sinceramente, ce lo saremmo volentieri risparmiato. Ma tant’è.

Il disco invece com’è? Diciamo che musicalmente il ritorno della Watchband si risolve tutto nei primi otto minuti: Secret Rendezvous è un aggressivo e sporco brano garage che, pur se fuori dalle corde della formazione, riesce nell’intento di catturare l’attenzione del pubblico, anche se la fanfara di fiati finisce per sommergerla già dalla seconda strofa. Meglio invece Judgement Day, che ci riporta nei territori più consoni alla storia della (watch)band, un blues psichedelico che diventa via via più abrasivo man mano che gli strumenti si sovrappongono uno sull’altro. Dopodiché il disco naufraga lentamente ma inesorabilmente tra originali di dubbia fattura dove fanno la loro comparsata sitar e theremin e cover di Seeds, Music Machine, Bob Dylan e Mothers of Invention che non superano mai gli originali e che non se ne discostano neppure tanto, lasciandoci perplessi sul perché la Chocolate Watchband abbia sentito la necessità di proporcele.

Applausi a metà dunque.

Come quando qui da noi si rifà viva l’Equipe 84 e non ti senti mai di sputargli addosso ma neppure di imporre il silenzio ai coinquilini per ascoltare l’ennesima volta la cover di Barry McGuire che tutti sappiamo.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro