DAVID BOWIE – David Bowie (Deram)  

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David Jones diventa Bowie nel 1966.

Ma nessuno ne conosce il volto, fuori dai ristretti ambienti mod di Londra, visto che i suoi timidissimi esordi su 45 giri vengono impacchettati dentro delle anonime company sleeves (le buste in carta dove viene solo riportata l’etichetta che ha stampato il prodotto).

La sua faccia arriva su una copertina di un disco l’anno successivo. E arriva nel momento sbagliato. Nel giorno in cui i negozi di dischi straboccano di ragazzi. Che però sono lì per comprare l’atteso capolavoro psichedelico dei Beatles.

Il caschettino biondo di David, anche se sottolineato da un affascinante sguardo bicromatico e da due zigomi perfetti, resta parcheggiato lì sugli scaffali, per essere comprato a prezzo maggiorato solo due anni dopo. Portandosi a casa un Bowie che già non esiste più. Il suo disco di debutto è il frutto acerbo di una stagione che è già passata e di cui già nessuno sente nostalgia: quel paese incantato abitato da folletti e gnomi è già stato raso al suolo dai dirigibili e oltraggiato dagli uomini schizoidi del ventunesimo secolo.  

Ma anche fosse successo quello che Bowie e Les Conn speravano, David Bowie rimaneva un disco marginale anche per l’ambito folk in cui era maturato, del tutto inadeguato anche in confronto ai dischi e agli artisti cui poteva essere associato per affinità visionaria e gusto scenografico (Donovan, Syd Barrett, Ray Davies).

L’uomo è ancora lontano dalla Luna. Bowie, dalle stelle.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LOVE – Da Capo (Elektra)  

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Los Angeles.

Al 4320 di Cedarhurst Cicle sorge una villa in stile coloniale costruita nel 1930.

Il suo valore attuale è di nove milioni di Euro.

Se avete i soldi, compratela.

Altrimenti, potete affittarla.

Come ha fatto una ventina di anni fa Johnny Depp e come fece cinquant’anni fa Arthur Lee per farci il quartier generale dei Love.

Cosa succeda là dentro fra groupies e droghe è facile immaginarlo.

Arthur va spesso a letto con una ragazza e si sveglia con a fianco un’altra. Nuda e sfatta come quella della sera prima.

Gli altri non sono da meno. Ma la star del Sunset Strip è Lee. Gli altri ne traggono profitto in quanto suoi musicisti. Ha dato al suo gruppo il nome dell’amore, ma la sua è un’attitudine da gangster e da despota. Del resto, come avrà modo di dire: “se sei solo un chitarrista ritmico non puoi dirmi cosa dovrei aggiungere o togliere da una mia canzone. Devi limitarti a fare quello che sai fare: suonare la chitarra ritmica e stare zitto”.

Da Capo, il secondo disco dei Love, viene registrato durante quei giorni al “Castello”. Sono giorni folli e fecondi. Per rappresentarli Arthur Lee decide di mettere su una piccola orchestra, aggiungendo flauti, sassofoni, tablas e clavicembali e regalando il più lungo viaggio psichedelico fino a quel momento tentato su disco: diciotto minuti di fraseggi blues e sincopi jazz che pur nella familiarità del paesaggio proposto, rappresenta un audace ma fallito tentativo di organizzare un viaggio metafisico, un po’ come faranno contemporaneamente i Doors, i Seeds, le Mothers of Invation, gli Stones o Le Stelle di Mario Schifano.

Il meglio sta sull’ondivaga e umorale altra facciata del disco, quelli in cui i Love dipingono cieli d’arancio. E poi fanno piovere da quei cieli una bomba atomica come 7 & 7 Is.

Perché “se non sarà l’amore, sarà la bomba a tenerci uniti”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BEATLES – I Nazareni

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Prendete una qualunque sala da ballo dei primi anni Sessanta e invitate una band di ragazzi ad improvvisare una serie di canzonette costruite sui generi in voga nel periodo: doo-wop, calypso, rock and roll, skiffle, yè-yè e ovviamente qualche ballata che serva ad allentare, facendola fruttare, la tensione sessuale che si respira nell’aria, resa ancora più incendiaria dai rigidi divieti dell’epoca.Sono le sei del pomeriggio, ma è come se fossero le quattro del mattino, nel 1963. 

Ecco, se riuscite ad immaginare questo contesto e a non farvi fregare dal revisionismo storico che farà dei sorridenti e ammiccanti quattro ragazzotti che sorridono dalla tromba delle scale sulla copertina di questo disco la più influente pop band della storia, ne ricaverete un’immagine molto realistica di quello per cui venne realizzato, in fretta e furia, il primo disco dei Beatles.

I quattro ragazzotti di Liverpool hanno delle armonizzazioni alla Everly Brothers e una grandissima capacità di “sintesi melodica” di certo figlia di artisti come Bing Crosby, Buddy Holly e Roy Orbison perfezionata dalle numerosissime serate amburghesi. Non sono più bravi degli altri complessi dell’area del Merseyside che mescono nella stessa miscela e, a tratti, è anche sovrapponibile il repertorio. A renderli diversi e unici sono essenzialmente due fattori: la scelta di un nome moderno che è fortemente caratterizzante e in sintonia con un termine appena nato come “beat” e l’immagine aggregante, quasi proletaria che riescono a dare.

Non si tratta, come era per i Peacemakers o i Dakotas, di un gruppo “spalla” che esaltava in qualche modo la figura del leader, i Beatles sono, pur senza annullare il carattere di ognuno di loro, tutti uguali e, “diversi in uno”, sono uguali a tutti gli altri teenagers di Liverpool e dell’Inghilterra tutta, trasmettendo un senso di comunità in cui è facile rispecchiarsi. In quest’ottica la scelta del nome è, ancora una volta, nella sua immediatezza disarmante, un vero colpo di genio (i coleotteri cui alludono sono, nei fatti indistinguibili gli uni agli altri e vivono in comunità promiscue).

 

Le loro voci si sovrappongono sul medesimo brano, si alternano, si intrecciano, si scambiano i ruoli, creando un senso di euforia corale e collettiva che si trasmette per contagio. Le loro prime canzoni, pur se ancora disadorne, sono infatti eseguite su melodie costruite sul “molteplice”. Nessuno sovrasta l’altro e tutto il repertorio si regge su un equilibrio formidabile di melodie a presa immediata e testi allusivi ma mai volgari che incitano alla festa, al ballo, all’amore. A tutte le occasioni di vita sociale, di gruppo, di collettività.

Please Please Me è il disco che per primo mette a frutto questa miscela che si rivelerà esplosiva, sorprendendo forse per prime le persone coinvolte, visto un contenuto musicale di per sé tutt’altro che rivoluzionario.  

Un album nato senza alcun’altra pretesa che mettere a frutto l’esperienza maturata in due anni di concerti fuori dalla loro terra per realizzare un prodotto che possa essere suonato anche nelle sale in cui i Beatles non hanno un ingaggio, realizzando quella primitiva forma di teletrasporto che è alla base di tutto il meccanismo del “prodotto” pop. E difatti nei progetti iniziali George Martin, incaricato dal manager del complesso di Liverpool di stanza ad Amburgo a realizzare un supporto fonografico dei suoi beniamini, Please Please Me doveva essere semplicemente una registrazione dal vivo di una delle tante serate con cui i Beatles allietano il pubblico del Cavern Club.

Invece decide alla fine di sfruttare un paio di giornate buche agli EMI Studios per assemblare in studio il primo album della band, mettendo assieme i primi due singoli e aggiungendo altri dieci brani che, fra cover e originali “in stile” raggiungono la ragguardevole somma di quattordici canzoni.

Il lavoro va avanti veloce e spedito e Please Please Me arriva sul mercato il 22 Marzo del 1963.

La nuova musica inglese ha finalmente il suo atto di nascita ufficiale.  

With The Beatles è l’album che ribalta, in termini di costumi, di spinta sociale e di iconografia pop, la colonizzazione Americana “subita” dall’Europa dopo il secondo dopoguerra. Sull’onda della Beatlemania che è già esplosa con il primo album, Brian Epstein decide di pubblicare l’album anche in America e di organizzare una vera e propria invasione agli Stati Uniti, architettata con la complicità di deejay locali come Carrol James e Gene Loving e ufficializzata con l’apparizione televisiva all’Ed Sullivan Show, ovvero il momento in cui i Beatles ficcano la bandiera inglese nell’ano degli Stati Uniti d’America. Qualche mese prima è uscito il loro secondo album, cui viene dato un titolo che molto astutamente insinua un messaggio sottile: i Beatles sono un gruppo filiale, da poter serenamente accogliere in famiglia. Sta tutta lì la chiave di lettura di quella semplice preposizione che precede il nome della band che sta sconvolgendo i teenagers occidentali. E’ un modo di rendere “adottabile” il fenomeno al pubblico meno giovane senza tuttavia disinnescarne l’impatto rivoluzionario.

Musicalmente si tratta di una replica esatta del disco di debutto, quattordici canzoni di cui sei cover stavolta leggermente più nere rispetto a quelle dell’album precedente, seppur totalmente private dallo spirito originale e ridotte a pura, semplice musica da ballo, senza alcuna altra implicazione che non sia quella di una neppur troppo tormentata infatuazione amorosa.

Canzoni ammiccanti e brillanti dal punto di vista melodico, meticolosamente organizzate tra esecuzioni formali (Til There Was You, Devil in Her Heart) e accenni di trasgressione (It Won’t Be Long, I Wanna Be Your Man) e bilanciate tra sentimentalismo e pulsione ormonale, per far sognare mamme e adolescenti.   

 

La certificazione del successo popolare dei Beatles e nel loro ingresso nell’immaginario sociale è celebrato con A Hard Day’s Night, la pellicola che ne esalta le gesta e documenta l’isteria collettiva che li vede come protagonisti.

Il disco che ne viene tratto, il primo realizzato interamente con materiale proprio, è un lavoro che perfeziona quanto mostrato nei due dischi dell’anno precedente, sia in termini di raffinatezza stilistica che di produzione. L’uso delle chitarre a dodici corde creano l’opportuno cuscino d’aria che esalta le armonizzazioni straordinarie del quartetto e che diventerà uno degli elementi chiave per la nascita del movimento folk-rock americano che nascerà di lì a breve e che congiungerà idealmente il più influente artista americano (Bob Dylan) con i più autorevoli protagonisti dell’invasione americana.

E’ in ogni caso pura musica di intrattenimento, lontana da ogni implicazione politica e sociale, fiera del suo disimpegno, interessata solo a propagandare se stessa. Virtuosa nella sua perenne ricerca di una perfezione che è ancora squisitamente estetica, la musica di A Hard Day’s Night con i ritornelli fulminanti e il ritmo deciso  della title-track e di Can’t Buy Me Love inaugura ufficialmente la nascita del beat inglese. I Beatles diventano la macchina pop perfetta.   

L’unico disco dei Beatles a presentare una leggera involuzione è quello piazzato fra le due colonne sonore di A Hard Day’s Night ed Help!. Beatles for Sale, con i suoi tanti (troppi?) ovvi richiami al rock and roll di base (Chuck Berry, Buddy Holly, Little Richard, Carl Perkins) sarebbe stato infatti perfetto come successore di With The Beatles. Il fatto di venir pubblicato dopo il primo tentativo di realizzare un album facendo leva esclusivamente sulla propria capacità di autori oltre che di interpreti sopraffini svela invece la necessità commerciale di speculare sul fenomeno Beatles allestendo in fretta e furia un disco che continui a tenere il dominio delle classifiche, (ormai da due anni buoni ad esclusivo appannaggio della formazione di Liverpool) e che zittisca in qualche modo la concorrenza che comincia ad affilare le armi, con Rolling Stones e Kinks intenzionati a conquistare il podio.

L’innovazione è al ground zero.

Mai come ora i Beatles hanno bisogno di “Aiuto”.

  

NUJV. Praticamente tutta la paradossale ma fascinosa storia della presunta morte di Paul McCartney parte proprio da qui, da queste quattro lettere “mimate” dai Beatles secondo il linguaggio muto degli agenti del traffico.

Un Nuovo Cantante Sconosciuto al posto di James (primo e da molti dimenticato nome del bassista di Liverpool), l’unico raffigurato senza cappello nella storica posa di copertina, intento a rappresentare proprio la lettera che indica il suo nome di battesimo.

Metà colonna sonora e metà nuovo album tout-court, Help! arriva a salutare un anno chiave nella storia dei Beatles. L’anno delle onorificenze e del memorabile concerto al Shea Stadium, oltre che dello “sbarco” in Italia.

L’anno del loro secondo film e dei due album che segnano il passaggio dalla fase adolescenziale dei primi quattro dischi a quella sperimentale ed elaborata dei lavori successivi. L’anno in cui la Beatlemania è al suo vertice di follia collettiva e i Beatles sembrano davvero, come dichiarerà scandalosamente Lennon l’anno successivo aprendo una crepa insanabile nell’immagine del gruppo, “più famosi di Gesù Cristo”. L’anno in cui Yesterday diventa più famosa del Padre Nostro, aggiungo io.

Detto questo, Help! non è ancora un disco perfetto.

Mostra i tantissimi pregi del gruppo pop per eccellenza ma anche i difetti dovuti probabilmente alla “morsa contrattuale” che li stava spremendo come il buco del culo della gallina dalle uova d’oro e che costringeva i quattro a cagare tutto quanto riuscivano a masticare, dal folk al rock ‘n roll, dalla ballata al Merseybeat, spesso senza dar loro neppure il tempo di metabolizzare quanto ingerito.

Ecco dunque “cozzare” tra di loro una splendida Ticket to Ride con un inutile cover di Dizzy Miss Lizzy, un country da fattoria come Act Naturally con un morbido caraibico come Tell Me What You See, un Lennon sotto tono come It‘s Only Love e un Harrison che scopiazza dagli spartiti degli amici come You Like Me Too Much.

Raffazzonato e “perfettibile”, dunque.

Ma se Dio era dalla parte di Dylan e il Diavolo dalla parte degli Stones, la Regina era dalla parte dei Beatles.   

 

Prima che il 1965 chiuda le sue porte, i Beatles si trasformano da belli in bellissimi.

Sono quattro funghi in cima al mondo e possono permettersi tutto.

Cominciano a guardarsi dentro e ad osservarsi attorno, come persone e come autori/musicisti, confrontandosi con nuovi strumenti e tecniche di registrazione ma anche con rinnovati stimoli spirituali e psichici. Religione e droga, per capirci.

Sanno di essere i primi ma sanno pure di non essere da soli.

Sono inseguiti da folle urlanti ma anche dalla concorrenza, che comincia a farsi più agguerrita se non spietata.

Hanno gli Stones alle calcagna, da sempre. Che li seguono in ogni mossa. E che però con (I Can‘t Get No) Satisfaction cominciano a fare anche da soli. E a fare bene.

Ma non solo.

Sono appena arrivati i Byrds con un disco forte come Mr. Tambourine Man (e al cui jingle-jangle Harrison si ispirerà esplicitamente per la sua If I Needed Someone).

Ci sono i Beach Boys che, stanchi di essere stati buttati giù dalle onde, tramano vendetta ed elaborano una strategia di rimonta che porterà Brian Wilson alla follia.

E, dietro di loro, la foltissima schiera di cloni da cui i Beatles non hanno nulla da temere ma che, nei fatti, alimenta il boom del mercato discografico e dell’indotto (labels, produttori, tecnici del suono, locali, riviste).

E poi, ovviamente, i loro discografici.

Che li guardano come degli impiegati. Un po’ fuori dalle righe, un po’ insubordinati, un po’ folli.

I migliori del loro reparto, indubbiamente, ma pur sempre degli impiegati.

E li vincolano a ritmi serrati imponendo loro per il terzo anno consecutivo la stesura di due album all’anno.

Uno dei quali, improrogabilmente, prima delle feste di Natale.

Rubber Soul è quello del Natale del 1965, a soli quattro mesi dall’album precedente dalle cui pagine migliori costituisce una felice e più compiuta estensione inaugurando la sequenza “chiave” della storia discografica dei Beatles, scavando ancora in una miniera inesauribile di soluzioni armoniche e melodiche dalla presa infallibile ma avviando parallelamente quel processo di allontanamento dalle convenzioni adolescenziali dei loro primi dischi. La scelta di sopprimere il loro nome dalla copertina è dunque un segnale ambivalente: mostra la compiuta consacrazione dei Beatles ad icone del loro tempo e, dall’altro, mette in guardia sulla nuova esigenza del quartetto di Liverpool di inabissarsi per trovare una identità più calzante con la loro nuova fase intima e professionale, cosa che avverrà di lì a breve con la scelta di abbandonare i palcoscenici e che verrà simbolicamente resa pubblica col varo del Sottomarino Giallo.

Un album che dietro la sua apparente aria di innocenza (Rubber Soul è, non dimentichiamolo, il disco di Girl Michelle, NdLYS) si mostra invece carico di allusioni, riferimenti e di piccole perversioni (dal Lennon che ispira profondamente come un fumatore di hashish ai versi trafugati dal mai dimenticato Presley fino ai richiami non espliciti ma molto intuitivi al sesso e all’anatomia (da Drive My Car ai coretti “apparentemente” innocenti di Girl) e che comincia a far filtrare per la prima volta influssi orientali e soluzioni di “psichedelia artigianale” (distorsioni, filtri, dilatazioni, strumenti esotici) che apriranno la via alle sperimentazioni massive e alle visioni altamente deformate dei due album successivi, mentre le righe di In My Life fanno posto per la prima volta a un neonato sentimento di nostalgia, la prima lacrima dolce dell’età adulta.    

Mi succede sovente (sempre più spesso ora che comincio ad invecchiare, NdLYS) di infilare nel lettore 1, la sequenza dei Numeri Uno raccolta dalla EMI in occasione del trentennale del definitivo scioglimento dei Beatles e di restare basito quando, dopo The Long and Winding Road datata 11 Maggio 1970, il lettore si arresta per un attimo e ricomincia la sua corsa per riabbracciare Love Me Do, giorno di nascita 5 Ottobre 1962. L’impressione, non fosse che la storia dei Beatles la conosciamo universalmente meglio di quella di Michelangelo, è di stare al cospetto di due band completamente diverse, tanto è profondo l’abisso musicale, espressivo, lessicale che separa la costa di imbarco da quella d’approdo nella storia della più importante pop band del mondo.

Esattamente in mezzo a quella straordinaria avventura veleggia, maestoso, Revolver, disco talmente ambizioso, elaborato e complesso da indurre i suoi autori a sospendere l’attività live per dedicarsi concretamente e con risultati enciclopedici ed innovativi alla valorizzazione delle registrazioni in studio. L’uscita del disco (5 Agosto) e l’ultima esibizione dal vivo dei Beatles (il 29 dello stesso mese) coincidono, a ben vedere, con la virtuale “morte” del rock ‘n roll e la sua reincarnazione in rock, ovvero l’amputazione dalle sue stesse radici e la fioritura di una forma musicale più complessa ed articolata, sempre meno “povera”, istintiva e spontanea e sempre più compiaciuta, enfatica, fastosa.

Revolver è un’opera visibilmente “alterata”, ricca di allucinazioni (musicali e liriche) indotte dall’uso sempre più intenso di stupefacenti e acidi.

Sono i Beatles che sputano sulle medaglie appena consegnate dalla Regina Elisabetta in persona, uscendo “fumanti” dai bagni di Buckingham Palace e dichiarando di essere diventati più famosi di Gesù Cristo.

 

Così, mentre il bigottismo fanatico cristiano decide di mettere al rogo i loro dischi, i Beatles consegnano alla storia uno dei capolavori della cultura pop universale.

Si intitola Revolver e come quello, uccide.

Una sequenza mozzafiato dove ogni canzone è completamente diversa per struttura, gusto ed atmosfera da quella che l’ha preceduta eppure ognuna, dalla più obliqua (Tomorrow Never Knows) alla più “banalmente” sentimentale (Here, There and Everywhere) rivela l’enorme, raffinatissima maestria dei più grandi artigiani pop del mondo.

Sitar indiani (Love You To), musica da camera (Eleonor Rigby), marce da cartoni animati (Yellow Submarine), nastri rovesciati (Tomorrow Never Knows), assoli lancinanti (Taxman), chitarre jangly (Dr. Robert), fiati Stax (Got to Get You Into My Life) e melodie al fruttosio (For No One) e tante, tantissime piccole delizie che ad un orecchio più attento rivelano l’altissimo livello tecnico e compositivo raggiunto dal quartetto di Liverpool. Valgano per tutte l’onirica chitarra incisa a rovescio che percorre la sublime I‘m Only Sleeping, il fantastico, martellante basso di McCartney che “percuote” Taxman (e che intorno al cinquantaseiesimo secondo del pezzo diventa un esercizio di maestria funky da antologia, NdLYS), il melisma che si ascolta nella chiusura sfumante di I Want to Tell You, la voce di Lennon filtrata dal Leslie su Tomorrow Never Knows, il registratore di cassa che emerge dai flutti di Yellow Submarine e che sarà poi ripreso dai Pink Floyd di Money. Gli altri piccoli diletti musicali di cui è disseminato Revolver vi invito a scoprirli da voi, magari facendovi aiutare dal sempre solerte e operoso Dr. Robert.

Spegni la tua mente, rilassati e lasciati portare dalla corrente… 

Pur non essendo il migliore ne’ fra i dischi dei Beatles, ne’ fra i dischi della stagione psichedelica inglese, Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band è l’album cui la storia ha affidato il compito di fare della cultura psichedelica degli anni Sessanta un prodotto di consumo e di rappresentarne simbolicamente il suo manifesto popolare.

Uno dei dischi “intoccabili” della storia della cultura moderna e a cui, per questa sua sacralità, è difficile approcciarsi senza scontentare qualcuno.

Un lavoro che sin dalla copertina si presenta carico di un fardello di simboli e simbolismi che diventeranno uno dei più grossi rompicapo non solo per tutta l’estate del 1967 ma per tutte quelle che verranno e che rappresenta in realtà, in termini di approccio e teatralità, il vero ponte di collegamento dal rock ‘n roll al rock.

I trucchi da studio diventano parte integrante del processo creativo, fino a diventare essi stessi strumenti, seppur artificiali, essenziali per il raggiungimento dell’effetto desiderato amplificando a dismisura le proporzioni architettoniche di ogni singolo brano e creando di riflesso lo stupore uditivo di chi, nel 1967, si trova nel cono d’ombra di questi piccoli miracoli di estetica sonora.

Pur nella sua complessità visionaria, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band è, quasi paradossalmente, quello maggiormente ispirato dalla quotidianità tutto sommato banale della vita inglese, finendo per avvicinarsi di molto alla poetica di Ray Davies. I personaggi che si muovono dentro questo circo sono tutti in fuga da qualcosa, da qualcuno o da se stessi e allo stesso tempo rimangono intrappolati da ciò cui stanno cercando di sfuggire. La costruzione “circolare” dell’opera ravviva il senso di questa enorme giostra/trappola, facendo scorrere degli ingannevoli titoli di coda del tutto speculari a quelli di testa e poi, sorprendentemente, riazionando un nuovo tentativo di fuga, stavolta almeno apparentemente riuscito, con un ultimo brano che implode letteralmente mentre si solleva spingendo in un’altra dimensione in una deflagrazione finale che lo fa precipitare ed accartocciare su se stesso, all’apice del climax emozionale per venire poi inghiottito da un buco nero di frequenze avvertibili solo dall’apparato uditivo canino, lasciando aperta una possibilità di ascolto per quanti hanno abbracciato la fede della reincarnazione.

In realtà la messinscena serve a coprire il tentativo di fuga di cui i Beatles sentono il invece il bisogno concreto. Dichiarerà McCartney a tal proposito: “eravamo stufi di essere i Beatles. Sviluppare degli alter-ego ci avrebbe dato possibilità illimitate. Così abbiamo messo su una band inesistente dal nome surreale che prendesse il nostro posto”. I Beatles scompaiono infatti da quello che fino a quel momento era il proscenio di ogni rock ‘n roll band, ovvero il palco, stufi di un isterismo che sta seppellendo la creatività della band. “Potevamo pure essere di cera”, confesserà Lennon, “Nessuno in platea sentiva nulla, neppure il ritmo di base. Erano tutti troppo impegnati a sgomitare per guardare muoversi la sagoma del suo Beatle preferito”.

Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band offre dunque un ampio campionario di vie di fuga dal peso insostenibile della realtà, come è tipico dei dischi pubblicati nel medesimo periodo: l’infanzia, le droghe, il misticismo, il sogno, il surrealismo, l’ambizione, l’idealizzazione di un amore (I need “somebody” to love = l’amore, spersonalizzato, diventa flusso liberatore di emozioni), molte delle quali apprese e studiate nel breve soggiorno californiano con cui si era concluso l’ultimo tour americano dei baronetti e un ventaglio di canzoni sospese fra stralunati tuffi onirici, parodie vaudeville, scanzonate marce circensi, stranianti vortici indiani e profondi pozzi artesiani di malinconia.

Prima che l’anno si chiuda i Beatles ne danno un riassunto sottoforma di parodia su Magical Mistery Tour, il documentario/disco in cui fa capolino per la prima volta il nuovo simbolo scelto per indicare la scelta, in parte dettata dalle necessità, di divenire manager di loro stessi. E’ sin dal titolo che gioca, facendosi scherno del proprio pubblico, sul termine “tour” che i Beatles hanno appena deciso di cancellare dalla propria agenda, una allegoria buffa e a tratti inquietante della giostra d’amore e morte che sta trascinando la band. Se il film gioca sui luoghi comuni della Summer of Love e dell’Inghilterra elisabettiana, il disco omonimo è una summa delle esperienze professionali vissute durante l’anno e delle situazioni personali che le hanno ispirate: dai ricordi infantili che hanno generato gioielli psichedelici come Strawberry Fields Forever e Penny Lane fino al sontuoso inno pacifista di All You Need Is Love lanciato come un fiore nel deserto in mondovisione satellitare la sera del 25 Giugno, passando per gli indizi sulla presunta morte di McCartney di cui è disseminata la copertina e ai clichè psichedelici e ai messaggi esoterici che passano per le sagome goffe di Blue Jay Way o I Am the Walrus.

Del Brian Epstein che si è ucciso mentre i Beatles sono in ritiro spirituale a Bangor solo un vago accenno nelle note introduttive della copertina, in quello sfuggente “4 or 5 Magicians” che allude chiaramente a quello che fino a quel tragico 27 Agosto era da tutti considerato il quinto Beatle.

Nel 1968 i mille colori della stagione psichedelica inglese sprofondano nel bianco assoluto dell’omonimo disco doppio dei Beatles, così come quelli della psichedelia americana erano stati inghiottiti dal nero del secondo disco dei Velvet Underground. La stagione dei sogni è finita, come quella dell’amore. Quella dei Beatles si è appena conclusa in India, dove la meditazione mistica è finita in un tentato stupro da parte del loro guru Maharishi Mahesh Yogi ai danni di Prudence Farrow.

Cara Prudence, non vuoi uscire fuori a giocare?”  le sussurrano da dietro l’uscio del suo bungalow, mentre dentro il santone cerca di tirarle fuori l’anima usando il suo uncino di carne. “Piccolo stronzo, chi cazzo ti credi di essere?” diranno invece a lui, una volta aperta quella porta, salvo poi glissare in un meno violento “Hai coperto tutti di ridicolo, per quanto grande tu creda di essere” una volta ribattezzato il maestro con l’appellativo grottesco e ridicolo di Sexy Sadie.

The Beatles è un disco sulla disillusione, sul “ritorno all’età adulta”.

Sono i Beatles che rivedono se stessi attraverso la boccia dei ricordi di Glass Onion (“Ti ho narrato di campi di fragole […], ti ho narrato di me e il tricheco […], ti ho narrato dello scemo sulla collina […], bene, eccoti un altro posto dove puoi stare”), i Beatles che ingannano il loro desiderio di casa con la divertente presa in giro ai Beach Boys di Back in the U.S.S.R. e lo nascondono quasi in chiusura dell’opera con uno sperduta implorazione “Puoi riportarmi indietro da dove sono venuto, fratello puoi riportarmi indietro?” nascosta tra Cry Baby Cry e Revolution 9.

Un enorme bagaglio. Ecco cosa è The Beatles.

Un enorme, ingombrante bagaglio dove la band, nella sua febbre di rientro, infila tutta la prima metà del Secolo e lo porta via con sé. Ecco così spuntare arie western, musica d’avanguardia, sperimentazione, country, raga psichedelici, musiche da operetta, hard-rock, filastrocche da scuola dell’obbligo, scale flamenco, siparietti da avanspettacolo, musica da intrattenimento, nebbiose arie folk, coretti surf, rock’ n roll, esercizi di fingerpickin’, blues, uccellini cinguettanti e porci che sguazzano nel fango, clavicembali in abito da sera, sassofoni violentati dalla distorsione, violini e campane da slitta che annunciano l’arrivo di un amore fantasma. Andato via anche lui, affondato assieme alle illusioni della gioventù, agli amici, al sottomarino giallo e alle divise dell’esercito del Sergente Pepe.

Dylan, Chuck Berry, Donovan in spirito.

I Radiohead in embrione (il giro di piano di Sexy Sadie, anche se in pochi se ne sono accorti,sarà poi rimaneggiato per la famosa intro di Karma Police, per tacere della claustrofobia “amnesiaca” di una Long, Long, Long NdLYS).

Gli Stereophonics per intero in un peto qualsiasi di Lennon.

Ed Eric Clapton in carne ed ossa, col primo guest “importante” in un disco della band più inviolabile della storia.

Un disco dove la canzone più stupida della storia dei Beatles (Ob-La-Di, Ob-La-Da) si guarda occhi negli occhi con quella più ardita (Helter Skelter).

Indovinate voi qual’è quella più cantata.

 

E così, dopo i vangeli eretici e quelli apocrifi, è la volta dei vangeli canonici.

Esaurita la vena immaginifica che aveva generato i capolavori psichedelici (RevolverSgt Pepper‘sMagical Mistery Tour) e quella perversa e satanica che aveva illuminato di luce sinistra alcune tracce del doppio bianco, i Beatles diventano un’officina meccanica. Una catena di montaggio dove vengono assemblate macchine pop perfette.

Non più prototipi perfettibili ma macchine perfette.

I Beatles sono immortalati in copertina in un celebre scatto che li ritrae fuori dagli studi EMI di Abbey Road. In realtà è una band che marcia verso la morte.

Nessuno guarda più in faccia l’altro, ma solo le spalle di chi lo precede, soprattutto quelle di Lennon, accusato di aver sciupato il sogno.

Il sogno è finito. Anche un sogno collettivo, enorme e bellissimo, come quello rappresentato dai Beatles. Abbey Road è la strada che porta al cimitero dei Beatles. Ed è una strada dove la gioia vera non esiste. Anche quando fingono ancora una volta un gesto di disincanto (Maxwell‘s Silver Hammer), tradiscono una commozione greve e opprimente come di chi è vicino alla morte.

Solo George Harrison ha il coraggio di aprire uno spiraglio di luce, lasciando filtrare i raggi del sole tra la sterminata fila di cipressi dell’Abbey Road, scrivendo una cosa lieve come Here Comes the Sun. Per renderla ancora più scintillante Harrison sceglie di abbassare il capotasto fino al settimo tasto, alzando così la tonalità del pezzo, fino a toccare i raggi di quel sole che invece si sta eclissando sulla storia del più importante gruppo pop di sempre.

L’album segue l’andamento schizofrenico del disco omonimo dell’anno precedente, alternando sciocchezze “pregiate” (il lentaccio di Oh! Darling ricalcato su Pain In My Heart e gli altri lenti da balera di Allan Toussaint, il ridicolo esperanto della Sun King ispirata alla leggiadra Albatross dei Fleetwood Mac, quell’ennesima filastrocca immaginifica per bambini che è Octopus’s Garden, la breve e corale Carry That Weight che sfrutta la soluzione ad libitum già adottata sull’altrettanto noiosa e ben più lunga Hey Jude, la lunghissima variazione sul tema di Dear Prudence che è il finale di I Want You, avara di parole e ricca di spaccature e repentini cambi di atmosfera, fino al taglio cesareo finale, NdLYS) a piccole meraviglie come Because, rarefatta e spettrale canzone sulla meraviglia, quindi la troppo trascurata Polythene Pam, brevissimo assalto in classico stile Who e ancora la You Never Give Me Your Money che sembra guardare dallo specchietto retrovisore di un camion giallo senza meta alla vicenda artistica dei Beatles e ai recenti dissidi per la scelta di un manager in grado di sostituire Brian Epstein nella direzione artistica del gruppo e la controversa (il furto non dichiarato ai danni di Chuck Berry causerà non pochi grattacapi al quartetto) e tristemente profetica (il Lennon che bisbiglia “sparami” alla fine di ogni strofa) Come Togheter.

Poi, i Beatles sgombrano la strada.

Il traffico torna a circolare, come piccole formiche che assediano Londra.

Il maggiolino scende dal marciapiede.

I bachi cominciano a rosicchiare la mela.

Il mondo è infestato dagli insetti.

Dopo aver affrontato insieme ogni rivoluzione degli anni Sessanta, i Beatles si affacciano al nuovo decennio da soli. La copertina di Let It Be li ritrae per la prima volta (ad eccezione della sequenza cinematografica di A Hard Day‘s Night) separati.

Infatti, quando il travagliatissimo parto giunge a compimento, l’8 Maggio del 1970, i Beatles non esistono più. Ne’ come unità, ne’ come realtà disgiunta.

Concepito con l’intento di fare dietro front dalla ricerca musicale che aveva generato i capolavori della seconda metà degli anni Sessanta e tornare all’essenzialità delle origini, Let It Be è un disco in cui tutta l’urgenza giovanile dei primi dischi è ovviamente spenta, trasformata in una sequenza di musica rassicurante. Sedati ogni ardore, ogni veemenza, ogni sfacciataggine, i Beatles diventano definitivamente un affare per adulti. Ecco perché, ancora oggi, se chiedete a un cinquantenne quale sia l’album migliore dei dischi dei Beatles molto probabilmente vi risponderà indicandovi questo. Ecco perché un sedicenne non ve lo nominerebbe mai.

Non è un disco orfano di belle canzoni. Nessun disco dei Beatles lo è.

È un disco orfano dei Beatles.

Phil Spector, chiamato a sciogliere il bandolo della matassa di un disco che nella sua semplicità ha, paradossalmente, la complicatezza di un quadro di Escher, viene convocato in veste di produttore ma in realtà si trova a doversi improvvisare medico legale. Molto del materiale, soprattutto quello poi passato direttamente alla storia (Let It BeAcross the UniverseGet BackThe Long and Winding Road), ha infatti, nella sua maestosità tediosa, il respiro corto di un malato agonizzante.

Let It Be si concede con mesta rassegnazione all’ordinarietà fiacca dell’età adulta.

I fantastici quattro offrono il loro primo sacrificio alla morte.

Morendo da soli, in un giorno qualunque.

Lasciando che sia.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

 

 

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DAVID BOWIE – L’uomo delle stelle

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David Jones diventa Bowie nel 1966.

Ma nessuno ne conosce il volto, fuori dai ristretti ambienti mod di Londra, visto che i suoi timidissimi esordi su 45 giri vengono impacchettati dentro delle anonime company sleeves (le buste in carta dove viene solo riportata l’etichetta che ha stampato il prodotto).

La sua faccia arriva su una copertina di un disco l’anno successivo. E arriva nel momento sbagliato. Nel giorno in cui i negozi di dischi straboccano di ragazzi. Che però sono lì per comprare l’atteso capolavoro psichedelico dei Beatles.

Il caschettino biondo di David, anche se sottolineato da un affascinante sguardo bicromatico e da due zigomi perfetti, resta parcheggiato lì sugli scaffali, per essere comprato a prezzo maggiorato solo due anni dopo. Portandosi a casa un Bowie che già non esiste più. Il suo disco di debutto è il frutto acerbo di una stagione che è già passata e di cui già nessuno sente nostalgia: quel paese incantato abitato da folletti e gnomi è già stato raso al suolo dai dirigibili e oltraggiato dagli uomini schizoidi del ventunesimo secolo.  

Ma anche fosse successo quello che Bowie e Les Conn speravano, David Bowie rimaneva un disco marginale anche per l’ambito folk in cui era maturato, del tutto inadeguato anche in confronto ai dischi e agli artisti cui poteva essere associato per affinità visionaria e gusto scenografico (Donovan, Syd Barrett, Ray Davies).

L’uomo è ancora lontano dalla Luna. Bowie, dalle stelle.

                                                                                             

Disillusione e dolore sono i temi dominanti di Space Oddity, il disco con cui Bowie cerca di esorcizzare la perdita del padre, la rottura del rapporto con Hermione Fathingale, il risveglio dal sogno hippie in cui la sua generazione aveva creduto fino in fondo. Un lavoro pieno di chitarre acustiche, flauti e clavicembali che si colloca al crocevia tra folk e progressive, imbevuto di un romanticismo stralunato che lo avvicina a Dylan ma anche ad Arthur Lee (An Occasional Dream) e che affronta il tema della solitudine.

Una solitudine immensa e cosmica opprime anche il volo del Major Tom raccontato sulla famosa Space Oddity pubblicata dalla Philips con tempistica astuta in concomitanza col lancio dell’Apollo 11. Seppure l’innesco dello stilofono e la produzione di Gus Dudgeon la allontanino dal clima generale del disco, la canzone è impregnata da un senso di perdita e di isolamento che, vista l’ambientazione scelta per la sua rappresentazione, assume contorni cosmici. Il resto del disco, prodotto da Tony Visconti ha invece un clima decisamente più terreno, a volte addirittura agreste o bucolico che si riallaccia al nascente revival folk che in quegli anni si afferma grazie a formazioni come Fairport Convention, Strawbs, Pentagle, Incredibile String Band e autori di pregio come Donovan, Cat Stevens, Ralph McTell, Roy Harper e che influenzerà in maniera subdola eroi della psichedelia trasversale anglossassone degli anni Ottanta come Paul Roland e Julian Cope (il commiato di Bowie dal movimento hippie di Memory of a Free Festival avrebbe potuto stare su Droolian senza creare scandalo, NdLYS).

Alla fine della strada, i ragni di Marte lo attendono per accompagnarlo nel lungo viaggio degli anni Settanta.

  

E’ difatti il 22 Febbraio del 1970 quando sul palco della Roundhouse, fanno il loro ingresso quattro supereroi armati di strumenti: Space Star, Hypeman, Gangsterman e Cowboyman.

E’ l’entrata in scena degli Hype, la band che presto si trasformerà negli Spiders from Mars. Ufficialmente, è in quel preciso momento che il glam-rock si affaccia alla ribalta cortocircuitando la scena folk da cui lo stesso Bowie proviene mescolandola con la sottocultura omosessuale e del travestitismo. Già il mese successivo Bowie è iconizzato come nuovo idolo gay sulle pagine di Jeremy.

Quando la Mercury deciderà di pubblicare anche per il mercato europeo il frutto di quella esperienza, chiederà a Bowie di posare in abiti da vecchia signora, speculando sulle capacità del suo autore di trasformarsi in quel che vuole e nella sua innata volontà di creare scandalo. The Man Who Sold the World è in effetti il primo dei dischi di Bowie a cogliere con puntualità le scommesse che la ruota del tempo gli ha destinato in sorte. Le chitarre di Mick Ronson agganciano il ronzio del moderno timbro sabbathiano e lo innestano in una corposa struttura acustica, strappandone le fibre (The Width of a CircleShe Shook Me Cold) così come la natura schizofrenica e gli innesti di sintetizzatore di molte canzoni (Black Country Road, con Bowie che gorgheggia parodiando Marc Bolan, Saviour MachineThe Supermen) scivolano con gran dignità verso il prog, dimostrando la scaltrezza del musicista inglese nel costringere il pubblico a girare comunque lo sguardo verso di lui.

I ragni cominciano a tessere la loro tela. Space Star, col suo sguardo eterocromatico, sceglie chi sarà la prossima vittima.       

                                                                             

Nel 1971 Bob Ringe della RCA, decide di rinnovare l’immagine dell’etichetta per cui lavora, invischiata in torbide storie di finanziamento all’industria delle armi e artisticamente troppo legata alla bigotta scena country, per tacere delle simpatie filonaziste di Dennis Katz. La ricerca del nuovo lo spinge a scoprire personaggi dalla forte ambiguità gender, nuova frontiera della libertà sessuale nata dopo la spinta della controcultura giovanile del decennio appena trascorso. Lou Reed e David Bowie finiscono sotto contratto quasi contemporaneamente. Il primo esordirà su RCA da lì a breve mentre Bowie lo batte sul tempo licenziando per la nuova label il suo quarto disco, quello che ha l’ingrato compito di riportare il cantante inglese al successo del 1969 dopo il fiasco di vendite e lo scarso scroscio di applausi di The Man Who Sold the World. Per riuscire nell’intento, David si affida di nuovo al fascino per il cosmo e i suoi misteri, stavolta scrivendo Life On Mars? con tanto di furba e seminascosta citazione della Also Sprach Zarathustra usata da Kubrick per la sua Odissea Nello Spazio e più di un ammiccamento alla sua Space Oddity. In realtà Hunky Dory è il primo di frequenti  “viaggi americani” che Bowie effettuerà nel corso della sua discografia con omaggi più o meno dichiarati ad icone come Warhol, Sinatra, Reed e Dylan. L’impianto musicale di Hunky Dory è ancora fondamentalmente acustico, con l’unica eccezione dello squarcio glam di Queen Bitch dove Mick Ronson ruba la scena a Rick Wakeman, vero protagonista dell’intero lavoro ed eroe semiclandestino di tutta la prima stagione del glam-rock (lavorerà sul disco di debutto di Reed e su diversi singoli dei T. Rex). Bowie è ancora Bowie, anche se si atteggia a Marlene Dietrich e comincia ad assaporare il gusto per la prostituzione.   

Ziggy Stardust è uno dei personaggi chiave nell’iconografia rock.

Uno degli incubi ricorrenti che segnano le notti insonni di quanti di giorno si nutrono al seno della rock music e la sera faticano a staccarsi dai suoi capezzoli.

La sua ascesa e la sua caduta sono il monumento al milite ignoto dall’ingordigia dello starsystem.

The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars è il punto in cui convergono compiutamente tutte le esperienze artistiche e personali dei primi trentacinque anni di vita di David Bowie. Mimica, teatro, astronomia, arte glam, cabaret, space rock, travestitismo, pop-art, buddismo, promiscuità sessuale, gay culture. Tutto infilato dentro un concept-album e uno spettacolo che mette in scena l’abbagliante splendore e la fragilità di un eroe del rock. Il supereroe che è venuto a salvare il mondo immolandosi all’altare del rito pagano del rock ‘n roll suicide.

Dietro Ziggy ci sono i gli Spiders, tre aracnidi piovute sulla terra il 25 Settembre del 1971 e ripartite il 3 Luglio del 1973, quando Bowie ammazza Ziggy sul palco dell’Hammersmith Odeon, cercando di liberarsi da un alter-ego talmente grande da mettere a repentaglio la sua identità artistica e privata.

In realtà però i ragni continueranno a girare per un po’ sul nostro pianeta, alla ricerca della polvere di stelle lasciata da Ziggy il quale invece aveva davvero lasciato il nostro mondo. 

Non lo avrebbero più trovato. E ad un tratto riaffiora alla loro memoria il perché, chiuso in quell’atto finale del testamento di Ziggy Polvere di Stelle… Sei un suicida del rock ‘n roll(…)così corri a casa/non lasciare che il sole bruci la tua ombra(…)Tutti i coltelli sembrano lacerarti il cervello/prenderò la mia parte, ti aiuterò col dolore.

La grevità solenne che tinge di arancio e unge di mascara le undici tracce del disco sono la rappresentazione spettacolare dell’alienazione e della sublimazione egocentrica della rockstar. Un tema che era stato toccato in chiave mistica dal Tommy degli Who e che verrà consegnata alla memoria collettiva dal Pink tratteggiato da Roger Waters su The Wall.

Fra i tre però è Ziggy Stardust quello che più di tutti mesce nel lerciume del rock ‘n roll.

Con i guanti di piume di struzzo, si capisce. Elegantemente decadente come un Jellicle Cat. O come le incredibili chitarre di Mick Ronson dentro cui è seppellita la voce di David Bowie. Fisiche eppure evanescenti: lunari. Se ne può distinguere ogni pennata, cogliere la vibrazione di ogni corda, lo scintillio di ogni accordo, la lingua di David Bowie lasciare una scia di bava lungo la cassa glitterata della Les Paul in una fellatio che verrà immortalata e iconizzata da Mick Rock come una delle immagini chiave del rock effeminato e decadente degli anni Settanta, celebrato nella Lady Stardust dedicata clandestinamente ai corpi Marc Bolan e a Lou Reed presenti entrambi anche in spirito rispettivamente nel boogie pre-punk di Hang On to Yourself e nella ballata al neon di Rock ‘n Roll Suicide.

Ziggy Stardust è l’embrione sifilitico di tutto il rock ‘n roll malato che verrà e il sarcofago di pailettes che custodisce il cadavere di quello che era stato fino ad allora.

“Ci muoviamo come tigri sulla vaselina
l’amaro viene fuori meglio su una chitarra rubata
Voi siete i prescelti, noi gli Spiders from Mars”

 

 

La netta virata di Bowie verso la musica americana della metà degli anni Settanta ha in realtà una sua deviazione progressiva che parte da molto lontano e che viene accentuata dal tour americano dei primi anni del decennio (fruttando, tra l’altro, la produzione di Transformer e il missaggio di Raw Power). Al rientro da quel soggiorno Bowie mette mano ad Alladdin Sane, un disco che, senza tranciare di netto le visioni orgasmiche di Ziggy Stardust e inserendo molte suggestioni pianistiche retaggio della sempre viva fascinazione del musicista inglese per il teatro e l’avanspettacolo decadente europeo, rende omaggio all’America e alle sue città sfolgoranti. Ma, al centro di tutto, resta ancora Bowie e il suo fortissimo ego, scrutatore attento e vigile del presente, custode del passato (al cui ricordo si dedicherà con dedizione sul successivo Pin Ups), precursore di tendenze, mode, pose e attitudini di là da venire. Aladdin Sane è in bilico fra tutto ciò, con un’aria da musical che ha già in se tutto l’odore dell’uscita di scena del mostro Ziggy eppure vivendone ancora tutta la sua provocante, androgina bellezza. Dentro le sue viscere falene di pailettes come The Jean GenieTimePanic In DetroitCracked ActorAladdin Sane si avvicinano al fuoco, proiettando ombre di farfalla sul muro.      

Ziggy Stardust e Aladdin Sane mettono però in corto circuito la creatività di Mr. Bowie. La ricerca di nuove ispirazioni lo porta a pubblicare un pallido disco di cover degli anni Sessanta per tenere buono il pubblico mentre lui cerca nuove fonti di ispirazione.

Una trovata che Bryan Ferry, avvertito al telefono dallo stesso Bowie col quale ha condiviso le date del Rainbow Theatre che hanno visto i Roxy Music come gruppo spalla agli Spiders from Mars. Ferry sul momento non dice nulla ma il mattino dopo si reca all’ufficio legale della Island perché costringa la RCA a pubblicare il disco di Bowie solo dopo che i negozi si sono riforniti del suo album solista. Che è un disco di cover, infatti.

Proprio come quello che ha deciso di pubblicare un po’ illogicamente Bowie al rientro dal tour devastante di Ziggy Stardust. Pin Ups è un commiato un po’ sottotono per gli Spiders from Mars e, nonostante lo si ascolti con piacere, rappresenta una sorta di bug artistico fra la fase glam che lo precede e quella soul che lo segue. Un disco che schiaccia nell’ovvietà superflua il demone insano del rock ‘n roll.

E’ un omaggio tutto sommato abbastanza fedele e a tratti anche poco riuscito all’epoca della Swinging London che Bowie ha frequentato come musicista ma soprattutto come appassionato tra il 1966 e il 1967. Pretty Things, Who, Yardbirds, Pink Floyd, Them, i trasfughi Easybeats fra i prescelti di questo tardo saluto alla stagione della ribellione beat che qui, decontestualizzata storicamente, diventa un’operazione nostalgia che non lascia graffi sulla schiena.  

 

Tra il 1973 e il 1974 tra i libri e i film da cui cerca nutrimento, resta impressionato dal mondo distopico e crudele di 1984 di George Orwell e da Metropolis di Fritz Lang. L’idea nuova, che però cozzerà su una montagna di permessi, diritti ed autorizzazioni troppo alta da sormontare anche per uno venuto da Marte, è quella di realizzare una sorta di musical ispirato a quello che Orwell e Lang dipingono, credibilmente, come il futuro prossimo venturo. I divieti imposti dagli eredi e dal copyright (a scavalcare Bowie per la rilettura del secondo ci penserà Moroder nel 1984 pagando, secondo quanto dichiarato dallo stesso produttore italiano, delle royalties vertiginose, NdLYS) costringono David Bowie ad accantonare il progetto e a ridimensionarne il contenuto, consegnato al suo pubblico di fedelissimi nel 1974 ed inscatolato dentro una copertina inquietante sotto il titolo di Diamond Dogs. Il nuovo personaggio messo in scena da Bowie si chiama Halloween Jack, un cocainomane terminale che vive sui tetti di Manhattan introdotto sul disco da una folla urlante (in realtà il pubblico californiano accorso per l’ultimo tour dei Faces, NdLYS) e braccato dai Cani di Diamante. Assieme al riff topico di Rebel Rebel con Bowie costretto a sopperire alla sei corde di Mick Ronson (però sul disco la sua chitarra è sapientemente doppiata da quella di Alan Parker) è l’unica vera concessione che David/Jack fa al rock ‘n roll sfavillante dei dischi precedenti e che, nonostante le si voglia identificare con l’anima del disco, sono quasi del tutto marginali allo spirito dell’album che vuole invece replicare il clima opprimente del libro di Orwell e del suo “controllore” con la voce di Bowie che, mentre esplora la devastazione psicologica di una città spettrale, sperimenta le tonalità più cavernose della sua carriera profetizzando quello che diventerà il registro vocale preferito dalle successive compagini dark e facendosi largo dentro quello che, perseguendo gli obiettivi originali, ha tutta l’aria di un musical decadente e perverso.

Attenti ai Cani di Diamante.

Attenti alle fauci feroci del 1984.

Al giro di boa degli anni Settanta, David Bowie inganna il pubblico americano con una perfetta replica dei dischi soul che dilagano su radio e televisioni. Lo fa senza preoccuparsi di perdere il suo accento britannico e infilandoci dentro i Beatles in spirito (la cover di Across the Universe ma pure la citazione dei versi di A Day In the Life che vengono fuori dal barattolo della title-track, lasciati fluttuare al vento come farfalle assieme al sax di David Sanborn e le conga che vibrano sotto le dita di Larry Washington) e in carne ed ossa (quelle di Lennon, ospite del disco). Young Americans, canzone e album, si lasciano sedurre dalla morbosa sensualità della musica nera anticipando di qualche mese l’analoga infatuazione dei Rolling Stones per le forme morbide del soul e quelle ammiccanti della disco-music.

E’ la prima vera “cotta” di Bowie per il successo, arma insidiosa ben descritta nella Fame cointestata, più per ispirazione trasversale che altro, con John Lennon e alle cui lusinghe però è difficile sottrarsi. E da cui David Bowie non si sottrarrà. E il successo arriva infatti. Immediato. Proprio sull’onda del ritmo funky di Fame, una nemmeno troppo brillante variazione sul tema di Footstompin’ che Bowie ha suonato negli studi della ABC durante un Dick Cavett Show di qualche mese prima. Bowie colonizza gli americani regalando loro nient’altro che la loro stessa musica, spendendo i loro dollari in cocaina, sesso e tabacco. Ziggy era morto per questo, dopotutto. Non è così?

 

Di stazioni ne tocca tante Bowie, nel 1976.

Dal 2 Febbraio al 18 Maggio è impegnato nell’estenuante tour con cui porta in scena il fascino elegante e mascolino del Duca Bianco.

Ma le due stazioni più importanti sono quella di Los Angeles da cui parte schifato a pochissime settimane dall’uscita del disco e quella di Berlino dove approda prima di essere passato dal suo rifugio svizzero.

Tra la partenza e l’arrivo ha modo di lasciare qualche foto ricordo ai suoi fan. Come quella famosa scattata dalla Polizia di Rochester con il cartello n. 59640 ad un palmo dal mento. O come quella scattata da Andrew Kent dentro il bunker di Hitler con il Duca intento a fare il saluto nazista.

Sono gli scatti che fanno il giro del mondo e che gli tagliano le simpatie di buona parte di pubblico e critica, offesa dall’ambiguità politica più che da quella sessuale degli anni d’oro. O, più verosimilmente, interessata a presentargli il conto per quella rivestendo l’integrità morale con una scorza di opportunismo ideologico.

Station to Station è il disco lucidissimo di un uomo che è al nadir della lucidità psicologica, completamente schiavo della cocaina, ad un passo dal baratro che lo sta per inghiottire e che Bowie localizza in qualche punto non ben definito fra la spiaggia di Long Beach e le onde dell’Oceano Pacifico da cui quindi scappa a cercare salvezza, lasciandosi dietro un disco incredibilmente bello, ancora permeato di quel soul che avvolgeva l’album precedente ma che sembra già proiettato verso certe meccaniche teutoniche, soprattutto nella scelta di lunghe code o intro con reiterazioni melodiche arricchite da un lavoro di produzione maniacale per definizione e stratificazione del tappeto sonoro che ancora oggi lo rende un disco modernissimo ed affilato, sensualissimo e algido allo stesso tempo, carico di funky (cosa non sono i pattern di batteria di Dennis Davis e la chitarra di Alomar su Stay?) eppure capace di risolvere in stile Broadway un delirio da abuso di droghe come TVC15.  

Lo straniero con gli occhi diseguali siede con la testa coperta da un cappello a falde larghe, nel reparto fumatori. Ogni tanto alza lo sguardo dal libro e sembra accennare un sorriso.      

Low. Basso.

E in effetti così si sentiva Bowie dopo anni di eccessi tra New York e Los Angeles.

Un nanismo psichico che lo schiaccia verso gli abissi dello spirito.

Sempre più in fondo. Fino a schiacciarlo.

Low

David vuole trovare riparo dalle piogge di cocaina che lo hanno inzuppato e reso ipocondriaco e vuoto. Magro e pallido come il lenzuolo di un fantasma. Così smagrito da poter contare ogni singolo osso del suo corpo. Così pieno di droga da non riuscire più a dormire.

Insonne e disperato, Bowie sceglie Berlino come rifugio per la sua inquietudine e come stimolo per la sua rinascita personale ed artistica.

Una vera e propria fuga dal centro mondiale della cocaina, della cui dipendenza David comincia ad avere una paura folle.

Una fuga dal successo, quello descritto appena due anni prima con John Lennon sulla Fame che chiudeva Young Americans e gli regalava il suo miglior risultato americano.

A Berlino, nell’immensità imponente e solenne di quelle strade infinitamente grandi, nell’austerità muta di quel muro che divide il mondo in due, Bowie può tornare ad essere il Signor Nessuno. Struccato e avvolto in un anonimo cappotto va ai funerali di Ziggy Stardust e di Halloween Jack. Poi, si reca agli studi Hansa di Berlino Ovest, dove ad attenderlo c’è Brian Eno, per il missaggio finale di Low e per scalfire assieme a lui quel gelido blocco di granito che è Warszawa. E’ il centro gravitazionale di un album che sarà una delle maggiori influenze sul piano estetico delle imminenti esplosioni new-wave, synth-pop e neo-romantica.

I Tubeway Army, gli Human League, i Duran Duran, gli Ultravox, i Freur, i Japan, i Tuxedomoon, i Simple Minds iniziano da qui.

Dai sibili decadenti di Weeping Wall, da Art Decade, da Subterreans così come dalle fiamme fredde che avvolgono il funk di Speed of Life, dall’art-rock di What in the World, dalle autostrade di vetro che fanno da pista per Always Crashing in the Same Car.

Anche la visione neo-realista e filonazista dei primi Joy Division comincia dichiaratamente da qui.

Lontano dalle stanze dell’Hotel California, David Bowie reinventa se stesso, nella fredda notte berlinese.

Such a lowely place.

Such a lowely face. 

 

Più ancora di Low, è Heroes” il disco chiave della coppia David Bowie/Brian Eno.  

Contraddittorio e surreale, schiacciato tra i ricordi cocainomani e glam del primo e la fredda elettronica del secondo, ispirato dall’avanguardia germanica di Neu! e Kraftwerk e influenzato dal regime repressivo della Cortina di Ferro e dallo sguardo vigile della Volkspolizei, “Heroes” è disco scostante e dagli umori mutevoli, come tutta la trilogia berlinese di Bowie. Sputa petrolio (Beauty and the BeastJoe the LionBlackout) per poi adagiarsi esanime simulando una morte apparente su Sense of Doubt e nel grigiore tutto teutonico di Neuköln dove l’apocalittico struggimento provato alla visione del distretto turco di Berlino surclassa il senso di agghiacciante desolazione che la vista di Varsavia aveva generato sul disco precedente.

L’effetto di insieme resta volutamente delirante, ambiguo, scostante. Le chitarre di Robert Fripp, le tastiere di Brian Eno, il sax e il koto giapponese usato per le visioni orientali di Moss Garden, il canto volubile di Bowie che passa da registri bassi a picchi isterici in barba alla disciplina germanica, i cori goliardici che farciscono alcune delle tracce del disco contribuiscono a creare il vortice emozionale dell’album.

Da questo cataclisma emozionale sembra librarsi in volo la title track.

Brian Eno dispiega le sue ali di cristallo e David Bowie ci si stende sopra cantando di  tutto l’amore che è possibile cantare sopra, sotto, a fianco del muro di Berlino. “Heroes” rappresenta uno dei vertici lirici ed espressivi della carriera di Bowie ed una delle più epiche cavalcate della storia della new wave, raggelante e inespressiva come un interminabile piano-sequenza sui mattoni del Berliner Mauer in una estrema visione romantica e neorealista del dopoguerra. “Heroes” ha un groove algido ed orizzontale, una distesa di EMS VCS3 che nasconde un pianoforte minimale che picchia costantemente su due accordi, con un crescendo longitudinale simile a quello di Waiting For My Man dei Velvet Underground. Nessuno pare accorgersene, eppure è proprio quell’ossessivo refrain che scorre per tutti e sei i minuti del brano (qualcuno ha mai pensato di denunciare la RCA per aver “editato” la versione per il singolo tranciando i due minuti iniziali della canzone? NdLYS) a conferire quella surreale atmosfera di alienazione urbana al pezzo. La voce di Bowie invece ha una intensità smisurata, ottenuta piazzando tre microfoni a diversa distanza e aprendoli uno per volta man mano che il pezzo progredisce fino ad ottenere un riverbero ambientale simile a quello ottenuto in una galleria metropolitana.

Il vuoto sotto Berlino.   

 

L’interesse e la ricerca di Brian Eno verso le “musiche possibili” influenzano in maniera decisa il più sperimentale e avanguardista  fra i dischi di Bowie.

Lodger è un labirinto pieno di trabocchetti, cunicoli e specchi deformanti.

Bowie si riappropria in maniera del tutto personale ed artificiosa di due canzoni scritte per altri come Sister Midnight o All the Young Dudes, sperimenta con Eno le teorie sugli “incidenti programmati” che costringono i musicisti ad imprigionare la loro creatività secondo le turbolenze emotive del produttore, cede al fascino delle musiche che i Gastarbeiter hanno portato a Berlino assieme alla manodopera che il Wirtschaftswunder richiede, strizza l’occhio a quei nuovi rifugi per gli adolescenti volgarmente chiamate discoteche e approva (ma solo in parte) l’idea di Brian di costruire delle canzoni “in serie” sfruttando il medesimo giro armonico di base e alterandone solo il senso ritmico, nasconde con astuzia piccole parodie (Velvet Underground, Neu!).

David Bowie lascia Berlino e gli anni Settanta con un disco scosceso e sibillino, austero eppure ammiccante, cerebrale senza smettere un solo secondo di mostrare le gambe.

Lodger raccoglie la polvere delle stelle in una polveriera.    

 

Dentro i dischi che Bowie e Brian Eno mettono in piedi all’ombra del muro di Berlino c’è una scorta abnorme di intuizioni che possono indicare traiettorie nuove dal numero quasi infinito.

E lo fanno.

Se avete provato a tracciare una cronologia discografica della new wave e delle sue filiazioni (dal synth-pop al new romantic) vi sarete accorti che nessun disco porta una data anteriore a quella della trilogia berlinese.

Low“Heroes” e Lodger hanno creato una progenie infinita di mostri di cui Bowie può rivendicare la paternità e dal quale ruolo invece si sente di prendere ideologicamente ma fermamente le distanze. Se infatti Scary Monsters è, stilisticamente, l’approdo “concreto” delle svariate intuizioni sperimentate nel corso del soggiorno europeo (e ne è figlio dichiarato, come dimostrano i disegni tratteggiati a bordo copertina, NdLYS), Bowie rifiuta di lasciarsi imprigionare nel ruolo di guida spirituale dei movimenti nati a valle di quei suoi dischi seminali.

Sei un magnate dal naso rotto, uno dei ragazzi della new wave

La stessa vecchia storia travestita di nuovo
Che viene avanti facendosi strada
Brutta quanto un ragazzino arricchito
Che fa finta  sia un mondo di bambini prodigio
Mi prenderai da parte e dirai
“Beh, David, cosa dovrei fare?
Mi attendono all’entrata”
Io dirò “Non chiedere a me, non conosco entrate”
Ma si muovono in massa e mi stringono in un angolo
Sento di andare controcorrente, no-no
Non possono farmi questo
Non faccio parte in alcun modo
di quella fauna di giovinastri

recita su Teenage Wildlife, un brano che richiama non a caso la struttura di “Heroes”.

Non è l’unico tentativo con cui Bowie prova a cancellare le tracce del suo passaggio, cosciente dei risultati ottenuti ma anche del duro prezzo che ha dovuto pagare.


Vi ricordate di quel ragazzo che stava
In una canzone così vecchia
Ho sentito una voce dalla Torre di Controllo
Oh no, non ditemi che è vera

Hanno ricevuto un messaggio
dal Protagonista
“Sono felice, spero che anche voi lo siate
Ho amato tutti quelli
che avevo bisogno di amare
il resto sono solo sporchi dettagli”

Cenere alla cenere, funk al funk
Ora sappiamo che il Maggiore Tom
è un tossico
Confinato nell’alto dei cieli
Perduto in una depressione senza fine

Voglio un’ascia per rompere il ghiaccio
Voglio tornare immediatamente giù 

È l’outing che il biondo artista si concede su Ashes to Ashes, il capolavoro assoluto del disco ricco di una decadenza infinita, la ghigliottina pop con cui demolisce la prima della sua infinita carreggiata di personaggi, sciogliendo in un cucchiaio di acqua calda e limone il sogno della sua prima recita.  

Perfettamente in equilibrio tra impeto rock, ombre new wave, algide figure sintetiche, ritmi funky, arrangiamenti sofisticati, inquietudine e desiderio di riscatto, Scary Monsters filtra tutta la produzione Bowiana del decennio appena chiuso con eleganza e senso della misura.

Il seminatore si prepara, lucido, al raccolto.  

Nel 1983 David Bowie arriva nei negozi con il suo Disco-Scandalo e va all’assalto delle classifiche e del nuovo mercato dei canali musico-televisivi conquistando tutto il pubblico che lo aveva visto fino ad allora come un artista snob ed indigesto.

A sdoganarlo presso il grande pubblico c’era in realtà già stato Under Pressure, successone dei Queen dell’anno precedente scritto e interpretato da Bowie assieme a Freddy Mercury.

Ma Let‘s Dance è il primo prodotto del musicista inglese pensato espressamente e con etica “industriale” per le grandi masse.

Per realizzarlo, Bowie si circonda di nomi funzionali all’obiettivo che si è prefisso tirando fuori brutalmente Tony Visconti dal banco regia (e lasciando alla sua segretaria il compito infausto di notiziarlo), chiamando al suo posto il “mago” Nile Rodgers. E avvicinando lo Steve Ray Vaughn che lo ha impressionato sul palco del Montreux Jazz Festival.

Si affida a loro quasi completamente, limitandosi per la prima volta all’esclusivo ruolo di interprete.

Mani libere, perché possa anche lui ballare al ritmo del suo disco più funky abbozzando le mosse da divo new-romantic con cui sfiderà i Duran Duran sul loro terreno di casa, ovvero quello dei videoclip.

Nonostante il pezzo più appassionante del disco sia l’unico che non vedrà l’onore del piccolo formato (la sincopata marcia di Ricochet tutta giocata su una ripetitiva traccia di batteria), Let‘s Dance sputa fuori quattro estratti di grande successo: Let’s DanceModern LoveWithout You, una China Girl dagli occhi ancora più a mandorla di quella descritta su The Idiot di Iggy Pop grazie alle mani di Rodgers che la trasformano da ballata decadente a una luminosa e ruffiana disco-mandarino che promette notti a luci rosse e una Cat People che è giù stata usata come tema conduttore dell’omonimo film (e, anni dopo, da Tarantino per Bastardi Senza Gloria, NdLYS) in una versione minimalista molto più efficace di quella sovrabbondante che Bowie si vede costretto a rimodulare per l’album a causa dei veti imposti dalla MCA. 

Il Duca Bianco vive dunque la sua fase di sovraesposizione che si protrarrà per tre anni buoni, con un’immagine che rimbalza velocemente dal grande (Miriam si sveglia a mezzanotteFuryoLabyrinthAbsolute Beginners) al piccolo schermo senza soluzione di continuità, lavorando con artisti di grandissimo richiamo popolare (Mick Jagger, Tina Turner, il progetto Band Aid) e producendo canzoni dal fortissimo appeal commerciale (Blue JeanThis Is Not AmericaDancing In the StreetLoving the AlienUndergroundNever Let Me Down), trasformandosi con un’astuta mossa artistica e mediatica dall’uomo che ha venduto il mondo, nell’uomo che il mondo se l’è comprato.

Eppure, nonostante l’aria di svendita artistica che vi si respira, Let‘s Dance rimane uno dei “prodotti” meglio confezionati degli anni d’oro del pop di plastica.

Certo, bisogna dimenticarsi di chi è stato Bowie.

Dimenticarsi dei Ragni di Marte e del folle Aladino.

Dimenticare Berlino e il suo zoo. E dimenticarlo in fretta.

Dimenticare che per un giorno siamo stati eroi e che adesso siamo soltanto una ruota del carro.             

Se non lo è dal punto di vista commerciale (Tonight si piazza, come i due album che lo avevano preceduto, in vetta alle classifiche di vendita britanniche), Tonight è un totale fiasco sotto l’ottica creativa. Un disco che, nonostante i colori sgargianti esibiti in copertina e su video, è di una piattezza e di un laccato che mette quasi soggezione. Si tratta in larga parte di materiale “sottratto” o scritto assieme all’amico Iggy Pop, rivisto quasi esclusivamente sotto un artificiale e tiepido sole caraibico. Nonostante i nomi coinvolti (Iggy in ossa e la Turner in carne, NdLYS) e un paio di estratti che servono a sfruttare a livello mediatico il filone d’oro inaugurato con Under PressureTonight non regala alcuna buona vibrazione e segna, storicamente, il momento in cui il nome di Bowie si inabissa nel mare magnum delle riviste di settore per affiorare da lì in avanti e quasi esclusivamente, nelle riviste patinate di moda e di pop patinato, ripulito a dovere per poter augurare Buon Natale al mondo nascosto dietro le sagome terzomondiste del Band Aid.      

Inebriato e stordito dal successo, a metà degli anni Ottanta David Bowie si rifugia in Svizzera a scrivere canzoni assieme all’amico Iggy Pop. Da quegli incontri che qualcuno giura non siano solo artistici vengono fuori due tra i dischi peggiori dei due: Blah Blah Blah dello zio Iggy e questo Never Let Me Down del suo biondo amico inglese. Dischi inzuppati nei peggiori suoni rock-oriented del periodo e carichi di una irruenza posticcia e una muscolosità da integratori illegali. Più ancora del disco che lo ha preceduto, Never Let Me Down rivela un’assenza di idee disarmante a supporto della quale David porta in giro per il mondo uno sfavillante tour che ha tutta la consistenza artificiosa di un musical che fa razzia anche dei vecchi inni ribelli come The Jean GenieRebel Rebel o Heroes ridotte a volgari manifestazioni di virtuosismi chitarristici (Peter Frampton è l’uomo chiamato ad accontentarsi del posto alla sinistra del Padre, quello di destra di nuovo occupato da Carlos Alomar, rientrato nei ranghi dopo la pubblicazione del dignitosissimo Let’s Dance, NdLYS) e bruciate dalle luci abbaglianti che svaporano dalle lastre di plexiglass.   

 

Il rientro di Bowie dentro il corpo di Bowie dopo l’avventura dei Tin Machine avviene grazie al rinnovato legame artistico con Nile Rodgers, l’uomo che aveva prodotto l’unico suo disco dignitoso dopo Scary Monsters.

Sono loro due il bianco e il nero nascosti dietro il Black Tie White Noise del titolo.

E bianco e nero sono i colori che convivono dentro un disco che è animato dallo spirito funky di Rodgers e da una verve rock che pigramente si sta risvegliando dal coma artistico dell’artista inglese. E’ una commistione non inedita e già sperimentata su Young Americans e Station to Station adesso arredata secondo il gusto urbano degli anni Novanta e alimentata da un rinato ottimismo in gran parte dovuto alle sue recenti nozze (cui dedica l’apertura e la chiusura del disco, a mo’ di cerimonia) ma anche dalla fiducia che il carrozzone Tin Machine gli ha nuovamente instillato.

E’ una impalcatura che ha una sua sobrietà su cui Bowie investe pochissimo come autore, delegando spesso l’onere ai comprimari (Looking for Lester non è altro che una bella improvvisazione dell’altro “Bowie” che partecipa al disco, You’ve Been Around uno scarto Tin Machine scritto da Reeves Gabriels) o scartocciando il solito pacchetto di cover versions (pescando stavolta dai Cream, da Scott Walker e da Morrissey). Un disco che lavora più sul groove che sull’abbecedario della novità ormai chiuso da tempo, impacchettato in una copertina rassicurante.

Sono Bowie e non vengo a farvi del male.    

                                                                                 

Se Black Tie White Noise era stato una sorta di ricongiungimento ideologico con Young Americans1.Outside è l’ideale ponte sonoro col mondo Orwelliano di Diamond Dogs seppure l’impronta di Brian Eno e il fascino per la cultura cyber e per la musica industriale dei Nine Inch Nails che Bowie coltiva in quegli anni trasportano musicalmente il disco in un’ambientazione sonora del tutto differente.

Probabilmente stimolato dalla libertà artistica che la realizzazione della colonna sonora per The Buddah of Suburbia gli ha regalato, Bowie torna alla voglia di sperimentare e di rischiare. 1.Outside è un disco inquieto laddove il disco precedente era stato un comodo album da salotto, un disco che alle luci confortanti di quello preferisce le ombre, alla fisicità rassicurante l’evanescente dubbio di una presenza che è più avvertita, percepita che manifesta e che, per questo, incute angoscia e tensione. Per rendere credibile il gioco e non abbassare il livello di guardia dell’ascoltatore, Bowie ed Eno tornano alla concettualità che era necessaria, inventando una trama pur difficile da seguire che fa da collante a tutto l’album penalizzato forse da una durata che se è funzionale all’argomentazione e all’ispirazione rivela anche una verbosità che è difficile da arginare e che ha però il bellissimo compito di allontanare chi a Bowie si era avvicinato grazie all’ammiccante presa dei successi radio-televisivi degli ultimi dieci anni.  

Grazie David, per aver osato.    

A metà del guado degli anni Novanta, la jungle, il drum ‘n bass, il breakbeat sono la “nuova cosa” che sta rivoluzionando la musica mondiale, ridando prestigio alla musica elettronica e conquistando il mondo del rock. Fin troppo ovvio che Bowie, da sempre permeabile alle novità e desideroso di percorrere strade inesplorate e riadattarle alla sua bisogna, ne rimanga affascinato. EART HL ING, frantumato sin dal titolo, è il disco con cui Bowie piega la sua musica alle sincopi frenetiche delle nuove frontiere della musica elettronica.

Buona parte del lavoro (Telling Lies, il “prodigyoso” singolo Little WonderBattle for Britain) è intessuto su  queste meccaniche di ritmi cibernetici e distorsioni che sembrano frenare o sbuffare come locomotive su questo tappeto ritmico franoso, oppure si dischiude su improvvisi riff di chitarra che spuntano come massi mentre tutto il resto scorre liquido come un fiume ingrossato dalle piogge, ricordando volutamente le rocciose slavine dei Pixies (che erano una fisima per Bowie già ai tempi dei Tin Machine e tale resteranno fino ad Heathen, NdLYS), come succede nella bella Seven Years in Tibet o sulla The Last Thing You Should Do percorsa da un vibrante duello tra batteria e synth con Bowie intento a imbucare la sua voce dentro una bottiglia d’acqua per poterla trasformare in quella di un crooner luciferino e sinistro.

Gli eccessi climatici da coma di 1.Outside sono spazzati via da una bella giornata di sole. Bowie guarda il cielo quasi sgombro di nuvole,impavido e statuario, avvolto nella sua Union Jack.  

La tensione dei due dischi precedenti viene disinnescata con ‘hours…’, disco-rifugio che già dalla copertina annuncia un desiderio di riposo e di cure. E’ il debutto ufficiale nel nuovo mondo digitale (il disco è in assoluto il primo album di una star ad essere scaricabile in rete prima della sua uscita “classica” e il popolo di Internet viene chiamato a partecipare fattivamente alla realizzazione del disco con tanto di contest lanciato dal sito dell’artista, NdLYS) ma è, nei fatti, una sorta di ritorno alla normalità a tratti imbarazzante di dischi come Never Let Me Down e Black Tie White Noise.

Ogni provocazione è soffocata e la dimensione scelta da Bowie è quella del cantante confidenziale venuto a raccontarti della sua vita, senza in realtà raccontare nulla. Si resta dunque in attesa di una rivelazione che non verrà rivelata, di una confessione che non verrà confessata, di una profezia cui tornare a credere.

E invece non arriva neppure quella. E si torna ad arrabbiarsi col Duca, qui più bianco che mai, per aver tradito una volta ancora le nostre aspettative e aver badato più al contenitore che al contenuto. Per essersi concesso un altro angolo di normalità dopo una vita di eccessi in barba alla nostra perenne fame di sorprese saziata troppo spesso per delega, facendo vivere a lui quello che a noi era impedito. Per averci illusi che era possibile separare i suoi dischi dal resto del mondo e poterne fare una pinacoteca di capolavori tutti dissimili ma tutti necessari. E averci rovinato la collezione. Per essersi concesso un angolo di normalità dopo una vita 

  

Nel 2000 David Bowie riallaccia i legami con Tony Visconti, interrotti ormai da un ventennio. Ha voglia che sia lui a ridare un volto nuovo, moderno al suo vecchio materiale per un progetto intitolato Toy.

Poi succede che la storia corre più veloce di loro. A bordo di due Boeing 767.

E la storia cambia un po’.

Quella del mondo e quella di Toy, che si trasforma in un album di canzoni inedite. Che parlano dell’11 Settembre e di tutti gli altri giorni dell’anno.

Dei giorni suoi di quelli altrui. Compresi quelli un po’ più lontani di Pixies, Legendary Stardust Cowboy e Neil Young.  

E quello che nei progetti doveva essere niente più che un gioco, si tinge di un’ombra più torbida, salvandoci forse dalla noia di una seconda “ora” di ‘hours…’.

Heathen ci racconta di un mondo che si sbriciola sotto i nostri occhi (o del bianco che ne rimane), così come il nostro passato. Abbandonato anche dagli angeli, che ci lasciano alla stessa ora in cui Jimmy lascia Brighton sulla sceneggiatura di Quadrophenia.

Per questo si apre con un’aria da musical apocalittico su cui Bowie recita:

Niente rimane
Potremmo correre quando la pioggia diventa leggera
Cercare auto o segni di vita
Dove va il calore
Cercare le persone alla deriva
Dovremmo strisciare sotto le felci
Cercare i barlumi di luce per la strada
Dove va il calore

Tutto è cambiato
Perché, in verità, è l’inizio del nulla
E nulla è cambiato
Tutto è cambiato
Perché, in verità, è l’inizio di una fine
E niente è cambiato
E tutto è mutato

e si chiude con gli stessi toni da melodramma pagano cantando sotto un cielo che si è fatto di vetro e di ferro e chi aveva promesso di esserci quando avremmo fatto il loro nome, hanno scordato il timbro della nostra voce.

Non piacerà a molti, Reality.

A tanti per abitudine.

A tanti, molti, per pigrizia.

Ad altri perché si aspettano ancora che Ziggy scenda da Marte e li porti a Berlino a vedere gli amanti che si baciano in barba ad una città, un’Europa divisa. Nel frattempo su Marte ci siamo arrivati noi, il muro è stato abbattuto, l’Europa ha una sola bandiera e la Germania è diventata di nuovo l’alleato cui ci pieghiamo, anche senza dichiararlo su Radio Monaco.

A me Reality piace.

Mi piace il suo essere dinamico, diverso, cangiante.

Mi piace per la sua maestosità da blockbuster che si accuccia dentro piccoli bozzoli di musica senza provarne vergogna. Fino a piombare in un abisso di solitudine come The Loneliest Guy.

Mi piace per tutti i suoi accordi in minore che fanno si che la sua felicità non sia mai piena. Come è giusto che sia.

Mi piace perché ci regala un piano jazz ma ce lo fa trovare in salone pieno di fiocchetti colorati. E perché lui ci si appoggia intonando una cosa come Bring Me the Disco King come fosse Frank Sinatra. E noi chiudiamo gli occhi e ci piace pensare lo sia.

Mi piace perché veste Jonathan Richman con una tutina da ufficiale dell’Enterprise e lo manda in orbita a salutare ancora Pablo Picasso.

Mi piace perché Bowie torna a suonare l’armonica dopo qualcosa come venti anni. E l’armonica è come gli occhi, non sa fingere.

 

Risorgere.

E’ questo l’imperativo dominante sul disco che segna il rientro artistico di David Bowie.

Un album che non rinnega nulla della lunga storia dell’artista fino ad autocelebrarsi nella copertina che lo introduce.

C’è il Bowie notturno e quello illuminato dallo stroboscopio, il Bowie eroico e quello ordinario, il Bowie berlinese e quello americano, il Bowie col trucco e quello nudo, il Bowie sintetico e quello elettrico, il Bowie pel di carota e quello caduto dalla Luna, il Bowie innamorato del soul e quello innamorato solo di se stesso.

The Next Day è un disco di riconciliazione e di misurata bellezza, che evita le sorprese (quelle belle e anche quelle brutte) e si accontenta di tenerci compagnia. Avendo già esplorato le vette, Bowie si limita a passeggiare per i pascoli meno scoscesi riducendo al minimo il rischio di scivolare, ricordandoci che su quell’erba sono ingrassate le mandrie che abbiamo visto sciamare fino al macello, dai Simple Minds (I‘d Rather Be High) ai Morphine (Boss of Me), dai Muse (How Does the Grass Grow?) ai Bauhaus (Heat).

Bowie ha smesso di crescere in verticale, respinto e costretto a ridiscendere la pertica da un Dio impensierito e presuntuoso.

 

Ho ucciso me stesso per riempire la coppa, su questo altare che prometteva pietà.

Ancora e ancora. Perché si abbondasse di sangue e dolore.

Ho tolto le scarpe perché il mio sacrificio non svegliasse chi era intento a sognare di sogni troppo incantevoli per poter venire turbati.

Ora tu ridi del mio dolore chiamandolo vano.

Eppure non dovresti.

Perché nessun dolore è inutile.

Solo la felicità lo è.

Nutro il massimo rispetto per Bowie.

Uno che quando aveva diciassette anni pubblicava già il suo primo singolo, che quando ne aveva 25 si preparava al grande assalto di Ziggy Stardust, che a 38 cantava al Live Aid, che a 65 prendeva un taxi a New York e che a 78 probabilmente sarà un astronauta merita devozione assoluta.

Il gioco in rete, su cui ci siamo divertiti un po’ tutti, si chiama supbowie.com e, la mattina dell’11 Gennaio 2016, è stato solo modificato con due righe che fino alla sera prima non c’erano.

So che le avete già viste.

E Bowie non amerebbe ripetersi sul già visto.

Solo tre giorni prima David aveva festeggiato il suo sessantanovesimo compleanno. Un numero che graficamente può essere rappresentato con lo Yin e lo Yang. Il momento esatto in cui tutto può compiersi come un’estrema messinscena di gran classe.

Va via su una stella, Bowie, così come molti anni prima si era fantasticato fosse arrivato sul nostro pianeta. Una stella nera destinata a diventare uno dei simboli più postati in rete dentro cui racchiude il disco destinato a lasciare la più lunga scia di interpretazioni (dalle critiche frettolose subito rivedute e corrette a quelle esoteriche) tra tutti quelli prodotti nella sua lunga carriera.

Ci lascia in testamento una stella nera (che in realtà nera non è, ma questo lo lascio scoprire a voi) e va via, inghiottito dalla costellazione del Cancro, firmando la sua ultima e-mail come “Dawn”.

Lasciandoci al buio.  

“Con cosa ci stupirà?” la domanda più diffusa, prima che la valanga di emozione travolgesse tutti. 

Perché c’è gente che si stupisce ancora con un disco di Bowie. E questo è di una bellezza e di una poesia disarmanti.

Personalmente, da quando ho “agganciato” i dischi di Bowie in sincrono con la loro uscita (ovvero da Scary Monsters) nessuno di loro mi ha stupito se non in maniera negativa. Ma questo non fa statistica. Anche perché il valore assoluto dei suoi dischi degli anni Settanta non ne viene scalfito. Quel valore però altera spesso il giudizio di quanto è successo dopo. E’ una sorta di assicurazione sul capitale investito che inquina ogni giudizio che si sforzi di non essere arbitrario.

 

La premessa era lunga, ma necessaria.

E ora veniamo a ★, disco n. 26 della lunga carriera del musicista caduto sulla Terra. Un album che contiene al suo interno tanti tasselli del Bowie che già conosciamo, soprattutto quello di Heathen ed EART HL ING ma anche di Station to StationBlack Tie White Noise e certi sperimentalismi della trilogia berlinese, rivisti con l’occhio intellettuale del Bowie settagenario. Sassofoni svolazzanti su tapiroulant ritmici a velocità variabile, concessioni al pop rase al suolo e un senso di inquietudine reso manifesto già dai dieci interminabili minuti della liturgia propiziatoria di Blackstar e ben replicato più avanti su Lazarus o Girl Loves Me.

 ★ è un album pieno di brutti presagi e di angoli bui, incline al jazz nella stessa maniera trasversale, ambigua, disarcionante in cui potevano esserlo i Thievery Corporation,  Eric Mingus, i Massive Attack claustrofobici di Blue Lines o i Talk Talk degli ultimi dischi, mostrando il coraggio di chi, alla soglia dei settant’anni, sente più la necessità di far quello che gli pare più che assecondare la voglia di stupore dei suoi fan e dei loro figli.

Stupiti? Bene.

Pronti a perdonare tutto quello che prima non avete saputo perdonare schiacciati  dall’arte sublime del riscatto tardivo? Missione compiuta, Maggiore Tom.

Torre di Controllo a Maggiore Tom
comincia il conto alla rovescia,
accendi i motori,
controlla l’accensione
e che Dio ti assista.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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SIMON AND GARFUNKEL – Bridge Over Troubled Water (CBS)  

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L’ingresso di Simon & Garfunkel nel nuovo decennio è sottolineato dalle note di un pianoforte che non è ne’ dell’uno, ne’ dell’altro. È Larry Kenchtel, il bassista aggiunto dei Doors oltre che pregiatissimo session man aggiunto per un nugolo di artisti, dai Byrds (sarà lui assieme alla sua Wrecking Crew a suonare quasi per intero sul primo album della formazione di Los Angeles, NdLYS) ai Beach Boys passando per Chet Baker ed Elvis, ad aprire quello che diventerà l’ultimo lavoro discografico del duo americano. Il disco che li consegna definitivamente alla storia della musica moderna non come folksingers ma come autori di raffinatissimo pop. Bridge Over Troubled Water , il pezzo che intitola e apre il loro quinto album, è una struggente ballata gospel che simula speranza ed ottimismo ma lascia intuire che qualcosa ha intorbidito le acque su cui Paul e Art scivolavano veloci fino a pochi mesi prima.

Il segno dissimulato che qualcosa quel treno della metro che passava veloce sulla copertina di Wednesday Morning, 3 A.M. sia arrivato alla fine della sua corsa.

Nessuno tuttavia, a parte le persone coinvolte in quelle sparute ma pesanti sedute di registrazione, sembra averne la reale percezione. Perché Bridge Over Troubled Water, nella sua complessità che non è più artigianale, è un disco che porta a compimento le ambizioni creative che Simon & Garfunkel hanno già manifestato sul precedente Bookends. Un album che si riaffaccia sul passato remoto (lo skiffle di Why Don‘t You Write Me, la cover dei sempiterni Everly Brothers) e prossimo (il folk autunnale di The Boxer) dei due ma che si apre anche alle contaminazioni con la musica etnica (la reinterpretazione del classico andino El Condor Pasa con il supporto dei Los Incas, i pattern ritmici di Cecilia) che faranno la fortuna, anni dopo, di un disco come Graceland. Un album che nella sua complessità risulta molto più confidenziale e diretto rispetto all’introverso Bookends.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DAVID BOWIE – Hunky Dory (RCA)  

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Nel 1971 Bob Ringe della RCA, decide di rinnovare l’immagine dell’etichetta per cui lavora, invischiata in torbide storie di finanziamento all’industria delle armi e artisticamente troppo legata alla bigotta scena country, per tacere delle simpatie filonaziste di Dennis Katz. La ricerca del nuovo lo spinge a scoprire personaggi dalla forte ambiguità gender, nuova frontiera della libertà sessuale nata dopo la spinta della controcultura giovanile del decennio appena trascorso. Lou Reed e David Bowie finiscono sotto contratto quasi contemporaneamente. Il primo esordirà su RCA da lì a breve mentre Bowie lo batte sul tempo licenziando per la nuova label il suo quarto disco, quello che ha l’ingrato compito di riportare il cantante inglese al successo del 1969 dopo il fiasco di vendite e lo scarso scroscio di applausi di The Man Who Sold the World. Per riuscire nell’intento, David si affida di nuovo al fascino per il cosmo e i suoi misteri, stavolta scrivendo Life On Mars? con tanto di furba e seminascosta citazione della Also Sprach Zarathustra usata da Kubrick per la sua Odissea Nello Spazio e più di un ammiccamento alla sua Space Oddity.

In realtà Hunky Dory è il primo di frequenti  “viaggi americani” che Bowie effettuerà nel corso della sua discografia con omaggi più o meno dichiarati ad icone come Warhol, Sinatra, Reed e Dylan. L’impianto musicale è ancora fondamentalmente acustico, con l’unica eccezione dello squarcio glam di Queen Bitch dove Mick Ronson ruba la scena a Rick Wakeman, vero protagonista dell’intero lavoro ed eroe semiclandestino di tutta la prima stagione del glam-rock (lavorerà sul disco di debutto di Reed e su diversi singoli dei T. Rex). Bowie è ancora Bowie, anche se si atteggia a Marlene Dietrich e comincia ad assaporare il gusto per la prostituzione.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro   

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RON S. PENO AND THE SUPERSTITIONS – Future Universe (Public Bookings)

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Non ho mai perdonato a Ronald Peno l’incapacità di replicare un album come Free Dirt, uno di quei dischi in grado di farti venire la pelle d’oca anche sotto il sole d’Agosto. Eppure non ho mai smesso di spiarlo, ne’ mentre era indaffarato con i dischi successivi dei Died Pretty, alcuni davvero imbarazzanti, ne’ durante le sue scappatelle con Kim il Salmone o col vecchio compare Brett Myers (un incolore e a volte osceno disco accreditato ai Noises And Other Voicesche possiedo, ironia beffarda della sorte, in duplice copia, NdLYS). Ero dunque curioso di ascoltare questo primo disco a suo nome in cui si fa accompagnare dai Superstitions, ovvero Cam Butler dei Silver Ray, Mark Dawson (il bravo batterista di Ed Kuepper), Tim Deane e Andy Papadopoulos.

E Cam ha appagato la mia curiosità inviandomi una copia dell’album.

Che, ancora una volta, non è avvicinabile a Free Dirt. E però cazzo, mi dico….perchè, qualcuno è forse riuscito a replicare la forza emotiva di quel disco? Rabbonito da questa illuminante rivelazione, mi pongo più sereno a un secondo, terzo ascolto.

E trovo in Future Universe un onesto compagno ai miei pomeriggi d’autunno.

The Death of Me in apertura evoca vecchi fantasmi dei Died Pretty. Non quelli del debutto, come dicevo, ma periodo Doughboy Hollow, con un crescendo ritmico e strumentale e Ronald che, quando impenna la voce come sulla coda di questo pezzo, riesce ancora a far piovere sul deserto australiano come un asceta rabdomante. Ma già dal secondo pezzo l’album si adagia su canoni da crooner un po’ laccato alla Chris Isaak (I Wish, My Own Fire to Light, It’s All in the Way) o addirittura travolto dall’orchestra come un Burt Bacharach o un Jimmy Weeb come succede su Gameplan o New Blood. Gli unici due momenti in cui il ritmo sembra volersi scrollare dal torpore (Livewired e PS Blues) non riescono tuttavia a mettere in circolo l’emozione di quei primi tre minuti.

Cosa ce ne faremo quando l’autunno sarà terminato?

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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THE WITCHES – A Haunted Person‘s Guide to (Alive Naturalsound)

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Un greatest hits di cui nessuno pare sentisse il bisogno. Eppure, eccolo.

Le “Streghe” hanno bazzicato le cripte di Detroit da un decennio almeno, senza che nessuno sentisse il bisogno di invocare la Santa Inquisizione, forse anche per i trascorsi ambigui del loro creatore Troy Gregory, invischiato in “strane storie” con band come Wasted Youth, Prong, Flotsam & Jetsam, Killing Joke, Swans (e in passato tra i candidati a sostituire Cliff Burton tra le fila dei Metallica, NdLYS).

Band parecchio lontane dalle coordinate retro-rock dei Witches che invece masticavano bocconi di power-pop, psichedelia e bubblegum. Questa “guida” raccoglie frammenti dai loro quattro album e tre inediti come Everyone‘s the Greatest che avrebbe fatto un figurone sulle Battle of the Garages, l’elegante disegno paisley di Creepin’ Thru Yer Galaxy o la stonata Spirit World Rising che pare un provino di Robyn Hitchcock suonato da Ariel Pink.

Gregory è un piccolo portento osannato in America da gente come Jim Diamond, Mick Collins (la sua militanza con i Dirtbombs lo certifica), Matthew Sweet, Nathaniel Mayer, Andre Williams che qui, nella terra dei cachi, fatica a farsi un nome.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro   

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SIMON AND GARFUNKEL – The Concert in Central Park (Warner Bros.)  

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Registrato il 19 Settembre del 1981 nel cuore di New York e pubblicato nei primi mesi dell’anno successivo, The Concert in Central Park è il meno rumoroso dei dischi live del 1982. L’unico dove il rumore che giunge dal pubblico fa più chiasso di quello che arriva dal palco.

Non è la prima volta che Simon e Garfunkel si rincontrano, dopo la separazione artistica avvenuta ormai più di dieci anni prima. Ma è quella che fa, assecondando i piani di Gordon Davis (all’epoca sopraintendente per la custodia e la promozione delle aree verdi dell’area metropolitana newyorkese), più audience.

Quella sera, in quella vigilia di autunno, il Central Park accoglie tutte le anime che è capace di accogliere. Senza chiedere un prezzo d’ingresso. Perché le anime non hanno un tariffario. Non qui. Non a New York. Non per ricambiare a Paul Simon e Art Garfunkel il sorriso che ci avevano donato anni prima.

Diecimila persone o forse qualcuna in più, cantano Tom e Jerry, all’unisono.

Ma i fari che li illuminano come scoiattoli in fuga sorpresi dai fanali dei rangers, in quell’immensità di rami e foglie che si preparano a lanciarsi già dai rami come riccioli di corn flakes li traggono in inganno. Perché quella sera, davanti a loro, c’è un mare di 500.000 persone. Un mare effervescente che produce un boato che sommerge tutta New York mentre Simon & Garfunkel, più vulnerabili del solito, snocciolano tutto il loro repertorio migliore: Mrs. Robinson, Old Friends, The Boxer, America, Homeward Bound, April Come She Will, The 59th Street Bridge Song, Bridge Over Troubled Water e quella The Sound of Silence che torna fragile e nuda così come era stata quando era stata partorita. Alla scaletta vengono aggiunte alcune sortite dai cataloghi privati dell’uno e dell’altro.

Perché non ci sia solo nostalgia, in quella lunga serata newyorkese che allunga le mani al cielo salutando l’Estate.

Cinquecentomila mani in alto per Simon.

Cinquecentomila in alto per Garfunkel.

Prima che arrivi l’alba a strappare via l’ennesimo sogno.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro    

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