PUBLIC IMAGE LTD. – Ceci n’est pas une pipe

0

Nel 1978, mentre Sid Vicious massacra a coltellate Nancy Spungen e Paul Anka uccidendo di fatto il punk, Johnny “il marcio” ridiventa Lydon e dà vita al dopo-punk: recluta il primo eroinomane chitarrista dei Clash (Keith Levene), un altro reduce dei gloriosi “Four Johns” (John Lydon, John Richtie aka Sid Vicious, John Gray e appunto John Wardle aka Jah Wobble amavano farsi chiamare così quando andavano in giro a contrarre epatiti nei giorni di fuoco del punk, NdLYS) e il batterista dei canadesi Furies (Jim Walker) per allestire una delle più alienanti formazioni del post-punk britannico. Perfetta prosecuzione ideologica del dissacrante breve sputo punk dei Sex Pistols, i Public Image Ltd. sono una camera da elettroshock sulle cui sbarre il ghigno da malato psichiatrico di Lydon può fracassarsi gli ultimi denti buoni rimasti.

First Issue è divorato dal di dentro.

Al di là del “facile” ma vincente assalto punk del manifesto Public Image, il primo album del gruppo inglese è un padellone ammorbato da un’ossessiva, angosciosa e maniacale ricerca del brutto. Dall’atmosfera greve e medievale dell’introduttiva Theme fino al dub nazista di Fodderstompf passando per l’arte oratoria e teologica resa manifesta in Religion I e per il marziale tormento di Annalisa, First Issue ci accoglie in una camera di tortura dove urla agonizzanti e maniacali, chitarre lancinanti e scomposte e ritmi ossessivi e pesi ci calano addosso come una condanna a morte. Ancora più nichilista di Never Mind the Bollocks, il primo album dei Public Image Ltd. ancora oggi fatica a passare per radio. Le conclusioni, per una volta, provate a trarle da voi.

 

Il secondo atto dei Public Image è un disco deforme e oltraggioso che si nega alla bellezza, schivandola con un atto supremo di abnegazione. Metal Box è il raschiamento uterino del ventre fecondo del dopo-punk. Particelle di suono che collidono e si sfregano mentre vengono risucchiate nel vortice ingordo di un buco nero. Public Image creano un disco insano e spettrale evitando la facile trappola della messinscena gotica ed ossianica dei nuovi vampiri del dark.

Per questo, per questa sua totale assenza di ogni “appiglio” letterario, il pozzo dentro cui ci fanno scivolare i PiL è ancora più infido e profondo. Ancora più osceno e crudele. Liberando i demoni interiori (tra cui quelli della morte di mamma Lydon, cui Johnny dedica un singolo tutto per lei intitolato Death Disco nell’estate dello stesso anno, NdLYS), Metal Box ci mette davanti allo spettacolo nudo delle nostre atrocità, scuoiando la musica bianca e innestando sotto la sua carne la polvere d’amianto liofilizzata del dub, creando un mostro macilento e sfigurato che si agita sotto una paranoia che ha la densità dell’acqua ristagnante. Un lavoro sfibrato e sfibrante anche nel formato (raccolte in tre dischi separati, le dodici tracce costringono l’ascoltatore a fare visita al piatto stereo ogni dieci minuti, come un cancro alla prostata, NdLYS) dove il salmodiare monocromatico e agonizzante di Mr. Lydon galleggia esanime come una rivoltante Leucòsia del disgusto sopra un fondale di rumori, sibili ed effetti di synth e chitarre che di Veleno non hanno solo il nome.

Metal Box è impermeabile ad ogni sorriso. Ad ogni anelito d’amore.

Non conosce la pietà ne’ la compassione, non conosce la misura del perdono e neppure i limiti del peccato. Non conosce l’alternanza delle stagioni, la lenitiva carezza del tempo, la saggezza delle rughe, la tenerezza di un abbraccio.

Solo l’austera e spietata disciplina della crudeltà.

 

L’intransigenza artistica di John Lydon si spinge ancora oltre gli orrori di First Issue e Metal Box porgendo sul tavolo della Virgin una beffa travestita da boquet di fiori intitolata Flowers of Romance. I Public Image trascinano il post-punk giù per le scale dei Townhouse Studios e ne registrano il rumore.

Nessuna canzone, dentro il terzo album dei Public Image. Solo un gran fracasso di pentolame e un malato di meningite che farnetica sbattendo le porte.

Il terzo Public Image è l’apoteosi dei tamburi e di Nick Launay che quei suoni riesce a catturare con una focalizzazione dello spettro sonoro quasi fotografico, tanto da stuzzicare gente dal palato non proprio facile come Kate Bush e Phil Collins. Avete presente quel pattern che “veste” quasi per intero In the Air Tonight? Ecco, anche se l’accostamento tra l’eleganza nerovestita (e poi trattata col “suo” gated reverb) di Collins e i deliri psicopatici di Lydon sembrano oltremodo azzardati, tutto inizia proprio da qui, dalla follia terminale di un disco invendibile come questo, sgombro di ogni frivolezza, austero nella sua anarchia severa. Un treno di latta che sfreccia traballando sui binari scardinati di una musica incollata a fatica, metafisica, volubile, privata di qualsiasi legame molecolare. Flowers of Romance è la certificazione dei Public Image come elemento deviato nella tavola periodica del dopo-punk inglese.

 

I Public Image, o quel che ne rimane (Lydon e Atkins), rientrano nel loro corpo nel 1984. Per non uscirne più. Da questo preciso momento quella che era una delle formazioni più evanescenti ed estreme della new-wave inglese diventa con This Is What You Want…This Is What You Get una band abbastanza ordinaria, trasformando la fortissima ed irrequieta componente ritmica di un capolavoro come Flowers of Romance in una decisa spinta disco-funk che crea una definitiva spaccatura con il claustrofobico ed annichilente vuoto d’aria dei tre dischi precedenti. Ne rimane appena qualche traccia in un paio di episodi della “…This Is What You Get”-side. Per il resto, il deforme splendore cede per la prima volta alle lusinghe dello specchio, compiacendosi della propria fisicità e regalando al mondo per la prima volta “quello che cerca”: una canzone da cantare. Pur se con le dita nel naso.

 

Interrogato a proposito della sua creatura, John Lydon aveva dichiarato “nessuno di noi è un musicista. Siamo più che altro degli operai, dei macchinisti al servizio di una fabbrica chiamata Public Image”.

Era vero.

Verissimo.

Cosicché per realizzare il loro primo vero capolavoro “musicale”, Lydon recluta alcuni dei musicisti migliori sulla piazza. Gente che solo un matto avrebbe pensato di mettere insieme a forma di gruppo vero: Steve Vai, Ryuichi Sakamoto, Ginger Baker dei Cream, Tony Williams (del giro di Miles Davis), Bernie Worrell dei Funkadelic, il violinista indiano Shankar, Malachi Favors dell’Art Ensemble of Chicago, addirittura Ornette Coleman (anche se il suo contributo non venne mai registrato e resta nell’aura della leggenda). I PiL di Album sono la superband per eccellenza: dodici musicisti in grado di fare di fare la differenza e costruire da quella carpenteria fatiscente una delle migliori architetture pop della metà degli anni Ottanta.

Dodici apostoli al servizio del Dio Lydon, esattamente nove anni dopo la sua crocifissione.

Se il disco precedente aveva azzerato l’impeto sperimentale dei primi anni, il nuovo “Album” è il decisivo salto nella nuova dimensione bidimensionale di una musica inoffensiva, costruita ad hoc per scavalcare le mura del disinteresse popolare dietro cui i Public Image si erano volutamente fortificati per anni.

A parte la voce di Lydon, incapace di adattarsi a più di una nota, tutto dentro Album suona perfettamente modellato per raggiungere l’obiettivo di una nuova ingegneria pop/rock costruita a testa d’ariete dove nulla è lasciato al caso, neppure gli indomabili assolo di Steve Vai che sembrano voler sfuggire alle redini. Tutto fa parte di un unico abile schema di gioco, di boccacce ed imprecazioni ben studiate, capaci di piccoli splendori pop come RiseF.F.F. o Home. Che era “quello che volevamo” e quello che, alla fine, ci è stato dato.

 

È la chitarra più innovativa di tutta la new-wave inglese a lampeggiare dentro Happy?, il disco che dopo la scorpacciata di session men di Album, riassetta i Public Image a forma di band vera. Oltre a John McGeoch a fiancheggiare Lydon ci sono stavolta Lu Edmonds (già con Damned, Mekons e Shriekback), Allan Dias e Bruce Smith (Rip, Rig + Panic, Pop Group, Slits). Alla produzione c’è però Gary Langan, una delle menti dietro il progetto Art of Noise e una delle mani dietro i progetti di pop ballabile più riusciti dell’Inghilterra degli anni Ottanta (Billy Idol, ABC, Spandau Ballet, Nik Kershaw, Hipsway, Belouis Some, Scritti Politti o la famosa Owner of a Lonely Heart degli Yes). Il suono da lussuriosa pattumiera dance in cui Happy? si infogna subito dopo l’anthem Seattle che lo inaugura è dunque in gran parte demerito suo ma non è una sua esclusiva. Lydon ama già da un po’ rivestire di plastica la sua musica, adeguarla ai tempi. Era già successo con This Is What You Want…This Is What You Get e con Album. Happy? è dunque una replica di quei toni funky sfarzosi che i Public Image hanno sostituito al tribalismo metallico dell’epoca Levene/Wobble/Atkins.

I PiL ribadiscono il valore della superficialità contrapposto a quello del tormento, della felicità presunta al livore sincero. Hanno trovato la maniera di farsi accettare dal mondo rivendendogli la sua stessa immondizia, impacchettata e lustrata a dovere. Johnny il Marcio (che adesso, dopo otto anni di causa legale contro Malcolm McLaren, può tornare ad usare il suo vecchio appellativo dei giorni punk) continua a farsi beffe di noi.

 

La domanda inaugurale è la medesima che campeggiava sul vecchio disco: Felice?

Di certo Mister Lydon sembra più felice adesso di quanto lo sia mai stato in passato. Come se avesse imparato a convivere con se stesso e con gli altri. Non sappiamo se sia una felicità vera, e il punto interrogativo non fa che confermarci i dubbi in merito ma di certo la musica dei PiL è diventata nel tempo sempre più allegra, baldanzosa e apparentemente spensierata. 9 è l’ultimo bagno nella merda pop del decennio che ci stiamo ormai lasciando alle spalle. Un tripudio di enfatica musica colorata con i peggiori smalti degli anni ’80 e che allo stesso tempo anticipa la passione per i ritmi sintetici del Lydon solista che verrà (l’Hi-NRG di Warrior). Dentro le nuove dieci canzoni scorre tutta la plasticazza funk degli anni Ottanta, anche quella più becera (Like That è quasi una italo-disco) e non per niente al lavoro di produzione c’è quel Stephen Hague che ha modellato il suono di band come Erasure e Pet Shop Boys.

Perdonabile solo perché a proporcela sono Lydon e McGeoch. E perdonabile a fatica anche tenendo conto di queste attenuanti.

Sembra di stare dentro un disco degli INXS o dei New Order. Con in più la voce salmodiante di John Lydon, il che non è detto sia una ragione in più per star comodi. Anzi, forse il contrario. Dietro di lui, nei momenti migliori e peggiori del disco, un coro di voci nere che sembrano uscite dal cast di Sister Act. I PiL scivolano via come su una buccia di banana.

 

Bella la copertina di That What Is Not dei PiL.

È un po’ la pipa di Magritte.

Ma no, non è una pipa.

E no, non è neppure quell’altra cosa con le consonati diverse.

Però da quell’impressione. E di impressioni spesso si muore.

That What Is Not è infatti morto sul nascere, per la critica. Senza neppure aspettare il primo vagito.

E invece è un album fichissimo, se non ci si ferma aspettando Godot con la speranza che i PiL tirino fuori un altro di quei dischi applauditi da tutti che in realtà hanno ascoltato solo in dieci.

Perché i PiL sono ormai una band di new-wave traslucida e volgare. Che può permettersi di pagarsi i fiati dei Tower of Power ma continua a fare pernacchie e linguacce. Che ha il miglior chitarrista di tutto il post-punk ma lo costringe a suonare come il guitar axe di una band di NWOBHM. Che dà alla gente “quello che vuole” sapendo che la gente non sa quello che cerca.

Che può sfoderare ancora bigiotteria sfavillante, come Covered, come Acid Drops, come Emperor, come Love Hope, come Luck’s Up sapendo che le gazze arriveranno in picchiata sfracellandosi il becco a terra per un culo di bottiglia che però sembra quel che non è. Come tutti noi.   

 

Non doveva esserci futuro per i sogni inglesi e per quelli personali. E invece John Lydon il futuro se l’è preso tutto e quel futuro è adesso un presente in cui abita sempre meno a disagio, tra vita casalinga, reality show e ritorni più o meno programmati alla sua dimensione artistica, finanziata anche attraverso i grossi guadagni ricevuti come testimonial pubblicitario.

This-Is, il disco realizzato a venti anni dal precedente, dimostra come oltre ad aver dissipato gran parte della sua fortuna finanziaria, Lydon abbia smarrito anche una buona parte di ispirazione. Cosicché i ragazzini che dovessero iniziare ad avvicinarsi alla band attratti da un fuorviante “questi sono i PiL” si porterebbero a casa in realtà solo una pallida copia.

Ne rimane, quello si, qualche tratto. La voce fastidiosa da suocera petulante di Lydon ovviamente. Ché quella è e quella rimarrà per sempre. La batteria incalzante. Certe divagazioni reggae. A quelle si aggiunge stavolta più di una tentazione elettronica, tentazione in cui il buon John è già caduto col suo disco solista e nella collaborazione con i Leftfield nel tentativo un po’ goffo di dimostrare di essere, fra l’altro, anche il papà dei Prodigy. Ne viene fuori un disco molto pasticciato, dove qualche buona idea (Human, Deeper Water, Reggie Song) si trascina dietro una lunghissima zavorra di canzoni inconcludenti che “sono i PiL” eppure non lo sono.

 

John Lydon alle prese con un wc guasto.

John Lydon che dice parolacce, come quando era un ragazzino coi capelli verdi.

In mezzo, altre nove canzoni.

Questo, succintamente, il contenuto di What the World Needs Now…, decimo disco nella scomposta colonna discografica dei PiL.

Come il disco precedente, quello che ne sanciva l’ufficiale rientro in scena, questo nuovo spara un po’ a salve. Anche se, va detto, il senso di diffuso fastidio che era percepibile su This-Is qui è mitigato da scelte musicali e registri vocali meno insistenti e ripetitivi. Che poi questi tiri non sempre vadano a segno è un dato di fatto ma del resto quella dei PiL non credo sia voglia di alimentare una nostalgia che, in virtù di una discografia zigzagante dall’ermetismo più assoluto alla disco music, non è mai sbocciata in nessun vivaio, se non per qualche singolo vaso.

I Public Image hanno sempre navigato a vista fra onde di odio e di amore, insomma. Alimentando il malcontento sin dalla prima strofa della prima canzone. Facendo dischi in cui tutti cercano non si sa bene cosa e tornandosene a casa con la consapevolezza di non averla trovata, qualunque cosa fosse. Un plotone di marines cui il sergente Lydon impartisce ordini come Hartman nella camerata di Full Metal Jacket.

Quei cessi li voglio così lustrati e sfavillanti che di venirci a fare i suoi bisogni ne dovrebbe essere orgogliosa anche la Vergine Maria!

Signorsì signore.

 

Franco “Lys” Dimauro

1980-photos-of-Public-Image-Ltd-at-American-Bandstand-57

ALMAMEGRETTA – Imaginaria (BMG/RCA)

0

Dedicato alla memoria del grande Bim Sherman, Imaginaria segna il ritorno degli Almamegretta dopo il tonfo artistico di 4/4, album che chiudeva poco dignitosamente un ciclo, mostrando tutte le debolezze di un gruppo alla ricerca di una via per sciogliersi da un passato ingombrante: laddove Sanacore 1.9.9.5 era un disco perfetto nella sua fusione di elementi tradizional-popolari e di riverberi di dub giamaicano, una sorta di camera d’eco allestita tra i vicoli di Napoli, i suoi successori (questo incluso) vivono di imperfezioni, di traiettorie diverse, multiformi ma non sempre azzeccate.

Facile quindi avviarsi prevenuti all’ascolto di Imaginaria.

Che invece non è un brutto disco, anzi.

Se riuscirete a non fermarvi al primo ascolto, lo vedrete crescere tra le mani, ascolto dopo ascolto, man mano che si schiuderanno le sue dodici gemme di dance cosmopolita in cui convivono arie mediterranee, partenopee, mediorientali, arabe, tropicali, immerse in un groove ipnotico ad ogni livello di BPM.

Imaginaria è un disco totalmente immerso nella club culture, molto vicino per atmosfere al lavoro di un gruppo come i Transglobal Underground.

Caña, ad esempio, rispolvera il vecchio Raiss muezzin-ragga ed è un piacere riscoprirselo così distante ma ben saldo nella nostra memoria.

Fa’ ammore cu’ mme è il Sanacoredubstylee proiettato nel 2000, unica evoluzione possibile di quel dub che rimbalzava tra le pareti ammuffite della casbah partenopea. Pa’ Chango è house che ti martella il cervello prima di travestirsi di rigore ragga nella conclusiva Rubb Da Dubb.

Imaginaria # 2 è vapore peso, sillabe che rimbalzano panpottando sui canali stereo, Mergellina ’70 corre tra le onde in cui poi si immerge Rubayyat: sparatela con le casse rivolte sulla spiaggia deserta delle tarde ore estive e vedete l’effetto che fa.

Il resto è ancora musica degli Alma, in equilibrio sul ritmo, piena e robusta (sentite la batteria di ‘E guagliune d’o sole, con un lavoro di produzione enorme), satura di orgoglio sudista e prodiga di scintillii tecnologici, come se ogni periferia del mondo fosse attirata da una forza centripeta verso il suo centro.

Imaginaria sono gli Almamegretta qui ed ora.

E vale la pena tuffarcisi dentro.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

imaginaria

ASHES – Corpus (Compagnia Nuove Indye)  

0

La location è il Greenpoint Studio di Brooklyn.

Eraldo Bernocchi è il primo ad arrivare. Si prepara un thè berbero e accende le sue macchine. La stanza si riempie di odori e di suoni che sono il riverbero denso di quei vapori.

Bill Laswell arriva dopo qualche altra fetta di orologio. Ha addosso il suo cappello di lana e un Fender Precision in spalla. Srotola il cavo e lo aggancia all’ingresso di una serpentina di pedali, poi accende l’amplificatore.

Quando Reeno “Rais” entra nello studio, un blob gelatinoso di suoni lo avvolge. Eraldo e Bill gli indicano le cuffie con un cenno del capo. Lui le indossa e si avvicina al microfono. Poi, schiude la bocca e abbassa le palpebre.

In quei tre quarti d’ora di trance, quelle che dovevano essere le session di prova per la realizzazione di un disco a tre teste diventano il master definitivo di Corpus. Registrato in una sola take. Perché Laswell, impressionato dalla voce di Reeno, vuole catturarne lo spirito, aspirarne il dolore come John Coffey con gli altri ospiti del Braccio E di Cold Mountain.

Corpus è l’incontro estemporaneo di tre pittori dell’anima. Una miscela alchemica che si esprime su un flusso dub carezzevole e straniante, proiettando ombre cinesi deformate dalle profondità del basso di Laswell, dal canto muezzin del Rais e dalle piccole scatole magiche di Bernocchi. È il periodo in cui la musica degli Almamegretta è affascinata dall’opportunità di lasciarsi sfigurare dal dub, di lasciarsi manipolare, plasmare, impastare da altri. È dunque il momento propizio perché un progetto come Ashes prenda forma e venga fuori con la naturalezza e lo spirito viaggiante di cui si fa voce, a cui dà “corpo”, appunto.

Fuori dal Greenpoint passano gli ebrei che vanno al macello, poi una fila di fedeli col capo coperto, poi uno stormo di gabbiani, poi dei dromedari, finchè una chiusa di acque sommerge tutto.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

download (3)

THE CLASH – Black Market Clash (Epic)  

4

Don Letts fu un personaggio chiave per l’innesto della musica reggae e della cultura punk. Il suo piglio guerrigliero e teppista e la sua incrollabile fede nel sostegno delle cause della minorità giamaicana nella periferia londinese diventano simbolicamente l’icona di un legame ribelle che unisce le istanze punk e quelle dei diritti civili di cui molta musica giamaicana si fa portavoce. I dreadlocks di Letts sono le funi che legano Bob Marley ai Clash insomma. Le sue liane rasta sono immortalate sulla copertina di Black Market Clash (e della successiva versione ampliata di Super Black Market Clash), il dieci pollici pubblicato dalla Epic tra i due monumentali dischi dei Clash della fine degli anni Settanta. Dentro ci sono i Clash guerrieri degli esordi e i Clash liquefatti nel dub di fine decennio. Sono identici a quelli dei loro album, ma catturati negli episodi “minori” (le B-sides di White Man, English Civil War, Complete Control e London Calling, la Capitol Radio che era arrivata solo ai lettori del New Musical Express), attraverso un inedito assoluto (la cover di Time Is Tight di Booker T & The M.G.’s che i Clash usavano spesso per testare gli impianti dei loro concerti) e quel grandissimo capolavoro di reggae barricadero che è Bankrobber (per cui i Clash realizzarono anche un video durante la session di registrazione convincendo i loro roadies ad aggirarsi con le bandane al volto nei pressi di un’agenzia dell’Allied Irish Bank della città, tanto da provocarne l’arresto-lampo con l’imputazione di tentata rapina) e la sua versione vista attraverso gli specchi deformanti del dub che è Robber Dub. La sua versione “Super”, a parte qualche imperdonabile imprecisione nella scaletta, aggiungerà altra merce rara al già prezioso banco merci del bazar dei Clash che a quel punto era già chiuso da sette anni.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

theclash-blackmarketclash-lprecord-118333

ALMAMEGRETTA – Lingo (BMG/RCA)

0

Facile.

Fin troppo facile avanzare parallelismi tra il nuovo lavoro del gruppo partenopeo e i due dischi finora messi in cantiere dagli inglesi Massive Attack.

Come la musica della formazione di Bristol, quella degli Almamegretta si rivela permeabile ai nuovi suoni e alla nuova sensibilità elettronica rivendicandone radici profonde che affondano nell’humus tribale della terra d’Africa e, più in generale, del Sud del mondo.

Hip hop, ragga, trip hop, soul, drum ‘n bass, dub, techno e musica popolare convergono alla ricerca del definitivo suono etnico del terzo millennio.

E ancora come ama fare il gruppo inglese, Raiss e soci hanno aperto le porte della loro musica ad un numero ricchissimo di guest: si va da Pino Daniele a Dre Love (rapper dei Radical Stuff, la old-school del rap italiano), da Marcello Colasurdo a Nick Page dei Transglobal Underground, da Dave Watts dei Fun*Da*Mental a Bill Laswell ed Eraldo Bernocchi (che proprio assieme a Raiss realizzarono il fantastico Corpus che vi raccomando caldamente, NdLYS), tanto che in qualche episodio si rischia addirittura di smarrire la strada e confondere i ruoli ed ecco che i protagonisti, come per magia, sembrano diventare ospiti e viceversa.

In apparente antitesi con quanto affermato fino a poco tempo fa (non dimentichiamo che sono stati loro i profeti e gli alfieri della “battuta lenta” in Italia) i nostri stavolta pigiano il pedale sul ritmo.

A volte anche parecchio.

Succede in almeno in un paio di episodi di Lingo, a mio parere i meno riusciti.

Il dub resta solo a livello emozionale, mentre sono invece i suoni cibernetici più attuali a fare da filigrana alla voce sempre eccezionale del Raiz.

Se avete amato il Karmacoma E.P. e le Sanacore Reprises di qualche tempo fa, fatevi sotto senza timore alcuno. Altrimenti lasciate che siano le vostre orecchie a guidare la mano al portafogli, e non il contrario.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

PiL – Metal Box (Virgin)

0

Il secondo atto dei Public Image è un disco deforme e oltraggioso che si nega alla bellezza, schivandola con un atto supremo di abnegazione. Metal Box è il raschiamento uterino del ventre fecondo del dopo-punk. Particelle di suono che collidono e si sfregano mentre vengono risucchiate nel vortice ingordo di un buco nero. Public Image creano un disco insano e spettrale evitando la facile trappola della messinscena gotica ed ossianica dei nuovi vampiri del dark.

Per questo, per questa sua totale assenza di ogni “appiglio” letterario, il pozzo dentro cui ci fanno scivolare i PiL è ancora più infido e profondo. Ancora più osceno e crudele. Liberando i demoni interiori (tra cui quelli della morte di mamma Lydon, cui Johnny dedica un singolo tutto per lei intitolato Death Disco nell’estate dello stesso anno, NdLYS), Metal Box ci mette davanti allo spettacolo nudo delle nostre atrocità, scuoiando la musica bianca e innestando sotto la sua carne la polvere d’amianto liofilizzata del dub, creando un mostro macilento e sfigurato che si agita sotto una paranoia che ha la densità dell’acqua ristagnante. Un lavoro sfibrato e sfibrante anche nel formato (raccolte in tre dischi separati, le dodici tracce costringono l’ascoltatore a fare visita al piatto stereo ogni dieci minuti, come un cancro alla prostata, NdLYS) dove il salmodiare monocromatico e agonizzante di Mr. Lydon galleggia esanime come una rivoltante Leucòsia del disgusto sopra un fondale di rumori, sibili ed effetti di synth e chitarre che di Veleno non hanno solo il nome.

Metal Box è impermeabile ad ogni sorriso. Ad ogni anelito d’amore.

Non conosce la pietà ne’ la compassione, non conosce la misura del perdono e neppure i limiti del peccato. Non conosce l’alternanza delle stagioni, la lenitiva carezza del tempo, la saggezza delle rughe, la tenerezza di un abbraccio.

Solo l’austera e spietata disciplina della crudeltà.     

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

download (1)

THE CLASH – Sandinista! (Columbia)

0

Tre dischi, sei facciate.

Sandinista! si annuncia subito, sin dal formato, un gigante.

Prima di riuscire a guardarlo negli occhi dovrai faticare come Ercole.

E non è detto ci riuscirai.

Scommetto che c’è ancora chi non ce l’ha fatta dopo trenta anni.

E sono sicuro di vincere.

Nessun grande gruppo si era ancora spinto a tanto.

Non i Beatles e nemmeno i Rolling Stones.

Non i Led Zeppelin e neppure i Pink Floyd.

Una torre di Babele di vinile nero dentro cui scorrono tutte le lingue del mondo.

Un triplo imperfetto che sarebbe stato un doppio perfetto.

Si sa, lo si è già detto.

Mick Jones ha l’elmetto in copertina ma chi si aspetta un disco di mitragliate è la prima vittima. Chi odia Sandinista!, e saranno in tanti, lo fa da subito, dall’attacco disco-funky di basso e batteria di The Magnificent Seven: i Clash hanno lasciato questo pianeta.

Sandinista! è un disco di musica nera suonata da bianchi.

Anzi, un disco di musica nera arrabbiata suonata da bianchi arrabbiati.

Non è nato per piacere ma per creare disgusto, per essere maltrattato.

Perché va bene sporcarsi con la musica dei rude boys, ma con la disco music, il soul di Phil Spector o la musica sudamericana è qualcosa che allora, nel 1980, nessun punk avrebbe loro perdonato.

E i punk sono ancora, in quel periodo, il loro pubblico.
Ma chi cazzo si credono di essere?”

E invece la domanda sarebbe dovuta essere “Dove vogliono portarci?”.

Nel quarto mondo che sarebbe arrivato e che allora veniva ancora nascosto e taciuto dal capitalismo occidentale. Ecco dove voleva portarci, e ci portò Sandinista!. Ecco perché ne proviamo ancora fastidio, come quando ci fanno vedere i bambini affamati all’ora di pranzo, nella pausa tra il nostro secondo di carne grassa e il dessert alla frutta tropicale.

Musicalmente qui dentro nascono e convivono gomito a gomito, ma questo nessuno poteva saperlo, sia i Big Audio Dynamite (The Leader, The Call Up) che i Mescaleros (Let’s Go Crazy, Version City). Del rock barricadero dei Clash resta poco se non l’urgenza di tracce come Up in Heaven, Somebody Get Murdered o della cover di Police on My Back.

I Clash giocano e si prendono in giro, divertendosi a far cantare la loro Career Opportunities a due bambini, affidando simbolicamente alla nuova generazione il messaggio lanciato dal loro primo album.

Sandinista! è questo e moltissimo altro ancora, per chi vuole ascoltare.

Vi obbliga a perdere parte del vostro tempo prezioso, a prendere posizione, anche nei suoi confronti.

O sei dentro, o stai fuori.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

clash_lite_2.jpg

 

ALMAMEGRETTA – Sanacore 1.9.9.5. (Anagrumba)

0

Se la metamorfosi degli Almamegretta da ordinaria formazione funky/R ‘n B a gruppo meticcio era stata prodigiosa, non meno portentoso fu lo scarto tra Animamigrante e il successivo Sanacore 1.9.9.5. destinato a trasformare una formazione di nicchia in una delle più riconosciute realtà della world-music mondiale.

Un disco dal sapore fortissimo. Un couscous speziatissimo, incrocio perfetto tra le musiche in levare della tradizione giamaicana, le rarefatte profondità del dub, la malinconia appassionata e drammatica della musica melodica napoletana, gli odori mediterranei ed arabi che riempiono l’aria del golfo di Napoli.

L’intuizione iniziale, ovvero la compatibilità tra le musiche di estrazione caraibica e quelle della nostra tradizione popolare portata avanti dalle formazioni italiane dei primi anni Novanta (Sud Sound System, 99 Posse, Papa Ricky, Pantarei, Agricantus solo per citare le più famose), viene qui elevata ad un livello superiore di compenetrazione, di fusione per assimilazione ed assorbimento gastrico. 

È la creazione di un amalgama pastoso dove l’incastro tra elementi melodici partenopei e rotondità dub, tra strumenti tradizionali e gingilli elettronici, tra echi africani e dialetto napoletano raggiunge una perfezione estetica impossibile da superare.

E che difatti non verrà superata.

Un bolo di terra del Sud appiccicato al palato di Raiss, che proprio con questo album si impone come la migliore nuova voce della musica italiana.

È il suo inconfondibile timbro roco da muezzin del Vomero a dare ulteriore carattere a canzoni come Maje, Nun te scurda, ‘o sciore cchiù felice, Se stuta ‘o ffuoco, Pe dint’e viche addò nun trase ‘o mare e i due capolavori Ammore nemico e Scioscie viento, così come è la sapiente mano del Re Mida del dub Adrian Sherwood ad aggiungere profondità espressiva alle lentezze del campionatore fatato di D.RaD e del basso radicale di 4mx. Nomi da robot alieni per una delle musiche più terrene mai prodotte in Italia. Un enorme albero secolare piantato al centro del Mediterraneo capace di risucchiare con le sue radici il succo vitale dell’intero Pianeta Terra.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro   

Sanacore__cac09c420f4193e4e7e3a6171313dbc5

AFRICAN HEAD CHARGE – Songs of Praise (On-U Sound)

0

L’Africa è un posto di una bellezza violenta e violentata.

L’Africa è da sempre il secchio dove il mondo occidentale mette la sua merda. La terra dove ci macchiamo dei peccati più infami e dove cerchiamo di lavarli con le adozioni a distanza. Dove spediamo armi e cibo, spesso sulle stesse navi.

L’Africa è quel Continente che ci toglie la fame mentre stiamo stravaccati sul divano a ingozzarci di patatine e cereali ai grassi idrogenati.

L’Africa è un Continente scomodo che ci fa comodo.

Io non ho i soldi per andare nemmeno all’Idroscalo, figurasi in Africa, che poi si spartiscono tutto le ASL per i vaccini e l’agente di viaggio con le Hogan ai piedi e l’aria di chi ha girato tutto il mondo ma a spese tue.

Però a un giro in Africa di tanto in tanto non rinuncio.

La mia Africa si chiama African Head Charge.

Non è un’Africa del tutto incontaminata ma non è nemmeno quella sotto vetro che ti offrono nei villaggi turistici.

È però un’Africa fiera. Un’Africa di canne d’avorio, di canti sciamani, di campanacci e unghie di capre selvagge ma, soprattutto, di tamburi. Perché il progetto African Head Charge nasce dall’idea di un percussionista ghanese, Bonjo I. Bonjo è Africano nel sangue e nel ritmo ma londinese di adozione. Sbarca nella capitale inglese alla fine degli anni Sessanta e presta i suoi servigi per Dandy Livingstone, il rude boy divenuto famoso per Rudy, A Message to You. Finirà quindi in pianta stabile tra le fila dei Creation Rebel, una delle prime band a entrare nelle grazie di Adrian Sherwood, uno dei pochi produttori bianchi che hanno davvero carpito il segreto del ritmo giamaicano e ne hanno intuito la potenza e il margine di elaborazione che esso offre. Bonjo Noah e Adrian sono due fanatici del ritmo, due percussionisti che suonano usando strumenti e organi sensoriali diversi.

Le mani e i tamburi di Mamma Africa il primo, le orecchie e i canali del mixer il secondo. Le mani, le orecchie, il mixer e i tamburi di Sherwood e Bonjo si incontrano dentro la musica degli African Head Charge, che nasce nell’anno di My Life in the Bush of Ghosts e proprio di quel disco sfrutta la parodia estetica e anagrafica per il disco di debutto My Life in a Hole in the Ground.

Sherwood ha un cognome che evoca giungle e foreste e la musica degli AHC è così che suona. Come un viaggio dentro le foreste africane.

Songs of Praise, quinto album di una lunga serie che nonostante un periodo di pausa per il forzato rientro in Ghana di Bonjo I, va avanti fino ad oggi, è il capolavoro che segna il loro ingresso negli anni Novanta, un incantevole giardino di Gaia che lascia penetrare la musica tribale e cerimoniale dei popoli neri dalle profondità del dub, da piccoli tagli di reggae elettrico, da un loop circolare di campionamenti che invadono lo spettro audio e ne accentuano lo straniante effetto etno-psichedelico.

Macchine e istinto selvaggio concertano per mettere su un denso gioco di equilibri tra forza primitiva e calcolo tecnologico, in un’impressionante sequenza di canzoni dalla forza arcana e misteriosa.

La forza di un paese dove regnano leoni ed elefanti.

La forza di un continente che ogni giorno muore e ogni giorno rinasce.

Nonostante noi si tenti di annientarlo definitivamente.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

images

JAH WOBBLE & KEITH LEVENE – Yin & Yang (Cherry Red)

0

Lo compreranno, anzi lo scaricheranno, i nostalgici.

Perché i nomi sono quelli di due marpioni del post-punk.

Come dire, il P.I.L. dei P.I.L. Sono loro a dare “carattere” alla prima incarnazione dei Public Image. Senza Wobble e senza Levene, la storia andò poi in altro modo. Un po’ per tutti, per i PiL certamente ma pure per loro, diventati dei nomi leggendari su dischi che nessuno ascoltava più. Oppure qualcuno di voi ha in casa Violent Opposition, Psychic Life, Bedroom Album e và ancora a togliergli un po’ di polvere? Se lo fate, fate parte di una setta. Anzi, di una quinta. E neppure abbondante.

Io comunque continuo a non crederci. E se davvero ce li avete invitatemi a casa vostra che li voglio guardare. Se c’é vostra moglie meglio ancora. Se c’è solo lei e voi siete fuori, ve la do vinta senza manco guardare la vostra discoteca.

Però i nomi, quei nomi, incutono sempre un po’ di timore e riverenza, soprattutto oggi che sono tornati assieme, addirittura abbracciati nelle foto di copertina che ritraggono Wobble con una fraterna mano poggiata sulla spalla di Levene.

Un bianco e nero essenziale e nostalgico: Stanlio e Ollio. Anche se loro dicono lo Yin e lo Yang. Ma nessuno ci crede. Forse manco loro.

Ma questi sono i pregiudizi inutili di uno che scrive, male, di musica. Quello per cui loro sono venuti, e io con loro, è proprio quella: la musica.

Jah ama il dub e lo sappiamo. Le sue spesse linee di basso sono enormi proboscidi che si muovono come giganti dreadlocks fluttuanti nello spazio interstellare. Levene fu, invece, uno dei più innovativi chitarristi del dopo-punk. E questo non andrebbe dimenticato mai. Il suo stile era anarchico e surrealista. Le sue chitarre di alluminio sono una delle cose più disordinate e sovversive della new-wave. Yin and Yang celebra l’incontro tra questi due canali espressivi, lambendo i territori dub già noti, lo space rock della teiera magica dei Gong, il funky-jazz del Miles Davis di Tutu. Alcune cose valgono il prezzo del biglietto chiesto per assistere allo spettacolo, altre (soprattutto la parte centrale dell’album) un po’ meno, rispettando l’appuntamento con l’imperfezione cui Wobble e Levene ci hanno sempre abituati.

Ora che avete letto tutte queste minchiate, se la vostra unica domanda è: “ma qui dentro ci sono i Public Image?” la risposta è “no, i Public Image sono morti e seppelliti dentro una latta di metallo quando voi mangiavate ancora i biscotti Plasmon. E voi credete ancora che Babbo Natale arrivi con le renne”.

Buon Natale, comunque.  

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro