THE BYRDS – Sweetheart of the Rodeo (Columbia)  

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Dall’alto del loro tappeto magico i Byrds vedono le praterie americane. E se ne innamorano. Accanto alle mandrie bovine corre un abilissimo cowboy. Cappello a falde larghe e camperos, tira il laccio e ad ogni lancio centra un toro. Si chiama Gram Parsons e McGuinn ora ribattezzatosi Jim lo vuole nella sua banda, accanto a lui. Vicino a lui quelle che sul disco precedente erano solo percezioni, diventano un fatto concreto. Con lui, può iniziare a dare caccia alla mandria e tornare a sognare di incassare i dollari per la cattura di Bob Dylan che insegue da anni. Le sagome di cartone approntate come trappola si intitolano stavolta You Ain’t Goin’ Nowhere e Nothing Was Delivered, abilmente sistemate agli estremi del percorso dove si svolge questo grandissimo rodeo, sperando che la polvere alzata dai manzi giochi a loro favore.

Non riusciranno a catturarlo. E la caccia proseguirà negli anni successivi.

Ma i Byrds ci offrono un grande spettacolo popolare, con tanto di pedal steel, mandolini, banjo e fischietti.

I puristi non ci cascano.

Sanno che in qualche modo si tratta di una farsa.

Al Grand Ole Opry, nel cuore di Nashville, hanno salva la pelle per un soffio.   

Non andrà meglio quando si tratterà di promuovere il disco in radio, dove vengono derisi a microfoni aperti e accusati di aver profanato la più sacra tra le musiche popolari americane.

I Byrds si rialzano in volo mentre i fucili dei rednecks di mezza America li tengono sotto tiro. Scampando miracolosamente ai proiettili.

Non andrà meglio nella nobile Inghilterra, dove la country music è ritenuta da sempre un affare volgare. Gli inglesi snobberanno il disco, senza alcun rimorso o senso di colpa.

A monetizzare le intuizioni di quel disco ci penseranno altri uccelli, qualche anno dopo. Altri rapaci partiti dai medesimi nidi dei Byrds e capace di volare ben oltre la gittata di quei proiettili che avevano preso i Byrds di striscio disperdendone il volo.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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LINK WRAY – 3-Track Shack (Ace)  

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Dopo il rumoroso tour con i Raymen lungo la costa est degli Stati Uniti, Link Wray sente l’esigenza di riposarsi e mettere a tacere il fuzz che lo ha reso famoso. Si ritira quindi nel ranch del fratello Vernon a respirare l’odore dei campi. La sera, sfinito ma soddisfatto del lavoro, mette le mani sulla sua chitarra folk e improvvisa un repertorio che della terra conserva intatto il profumo. Il fratello, piacevolmente incuriosito da quelle canzoni, improvvisa un minuscolo studio di registrazione nel pollaio e invita Link a registrare quei brani scritti assieme al percussionista Steve Verroca. Viene fuori così la trilogia di album raccolti su 3-Track Shack pubblicati tra il 1971 e il 1973 (dopo un tentativo fallito di approdare alla Apple dei Beatles, NdLYS) su Polydor e Virgin che rappresenta un decisivo taglio con il sound ribelle dei Raymen e che si abbandona definitivamente ad un abbraccio con la musica delle radici. Country, blues, folk. Musica acustica, docile, onesta su cui Link adesso non ha nessuna remora a cantare o ad affidare il compito ai suoi fidati musicisti. In uno spirito del tutto nuovo che lo avvicina ai capolavori di Van Morrison e degli Stones campestri. Dischi che spiazzano il pubblico del musicista di Dunn, secondo le previsioni (e la volontà) degli stessi fratelli Wray e che invece sono avvolti da una pellicola di bellezza taumaturgica. Piccoli vagoni che attraversano la campagna americana senza aggredire il territorio, in processione discreta e riguardosa. Il potere annichilente delle prime registrazioni è ovviamente un ricordo lontano e dentro questi dischi si respira la stessa aria di quiete che Link aveva cercato rifugiandosi nella fattoria del fratello.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LOS CHICOS – In the Age of Stupidity (Dirty Water)

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L’aneddoto è ormai di dominio pubblico: ad una conferenza stampa tenuta a Madrid in occasione della sua partecipazione all’edizione 2005 del Metrorock, Mr. Beck Hansen, magliettina rossa e cappello bianco a falde calato sul viso, risponde alla domanda di un giornalista locale su quale sia il suo gruppo spagnolo preferito con una risposta perentoria e, forse, inaspettata: “Mi garbano i Los Chicos”.

Traducendo per gli italiani, come se Adele dichiarasse ad Alfonso Signorini che la sua band italiana preferita sono i Tunas.

Alfieri madrileni del rock ‘n roll e dell’esportazione su larga scala del Calimocho i Los Chicos sono ormai in giro da un bel po’ realizzando dischi, partecipando a dischi-tributo e portando ovunque la loro miscela di garage-punk, power pop, pub-rock, blues scollacciato e country imbevuto nel cuba libre. Tutta robaccia di cui è pieno anche questo loro quinto album, creatura che pare nata da un incesto tra il super-rock dei Fleshtones, il punk amaro dei Replacements, il country da rednecks degli Horseheads e l’immondezzaio garage dei Mighty Caesars sconfinando talvolta in una sorta di piacevolissimo bubblegum da cantina che pare una versione zozza dei Green Day. Se questi avessero ascoltato più i Long Ryders e Chuck Berry che i Van Halen, ovviamente. ¡Uno! ¡Dos! ¡Tré! ¡Los Chicos!   

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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DAVE ALVIN AND THE GUILTY WOMEN – Dave Alvin and The Guilty Women (Yep Roc)

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Molti “restauratori” della roots music americana degli anni ‘80 hanno finito per cedere ad un concetto di musica tradizionale meno feroce e più conforme ai canoni popolari. Prendendosi forse il posto che gli spettava.

Penso a Ramblin’ Jeffrey Lee, certo.

Ma anche a gente come Dan Zanes o Dave Alvin. Gente nata nei saloon a tracannare rum e finita in distilleria a far decantare il proprio dolore, separando il veleno dai resti dei propri bicchieri.

Un dolore che rimane però sotteso, in un disco nato dopo la morte per cancro di Chris Gaffney e per liberarsi della quale Dave ha deciso di mettere su questa gangbang con donne con cui era già stato saltuariamente a letto.

E che ora sono tutte qui, tutte insieme.

A divertirsi e fare di questo cd uno dei più bei dischi di musica tradizionale degli ultimi anni. Ovvio che dovrete prima far pace con mandolini, lap steel e violini, le raccolte della Folkways e le scorregge del Reverendo Peyton che da qualche tempo infestano l’aria.

 

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Nick Cave Heard Them Here First (Ace)  

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L’idea non è del tutto nuova. Ci aveva già pensato la Rubber Records, più di quindici anni fa, a “setacciare” fra le canzoni che hanno ispirato le nefandezze di Nick Cave e dei suoi comprimari. La Ace Records torna adesso sull’argomento per il nuovo volume (il quarto) della sua collana Heard Them Here First. Nonostante la “replica”, i doppioni rispetto alla scaletta dei due volumi di Original Seeds sono limitati a meno di una dozzina di canzoni, due delle quali (Hey Joe e The Big Hurt) proposte qui peraltro in interpretazioni diverse. Il canzoniere spazia dalla John the Revelator di Blind Willie Johnson alla Disco 2000 dei Pulp coprendo più di sessantacinque anni di musica maledetta lungo ventidue tracce che Mr. Caverna ha avuto l’occasione di reintepretare in occasioni e con compagnie diverse anche se il nocciolo duro del disco è rappresentato dall’ormai trentennale album di cover Kicking Against the Pricks” dalla cui scaletta vengono qui scelte Muddy Waters, Hey Joe, Hammer Song, The Long Black Veil, Jesus Meets the Woman at the Well e Something‘s Gotten Hold of My Heart. Un lavoro di recupero che ha indubbiamente il suo fascino anche se sarebbe ancora più morboso e dunque patologicamente più affine all’autore australiano e ai suoi fanatici ascoltatori sparsi per il mondo poter avere fra le mani una mastodontica enciclopedia audio delle innumerevoli canzoni che Nick ha fatto sue lungo la sua sterminata discografia.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BYRDS – Byrds (Asylum)    

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Nel Marzo del 1973, una volta che le brevi ma intensissime esperienze di Crosby, Stills, Nash & Young e Flying Burrito Bros. sono già al capolinea creativo, la formazione storica dei Byrds pubblica sotto la pressione di David Geffen che li vuole per forza aggiungere alla scuderia della sua Asylum a fianco di Jackson Browne, Eagles e Joni Mitchell un nuovo, inaspettato disco.

Il risultato, inizialmente progettato col titolo provvisorio di Full Circle, viene battezzato e stampato col semplice nome della band in primo piano e la lista dei prestigiosi “volatili” coinvolti per esteso.

A dispetto dell’operazione vanagloriosa, Byrds viene silurato dalla critica sin da subito tanto da far naufragare immediatamente il sogno di una reunion più duratura.

Difficile comprendere le ragioni di tanto astio, visto che dal punto di vista compositivo ci si trova invece davanti al miglior disco della band californiana dai tempi di Sweetheart of the RodeoByrds è un disco di onesta musica americana.

Non ci sono più le chitarre che jinglano e janglano ma del resto si erano già zittite da un po’. L’impianto strumentale si è fatto più tradizionale (armoniche a bocca, mandolini, chitarre folk) ma quel che regna è un buon senso della misura e una scrittura ancora vivace, nonostante le distanze e gli scontri di ego che sono inevitabili in operazioni simili.

Eppure Byrds non è un noioso disco di country music.

Basterebbe ascoltarlo soffocando ogni pregiudizio per capirlo.

C’è dentro una gemma power-pop come Things Will Be Better ad esempio, che non avrebbe sfigurato dentro un disco dei Big Star.

Oppure quel piccolo miracolo di Long Live the King e il suo apparente disordine, in assoluto uno dei migliori pezzi dei Byrds di sempre e uno dei meno ascoltati. 

O una canzone da disfatta amorosa come Sweet Mary che Dylan avrebbe potuto scrivere al posto di Masters of War se solo avesse letto meno libri di politica.

Crosby regala pure una versione al ralenti di Laughing orfana della pedal steel di Jerry Garcia ma capace ancora di mettere i brividi e che è facile immaginare come una sorta di scala per il paradiso per i piedi nudi di Jeff Buckley.

E poi, ovviamente, dei country con gli speroni dorati come Full Circe, come la cover di Cowgirl in the Sand di Neil Young o come la gioiosa e avvolgente Borrowing Time.

Destinato ad una sorte immeritata ed ingiusta, Byrds è uno dei tanti piccoli dischi superflui di cui è impossibile fare a meno.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SID GRIFFIN – As Certain As Sunrise (Prima)

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Con l’andare degli anni Mr. Griffin ha elaborato uno stile roots perfettamente sovrapponibile a quello dei suoi maestri di sempre. Scemata la foga C&W dei suoi Long Ryders, è riuscito via via ad avvicinarsi sempre più alle forme stilistiche di una ballata country/folk tradizionale. As Certain As Sunrise è disco morbidissimo, a volte ai limiti dello stucchevole (Alibi Bye), con piccoli gioielli di artigianato acustico (ascoltate le trame chitarristiche e vocali di Evidence, del soffice haiku di Faithless Disciple o della cover di I Come and Stand at Every Door, veri manifesti dello “stato dell’arte” del Griffin odierno, NdLYS). Unica concessione al ritmo è Just Let Her Go, scritta da Doug Sahm e donata a Sid dal figlio Shawn, un honky tonk rurale buono per un hootenanny moderatamente audace. Per palati abituati ai gourmet raffinati di Gram Parsons e Chris Hillman.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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EXENE CERVENKA – Somewhere Gone (Bloodshot)

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Exene Cervenka, classe 1956, ha imparato a cantare. E noi ce ne fottiamo.

Perché per Somewhere Gone vale lo stesso discorso fatto di recente per Dave Alvin (anche qui suona tra l’altro Amy Farris, NdLYS): aria di ritorno a casa.

Forse, il segno della sconfitta di una generazione: quella che credeva di cambiare volto alla tradizione (Gun Club, Blasters, X, Rank & File, Horseheads, Del Fuegos, Jason & The Scorchers, ecc. ecc.) e che invece ha finito per suonare come Dolly Parton al raduno per i bovari con il cappello da cowboy.  

Sono 14 vignette di folk che vanno dal country nazional-popolare di Trojan Horse e Why Is It So? alle derive irish di The Willow Tree e Honest Mistake che  gli yankees troveranno buone per riempire come ovatta gli ambienti domestici autunnali ma che a noi europei fanno lo stesso effetto dei canti delle mondine per i bikers.

 

                                                               Franco “Lys” Dimauro      

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LANGHORNE SLIM – When the Sun‘s Gone Down (Narnack)

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E così alla fine Malachi DeLorenzo è diventato suo padre.

Le sue bacchette, quelle che picchiano sotto la chitarra di Langhorne Slim, il banjo di Charles Butler e il basso di Paul Defiglia, sono le stesse di quelle di Victor DeLorenzo. Analogo beat ruzzolante da busker, così come per certi versi simile è il country del suo datore di lavoro a quello delle Violent Femmes.

Medesimo è l’impatto di queste canzoni acustiche, di questo emo-billy zotico, di queste ballate contadine allo strampalato folk delle regine di Milwaukee e vicine le corde vocali del cantautore ebreo alle adenoidi di Gordon Gano.

Ma c’è pure, soprattutto sulla parte conclusiva di questo suo album di debutto, qualcosa che rimanda al rogue-folk straccione ed alticcio dei Pogues.

Superfluo dire che l’impatto sovversivo di dischi come i primi di quelle band è qui del tutto disinnescato, When the Sun‘s Gone Down non apre nessuna via veramente nuova alla musica tradizionale quindi se cercate la novità ad ogni costo non è qui che dovete andare a cercare ma altrove così come non è in questo pozzo che troverete l’acqua che vi disseterà se ultimamente vi siete abbeverati con le ampolle di piscio distillato di Wilco o Yo La Tengo.

Chi vuole divertirsi però si avvicini al bancone.

Stasera paga Langhorne Slim. 

Voi pensate a bere.  

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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