ARTO LINDSAY – Cuidado Madame (Ponderosa Music & Art)  

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Ad un certo punto della sua carriera, dopo una costante ed annuale presenza discografica di grande prestigio, Arto Lindsay decide di disertare dai giradischi e dai lettori cd e di trasformare il suo viaggio metafisico nella cultura brasiliana in viaggio vero. Travolto dalla febbre brasiliana, si dedica ad allestimenti e parate che esporta in tutto il “mundo civilizado”, Venezia compresa.

Il suo rientro artistico in veste di musicista arriva dunque come una graditissima sorpresa. Ed è un rientro che ha addosso ancora i colori carioca delle sue produzioni degli anni Novanta. Intrecciate su impalcature elettroniche e percussive anziché gocciolare come muco sui ritmi sincopati di una bossanova, le canzoni di Lindsay sembrano dei giganti ragni bionici che si inerpicano sulle pareti di cristallo di Brasilia. Cuidado Madame è un disco pulsante che sconfina intenzionalmente nella jungle, nel glitch-pop e nel trip-hop, erbe sintetiche che aggrediscono spesso il territorio lasciando però lo spazio per piccole aiuole di malinconia tropicalista quasi incontaminata (Seu Pai, Pele de perto). Ancora una volta siamo davanti ad un’opera architettonica che è “anche” musicale, al cospetto di un Brasile dove si intrecciano tribalismo arcaico e una fortissima spinta verso il futuribile, fedele alla sua tradizione eppure predisposto a tradirla. Come tutti gli uomini del mondo.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SLEAFORD MODS – English Tapas (Rough Trade)  

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Ostinazione e tenacia.

Fino a prendersi sempre più spazio tra le pagine delle riviste d’Oltremanica, farsi dedicare un film-documentario e approdare, dopo dieci anni d’artigianato, alla corte della Rough Trade.

Continuando a dire parolacce e ad essere uguali a nient’altro se non a se stessi.

La proposta del duo inglese potrà apparire alla lunga fastidiosa, soprattutto per chi della loro lingua comprende appena “the book is on the table” e “imagine all the people”, ma è di certo una delle più originali e anticonformiste dell’ultimo decennio.

Per chi non avesse ancora incrociato Jason Williamson e Andrew Fearn, diciamo che si tratta di una delle deviazioni più originali del post-punk di stampo Fall/Public Image che siano mai state ordite. Realizzate senza l’ausilio di alcuno strumento acustico o elettrico ma solo con basi ritmiche preregistrate, le canzoni degli Sleaford Mods si propongono come la cosa più proletaria e comunista uscita dalla contea di Nottingham dai tempi di Robin Hood.

Sleali tanto col rock quanto con l’hip-hop, gli Sleaford Mods sembrano ricongiungersi idealmente, senza ricalcarne gli stili, a quell’espressionismo caro a gruppi come Ex, CCCP, Calvin Party, Chumbawamba.  

English Tapas non cambia di una virgola questa attitudine priva di compromessi e man mano che scorrono queste nuove dodici canzoni, si ha ancora una volta  l’impressione di assistere più all’azione di due writers che si avventano sui muri delle periferie inglesi che di ascoltare un disco.

È l’immagine di un mondo che cova odio e rancori e brucia di sconfitte e di ingiustizie.

Ed è una immagine che pochi riescono oggi a trasmettere con tale forza.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ROLLINS BAND – Weight (Î-mä/gō)  

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Mandibole  e giugulari tirati fino allo spasimo, bicipiti e quadricipiti gonfi come tacchini, torso nudo, polpacci turgidi e pronti all’aggressione.

Ipertonico e carico di rabbiosa disciplina, Henry Rollins dà l’impressione che affronti ogni nuovo disco, ogni nuovo concerto come se dovesse affrontare un’altra sfida sul ring.

Rollins è uno che si avventa sulle canzoni. Le lavora ai fianchi con animalesco vigore e poi gli si scaglia contro.

Con possenza altèra, maschia, ferina cerca di dominarle e gode nel vederle dimenarsi affannate e doloranti sotto le suole cingolate dei suoi anfibi.

Sul ring con lui Sim Cain, Melvin Gibbs e Chris Haskett: dei secondi che non sono secondi a nessuno. “Pesi” massimi anche loro. Destinati a spaccare mascelle e tumefare il fegato degli avversari. 

Come il disco precedente (e parte di Dirty dei Sonic Youth, NdLYS), Weight è dedicato all’amico e coinquilino Joe Cole, ucciso davanti ai suoi occhi la notte del 19 Dicembre del 1991, dopo aver assistito a un concerto degli Hole (che a Cole dedicheranno l’intero Live Through This). E come quello è carico di una fisicità prorompente, incontenibile. Un manifesto quadrangolare della filosofia salutista di Mr. Rollins risolto in dodici canzoni che non conoscono la resa. Bagnate in un hard rock roccioso che padroneggia ganci e montanti e confonde l’avversario con l’elastica ma virile movenza del funky.

Senza abbassare mai la guardia.

Senza mai abbozzare un sorriso.

Senza mai gettare la spugna.

Mortificando il nemico.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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RAGE AGAINST THE MACHINE – Renegades (Epic)  

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A furia di sputare, Zack de la Rocha finisce per sputare anche addosso ai compagni.

All’alba del nuovo millennio e con soli tre album pubblicati nel giro di otto anni, i Rage Against the Machine sono all’empasse creativa, soprattutto a causa dei tempi biblici dello stesso vocalist che adesso minaccia fra l’altro di  chiedere altro tempo per dedicarsi ad un non meglio definito progetto in proprio che in realtà non partirà mai. Non nei sedici anni successivi perlomeno.

I rapporti si fanno incandescenti e l’unica alternativa per chiudere rapidamente il contratto con la Epic prima di far saltare in aria tutto il progetto Rage Against the Machine è quello di infilare sotto la porta dei capoccia un nastro di cover. Roba che possa essere in qualche modo manifesto di quella ribellione di cui la band è stata da sempre portavoce ma che possa essere registrata in fretta, senza concedere a Zack altro tempo per inventare slogan o dichiarazioni di guerra.

Renegades esce infatti, caso unico nella loro discografia, ad un solo anno di distanza dall’album che lo precede. Dentro, i RATM ci infilano un bel po’ della roba con cui sono cresciuti o che hanno condiviso assieme durante gli spostamenti in tour: MC5, Stooges, Minor Threat, Bob Dylan, Devo, Rolling Stones, Bruce Springsteen, Afrika Bambaataa, EPMD, Eric B. & Rakim, Cypress Hill, Volume 10.  

Canzoni vecchie e nuove. Che vengano dal folk, dall’hardcore, dal rap, dal punk poco importa. Quello che conta è che abbiano dentro la medesima rabbia delle loro. E ce l’hanno, tanto che ci accorgiamo che una I’m Housin’ e una Down on the Street, a ben guardare, erano due banchine che si affacciavano sulla medesima strada.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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WUGAZI – 13 Chambers (Doomtree)  

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Il mash-up album per eccellenza.

La più radicale fra le band hardcore punk e la più radicale fra le band hardcore rap.

Insieme.

Invitati a loro insaputa da Cecil Otter e Swiss Andy dentro la loro casa di 13 stanze.

I Fugazi e il Wu-Tang Clan, ignari gli uni degli altri, rotolano rime e riff mai banali. Il risultato, anche se ai confini della pirateria, è uno dei migliori dischi di crossover mai realizzati. Il migliore io abbia mai sentito dai tempi della colonna sonora di Judgement Night, che annunciava un’epoca che si è spenta prima di realizzare i capolavori che preannunciava. Quel capolavoro esce ora, sdoganando il Wu-Tang nella severa comunità hardcore e i Fugazi nell’altrettanto rigido ghetto dell’hip-hop americano. Facendoci sentire tutta la nostalgia per due band fondamentali della musica degli anni Novanta. E facendola scorrere con la freschezza che la nostalgia spesso disconosce.

Wugazi sono la realizzazione di un progetto di fusione spesso maneggiato con una superficialità che invece non meritava.

Lunga vita al Wu-Tang Clan.

Lunga vita ai Fugazi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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RAGE AGAINST THE MACHINE – The Battle of Los Angeles (Epic)  

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La nuova chiamata per l’adunata sediziosa di cui i Rage Against the Machine sono in qualche modo profeti e portavoce, arriva nel 1999, con un disco spettacolare ed esplosivo quanto i due che lo hanno preceduto che se stavolta non ci scoppia in mano è solo perché nei sette anni che lo separano dall’arrivo sulle scene della formazione californiana ci siamo abituati in qualche modo ad armeggiare con le sue polveri piriche senza far venir giù le mura di casa.

Facendola brillare all’esterno, possibilmente.

Così come era stata concepita.

Musica del ghetto. Fiera, antagonista, arrabbiata.

E si, i Fugazi non incidono per una major mentre loro no, lo so.

E si, nel frattempo la fusione metal-rap ha generato dei mostri che manco quando fu mescolato l’hard rock con la musica di Puccini. Però basta far decantare e la merda verrà a galla da se.  

E si, Zack de la Rocha continua a sobillare la folla e ad incitare alla rivoluzione sul “solito” tappeto di chitarre croccanti come un campo coperto da locuste.

Nessuna variazione sul tema, dal punto di vista musicale. Morello usa il suo strumento come Terminator X faceva coi suoi piatti, con l’intento di ferire. Le parole vengono snocciolate come la cartucciera di un AK47.

La ritmica è quadrata, precisa, scultorea. Adatta a modellare le deformità di questo mondo su parallelepipedi di granito.

Testify, Guerrilla Radio, Maria, Voice of the Voiceless, Sleep Now in the Fire, War Within a Breath sono gli ultimi salmi cantanti con rabbia contro la macchina.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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FUN LOVIN’ CRIMINALS – Come Find Yourself (Edsel)  

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Venti anni di Come Find Yourself.

E la prima cosa che mi salta in mente è: Dio come sono invecchiato.

Non avevo ancora una famiglia. La mia famiglia, all’epoca era la radio.

Era la terza edizione di Violent & Funky, il mio rock show del periodo, quando uscì questo disco che, radiofonicamente, era di una persuasività sconvolgente.

Aveva il groove e la sfacciataggine giuste per ruffianarsi metà dei miei ascoltatori. E se li ruffianò. Grazie soprattutto a “quel” famoso campionamento rubato a Pulp Fiction, che era il film più figo che c’era. E faceva tribù. Proprio come il mio rock-show, come ogni rock-show.  

Erano arrivati da New York, seduti con le facce da teppistelli chicani che sognano di diventare i papponi più ricchi e rispettati del quartiere su una decapottabile che gira per i vicoli della loro città. E avevano creato l’identico scompiglio generato da Licenced to Ill dei Beastie Boys più di dieci anni prima. Come loro, era difficile prenderli troppo sul serio, per via di quell’aria strafottente e di quelle chitarrone maleducate infilate dentro un suono grasso che sapeva di burro di arachidi e silicone. Ragazzacci che si erano imbucati alla festa con l’intento di far chiasso, toccare le chiappe alle invitate e pisciare dentro le brocche dei cocktail. Con un lessico approssimativo in cui le parolacce superano di gran lunga le congiunzioni.

Un fascino tamarro che la critica non poteva ufficialmente tollerare ma che tuttavia non era facile bocciare definitivamente perché quel suono a metà strada tra il funky sporcaccione di Barry White, il jazz ammiccante di Louis Armstrong e quello acido di Deodato, le ballate marpione del Lou Reed di Coney Island Baby e il rock più elementare, rozzo e “popolare” (tra i riff che fanno capolino quelli di Deep Purple e Lynyrd Skynyrd i più quotati) in qualche modo ingranava. Andando controcorrente rispetto alle cerebrali derive post-rock e math in cui il rock “colto” sta andando ad infognarsi.

Vincendo. Forse barando o usando la prepotenza. Ma vincendo comunque.

La Edsel ne celebra adesso il ventennale ostentando la pacchianeria esagerata che merita: triplo CD, edizione strumentale in picture disc, 10” supplementare con le sessions per la BBC, DVD e stampa firmata (più tour di supporto). Come fossero i Red Hot Chili Peppers. Dal cui pubblico attinsero un bel po’ di fans, condividendo con la band californiana il gusto per le pose eccessive, sopra le righe, volgarucce e qualunquiste.

E’ se è vero che di buona parte del materiale supplementare e delle sue decine di versioni remix, strumentali o censurate si può beatamente fare a meno, così come dei video con le gemme di neve posticce è facile trovare traccia in rete, è altresì vero che Come Find Yourself, con la pingue che questi venti anni gli hanno messo addosso, non ha perso un’oncia del suo fascino truzzo e del suo disimpegno improbo e sborroso. Anche se non ci sono più le ombre delle twin towers a tagliar loro la strada e i fratellini Ramone sono saliti in cielo usando gli ascensori dell’Empire State Building.

Stick ‘Em Up Punk, It’s The Fun Lovin’ Criminals.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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