DAVID BOWIE – EART HL I NG (Virgin)  

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A metà del guado degli anni Novanta, la jungle, il drum ‘n bass, il breakbeat sono la “nuova cosa” che sta rivoluzionando la musica mondiale, ridando prestigio alla musica elettronica e conquistando il mondo del rock. Fin troppo ovvio che Bowie, da sempre permeabile alle novità e desideroso di percorrere strade inesplorate e riadattarle alla sua bisogna, ne rimanga affascinato. EART HL ING, frantumato sin dal titolo, è il disco con cui Bowie piega la sua musica alle sincopi frenetiche delle nuove frontiere della musica elettronica.

Buona parte del lavoro (Telling Lies, il “prodigyoso” singolo Little Wonder, Battle for Britain) è intessuto su queste meccaniche di ritmi cibernetici e distorsioni che sembrano frenare o sbuffare come locomotive su questo tappeto ritmico franoso, oppure si dischiude su improvvisi riff di chitarra che spuntano come massi mentre tutto il resto scorre liquido come un fiume ingrossato dalle piogge, ricordando volutamente le rocciose slavine dei Pixies (che erano una fisima per Bowie già ai tempi dei Tin Machine e tale resteranno fino ad Heathen, NdLYS), come succede nella bella Seven Years in Tibet o sulla The Last Thing You Should Do percorsa da un vibrante duello tra batteria e synth con Bowie intento a imbucare la sua voce dentro una bottiglia d’acqua per poterla trasformare in quella di un crooner luciferino e sinistro.

Gli eccessi climatici da coma di 1.Outside sono spazzati via da una bella giornata di sole. Bowie guarda il cielo quasi sgombro di nuvole, impavido e statuario, avvolto nella sua Union Jack.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LLOYD COLE – 1D Electronics 2012-2014 (Bureau B)  

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Lloyd Cole c’è. Ma non si vede. Ne’ si sente, così come vorreste (vorrei?) sentirlo.

Musica modulare, secondo le istruzioni di Mr. Allen Strange e costruita dopo nottate insonni sul sito di Muffwiggler. Mattoncini Lego di musica elettronica, per capirci.

Spinotti e manopole, secondo la sensibilità sempre più bionica del musicista scozzese. Sono esperimenti di elettronica di uno studente nemmeno troppo brillante. E noi, che ne sappiamo ancor meno di lui, dovremmo valutarlo.

Non lo farò.

Non sarò spietato con te, caro Lloyd. Perché anche io, tanti anni fa, ho finito di fare musica con la chitarra per provare a farla con un sequencer QWERTY. Anche la mia musica, come la tua, non arriva a tutti. Quella che hai messo su disco, stavolta, non arriva a me. Quella che io ho messo su word, non arriverà a te.

Spesso si parla vicendevolmente e non ci si comprende.

O ci si scambiano silenzi. Che vengono interpretati come si vuole, finchè si vuole.

O ci si comprende con un ritardo estremo, quando i ponti di comunicazione sono già crollati ed ognuno è chiuso nel proprio fortino, su sponde opposte.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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CHRISMA – Chinese Restaurant / Hibernatiòn / Cathode Mamma (Polydor)

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Nessuno capì bene se ci fossero o ci facessero ma di certo dei Chrisma si fece gran parlare (e vedere) alla fine degli anni ‘70. Loro erano il lato più scandalistico del punk, ovvero l’unico che allora interessava gli italiani. Così, dopo l’esordio in chiave afrobeat di Amore, i Chrisma decidono di mettere scompiglio e cavalcare l’onda del sado-punk: Christina canta senza mutande al Festivalbar e Maurizio rilascia interviste ficcandosi la spilla da balia sulla guancia e simulando mutilazioni on stage: un gossip eccentrico e provocante utile ai giornalisti x gettare merda sul punk, una macchina spietata per fare clamore e alimentare facili scandali. I primi due LP sono pura avanguardia per la musica italiana degli anni di piombo, sospesa tra certo decadentismo teutonico e l’algida suburbia di Ultravox!, Kraftwerk, Suicide e Tuxedomoon ma sono soprattutto il frutto dell’ingegno elettronico dei fratelli Papathanassiou che lavorano fattivamente ai dischi. Cathode Mamma cede alle adulazioni dell’hit-parade e emigra verso un elettropop mansueto abbandonando il plumbeo e decadente minimalismo dei primi due dischi con cui i Chrisma battezzarono, con pochissimi mezzi, la nascita della new-wave italiana, in piena strategia della tensione e stragismo di Stato. Cult.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FRANKIE GOES TO HOLLYWOOD – Welcome to the Pleasuredome (Salvo)

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Gli Anni Ottanta.

Una merda, fondamentalmente.

Perché, questi decenni malati che stiamo vivendo, vi illudete siano migliori?

Non lo sono. Solo che siamo troppo avviliti pure per permetterci di criticarli.

Abbiamo troppe cose da salvare. Famiglia, salute, posti di lavoro, mutui ipotecari.

Siamo gli ospiti del Titanic che cercano rifugio nelle scialuppe.

Vediamo inabissarsi la nostra opulenza e pretendiamo che ci si prenda cura di noi, che si abbia rispetto del nostro declino.

Gli Ottanta furono invece gli anni dell’esibizione, gli anni in cui la pop music trovò una sua trigonometria, spinta da un lato dalla forza delle nuove macchine digitali, dall’ altra dall’ avvento dell’ era dei video. Non contava più saper cantare (e del resto molti lo facevano in playback, NdLYS) ma sapersi vendere. Era un mondo di cartapesta, un’ enorme sfilata di carri allegorici, sfolgoranti di luci e roboanti di musiche di plastica. Allora sembrava carino starci sopra, o davanti.

Poi divenne di moda tirarsene fuori e ridere dei capelli cotonati, dei jeans a vita alta, delle spalline e delle maniche a palloncino.

Poi, invasi dalla nostalgia, divenne uso diffuso ma trasgressivo andare a rivedere i filmati d’epoca. Senza farlo sapere in giro. Perché era di moda il politically correct.

Ora che ognuno fa quel che cazzo gli pare un po’ perché Internet ha fagocitato tutta la nostra memoria e ora ce la serve a porzioni, come un enorme forno a microonde (che allora si pensava ancora facesse male, come ieri si pensava dei telefonini e oggi della tecnologia wireless, mentre nel frattempo milioni di persone sono morte di tumore per aver mangiato pomodori coltivati sopra cimiteri di scorie radioattive, NdLYS) e un po’ perché a nessuno ormai importa essere pro o contro qualcosa o qualcuno. Ora, dicevo, io sto riascoltando Welcome to the Pleasuredome.

Lo ha appena ristampato la Salvo, in edizione doppia, come lo era in origine. Solo che allora si trattava di un “atipico” doppio vinile, oggi del “consueto” formato in doppio cd con inediti vari, remix, alternate tracks e tutta quella roba costretta a riempire un disco che ne giustifichi il prezzo e l’acquisto.

Welcome to the Pleasuredome è un disco-manifesto, il mastodonte dell’ era del pop-digitale. Venne costruito così. Un concept-album sul declino della moralità e sulla bancarotta spirituale del ventesimo secolo. Un disco pop costruito per restare.

Alla consolle c’è Trevor Horn, uno che dipinge con i cursori del mixer.

E stavolta sa che sta dipingendo sulla tela giusta. Perché i FGTH giocano tutto sulla provocazione, sull’impatto mediatico. E’ un anfiteatro dove si mette in mostra lo spettacolo del piacere. Una pleasuredome. Una cupola del piacere.

È un po’ come varcare le mura di Sodoma, e Trevor Horn sa come rendere l’idea.

C’è questa overtoure sinfonica che sembra rubata all’Aida. Poi una voce fuori campo annuncia “Il mondo è la mia ostrica”. E una risata esplode fragorosa.

Quindi si entra nei tredici minuti della title track. Tredici minuti.

In epoca MTV equivalente ad un suicidio in pubblico.

Ma loro possono permetterselo. Hanno tre singoli in testa alla classifica inglese. Roba che nemmeno i Beatles, men che meno i Rolling Stones.

FGTH, in questo momento, possono tutto. Pure presentarsi in tunica da senatori  e suonare quella che è la The Great Gig In the Sky dell’orgoglio gay.

Un suono di chitarre cristallino e un giro di basso micidiale, la voce di Holly che canta come dalle tribune del senato romano e quel coro di “Uh!Ah!” implacabile come un gatto a nove code.

Poi arriva Relax, ovviamente. Che letta così sembrerebbe un estratto dai Buddha Bar. E invece è quella cosa high-energy che tutti conosciamo e che quando arrivò in discoteca pochi sapevano come ballare e che in tivù decisero di non farci vedere. Un’omosessualità così sbandierata, negli anni dell’AIDS, era come trasmettere la pubblicità delle Marlboro al centro tumori di Milano.

L’altro singolo arriva qualche minuto dopo, schiantandosi sulle paure della guerra fredda che preoccupano il mondo in quegli anni. Bin Laden non si sa ancora chi sia.

Ma ci sono la Russia e gli Stati Uniti, le “due tribù”, che giocano a fare i prepotenti.

FGTH li scherniscono sul video. E si schierano dalla parte degli spettatori.

Li temono, ma in effetti patteggiano per entrambi.

Voi non fate forse lo stesso, sin dai tempi dei gladiatori?

Le altre cose di cui si conserva memoria sono la ballatona The Power of Love, destinata in breve a raggiungere la vetta delle charts accanto agli altri due singoli e una versione esplosiva di War, nello stesso periodo recuperata pure da Springsteen a testimonianza della globale paura per la guerra nucleare che stringeva il mondo intero in un abbraccio disperato e universale. Tutto il resto ha il sapore finto e artificiale di tanto synth-funk che in quegli anni infesta il mercato, dalle efebiche riprese di San Josè di Burt Bacharach e della Ferry Cross the Mersey che omaggia i loro conterranei Gerry and The Peacemakers alla ballabile Krisco Kisses (ma in questo campo i King, all’epoca, facevano molto meglio, NdLYS), dal rap imbarazzante di The Only Star In Heaven alla cover di Born to Run risolta in un banale rockettino alla Billy Idol.

Sequenza di genio e mediocre ordinarietà che si replica anche sul secondo cd con le versioni-fiume di Relax, The Power of Love e The Ballad of 32 e viceversa le versioni ridotte di Pleasuredome e War più una manciata di cose bislacche che la band realizzò come demo o che relegò alle facciate B dei loro 45, in quel periodo considerati come il lato inutile dei singoli e quindi spesso pieni di schifezze come queste, finchè gli Smiths non avrebbero invertito la tendenza.

Tutto il meglio e tutto il peggio del pop sintetico degli anni Ottanta, come il doppio bianco lo fu per quello elettrico degli anni Sessanta. Anche allora fummo costretti a scavalcare un’idiozia come Obladì Obladà pur di arrivare a sentire il fragore di Helter Skelter, del resto.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DAFT PUNK – Random Access Memories (Columbia)

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La musica dei Daft Punk è il punto di intersezione tra la coolness e la tamarraggine.

Tra la voglia di fuga e la voglia di figa.

Nel senso che ciò che è mascherato da invito al cyberspazio è in realtà un invito a ballare. I Daft Punk abitano in quel punto da anni, seduti nella loro astronave che punta allo spazio ma con gli occhi incollati allo specchietto retrovisore.

Come se ti dovessero portare chissà in quali mondi e rimanendo invece sempre nel medesimo punto da dove si era partiti. Come quelle giostre in 3D che si scuotono come tori di un rodeo nei luna park di tutto il mondo.

Quello che Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homen-Christo vendono è in fondo la stessa illusione.

L’illusione di un viaggio intergalattico che, se viaggio è, non è altro che un viaggio all’indietro nella memoria. La loro, la nostra.

Synth-pop, funky, disco, house, techno, ambient.

Con la novità, stavolta, che la musica biologica ha preso il sopravvento su quella creata in laboratorio.

Il singolo Get Lucky, in tutta la sua demenziale essenzialità funky, è di quelli che funzionano. Lo dimostrano le statistiche di Spotify e non solo.

Un pezzo costruito (e destinato a) per diventare un tormentone. O un tormento.

Dipende da che livello di contagio riuscite a sopportare. Però, al di là delle valutazioni critiche che si possono fare su un pezzo costruito su un unico, insistente riff (suonato da Nile Rodgers) e uno scioglilingua da movida estiva, Get Lucky è l’unico brano del nuovo Daft Punk in grado di brillare della luce della storica Music Sounds Better With You. Per il resto Random Access Memories non mantiene quello che sembrerebbe promettere o che potrebbe giustificare l’hype che si è nuovamente cementificato attorno al duo parigino. Mi chiedo ad esempio a chi potrebbe interessare qualcosa di sorbirsi un’intervista a Giorgio Moroder su una base electro lunga nove minuti che ci fa rimpiangere Sandy Marton, di un triste musical pinkfloydiano come Touch o di un Einaudi stuprato dal vocoder come Within. E del resto, essendo in giro (vi piaccia o meno) il nuovo Strokes, anche qualche numero come Instant Crush o Beyond ha pochi motivi per esistere così come del resto avendo in casa C’est Chic, TNT o Aja diventano del tutto superflue Give Life Back to Music, Motherboard e Fragments of Time.

E chi ha rughe abbastanza profonde per ricordarsi dei dischi di Alan Parsons Project, Yellow Magic Orchestra, Jean Michel Jarre o addirittura Christopher Cross troverà inutile tutto il resto. Ma Random Access Memories è un disco destinato ai Supergiovani. Quelli, per intenderci, che non sanno neppure cos’era Discoring ma a volte rimangono affascinati da certi pantaloni a zampa d’elefante e dalle palle a specchio che passano sui canali di Vintage.  

Non è un disco per figli di puttana.

È un disco per figli e basta.

La modernità di cui si fascia, la robotica cartoonesca ostentata a livello estetico, il tessuto misto-sintetico con cui viene avvolto, noi lo abbiamo già bazzicato più e più volte, anche quando erano loro stessi a riproporlo ai tempi di Da Funk.

Ed è una miccia stilistica ormai disinnescata.

Random Access Memories è quindi, al di là della saporita lista di ospiti e della produzione sontuosa e curata (cosa ormai quasi alla portata di tutti, il che non dovrebbe più essere una notizia, NdLYS) un album modaiolo (il vecchio che fa trendy) ma sgombro di idee.

Uno di quelli in cui i riempitivi durano più delle due/tre canzoni necessarie.

Un disco che, porzionato, può andare bene per l’estate appena iniziata. Ma che, tutto intero, è un interminabile inverno.

My name is Franco Lys Dimauro, but everybody calls me Lys.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

DRUG FREE YOUTH – The Avocado Index (Nowhere Street Music)

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Torna dopo sei anni di assenza l’Ariel Pink di Salonicco (in realtà di origini, anagrafiche ed artistiche, italiane) con il suo consueto blister di pop surreale in bilico tra rock cosmico, garage acido, sci-fi ed elettropunk. Computers e vecchia roba analogica messi al servizio di queste diciannove miniature che vanno dai quaranta secondi ai tre minuti e mezzo di durata. Giorgos è uno che sa suonare tutto senza in realtà saper suonare nulla.

Un analfabeta visionario.

Uno che suona “a fumetti”, come Eta Beta.

Dischi bizzarri dove vecchi Farfisa, drum-beats, chitarre fuzz ed effetti spaziali riescono a miscelarsi creando piccoli capolavori di sartoria psichedelica (due su tutti: Faces from the Past e Time). Un piccolo pianeta folle dove John Cage incontra gli Electic Prunes e Barrett va a funghi con Vangelis.

Futuro e passato remoto in collisione, come i sogni che ti svegliano di notte.   

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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