ELEVENTH DREAM DAY – Lived to Tell (Atlantic)    

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Qualcuno si ricorda ancora degli Eleventh Dream Day?

E cosa ricordate di loro?

Io ricordo che mi resero meno amaro il lento declino dei Gun Club e dei Dream Syndicate, ad esempio. Oppure che, quando uscì Lived to Tell, li avevo già barattati per un Nevermind. Come un amico ingrato pronto a sorridere ad una amicizia più nuova e vivace.

Lived to Tell usciva dopo Praire School Freakout e Beet che avevano già dato il meglio della band di Chicago in termini di energia e ha un passo più garbato ma non per questo meno trascinante. E infatti si apre di corsa. Con una Rose of Jericho avida di chitarre che tracimano su un treno di basso e batteria, lasciando una scia polverosa che pare rincorrere quella dei Long Ryders. Ingannandoci. Perché Dream of a Sleeping Sheep, a ruota, ci mostra che sono ancora i Gun Club i fuorilegge che gli 11th Dream Day sognano di catturare, da sempre. Il passo è ancora quello di prima ma le lapsteel sbrodolano scivolose e supersature come piccoli demoni che infestano l’aria mentre Rick e Janet duettano come John e Exene.

I Could Be Lost è retta da uno di quei riff e da quei refrain da antologia Paisley.

Il clima si distende con It‘s Not My World, allineata al filone d’oro che da Neil Young portava ai Dream Syndicate con le chitarre di Baird Figi e Rick Rizzo che amoreggiano. Il muso di Lee Pierce e l’elegante silhouette di Tom Verlaine prendono forma nel blues epico e sinistro che chiude la prima facciata (scritto da David McCombs, il futuro “genio” dei Tortoise, NdLYS) , mentre Strong Up and/or Out riaccende il ritmo prima dell’altro bagno di sangue swamp di North of a Wasteland. Il freight-train boogie torna con Trouble, epilettica e saltellante mentre Daedalus avanza a tempo di valzer come dei Jefferson Airplane vestiti da coloni per lasciarci in mano ad una ballata per armonica e chitarra acustica carica di ricordi e di nostalgia.

Perché nulla è così incredibilmente bello finchè non è andato via.

          

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

 

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THE SHADOWS OF KNIGHT – Live 1966 (Sundazed)  

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È un po’ una furbata, il “nuovo” Live 1966 appena pubblicato dalla Sundazed. Nel senso che di queste sedici tracce registrate dal vivo al Cellar Club di Arlington Heights nel Dicembre del 1966, ben tredici erano già state pubblicate dalla stessa label più di vent’anni fa, su Raw ‘n Alive at The Cellar Club ’66. Le aggiunte riguardano tre interpretazioni abbastanza trascurabili di Anytime That You Want Me (che finirà poi nel repertorio degli H.P. Lovecraft, la band che ingaggerà Jerry McGeorge come bassista, NdLYS), Peepin’ and Hidin’ (cantata, come da tradizione, da Joe Kelley) e Willie Jean (interpetata, anche questa secondo consuetudine e in maniera alquanto dozzinale, da Tom Schiffour).

Siamo agli sgoccioli della brevissima, fortunata avventura dei primi Shadows of Knight. Dopo il successo trionfale di Gloria, la band ha subito il flop clamoroso di Bad Little Woman e I‘m Gonna Make You Mine e il pubblico locale ha già voltato loro le spalle eleggendo i Cryan’ Shames come nuovi eroi di Chicago.

Warren Rogers è stato il primo a fare i bagagli. E infatti in questa esibizione, di lui non c’è neppure l’“ombra”. Al suo posto c’è David Wolinski che era stato chiamato come tastierista aggiunto per le registrazioni del secondo album.

Purnondimeno la musica del gruppo di Chicago è ancora furiosa e rovente (ne siano prova i pezzi che aprono e chiudono la scaletta), irrispettosa come impongono i tempi ma pure ossequiosa quando si tratta di inchinarsi ai piedi del Dio blues.

Nera che più nera non si può.

Nera come il carbone.

Nera come la notte.

Nera come le ombre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro     

   

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SHELLAC – at Action Park (Touch and Go)    

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Nel 1994, dopo aver prodotto alcuni degli artisti seminali dei primi anni Novanta (Nirvana, JSBX, P.J. Harvey, Mule, Jesus Lizard, Dazzling Killmen, Tar, Volcano Suns, ecc.), Steve Albini torna a stringere fra le dita il suo plettro di rame per riaggiornare il suono abominevole ed eversivo delle sue vecchie band.

at Action Park, al pari di quelli di Big Black e Rapemen, è un disco spietato, percorso da un’ansia angosciante e da fredde smorfie di demenza psicomotoria.

Un suono martellante e schiacciante che mette i brividi per la ferocia emozionale con cui viene sparato addosso.

Un groviglio di corde e di pelli.

Una voce che non conosce la compassione.

Non conosce l’amore.

Non conosce la pietà.

Il disco arriva, senza nessuna concessione promozionale (le “usuali” copie promo per i giornalisti vengono messe al rogo), vestito da una copertina di cartone grezzo su cui campeggiano solamente il nome della band e il titolo dell’album. Sul retro, in omaggio all’attrezzatura audio/video più amata da Albini, il logo della ЛОМО (durante gli anni Novanta la passione per le macchinette dell’azienda sovietica raggiunse la soglia della mania collettiva – subito battezzata Lomografia – che eguagliò la febbre per le istantanee della Polaroid di un paio di decenni prima, NdLYS) che, nella versione su nastro, diventa l’immagine di copertina.

Sulla busta interna un “manuale” sull’uso dell’elettro-shock e il disegno di un luna park ad opera di Joanne Dale, finita giustamente tra i 779 nomi dell’incredibile copertina di The Futurist, il disco “fantasma” uscito tre anni dopo e donato esclusivamente agli amici citati sulla cover.

Dentro, c’é tutto il rumore e tutto l’odio degli anni Novanta.

Tutto.

Suonato senza soluzione di continuità. Senza sovraincisioni. Senza trucchi. Senza sorrisi.

Nessun uomo è un’isola, eppure ognuno lo è.

 

Franco “Lys” Dimauro

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THE JESUS LIZARD – Head / Pure / Goat / Liar / Down (Touch and Go)

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Neppure l’odio incondizionato che provo per la musica “digitalizzata” e per le logiche promozionali che le stanno dietro (come quello di promuovere questa Treccani del noise-rock con un inutile sampler digitale di 11 pezzi corredato da ammonimenti dell’FBI e dell’intero albo degli avvocati americani che ti passa anche la voglia di leggere, non solo quella di ascoltare, NdLYS) può scalfire il mio amore per una delle più grandi bands pre-contemporanee. Un suono massacrante e sfigurato, abilmente condotto da Steve Albini nelle fogne metropolitane degli anni Novanta. Un gigantesco coleottero sviluppatosi tra le macerie del post-core dei Flipper e dei Big Black e delle implosioni rumoriste di Glenn Branca. Rumore parossistico che squarcia il petto dell’America e ne tira fuori chilometri di viscere putrescenti e sanguinolente, le stesse che soffocheranno Kurt Cobain. Una visione antitetica a quella dell’altra band “chiave” del hardcore dei ’90, ovvero i Fugazi, priva di qualunque redenzione e totalmente diseducata al bello.

Un annichilente e reiterato stupro alla salma del rock.

L’ultimo abominio consentito.

Bentornato, Cristo Lucertola, R.I.P. Touch and Go e le tue logiche illogiche.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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90 DAY MEN – To Everybody: (Southern)  

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Diciamolo: è un periodo di dischi di merda. Voglio essere ottimista, e considerarlo come il preludio a qualcosa che esploderà tra qualche anno. Come quando il Re Leone gira attorno alla preda prima di scagliarsi con i denti sulla carotide della vittima ignara. Voglio ancora sperare che ci sia qualcosa da dire e che non sia qualcosa che abbiamo già sentito. Che ci si prepari, tastando il terreno, a dare una spinta in verticale, come quando un disco degli Hüsker Dü ti prendeva il culo e ti sbatteva il cranio sul soffitto. Per ora molti dischi si limitano a tastartelo, il culo. Te lo palpeggiano come sulla metropolitana. E tasta oggi, e tasta domani. Finchè non ti girano i coglioni e decidi di spaccargli il setto nasale. E malgrado le riviste ufficiali continuino a consigliarti almeno dieci capolavori al mese, solo uno stolto può ancora dar loro credito.

A meno che non ci si accontenti di poco.

To Everybody: non è il disco che ti schianta al tetto di casa ma tra quelli che ti palpano il fondoschiena è quello che ti fa godere di più. È un disco che rimescola le carte, che osa, ponendosi come un lavoro di passaggio importante, di evoluzione e non di stasi.

Creativo.

Rischioso.

Che già conosciate o meno il precedente lavoro dei 90 Day Men, poco importa. Non ci trovereste molti collegamenti: il feroce tiro new-wave che era stato sparato da Critical band è qui fagocitato dentro un ovattato lavoro di complessa struttura progressiva. Riadattato ad un nuovo elaborato livello di scrittura e arrangiamento. Fuliginoso.

Fuorviante.

Dopo essere introdotti da una voce a metà tra John Lydon e Arrington De Dyoniso che declama su un basso mulinante e circolare, quest’ultimo cede la scena, al secondo minuto e mezzo, ai tasti d’avorio di Andy e da qui in poi le atmosfere mutano pelle, indicandoci la strada che porta al climax dell’opera. Chitarre e basso si arrampicano intrecciandosi ai grappoli di note del pianoforte, vero protagonista della rivoluzione in atto nel suono del gruppo di St. Louis….

“da una primadonna all’altra” come ci avevano già anticipato su quel groviglio now wave che fu l’albo di debutto, indicandoci la chiave di volta per l’evoluzione musicale della band. L’aereo dei PIL dirottato nell’aeroporto privato dei Rachel’s.

Il furgone dei Blonde Redhead fuori strada, tra i campi di frumento e avena di una comune hippy in pieno trip Soft Machine. Scuro e sofferto, decadente e malinconico come un disco dei Radiohead. Nella città che urbanizzò il blues, qualcuno sta lavorando a qualcosa di cattivo.      

                                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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THE JESUS LIZARD – Bang (Touch and Go)

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I Jesus Lizard sono stati IL GRUPPO degli anni novanta. Nervosi, spiritati, catastrofici, taglienti, claustrofobici. Portarono il “noise” (ve lo ricordate ancora? O vi siete addormentati definitivamente dopo l’ennesimo ascolto dei solfeggi post dei Mogwai? NdLYS) al suo apice. Lo spinsero su, percorrendo le pareti scoscese del rumore, su su, in alto, fino a lasciarlo in bilico sul baratro, in una situazione da catastrofe imminente. Erano questo, i Jesus Lizard, prima che un disastroso contratto con la Capitol li ammansisse fino a ridurli alla parodia del loro stesso furore. Lo scioglimento che ne seguì fu l’emblema di un collasso che avrebbe affondato un’intera scena di massacratori del rumore. 

Bang (quattro lettere, ancora e per l’ultima volta) è l’epitaffio più congeniale per un gruppo estremo come quello di David Yow.

Uno sparo.

Anzi, tanti spari quanto sono quelli raccolti dalla Touch and Go per salutare il commiato del Cristo Lucertola. In mezzo a singoli, inediti e tracce live, lampeggia il genio folle di un gruppo che ha saputo far scoppiare il rock comprimendolo dapprima in un minimalismo sofferente per poi farlo sprigionare in un’eruzione catartica terrificante. Prezzo da “invito all’acquisto”. Se non lo comprate avete proprio appeso cuore e cervello all’albero della cuccagna.

Franco ‘Lys” Dimauro

 

 

SMASHING PUMPKINS – Siamese Dream (Virgin)

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Il parziale insuccesso di Gish, soprattutto se paragonato al boom istantaneo di Nevermind del collega/rivale Kurt Cobain col quale Billy Corgan divideva, oltre ai sogni e alle aspirazioni anche la medesima donna, costringe Billy ad un lavoro massacrante affinchè il secondo disco degli Smashing Pumpkins diventi la capsula che lo proietti fuori dalla scena indie direttamente nel mondo del mainstream.

Per questo si sottomette ad estenuanti sedute in studio lunghe anche venti ore dove registra, incide e sovrappone le parti di basso e di chitarra che Butch Vig (il produttore rubato ai Nirvana) obbliga di rimuovere dalle mani insicure ed incapaci di James Iha e D’Arcy Wretzky, la metà tecnicamente meno abile del quartetto.

Corgan è giovane ed ambizioso e sa che non può permettersi di sbagliare.

Ha in mente un disco lungo e straripante, uno di quelli che non puoi infilare su un lato di una musicassetta lasciando all’ascoltatore la libertà di registrare il disco di un rivale sul lato libero. Billy vuole che la gente lo compri, quel disco. Perché è doppio, ha una bella copertina e ha dentro la musica di cui tutti hanno bisogno: dura, compatta, sporca e incantata.  

E la gente lo compra, infatti, spingendo il disco in classifica e facendo degli Smashing Pumpkins i nuovi eroi del rock alternativo.

A risentirlo oggi (ma anche allora) Siamese Dream puzza un po’ di artefatto.

Un disco furbo, che suona come se fosse stato costruito a tavolino per affascinare le masse col suo incastro di riff hard rock che planano su cupi tramonti new-wave, come se l’aerostato dei Led Zeppelin si schiantasse tra i cieli d’Aprile dei Jesus and Mary Chain o Dave Navarro cacciasse la lingua dentro le labbra di Kiss Me Kiss Me Kiss Me. La formula è identica a quella dell’esordio, con le svisate chitarristiche che fendono l’aria come lame di coltello e rantolano acide e perverse su Cherub Rock, Mayonaise, Quiet, Geek U.S.A., Rocket, Silverfuck e si stendono placide come gli amanti dopo l’amplesso su Luna, Spaceboy, Soma fin quasi a zittirsi tra i violini di Disarm (che anticipano la magniloquenza fastosa della futura Tonight, Tonight) e della più debole Spaceboy. L’asse di equilibrio tra queste due anime complementari e spesso compenetrabili è rappresentato da Today, archetipo della canzone grunge da classifica colpevole tra l’altro degli sfaceli di Zombie dei Cranberries, My Own Prison dei Creed e Going Under degli Evanescence.

È l’ennesimo slogan al tutto e subito di cui ogni generazione rockettara ha periodicamente bisogno (per gli hippie ci fu il Vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso di Morrison, per i punk il No Fuuuuuuture di Rotten). E Corgan, che lo sa, la tira su in pochissimi minuti e la porge su un vassoio di distorsioni che possono servire ad aprire un varco in classifica senza arrecare troppo danno.

Un’esca perfetta che nel Settembre del ’93 riempie di pesciolini la barca degli Smashing Pumpkins e di dollari le tasche di Corgan facendo di Siamese Dream uno dei dischi più venduti della stagione del grunge, quella che piove su Seattle e che invece a Chicago nevica.

                                              

                                                                                                       Franco “Lys” Dimauro   

 

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THE SHADOWS OF KNIGHT – Back Door Men (Dunwich)

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Appena sei mesi dopo il lancio della granata Gloria, la Dunwich lancia sul mercato il secondo album degli Shadows of Knight, seguendo per sommi capi la stessa logica del disco di debutto: un’altra cover di un gruppo irlandese in apertura (là era Gloria dei Them, qui Bad Little Woman dei Wheels), qualche numero blues (Spoonful di Dixon, Baby What You Want Me to Do di Jimmy Reed, High Blood Pressure di Huey “Piano” Smith) e qualche pezzo autoctono, scelto stavolta in maniera un po’ bizzarra, privilegiando ad esempio i lati B dei singoli piuttosto che le facciate A: I‘ll Make You Sorry al posto della dinamite di I’m Gonna Make You Mine, lo strumentale The Behemoth (un esperimento raga caduto da otto miglia in alto) al posto della comunque annoiata cover di Willie Jean (che chi sa cercare saprà comunque trovare, anche se a rovescio e per appena trenta secondi, NdLYS) e la Three For Love cantata senza troppa convinzione da Jerry McGeorge al posto del bubblegum di Someone Like Me. Un album pieno di incertezze e di banalità dove tutti cantano (Jim Sohns su Bad Little Woman, Gospel Zone, Hey Joe, I‘ll Make You Sorry, High Blood Pressure, Spoonful, Tomorrow‘s Gonna Be Another Day, Jerry su Three For Love, Tom Schiffour su Willie Jean, Joe Kelley su Baby What You Want Me to Do) e quando tutti stanno zitti (The Behemoth e l’esercizio blues di New York Bullseye) nessuno sembra accorgersene. Curioso, per un gruppo che aveva riempito di latrati debosciati un intero album pochi mesi prima e che ora si cimenta in cover blues senza un minimo di malsana depravazione, come dei Bluesbreakers qualsiasi.

Uniche due cosucce da salvare gli accenni Diddleyani di Gospel Zone e il puzzo Pretty Things di I‘ll Make You Sorry. Il resto è già stato fatto da altri, e molto meglio.

L’uomo che suonava dalla porta di servizio era l’uomo del latte, tranquilli.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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SMASHING PUMPKINS – Gish (Caroline)

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Da bambino mi fermavo spesso a guardare la volta celeste. E mi chiedevo perché la chiamassero celeste, quando ai miei occhi era nera come il petrolio.

Ma punteggiata di stelle.

Provavo a contarle, senza mai puntare il dito, perché, si diceva, potevano venire le verruche. Ma loro, le verruche, se ne fregavano. E arrivavano lo stesso.

Ma la meraviglia rimaneva. Quelle punte di spillo restavano tremolanti a guardarmi dal cielo, promettendo più di quello che avrebbero mai potuto mantenere.

Io restavo incantato e ogni tanto, quando ne sgorgava fuori uno, lanciavo un sogno tra quelle stelle. Sicuro che lo avrebbero custodito meglio di quanto potessi fare io, che ne avrebbero avuto cura.

Qualcuno però avrebbe dovuto andare a riprenderlo, quel sogno.

Un giorno qualcuno sarebbe andato lì, fin sulla stella più alta, e me lo avrebbe riportato giù avendo cura di non farlo spegnere, durante il viaggio di rientro.

Quel giorno arrivò nel Maggio del 1991.

Partirono in quattro da Chicago.

Il comandante Billy Corgan alla guida dell’equipaggio.

Via, verso le stelle. Col booster carico di combustibile liquido fino a scoppiare.

Gish era un proiettile elettrico puntato verso il cielo.

Perché c’era qualche sogno da riportare sulla terra.

Ma c’era ancora qualche altro sogno da trasportare fin lassù. Era il sogno di un rock pieno di melassa e di rumore, sonnolente e vigoroso a un tempo. Come le erezioni del mattino, quelle in cui la tua vescica ti regala l’illusione di una virilità gagliarda e spietata. I Am One, Siva, Bury Me, Tristessa sono quel sogno irrequieto di un rock che può demolire il muro del suono per poi arrendersi davanti all’incanto della dolcezza lunare di ballate come Rhinoceros, Crush, Suffer, Snail, Window Plane.

Ovvero l’amore struggente del folk psichedelico ai tempi del colera grunge.

Ogni tanto le stelle cadono, perché le abbiamo caricate dei nostri sogni e poi ci siamo scordati di andarceli a riprendere.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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CAVE – Threace (Drag City)

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Spesso le parole fanno male.

Spesso è la loro assenza a fare altrettanto male.

I Cave sono quel dolore, reso carne.

Una matassa di rame dentro cui scorrono frequenze di rock crauto e sincopi di jazz sfigurato, una lunga marcia elettrica e tribale che collega idealmente il deserto di Joshua con l’Africa selvaggia di Fela Kuti.

Una centrifuga ipnotica che raramente devia dalla sua idea-base ma la sviluppa per sovrapposizione o per scarificazione, con una metodica fredda e ossessiva da assassino seriale, precipitando dallo sludge rock al funk senza tuttavia essere ne’ l’uno ne’ l’altro.

 

Zampilla e perfora, la musica dei Cave. Mesmerica e fluida.

Parla senza aprire bocca.

A volte gli uragani parlano così.

Altre volte le onde.

Spesso, io.

                                               

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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