ARCTIC MONKEYS – Tranquility Base Hotel + Casino (Domino)  

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Volevo solo essere uno degli Strokes. E invece guarda che casino mi hai fatto fare” è forse uno degli incipit più belli che io abbia ascoltato in tempi recenti. Il nuovo album degli Arctic Monkeys invece una delle metamorfosi più inaspettate dell’anno, assieme a quella di Jack White. Un disco coraggioso come quello. Per la determinazione con cui decide di cambiare rotta, di sovvertire le regole base del pranzo a buffet mettendo sul tavolo bocconi di nouvelle cousine mentre tutti erano pronti ad ingozzarsi di pasta sfoglia col würstel.

Tranquility Base Hotel + Casino opera il dissolvimento dell’intera cifra estetica della band inglese e segna il passaggio definitivo dall’età ribelle all’età moderata. Che in musica storicamente si traduce nel peggio che possiate immaginare. Visivamente, è il momento in cui decidi di strappar via i poster dei tuoi eroi musicali dalle pareti della cameretta e di sostituirli con una carta da parati con fregi e damigiane fiorate. Magari con una greca altrettanto orribile a delimitare il bordo del pessimo gusto, che è sempre meglio lasciare mezzo metro d’aria, casomai stessi affogando nella merda e sentissi l’impellenza di respirare.

Ecco, Tranquility è quel momento lì, quel disco lì. Con Alex Turner ormai seduto al pianoforte e fattosi persuaso di essere il nuovo David Bowie che ci manca tanto, senza rendersi conto di aver individuato il Bowie sbagliato. La musica dei nuovi Arctic Monkeys ha un’aria melodrammatica e greve che ci vorrà tempo per digerire, semmai ci riuscirà di assimilare adeguatamente un’altra band vestita come alla Notte degli Oscar che ci gira per casa e cominciandoci a chiedere se, alla fatta dei conti, malgrado tutta la grandeur di cui fanno sfoggio, non siano retrocessi dalla serie A di Arctic alla serie B dei Blow Monkeys.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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…A TOYS ORCHESTRA – Lub Dub (Ala Bianca)  

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Sono certo di essermi perso qualcosa degli …A Toys Orchestra. Mi sono imbattuto in loro parecchi anni orsono e poi saltuariamente negli anni a venire ma avevo perso la familiarità col loro gusto pop sopraffino di cui tuttavia parlai già con toni d’elogio sulle pagine di Musicletter, un decennio fa.

Non intimorisca il titolo, ‘che qui il dub è inteso come rumore pulsante del cuore e non come scienza musicale: il loro ottavo album li conferma piuttosto magistrali e sofisticati interpreti di un pop ben vestito nonostante sia fondamentalmente una adornatissima coperta di Linus, così tanto ha a che fare col nostro bisogno di tepore affettivo.

Lub Dub è un disco dai suoni ricercati e voluttuosi pur nella loro aggraziata semplicità che si lascia spesso dietro una bava di malinconia. Alla riuscita empatica concorrono senza dubbio le prime canzoni del disco, dove volteggiano senza posa i gabbiani di John Lennon, Roger Waters, David Bowie e U2 ma pure i corvi neri appollaiati sui letti di Eels e Geoff Farina ma è scavando più a fondo che si svela il cuore del disco, il tesoro nascosto dentro uno degli scrigni più preziosi di questo 2018, uno dei lavori della stagione che si ascoltano con più piacere e gusto anche da chi non è di norma benevolente come me.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MODERN STUDIES – Swell to Great (Fire)  

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La ristampa in tempi ravvicinatissimi rispetto alla sua prima uscita su etichetta Song, by Toad è propedeutica al nuovo, secondo album, della band scozzese che uscirà per la Fire nel 2018 ed esce a ridosso dell’inverno, stagione perfetta per le canzoni dei Modern Studies dove pare precipitare una neve carica di fuliggine che si raccoglie un attimo prima di sciogliersi su un feltro non dissimile da quello dei cappelli piovosi di Cohen. Le musiche dei Modern Studies si poggiano placide e sommesse, spinte dal leggerissimo sibilo dell’harmonium di Emily Scott e passeggiano coi piedi avvolti in pesanti calze di lana, spesso in slow-motion come i maratoneti di Momenti di gloria o come negli spiritual dei primi Spain.

Ogni tanto passano vicino a una cassetta delle lettere e sembrano esitare. Poi preferiscono godersi il dubbio di una qualche bramata risposta invece che la conferma di un devastante silenzio. E la sorpassano senza fermarsi.         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MORRISSEY – Low in High School (Etienne)  

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Morrissey è uno cui spesso piace deludere le attese, sicuro che ogni sua malefatta verrà perdonata. Cosa che in effetti avviene puntualmente. Infatti anche chi si fosse trovato inutilmente in coda per assistere ad un suo concerto annullato a sorpresa per qualche vezzo da star si ritroverà comunque nuovamente e felicemente in fila per versare in largo anticipo quanto chiesto per assicurarsi in tempo una copia di Low in High School, suo undicesimo album solista, se ha ancora senso usare questo aggettivo quando si parla di Moz il burbero.

Lo comprerà e ci si tufferà dentro, con la consueta devozione che il personaggio richiede. Testi alla mano, volume e kit di sopravvivenza autunnale adatti allo scopo e un bella successione di pomeriggi di solitario abbandono, cercando di far vibrare la propria anima all’unisono con quella di Morrissey.

Cosa che a me succede ormai di rado, devo ammetterlo. Il riadeguamento di immagine di Morrissey seguito allo scioglimento degli Smiths ha avuto su me un impatto destabilizzante e ho trovato la sua produzione altalenante, passivamente costretta a riadeguarsi continuamente alla scrittura dei bracci destri trovati lungo il cammino, anche quando questi gli consegnavano pezzi scritti con l’altra mano.

Per uno che quando faceva coppia con Marr non sbagliava neppure una B-side a me è sempre parso un po’ pochino.

Se insomma potenzialmente ogni album degli Smiths era un disco da isola deserta, nessun album di Morrissey potrebbe essermi compagno in una nemmeno troppa improbabile scelta di eremitaggio estremo.
Neppure questo, che era stato anticipato da una delle canzoni più belle del suo repertorio, pregna di quell’esistenzialismo in bilico tra pigro sarcasmo e misantropia che è uno dei tratti salienti del Moz-pensiero e vestita di abiti leggeri ma ricercati. E con dentro un paio di quelle frasi che potremmo ancora scrivere sul taccuino, se ne avessimo ancora uno. Ecco, se fosse riuscito a perpetuare l’equilibrio magico di quella canzone, Low in High School avrebbe potuto davvero far vibrare la mia anima empaticamente con quella del suo autore, proprio come ai tempi del liceo. Invece quasi tutto il resto del disco si perde in una grandeur sprecata che gongola tra la morna di The Girl from Tel-Aviv Who Wouldn’t Kneel ad una When You Open Your Legs arrangiata come il Big World di Joe Jackson, tra i bubboni di synth di Who Will Protect Us from the Police e I Wish You Lonely  e una mortifera Israel che si decide di far morire tra pianoforte e violoncello, come il cigno sul Carnevale di Saint-Saëns e la voce di Morrissey che ne replica il pianto. Restano, tra le cose che si manderanno a futura memoria, le risacche emotive di Home Is a Question Mark o My Love, I’d Do Anything, ricche degli aminoacidi Morrisseyani che ci piace ingerire per sentirci ebbri e sazi. In attesa che risuoni la campanella per tornare a scuola, nonostante i nostri voti annaspino nell’insufficienza. E non solo i nostri.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE SMITHS – The Queen Is Dead (Warner Bros.)  

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Ho provato a disintegrarmi. E ad immaginare per qualche giorno di essere tornato sedicenne.

È la primavera del 1986 ed è in procinto di uscire il terzo album degli Smiths, compagni della mia adolescenza solinga ed inquieta. Il singolo che è appena stato pubblicato si intitola Bigmouth Strikes Again ed è di una bellezza straripante, con la sua chitarra martellante e la voce di Morrissey animata da una stizza inedita e doppiata da un controcanto femminile ancora più arcigno.

È un’attesa virginea, non deturpata da nulla che non sia lo strazio bellissimo e apparentemente interminabile dell’attesa stessa. L’attesa gioiosa di un sabato pomeriggio infinito.    

La notizia sarebbe fioccata su un mensile di musica. Poi, il mese successivo ci sarebbe stata la recensione in anteprima che avrebbe aumentato la salivazione. E poi, ancora attesa. Fino a quel traguardo finale, a quell’orgasmo pregustato ed ora finalmente raggiunto.

Ho provato. Ed ho fallito. Come avrebbe detto Morrissey ad inizio carriera.

Ho provato e non è stato affatto uguale.

Ho provato ad aspettare di riaprire il libro di una favola di cui conoscevo già la fine. E l’unica cosa inedita era la consapevolezza di non avere più quei sedici anni.

E che neppure il mondo li aveva più.

Era un mondo infinitamente più veloce ma anche immensamente più vecchio. Incapace di emozionarsi, proprio come me.

Condannato all’immobilità. Ad ingrassare davanti ad un pc. A diventare obeso di notizie, di gossip, di opinioni, di sentenze. Un suino rotolante che grugnisce mentre si rigira nella sua stessa merda.

Un mondo che non sapeva più godersi l’attesa. Ingordo di tutte quelle piccole cose che guastano la sorpresa illudendoti di essere lì per lusingarti il palato. E che invece ti saziano. Come gli aperitivi con troppe olive.

Un mondo in cui la Regina non era ancora morta, ma erano morti tutti gli altri. I suoi sudditi e i suoi detrattori. Smiths compresi. Era l’attesa per una favola conosciuta e senza lieto fine.

E ho capito, malgrado tutto, che a volte è necessario aspettare proprio per acquisire la consapevolezza che si è invecchiati. Che siamo legati ad un mondo che ci appartiene sempre meno. Che quel senso di estraneità e di non appartenenza non era solo un vezzo adolescenziale. Che era una scelta di vita. Che potevamo portarla all’estremo pur tentando di vivere una vita “adeguata”. Il lavoro, la moglie, i figli, l’auto per andare in ufficio, la palestra, le cene sociali. Tutte quelle robe lì. E che malgrado tutto ciò la tua bandiera soffiava sempre sul lato sbagliato del pennone, nonostante fossi venuto a patti col mondo, barattando il nostro ultimo banco per un posto vicino alla finestra.

Avremmo potuto essere orgogliosi. Avremmo potuto essere altro, per sempre. Avremmo sempre avuto Moz dalla nostra parte, come gli altri avevano Keats e Yeats e lui Wilde. Avremmo potuto. Ma c’era sempre il fatto che in quei lunghi trent’anni, assieme al mondo, era cambiato pure lui. O la nostra percezione di lui.

O ancora avremmo potuto parlarne coi nostri figli. Dir loro “ascolta, questi erano grandi per davvero”. Mentre loro guardano un cofanetto di cartone e non capiscono perché ci debba essere della carta attorno alla musica. E perché sotto quella musica ci debba essere una chitarra. E perché accanto a quella chitarra ci debba essere una voce che sembra lagnarsi di tutto e mostrare una supponenza colta e inadeguata. E capiremo che era una favola che non potremo raccontare a chi vogliamo bene. Che la dovremo condividere con altri di cui non ci frega nulla. Centinaia, migliaia di altre anime gemelle che una trent’anni fa immaginavamo tormentate e bellissime e che ora abbiamo conosciuto in rete, senza riconoscere dentro i loro sguardi neppure una sfumatura del nostro.  

 

Quindi eccomi qui, trent’anni dopo, a simulare un entusiasmo che non è che il pallido riflesso di quello di allora. Perché un conto è vivere gli eventi, un altro è leggerli sui libri di storia. Così come la frenesia dell’attesa per il disco destinato a cambiarti clamorosamente una fetta di vita non potrà mai essere eguagliata dal piacere languido ma ormai orfano di periglio della sua riscoperta, del suo riascolto dopo aver mangiato un terzo di quella torta. O dopo esserti lasciato divorare.  

Dunque cosa aggiunge questa ristampa a ciò che già allora ci parse definitivo ed inviolabile? Nulla, in realtà, se non un vago senso di sacralità violata che stride con la volontà di consacrazione che avrebbe dovuto spingere alla sua riedizione.  

Se il primo disco è tutto sommato un comprensibile riadeguamento dei master originali alle nuove dinamiche audio, le fotografie delle larve di quelle canzoni non hanno nulla di poetico. Così come non c’era poesia dentro il laboratorio di Lombroso. Così come non ce n’è in un esame autoptico. Così come non ce n’è in quel fotogramma de Il Ribelle di Algeri che vede Alain Delon alzare leggermente la mano dal petto per abbassare le palpebre prima dell’ultimo respiro e che, per paradosso, è molto più simile a quello scelto da Cover Lovers per The Smiths is 25 che a quella del disco originale. Così come non ve n’è nel tentativo di spiccare un volo ma ve ne è tanta nel momento stesso in cui il volo è spiccato, in quell’attimo infinito in cui i piedi si staccano da terra e sembrano non volerci più fare ritorno.

Se dunque misurammo come capolavoro The Queen Is Dead al momento della sua uscita con la consapevolezza che non erano solo le sue dieci canzoni a renderlo tale, ma l’equilibrio con cui quelle canzoni erano state elaborate, modellate, abbellite, ritoccate prima di giunge fino a noi nella loro forma eterna, nella sua malta non più plasmabile, sarebbe un controsenso adesso ammirare con devozione estatica quei bozzoli che occupano, assieme alle immancabili B-side del periodo, il secondo disco di questa nuova edizione.  

Sarebbe come preferire i bozzetti del Mosè di Michelangelo alla marmorea bellezza di quel lavoro cui egli stesso per primo chiese di piangere, credendolo cosa viva.

Ecco dunque la title-track mostrare la sua inutile coda di pavone.   

Ecco dunque la bellezza gotica di Never Had No One Ever devastata dallo svolazzare di una tromba, come una Notre Dame su cui va a cagare un piccione.

E fotografare il piccione. E il suo guano.

Molto bello invece il live che occupa l’intero terzo cd della versione “full optional” (quella con dentro anche un DVD col famoso “film” di Derek Jarman e un’ennesima quantunque superflua trascrizione scartavetrata dell’album), registrato a Boston durante quello che sarà l’ultimo tour americano degli Smiths, terminato in anticipo per le sempre più insostenibili frizioni tra i membri del gruppo che in quel momento sono già in cinque. Musicalmente gli Smiths sono in forma smagliante e il risultato è una esibizione scintillante notevolmente superiore, per scaletta e gradevolezza d’ascolto, a quella scelta per “Rank”, unico live ufficiale del gruppo.

Questo non basterà a spiegare gli Smiths ai sedicenni di oggi. Ed è giusto che sia così. E purtroppo non basterà a saziare le bocche avide e stolte dei sedicenni di allora. Che aspettano ancora una reunion per cercare fra i cadaveri quel boccone di carne che gli venne allora sottratto da sotto il muso.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MORRISSEY – “Viva Hate” (HMV)  

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Gli Smiths sono ancora in classifica con uno degli estratti da “Strangeways, Here We Come” quando esordisce al quinto posto della chart Suedehead, il singolone di debutto di Morrissey, consegnando definitivamente alla storia una delle più belle storie del pop inglese degli anni Ottanta. Pochi mesi prima Moz ha scritto personalmente a Stephen Street manifestando la sua necessità di mettere una pietra sul passato. Quella pietra è la pietra angolare della sua avventura solitaria. Stephen è l’unica cosa che da quel passato Morrissey vuole portare con se, confidando in un gusto estetico molto più pratico e meno narcisista del suo. Proprio a lui viene affidata non solo la produzione ma anche la scrittura e gran parte dell’orchestrazione di “Viva Hate”, titolo virgolettato come nell’ultimo album degli Smiths, album di esordio di Morrissey-senza Marr.

Disco per molti aspetti insopportabile, “Viva Hate” è un lavoro stucchevole ed emotivamente impassibile, nonostante l’enfasi con cui spesso le sue canzoni vengono rivestite (archi, assoli di chitarra e batteria senz’anima) per farle suonare grandiose, col risultato di appesantirne le ali già poco disponibili al volo.

Il legame di sudditanza che Moz ha ormai instaurato con i suoi fan obbliga questi ultimi a subirne il fascino, soprattutto in virtù delle capacità empatiche dei suoi testi, e ad annientare ogni capacità di discernimento critico.

Siamo alla fase 2.0 del fanatismo, quello che impone ai seguaci la benda sugli occhi e i tappi di cera alle orecchie.

Quella più pericolosa.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE TURTLES – It Ain’t Me Babe / You Baby / Happy Together / The Turtles Present the Battle of the Bands / Turtle Soup / Wooden Head (Edsel)

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Ancora oggi (anche nelle note di copertina di queste ristampe dell’opera completa della formazione americana) è facile trovare il nome dei Turtles associato a quello dei grandi gruppi di folk-rock californiano della loro epoca. Nomi come Byrds, Love e Leaves.

In realtà per le tartarughe della West Coast quello del “folk elettrico” fu soltanto uno dei tanti canoni stilistici scelti per musicare quelli che erano dei piccoli ma prestigiosi manufatti di musica pop il cui accostamento più azzeccato, in termini stilistici così come di disimpegno, è piuttosto con l’alta sartoria dei biondi Beach Boys. O, guardando alla costa Est, con le amabili pop songs dei Lovin’ Spoonful. Più che le chitarre Rickenbacker sfoggiate in televisione per presentare le loro prime canzoni saranno infatti le preziosissime armonie vocali a riservare ai Turtles un posto nella storia. Intrecci così sopraffini che finiranno per arricchire i dischi di T. Rex, Mothers of Invention, Ramones, Steely Dan, Blondie, Psychedelic Furs, Bruce Springsteen, Alice Cooper su su fino a quelli dei Duran Duran. Sono le voci di Phlorescent Leech e Eddie. Sempre in quelle clip, oppure nella commedia My Dinner with Jimi scritta proprio da Eddie, sono i due senza strumento in mano eccetto uno o due cembali. Sono anche i più bruttini tra i sei, ma non ha molta importanza. Perché i Turtles arrivano in Top Ten, ancora minorenni, già al primo singolo, sfruttando l’idea dei Byrds di dare un vestito nuovo agli stracci folk di Dylan. La versione corale di It Ain’t Me Babe piace al pubblico e il singolo viene premiato con un ottavo posto in classifica e scelto come titolo per l’album che arriva subito dopo.

Proprio come hanno fatto i Byrds.

E che di canzoni di Dylan ne contiene tre. Ancora una volta proprio come i Byrds.

L’altro canzoniere da cui i Turtles attingono è quello di Phil Sloan. Un canzoniere altrettanto ricco ma dal successo meno imperituro. Chiedete oggi ad un ventenne qualsiasi chi fosse e vi risponderà con una pernacchia. E invece negli anni Sessanta Sloan ad ogni scorreggia scrive una canzone. Anche di molto belle, da solo o in coppia col fidato Steve Barri, altro newyorkese trapiantato in California ad ornare di canzoni i viali verdeggianti di palme delle strade di Los Angeles.

I Turtles ne registreranno ben sette, superati solo (ovviamente) dai Grass Roots (la band creata appositamente da Lou Adler per incidere le canzoni della ditta Sloan/Barri) e, potenzialmente, dai Vogues (per i quali Sloan scriverà due dozzine di brani senza vederne mai pubblicato mezzo).

Una di queste è scelta come secondo singolo e, l’anno dopo, come pezzo portante e title-track del loro secondo album. Ancora una volta armonizzazioni impeccabili da far impallidire Beach Boys (You Baby) e Zombies (Give Love a Trial), impianto strumentale fondamentalmente acustico e un tamburello che non dà tregua. Con il finale affidato ad una versione ripulita di quella perla garage-punk degli esordi intitolata Almost There che in Italia gli italiani Kings registreranno alla SIAE come Trovane un altro e negli anni Ottanta gli Stomachmouths riproporranno nella sua primitiva, feroce versione originale.

Ma il colpo gobbo dei Turtles non porta ne’ la firma di Dylan ne’ quella di P.F. Sloan ma bensì quelle di Alan Gordon e di Gary Bonner. Quello che è uno “scarto” dei Magicians, diventa un’hit in grado di sbarrare la strada alla Penny Lane dei Beatles.

Ancora una volta il “tema trainante” è pure quello scelto per dare il titolo all’intero album che ne segue. Happy Together è un disco dagli arrangiamenti sfarzosi ideati da Chip Douglas, il nuovo acquisto della band il cui gusto ricercato farà gola ai Monkees di cui diventerà da subito il produttore dei loro dischi più belli. L’album è una classica donut americana. Una di quelle robe grasse cariche di zuccheri e di surrogati di crema e cioccolata. È il trionfo del disimpegno e del romanticismo da soap opera.

Il vero capolavoro del gruppo è però un disco che trascende il concetto di vincolo stilistico per liberare la vera anima della band e le sue qualità trasformiste. The Battle of the Bands è un eccentrico disco-parodia in cui i Turtles reinventano se stessi vestendo i panni dei vari complessi che avevano effettivamente vivacizzato le famose Battle of the Bands sfidandosi l’un l’altra portando in scena il loro repertorio svolazzante tra surf-music, boogaloo, psichedelia, folk-rock, country, rock ‘n roll, musica da ballo e canzoni concettuali. A portare a casa il “trofeo” sono Howie, Mark, Johny, Jim & Al, un quintetto in smoking e papillon che affronta i vari Quad City Ramblers, Cross Fires, Nature’s Children, Fabolous Dawgs e anche il fantastico beat di Chief Kamanawanalea (che verrà campionato praticamente da chiunque, dai Freak Power a Drake passando per Beastie Boys, De La Soul, Ice Cube e KRS-One) con una canzone di pop melodico intitolata Elenore che farà sfaceli anche nell’italiana Canzonissima nella traduzione fattane da Franco Migliacci.  

Il disco è il primo del lotto di ristampe della Edsel a presentare un intero secondo cd di bonus (i primi tre presentano esclusivamente le versioni mono e stereo dello stesso disco, NdLYS) con tutti i singoli del periodo e le outtakes dell’album completato quanto iniziato dalla Sundazed ormai più di venti anni fa.

Il canto del cigno (visto che le tartarughe non cantano neppure in punto di morte) dei Turtles è una zuppa preparata dallo chef Ray Davies ma lungi dall’essere “cotta” Turtle Soup dimostra che la formazione californiana continua ad affinare il proprio stile con un’altra consistente dose di melodie da manuale pop come Somewhere Friday Night, You Don’t Have to Walk in the Rain, Love in the City, Torn Between Temptations (sulla quale l’eco di Davies si sente davvero in maniera prepotente), stavolta tutte frutto della penna sempre più vivace della band.

Le pressioni dell’etichetta a produrre successi con lo stampino si fanno però a quel punto intollerabili e la band decide di lasciare gli studi di registrazione dove stanno preparando il sesto album (una mezza dozzina di estratti sono qui inclusi sul secondo CD mentre l’opera (in)completa è reperibile da tempo sul catalogo Rhino.

A chiudere il progetto di reissue della Edsel arriva infine la versione in doppio disco della raccolta di inediti e rarità del primissimo periodo che nel 1970 la White Whale pensò bene di usare per mettere la parola fine alla vicenda Turtles. Un ritorno al tintinnio folk-rock del primo periodo con una perla di valore ASSOLUTO come Outside Chance, scritta dal compagno di scuderia Warren Zevon.

Ora sapete chi erano i Turtles.

Ora, se non lo sapete, potete apprenderne l’intera storia.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVID BOWIE – David Bowie (Deram)  

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David Jones diventa Bowie nel 1966.

Ma nessuno ne conosce il volto, fuori dai ristretti ambienti mod di Londra, visto che i suoi timidissimi esordi su 45 giri vengono impacchettati dentro delle anonime company sleeves (le buste in carta dove viene solo riportata l’etichetta che ha stampato il prodotto).

La sua faccia arriva su una copertina di un disco l’anno successivo. E arriva nel momento sbagliato. Nel giorno in cui i negozi di dischi straboccano di ragazzi. Che però sono lì per comprare l’atteso capolavoro psichedelico dei Beatles.

Il caschettino biondo di David, anche se sottolineato da un affascinante sguardo bicromatico e da due zigomi perfetti, resta parcheggiato lì sugli scaffali, per essere comprato a prezzo maggiorato solo due anni dopo. Portandosi a casa un Bowie che già non esiste più. Il suo disco di debutto è il frutto acerbo di una stagione che è già passata e di cui già nessuno sente nostalgia: quel paese incantato abitato da folletti e gnomi è già stato raso al suolo dai dirigibili e oltraggiato dagli uomini schizoidi del ventunesimo secolo.  

Ma anche fosse successo quello che Bowie e Les Conn speravano, David Bowie rimaneva un disco marginale anche per l’ambito folk in cui era maturato, del tutto inadeguato anche in confronto ai dischi e agli artisti cui poteva essere associato per affinità visionaria e gusto scenografico (Donovan, Syd Barrett, Ray Davies).

L’uomo è ancora lontano dalla Luna. Bowie, dalle stelle.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LOVE – Da Capo (Elektra)  

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Los Angeles.

Al 4320 di Cedarhurst Cicle sorge una villa in stile coloniale costruita nel 1930.

Il suo valore attuale è di nove milioni di Euro.

Se avete i soldi, compratela.

Altrimenti, potete affittarla.

Come ha fatto una ventina di anni fa Johnny Depp e come fece cinquant’anni fa Arthur Lee per farci il quartier generale dei Love.

Cosa succeda là dentro fra groupies e droghe è facile immaginarlo.

Arthur va spesso a letto con una ragazza e si sveglia con a fianco un’altra. Nuda e sfatta come quella della sera prima.

Gli altri non sono da meno. Ma la star del Sunset Strip è Lee. Gli altri ne traggono profitto in quanto suoi musicisti. Ha dato al suo gruppo il nome dell’amore, ma la sua è un’attitudine da gangster e da despota. Del resto, come avrà modo di dire: “se sei solo un chitarrista ritmico non puoi dirmi cosa dovrei aggiungere o togliere da una mia canzone. Devi limitarti a fare quello che sai fare: suonare la chitarra ritmica e stare zitto”.

Da Capo, il secondo disco dei Love, viene registrato durante quei giorni al “Castello”. Sono giorni folli e fecondi. Per rappresentarli Arthur Lee decide di mettere su una piccola orchestra, aggiungendo flauti, sassofoni, tablas e clavicembali e regalando il più lungo viaggio psichedelico fino a quel momento tentato su disco: diciotto minuti di fraseggi blues e sincopi jazz che pur nella familiarità del paesaggio proposto, rappresenta un audace ma fallito tentativo di organizzare un viaggio metafisico, un po’ come faranno contemporaneamente i Doors, i Seeds, le Mothers of Invation, gli Stones o Le Stelle di Mario Schifano.

Il meglio sta sull’ondivaga e umorale altra facciata del disco, quelli in cui i Love dipingono cieli d’arancio. E poi fanno piovere da quei cieli una bomba atomica come 7 & 7 Is.

Perché “se non sarà l’amore, sarà la bomba a tenerci uniti”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BEATLES – I Nazareni

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Prendete una qualunque sala da ballo dei primi anni Sessanta e invitate una band di ragazzi ad improvvisare una serie di canzonette costruite sui generi in voga nel periodo: doo-wop, calypso, rock and roll, skiffle, yè-yè e ovviamente qualche ballata che serva ad allentare, facendola fruttare, la tensione sessuale che si respira nell’aria, resa ancora più incendiaria dai rigidi divieti dell’epoca.Sono le sei del pomeriggio, ma è come se fossero le quattro del mattino, nel 1963. 

Ecco, se riuscite ad immaginare questo contesto e a non farvi fregare dal revisionismo storico che farà dei sorridenti e ammiccanti quattro ragazzotti che sorridono dalla tromba delle scale sulla copertina di questo disco la più influente pop band della storia, ne ricaverete un’immagine molto realistica di quello per cui venne realizzato, in fretta e furia, il primo disco dei Beatles.

I quattro ragazzotti di Liverpool hanno delle armonizzazioni alla Everly Brothers e una grandissima capacità di “sintesi melodica” di certo figlia di artisti come Bing Crosby, Buddy Holly e Roy Orbison perfezionata dalle numerosissime serate amburghesi. Non sono più bravi degli altri complessi dell’area del Merseyside che mescono nella stessa miscela e, a tratti, è anche sovrapponibile il repertorio. A renderli diversi e unici sono essenzialmente due fattori: la scelta di un nome moderno che è fortemente caratterizzante e in sintonia con un termine appena nato come “beat” e l’immagine aggregante, quasi proletaria che riescono a dare.

Non si tratta, come era per i Peacemakers o i Dakotas, di un gruppo “spalla” che esaltava in qualche modo la figura del leader, i Beatles sono, pur senza annullare il carattere di ognuno di loro, tutti uguali e, “diversi in uno”, sono uguali a tutti gli altri teenagers di Liverpool e dell’Inghilterra tutta, trasmettendo un senso di comunità in cui è facile rispecchiarsi. In quest’ottica la scelta del nome è, ancora una volta, nella sua immediatezza disarmante, un vero colpo di genio (i coleotteri cui alludono sono, nei fatti indistinguibili gli uni agli altri e vivono in comunità promiscue).

 

Le loro voci si sovrappongono sul medesimo brano, si alternano, si intrecciano, si scambiano i ruoli, creando un senso di euforia corale e collettiva che si trasmette per contagio. Le loro prime canzoni, pur se ancora disadorne, sono infatti eseguite su melodie costruite sul “molteplice”. Nessuno sovrasta l’altro e tutto il repertorio si regge su un equilibrio formidabile di melodie a presa immediata e testi allusivi ma mai volgari che incitano alla festa, al ballo, all’amore. A tutte le occasioni di vita sociale, di gruppo, di collettività.

Please Please Me è il disco che per primo mette a frutto questa miscela che si rivelerà esplosiva, sorprendendo forse per prime le persone coinvolte, visto un contenuto musicale di per sé tutt’altro che rivoluzionario.  

Un album nato senza alcun’altra pretesa che mettere a frutto l’esperienza maturata in due anni di concerti fuori dalla loro terra per realizzare un prodotto che possa essere suonato anche nelle sale in cui i Beatles non hanno un ingaggio, realizzando quella primitiva forma di teletrasporto che è alla base di tutto il meccanismo del “prodotto” pop. E difatti nei progetti iniziali George Martin, incaricato dal manager del complesso di Liverpool di stanza ad Amburgo a realizzare un supporto fonografico dei suoi beniamini, Please Please Me doveva essere semplicemente una registrazione dal vivo di una delle tante serate con cui i Beatles allietano il pubblico del Cavern Club.

Invece decide alla fine di sfruttare un paio di giornate buche agli EMI Studios per assemblare in studio il primo album della band, mettendo assieme i primi due singoli e aggiungendo altri dieci brani che, fra cover e originali “in stile” raggiungono la ragguardevole somma di quattordici canzoni.

Il lavoro va avanti veloce e spedito e Please Please Me arriva sul mercato il 22 Marzo del 1963.

La nuova musica inglese ha finalmente il suo atto di nascita ufficiale.  

With The Beatles è l’album che ribalta, in termini di costumi, di spinta sociale e di iconografia pop, la colonizzazione Americana “subita” dall’Europa dopo il secondo dopoguerra. Sull’onda della Beatlemania che è già esplosa con il primo album, Brian Epstein decide di pubblicare l’album anche in America e di organizzare una vera e propria invasione agli Stati Uniti, architettata con la complicità di deejay locali come Carrol James e Gene Loving e ufficializzata con l’apparizione televisiva all’Ed Sullivan Show, ovvero il momento in cui i Beatles ficcano la bandiera inglese nell’ano degli Stati Uniti d’America. Qualche mese prima è uscito il loro secondo album, cui viene dato un titolo che molto astutamente insinua un messaggio sottile: i Beatles sono un gruppo filiale, da poter serenamente accogliere in famiglia. Sta tutta lì la chiave di lettura di quella semplice preposizione che precede il nome della band che sta sconvolgendo i teenagers occidentali. È un modo di rendere “adottabile” il fenomeno al pubblico meno giovane senza tuttavia disinnescarne l’impatto rivoluzionario.

Musicalmente si tratta di una replica esatta del disco di debutto, quattordici canzoni di cui sei cover stavolta leggermente più nere rispetto a quelle dell’album precedente, seppur totalmente private dallo spirito originale e ridotte a pura, semplice musica da ballo, senza alcuna altra implicazione che non sia quella di una neppur troppo tormentata infatuazione amorosa.

Canzoni ammiccanti e brillanti dal punto di vista melodico, meticolosamente organizzate tra esecuzioni formali (Til There Was You, Devil in Her Heart) e accenni di trasgressione (It Won’t Be Long, I Wanna Be Your Man) e bilanciate tra sentimentalismo e pulsione ormonale, per far sognare mamme e adolescenti.   

 

La certificazione del successo popolare dei Beatles e nel loro ingresso nell’immaginario sociale è celebrato con A Hard Day’s Night, la pellicola che ne esalta le gesta e documenta l’isteria collettiva che li vede come protagonisti.

Il disco che ne viene tratto, il primo realizzato interamente con materiale proprio, è un lavoro che perfeziona quanto mostrato nei due dischi dell’anno precedente, sia in termini di raffinatezza stilistica che di produzione. L’uso delle chitarre a dodici corde creano l’opportuno cuscino d’aria che esalta le armonizzazioni straordinarie del quartetto e che diventerà uno degli elementi chiave per la nascita del movimento folk-rock americano che nascerà di lì a breve e che congiungerà idealmente il più influente artista americano (Bob Dylan) con i più autorevoli protagonisti dell’invasione americana.

È in ogni caso pura musica di intrattenimento, lontana da ogni implicazione politica e sociale, fiera del suo disimpegno, interessata solo a propagandare se stessa. Virtuosa nella sua perenne ricerca di una perfezione che è ancora squisitamente estetica, la musica di A Hard Day’s Night con i ritornelli fulminanti e il ritmo deciso  della title-track e di Can’t Buy Me Love inaugura ufficialmente la nascita del beat inglese. I Beatles diventano la macchina pop perfetta.   

L’unico disco dei Beatles a presentare una leggera involuzione è quello piazzato fra le due colonne sonore di A Hard Day’s Night ed Help!. Beatles for Sale, con i suoi tanti (troppi?) ovvi richiami al rock and roll di base (Chuck Berry, Buddy Holly, Little Richard, Carl Perkins) sarebbe stato infatti perfetto come successore di With The Beatles. Il fatto di venir pubblicato dopo il primo tentativo di realizzare un album facendo leva esclusivamente sulla propria capacità di autori oltre che di interpreti sopraffini svela invece la necessità commerciale di speculare sul fenomeno Beatles allestendo in fretta e furia un disco che continui a tenere il dominio delle classifiche, (ormai da due anni buoni ad esclusivo appannaggio della formazione di Liverpool) e che zittisca in qualche modo la concorrenza che comincia ad affilare le armi, con Rolling Stones e Kinks intenzionati a conquistare il podio.

L’innovazione è al ground zero.

Mai come ora i Beatles hanno bisogno di “Aiuto”.

  

NUJV. Praticamente tutta la paradossale ma fascinosa storia della presunta morte di Paul McCartney parte proprio da qui, da queste quattro lettere “mimate” dai Beatles secondo il linguaggio muto degli agenti del traffico.

Un Nuovo Cantante Sconosciuto al posto di James (primo e da molti dimenticato nome del bassista di Liverpool), l’unico raffigurato senza cappello nella storica posa di copertina, intento a rappresentare proprio la lettera che indica il suo nome di battesimo.

Metà colonna sonora e metà nuovo album tout-court, Help! arriva a salutare un anno chiave nella storia dei Beatles. L’anno delle onorificenze e del memorabile concerto al Shea Stadium, oltre che dello “sbarco” in Italia.

L’anno del loro secondo film e dei due album che segnano il passaggio dalla fase adolescenziale dei primi quattro dischi a quella sperimentale ed elaborata dei lavori successivi. L’anno in cui la Beatlemania è al suo vertice di follia collettiva e i Beatles sembrano davvero, come dichiarerà scandalosamente Lennon l’anno successivo aprendo una crepa insanabile nell’immagine del gruppo, “più famosi di Gesù Cristo”. L’anno in cui Yesterday diventa più famosa del Padre Nostro, aggiungo io.

Detto questo, Help! non è ancora un disco perfetto.

Mostra i tantissimi pregi del gruppo pop per eccellenza ma anche i difetti dovuti probabilmente alla “morsa contrattuale” che li stava spremendo come il buco del culo della gallina dalle uova d’oro e che costringeva i quattro a cagare tutto quanto riuscivano a masticare, dal folk al rock ‘n roll, dalla ballata al Merseybeat, spesso senza dar loro neppure il tempo di metabolizzare quanto ingerito.

Ecco dunque “cozzare” tra di loro una splendida Ticket to Ride con un inutile cover di Dizzy Miss Lizzy, un country da fattoria come Act Naturally con un morbido caraibico come Tell Me What You See, un Lennon sotto tono come It‘s Only Love e un Harrison che scopiazza dagli spartiti degli amici come You Like Me Too Much.

Raffazzonato e “perfettibile”, dunque.

Ma se Dio era dalla parte di Dylan e il Diavolo dalla parte degli Stones, la Regina era dalla parte dei Beatles.   

 

Prima che il 1965 chiuda le sue porte, i Beatles si trasformano da belli in bellissimi.

Sono quattro funghi in cima al mondo e possono permettersi tutto.

Cominciano a guardarsi dentro e ad osservarsi attorno, come persone e come autori/musicisti, confrontandosi con nuovi strumenti e tecniche di registrazione ma anche con rinnovati stimoli spirituali e psichici. Religione e droga, per capirci.

Sanno di essere i primi ma sanno pure di non essere da soli.

Sono inseguiti da folle urlanti ma anche dalla concorrenza, che comincia a farsi più agguerrita se non spietata.

Hanno gli Stones alle calcagna, da sempre. Che li seguono in ogni mossa. E che però con (I Can‘t Get No) Satisfaction cominciano a fare anche da soli. E a fare bene.

Ma non solo.

Sono appena arrivati i Byrds con un disco forte come Mr. Tambourine Man (e al cui jingle-jangle Harrison si ispirerà esplicitamente per la sua If I Needed Someone).

Ci sono i Beach Boys che, stanchi di essere stati buttati giù dalle onde, tramano vendetta ed elaborano una strategia di rimonta che porterà Brian Wilson alla follia.

E, dietro di loro, la foltissima schiera di cloni da cui i Beatles non hanno nulla da temere ma che, nei fatti, alimenta il boom del mercato discografico e dell’indotto (labels, produttori, tecnici del suono, locali, riviste).

E poi, ovviamente, i loro discografici.

Che li guardano come degli impiegati. Un po’ fuori dalle righe, un po’ insubordinati, un po’ folli.

I migliori del loro reparto, indubbiamente, ma pur sempre degli impiegati.

E li vincolano a ritmi serrati imponendo loro per il terzo anno consecutivo la stesura di due album all’anno.

Uno dei quali, improrogabilmente, prima delle feste di Natale.

Rubber Soul è quello del Natale del 1965, a soli quattro mesi dall’album precedente dalle cui pagine migliori costituisce una felice e più compiuta estensione inaugurando la sequenza “chiave” della storia discografica dei Beatles, scavando ancora in una miniera inesauribile di soluzioni armoniche e melodiche dalla presa infallibile ma avviando parallelamente quel processo di allontanamento dalle convenzioni adolescenziali dei loro primi dischi. La scelta di sopprimere il loro nome dalla copertina è dunque un segnale ambivalente: mostra la compiuta consacrazione dei Beatles ad icone del loro tempo e, dall’altro, mette in guardia sulla nuova esigenza del quartetto di Liverpool di inabissarsi per trovare una identità più calzante con la loro nuova fase intima e professionale, cosa che avverrà di lì a breve con la scelta di abbandonare i palcoscenici e che verrà simbolicamente resa pubblica col varo del Sottomarino Giallo.

Un album che dietro la sua apparente aria di innocenza (Rubber Soul è, non dimentichiamolo, il disco di Girl Michelle, NdLYS) si mostra invece carico di allusioni, riferimenti e di piccole perversioni (dal Lennon che ispira profondamente come un fumatore di hashish ai versi trafugati dal mai dimenticato Presley fino ai richiami non espliciti ma molto intuitivi al sesso e all’anatomia (da Drive My Car ai coretti “apparentemente” innocenti di Girl) e che comincia a far filtrare per la prima volta influssi orientali e soluzioni di “psichedelia artigianale” (distorsioni, filtri, dilatazioni, strumenti esotici) che apriranno la via alle sperimentazioni massive e alle visioni altamente deformate dei due album successivi, mentre le righe di In My Life fanno posto per la prima volta a un neonato sentimento di nostalgia, la prima lacrima dolce dell’età adulta.    

Mi succede sovente (sempre più spesso ora che comincio ad invecchiare, NdLYS) di infilare nel lettore 1, la sequenza dei Numeri Uno raccolta dalla EMI in occasione del trentennale del definitivo scioglimento dei Beatles e di restare basito quando, dopo The Long and Winding Road datata 11 Maggio 1970, il lettore si arresta per un attimo e ricomincia la sua corsa per riabbracciare Love Me Do, giorno di nascita 5 Ottobre 1962. L’impressione, non fosse che la storia dei Beatles la conosciamo universalmente meglio di quella di Michelangelo, è di stare al cospetto di due band completamente diverse, tanto è profondo l’abisso musicale, espressivo, lessicale che separa la costa di imbarco da quella d’approdo nella storia della più importante pop band del mondo.

Esattamente in mezzo a quella straordinaria avventura veleggia, maestoso, Revolver, disco talmente ambizioso, elaborato e complesso da indurre i suoi autori a sospendere l’attività live per dedicarsi concretamente e con risultati enciclopedici ed innovativi alla valorizzazione delle registrazioni in studio. L’uscita del disco (5 Agosto) e l’ultima esibizione dal vivo dei Beatles (il 29 dello stesso mese) coincidono, a ben vedere, con la virtuale “morte” del rock ‘n roll e la sua reincarnazione in rock, ovvero l’amputazione dalle sue stesse radici e la fioritura di una forma musicale più complessa ed articolata, sempre meno “povera”, istintiva e spontanea e sempre più compiaciuta, enfatica, fastosa.

Revolver è un’opera visibilmente “alterata”, ricca di allucinazioni (musicali e liriche) indotte dall’uso sempre più intenso di stupefacenti e acidi.

Sono i Beatles che sputano sulle medaglie appena consegnate dalla Regina Elisabetta in persona, uscendo “fumanti” dai bagni di Buckingham Palace e dichiarando di essere diventati più famosi di Gesù Cristo.

 

Così, mentre il bigottismo fanatico cristiano decide di mettere al rogo i loro dischi, i Beatles consegnano alla storia uno dei capolavori della cultura pop universale.

Si intitola Revolver e come quello, uccide.

Una sequenza mozzafiato dove ogni canzone è completamente diversa per struttura, gusto ed atmosfera da quella che l’ha preceduta eppure ognuna, dalla più obliqua (Tomorrow Never Knows) alla più “banalmente” sentimentale (Here, There and Everywhere) rivela l’enorme, raffinatissima maestria dei più grandi artigiani pop del mondo.

Sitar indiani (Love You To), musica da camera (Eleonor Rigby), marce da cartoni animati (Yellow Submarine), nastri rovesciati (Tomorrow Never Knows), assoli lancinanti (Taxman), chitarre jangly (Dr. Robert), fiati Stax (Got to Get You Into My Life) e melodie al fruttosio (For No One) e tante, tantissime piccole delizie che ad un orecchio più attento rivelano l’altissimo livello tecnico e compositivo raggiunto dal quartetto di Liverpool. Valgano per tutte l’onirica chitarra incisa a rovescio che percorre la sublime I‘m Only Sleeping, il fantastico, martellante basso di McCartney che “percuote” Taxman (e che intorno al cinquantaseiesimo secondo del pezzo diventa un esercizio di maestria funky da antologia, NdLYS), il melisma che si ascolta nella chiusura sfumante di I Want to Tell You, la voce di Lennon filtrata dal Leslie su Tomorrow Never Knows, il registratore di cassa che emerge dai flutti di Yellow Submarine e che sarà poi ripreso dai Pink Floyd di Money. Gli altri piccoli diletti musicali di cui è disseminato Revolver vi invito a scoprirli da voi, magari facendovi aiutare dal sempre solerte e operoso Dr. Robert.

Spegni la tua mente, rilassati e lasciati portare dalla corrente… 

Pur non essendo il migliore ne’ fra i dischi dei Beatles, ne’ fra i dischi della stagione psichedelica inglese, Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band è l’album cui la storia ha affidato il compito di fare della cultura psichedelica degli anni Sessanta un prodotto di consumo e di rappresentarne simbolicamente il suo manifesto popolare.

Uno dei dischi “intoccabili” della storia della cultura moderna e a cui, per questa sua sacralità, è difficile approcciarsi senza scontentare qualcuno.

Un lavoro che sin dalla copertina si presenta carico di un fardello di simboli e simbolismi che diventeranno uno dei più grossi rompicapo non solo per tutta l’estate del 1967 ma per tutte quelle che verranno e che rappresenta in realtà, in termini di approccio e teatralità, il vero ponte di collegamento dal rock ‘n roll al rock.

I trucchi da studio diventano parte integrante del processo creativo, fino a diventare essi stessi strumenti, seppur artificiali, essenziali per il raggiungimento dell’effetto desiderato amplificando a dismisura le proporzioni architettoniche di ogni singolo brano e creando di riflesso lo stupore uditivo di chi, nel 1967, si trova nel cono d’ombra di questi piccoli miracoli di estetica sonora.

Pur nella sua complessità visionaria, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band è, quasi paradossalmente, quello maggiormente ispirato dalla quotidianità tutto sommato banale della vita inglese, finendo per avvicinarsi di molto alla poetica di Ray Davies. I personaggi che si muovono dentro questo circo sono tutti in fuga da qualcosa, da qualcuno o da se stessi e allo stesso tempo rimangono intrappolati da ciò cui stanno cercando di sfuggire. La costruzione “circolare” dell’opera ravviva il senso di questa enorme giostra/trappola, facendo scorrere degli ingannevoli titoli di coda del tutto speculari a quelli di testa e poi, sorprendentemente, riazionando un nuovo tentativo di fuga, stavolta almeno apparentemente riuscito, con un ultimo brano che implode letteralmente mentre si solleva spingendo in un’altra dimensione in una deflagrazione finale che lo fa precipitare ed accartocciare su se stesso, all’apice del climax emozionale per venire poi inghiottito da un buco nero di frequenze avvertibili solo dall’apparato uditivo canino, lasciando aperta una possibilità di ascolto per quanti hanno abbracciato la fede della reincarnazione.

In realtà la messinscena serve a coprire il tentativo di fuga di cui i Beatles sentono il invece il bisogno concreto. Dichiarerà McCartney a tal proposito: “eravamo stufi di essere i Beatles. Sviluppare degli alter-ego ci avrebbe dato possibilità illimitate. Così abbiamo messo su una band inesistente dal nome surreale che prendesse il nostro posto”. I Beatles scompaiono infatti da quello che fino a quel momento era il proscenio di ogni rock ‘n roll band, ovvero il palco, stufi di un isterismo che sta seppellendo la creatività della band. “Potevamo pure essere di cera”, confesserà Lennon, “Nessuno in platea sentiva nulla, neppure il ritmo di base. Erano tutti troppo impegnati a sgomitare per guardare muoversi la sagoma del suo Beatle preferito”.

Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band offre dunque un ampio campionario di vie di fuga dal peso insostenibile della realtà, come è tipico dei dischi pubblicati nel medesimo periodo: l’infanzia, le droghe, il misticismo, il sogno, il surrealismo, l’ambizione, l’idealizzazione di un amore (I need “somebody” to love = l’amore, spersonalizzato, diventa flusso liberatore di emozioni), molte delle quali apprese e studiate nel breve soggiorno californiano con cui si era concluso l’ultimo tour americano dei baronetti e un ventaglio di canzoni sospese fra stralunati tuffi onirici, parodie vaudeville, scanzonate marce circensi, stranianti vortici indiani e profondi pozzi artesiani di malinconia.

Prima che l’anno si chiuda i Beatles ne danno un riassunto sottoforma di parodia su Magical Mistery Tour, il documentario/disco in cui fa capolino per la prima volta il nuovo simbolo scelto per indicare la scelta, in parte dettata dalle necessità, di divenire manager di loro stessi. È sin dal titolo che gioca, facendosi scherno del proprio pubblico, sul termine “tour” che i Beatles hanno appena deciso di cancellare dalla propria agenda, una allegoria buffa e a tratti inquietante della giostra d’amore e morte che sta trascinando la band. Se il film gioca sui luoghi comuni della Summer of Love e dell’Inghilterra elisabettiana, il disco omonimo è una summa delle esperienze professionali vissute durante l’anno e delle situazioni personali che le hanno ispirate: dai ricordi infantili che hanno generato gioielli psichedelici come Strawberry Fields Forever e Penny Lane fino al sontuoso inno pacifista di All You Need Is Love lanciato come un fiore nel deserto in mondovisione satellitare la sera del 25 Giugno, passando per gli indizi sulla presunta morte di McCartney di cui è disseminata la copertina e ai clichè psichedelici e ai messaggi esoterici che passano per le sagome goffe di Blue Jay Way o I Am the Walrus.

Del Brian Epstein che si è ucciso mentre i Beatles sono in ritiro spirituale a Bangor solo un vago accenno nelle note introduttive della copertina, in quello sfuggente “4 or 5 Magicians” che allude chiaramente a quello che fino a quel tragico 27 Agosto era da tutti considerato il quinto Beatle.

Nel 1968 i mille colori della stagione psichedelica inglese sprofondano nel bianco assoluto dell’omonimo disco doppio dei Beatles, così come quelli della psichedelia americana erano stati inghiottiti dal nero del secondo disco dei Velvet Underground. La stagione dei sogni è finita, come quella dell’amore. Quella dei Beatles si è appena conclusa in India, dove la meditazione mistica è finita in un tentato stupro da parte del loro guru Maharishi Mahesh Yogi ai danni di Prudence Farrow.

Cara Prudence, non vuoi uscire fuori a giocare?”  le sussurrano da dietro l’uscio del suo bungalow, mentre dentro il santone cerca di tirarle fuori l’anima usando il suo uncino di carne. “Piccolo stronzo, chi cazzo ti credi di essere?” diranno invece a lui, una volta aperta quella porta, salvo poi glissare in un meno violento “Hai coperto tutti di ridicolo, per quanto grande tu creda di essere” una volta ribattezzato il maestro con l’appellativo grottesco e ridicolo di Sexy Sadie.

The Beatles è un disco sulla disillusione, sul “ritorno all’età adulta”.

Sono i Beatles che rivedono se stessi attraverso la boccia dei ricordi di Glass Onion (“Ti ho narrato di campi di fragole […], ti ho narrato di me e il tricheco […], ti ho narrato dello scemo sulla collina […], bene, eccoti un altro posto dove puoi stare”), i Beatles che ingannano il loro desiderio di casa con la divertente presa in giro ai Beach Boys di Back in the U.S.S.R. e lo nascondono quasi in chiusura dell’opera con uno sperduta implorazione “Puoi riportarmi indietro da dove sono venuto, fratello puoi riportarmi indietro?” nascosta tra Cry Baby Cry e Revolution 9.

Un enorme bagaglio. Ecco cosa è The Beatles.

Un enorme, ingombrante bagaglio dove la band, nella sua febbre di rientro, infila tutta la prima metà del Secolo e lo porta via con sé. Ecco così spuntare arie western, musica d’avanguardia, sperimentazione, country, raga psichedelici, musiche da operetta, hard-rock, filastrocche da scuola dell’obbligo, scale flamenco, siparietti da avanspettacolo, musica da intrattenimento, nebbiose arie folk, coretti surf, rock’ n roll, esercizi di fingerpickin’, blues, uccellini cinguettanti e porci che sguazzano nel fango, clavicembali in abito da sera, sassofoni violentati dalla distorsione, violini e campane da slitta che annunciano l’arrivo di un amore fantasma. Andato via anche lui, affondato assieme alle illusioni della gioventù, agli amici, al sottomarino giallo e alle divise dell’esercito del Sergente Pepe.

Dylan, Chuck Berry, Donovan in spirito.

I Radiohead in embrione (il giro di piano di Sexy Sadie, anche se in pochi se ne sono accorti,sarà poi rimaneggiato per la famosa intro di Karma Police, per tacere della claustrofobia “amnesiaca” di una Long, Long, Long NdLYS).

Gli Stereophonics per intero in un peto qualsiasi di Lennon.

Ed Eric Clapton in carne ed ossa, col primo guest “importante” in un disco della band più inviolabile della storia.

Un disco dove la canzone più stupida della storia dei Beatles (Ob-La-Di, Ob-La-Da) si guarda occhi negli occhi con quella più ardita (Helter Skelter).

Indovinate voi qual’è quella più cantata.

 

E così, dopo i vangeli eretici e quelli apocrifi, è la volta dei vangeli canonici.

Esaurita la vena immaginifica che aveva generato i capolavori psichedelici (RevolverSgt Pepper‘sMagical Mistery Tour) e quella perversa e satanica che aveva illuminato di luce sinistra alcune tracce del doppio bianco, i Beatles diventano un’officina meccanica. Una catena di montaggio dove vengono assemblate macchine pop perfette.

Non più prototipi perfettibili ma macchine perfette.

I Beatles sono immortalati in copertina in un celebre scatto che li ritrae fuori dagli studi EMI di Abbey Road. In realtà è una band che marcia verso la morte.

Nessuno guarda più in faccia l’altro, ma solo le spalle di chi lo precede, soprattutto quelle di Lennon, accusato di aver sciupato il sogno.

Il sogno è finito. Anche un sogno collettivo, enorme e bellissimo, come quello rappresentato dai Beatles. Abbey Road è la strada che porta al cimitero dei Beatles. Ed è una strada dove la gioia vera non esiste. Anche quando fingono ancora una volta un gesto di disincanto (Maxwell‘s Silver Hammer), tradiscono una commozione greve e opprimente come di chi è vicino alla morte.

Solo George Harrison ha il coraggio di aprire uno spiraglio di luce, lasciando filtrare i raggi del sole tra la sterminata fila di cipressi dell’Abbey Road, scrivendo una cosa lieve come Here Comes the Sun. Per renderla ancora più scintillante Harrison sceglie di abbassare il capotasto fino al settimo tasto, alzando così la tonalità del pezzo, fino a toccare i raggi di quel sole che invece si sta eclissando sulla storia del più importante gruppo pop di sempre.

L’album segue l’andamento schizofrenico del disco omonimo dell’anno precedente, alternando sciocchezze “pregiate” (il lentaccio di Oh! Darling ricalcato su Pain In My Heart e gli altri lenti da balera di Allan Toussaint, il ridicolo esperanto della Sun King ispirata alla leggiadra Albatross dei Fleetwood Mac, quell’ennesima filastrocca immaginifica per bambini che è Octopus’s Garden, la breve e corale Carry That Weight che sfrutta la soluzione ad libitum già adottata sull’altrettanto noiosa e ben più lunga Hey Jude, la lunghissima variazione sul tema di Dear Prudence che è il finale di I Want You, avara di parole e ricca di spaccature e repentini cambi di atmosfera, fino al taglio cesareo finale, NdLYS) a piccole meraviglie come Because, rarefatta e spettrale canzone sulla meraviglia, quindi la troppo trascurata Polythene Pam, brevissimo assalto in classico stile Who e ancora la You Never Give Me Your Money che sembra guardare dallo specchietto retrovisore di un camion giallo senza meta alla vicenda artistica dei Beatles e ai recenti dissidi per la scelta di un manager in grado di sostituire Brian Epstein nella direzione artistica del gruppo e la controversa (il furto non dichiarato ai danni di Chuck Berry causerà non pochi grattacapi al quartetto) e tristemente profetica (il Lennon che bisbiglia “sparami” alla fine di ogni strofa) Come Together.

Poi, i Beatles sgombrano la strada.

Il traffico torna a circolare, come piccole formiche che assediano Londra.

Il maggiolino scende dal marciapiede.

I bachi cominciano a rosicchiare la mela.

Il mondo è infestato dagli insetti.

Dopo aver affrontato insieme ogni rivoluzione degli anni Sessanta, i Beatles si affacciano al nuovo decennio da soli. La copertina di Let It Be li ritrae per la prima volta (ad eccezione della sequenza cinematografica di A Hard Day‘s Night) separati.

Infatti, quando il travagliatissimo parto giunge a compimento, l’8 Maggio del 1970, i Beatles non esistono più. Ne’ come unità, ne’ come realtà disgiunta.

Concepito con l’intento di fare dietro front dalla ricerca musicale che aveva generato i capolavori della seconda metà degli anni Sessanta e tornare all’essenzialità delle origini, Let It Be è un disco in cui tutta l’urgenza giovanile dei primi dischi è ovviamente spenta, trasformata in una sequenza di musica rassicurante. Sedati ogni ardore, ogni veemenza, ogni sfacciataggine, i Beatles diventano definitivamente un affare per adulti. Ecco perché, ancora oggi, se chiedete a un cinquantenne quale sia l’album migliore dei dischi dei Beatles molto probabilmente vi risponderà indicandovi questo. Ecco perché un sedicenne non ve lo nominerebbe mai.

Non è un disco orfano di belle canzoni. Nessun disco dei Beatles lo è.

È un disco orfano dei Beatles.

Phil Spector, chiamato a sciogliere il bandolo della matassa di un disco che nella sua semplicità ha, paradossalmente, la complicatezza di un quadro di Escher, viene convocato in veste di produttore ma in realtà si trova a doversi improvvisare medico legale. Molto del materiale, soprattutto quello poi passato direttamente alla storia (Let It BeAcross the UniverseGet BackThe Long and Winding Road), ha infatti, nella sua maestosità tediosa, il respiro corto di un malato agonizzante.

Let It Be si concede con mesta rassegnazione all’ordinarietà fiacca dell’età adulta.

I fantastici quattro offrono il loro primo sacrificio alla morte.

Morendo da soli, in un giorno qualunque.

Lasciando che sia.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

 

 

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