SID GRIFFIN – As Certain As Sunrise (Prima)

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Con l’andare degli anni Mr. Griffin ha elaborato uno stile roots perfettamente sovrapponibile a quello dei suoi maestri di sempre. Scemata la foga C&W dei suoi Long Ryders, è riuscito via via ad avvicinarsi sempre più alle forme stilistiche di una ballata country/folk tradizionale. As Certain As Sunrise è disco morbidissimo, a volte ai limiti dello stucchevole (Alibi Bye), con piccoli gioielli di artigianato acustico (ascoltate le trame chitarristiche e vocali di Evidence, del soffice haiku di Faithless Disciple o della cover di I Come and Stand at Every Door, veri manifesti dello “stato dell’arte” del Griffin odierno, NdLYS). Unica concessione al ritmo è Just Let Her Go, scritta da Doug Sahm e donata a Sid dal figlio Shawn, un honky tonk rurale buono per un hootenanny moderatamente audace. Per palati abituati ai gourmet raffinati di Gram Parsons e Chris Hillman.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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EXENE CERVENKA – Somewhere Gone (Bloodshot)

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Exene Cervenka, classe 1956, ha imparato a cantare. E noi ce ne fottiamo.

Perché per Somewhere Gone vale lo stesso discorso fatto di recente per Dave Alvin (anche qui suona tra l’altro Amy Farris, NdLYS): aria di ritorno a casa.

Forse, il segno della sconfitta di una generazione: quella che credeva di cambiare volto alla tradizione (Gun Club, Blasters, X, Rank & File, Horseheads, Del Fuegos, Jason & The Scorchers, ecc. ecc.) e che invece ha finito per suonare come Dolly Parton al raduno per i bovari con il cappello da cowboy.  

Sono 14 vignette di folk che vanno dal country nazional-popolare di Trojan Horse e Why Is It So? alle derive irish di The Willow Tree e Honest Mistake che  gli yankees troveranno buone per riempire come ovatta gli ambienti domestici autunnali ma che a noi europei fanno lo stesso effetto dei canti delle mondine per i bikers.

 

                                                               Franco “Lys” Dimauro      

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LANGHORNE SLIM – When the Sun‘s Gone Down (Narnack)

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E così alla fine Malachi DeLorenzo è diventato suo padre.

Le sue bacchette, quelle che picchiano sotto la chitarra di Langhorne Slim, il banjo di Charles Butler e il basso di Paul Defiglia, sono le stesse di quelle di Victor DeLorenzo. Analogo beat ruzzolante da busker, così come per certi versi simile è il country del suo datore di lavoro a quello delle Violent Femmes.

Medesimo è l’impatto di queste canzoni acustiche, di questo emo-billy zotico, di queste ballate contadine allo strampalato folk delle regine di Milwaukee e vicine le corde vocali del cantautore ebreo alle adenoidi di Gordon Gano.

Ma c’è pure, soprattutto sulla parte conclusiva di questo suo album di debutto, qualcosa che rimanda al rogue-folk straccione ed alticcio dei Pogues.

Superfluo dire che l’impatto sovversivo di dischi come i primi di quelle band è qui del tutto disinnescato, When the Sun‘s Gone Down non apre nessuna via veramente nuova alla musica tradizionale quindi se cercate la novità ad ogni costo non è qui che dovete andare a cercare ma altrove così come non è in questo pozzo che troverete l’acqua che vi disseterà se ultimamente vi siete abbeverati con le ampolle di piscio distillato di Wilco o Yo La Tengo.

Chi vuole divertirsi però si avvicini al bancone.

Stasera paga Langhorne Slim. 

Voi pensate a bere.  

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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SONGS:OHIA – The Magnolia Electric Co. (Secretly Canadian)

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L’etichetta è Segretamente Canadese, come (quasi) tutti i dischi di Jason Molina aka Songs:Ohia.

La musica, pure. Come (quasi) tutta quella di Songs:Ohia aka Jason Molina.

Ma questa, questa di The Magnolia Electric Co. Lo è più di tutte le altre.

Un album che è un trionfo di progressioni e cadenze prese in prestito a Neil Young.

Sacrificando il ghigno naif ed introverso dei precedenti dischi, il cantautore dell’Ohio costruisce, con la complicità di Steve Albini, un disco di Americana meno personale e meno intimo rispetto ai suoi canoni espressivi tanto da indurlo a cambiare nome al suo progetto che da questo momento diventa, appunto, la Compagnia della Magnolia Elettrica.

È un disco che reclama e rivendica l’esigenza, la voglia e i risultati, risicati dal punto di vista personale, di un cambiamento più o meno radicale, più o meno durevole, più o meno definitivo (Mentre tu eri impegnata a piangere sui miei errori passati, io ero impegnato a cambiare. E adesso sono cambiato recita desolato in apertura della struggente I’ve Been Riding with the Ghost)

Le nuove canzoni di Molina (Farewell Transmission e Almost Good Enough su tutte)  sono accovacciate su quest’epica ammalinconita di chi ha la necessità di affrontare le sfide anche quando sa che non arriverà mai a vincerne una.

Canzoni costruite attorno, non sopra, il dolore.

Lo circondano senza schiacciarlo.

Perché quando dividi con qualcuno o qualcosa il tuo tempo, impari ad amarlo.

Ti educhi a non poterne più fare a meno.

Anche quando quel qualcosa è la tua tristezza.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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