FUNKADELIC – Reworked by Detroiters (Westbound)  

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C’è un disco molto bello in giro. Un disco che potrebbe finalmente sdoganare i Funkadelic alle nuove generazioni, quelle che affollano i club mentre noi stiamo seduti a casa davanti a televisori sempre più grandi e divani sempre più comodi.

Dentro ci sono le canzoni dei Funkadelic. Ma non come ce le ricordiamo noi (noi quelli seduti davanti ai televisori su divani sempre più comodi). Sono le canzoni dei Funkadelic come le hanno ridisegnate i musicisti di Detroit, proprio quelli che nei club ci vanno come i nostri figli, ma guardano la pista dall’alto.

Ridisegnate, ecco. Come ci aiuta a comprendere il titolo.

Ridisegnate ma senza annientare lo spirito dei Funkadelic.

Anche dentro i giochi tridimensionali di Claude Young Jr, tra le maglie dub galattiche di Brendan M Gillen, sommerso dalle onde reggae degli Ectomorph o sotto i colpi d’ascia dei Dirtbombs lo spiritello di George Clinton rimane protagonista assoluto e ultimo re vivente del funky.

E Jamiroquai zitto.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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LCD SOUNDSYSTEM – American Dream (DFA)

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A molti ricorda i Talking Heads. A me, la Grace Jones di Nightclubbing e i King Crimson di Red.  

A molti altri ricorda i Suicide. A me, i Soft Cell.

Ad altri ricorda Bowie. Quello di “Heroes”. A me ricorda più Moby che tenta di fare Bowie. Quello di 18, per intenderci. 

Alcuni ancora ci hanno sentito i Joy Division e i Depeche Mode. Io i Simple Minds di Sister Feelings Call e Real to Real Cacophony.

Se pensate stia denigrando, il problema è vostro, non mio.

Piuttosto che stare a disquisire su quanto sia bello un disco come quello della Jones o su quanto erano bravi i Simple Minds preferisco dedicarmi all’ascolto del nuovo, quarto album dei LCD Soundsystem. Che, al di là della soggettiva dell’ascolto e dei deja-vu, è un disco deliberatamente carico di impressionismo citazionista. Come tante “opere” rock contemporanee.

In questa fame di colossi (che nessuno, a parte i Motorpsycho, ne fa più), ci era venuta fame pure degli LCD Soundsystem, anche loro sciolti e riformati, come le vere rockstar. Ci è venuto appetito e James Murphy ci ha saziato. Con un disco dove puoi sentirci un sacco di cose di quelle che ti piacciono per davvero. Da Brian Eno ai Cure, da tant(issim)a new wave di quella sintetica dei primi anni Ottanta (Orchestral Manouevres in the Dark, Modern English) a tutta quella roba che ho citato prima o che altri ci hanno sentito dentro, mentre sulla pista passava il corpo degli LCD Soundsystem e nessuno specchio della sala riusciva a replicarne l’immagine.

Tirati in barca i remi dell’innovazione che qualcuno gli volle mettere in mano frustandolo affinchè ci trascinasse via dalla melma degli anni Zero, Murphy ci regala il disco che tutti volevamo sentire, capace di cortocircuitare la mia generazione con gli amanti dei dischi di tendenza che affollano le praterie del mercato discografico. Tutti, in un modo o nell’altro, schiavi dell’irresistibile legge di Murphy.

 

                                                                             Franco “Lys” Dimauro

 

THROBBING GRISTLE – 20 Jazz Funk Greats (Industrial)  

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Beachy Head è un posto fantastico: una distesa verticale di pietra calcarea che si innalza a strapiombo per più di 550 piedi sul Canale della Manica. Se avete visto Quadrophenia, è quell’enorme scogliera da cui viene lanciata in acqua la Vespa di Asso.

Se invece non l’avete visto, immaginate un centinaio di corpi che si lanciano da lì per sprofondare esanimi in un abisso più confortevole di quello che stanno vivendo all’asciutto. È la stima annuale dei suicidi di cui Beachy Head è muto palcoscenico. Quello è il posto scelto dai Throbbing Gristle per lo storico e deviante scatto di copertina di 20 Jazz Funk Greats, con la band in posa come un’innocua pop band degli anni Sessanta.

Gli Shocking Blue, i Great Society, gli Stone Poneys, fate voi. 

Immersa nel verde come dei moderati figli dei fiori, la più estrema band inglese del periodo (e dei periodi a venire), fa quasi tenerezza. Con i suoi sorrisi rassicuranti, ci promette un disco di rinfrancante funk-jazz, come soleva fare Burt Bacharach prima di ogni Natale. Anche quell’anno, siamo nel 1979, il Natale è alle porte. Qualcuno cadrà nel tranello, potete giurarci.

Due anni dopo, quando la Fetish lo ristamperà con il corpo nudo di un defunto ai piedi della band, nessuno lo comprerà più a scatola chiusa.

In realtà il terzo album della più temibile compagine di sadici non-musicisti dell’area “industrial” di temibile ha ben poco. Si tratta di una galleria inoffensiva di installazioni ambient (TanithBeachy HeadExotica) illuminate da stroboscopi elettronici (WalkaboutStill Walking) o sistemate su pavimenti al plexiglass di chiara eco Moroderiana (Hot on the Heels of Love). Unico momento di vero straniamento la torbida Persuasion, dominata dalla voce asettica di Genesis P-Orridge e da urla strazianti e pianti ben distribuiti su due alienanti, persuasive note di basso.

La musica dei Throbbing Gristle si scopre d’un tratto marginale a quanto essa stessa ha contribuito ad ispirare.

Le nefandezze e il respiro ferale della società industriale troveranno modo di suppurare nelle pustole infette di Test Dept. ed Einstürzende Neubauten.

La scogliera di Beachy Head, dal canto suo, continuerà a testimoniarne il fallimento.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE PRODIGY – The Fat of the Land (XL)  

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A metà degli anni Novanta la club culture è al suo apogeo.

Da Detroit a Londra non c’è un solo culo che non sia manovrato dalle dita di un deejay.

Ma non basta.  

Gli eroi della consolle escono dai club ed invadono i palcoscenici.

I maestri di cerimonia non sono più soltanto gli chef cui viene affidato il menu della festa, ma diventano essi stessi la festa.  

Diventano “visibili”, tridimensionali. Non sono più un nome su un manifesto ma delle autentiche rockstar. La gente che balla le loro selezioni, la loro musica non ha più lo sguardo rivolto al dancefloor, ma al palco. Vuole vedere il muco che  gli cola dal naso, vuole vedere come se lo tirano via mentre maneggiano le loro attrezzature.

Anche la loro musica diventa più invasiva, più parossistica, più “grassa”, più “dotata”: è la nascita del bigbeat. Grande nel nome e nelle dimensioni. I vecchi paladini dei club sono le nuove pornostar della musica. Sfoggiano durate e misure imponenti, umiliando i normodotati. Come facevano i Led Zeppelin o gli Who, con strumenti diversi ma con la stessa quantità di volume.

The Fat of the Land dei Prodigy rappresenta il punto di congiunzione ottimale tra le nuove tendenze della musica elettronica, l’ariete rock e l’immagine shock, fotografando l’atto in cui il mostro mutante apre a calci la porta del laboratorio dove è stato creato e si prepara ad invadere il pianeta, come in un tokusatzu giapponese.

Attuando quel dosaggio perfetto di ingredienti musicali e scenografici fallito sui due album precedenti, i Prodigy rendono finalmente onore al loro nome ed approntano un disco prodigioso nell’allestimento (innestando elementi di hip-hop, techno, ragga, banghra-pop, ambient, electro, crossover, jungle, rock) e orgiastico nei risultati.

È il momento esatto in cui la scena post-rave si ammutina tradendo se stessa.

I Prodigy guidano la flotta.

Sotto coperta i flipper risuonano in tutta la loro scellerata potenza.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MOUSE ON MARS – Idiology (Thrill Jockey)  

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L’ultima grande rivoluzione musicale in ambito tecnologico e strutturale del XX Secolo è l’avvento dei laptop. Sono quelli che comunemente chiamate “pc portatili”. Dispositivi che il più delle volte usate per scrivere una tesina, navigare sui siti porno, leggere le mail con cui vi comunicano eredità milionarie ma che in realtà sono delle delle macchine in grado di compiere circa tre miliardi di operazioni al secondo. Confrontate con le primissime macchine dei pionieri della musica elettronica, delle autentiche astronavi. Decenni dopo la diffusione dei nastri magnetici, quindi dell’amplificazione elettrica e poi dei sintetizzatori e dei campionatori, è questa l’ultima innovazione in grado di consegnare dei nuovi strumenti artistici nella mani di ragazzi che qualche anno prima non sapevano neppure di possederla, quella capacità. È un cambiamento di approccio (oltre che di risultati) radicale che segna di fatto la graduale estinzione dell’ascoltatore passivo. Chi traffica con la musica elettronica preferisce, grazie alla praticità e ai costi contenuti dei laptop, diventare esso stesso un creatore. L’atto creativo diventa un processo di ingegneria semi-professionale più che un fatto di competenza musicale tout-court. Il vecchio solfeggio viene sostituito da algoritmi matematici. La sala prove viene sostituita dalla scrivania. L’orchestra o la band da una serie di bit. L’amplificazione da una buona scheda audio e da un micro impianto acustico in modalità bluetooth.

L’atto compositivo diventa un fatto di “scomposizione” e riassemblaggio di pattern ritmici, filtri, loop armonici, suoni campionati, registrazioni casuali. Qualcosa che potenzialmente possono fare tutti. Ma che nei fatti riesce a pochi. Del resto anche col giro di Do è possibile tirare su teoricamente un repertorio di centinaia di pezzi. Nei fatti, pochissimi riescono a dare a quel giro melodico una qualità che elevi la semplicità di esecuzione in atto emozionante e comunicativo.

La lunghissima premessa serve, oltre che a farvi riflettere, per dire che è molto, molto probabile che i Mouse on Mars non sarebbero mai diventati dei “musicisti” senza le possibilità aperte dal mondo dei laptop e della home-music. Se, insomma, la manipolazione dei cursori si fosse limitata a quella del treble dei pick-up di una chitarra, del delay di una tastiera o del gain di un amplificatore e se i polpastrelli avessero dovuto continuare a cercare di raccordare note e melodie sui tasti di un qualsiasi strumento acustico o elettrico. Eppure sono stati fra i primi a comprendere e setacciare il ventaglio di possibilità aperte dalla nuova elettronica domestica e ad elaborare un suono empatico da ascoltatori attivi. Una musica che non è catalogabile in un genere perché può fondamentalmente includerli tutti o nessuno. Vivere parassitando quanto già ha una sua fisionomia stilistica che si è sedimentata nella nostra memoria o plasmare una musica “generativa”, che si autoproduce come un batterio organico davanti a loro. Idiology rappresenta bene entrambe queste due possibilità. A chi avesse paura di percorrere corridoi su cui si spalancano porte che danno su stanze ignote, il duo tedesco offre stavolta qualche rassicurante punto di riferimento (un’armonia vocale, le note sincopate di qualche pianista jazz, un ritmo ska). I meno pavidi sono invece instradati lungo un labirintico  gioco di risonanze, echi, rimbombi, giochi di specchi, dissonanze, pulsazioni, microchirurgia ritmica, architetture e ottimizzazione degli spazi che ne conferma lo status di, se proprio vi viene arduo definirli musicisti nonostante il mio lungo e a questo punto inutile prologo, abilissimi manovratori.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BURIAL – Burial (Hyperdub)  

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Il mondo, il mondo moderno, visto da una tana.

Burial è il sabato notte consumato in un eremitaggio da attico urbano, mentre nelle arterie della città le luci delle auto corrono come plasma dentro una ragnatela di deflussori. Sostituendo allo specchio lo schermo di un laptop Burial si lancia in un gioco di riflessi prismatici che stravolge il senso della musica da club, demolendo di fatto la sua natura socializzante, il suo fragore conviviale, i suoi rituali orgasmici e tribali in favore di una solitudine sconcertante e malinconica da edificio abbandonato.

La sua musica è piuttosto il luogo metafisico dove si annidano tutti gli spettri ammansiti dalle pastiglie di MDMA, il posto dove la cultura dei rave clandestini implode e si accartoccia su se stessa, morendo sotto le sue stesse macerie.

I flash seducenti della discoteca ridotti a vaghe strisce fluorescenti di led.

Il vigore ritmico sclerotizzato in un rattrappito cigolio di nunchaku elettronici.   

L’unica dimora che rimane immutata è la notte, coi suoi mille pericoli e i suoi mille rifugi sicuri dentro cui le musiche urbane di Burial trovano scampo, trascinandosi dietro il riverbero scuro dei suoi rumori e lo scroscio incessante della pioggia che la bagna.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ARTO LINDSAY – Cuidado Madame (Ponderosa Music & Art)  

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Ad un certo punto della sua carriera, dopo una costante ed annuale presenza discografica di grande prestigio, Arto Lindsay decide di disertare dai giradischi e dai lettori cd e di trasformare il suo viaggio metafisico nella cultura brasiliana in viaggio vero. Travolto dalla febbre brasiliana, si dedica ad allestimenti e parate che esporta in tutto il “mundo civilizado”, Venezia compresa.

Il suo rientro artistico in veste di musicista arriva dunque come una graditissima sorpresa. Ed è un rientro che ha addosso ancora i colori carioca delle sue produzioni degli anni Novanta. Intrecciate su impalcature elettroniche e percussive anziché gocciolare come muco sui ritmi sincopati di una bossanova, le canzoni di Lindsay sembrano dei giganti ragni bionici che si inerpicano sulle pareti di cristallo di Brasilia. Cuidado Madame è un disco pulsante che sconfina intenzionalmente nella jungle, nel glitch-pop e nel trip-hop, erbe sintetiche che aggrediscono spesso il territorio lasciando però lo spazio per piccole aiuole di malinconia tropicalista quasi incontaminata (Seu Pai, Pele de perto). Ancora una volta siamo davanti ad un’opera architettonica che è “anche” musicale, al cospetto di un Brasile dove si intrecciano tribalismo arcaico e una fortissima spinta verso il futuribile, fedele alla sua tradizione eppure predisposto a tradirla. Come tutti gli uomini del mondo.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SLEAFORD MODS – English Tapas (Rough Trade)  

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Ostinazione e tenacia.

Fino a prendersi sempre più spazio tra le pagine delle riviste d’Oltremanica, farsi dedicare un film-documentario e approdare, dopo dieci anni d’artigianato, alla corte della Rough Trade.

Continuando a dire parolacce e ad essere uguali a nient’altro se non a se stessi.

La proposta del duo inglese potrà apparire alla lunga fastidiosa, soprattutto per chi della loro lingua comprende appena “the book is on the table” e “imagine all the people”, ma è di certo una delle più originali e anticonformiste dell’ultimo decennio.

Per chi non avesse ancora incrociato Jason Williamson e Andrew Fearn, diciamo che si tratta di una delle deviazioni più originali del post-punk di stampo Fall/Public Image che siano mai state ordite. Realizzate senza l’ausilio di alcuno strumento acustico o elettrico ma solo con basi ritmiche preregistrate, le canzoni degli Sleaford Mods si propongono come la cosa più proletaria e comunista uscita dalla contea di Nottingham dai tempi di Robin Hood.

Sleali tanto col rock quanto con l’hip-hop, gli Sleaford Mods sembrano ricongiungersi idealmente, senza ricalcarne gli stili, a quell’espressionismo caro a gruppi come Ex, CCCP, Calvin Party, Chumbawamba.  

English Tapas non cambia di una virgola questa attitudine priva di compromessi e man mano che scorrono queste nuove dodici canzoni, si ha ancora una volta  l’impressione di assistere più all’azione di due writers che si avventano sui muri delle periferie inglesi che di ascoltare un disco.

È l’immagine di un mondo che cova odio e rancori e brucia di sconfitte e di ingiustizie.

Ed è una immagine che pochi riescono oggi a trasmettere con tale forza.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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U2 – Zooropa (Island)  

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A dispetto dell’aria postmoderna del disco e del forte impianto multimediale che gli U2 allestiscono per portarlo in giro nelle arene di tutto il pianeta, Zooropa è un omaggio viscerale seppur mascherato alle arie e alle vite esagerate dei crooner. Due di loro partecipano fattivamente al nuovo materiale (Johnny Cash su The Wanderer e Sinatra nella nuova versione di un suo standard scelta come B-side dell’estratto) mentre sia Bono che The Edge si prestano al gioco di ruolo su canzoni umorali come The First Time, Numb e Babyface oppure su Lemon, che ricorda molto ma molto da vicino certi giochi di chiaroscuro tanto cari a un altro camaleonte della voce come David Bowie, altro inevitabile ed evidente punto di riferimento per la costruzione di questo nuovo flipper elettronico allestito da Brian Eno con la complicità di Flood e che può, vuole, essere messo nella stessa sala giochi delle macchinette industrial-wave di Nine Inch Nails e Depeche Mode.

Questo momento, che è anche fortemente ambiguo e multivalente, è anche il momento in cui gli U2 sono la band più enorme della Terra, permettendosi di avere gruppi come Ramones e Pearl Jam come band “di supporto”, giusto per scaldare la gente in attesa di quello che in quegli anni è l’EVENTO musicale più imponente che giri i Colossei del pianeta.

Costruendo collaborazioni e filiazioni anche improbabili col mondo della musica, del cinema, della politica, del volontariato che rimarranno nei libri.

E non solo su quelli di Scaruffi e Cilia.

Una istituzione pubblica e sociale talmente invasiva che, paradossalmente, finisce per compromettere l’immagine artistica e sciupare il filone d’oro creativo della band, destinato a una aridità sempre più preoccupante fino a diventare irreversibile.        

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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DAVID BOWIE – Heathen (ISO)  

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Nel 2000 David Bowie riallaccia i legami con Tony Visconti, interrotti ormai da un ventennio. Ha voglia che sia lui a ridare un volto nuovo, moderno al suo vecchio materiale per un progetto intitolato Toy.

Poi succede che la storia corre più veloce di loro. A bordo di due Boeing 767.

E la storia cambia un po’.

Quella del mondo e quella di Toy, che si trasforma in un album di canzoni inedite. Che parlano dell’11 Settembre e di tutti gli altri giorni dell’anno.

Dei giorni suoi di quelli altrui. Compresi quelli un po’ più lontani di Pixies, Legendary Stardust Cowboy e Neil Young.  

E quello che nei progetti doveva essere niente più che un gioco, si tinge di un’ombra più torbida, salvandoci forse dalla noia di una seconda “ora” di ‘hours…’.

Heathen ci racconta di un mondo che si sbriciola sotto i nostri occhi (o del bianco che ne rimane), così come il nostro passato. Abbandonato anche dagli angeli, che ci lasciano alla stessa ora in cui Jimmy lascia Brighton sulla sceneggiatura di Quadrophenia.

Per questo si apre con un’aria da musical apocalittico su cui Bowie recita:

Niente rimane
Potremmo correre quando la pioggia diventa leggera
Cercare auto o segni di vita
Dove va il calore
Cercare le persone alla deriva
Dovremmo strisciare sotto le felci
Cercare i barlumi di luce per la strada
Dove va il calore

Tutto è cambiato
Perché, in verità, è l’inizio del nulla
E nulla è cambiato
Tutto è cambiato
Perché, in verità, è l’inizio di una fine
E niente è cambiato
E tutto è mutato

 

e si chiude con gli stessi toni da melodramma pagano cantando sotto un cielo che si è fatto di vetro e di ferro e chi aveva promesso di esserci quando avremmo fatto il loro nome, hanno scordato il timbro della nostra voce.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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