STUDIODAVOLI – Megalopolis (Record Kicks)

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Un omaggio già abbastanza esplicito ad un mondo perduto che continua a irradiare il suo fascino (chi di voi non conosce i mitici amplificatori a valvole Davoli è evidentemente troppo fuori dal target del gruppo pugliese) che finalmente, dopo i trionfi di Arezzo Wave 2002, trova modo di esplicarsi dentro le 17 tracce di questo debutto su Record Kicks. La musica degli StudioDavoli è una giostra che gira sciolta nel luna park del modernariato pop con eleganza e maestria. Immersa in un universo fatto di colonne sonore perdute (Piccioni, Pregadio, Ortolani, Nicolai, Usuelli) e vestita della stessa tappezzeria retrò di icone pop come Stereolab, Die Moulinettes, Micromars, Air, Valvola, Gakuji Matsuda.

I pezzi che richiedono e regalano immediatezza e agilità timbrica (il singolone Superpartner, la chewing-gum radioattiva di Go Baby, il velluto synth-etico di I‘ve Got a Steady Job, la languorosa ballata analogica di One Day Before, l’Ummagumma futurista di Sexsafari) sono, lampante, quelli che fanno da gancio per traghettarti in un viaggio che non esclude momenti più contemplativi e articolati (Breast’s Garden che si apre come fosse una Messa in memoria del naufragio dell’Enterprise per poi assestarsi su un midtempo corposo e brillante, il placido e campestre sviluppo di One Day Before o la sognante nenia di Love 70, le scomposte alternanze ritmiche della title track) dimostrando l’abilità degli StudioDavoli a (ri)maneggiare lo scibile easy-pop con quella competenza, quell’ amore incondizionato e quel mood arty che l’argomento richiede.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE STYLE COUNCIL – Cafè Bleu (Polydor)  

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Il Maggio del 1984 fu uno dei mesi più piovosi che l’Italia ricordi. 366 millimetri di pioggia solo a Milano. Roba che Siffredi se lo sogna. Roba che non si vedeva da duecento anni. Fu uno di quei mesi in cui ti fermavi volentieri a casa e mandavi a fanculo tutto il resto, sperando che la piena si portasse via gran parte della merda che riempiva le strade. In TV a farti compagnia c’erano Marco Predolin, Beppe Grillo che ti parlava del Brasile, Augusto Martelli, Marco Columbro, Cesare Cadeo, Maurizio Nichetti, Wanna Marchi e la Deejay’s Gang.

In radio, ma anche in sui canali televisivi, passavano spesso loro, vestiti con gli spolverini adeguati a quelle piogge: gli Style Council.

Chi aveva “frequentato” l’ala mod della musica inglese quelle due facce le conosceva già. Per altri erano solo una curiosa alternativa ai suoni “verniciati” del pop che dominava la scena. Cafè Bleu fece il suo ingresso in casa mia coi piedi ancora fradici, cricchiando come quelle vecchie scarpe da ragioniere degli anni Cinquanta. E non fu proprio amore a prima vista.

Era un disco dove convivevano anime diverse, quasi schizofreniche. C’erano queste carezzevoli atmosfere jazz che erano la sinfonia perfetta per accompagnare lo scivolo verticale di quelle gocce di condensa che avevano deciso ad un certo punto di lacrimare dai vetri delle finestre.

E poi improvvise esplosioni di euforia da big-band che ti facevano temere che fuori da quei vetri appannati ci fosse Gene Kelly a ballare ancora col suo ombrello, zuppo di temporale.

E ancora qualche aria da spy-movie.

Del resto qualcuna di loro era venuta dal freddo. E quindi era anche questo un ospite coerente con quel Maggio poco temperato.  

A fianco di tutto ciò, come se non bastasse, c’erano anche delle robe che parlavano quel linguaggio ancora abbastanza piatto del rap. Ma come? Le strade sembrano un fiume che si trascina via il mondo creato e vuoi vedere che c’è gente che sta a rotolarsi sull’asfalto? Poco credibile.

E infatti fuori non c’era nessuno.

Ne’ Gene Kelly, ne’ Richard Burton, ne’ i figlioletti pieghevoli di Grandmaster Flash.

Se richiudevi gli infissi e ti riavvicinavi alla stufa, potevi sentire You’re the Best Thing, The Paris Match o The Whole Point of No Return ardere come dei ciocchi e coccolarti nel loro tepore. Come se fuori dovesse piovere per sempre.

E un po’ anche dentro.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PRINCE AND THE REVOLUTION – Purple Rain (Warner Bros.)  

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Cento canzoni.

Tante ne consegnò Prince ad Albert Magnoli per la colonna sonora del suo film Purple Rain. Una roba a poco costo destinata a cambiare la vita di entrambi.

No, non solo di entrambi. Purple Rain, il disco che di quelle cento canzoni ne concentra dodici e lancia l’ancora sconosciuto Prince nell’Olimpo delle icone pop più grandi degli anni Ottanta, cambia la vita di tutti quanti hanno familiarità con un prodotto discografico americano.

Perché dentro quel disco, prima che pioggia e vento chiudano il primo lato, c’è una cosa sporcacciona che si intitola Darling Nikki. Torbida quanto lo può essere una canzone funk registrata con tutto il cattivo gusto degli anni Ottanta. Eppure, quella canzone provoca a sua insaputa un vero e proprio movimento di censura che marcherà i dischi come pacchetti di sigarette.

A fondarlo è Tipper Gore, moglie del senatore Al Gore e futuro candidato alla Casa Bianca. Perché un giorno, passando casualmente davanti la cameretta della figliola di otto anni, ha la netta impressione che la cucciola di casa si stia masturbando ascoltando Prince che racconta della ninfomane Nikki.

Il Parental Advisory è dunque il fratellino di quella dolce e perversa Nikki. Ed è figlio di Prince, il piccolo diavoletto di Minneapolis che a quei tempi se la gioca con Michael Jackson in quanto a personificazione scultorea della musica nera e il cui rapporto erotico con la chitarra (sebbene fosse un polistrumentista eccezionale) fece qualcuno gridare al “nuovo Hendrix”.

Molto più verosimilmente, era invece il figlioletto di Rick James e il progenitore di Lenny Kravitz. Oltre che di tante altre cose che sarebbero venute molto tempo dopo (la sua figura androgina è un po’ il prototipo della Conchita Wurst che verrà).

Purple Rain, il film, era in realtà proprio roba da poco. Il disco che ne fa da colonna sonora è invece un pastiche tra il rock bianco e la black music pieno di trovate estrose (una per tutte, la capacità di scrivere uno dei più suonati pezzi disco/funk del periodo senza toccare una sola corda di basso), di commistioni improbabili tra suoni elettronici e sudori hendrixiani e di uno strano e spiazzante equilibrio tra l’innovazione imposta in qualche modo dal nuovo mercato dei video e il tentativo di preservare una certa radicalità funk e rock vendendone un abile prodotto grasso e stereotipato (e del resto, il saggio Prince, prima di registrare la chilometrica title-track destinata a commuovere popoli e legioni, qualche telefonatina per togliersi qualche dubbio e qualche peso sulla coscienza, la fece), buono per la generazione di McDonald’s, imprigionando il genio dentro una lampada. Viola.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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HENRY MANCINI – The Music from Peter Gunn (complete edition) (American Jazz Classics)

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Gli emigranti italiani di prima generazione costruirono l’America.
I loro figli ne montarono l’immagine e ne crearono il suono, facendone la cartolina che di qua dall’Oceano tutti si aspettavano di ricevere.
Enrico Nicola Mancini non fu da meno. Senza di lui non potremmo fischiettare il tema della Pantera Rosa o simulare un’immersione nelle acque argentate del Moon River. E forse senza di lui il matrimonio tra jazz e cinema sarebbe rimasta una sghangherata storiella da due soldi. Chi lo sà.
Invece nel ’58 Blake Edwards gli affida le musiche per un suo nuovo personaggio su cui sta lavorando: si tratta di un investigatore privato di gran classe, che frequenta un club jazz chiamato Mother’s e che risponde al nome di Peter Gunn.
Gli serve un autore sofisticato, elegante e versatile, in grado di rendere in musica ciò che Edwards ha in mente di proiettare sullo schermo. Henry è perfetto: conosce Cole Porter come gli Ebrei la Bibbia ma ha suonato in centinaia di matrimoni per immigrati e fatto tesoro del loro repertorio: ha una musica pronta per ogni situazione. Mancini costruisce delle musiche “su misura”. Come un sarto. O un designer.
Peter Gunn diventa quello che lui suona e ascoltando di filato questo splendido doppio CD pare materializzarsi la sua ombra alle nostre spalle. È la magia di una musica che buca lo schermo prima in un senso, poi in quello opposto. La magia delle nostre memorie.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Action! (Ace)  

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Se i Monkees furono costruiti per essere i Beatles americani, Tommy Boyce e Bobby Hart furono, per forza di cose, i Lennon e McCartney d’Oltreoceano. Un matrimonio artistico nato nel 1959 e conclusosi solo il 23 Novembre del 1994, quando Tommy prende la pistola che custodisce nel suo comodino e si spara un colpo in testa. Trentacinque anni di “convivenza artistica” in cui Boyce & Hart scrivono, per loro e per altri, alcune delle canzoni pop più belle della musica giovane americana: Valleri, (Theme From) The Monkees, Action Action Action, (I’m Not Your) Stepping Stone, She, Come a Little Bit Closer, The Dum Dum Ditty, I Wonder What She’s Doing Tonight?, Last Train to Clarksville, Words ad esempio le trovate qui dentro, oltre che nei dischi di Standells, Monkees,  Paul Revere and The Raiders, Sex Pistols, Chesterfield Kings, Leaves, Regents, Shangri-Las, Sons of Adams, Minor Threat e centinaia di altri. Una striscia di perfette pop-songs che ha attraversato campi incolti di musica rendendoli fertili. Questo disco ne onora il pregio e la memoria, regalandoci un’ora di sana leggerezza.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Flipper Psychout (Vampisoul)

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La Flipper Music è una Music Bank italiana.

Del tipo, voi ci mettete il film, e loro vi ci mettono la musica giusta.

Presa dal suo sterminato catalogo o creata apposta per l’occasione.

La Vampisoul è invece un’etichetta madrilena che da otto anni è alla ricerca delle musiche più esotiche del mondo. Da tutto il mondo, dalla Nigeria al Perù.

Autentici scrigni magici dove, una volta infilate le mani, stai sicuro che tiri su qualche pietra preziosa.

Questo volume ad esempio, messo su scavando negli archivi della Flipper, ne è pieno. Tutta roba che va dal 1969 al 1975. Tutta la tecnologia della musica elettrica di quegli anni messa al servizio delle musiche per film.

Distorsioni, wah wah, fuzz, moog, leslies, nastri e amplificazioni valvolari per ventisei vignette tra cui la migliore è quella di (ci credereste? NdLYS) Amedeo Minghi: quella Lustful che i più fortunati hanno già assaporato sulla raccolta della Primrose Music dello scorso anno e che è un nodo scorsoio di chitarra fuzz e flauto di pan e che qui fa benissimo il paio con la Omifarius di Roberto Conrado, altro pezzone da novanta. Non nel senso dei gradi ma del petardo. Anche se, usato durante un amplesso doggy style devo dire che funziona eccome, come tutto il resto del disco. Certo, dipende da quanto durate.

Io non vado oltre la prima facciata.

Anche perché poi mi alzo e vado a girare il disco.

Una figata pazzesca, altro che Arcade Fire.

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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THE STYLE COUNCIL – Our Favourite Shop (Polydor)

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Signore e Signori, vi presento gli anni Ottanta.

Eleganti e coolatoni.

A sinistra Signor Eleganza in persona, Mr. Paul Weller.

A destra l’organista pel di carota Mick Talbot, da Merton.

Si sono conosciuti nel fremente giro mod inglese alla fine degli anni Settanta e Mick ha già prestato la sua maestranza per Setting Sons dei Jam.

Sono gli ultimi anni di vita della grande mod-punk band.

Weller e Talbot suonano e sognano.

Ascoltano i vecchi dischi di Georgie Fame e Jimmy Reed e sognano.

Rovistano in vecchi negozi alla ricerca di roba vecchia e sognano.

Ogni tanto accendono la tivù. E vedono gli ABC. E i Visage. E gli Human League.

Non gli piace. E sognano.

Sognano di mettere su un gruppo che abbia dentro il calore del soul e l’eleganza del jazz da club, i colori tempera della bossa nova.

Che suoni moderna ma non di plastica.

Ci riusciranno per un po’.

Sicuramente per i primi due album incisi come Style Council.

Gruppo che già dal nome decide di fare i conti con lo stile, la classe, l’eleganza.

Che negli anni Ottanta significa essere fuori dal giro delle popstar di successo, quelle dalle acconciature improbabili e dai raggi laser, metà Megaloman e metà Atlas Ufo Robot.

E invece, dopo Cafè Blue che aveva “creato il caso”, gli Style Council si trovano al centro di un movimento di restaurazione chiamato Cool Jazz, scoprendo che la loro voglia di musica retrò può essere condivisa e che il loro bisogno è un’ esigenza sentita anche da una grossa fetta di mercato.

Così ci riprovano, con più convinzione. Tirando fuori Our Favourite Shop.

Rendendo tutto palese fin dalla copertina.

Un emporio dove si trova di tutto, dove molte vite possono trovarsi rappresentate. Di certo quelle di Mick e Paul: c’è Otis Redding, c’è la venerata Rickenbacker 360/12, un manifesto di orgoglio gay come Another Country, c’è Al Green, ci sono le cravatte e i dischi della Motown, la maglia della Raleigh, Sinatra e i Beatles.

Un inventario della propria vita, più che un negozio di uno svuotacantine.

Ascoltato dopo venticinque anni ci si accorge di quanto ci suoni ancora familiare e di come riesca ancora a scaldarci il cuore nonostante una sottile patina eighties lo avvolga come un leggero foglio di cellophane, di come tutti gli Housemartins stessero già dentro una cosa come Welcome to Milton Keynes e i Kings of Convenience ovviamente a galleggiare dentro le vasche spa di Down in the Seine e All Gone Away, di come il funambolico soul di Internationalists sarebbe potuto stare allo stesso tempo dentro The Dream of the Blue Turtles di Sting o, con i piccoli ritocchi  necessari, dentro l’unico album dei Redskins o di come, quando passa A Stones Throw Away, ci si sia fatti scappare la Eleonor Rigby degli anni Ottanta distratti da chissà cosa. Non so se possa essere anche il mio negozio preferito.

Ma sono sicuro che un bel po’ di roba la porterei ancora volentieri a casa.

                                                                      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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