GENE CLARK – Two Sides to Every Story (High Moon)  

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Se dicessi che questo è il capolavoro di Gene Clark mentirei alla storia.

Siamo nel ’77, nel pieno della parabola discendente di Gene Clark, giunta ormai al capolinea sia dal punto di vista ispirativo che da quello privato. Risucchiato in un drammatico vortice di abusi di alcol e droghe, frustrato dalle vendite irrisorie del suo ultimo lavoro, (nuovamente) privo di contratto discografico, sfinito dagli attacchi di panico, psicologicamente sfigurato da disturbi bipolari sempre più profondi e abbandonato da moglie e figli atterriti dai suoi sempre più frequenti sbalzi d’umore e scatti di violenza, Gene allestisce il suo ennesimo tendone del circo country plagiato e raggirato dal suo produttore che approfittando di uno dei tanti momenti bui di Clark licenzia in tronco la sua band e lo convince a scucire un po’ di quattrini per finanziarsi le registrazioni che troveranno tutte le case discografiche con le porte serrate quando si tratterà di pubblicare l’eventuale disco tratto da quelle sessions.

Alla fine sarà la RSO a dare una chance a Gene Clark, pubblicando Two Sides to Every Story sul suo catalogo a fianco dei dischi di Bee Gees, Blind Faith ed Eric Clapton. Gene Clark che a quel punto della sua carriera, come dicevo, ha già scritto tutti i suoi capolavori ma è ancora capace di fare dischi dignitosi. E Two Sides to Every Story lo è, indubbiamente. La sua voce su Past Addresses e Give My Love to Marie ha ancora la capacità di carezzarci l’anima e di cacciare via qualche spirito cattivo anche se il musicista californiano è perseguitato dai suoi.

La ristampa a cura della High Moon non prevede alcun bonus sull’edizione fisica ma è possibile scaricare il materiale supplementare in formato WAV collegandosi al sito dell’etichetta e digitando il codice presente nella card allegata al supporto. Ecco dunque un’intervista di dodici minuti e una ventina di canzoni eseguite con i Silverados (la backing band di Elvis Presley) che Gene avrebbe voluto portare in studio ma che la cui presenza venne infine boicottata da Thomas Kaye, come accennato prima.

Affrettatevi, però, che ben presto Two Sides tornerà ad essere introvabile come è suo costume.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BYRDS – Uccellacci e uccellini

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Nessuno lo sapeva allora, perché nessuno lo disse.

Ma l’illuminazione fondante del folk-rock nasceva dall’idea di Terry Melcher, il produttore incaricato dalla Columbia di sviluppare le ali degli ancora implumi Byrds, di fondere la musica di Dylan con le armonie vocali dei Beach Boys.

Un connubio di spregiudicatezza e calcolo che servì a mettere in piedi, con l’ausilio di esperti session-men, la versione di Mr. Tambourine Man che diede via a tutto il fenomeno. Chitarre tintinnanti e voci intrecciate.

In studio, l’unico Byrd ad armeggiare un qualche strumento è Jim McGuinn, mentre agli altri viene offerto solo qualche microfono per armonizzare, sulla falsariga di Don‘t Worry Baby, su quegli arpeggi di cristallo.

Il miracolo, seppure in provetta, riesce.

E i Byrds spiccano il volo.

E il mondo con loro.

Mr. Tambourine Man, l’album che da quell’esperimento prende il titolo, arriva a due mesi dall’uscita di quel singolo sfruttando ancora e ripetutamente il canzoniere di Dylan (Spanish Harlem Incident, Chimes of Freedom e All I Really Want to Do si aggiungono alla canzone sull’uomo tamburino) è già un capolavoro. Puoi ascoltarlo mille volte e restarne sempre incantato, come quando guardi dritto negli occhi la persona che ami.

E qui puoi incontrarci quelli di Dylan, di Lennon, degli Everly Brothers.

E, noi che abbiamo vissuto una vita sfalsata in avanti, quelli di Peter Buck, di Tom Petty, di Peter Koppes, di Bob Mould, di Lee Mavers, di Johnny Marr (che sfrutterà il trucco di Don‘t Doubt Yourself, Babe per tirare su il riff di How Soon Is Now?, NdLYS).

La bellezza vera esplode col primo pezzo firmato dal gruppo, uno scintillio jingle jangle sull’accordo di La che rischiara il cielo anche nelle plumbee domeniche d’autunno. I‘ll Feel a Whole Lot Better è il vertice supremo dello stile Gene Clark, con i suoi arpeggi di opale a costruire una geometria allo stesso tempo fragile e vigorosa.

Una canzone d’amore che, in un oceano di canzoni d’amore popolate di belle speranze e di cuori infranti, offre una visione singolare.

Probabilmente, dice Clark, starò meglio quando te ne sarai andata. E se lo dice cantando una canzone che scampanella raggiante tra mille cembali come un dì di festa, è davvero molto, molto probabile.

Se You Won‘t Have to Cry è un’imitazione del clichè beatlesiano di quegli anni, il tormento dell’ombrosa Here Without You sembra invece tratteggiare il primo abbozzo del suono westcoastiano dell’era flower-power.

I Knew I‘d Want You, dal canto suo, è un preludio alla quinta dimensione che i Byrds raggiungeranno senza più l’ausilio di Gene Clark mentre It‘s No Use, ultimo pezzo autoctono, ritorna alla fisicità di un suono che dalla California ha scelto di raggiungere le rive del Mersey passando per il Greenwich Village.

Tra le cover sono All I Really Want to Do e The Bells of Rhymney a librarsi nell’aria come farfalle variopinte e leggiadre, sospinte dalle mille bolle blu delle Rickenbacker, a forma di occhio di pesce.

Come dei cuculi, depredando i nidi altrui, i Byrds avevano trovato posto nell’albero genealogico del rock.

 

La fusione tra Merseybeat e folk americano incantevole e splendente su disco, si rivela presto inconciliabile negli equilibri interni della band-simbolo del folk-rock statunitense, con un McGuinn sempre più deciso a fare dei Byrds una sorta di cover-band di Dylan e un Gene Clark che si vede spesso “bocciare” le canzoni per impedirgli di avere il predominio sul songwriting (e sui diritti ad esso connessi).

In barba al tono serafico e quasi ecumenico trasmesso dal disco, Turn! Turn! Turn! venne registrato in un periodo di grande tensione e di stress emotivo causati sia dagli attriti interni che porteranno a meno di due mesi dalla sua pubblicazione all’allontanamento volontario di Clark, sia dall’inaspettato successo del disco precedente che ha acceso sulla band le luci della ribalta mentre era ancora con gli occhi semichiusi, abbagliandola.

Il disco sembra non risentirne, anche se una maggiore presenza di brani originali non gli avrebbe di certo nuociuto.  Le perle dell’album sono infatti proprio le canzoni scritte da Clark, McGuinn e Crosby: It Won’t Be LongWait and SeeSet You Free This TimeThe World Turns All Around HerIf You’re Gone disegnano un arcobaleno di chitarre arpeggiate e voci sublimi.

Dio c’è. E in qualche modo, al di là dei versi dell’Ecclesiaste che ne inaugurano il cammino, è finito qui dentro.

 

Nel 1966 i Byrds salgono sul tappeto magico della psichedelia per prendere quota e volare nello stesso cielo californiano solcato dall’aeroplano Jefferson, sognando di trovare quella dimensione altra che stanno esplorando Doors, Mad River e Grateful Dead. Una dimensione che supera quella onirica del sogno e viaggia su orbite deformate dalle droghe.

Per volare più leggeri si disfano di Terry Melcher, di Pete Seeger e di Bob Dylan.

Infine, anche di Gene Clark.

Non si può affrontare quel tipo di viaggio con a bordo uno che ha paura di volare.

Così Gene, dopo aver regalato agli amici la polvere lievitante di Eight Miles High, rimane a terra.

Sul tappeto siedono Roger McGuinn, Chris Hillman, David Crosby e Michael Clarke.

Dopo il bagno spirituale di Turn! Turn! Turn!, il terzo album della band californiana vira con decisione verso un astrattismo lirico che si sposa con un repertorio in  bilico tra sperimentazione/avanguardismo e tradizione popolare.

 

A dispetto della sua fama però Fifth Dimension riesce nella sua impresa solo a metà.

 

L’anima della band si mostra in realtà doppia, rivelando una bipolarità che non giova alla statura del disco e che finisce per banalizzarne l’effetto con qualche riempitivo che non approda da nessuna parte (lo strumentale dall’ingannevole titolo Captain Soul, è di una banalità disarmante). Ciò che viene esibita è una scaletta che si muove senza troppa convinzione tra vecchio e nuovo.

Se le cover del disco (Wild Mountain Thyme e I Come and Stand at Every Door su tutte) mostrano infatti un approccio ossequioso e cerimonioso, è nel proprio repertorio che la band decide di rompere gli argini, sfruttando arrangiamenti arditi e soluzioni sonore alterate e freak.

I tentativi di aggredire le Rickenbacker fino a simulare un orgasmo Coltraniano su I See You e Eight Miles High sono gli esempi che hanno segnato indelebilmente la storia, ma le simulazioni di sitar che graffiano la What‘s Happening?!?! firmata da David Crosby e i rumori della cabina di pilotaggio in cui è immersa 2-4-2 Fox Trot mostrano lo sforzo di costruire un disco di rottura.

Però, forse, non era necessario lasciare a terra Clark.

Forse non era neppure necessario lasciare a terra Dylan.

O forse, forse non era abbastanza.

 

Non so dove stia il paradiso.

Nessuno lo sa, neppure il mio Frà Pietro che me lo predica in parrocchia.

Però sono certo che è oltre le otto miglia. Perché è lì che i Byrds arrivano, dopo aver oltrepassato quell’altezza. Perché è da lassù che ci lanciano Younger Than Yesterday, il 6 Febbraio del 1967. E non potrebbe essere da nessun altro posto.

Younger Than Yesterday è disco di una tale bellezza da lasciare incantati.

È il disco con cui i Byrds si congedano dalla stagione psichedelica e dalle opalescenze del suono jingle jangle prima di tornare verso Madre Terra e celebrarne la sua fiera bellezza negli album della stagione country immediatamente successiva, qui annunciata dalle Time Between e The Girl with No Name di Chris Hillman.

L’astronave con cui salutano l’ennesima volta Dylan (My Back Pages) e i Beatles (Thoughts and Words) portandosi ad altezze vertiginose come quelle appena toccate da Tim Buckley (cosa è Mind Gardens se non un volo in apnea nell’aria rarefatta del castello del cantautore di Washington?, NdLYS) e guardando da lassù agli abissi di malinconia di Nick Drake prossimi venturi (l’altra perla firmata da David Crosby Everybody‘s Been Burned).

Gene Clark dopo il ruolo marginale riservatogli su Fifth Dimension è definitivamente scomparso dalla storia del gruppo anche se è proprio il produttore del suo primo album solista Gary Usher e il suo studio all’avanguardia a contribuire in larga parte alla spinta progressiva di Younger Than Yesterday e anche se i nomi di Clark, Hillman e McGuinn torneranno ad intrecciarsi proprio quello stesso anno sullo sfortunato e unico disco di David Hemmings (l’attore protagonista di pellicole di culto come Blow-Up e, più avanti, Barbarella e Profondo RossoHappens.

Effetti elettronici, oscilloscopi, nastri alla rovescia, fiati (la bellissima tromba di Hugh Masekela che illumina So You Want to Be a Rock ‘n Roll Star), sinfonie di fans urlanti colorano una capacità di scrittura sempre a livelli d’eccellenza consegnando alla storia capolavori come Have You Seen Her FaceWhySo You Want to Be a Rock ‘n Roll StarC.T.A. 102Mind GardensEverybody‘s Been BurnedThoughts and Words.

Pensate, se il mondo fosse finito il 31 Maggio del 1967 non avremmo mai ascoltato la banda del Sergente Pepper ne’ il soffio del pifferaio alle porte dell’alba eppure avremmo potuto ugualmente morire stringendo in mano il capolavoro della stagione psichedelica.

Fortuna per voi e per i Beatles che non sia successo.

 

Su come l’abbia presa David Crosby su quella storia del cavallo è affare controverso. Pare non abbia mai perdonato a McGuinn quello “scherzo” tramando addirittura una vendetta. Altre fonti dicono invece che il buon Crosby non gli abbia mai dato peso.

Sicuramente la prese malissimo per l’esclusione della sua Tried dalla scaletta del disco che è già in fase di registrazione quando Crosby va via portando lo spartito e la demo fra le amorevoli mani dei Jefferson Airplane.

Fatto sta che la copertina diThe Notorious Byrd Brothersè veramente un calo di stile nella bella carrellata di cover che la band ci aveva sino ad allora regalato, nonostante volesse in qualche modo documentare una fase di cambiamento che verrà attuata più avanti nell’anno, in quel caposaldo della nuova musica country che sarebbe statoSweetheart of the Rodeo.The Notorious Byrd Brothersera dunque un disco di “passaggio”, nonostante fossero ancora presenti tutti gli elementi del vecchio suono Byrdsiano. Chitarre aperte e cinguettanti, armonie vocali perfette, ballate in volo ad otto miglia dalla terra, qualche intervento invasivo di fiati e qualche altro effetto di lievitazione psichedelica tanto da diventare, al ritmo in 5/4 di Tribal Gathering e sotto il foglio di calendario del 21 Aprile del 1968 il commento musicale al miglior trip di acido di Ron Asheton e la colonna sonora della perdita della sua verginità a lungo custodita (Ron si ricorderà di quella particolare percezione quando si troverà a scrivere 1969, usando una versione scarnificata, truce ed amplificata delle due note usate per quel riff, NdLYS).

Un microcosmo di anfetamine e palloncini colorati ammazzato da una copertina terribile.

Non si uccidono così anche gli uccelli?

 

Dall’alto del loro tappeto magico i Byrds vedono le praterie americane. E se ne innamorano. Accanto alle mandrie bovine corre un abilissimo cowboy. Cappello a falde larghe e camperos, tira il laccio e ad ogni lancio centra un toro. Si chiama Gram Parsons e McGuinn ora ribattezzatosi Jim lo vuole nella sua banda, accanto a lui. Vicino a lui quelle che sul disco precedente erano solo percezioni, diventano su Sweetheart of the Rodeo un fatto concreto. Con lui, può iniziare a dare caccia alla mandria e tornare a sognare di incassare i dollari per la cattura di Bob Dylan che insegue da anni. Le sagome di cartone approntate come trappola si intitolano stavolta You Ain’t Goin’ Nowhere e Nothing Was Delivered, abilmente sistemate agli estremi del percorso dove si svolge questo grandissimo rodeo, sperando che la polvere alzata dai manzi giochi a loro favore.

Non riusciranno a catturarlo. E la caccia proseguirà negli anni successivi.

Ma i Byrds ci offrono un grande spettacolo popolare, con tanto di pedal steel, mandolini, banjo e fischietti.

I puristi non ci cascano.

Sanno che in qualche modo si tratta di una farsa.

Al Grand Ole Opry, nel cuore di Nashville, hanno salva la pelle per un soffio.

Non andrà meglio quando si tratterà di promuovere il disco in radio, dove vengono derisi a microfoni aperti e accusati di aver profanato la più sacra tra le musiche popolari americane.

I Byrds si rialzano in volo mentre i fucili dei rednecks di mezza America li tengono sotto tiro. Scampando miracolosamente ai proiettili.

Non andrà meglio nella nobile Inghilterra, dove la country music è ritenuta da sempre un affare volgare. Gli inglesi snobberanno il disco, senza alcun rimorso o senso di colpa.

A monetizzare le intuizioni di quel disco ci penseranno altri uccelli, qualche anno dopo. Altri rapaci partiti dai medesimi nidi dei Byrds e capace di volare ben oltre la gittata di quei proiettili che avevano preso i Byrds di striscio disperdendone il volo.

 

Alle frustranti accoglienze Nashvilliane riservate a Sweetheart of the Rodeo e che hanno causato l’allontanamento volontario di Gram Parsons (giustificato con un’opposizione etica all’apartheid sudafricano dove la band vorrebbe effettuare alcune date) e la dipartita di Hillman, è dedicato il disco successivo dei Byrds.

Rimasto praticamente da solo, McGuinn continua a cimentarsi nei suoi giochi preferiti: a nascondino con Dylan e a fare il cowboy fuorilegge. Provando altresì nostalgia per i viaggi interstellari di qualche anno prima. È la natura schizofrenica celebrata sin dal titolo e dagli scatti di copertina. È lui il vero Dr. Byrd & Mr. Hyde.

L’ultimo brano di Parsons è un rancoroso omaggio a Ralph Emery, lo speaker radiofonico che si è fatto beffe di loro in diretta radiofonica l’anno precedente. È il più clamorosamente country dei brani in scaletta ma non l’unico. Nashville West e Your Gentle Way of Loving Me le si muovono presso pur cercando quella sorta di lievitazione estatica chef u propria dei primi Byrds e che McGuinn cerca di evocare su pezzi come Candy Child of the Universe. Riuscendoci solo in parte.

 

Easy Rider è una delle pellicole che hanno iconizzato un’intera epoca e rappresentato l’eterna idea di libertà e di ribellione. In realtà si tratta di un filmetto le cui pretese e la cui aura di leggenda superano di gran lunga il reale valore artistico. L’idea di un lungometraggio sulla vita on the road è però di grande fascino, in quel periodo di reflusso che fu la fine degli anni Sessanta e che vide le grandi lotte pacifiste cedere il passo a una montante violenza, con la sostituzione delle legioni degli Hell’s Angels alle comuni pacifiste nell’immaginario comune.

Bob Dylan fu uno di quelli cui questa deriva di brutalità fine a se stessa non piacque sin da subito, tanto da declinare non solo l’offerta avanzatagli da Peter Fonda di scrivere il tema trainante del film, ma negando una sua partecipazione di qualsiasi sorta e chiedendo espressamente di essere cancellato dai titoli di coda e da qualsiasi cosa avesse a che fare col film, nonostante uno dei pezzi usati per la colonna sonora portasse la sua firma (imponendo la stessa cosa ai suoi amici della Band la cui The Weight verrà infatti registrata in una esatta replica da un gruppo di poco conto).

La scelta di affidare a Roger McGuinn quanto scritto di suo pugno, pare sia stata ordinata dallo stesso Dylan, officiando in qualche modo la consacrazione del leader dei Byrds quale suo erede. A lui Fonda consegna non solo la It’s Alright Ma che aveva scelto in una delle scene portanti del film ma anche un piccolo foglietto dove Dylan ha scritto l’introduzione di quella che diventerà la “ballata di Easy Rider”, una folk song rivestita di archi come nella recente Everybody’s Talkin’ che farà la fortuna di Henry Nilsson, senza tuttavia replicarne il riuscito tratto indelebile nella memoria collettiva.

L’album che gli viene cucito attorno non ha molto altro da dire, nonostante le sempre pregevoli architetture vocali. Si tratta di un ulteriore tuffo nella tradizione popolare americana e degli inevitabili omaggi a Dylan, condotti con mano precisa e devota ma senza particolari guizzi creativi ad eccezione della bella Fido scritta dal bassista John York, già dimissionario quando il disco approderà nei negozi e che non avrebbe sfigurato su The Family That Plays Together degli Spirit o sul secondo album degli Steppenwolf.

 

Pochi mesi dopo la pubblicazione di Déjà Vu, il disco che consacra il vecchio amico David Crosby e i suoi nuovi gregari Stephen Stills, Graham Nash e Neil Young come le nuove stelle della nuova musica country e di Burrito Deluxe, il secondo album dei Flying Burrito Bros dove sono finiti, oltre che a Gram Parsons anche Chris Hillman e Michael Clarke, Roger McGuinn decide di pubblicare uno dei suoi dischi più ambiziosi: un doppio album registrato per metà dal vivo e per metà in studio e che vede McGuinn confrontarsi con la penna di Jacques Levy un lustro prima dell’amico/rivale Dylan (con cui Levy realizzerà Desire, NdLYS).

L’album, sebbene sottovalutato o snobbato da quanti dei Byrds ricordano solo due canzoni, è di una bellezza sbalorditiva con canzoni da antologia come All the Things, Chesnut Mare, Hungry Planet, You All Look Alike per le quali ogni band devota al suono americano pagherebbe ancora oggi fior di dollari per poterne registrare la paternità all’albo degli autori e una versione torrenziale di Eight Miles High che sconfina nel funk ad occupare un’intera facciata.

(Untitled) conferma l’enorme statura dei Byrds, lo scintillio più abbagliante del folk elettrico americano.

 

 

Altri scarti dal musical scritto (e mai rappresentato) da McGuinn con Jacques Levy finiscono, oltre che su (Untitled) anche nel successivo Byrdmaniax, il disco che mostra i Byrds con le loro maschere di morte. Ma, curiosamente, le vere caricature da commedia di Broadway sono frutto delle penne di Kim Fowley e Skip Battin, che si incaricano di scrivere un quarto dell’intera scaletta.

Ma è in realtà tutto Byrdmaniax, i suoi banjo, i suoi cori gospel (ad opera di Merry Clayton, l’ex Raelette finita un paio di anni prima su Gimme Shelter degli Stones, NdLYS), i suoi fiati soul, le sue pedal steel, le sue armoniche, la sua orchestra impiegata per dare un tocco di immortalità ad una canzone mortale come Kathleen’s Song, a puzzare un po’ di una farsa, con i Byrds intenti a parodiare se stessi (quelli della svolta country ma anche quelli dei canti biblici dei primi dischi) e Dylan.

L’impressione è quella di ascoltare Battle of the Bands dei Turtles anziché un disco dei Byrds. La paura, concreta, è quella che dietro quelle maschere, i Byrds siano morti davvero.

 

È l’estate del 1971 e a pochissimi giorni dalla pubblicazione di Byrdmaniax i Byrds si chiudono in studio per realizzare un nuovo disco completamente autoprodotto. Il risultato arriva nei negozi prima che l’anno si concluda e mostra una band ormai navigata nell’eseguire un country rock da sempre affascinato del gospel e dai canti pastorali e che con l’ingresso di Kim Fowley al tavolo degli autori strizza l’occhio  sempre con più smanceria alla musica novelty. Commercialmente, il blend dei Byrds fatica però negli Stati Uniti a tenere testa al successo delle band “satellite” nate dalle loro scissioni. Curiosamente, è l’Europa a mostrarsi più ricettiva verso queste musiche old-fashion, regalando addirittura un primo posto in classifica ad America’s Great National Pastime, una sorniona presa in giro sulle abitudini del popolo americano. L’attacco inaugurale di Farther Along, affidato a Tiffany Queen, sorta di incrocio tra Chuck Berry e l’onnipresente Bob Dylan, lascia presagire una svolta verso un suono più duro ma già dalla Get Down Your Line di Gene Parsons il volo dei Byrds viene dirottato a rotta di collo sulle sue più consuete rotte country-folk, fino al tripudio di banjo di Bristol Steam Convention Blues.

Sono rotte ormai ben conosciute. Qualunque cacciatore potrebbe alzare in alto le sue canne e mandare giù una buona parte dello stormo. Ma, a sorpresa, lo stormo si schianta da sé, il 24 Febbraio del 1973, mentre solca i cieli del New Jersey. Ad ucciderlo è lo stesso Roger McGuinn, allettato dall’offerta della Asylum di riunire la vecchia formazione per un ultimo spettacolare passaggio sopra i cieli d’America.

Nel Marzo del 1973, una volta che le brevi ma intensissime esperienze di Crosby, Stills, Nash & Young e Flying Burrito Bros. sono già al capolinea creativo, la formazione storica dei Byrds pubblica sotto la pressione di David Geffen che li vuole per forza aggiungere alla scuderia della sua Asylum a fianco di Jackson Browne, Eagles e Joni Mitchell un nuovo, inaspettato disco.

Il risultato, inizialmente progettato col titolo provvisorio di Full Circle, viene battezzato e stampato col semplice nome della band in primo piano e la lista dei prestigiosi “volatili” coinvolti per esteso.

A dispetto dell’operazione vanagloriosa, Byrds viene silurato dalla critica sin da subito tanto da far naufragare immediatamente il sogno di una reunion più duratura.

Difficile comprendere le ragioni di tanto astio, visto che dal punto di vista compositivo ci si trova invece davanti al miglior disco della band californiana dai tempi di Sweetheart of the RodeoByrds è un disco di onesta musica americana.

Non ci sono più le chitarre che jinglano e janglano ma del resto si erano già zittite da un po’. L’impianto strumentale si è fatto più tradizionale (armoniche a bocca, mandolini, chitarre folk) ma quel che regna è un buon senso della misura e una scrittura ancora vivace, nonostante le distanze e gli scontri di ego che sono inevitabili in operazioni simili.

Eppure Byrds non è un noioso disco di country music.

Basterebbe ascoltarlo soffocando ogni pregiudizio per capirlo.

C’è dentro una gemma power-pop come Things Will Be Better ad esempio, che non avrebbe sfigurato dentro un disco dei Big Star.

Oppure quel piccolo miracolo di Long Live the King e il suo apparente disordine, in assoluto uno dei migliori pezzi dei Byrds di sempre e uno dei meno ascoltati.

O una canzone da disfatta amorosa come Sweet Mary che Dylan avrebbe potuto scrivere al posto di Masters of War se solo avesse letto meno libri di politica.

Crosby regala pure una versione al ralenti di Laughing orfana della pedal steel di Jerry Garcia ma capace ancora di mettere i brividi e che è facile immaginare come una sorta di scala per il paradiso per i piedi nudi di Jeff Buckley.

E poi, ovviamente, dei country con gli speroni dorati come Full Circe, come la cover di Cowgirl in the Sand di Neil Young o come la gioiosa e avvolgente Borrowing Time.

Destinato ad una sorte immeritata ed ingiusta, Byrds è uno dei tanti piccoli dischi superflui di cui è impossibile fare a meno.

Le ali dei Byrds si piegano tuttavia per la prima volta all’autocelebrazione. Non sarà l’unica. Tutti gli anni a seguire saranno la solita carrellata di reunion, rimpatriate, superband e morti disseminati qui e là, dimenticati un po’ da tutti. Gli uccelli liberi della costa ovest diventano pennuti in gabbia, da far girare alle fiere di paese in cambio di qualche dollaro al botteghino. Noi, ricordiamoli con le ali spiegate mentre concimano dall’alto la loro terra.

 

                                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE BYRDS – Sweetheart of the Rodeo (Columbia)  

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Dall’alto del loro tappeto magico i Byrds vedono le praterie americane. E se ne innamorano. Accanto alle mandrie bovine corre un abilissimo cowboy. Cappello a falde larghe e camperos, tira il laccio e ad ogni lancio centra un toro. Si chiama Gram Parsons e McGuinn ora ribattezzatosi Jim lo vuole nella sua banda, accanto a lui. Vicino a lui quelle che sul disco precedente erano solo percezioni, diventano un fatto concreto. Con lui, può iniziare a dare caccia alla mandria e tornare a sognare di incassare i dollari per la cattura di Bob Dylan che insegue da anni. Le sagome di cartone approntate come trappola si intitolano stavolta You Ain’t Goin’ Nowhere e Nothing Was Delivered, abilmente sistemate agli estremi del percorso dove si svolge questo grandissimo rodeo, sperando che la polvere alzata dai manzi giochi a loro favore.

Non riusciranno a catturarlo. E la caccia proseguirà negli anni successivi.

Ma i Byrds ci offrono un grande spettacolo popolare, con tanto di pedal steel, mandolini, banjo e fischietti.

I puristi non ci cascano.

Sanno che in qualche modo si tratta di una farsa.

Al Grand Ole Opry, nel cuore di Nashville, hanno salva la pelle per un soffio.   

Non andrà meglio quando si tratterà di promuovere il disco in radio, dove vengono derisi a microfoni aperti e accusati di aver profanato la più sacra tra le musiche popolari americane.

I Byrds si rialzano in volo mentre i fucili dei rednecks di mezza America li tengono sotto tiro. Scampando miracolosamente ai proiettili.

Non andrà meglio nella nobile Inghilterra, dove la country music è ritenuta da sempre un affare volgare. Gli inglesi snobberanno il disco, senza alcun rimorso o senso di colpa.

A monetizzare le intuizioni di quel disco ci penseranno altri uccelli, qualche anno dopo. Altri rapaci partiti dai medesimi nidi dei Byrds e capace di volare ben oltre la gittata di quei proiettili che avevano preso i Byrds di striscio disperdendone il volo.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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LINK WRAY – 3-Track Shack (Ace)  

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Dopo il rumoroso tour con i Raymen lungo la costa est degli Stati Uniti, Link Wray sente l’esigenza di riposarsi e mettere a tacere il fuzz che lo ha reso famoso. Si ritira quindi nel ranch del fratello Vernon a respirare l’odore dei campi. La sera, sfinito ma soddisfatto del lavoro, mette le mani sulla sua chitarra folk e improvvisa un repertorio che della terra conserva intatto il profumo. Il fratello, piacevolmente incuriosito da quelle canzoni, improvvisa un minuscolo studio di registrazione nel pollaio e invita Link a registrare quei brani scritti assieme al percussionista Steve Verroca. Viene fuori così la trilogia di album raccolti su 3-Track Shack pubblicati tra il 1971 e il 1973 (dopo un tentativo fallito di approdare alla Apple dei Beatles, NdLYS) su Polydor e Virgin che rappresenta un decisivo taglio con il sound ribelle dei Raymen e che si abbandona definitivamente ad un abbraccio con la musica delle radici. Country, blues, folk. Musica acustica, docile, onesta su cui Link adesso non ha nessuna remora a cantare o ad affidare il compito ai suoi fidati musicisti. In uno spirito del tutto nuovo che lo avvicina ai capolavori di Van Morrison e degli Stones campestri. Dischi che spiazzano il pubblico del musicista di Dunn, secondo le previsioni (e la volontà) degli stessi fratelli Wray e che invece sono avvolti da una pellicola di bellezza taumaturgica. Piccoli vagoni che attraversano la campagna americana senza aggredire il territorio, in processione discreta e riguardosa. Il potere annichilente delle prime registrazioni è ovviamente un ricordo lontano e dentro questi dischi si respira la stessa aria di quiete che Link aveva cercato rifugiandosi nella fattoria del fratello.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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LOS CHICOS – In the Age of Stupidity (Dirty Water)

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L’aneddoto è ormai di dominio pubblico: ad una conferenza stampa tenuta a Madrid in occasione della sua partecipazione all’edizione 2005 del Metrorock, Mr. Beck Hansen, magliettina rossa e cappello bianco a falde calato sul viso, risponde alla domanda di un giornalista locale su quale sia il suo gruppo spagnolo preferito con una risposta perentoria e, forse, inaspettata: “Mi garbano i Los Chicos”.

Traducendo per gli italiani, come se Adele dichiarasse ad Alfonso Signorini che la sua band italiana preferita sono i Tunas.

Alfieri madrileni del rock ‘n roll e dell’esportazione su larga scala del Calimocho i Los Chicos sono ormai in giro da un bel po’ realizzando dischi, partecipando a dischi-tributo e portando ovunque la loro miscela di garage-punk, power pop, pub-rock, blues scollacciato e country imbevuto nel cuba libre. Tutta robaccia di cui è pieno anche questo loro quinto album, creatura che pare nata da un incesto tra il super-rock dei Fleshtones, il punk amaro dei Replacements, il country da rednecks degli Horseheads e l’immondezzaio garage dei Mighty Caesars sconfinando talvolta in una sorta di piacevolissimo bubblegum da cantina che pare una versione zozza dei Green Day. Se questi avessero ascoltato più i Long Ryders e Chuck Berry che i Van Halen, ovviamente. ¡Uno! ¡Dos! ¡Tré! ¡Los Chicos!   

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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DAVE ALVIN AND THE GUILTY WOMEN – Dave Alvin and The Guilty Women (Yep Roc)

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Molti “restauratori” della roots music americana degli anni ‘80 hanno finito per cedere ad un concetto di musica tradizionale meno feroce e più conforme ai canoni popolari. Prendendosi forse il posto che gli spettava.

Penso a Ramblin’ Jeffrey Lee, certo.

Ma anche a gente come Dan Zanes o Dave Alvin. Gente nata nei saloon a tracannare rum e finita in distilleria a far decantare il proprio dolore, separando il veleno dai resti dei propri bicchieri.

Un dolore che rimane però sotteso, in un disco nato dopo la morte per cancro di Chris Gaffney e per liberarsi della quale Dave ha deciso di mettere su questa gangbang con donne con cui era già stato saltuariamente a letto.

E che ora sono tutte qui, tutte insieme.

A divertirsi e fare di questo cd uno dei più bei dischi di musica tradizionale degli ultimi anni. Ovvio che dovrete prima far pace con mandolini, lap steel e violini, le raccolte della Folkways e le scorregge del Reverendo Peyton che da qualche tempo infestano l’aria.

 

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro


AA. VV. – Nick Cave Heard Them Here First (Ace)  

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L’idea non è del tutto nuova. Ci aveva già pensato la Rubber Records, più di quindici anni fa, a “setacciare” fra le canzoni che hanno ispirato le nefandezze di Nick Cave e dei suoi comprimari. La Ace Records torna adesso sull’argomento per il nuovo volume (il quarto) della sua collana Heard Them Here First. Nonostante la “replica”, i doppioni rispetto alla scaletta dei due volumi di Original Seeds sono limitati a meno di una dozzina di canzoni, due delle quali (Hey Joe e The Big Hurt) proposte qui peraltro in interpretazioni diverse. Il canzoniere spazia dalla John the Revelator di Blind Willie Johnson alla Disco 2000 dei Pulp coprendo più di sessantacinque anni di musica maledetta lungo ventidue tracce che Mr. Caverna ha avuto l’occasione di reintepretare in occasioni e con compagnie diverse anche se il nocciolo duro del disco è rappresentato dall’ormai trentennale album di cover Kicking Against the Pricks” dalla cui scaletta vengono qui scelte Muddy Waters, Hey Joe, Hammer Song, The Long Black Veil, Jesus Meets the Woman at the Well e Something‘s Gotten Hold of My Heart. Un lavoro di recupero che ha indubbiamente il suo fascino anche se sarebbe ancora più morboso e dunque patologicamente più affine all’autore australiano e ai suoi fanatici ascoltatori sparsi per il mondo poter avere fra le mani una mastodontica enciclopedia audio delle innumerevoli canzoni che Nick ha fatto sue lungo la sua sterminata discografia.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BYRDS – Byrds (Asylum)    

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Nel Marzo del 1973, una volta che le brevi ma intensissime esperienze di Crosby, Stills, Nash & Young e Flying Burrito Bros. sono già al capolinea creativo, la formazione storica dei Byrds pubblica sotto la pressione di David Geffen che li vuole per forza aggiungere alla scuderia della sua Asylum a fianco di Jackson Browne, Eagles e Joni Mitchell un nuovo, inaspettato disco.

Il risultato, inizialmente progettato col titolo provvisorio di Full Circle, viene battezzato e stampato col semplice nome della band in primo piano e la lista dei prestigiosi “volatili” coinvolti per esteso.

A dispetto dell’operazione vanagloriosa, Byrds viene silurato dalla critica sin da subito tanto da far naufragare immediatamente il sogno di una reunion più duratura.

Difficile comprendere le ragioni di tanto astio, visto che dal punto di vista compositivo ci si trova invece davanti al miglior disco della band californiana dai tempi di Sweetheart of the RodeoByrds è un disco di onesta musica americana.

Non ci sono più le chitarre che jinglano e janglano ma del resto si erano già zittite da un po’. L’impianto strumentale si è fatto più tradizionale (armoniche a bocca, mandolini, chitarre folk) ma quel che regna è un buon senso della misura e una scrittura ancora vivace, nonostante le distanze e gli scontri di ego che sono inevitabili in operazioni simili.

Eppure Byrds non è un noioso disco di country music.

Basterebbe ascoltarlo soffocando ogni pregiudizio per capirlo.

C’è dentro una gemma power-pop come Things Will Be Better ad esempio, che non avrebbe sfigurato dentro un disco dei Big Star.

Oppure quel piccolo miracolo di Long Live the King e il suo apparente disordine, in assoluto uno dei migliori pezzi dei Byrds di sempre e uno dei meno ascoltati. 

O una canzone da disfatta amorosa come Sweet Mary che Dylan avrebbe potuto scrivere al posto di Masters of War se solo avesse letto meno libri di politica.

Crosby regala pure una versione al ralenti di Laughing orfana della pedal steel di Jerry Garcia ma capace ancora di mettere i brividi e che è facile immaginare come una sorta di scala per il paradiso per i piedi nudi di Jeff Buckley.

E poi, ovviamente, dei country con gli speroni dorati come Full Circe, come la cover di Cowgirl in the Sand di Neil Young o come la gioiosa e avvolgente Borrowing Time.

Destinato ad una sorte immeritata ed ingiusta, Byrds è uno dei tanti piccoli dischi superflui di cui è impossibile fare a meno.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SID GRIFFIN – As Certain As Sunrise (Prima)

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Con l’andare degli anni Mr. Griffin ha elaborato uno stile roots perfettamente sovrapponibile a quello dei suoi maestri di sempre. Scemata la foga C&W dei suoi Long Ryders, è riuscito via via ad avvicinarsi sempre più alle forme stilistiche di una ballata country/folk tradizionale. As Certain As Sunrise è disco morbidissimo, a volte ai limiti dello stucchevole (Alibi Bye), con piccoli gioielli di artigianato acustico (ascoltate le trame chitarristiche e vocali di Evidence, del soffice haiku di Faithless Disciple o della cover di I Come and Stand at Every Door, veri manifesti dello “stato dell’arte” del Griffin odierno, NdLYS). Unica concessione al ritmo è Just Let Her Go, scritta da Doug Sahm e donata a Sid dal figlio Shawn, un honky tonk rurale buono per un hootenanny moderatamente audace. Per palati abituati ai gourmet raffinati di Gram Parsons e Chris Hillman.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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