BYRDS – Byrds (Asylum)    

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Nel Marzo del 1973, una volta che le brevi ma intensissime esperienze di Crosby, Stills, Nash & Young e Flying Burrito Bros. sono già al capolinea creativo, la formazione storica dei Byrds pubblica sotto la pressione di David Geffen che li vuole per forza aggiungere alla scuderia della sua Asylum a fianco di Jackson Browne, Eagles e Joni Mitchell un nuovo, inaspettato disco.

Il risultato, inizialmente progettato col titolo provvisorio di Full Circle, viene battezzato e stampato col semplice nome della band in primo piano e la lista dei prestigiosi “volatili” coinvolti per esteso.

A dispetto dell’operazione vanagloriosa, Byrds viene silurato dalla critica sin da subito tanto da far naufragare immediatamente il sogno di una reunion più duratura.

Difficile comprendere le ragioni di tanto astio, visto che dal punto di vista compositivo ci si trova invece davanti al miglior disco della band californiana dai tempi di Sweetheart of the RodeoByrds è un disco di onesta musica americana.

Non ci sono più le chitarre che jinglano e janglano ma del resto si erano già zittite da un po’. L’impianto strumentale si è fatto più tradizionale (armoniche a bocca, mandolini, chitarre folk) ma quel che regna è un buon senso della misura e una scrittura ancora vivace, nonostante le distanze e gli scontri di ego che sono inevitabili in operazioni simili.

Eppure Byrds non è un noioso disco di country music.

Basterebbe ascoltarlo soffocando ogni pregiudizio per capirlo.

C’è dentro una gemma power-pop come Things Will Be Better ad esempio, che non avrebbe sfigurato dentro un disco dei Big Star.

Oppure quel piccolo miracolo di Long Live the King e il suo apparente disordine, in assoluto uno dei migliori pezzi dei Byrds di sempre e uno dei meno ascoltati. 

O una canzone da disfatta amorosa come Sweet Mary che Dylan avrebbe potuto scrivere al posto di Masters of War se solo avesse letto meno libri di politica.

Crosby regala pure una versione al ralenti di Laughing orfana della pedal steel di Jerry Garcia ma capace ancora di mettere i brividi e che è facile immaginare come una sorta di scala per il paradiso per i piedi nudi di Jeff Buckley.

E poi, ovviamente, dei country con gli speroni dorati come Full Circe, come la cover di Cowgirl in the Sand di Neil Young o come la gioiosa e avvolgente Borrowing Time.

Destinato ad una sorte immeritata ed ingiusta, Byrds è uno dei tanti piccoli dischi superflui di cui è impossibile fare a meno.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SID GRIFFIN – As Certain As Sunrise (Prima)

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Con l’andare degli anni Mr. Griffin ha elaborato uno stile roots perfettamente sovrapponibile a quello dei suoi maestri di sempre. Scemata la foga C&W dei suoi Long Ryders, è riuscito via via ad avvicinarsi sempre più alle forme stilistiche di una ballata country/folk tradizionale. As Certain As Sunrise è disco morbidissimo, a volte ai limiti dello stucchevole (Alibi Bye), con piccoli gioielli di artigianato acustico (ascoltate le trame chitarristiche e vocali di Evidence, del soffice haiku di Faithless Disciple o della cover di I Come and Stand at Every Door, veri manifesti dello “stato dell’arte” del Griffin odierno, NdLYS). Unica concessione al ritmo è Just Let Her Go, scritta da Doug Sahm e donata a Sid dal figlio Shawn, un honky tonk rurale buono per un hootenanny moderatamente audace. Per palati abituati ai gourmet raffinati di Gram Parsons e Chris Hillman.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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EXENE CERVENKA – Somewhere Gone (Bloodshot)

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Exene Cervenka, classe 1956, ha imparato a cantare. E noi ce ne fottiamo.

Perché per Somewhere Gone vale lo stesso discorso fatto di recente per Dave Alvin (anche qui suona tra l’altro Amy Farris, NdLYS): aria di ritorno a casa.

Forse, il segno della sconfitta di una generazione: quella che credeva di cambiare volto alla tradizione (Gun Club, Blasters, X, Rank & File, Horseheads, Del Fuegos, Jason & The Scorchers, ecc. ecc.) e che invece ha finito per suonare come Dolly Parton al raduno per i bovari con il cappello da cowboy.  

Sono 14 vignette di folk che vanno dal country nazional-popolare di Trojan Horse e Why Is It So? alle derive irish di The Willow Tree e Honest Mistake che  gli yankees troveranno buone per riempire come ovatta gli ambienti domestici autunnali ma che a noi europei fanno lo stesso effetto dei canti delle mondine per i bikers.

 

                                                               Franco “Lys” Dimauro      

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LANGHORNE SLIM – When the Sun‘s Gone Down (Narnack)

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E così alla fine Malachi DeLorenzo è diventato suo padre.

Le sue bacchette, quelle che picchiano sotto la chitarra di Langhorne Slim, il banjo di Charles Butler e il basso di Paul Defiglia, sono le stesse di quelle di Victor DeLorenzo. Analogo beat ruzzolante da busker, così come per certi versi simile è il country del suo datore di lavoro a quello delle Violent Femmes.

Medesimo è l’impatto di queste canzoni acustiche, di questo emo-billy zotico, di queste ballate contadine allo strampalato folk delle regine di Milwaukee e vicine le corde vocali del cantautore ebreo alle adenoidi di Gordon Gano.

Ma c’è pure, soprattutto sulla parte conclusiva di questo suo album di debutto, qualcosa che rimanda al rogue-folk straccione ed alticcio dei Pogues.

Superfluo dire che l’impatto sovversivo di dischi come i primi di quelle band è qui del tutto disinnescato, When the Sun‘s Gone Down non apre nessuna via veramente nuova alla musica tradizionale quindi se cercate la novità ad ogni costo non è qui che dovete andare a cercare ma altrove così come non è in questo pozzo che troverete l’acqua che vi disseterà se ultimamente vi siete abbeverati con le ampolle di piscio distillato di Wilco o Yo La Tengo.

Chi vuole divertirsi però si avvicini al bancone.

Stasera paga Langhorne Slim. 

Voi pensate a bere.  

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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SONGS:OHIA – The Magnolia Electric Co. (Secretly Canadian)

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L’etichetta è Segretamente Canadese, come (quasi) tutti i dischi di Jason Molina aka Songs:Ohia.

La musica, pure. Come (quasi) tutta quella di Songs:Ohia aka Jason Molina.

Ma questa, questa di The Magnolia Electric Co. Lo è più di tutte le altre.

Un album che è un trionfo di progressioni e cadenze prese in prestito a Neil Young.

Sacrificando il ghigno naif ed introverso dei precedenti dischi, il cantautore dell’Ohio costruisce, con la complicità di Steve Albini, un disco di Americana meno personale e meno intimo rispetto ai suoi canoni espressivi tanto da indurlo a cambiare nome al suo progetto che da questo momento diventa, appunto, la Compagnia della Magnolia Elettrica.

È un disco che reclama e rivendica l’esigenza, la voglia e i risultati, risicati dal punto di vista personale, di un cambiamento più o meno radicale, più o meno durevole, più o meno definitivo (Mentre tu eri impegnata a piangere sui miei errori passati, io ero impegnato a cambiare. E adesso sono cambiato recita desolato in apertura della struggente I’ve Been Riding with the Ghost)

Le nuove canzoni di Molina (Farewell Transmission e Almost Good Enough su tutte)  sono accovacciate su quest’epica ammalinconita di chi ha la necessità di affrontare le sfide anche quando sa che non arriverà mai a vincerne una.

Canzoni costruite attorno, non sopra, il dolore.

Lo circondano senza schiacciarlo.

Perché quando dividi con qualcuno o qualcosa il tuo tempo, impari ad amarlo.

Ti educhi a non poterne più fare a meno.

Anche quando quel qualcosa è la tua tristezza.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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