SPIRITUALIZED – • — — • — • •  — • — — — — • • • • • • — • — — •  • • • • • • — • — • — (Bella Union)  

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• — — • — • • — • — — — • • • • • • — • — — • • • • • • • — • — • — arriva come Santa Claus la notte di Natale, su una slitta trainata da cento renne che scalciano in aria tin-tin-nando di mille campanellini tin-tin-nanti.

Non è di certo il disco che puoi bramare di ascoltare al rientro dalle spiagge, con l’abbronzatura che tarda a venir via e il sole che trasforma il tessuto dei sedili dell’auto in una griglia per le bistecche di manzo. Tanto che io l’ho lasciato marcire sullo stereo per un paio di mesi, aspettando che fuori le nuvole si raccogliessero in una forma compiacente. E alla fine il cielo ha ceduto, creando l’incanto atmosferico ideale ad accogliere un disco non meno accogliente. Un disco di musica soul, anche se a Jason Pierce piace vestirsi da astronauta, sin dai tempi in cui avvisò donne e uomini che stava per lanciarsi nello spazio e che lì avrebbe fluttuato per secoli.

Mantenendo la promessa.

Da quel giorno sono passati venti anni e ogni volta che Jason manda un cenno dall’universo, antenne attente sono qui pronte a recepire il segnale. L’ultimo è in codice morse e dietro quei bip biiip biiip bip biiip bip bip l’argonauta Pierce ci dice che lassù tutto bene, che ha scoperto dei pianeti abitati dove Brian Wilson, i Mercury Rev e gli High Llamas sono venerati come Dei e che c’è ancora speranza, un giorno, di trovare mondi incontaminati, di infilarsi dentro un razzo come The Morning After e portare in quelle colonie la forza di tre accordi, per non dimenticare da dove veniamo. E ricordare, mentre i suoi sassofoni impazziscono, che stavolta nessun animale è stato salvato, che Noè aveva preferito comprarsi uno yacht che perder tempo a costruire un’arca per gente e bestie che avrebbero rifatto gli stessi errori di sempre.

Salire in alto senza scordare che siamo vissuti nell’era di Jonathan Richman e di Lou Reed, dei Beatles e di Joe Meek. E che se proprio non siamo stati bravi a custodire il pianeta, siamo stati almeno saggi da custodire la loro memoria.

Brindiamo, il vascello è pronto a salpare.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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JOHN CALE – Vintage Violence (Columbia)  

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Per cinque anni John Cale ha lavorato dentro dischi come The Velvet Underground and Nico, White Light/White Heat, The Marble Index, The Stooges, Bryter Layter, toccando ogni abisso di solitudine e perversione.

Ne è rimasto sedotto e spaventato. E adesso cerca un rifugio. Un posto dove poter lasciar defluire le cattive vibrazioni. Vintage Violence nasce da questo bisogno fisiologico di riparo. Se la maschera che nasconde il viso di Cale offre un’immagine inquietante, l’ascolto del disco rivela come forse quel che più inquieta il musicista scozzese sta piuttosto al di qua del vetro. Le undici tracce del disco mortificano invece le agonizzanti atmosfere per cui Cale è famoso fino a quel momento, sembrano deridere tutti turbamenti tossici dei suoi vecchi compagni di cordata rivelando un cuore pieno di quella dolcezza sixties che è stata annientata dall’eroina e dal napalm.

Canzoni come Charlemagne, Adelaide, Big White Cloud, Cleo, Fairweather Friend, Please, Hello There sono infiniti, a volte imbarazzanti, certamente disintossicanti e involontariamente comici déjàvu degli anni Sessanta che sono stati spazzati e sembrano destinati a non tornare più. Mamas and Papas, Byrds, Beach Boys, Buffalo Springfield, Simon & Garfunkel, ma anche Syd Barrett e i Beatles.  

La viola di Cale tace, forse per non appesantire il fremito d’ali di queste folk-songs, di questi boogie spenti, consegnati al mondo come fossero filastrocche per le scuole dell’infanzia, come per preservare un mondo incontaminato che Cale per primo sa non esistere più fuori dal perimetro della sua mente. E forse, neppure lì dentro.          

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ARCTIC MONKEYS – Tranquility Base Hotel + Casino (Domino)  

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Volevo solo essere uno degli Strokes. E invece guarda che casino mi hai fatto fare” è forse uno degli incipit più belli che io abbia ascoltato in tempi recenti. Il nuovo album degli Arctic Monkeys invece una delle metamorfosi più inaspettate dell’anno, assieme a quella di Jack White. Un disco coraggioso come quello. Per la determinazione con cui decide di cambiare rotta, di sovvertire le regole base del pranzo a buffet mettendo sul tavolo bocconi di nouvelle cousine mentre tutti erano pronti ad ingozzarsi di pasta sfoglia col würstel.

Tranquility Base Hotel + Casino opera il dissolvimento dell’intera cifra estetica della band inglese e segna il passaggio definitivo dall’età ribelle all’età moderata. Che in musica storicamente si traduce nel peggio che possiate immaginare. Visivamente, è il momento in cui decidi di strappar via i poster dei tuoi eroi musicali dalle pareti della cameretta e di sostituirli con una carta da parati con fregi e damigiane fiorate. Magari con una greca altrettanto orribile a delimitare il bordo del pessimo gusto, che è sempre meglio lasciare mezzo metro d’aria, casomai stessi affogando nella merda e sentissi l’impellenza di respirare.

Ecco, Tranquility è quel momento lì, quel disco lì. Con Alex Turner ormai seduto al pianoforte e fattosi persuaso di essere il nuovo David Bowie che ci manca tanto, senza rendersi conto di aver individuato il Bowie sbagliato. La musica dei nuovi Arctic Monkeys ha un’aria melodrammatica e greve che ci vorrà tempo per digerire, semmai ci riuscirà di assimilare adeguatamente un’altra band vestita come alla Notte degli Oscar che ci gira per casa e cominciandoci a chiedere se, alla fatta dei conti, malgrado tutta la grandeur di cui fanno sfoggio, non siano retrocessi dalla serie A di Arctic alla serie B dei Blow Monkeys.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

…A TOYS ORCHESTRA – Lub Dub (Ala Bianca)  

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Sono certo di essermi perso qualcosa degli …A Toys Orchestra. Mi sono imbattuto in loro parecchi anni orsono e poi saltuariamente negli anni a venire ma avevo perso la familiarità col loro gusto pop sopraffino di cui tuttavia parlai già con toni d’elogio sulle pagine di Musicletter, un decennio fa.

Non intimorisca il titolo, ‘che qui il dub è inteso come rumore pulsante del cuore e non come scienza musicale: il loro ottavo album li conferma piuttosto magistrali e sofisticati interpreti di un pop ben vestito nonostante sia fondamentalmente una adornatissima coperta di Linus, così tanto ha a che fare col nostro bisogno di tepore affettivo.

Lub Dub è un disco dai suoni ricercati e voluttuosi pur nella loro aggraziata semplicità che si lascia spesso dietro una bava di malinconia. Alla riuscita empatica concorrono senza dubbio le prime canzoni del disco, dove volteggiano senza posa i gabbiani di John Lennon, Roger Waters, David Bowie e U2 ma pure i corvi neri appollaiati sui letti di Eels e Geoff Farina ma è scavando più a fondo che si svela il cuore del disco, il tesoro nascosto dentro uno degli scrigni più preziosi di questo 2018, uno dei lavori della stagione che si ascoltano con più piacere e gusto anche da chi non è di norma benevolente come me.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MODERN STUDIES – Swell to Great (Fire)  

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La ristampa in tempi ravvicinatissimi rispetto alla sua prima uscita su etichetta Song, by Toad è propedeutica al nuovo, secondo album, della band scozzese che uscirà per la Fire nel 2018 ed esce a ridosso dell’inverno, stagione perfetta per le canzoni dei Modern Studies dove pare precipitare una neve carica di fuliggine che si raccoglie un attimo prima di sciogliersi su un feltro non dissimile da quello dei cappelli piovosi di Cohen. Le musiche dei Modern Studies si poggiano placide e sommesse, spinte dal leggerissimo sibilo dell’harmonium di Emily Scott e passeggiano coi piedi avvolti in pesanti calze di lana, spesso in slow-motion come i maratoneti di Momenti di gloria o come negli spiritual dei primi Spain.

Ogni tanto passano vicino a una cassetta delle lettere e sembrano esitare. Poi preferiscono godersi il dubbio di una qualche bramata risposta invece che la conferma di un devastante silenzio. E la sorpassano senza fermarsi.         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MORRISSEY – Low in High School (Etienne)  

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Morrissey è uno cui spesso piace deludere le attese, sicuro che ogni sua malefatta verrà perdonata. Cosa che in effetti avviene puntualmente. Infatti anche chi si fosse trovato inutilmente in coda per assistere ad un suo concerto annullato a sorpresa per qualche vezzo da star si ritroverà comunque nuovamente e felicemente in fila per versare in largo anticipo quanto chiesto per assicurarsi in tempo una copia di Low in High School, suo undicesimo album solista, se ha ancora senso usare questo aggettivo quando si parla di Moz il burbero.

Lo comprerà e ci si tufferà dentro, con la consueta devozione che il personaggio richiede. Testi alla mano, volume e kit di sopravvivenza autunnale adatti allo scopo e un bella successione di pomeriggi di solitario abbandono, cercando di far vibrare la propria anima all’unisono con quella di Morrissey.

Cosa che a me succede ormai di rado, devo ammetterlo. Il riadeguamento di immagine di Morrissey seguito allo scioglimento degli Smiths ha avuto su me un impatto destabilizzante e ho trovato la sua produzione altalenante, passivamente costretta a riadeguarsi continuamente alla scrittura dei bracci destri trovati lungo il cammino, anche quando questi gli consegnavano pezzi scritti con l’altra mano.

Per uno che quando faceva coppia con Marr non sbagliava neppure una B-side a me è sempre parso un po’ pochino.

Se insomma potenzialmente ogni album degli Smiths era un disco da isola deserta, nessun album di Morrissey potrebbe essermi compagno in una nemmeno troppa improbabile scelta di eremitaggio estremo.
Neppure questo, che era stato anticipato da una delle canzoni più belle del suo repertorio, pregna di quell’esistenzialismo in bilico tra pigro sarcasmo e misantropia che è uno dei tratti salienti del Moz-pensiero e vestita di abiti leggeri ma ricercati. E con dentro un paio di quelle frasi che potremmo ancora scrivere sul taccuino, se ne avessimo ancora uno. Ecco, se fosse riuscito a perpetuare l’equilibrio magico di quella canzone, Low in High School avrebbe potuto davvero far vibrare la mia anima empaticamente con quella del suo autore, proprio come ai tempi del liceo. Invece quasi tutto il resto del disco si perde in una grandeur sprecata che gongola tra la morna di The Girl from Tel-Aviv Who Wouldn’t Kneel ad una When You Open Your Legs arrangiata come il Big World di Joe Jackson, tra i bubboni di synth di Who Will Protect Us from the Police e I Wish You Lonely  e una mortifera Israel che si decide di far morire tra pianoforte e violoncello, come il cigno sul Carnevale di Saint-Saëns e la voce di Morrissey che ne replica il pianto. Restano, tra le cose che si manderanno a futura memoria, le risacche emotive di Home Is a Question Mark o My Love, I’d Do Anything, ricche degli aminoacidi Morrisseyani che ci piace ingerire per sentirci ebbri e sazi. In attesa che risuoni la campanella per tornare a scuola, nonostante i nostri voti annaspino nell’insufficienza. E non solo i nostri.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE SMITHS – The Queen Is Dead (Warner Bros.)  

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Ho provato a disintegrarmi. E ad immaginare per qualche giorno di essere tornato sedicenne.

È la primavera del 1986 ed è in procinto di uscire il terzo album degli Smiths, compagni della mia adolescenza solinga ed inquieta. Il singolo che è appena stato pubblicato si intitola Bigmouth Strikes Again ed è di una bellezza straripante, con la sua chitarra martellante e la voce di Morrissey animata da una stizza inedita e doppiata da un controcanto femminile ancora più arcigno.

È un’attesa virginea, non deturpata da nulla che non sia lo strazio bellissimo e apparentemente interminabile dell’attesa stessa. L’attesa gioiosa di un sabato pomeriggio infinito.    

La notizia sarebbe fioccata su un mensile di musica. Poi, il mese successivo ci sarebbe stata la recensione in anteprima che avrebbe aumentato la salivazione. E poi, ancora attesa. Fino a quel traguardo finale, a quell’orgasmo pregustato ed ora finalmente raggiunto.

Ho provato. Ed ho fallito. Come avrebbe detto Morrissey ad inizio carriera.

Ho provato e non è stato affatto uguale.

Ho provato ad aspettare di riaprire il libro di una favola di cui conoscevo già la fine. E l’unica cosa inedita era la consapevolezza di non avere più quei sedici anni.

E che neppure il mondo li aveva più.

Era un mondo infinitamente più veloce ma anche immensamente più vecchio. Incapace di emozionarsi, proprio come me.

Condannato all’immobilità. Ad ingrassare davanti ad un pc. A diventare obeso di notizie, di gossip, di opinioni, di sentenze. Un suino rotolante che grugnisce mentre si rigira nella sua stessa merda.

Un mondo che non sapeva più godersi l’attesa. Ingordo di tutte quelle piccole cose che guastano la sorpresa illudendoti di essere lì per lusingarti il palato. E che invece ti saziano. Come gli aperitivi con troppe olive.

Un mondo in cui la Regina non era ancora morta, ma erano morti tutti gli altri. I suoi sudditi e i suoi detrattori. Smiths compresi. Era l’attesa per una favola conosciuta e senza lieto fine.

E ho capito, malgrado tutto, che a volte è necessario aspettare proprio per acquisire la consapevolezza che si è invecchiati. Che siamo legati ad un mondo che ci appartiene sempre meno. Che quel senso di estraneità e di non appartenenza non era solo un vezzo adolescenziale. Che era una scelta di vita. Che potevamo portarla all’estremo pur tentando di vivere una vita “adeguata”. Il lavoro, la moglie, i figli, l’auto per andare in ufficio, la palestra, le cene sociali. Tutte quelle robe lì. E che malgrado tutto ciò la tua bandiera soffiava sempre sul lato sbagliato del pennone, nonostante fossi venuto a patti col mondo, barattando il nostro ultimo banco per un posto vicino alla finestra.

Avremmo potuto essere orgogliosi. Avremmo potuto essere altro, per sempre. Avremmo sempre avuto Moz dalla nostra parte, come gli altri avevano Keats e Yeats e lui Wilde. Avremmo potuto. Ma c’era sempre il fatto che in quei lunghi trent’anni, assieme al mondo, era cambiato pure lui. O la nostra percezione di lui.

O ancora avremmo potuto parlarne coi nostri figli. Dir loro “ascolta, questi erano grandi per davvero”. Mentre loro guardano un cofanetto di cartone e non capiscono perché ci debba essere della carta attorno alla musica. E perché sotto quella musica ci debba essere una chitarra. E perché accanto a quella chitarra ci debba essere una voce che sembra lagnarsi di tutto e mostrare una supponenza colta e inadeguata. E capiremo che era una favola che non potremo raccontare a chi vogliamo bene. Che la dovremo condividere con altri di cui non ci frega nulla. Centinaia, migliaia di altre anime gemelle che una trent’anni fa immaginavamo tormentate e bellissime e che ora abbiamo conosciuto in rete, senza riconoscere dentro i loro sguardi neppure una sfumatura del nostro.  

 

Quindi eccomi qui, trent’anni dopo, a simulare un entusiasmo che non è che il pallido riflesso di quello di allora. Perché un conto è vivere gli eventi, un altro è leggerli sui libri di storia. Così come la frenesia dell’attesa per il disco destinato a cambiarti clamorosamente una fetta di vita non potrà mai essere eguagliata dal piacere languido ma ormai orfano di periglio della sua riscoperta, del suo riascolto dopo aver mangiato un terzo di quella torta. O dopo esserti lasciato divorare.  

Dunque cosa aggiunge questa ristampa a ciò che già allora ci parse definitivo ed inviolabile? Nulla, in realtà, se non un vago senso di sacralità violata che stride con la volontà di consacrazione che avrebbe dovuto spingere alla sua riedizione.  

Se il primo disco è tutto sommato un comprensibile riadeguamento dei master originali alle nuove dinamiche audio, le fotografie delle larve di quelle canzoni non hanno nulla di poetico. Così come non c’era poesia dentro il laboratorio di Lombroso. Così come non ce n’è in un esame autoptico. Così come non ce n’è in quel fotogramma de Il Ribelle di Algeri che vede Alain Delon alzare leggermente la mano dal petto per abbassare le palpebre prima dell’ultimo respiro e che, per paradosso, è molto più simile a quello scelto da Cover Lovers per The Smiths Is 25 che a quella del disco originale. Così come non ve n’è nel tentativo di spiccare un volo ma ve ne è tanta nel momento stesso in cui il volo è spiccato, in quell’attimo infinito in cui i piedi si staccano da terra e sembrano non volerci più fare ritorno.

Se dunque misurammo come capolavoro The Queen Is Dead al momento della sua uscita con la consapevolezza che non erano solo le sue dieci canzoni a renderlo tale, ma l’equilibrio con cui quelle canzoni erano state elaborate, modellate, abbellite, ritoccate prima di giunge fino a noi nella loro forma eterna, nella sua malta non più plasmabile, sarebbe un controsenso adesso ammirare con devozione estatica quei bozzoli che occupano, assieme alle immancabili B-side del periodo, il secondo disco di questa nuova edizione.  

Sarebbe come preferire i bozzetti del Mosè di Michelangelo alla marmorea bellezza di quel lavoro cui egli stesso per primo chiese di piangere, credendolo cosa viva.

Ecco dunque la title-track mostrare la sua inutile coda di pavone.   

Ecco dunque la bellezza gotica di Never Had No One Ever devastata dallo svolazzare di una tromba, come una Notre Dame su cui va a cagare un piccione.

E fotografare il piccione. E il suo guano.

Molto bello invece il live che occupa l’intero terzo cd della versione “full optional” (quella con dentro anche un DVD col famoso “film” di Derek Jarman e un’ennesima quantunque superflua trascrizione scartavetrata dell’album), registrato a Boston durante quello che sarà l’ultimo tour americano degli Smiths, terminato in anticipo per le sempre più insostenibili frizioni tra i membri del gruppo che in quel momento sono già in cinque. Musicalmente gli Smiths sono in forma smagliante e il risultato è una esibizione scintillante notevolmente superiore, per scaletta e gradevolezza d’ascolto, a quella scelta per “Rank”, unico live ufficiale del gruppo.

Questo non basterà a spiegare gli Smiths ai sedicenni di oggi. Ed è giusto che sia così. E purtroppo non basterà a saziare le bocche avide e stolte dei sedicenni di allora. Che aspettano ancora una reunion per cercare fra i cadaveri quel boccone di carne che gli venne allora sottratto da sotto il muso.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MORRISSEY – “Viva Hate” (HMV)  

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Gli Smiths sono ancora in classifica con uno degli estratti da “Strangeways, Here We Come” quando esordisce al quinto posto della chart Suedehead, il singolone di debutto di Morrissey, consegnando definitivamente alla storia una delle più belle storie del pop inglese degli anni Ottanta. Pochi mesi prima Moz ha scritto personalmente a Stephen Street manifestando la sua necessità di mettere una pietra sul passato. Quella pietra è la pietra angolare della sua avventura solitaria. Stephen è l’unica cosa che da quel passato Morrissey vuole portare con se, confidando in un gusto estetico molto più pratico e meno narcisista del suo. Proprio a lui viene affidata non solo la produzione ma anche la scrittura e gran parte dell’orchestrazione di “Viva Hate”, titolo virgolettato come nell’ultimo album degli Smiths, album di esordio di Morrissey-senza Marr.

Disco per molti aspetti insopportabile, “Viva Hate” è un lavoro stucchevole ed emotivamente impassibile, nonostante l’enfasi con cui spesso le sue canzoni vengono rivestite (archi, assoli di chitarra e batteria senz’anima) per farle suonare grandiose, col risultato di appesantirne le ali già poco disponibili al volo.

Il legame di sudditanza che Moz ha ormai instaurato con i suoi fan obbliga questi ultimi a subirne il fascino, soprattutto in virtù delle capacità empatiche dei suoi testi, e ad annientare ogni capacità di discernimento critico.

Siamo alla fase 2.0 del fanatismo, quello che impone ai seguaci la benda sugli occhi e i tappi di cera alle orecchie.

Quella più pericolosa.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE TURTLES – It Ain’t Me Babe / You Baby / Happy Together / The Turtles Present the Battle of the Bands / Turtle Soup / Wooden Head (Edsel)

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Ancora oggi (anche nelle note di copertina di queste ristampe dell’opera completa della formazione americana) è facile trovare il nome dei Turtles associato a quello dei grandi gruppi di folk-rock californiano della loro epoca. Nomi come Byrds, Love e Leaves.

In realtà per le tartarughe della West Coast quello del “folk elettrico” fu soltanto uno dei tanti canoni stilistici scelti per musicare quelli che erano dei piccoli ma prestigiosi manufatti di musica pop il cui accostamento più azzeccato, in termini stilistici così come di disimpegno, è piuttosto con l’alta sartoria dei biondi Beach Boys. O, guardando alla costa Est, con le amabili pop songs dei Lovin’ Spoonful. Più che le chitarre Rickenbacker sfoggiate in televisione per presentare le loro prime canzoni saranno infatti le preziosissime armonie vocali a riservare ai Turtles un posto nella storia. Intrecci così sopraffini che finiranno per arricchire i dischi di T. Rex, Mothers of Invention, Ramones, Steely Dan, Blondie, Psychedelic Furs, Bruce Springsteen, Alice Cooper su su fino a quelli dei Duran Duran. Sono le voci di Phlorescent Leech e Eddie. Sempre in quelle clip, oppure nella commedia My Dinner with Jimi scritta proprio da Eddie, sono i due senza strumento in mano eccetto uno o due cembali. Sono anche i più bruttini tra i sei, ma non ha molta importanza. Perché i Turtles arrivano in Top Ten, ancora minorenni, già al primo singolo, sfruttando l’idea dei Byrds di dare un vestito nuovo agli stracci folk di Dylan. La versione corale di It Ain’t Me Babe piace al pubblico e il singolo viene premiato con un ottavo posto in classifica e scelto come titolo per l’album che arriva subito dopo.

Proprio come hanno fatto i Byrds.

E che di canzoni di Dylan ne contiene tre. Ancora una volta proprio come i Byrds.

L’altro canzoniere da cui i Turtles attingono è quello di Phil Sloan. Un canzoniere altrettanto ricco ma dal successo meno imperituro. Chiedete oggi ad un ventenne qualsiasi chi fosse e vi risponderà con una pernacchia. E invece negli anni Sessanta Sloan ad ogni scorreggia scrive una canzone. Anche di molto belle, da solo o in coppia col fidato Steve Barri, altro newyorkese trapiantato in California ad ornare di canzoni i viali verdeggianti di palme delle strade di Los Angeles.

I Turtles ne registreranno ben sette, superati solo (ovviamente) dai Grass Roots (la band creata appositamente da Lou Adler per incidere le canzoni della ditta Sloan/Barri) e, potenzialmente, dai Vogues (per i quali Sloan scriverà due dozzine di brani senza vederne mai pubblicato mezzo).

Una di queste è scelta come secondo singolo e, l’anno dopo, come pezzo portante e title-track del loro secondo album. Ancora una volta armonizzazioni impeccabili da far impallidire Beach Boys (You Baby) e Zombies (Give Love a Trial), impianto strumentale fondamentalmente acustico e un tamburello che non dà tregua. Con il finale affidato ad una versione ripulita di quella perla garage-punk degli esordi intitolata Almost There che in Italia gli italiani Kings registreranno alla SIAE come Trovane un altro e negli anni Ottanta gli Stomachmouths riproporranno nella sua primitiva, feroce versione originale.

Ma il colpo gobbo dei Turtles non porta ne’ la firma di Dylan ne’ quella di P.F. Sloan ma bensì quelle di Alan Gordon e di Gary Bonner. Quello che è uno “scarto” dei Magicians, diventa un’hit in grado di sbarrare la strada alla Penny Lane dei Beatles.

Ancora una volta il “tema trainante” è pure quello scelto per dare il titolo all’intero album che ne segue. Happy Together è un disco dagli arrangiamenti sfarzosi ideati da Chip Douglas, il nuovo acquisto della band il cui gusto ricercato farà gola ai Monkees di cui diventerà da subito il produttore dei loro dischi più belli. L’album è una classica donut americana. Una di quelle robe grasse cariche di zuccheri e di surrogati di crema e cioccolata. È il trionfo del disimpegno e del romanticismo da soap opera.

Il vero capolavoro del gruppo è però un disco che trascende il concetto di vincolo stilistico per liberare la vera anima della band e le sue qualità trasformiste. The Battle of the Bands è un eccentrico disco-parodia in cui i Turtles reinventano se stessi vestendo i panni dei vari complessi che avevano effettivamente vivacizzato le famose Battle of the Bands sfidandosi l’un l’altra portando in scena il loro repertorio svolazzante tra surf-music, boogaloo, psichedelia, folk-rock, country, rock ‘n roll, musica da ballo e canzoni concettuali. A portare a casa il “trofeo” sono Howie, Mark, Johny, Jim & Al, un quintetto in smoking e papillon che affronta i vari Quad City Ramblers, Cross Fires, Nature’s Children, Fabolous Dawgs e anche il fantastico beat di Chief Kamanawanalea (che verrà campionato praticamente da chiunque, dai Freak Power a Drake passando per Beastie Boys, De La Soul, Ice Cube e KRS-One) con una canzone di pop melodico intitolata Elenore che farà sfaceli anche nell’italiana Canzonissima nella traduzione fattane da Franco Migliacci.  

Il disco è il primo del lotto di ristampe della Edsel a presentare un intero secondo cd di bonus (i primi tre presentano esclusivamente le versioni mono e stereo dello stesso disco, NdLYS) con tutti i singoli del periodo e le outtakes dell’album completato quanto iniziato dalla Sundazed ormai più di venti anni fa.

Il canto del cigno (visto che le tartarughe non cantano neppure in punto di morte) dei Turtles è una zuppa preparata dallo chef Ray Davies ma lungi dall’essere “cotta” Turtle Soup dimostra che la formazione californiana continua ad affinare il proprio stile con un’altra consistente dose di melodie da manuale pop come Somewhere Friday Night, You Don’t Have to Walk in the Rain, Love in the City, Torn Between Temptations (sulla quale l’eco di Davies si sente davvero in maniera prepotente), stavolta tutte frutto della penna sempre più vivace della band.

Le pressioni dell’etichetta a produrre successi con lo stampino si fanno però a quel punto intollerabili e la band decide di lasciare gli studi di registrazione dove stanno preparando il sesto album (una mezza dozzina di estratti sono qui inclusi sul secondo CD mentre l’opera (in)completa è reperibile da tempo sul catalogo Rhino.

A chiudere il progetto di reissue della Edsel arriva infine la versione in doppio disco della raccolta di inediti e rarità del primissimo periodo che nel 1970 la White Whale pensò bene di usare per mettere la parola fine alla vicenda Turtles. Un ritorno al tintinnio folk-rock del primo periodo con una perla di valore ASSOLUTO come Outside Chance, scritta dal compagno di scuderia Warren Zevon.

Ora sapete chi erano i Turtles.

Ora, se non lo sapete, potete apprenderne l’intera storia.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVID BOWIE – David Bowie (Deram)  

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David Jones diventa Bowie nel 1966.

Ma nessuno ne conosce il volto, fuori dai ristretti ambienti mod di Londra, visto che i suoi timidissimi esordi su 45 giri vengono impacchettati dentro delle anonime company sleeves (le buste in carta dove viene solo riportata l’etichetta che ha stampato il prodotto).

La sua faccia arriva su una copertina di un disco l’anno successivo. E arriva nel momento sbagliato. Nel giorno in cui i negozi di dischi straboccano di ragazzi. Che però sono lì per comprare l’atteso capolavoro psichedelico dei Beatles.

Il caschettino biondo di David, anche se sottolineato da un affascinante sguardo bicromatico e da due zigomi perfetti, resta parcheggiato lì sugli scaffali, per essere comprato a prezzo maggiorato solo due anni dopo. Portandosi a casa un Bowie che già non esiste più. Il suo disco di debutto è il frutto acerbo di una stagione che è già passata e di cui già nessuno sente nostalgia: quel paese incantato abitato da folletti e gnomi è già stato raso al suolo dai dirigibili e oltraggiato dagli uomini schizoidi del ventunesimo secolo.  

Ma anche fosse successo quello che Bowie e Les Conn speravano, David Bowie rimaneva un disco marginale anche per l’ambito folk in cui era maturato, del tutto inadeguato anche in confronto ai dischi e agli artisti cui poteva essere associato per affinità visionaria e gusto scenografico (Donovan, Syd Barrett, Ray Davies).

L’uomo è ancora lontano dalla Luna. Bowie, dalle stelle.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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