ALMAMEGRETTA – Imaginaria (RCA)

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Dedicato alla memoria del grande Bim Sherman, Imaginaria segna il ritorno degli Almamegretta dopo il tonfo artistico di 4/4, album che chiudeva poco dignitosamente un ciclo, mostrando tutte le debolezze di un gruppo alla ricerca di una via per sciogliersi da un passato ingombrante: laddove Sanacore 1.9.9.5 era un disco perfetto nella sua fusione di elementi tradizional-popolari e di riverberi di dub giamaicano, una sorta di camera d’eco allestita tra i vicoli di Napoli, i suoi successori (questo incluso) vivono di imperfezioni, di traiettorie diverse, multiformi ma non sempre azzeccate.

Facile quindi avviarsi prevenuti all’ascolto di Imaginaria.

Che invece non è un brutto disco, anzi.

Se riuscirete a non fermarvi al primo ascolto, lo vedrete crescere tra le mani, ascolto dopo ascolto, man mano che si schiuderanno le sue dodici gemme di dance cosmopolita in cui convivono arie mediterranee, partenopee, mediorientali, arabe, tropicali, immerse in un groove ipnotico ad ogni livello di BPM.

Imaginaria è un disco totalmente immerso nella club culture, molto vicino per atmosfere al lavoro di un gruppo come i Transglobal Underground.

Caña, ad esempio, rispolvera il vecchio Raiss muezzin-ragga ed è un piacere riscoprirselo così distante ma ben saldo nella nostra memoria.

Fa’ ammore cu’ mme è il Sanacoredubstylee proiettato nel 2000, unica evoluzione possibile di quel dub che rimbalzava tra le pareti ammuffite della casbah partenopea. Pa’ Chango è house che ti martella il cervello prima di travestirsi di rigore ragga nella conclusiva Rubb Da Dubb.

Imaginaria # 2 è vapore peso, sillabe che rimbalzano panpottando sui canali stereo, Mergellina ’70 corre tra le onde in cui poi si immerge Rubayyat: sparatela con le casse rivolte sulla spiaggia deserta delle tarde ore estive e vedete l’effetto che fa.

Il resto è ancora musica degli Alma, in equilibrio sul ritmo, piena e robusta (sentite la batteria di E guagliune d’o sole, con un lavoro di produzione enorme), satura di orgoglio sudista e prodiga di scintillii tecnologici, come se ogni periferia del mondo fosse attirata da una forza centripeta verso il suo centro.

Imaginaria sono gli Almamegretta qui ed ora.

E vale la pena tuffarcisi dentro.

 

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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ASHES – Corpus (Compagnia Nuove Indye)  

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La location è il Greenpoint Studio di Brooklyn.

Eraldo Bernocchi è il primo ad arrivare. Si prepara un thè berbero e accende le sue macchine. La stanza si riempie di odori e di suoni che sono il riverbero denso di quei vapori.

Bill Laswell arriva dopo qualche altra fetta di orologio. Ha addosso il suo cappello di lana e un Fender Precision in spalla. Srotola il cavo e lo aggancia all’ingresso di una serpentina di pedali, poi accende l’amplificatore.

Quando Reeno “Rais” entra nello studio, un blob gelatinoso di suoni lo avvolge. Eraldo e Bill gli indicano le cuffie con un cenno del capo. Lui le indossa e si avvicina al microfono. Poi, schiude la bocca e abbassa le palpebre.

In quei tre quarti d’ora di trance, quelle che dovevano essere le session di prova per la realizzazione di un disco a tre teste diventano il master definitivo di Corpus. Registrato in una sola take. Perché Laswell, impressionato dalla voce di Reeno, vuole catturarne lo spirito, aspirarne il dolore come John Coffey con gli altri ospiti del Braccio E di Cold Mountain.

Corpus è l’incontro estemporaneo di tre pittori dell’anima. Una miscela alchemica che si esprime su un flusso dub carezzevole e straniante, proiettando ombre cinesi deformate dalle profondità del basso di Laswell, dal canto muezzin del Rais e dalle piccole scatole magiche di Bernocchi. È il periodo in cui la musica degli Almamegretta è affascinata dall’opportunità di lasciarsi sfigurare dal dub, di lasciarsi manipolare, plasmare, impastare da altri. E’ dunque il momento propizio perché un progetto come Ashes prenda forma e venga fuori con la naturalezza e lo spirito viaggiante di cui si fa voce, a cui dà “corpo”, appunto.

Fuori dal Greenpoint passano gli ebrei che vanno al macello, poi una fila di fedeli col capo coperto, poi uno stormo di gabbiani, poi dei dromedari, finchè una chiusa di acque sommerge tutto.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CLASH – Black Market Clash (Epic)  

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Don Letts fu un personaggio chiave per l’innesto della musica reggae e della cultura punk. Il suo piglio guerrigliero e teppista e la sua incrollabile fede nel sostegno delle cause della minorità giamaicana nella periferia londinese diventano simbolicamente l’icona di un legame ribelle che unisce le istanze punk e quelle dei diritti civili di cui molta musica giamaicana si fa portavoce. I dreadlocks di Letts sono le funi che legano Bob Marley ai Clash insomma. Le sue liane rasta sono immortalate sulla copertina di Black Market Clash (e della successiva versione ampliata di Super Black Market Clash), il dieci pollici pubblicato dalla Epic tra i due monumentali dischi dei Clash della fine degli anni Settanta. Dentro ci sono i Clash guerrieri degli esordi e i Clash liquefatti nel dub di fine decennio. Sono identici a quelli dei loro album, ma catturati negli episodi “minori” (le B-sides di White Man, English Civil War, Complete Control e London Calling, la Capitol Radio che era arrivata solo ai lettori del New Musical Express), attraverso un inedito assoluto (la cover di Time Is Tight di Booker T & The M.G.’s che i Clash usavano spesso per testare gli impianti dei loro concerti) e quel grandissimo capolavoro di reggae barricadero che è Bankrobber (per cui i Clash realizzarono anche un video durante la session di registrazione convincendo i loro roadies ad aggirarsi con le bandane al volto nei pressi di un’agenzia dell’Allied Irish Bank della città, tanto da provocarne l’arresto-lampo con l’imputazione di tentata rapina) e la sua versione vista attraverso gli specchi deformanti del dub che è Robber Dub. La sua versione “Super”, a parte qualche imperdonabile imprecisione nella scaletta, aggiungerà altra merce rara al già prezioso banco merci del bazar dei Clash che a quel punto era già chiuso da sette anni.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ALMAMEGRETTA – Lingo (RCA)

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Facile.

Fin troppo facile avanzare parallelismi tra il nuovo lavoro del gruppo partenopeo e i due dischi finora messi in cantiere dagli inglesi Massive Attack.

Come la musica della formazione di Bristol, quella degli Almamegretta si rivela permeabile ai nuovi suoni e alla nuova sensibilità elettronica rivendicandone radici profonde che affondano nell’humus tribale della terra d’Africa e, più in generale, del Sud del mondo.

Hip hop, ragga, trip hop, soul, drum ‘n bass, dub, techno e musica popolare convergono alla ricerca del definitivo suono etnico del terzo millennio.

E ancora come ama fare il gruppo inglese, Raiss e soci hanno aperto le porte della loro musica ad un numero ricchissimo di guest: si va da Pino Daniele a Dre Love (rapper dei Radical Stuff, la old-school del rap italiano), da Marcello Colasurdo a Nick Page dei Transglobal Underground, da Dave Watts dei Fun*Da*Mental a Bill Laswell ed Eraldo Bernocchi (che proprio assieme a Raiss realizzarono il fantastico Ashes che vi raccomando caldamente, NdLYS), tanto che in qualche episodio si rischia addirittura di smarrire la strada e confondere i ruoli ed ecco che i protagonisti, come per magia, sembrano diventare ospiti e viceversa.

In apparente antitesi con quanto affermato fino a poco tempo fa (non dimentichiamo che sono stati loro i profeti e gli alfieri della “battuta lenta” in Italia) i nostri stavolta pigiano il pedale sul ritmo.

A volte anche parecchio.

Succede in almeno in un paio di episodi di Lingo, a mio parere i meno riusciti.

Il dub resta solo a livello emozionale, mentre sono invece i suoni cibernetici più attuali a fare da filigrana alla voce sempre eccezionale del Raiz.

Se avete amato il Karmacoma E.P. e le Sanacore reprises di qualche tempo fa, fatevi sotto senza timore alcuno. Altrimenti lasciate che siano le vostre orecchie a guidare la mano al portafogli, e non il contrario.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

 

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PUBLIC IMAGE LTD. – Metal Box (Virgin)

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Il secondo atto dei Public Image è un disco deforme e oltraggioso che si nega alla bellezza, schivandola con un atto supremo di abnegazione. Metal Box è il raschiamento uterino del ventre fecondo del dopo-punk. Particelle di suono che collidono e si sfregano mentre vengono risucchiate nel vortice ingordo di un buco nero. Public Image creano un disco insano e spettrale evitando la facile trappola della messinscena gotica ed ossianica dei nuovi vampiri del dark.

Per questo, per questa sua totale assenza di ogni “appiglio” letterario, il pozzo dentro cui ci fanno scivolare i PIL è ancora più infido e profondo. Ancora più osceno e crudele. Liberando i demoni interiori, Metal Box ci mette davanti allo spettacolo nudo delle nostre atrocità, scuoiando la musica bianca e innestando sotto la sua carne la polvere d’amianto liofilizzata del dub, creando un mostro macilento e sfigurato che si agita sotto una paranoia che ha la densità dell’acqua ristagnante. Un lavoro sfibrato e sfibrante anche nel formato (raccolte in tre dischi separati, le dodici tracce costringono l’ascoltatore a fare visita al piatto stereo ogni dieci minuti, come un cancro alla prostata, NdLYS) dove il salmodiare monocromatico e agonizzante di Mr. Lydon galleggia esanime come una rivoltante Leucòsia del disgusto sopra un fondale di rumori, sibili ed effetti di synth e chitarre che di Veleno non hanno solo il nome.

Metal Box è impermeabile ad ogni sorriso. Ad ogni anelito d’amore.

Non conosce la pietà ne’ la compassione, non conosce la misura del perdono e neppure i limiti del peccato. Non conosce l’alternanza delle stagioni, la lenitiva carezza del tempo, la saggezza delle rughe, la tenerezza di un abbraccio.

Solo l’austera e spietata disciplina della crudeltà.     

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE CLASH – Sandinista! (Columbia)

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Tre dischi, sei facciate.

Sandinista! si annuncia subito, sin dal formato, un gigante.

Prima di riuscire a guardarlo negli occhi dovrai faticare come Ercole.

E non è detto ci riuscirai.

Scommetto che c’è ancora chi non ce l’ha fatta dopo trenta anni.

E sono sicuro di vincere.

Nessun grande gruppo si era ancora spinto a tanto.

Non i Beatles e nemmeno i Rolling Stones.

Non i Led Zeppelin e neppure i Pink Floyd.

Una torre di Babele di vinile nero dentro cui scorrono tutte le lingue del mondo.

Un triplo imperfetto che sarebbe stato un doppio perfetto.

Si sa, lo si è già detto.

Mick Jones ha l’elmetto in copertina ma chi si aspetta un disco di mitragliate è la prima vittima. Chi odia Sandinista!, e saranno in tanti, lo fa da subito, dall’ attacco disco-funky di basso e batteria di The Magnificent Seven: i Clash hanno lasciato questo pianeta.

Sandinista! è un disco di musica nera suonata da bianchi.

Anzi, un disco di musica nera arrabbiata suonata da bianchi arrabbiati.

Non è nato per piacere ma per creare disgusto, per essere maltrattato.

Perché va bene sporcarsi con la musica dei rude boys, ma con la disco music, il soul di Phil Spector o la musica sudamericana è qualcosa che allora, nel 1980, nessun punk avrebbe loro perdonato.

E i punk sono ancora, in quel periodo, il loro pubblico.
Ma chi cazzo si credono di essere?”

E invece la domanda sarebbe dovuta essere “Dove vogliono portarci?”.

Nel quarto mondo che sarebbe arrivato e che allora veniva ancora nascosto e taciuto dal capitalismo occidentale. Ecco dove voleva portarci, e ci portò Sandinista!. Ecco perché ne proviamo ancora fastidio, come quando ci fanno vedere i bambini affamati all’ora di pranzo, nella pausa tra il nostro secondo di carne grassa e il dessert alla frutta tropicale.

Musicalmente qui dentro nascono e convivono gomito a gomito, ma questo nessuno poteva saperlo, sia i Big Audio Dynamite (The Leader, The Call Up) che i Mescaleros (Let’s Go Crazy, Version City). Del rock barricadero dei Clash resta poco se non l’urgenza di tracce come Up In Heaven, Somebody Get Murdered o della cover di Police on My Back.

I Clash giocano e si prendono in giro, divertendosi a far cantare la loro Career Opportunities a due bambini, affidando simbolicamente alla nuova generazione il messaggio lanciato dal loro primo album.

Sandinista! è questo e moltissimo altro ancora, per chi vuole ascoltare.

Vi obbliga a perdere parte del vostro tempo prezioso, a prendere posizione, anche nei suoi confronti.

O sei dentro, o stai fuori.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ALMAMEGRETTA – Sanacore 1.9.9.5. (Anagrumba)

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Se la metamorfosi degli Almamegretta da ordinaria formazione funky/R ‘n B a gruppo meticcio era stata prodigiosa, non meno portentoso fu lo scarto tra Anima Migrante e il successivo Sanacore 1.9.9.5. destinato a trasformare una formazione di nicchia in una delle più riconosciute realtà della world-music mondiale.

Un disco dal sapore fortissimo. Un couscous speziatissimo, incrocio perfetto tra le musiche in levare della tradizione giamaicana, le rarefatte profondità del dub, la malinconia appassionata e drammatica della musica melodica napoletana, gli odori mediterranei ed arabi che riempiono l’aria del golfo di Napoli.

L’intuizione iniziale, ovvero la compatibilità tra le musiche di estrazione caraibica e quelle della nostra tradizione popolare portata avanti dalle formazioni italiane dei primi anni Novanta (Sud Sound System, 99 Posse, Papa Ricky, Pantarei, Agricantus solo per citare le più famose), viene qui elevata ad un livello superiore di compenetrazione, di fusione per assimilazione ed assorbimento gastrico. 

E’ la creazione di un amalgama pastoso dove l’incastro tra elementi melodici partenopei e rotondità dub, tra strumenti tradizionali e gingilli elettronici, tra echi africani e dialetto napoletano raggiunge una perfezione estetica impossibile da superare.

E che difatti non verrà superata.

Un bolo di terra del Sud appiccicato al palato di Raiss, che proprio con questo album si impone come la migliore nuova voce della musica italiana.

E’ il suo inconfondibile timbro roco da muezzin del Vomero a dare ulteriore carattere a canzoni come Maje, Nun te scurda, ‘o sciore cchiù felice, Se stuta ‘o ffuoco, Pe dint’e viche addò nun trase ‘o mare e i due capolavori Ammore Nemico e Scioscie Viento, così come è la sapiente mano del Re Mida del dub Adrian Sherwood ad aggiungere profondità espressiva alle lentezze del campionatore fatato di D.RaD e del basso radicale di 4mx. Nomi da robot alieni per una delle musiche più terrene mai prodotte in Italia. Un enorme albero secolare piantato al centro del Mediterraneo capace di risucchiare con le sue radici il succo vitale dell’intero Pianeta Terra.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro   

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AFRICAN HEAD CHARGE – Songs of Praise (On-U Sound)

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L’Africa è un posto di una bellezza violenta e violentata.

L’Africa è da sempre il secchio dove il mondo occidentale mette la sua merda. La terra dove ci macchiamo dei peccati più infami e dove cerchiamo di lavarli con le adozioni a distanza. Dove spediamo armi e cibo, spesso sulle stesse navi.

L’Africa è quel Continente che ci toglie la fame mentre stiamo stravaccati sul divano a ingozzarci di patatine e cereali ai grassi idrogenati.

L’Africa è un Continente scomodo che ci fa comodo.

Io non ho i soldi per andare nemmeno all’Idroscalo, figurasi in Africa, che poi si spartiscono tutto le ASL per i vaccini e l’agente di viaggio con le Hogan ai piedi e l’aria di chi ha girato tutto il mondo ma a spese tue.

Però a un giro in Africa di tanto in tanto non rinuncio.

La mia Africa si chiama African Head Charge.

Non è un’Africa del tutto incontaminata ma non è nemmeno quella sotto vetro che ti offrono nei villaggi turistici.

È però un’Africa fiera. Un Africa di canne d’avorio, di canti sciamani, di campanacci e unghie di capre selvagge ma, soprattutto, di tamburi. Perché il progetto African Head Charge nasce dall’idea di un percussionista ghanese, Bonjo I. Bonjo è Africano nel sangue e nel ritmo ma londinese di adozione. Sbarca nella capitale inglese alla fine degli anni Sessanta e presta i suoi servigi per Dandy Livingstone, il rude boy divenuto famoso per Rudy, A Message to You. Finirà quindi in pianta stabile tra le fila dei Creation Rebel, una delle prime band a entrare nelle grazie di Adrian Sherwood, uno dei pochi produttori bianchi che hanno davvero carpito il segreto del ritmo giamaicano e ne hanno intuito la potenza e il margine di elaborazione che esso offre. Bonjo Noah e Adrian sono due fanatici del ritmo, due percussionisti che suonano usando strumenti e organi sensoriali diversi.

Le mani e i tamburi di Mamma Africa il primo, le orecchie e i canali del mixer il secondo. Le mani, le orecchie, il mixer e i tamburi di Sherwood e Bonjo si incotrano dentro la musica degli African Head Charge, che nasce nell’anno di My Life In the Bush of Ghosts e proprio di quel disco sfrutta la parodia estetica e anagrafica per il disco di debutto My Life In a Hole In the Ground.

Sherwood ha un cognome che evoca giungle e foreste e la musica degli AHC è così che suona. Come un viaggio dentro le foreste africane.

Songs of Praise, quinto album di una lunga serie che nonostante un periodo di pausa per il forzato rientro in Ghana di Bonjo I, va avanti fino ad oggi, è il capolavoro che segna il loro ingresso negli anni Novanta, un incantevole giardino di Gaia che lascia penetrare la musica tribale e cerimoniale dei popoli neri dalle profondità del dub, da piccoli tagli di reggae elettrico, da un loop circolare di campionamenti che invadono lo spettro audio e ne accentuano lo straniante effetto etno-psichedelico.

Macchine e istinto selvaggio concertano per mettere su un denso gioco di equilibri tra forza primitiva e calcolo tecnologico, in un’impressionante sequenza di canzoni dalla forza arcana e misteriosa.

La forza di un paese dove regnano leoni ed elefanti.

La forza di un continente che ogni giorno muore e ogni giorno rinasce.

Nonostante noi si tenti di annientarlo definitivamente.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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JAH WOBBLE & KEITH LEVENE – Yin & Yang (Cherry Red)

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Lo compreranno, anzi lo scaricheranno, i nostalgici.

Perché i nomi sono quelli di due marpioni del post-punk.

Come dire, il P.I.L. dei P.I.L. Sono loro a dare “carattere” alla prima incarnazione dei Public Image. Senza Wobble e senza Levene, la storia andò poi in altro modo. Un po’ per tutti, per i P.I.L. certamente ma pure per loro, diventati dei nomi leggendari su dischi che nessuno ascoltava più. Oppure qualcuno di voi ha in casa Violent Opposition, Psychic Life, Bedroom Album e và ancora a togliergli un po’ di polvere? Se lo fate, fate parte di una setta. Anzi, di una quinta. E neppure abbondante.

Io comunque continuo a non crederci. E se davvero ce li avete invitatemi a casa vostra che li voglio guardare. Se c’é vostra moglie meglio ancora. Se c’è solo lei e voi siete fuori, ve la do vinta senza manco guardare la vostra discoteca.

Però i nomi, quei nomi, incutono sempre un po’ di timore e riverenza, soprattutto oggi che sono tornati assieme, addirittura abbracciati nelle foto di copertina che ritraggono Wobble con una fraterna mano poggiata sulla spalla di Levene.

Un bianco e nero essenziale e nostalgico: Stanlio e Ollio. Anche se loro dicono lo Yin e lo Yang. Ma nessuno ci crede. Forse manco loro.

Ma questi sono i pregiudizi inutili di uno che scrive, male, di musica. Quello per cui loro sono venuti, e io con loro, è proprio quella: la musica.

Jah ama il dub e lo sappiamo. Le sue spesse linee di basso sono enormi proboscidi che si muovono come giganti dreadlocks fluttuanti nello spazio interstellare. Levene fu, invece, uno dei più innovativi chitarristi del dopo-punk. E questo non andrebbe dimenticato mai. Il suo stile era anarchico e surrealista. Le sue chitarre di alluminio sono una delle cose più disordinate e sovversive della new-wave. Yin and Yang celebra l’incontro tra questi due canali espressivi, lambendo i territori dub già noti, lo space rock della teiera magica dei Gong, il funky-jazz del Miles Davis di Tutu. Alcune cose valgono il prezzo del biglietto chiesto per assistere allo spettacolo, altre (soprattutto la parte centrale dell’album) un po’ meno, rispettando l’appuntamento con l’imperfezione cui Wobble e Levene ci hanno sempre abituati.

Ora che avete letto tutte queste minchiate, se la vostra unica domanda è: “ma qui dentro ci sono i Public Image?” la risposta è “no, i Public Image sono morti e seppelliti dentro una latta di metallo quando voi mangiavate ancora i biscotti Plasmon. E voi credete ancora che Babbo Natale arrivi con le renne”.

Buon Natale, comunque.  

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE CLASH – Rabbia bianca (in dub)

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Mick Jones ha appena disertato l’adolescenza quando decide di imparare a suonare e di mettere su una band. Nonostante i suoi capelli lunghissimi decide di battezzarla come una banda di nazi-skin: London SS.

Gli manca ancora un sottotenente e così chiama l’adunata per gli amici, finchè non trova il tipo che fa al caso suo.

Lo trova senza nemmeno conoscerlo, senza chiedergli neppure se abbia mai suonato una sola nota in vita sua: si chiama Paul Simonon e viene da Brixton.

È biondo, dinoccolato e ha la faccia bella e arrabbiata.

È il suo uomo.

Mick gli spiega prima cos’è una chitarra ma Paul non riesce nemmeno a suonare quei tre accordi base che sono alla base del concetto minimale del punk.

Quindi passa a spiegargli cosa sia un basso elettrico e per aiutarlo a trovare le note, gliele trascrive con cura su tutto il manico.

Poi mette su un vecchio pezzo degli Who e gli intima di premere i tasti corrispondenti alle note che lui gli urla dall’altro lato della sala.

Paul impara. E impara in fretta.

Tuttavia i London SS durano poco, come gran parte delle band sommerse della scena punk inglese. I gruppi nascono, suonano, si sciolgono.

È l’ordinarietà per tutti.

Per tutti tranne che per una: The Clash. All’inizio sono Mick, Paul e Terry Chimes.

Poi reclutano Keith Levene e Joe Strummer.

Una band in cui tutti sono leader, come nel socialismo migliore.

Una band destinata a scoppiare.

Già sulla copertina del loro omonimo album di debutto sono rimasti in tre.

Sono i tre prescelti per edificare la storia più bella del rock inglese.   

The Clash è punk da barricata. Ogni canzone un canto da trincea.

Come se Paul, Joe, Mick e Terry Chimes (che partecipa alla registrazione del disco ma è già fuori dalla band quando l’album vede la luce nell’Aprile del ’77, NdLYS) fossero scesi da un panzer con le armi in mano brandendole nel cielo basso di uno scontro a fuoco. Uno qualsiasi, dal Libano al triste Carnevale di Notting Hill.

Questa coscienza sociale che lo pervade lo allontana dall’efferata idiosincrasia che invece corrode gli altri due dischi-manifesto di quell’anno Damned Damned Damned e Never Mind the Bollocks.

The Clash si muove dentro, non sopra, il tessuto sociale dell’Inghilterra di quegli anni, nelle lotte di classe, nelle spaccature generazionali e negli scontri razziali che la stanno bruciando dall’interno.

Fa retorica e fa politica e di entrambe fa la propria carta vincente.

E fa suo il linguaggio comunicativo e musicale dei ghetti extracomunitari sempre più popolosi della periferia londinese insinuando da subito le linee morbide del reggae dentro quelle del guitar-rock.

Un’intuizione che darà il via all’integrazione artistica tra le comunità caraibiche e quelle indigene che genererà tutto il movimento ska inglese che esploderà di lì a breve e che i Clash coltiveranno per tutto il resto della propria storia conquistando il rispetto e la stima dalle frange giamaicane più conservatrici.

Teppisti con una coscienza.

Dalla parte del torto forse, ma certo mai dalla parte dei vincitori.

Loro avevano già i loro alfieri del resto, i loro baronetti, i loro portaborse.

E ci voleva qualcuno che queste borse le facesse saltare in aria.

L’Armata Rossa scende e invade l’Occidente, rappresentato dalla salma di un cowboy dilaniato dagli avvoltoi. Accanto a lui, a cavallo, non c’è un pellirossa ma un muso giallo. L’opera visiva che presenta al mondo Give ‘em Enough Rope è un collage di Gene Greif, designer e illustratore di successo morto per Epatite C nel 2004 che all’epoca del punk approntava volantini per concerti punk usando e accostando immagini della cultura popolare.

La copertina del secondo disco dei Clash è insomma un emblema dell’auspicato crollo capitalista e della sua disfatta per mano del socialismo cinese.

Un sogno sovversivo in forma di fumetto. Con colonna sonora allegata.

L’album si apre con un trittico micidiale, il più enfaticamente robusto ed impetuoso della loro intera discografia: Safe European Home, English Civil War, Tommy Gun.

Tre canzoni da combattimento. Tre stendardi che ondeggiano come le bandiere rosse sul retro copertina. Fucili e pistole entrano prepotentemente nell’immaginario della band. Ce ne sono un po’ ovunque qui dentro. Nascoste o esibite.

Ma anche le droghe sono una presenza ingombrante, in questa nuova fase del gruppo. Se ne parla in qualche pezzo. Ma più che parlarne, se ne fa abuso.

Topper Headon, il nuovo batterista, è un eroinomane.

Ma quando si siede dietro la batteria è una macchina da guerra.

Non un cannone qualsiasi, ma un fucile di precisione.

Tutti e quattro lo sono, in realtà. Se sul primo disco l’immagine è quella di quattro guerriglieri scesi da un panzer, su questo secondo album i Clash SONO quel panzer. Hanno imparato a suonare. Soprattutto, hanno imparato a farlo assieme.

I dialoghi tra le chitarre di Mick e Joe hanno adesso raggiunto l’intesa perfetta. 

I toni barricadieri si fanno più leggeri al quarto pezzo, ammorbidito dalla presenza di un pianoforte boogie e da chitarre che accarezzano invece di aggredire: Julie‘s Been Working For the Drug Squad è di fatto il primo pezzo dei “nuovi” Clash, quelli che si preparano ad assaltare la Torre di Babele di London Calling.

Guns on the Roof tradisce (come era già stato per Clash City Rockers) l’amore di Mick Jones per i Who degli esordi, quello strumming potente come una mannaia.

La crescita artistica dei Clash emerge prorompente e coraggiosa in un pezzo come Stay Free che si stacca totalmente dai canoni del vecchio punk come un pezzo di intonaco da un muro ormai corroso dalla salsedine, smussando asperità e ruvidezze, ridisegnando se stesso con i toni di una ballata amara ma sempre fiera, incentrata su vicende e ricordi personali e toccando un altro dei temi più cari alla poetica dei Clash: quella dei fuorilegge, del banditismo proletario ma anche più banalmente delinquenziale.

Tutti i giovani punk si sentirono allora parzialmente delusi, sia per la scelta poco condivisibile di un produttore come Sandy Pearlman che per la svolta in direzione di un suono che sembra voler parzialmente restaurare quanto distrutto dalle squadre teppiste del ’77, ignari di quanto la band aveva in serbo per loro e che ne avrebbe presto fatto la più grande rock band del dopo-Beatles.

Fosse stato possibile ascoltarlo nel ’77, London Calling sarebbe passato agli annali come il disco più vetusto della storia del rock.

Una lunghissima galleria di musiche vecchie come il cucco che andavano dal rock ‘n roll di Vince Taylor al calypso di Wrong ‘em Boyo, dalla ballata stucchevole di Lover’s Rock al commiserevole Springsteen tarocco di The Card Cheat.

Invece, quello compiuto tra il Novembre del 1978 e il Dicembre dell’anno successivo dai Clash è spesso considerato come il più prodigioso salto in lungo registrato nella storia del rock.

Superiore a quello fatto, alla medesima età (siamo mediamente intorno ai 25 anni anagrafici, NdLYS) dai Beatles tra Revolver e Sgt. Pepper‘s, da Dylan tra Another Side e Bringing It All Back Home o dai Pink Floyd tra Ummagumma e Atom Earth Mother.

Ed in effetti, per molti aspetti, è un salto prodigioso.

Ma è un salto all’indietro.

E in questo l’intransigente popolo punk aveva visto giusto, più di ogni altro.

La spinta “progressiva” del rock (consideratela nell’accezione più ampia che vogliate dare, NdLYS) con tutti gli eccessi a cui aveva portato si era consumata.

Si era, in pratica, sciupato il sogno di un rock che potesse proiettarsi in avanti all’infinito. Il punk aveva arrestato la crescita di quello che sembrava essere diventato un mostro che, dopo aver divorato tutto il divorabile (il jazz, l’avanguardia, il folk, la musica classica, la musica tradizionale e popolare, il blues, la musica etnica), adesso stava sbranando se stesso.

E ci aveva salvati.

Ma l’inganno del punk si era presto svelato, nonostante ci siano ancora oggi degli idioti che, come dei Vietcong a cui non è stato comunicato il cessate il fuoco, si ostinano a stare in trincea lanciando qualche granata ad un nemico immaginario: il punk era un movimento (una musica, se preferite) nato per distruggere, non per costruire.

Cosa cazzo vuoi costruire con tre accordi e una batteria fuori sincrono?

Riuscireste a costruire una casa con un martello pneumatico e dei picconi?

Bene, provateci.

I Clash sono forse i primi a capirlo.

Di certo sono i primi ad ammetterlo.

La missione del punk era già finita nel ’77.

Il mostro era stato sconfitto.

Continuare a pestargli il cervello avrebbe trasformato tutto in pura macelleria, come in effetti avvenne per alcune frange estremiste, radicali ma pure fanatiche del movimento.

Adesso occorreva ricostruire, conservando dello “spirito del ‘76” l’energia, la “malta” e stanando fra le macerie qualche vecchio mattone su cui poggiare le fondamenta della musica moderna.

London Calling non è ancora quel momento. Occorrerà infatti attendere Sandinista! per scorgere le nuove costruzioni della musica di fine secolo.

London Calling non è ancora un disco di costruzione ma di “esposizione”:

questo è quello che abbiamo. Questo è ciò che abbiamo salvato.

I Clash rivendicano il diritto di poter costruire non mostrando quello che hanno distrutto ma esibendo quello che da quell’abbattimento hanno salvato.

Non ne fanno mistero e lo ostentano come dichiarazione d’intenti sin dalla copertina, andando ad omaggiare graficamente la storica copertina del disco di debutto di Presley.

Sulle quattro facciate del disco sembra di camminare attraverso le teche di un museo dove musiche bianche e musiche nere vengono esibite come bottini di guerra.

Now get this!”: questo è quello che abbiamo.

Ancora una volta.

E, se vogliamo costruire, è su questo che dobbiamo farlo. Come in effetti succederà con i dischi successivi. Punk, reggae, folk di protesta, rockabilly, ska, pop, calypso. Cui via via si aggiungeranno funky, dub, hip-hop, disco-music per creare un canale di dialogo interrazziale che fosse da catalizzatore per la nascita di una musica moderna, populista e democratica.

Poi è ovvio che, al di là dei dati storici, sociologici, politici ed estetici, di quelli oggettivi e di quelli individuali, London Calling rimane un grandissimo monumento alla musica rock.

Pieno zeppo di anthem da mandare a memoria (London Calling, Spanish Bombs, l’inarrivabile The Guns of Brixton, Train In Vain, Clampdown, Hateful, Death Or Glory, I‘m Not Down, Rudie Can‘t Fail), roba che negli anni si è sedimentata nel nostro DNA fino a mutarci geneticamente.

I Clash diventano, in questo preciso istante, la rock band più bella del mondo.

L’iconizzazione di una ribellione, per quanto concettualmente opinabile (come tutte le ideologie, del resto, NdLYS), condivisibile.

Proletario, socialista e piratesco, lo stendardo dei Clash sventola nel cielo grigio mattone di una Londra che sta per affrontare il decennio tatcheriano.

 

Don Letts fu un personaggio chiave per l’innesto della musica reggae e della cultura punk. Il suo piglio guerrigliero e teppista e la sua incrollabile fede nel sostegno delle cause della minorità giamaicana nella periferia londinese diventano simbolicamente l’icona di un legame ribelle che unisce le istanze punk e quelle dei diritti civili di cui molta musica giamaicana si fa portavoce. I dreadlocks di Letts sono le funi che legano Bob Marley ai Clash insomma. Le sue liane rasta sono immortalate sulla copertina di Black Market Clash (e della successiva versione ampliata di Super Black Market Clash), il dieci pollici pubblicato dalla Epic tra i due monumentali dischi dei Clash della fine degli anni Settanta. Dentro ci sono i Clash guerrieri degli esordi e i Clash liquefatti nel dub di fine decennio. Sono identici a quelli dei loro album, ma catturati negli episodi “minori” (le B-sides di White Man, English Civil War, Complete Control e London Calling, la Capitol Radio che era arrivata solo ai lettori del New Musical Express), attraverso un inedito assoluto (la cover di Time Is Tight di Booker T & The M.G.’s che i Clash usavano spesso per testare gli impianti dei loro concerti) e quel grandissimo capolavoro di reggae barricadero che è Bankrobber (per cui i Clash realizzarono anche un video durante la session di registrazione convincendo i loro roadies ad aggirarsi con le bandane al volto nei pressi di un’agenzia dell’Allied Irish Bank della città, tanto da provocarne l’arresto-lampo con l’imputazione di tentata rapina) e la sua versione vista attraverso gli specchi deformanti del dub che è Robber Dub. La sua versione “Super”, a parte qualche imperdonabile imprecisione nella scaletta, aggiungerà altra merce rara al già prezioso banco merci del bazar dei Clash che a quel punto era già chiuso da sette anni.   

                                                                   

Tre dischi, sei facciate.

Sandinista! si annuncia subito, sin dal formato, un gigante.

Prima di riuscire a guardarlo negli occhi dovrai faticare come Ercole.

E non è detto ci riuscirai.

Scommetto che c’è ancora chi non ce l’ha fatta dopo trenta anni.

E sono sicuro di vincere.

Nessun grande gruppo si era ancora spinto a tanto.

Non i Beatles e nemmeno i Rolling Stones.

Non i Led Zeppelin e neppure i Pink Floyd.

Una torre di Babele di vinile nero dentro cui scorrono tutte le lingue del mondo.

Un triplo imperfetto che sarebbe stato un doppio perfetto.

Si sa, lo si è già detto.

Mick Jones ha l’elmetto in copertina ma chi si aspetta un disco di mitragliate è la prima vittima. Chi odia Sandinista!, e saranno in tanti, lo fa da subito, dall’attacco disco-funky di basso e batteria di The Magnificent Seven: i Clash hanno lasciato questo pianeta.

Sandinista! è un disco di musica nera suonata da bianchi.

Anzi, un disco di musica nera arrabbiata suonata da bianchi arrabbiati.

Non è nato per piacere ma per creare disgusto, per essere maltrattato.

Perché va bene sporcarsi con la musica dei rude boys, ma con la disco music, il soul di Phil Spector o la musica sudamericana è qualcosa che allora, nel 1980, nessun punk avrebbe loro perdonato.

E i punk sono ancora, in quel periodo, il loro pubblico.
Ma chi cazzo si credono di essere?”

E invece la domanda sarebbe dovuta essere “Dove vogliono portarci?”.

Nel quarto mondo che sarebbe arrivato e che allora veniva ancora nascosto e taciuto dal capitalismo occidentale. Ecco dove voleva portarci, e ci portò Sandinista!. Ecco perché ne proviamo ancora fastidio, come quando ci fanno vedere i bambini affamati all’ora di pranzo, nella pausa tra il nostro secondo di carne grassa e il dessert alla frutta tropicale.

Musicalmente qui dentro nascono e convivono gomito a gomito, ma questo nessuno poteva saperlo, sia i Big Audio Dynamite (The Leader, The Call Up) che i Mescaleros (Let‘s Go Crazy, Version City). Del rock barricadero dei Clash resta poco se non l’urgenza di tracce come Up In Heaven, Somebody Get Murdered o della cover di Police On My Back.

I Clash giocano e si prendono in giro, divertendosi a far cantare la loro Career Opportunities a due bambini, affidando simbolicamente alla nuova generazione il messaggio lanciato dal loro primo album.

Sandinista! è questo e moltissimo altro ancora, per chi vuole ascoltare.

Vi obbliga a perdere parte del vostro tempo prezioso, a prendere posizione, anche nei suoi confronti.

O sei dentro, o stai fuori.

Dopo i pasti ipercalorici di London Calling e Sandinista! i Clash non sono ancora sazi. Quando è il momento di mettere mano a quello che diventerà l’ultimo album della line-up storica decidono che sarà ancora un album doppio.

I Clash sono, in quel momento, una balena dalla bocca gigantesca che ingoia qualunque cosa. Musica sudamericana, rock ‘n roll, jazz, musica western, rap, swing, reggae, punk-rock, dub, garage, calypso, bluegrass, protest-songs, funky, disco-music. Una babele che permette loro di poter dire qualunque cosa, e sempre in forme diverse.

Già da qualche anno non sono più una punk-band ma un’intera orchestra, sono i Beatles dentro gli Abbey Road, sono Phil Spector dentro i Gold Star Studios.

A produrre Combat Rock è lo stesso Mick Jones.

Ma i rapporti tra Joe e Mick non sono più quelli di cinque anni prima.

Joe storce il naso un po’ troppo quando si parla del vecchio amico. Si dichiarerà insoddisfatto del suo lavoro al mixer, prima di cacciarlo fuori dalla band a lavoro ultimato. Alla produzione viene chiamato Glyn Johns, una porzione del disco viene definitivamente cestinata, un’altra fetta viene ristrutturata, un’altra costituirà l’ossatura di quello che invece diventa un album singolo con il titolo di Combat Rock.

Un disco che è sempre stato offuscato da quello che c’è stato prima. Come quando stai per troppo tempo affacciato al balcone, arrendevole alla luce e al calore di un sole troppo bello per starsene da solo e poi rientri repentinamente. Gli occhi faticano a riadattarsi e quello che ti salva da quell’improvvisa muta tenebrosa è la familiarità col posto, con l’ambiente. Riesci ad evitare abilmente il salotto e il tavolo, probabilmente inciamperai in una sedia riposta malamente. Difficilmente sbatterai il grugno su qualche porta.

Combat Rock è invece un disco bello, irrequieto, anche se la sua seconda parte lascia trapelare uno spirito ammansito, come di un leone che dopo la sua battuta di caccia torna a godersi il torpore. Perché i Clash a quel punto possono nutrirsi di tutto e questo, se da un lato incute rispetto e timore, è una consapevolezza che ne ha ormai attutito l’effetto-sorpresa. Possono ancora sprofondarci le zanne al collo, ma ora abbiamo l’accortezza di saperne stare alla larga.

Loro sono sempre i Re della foresta. Ma noi sappiamo essere cauti. 

E’ il prezzo da pagare per essere ammessi alla “classicità” del rock-system, per avere le loro figurine sull’album delle stelle del rock.

Ha lo stesso carico di merci buttate un po’ alla rinfusa che stava sul TIR di Sandinista! solo che qui è tutto stipato in un furgone.

Cosicchè la cosa più minchiona scritta fino a quel momento dai Clash (ovvero Should I Stay Or Should I Go, con quell’orribile riff rubato a Farmer John, NdLYS) è costretta a stare fianco a fianco con alcune tra le più belle: Car Jamming che la precede è un incalzante funky di acciaio, una danza da trincea somala, sacchi di sabbia sahariana che vengono abbattuti da carri armati ossidati sotto la caligine africana. 

Rock the Casbah che la segue è invece quella cosa straordinaria che tutti sappiamo: una danza multirazziale tra le dune del deserto, sotto le ombre dei Phantom F-4 e i MiG-21 che si scambiano occhiate di fuoco nei cieli sauditi.

Un classico tra i classici, come la Know Your Rights messa in apertura di disco con il suo tono barricadero e uno Strummer che non canta, declama.

Fiera e incalzante, come un cane da combattimento.

La seconda facciata del disco indugia invece sul lato più sperimentale della band, con un Paul Simonon diventato inarrestabile (Overpowered By Funk e Sean Flynn sono il suo regno), le chitarre che sembrano inghiottite da un buco nero, abrase fino a lasciarne solo delle polveri sottili e qualche comparsata più (Allen Ginsberg, Joe Ely) o meno (il graffitista Futura 2000) illustre.

Da lì a breve della più bella rock band del mondo resterà solo qualche briciola di rancore e qualche muso lungo, un’appendice di storia intitolata Cut the Crap che vale quanto il sequel di Psycho, ovvero meno che niente.

E un’altra bara da seppellire. Con buona pace per quanti non avevano loro mai perdonato di non aver sacrificato i propri martiri sull’altare pagano della rivoluzione punk.

Ora il debito è saldato. Potete finalmente aggiornare i vostri merdosi libri di storia con gli aggettivi che gli avete sempre negato.

Il 28 Maggio del 1983 davanti a centoquarantamila persone assiepate al Parco Regionale del Glen Helen di San Berardino in California, il sogno dei Clash si sbriciola. Quello che divenne famoso come “il giorno in cui la new wave morì” si risolse in una coda di polemiche e di scontri con promoters, dj e gli artisti metallari in scaletta il giorno seguente.

Anche i rapporti tra i quattro punk inglesi stanno per sfociare nell’odio. 

La guerra contro il sistema sta diventando la guerra contro se stessi.

I meccanismi dello show-biz stanno inghiottendo i Clash con tutte le ossa, acuendo la dipendenza da alcol di Topper Headon ormai incapace di reggere i ritmi che la “professione” richiede e alimentando lo scontro tra Strummer e Jones sulla via evolutiva che a quel punto il gruppo deve intraprendere, dopo aver tracciato la strada per uscire dal ghetto punk.

Joe Strummer a quel punto decide di fare dei Clash un affare personale. Con un rapido giro di telefonate fa fuori Mick Jones e Topper Headon, quindi telefona a Paul Simonon chiedendogli “sei con me o contro di me?”.

Paul si accende una sigaretta e si passa le mani sul ciuffo.

Sa che come musicista deve tutto a Mick.

Però sa che deve tutto come uomo ai Clash.

I Clash. Un nome che, mentre il mondo si ostina a declinare al plurale, è singolare maschile.

.“….five guitar players but one one guitar” continua a ripetersi Paul.

Lui chiede a Joe chi terrà il nome.

“Noi”, risponde Joe, “The Clash siamo noi”.

Sa che Simonon non potrà più rifiutare. E infatti non rifiuta.

I Clash sono davvero loro, più il vecchio amico Terry Chimes (poi rilevato da Pete Howard, assoldato con lo stesso trucco usato per Simonon, NdLYS) e ben due chitarristi. Perché l’assenza di Mick si senta di meno.

Perché tutto faccia meno male.

La band ci mette un po’ ad ingranare. E quando esce l’atteso Cut the Crap, il 4 Novembre del 1985, non tutto è ancora al suo posto, tanto che il working-title per l’album è  proprio Out of Control, poi sostituito da Bernie Rhodes senza nemmeno chiedere l’approvazione della band. Del resto, pensa Bernie, “quale band?”.

L’album viene registrato con l’apporto di session-men e tante sovraincisioni, contrariamente allo stile diretto dei vecchi Clash.

La cosa che stupisce di più, al di là dell’empasse creativa e della banalità che attanaglia gran parte del lavoro, è che a conti fatti le analogie stilistiche tra Cut the Crap e This Is, primo disco dei Big Audio Dynamite di Jones uscito praticamente in contemporanea, sono sicuramente ben più evidenti delle insormontabili divergenze stilistiche annunciate in sede di separazione, aggiungendo la beffa al danno ormai consumato.

L’accesso massivo all’elettronica (sintetizzatori e beat-box) e la vigorosa componente ritmica sono le caratteristiche che emergono rapide e, ahimè, insipide all’ascolto. A queste due risorse viene affidato l’ingrato compito di riempire quasi del tutto l’enorme vuoto creativo di Cut the Crap, come avviene ad esempio su Dictator, Are You Red..y, Cool Under Heat, Fingerpoppin’ o Life Us Wild. Anche le logore cartoline punk (Dirty Punk) e reggae (Three Card Trick) sembrano più una caricatura dei Clash che un omaggio ai vecchi tempi.

Va meglio quando Strummer e Rhodes cercano di resuscitare il fuoco anthemico dei tempi andati (This Is England e Play to Win che tuttavia sembrano più delle canzoni da campo sportivo che da stadio, se riuscite ad afferrare la differenza, NdLYS) o anticipare certi latinismi che più tardi Joe tornerà a scolpire in forme più definite e motivate coi Mescaleros (North and South) ma è un fuoco di paglia.

E i primi ad accorgersene, subito dopo i vecchi fan, sono proprio loro.

Gli ultimi tizzoni dei Clash si spengono sotto la neve del Gennaio 1986.

Qualche fan spiritoso si improvvisa fachiro e cammina a piedi nudi sui carboni e sulla cenere della più grande rock band inglese, dimostrando che quei fuochi che prima ustionavano le carni ormai non scottano più neppure l’epidermide. 

 

Il mohicano alzò la mano insanguinata fin sulla tempia, simulando con il pollice il cane e con l’indice la canna di una pistola.

Guardò in faccia il poliziotto che lo teneva sotto tiro.

E con un’ultima smorfia di follia spavalda e omicida, intonò il suo ultimo giro di basso. Puff…Puff……..Pufffff.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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