DINOSAUR JR. – Without a Sound (Blanco Y Negro)

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Raggomitolato sul divano di casa, da solo, J. Mascis stappa una bottiglia di prosecco brindando non si sa bene a cosa o a chi, poi si snida e srotola il suo tappeto di chitarre cominciando a strusciarvisi sopra, facendo le fusa.

Disseminati sul tappeto, i suoi giocattoli di sempre. Lui ogni tanto tira fuori le unghie e li aggredisce come fossero dei topi di fogna che non meritano altro che essere sbranati. Poi torna a stiracchiarsi pigro, nei modi a lui consoni. E, quando l’intestino lo richiede, va a cagare nella lettiera. Senza curarsi di ricoprire la merda col terriccio.

Without a Sound non regala nessuna novità di rilievo, se non per il fatto che la sigla Jr. potrebbe adesso tranquillamente ridursi alla sola J., unico proprietario del marchio. E del resto, perché dovrebbe regalarne qualcuna? Mascis ha aspettato con pazienza che il mondo girasse e passasse dalla sua camera senza che lui abbia fatto niente di più che alzare leggermente la tapparella facendo passare un po’ di luce.

Adesso finalmente è giunto quel momento.

E mentre i Nirvana e gli Hüsker Dü pubblicano, per ironia della sorte, i loro dischi “dal vivo” pur essendo già morti, i Dinosaur Jr. si inerpicano sulle classifiche a rubare i croccantini che qualcuno aveva messo in alto illudendosi che il gatto Mascis non avesse mai avuto la forza e la volontà di spirito di arrampicarsi così in alto.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DINOSAUR JR. – Beyond (Fat Possum)  

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Venti anni esatti dopo You’re Living All Over Me.

Dieci anni esatti dopo Hand It Over.

E i Dinosaur Jr. ci regalano l’illusione non ne sia passato alcuno.

Beyond ritrova l’assetto triangolare più amato: J. Mascis, Lou Barlow, Murph.

La formula è quella trita dei Dinosaur Jr. dei tempi d’oro, quella che ti fa sanguinare le orecchie mentre la voce di Mascis sembra porgerti la garza per tamponare l’emorragia, senza riuscirci. Canzoni a presa rapida pronte a restaurare il monumento della band del Massachusetts.

Canzoni già sentite mille volte.

Piccoli tori meccanici imbizzarriti che abbiamo provato a cavalcare centinaia di volte, spesso resistendo fino alla fine.

Dieci anni fuori dal recinto, in attesa di indossare nuovamente i cappelli da cowboys.

E ora, eccoci pronti.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DINOSAUR JR. – Give a Glimpse of What Yer Not (Jagjaguwar)  

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Tiny, l’estratto che ci ha addolcito l’estate assieme a quello di pomodoro funziona come specchietto per le allodole, srotolando in tre minuti tutti i luoghi comuni del suono Dinosaur Jr.: chitarre affogate nella distorsione, assolo al fulmicotone, ritmica serrata e J. Mascis che si ostina a sbadigliare mentre canta (o a cantare mentre sbadiglia, se preferite), continuando a trasmettere quella sensazione che sia lì ma che preferisca essere altrove ma Give a Glimpse of What Yer Not, l’album che si fa carico di accorciare le distanze tra le produzioni del periodo storico (sette) con quelle post-reunion (con questa giunte al quarto capitolo) non è, proseguendo con le analogie ornitologiche, un disco-civetta confermando come il ritorno in scena di una delle più grandi formazioni dell’alternative-rock americano degli anni Ottanta sia stata in fondo una delle più credibili e di come la media qualitativa dei quattro album prodotti in questo nuovo assetto siano nettamente superiori a quella degli ultimi svaporati dischi in studio della prima fase (Without a Sound e Hand It Over). La scrittura di Mascis è ancora vivace, seppure poggi su uno standard cui ormai abbiamo familiarizzato tanto da non metterci più paura (Good to Know, I Told Everyone, Be a Part, la power ballad da groppo alla gola di Lost All Day). A scardinare la compattezza delle sue canzoni arrivano i brani firmati da Lou Barlow, di certo più vicini allo stereotipo della classica canzone americana, quella che da Neil Young e i Byrds arriva fino agli Uncle Tupelo e i Pearl Jam. Le une sono malamente incollate alle altre, a dire il vero, come una piccola imperfezione artigianale in un prodotto che ha già la sua clientela pronta a fare la fila fuori dalla bottega. E oggi, dopo più di trent’anni, i Dinosaur Jr. meritano ancora che noi si stia in fila per ascoltare quello che vengono a dirci.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THEE HYPNOTICS – Soul, Glitter & Sin (Tales from the Sonic Underworld) (Situation Two)  

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Che disco strepitoso, Soul, Glitter & Sin. Così distante dal vortice stoogesiano dei primi Hypnotics e così cinematico che non a tutti piacque, quando venne pubblicato. Come se Jim Jones e compagni avessero tradito chissà quale promessa, senza che ne avessero mai fatta alcuna. Un disco che, senza rinnegare la forza d’urto del vecchio suono della band (la smerigliatrice di Shakedown sulla quale i lampi dei fiati sembrano evocare i vecchi filmati di Batman, The Big Fix, Point Blank Mystery, Soul Accelerator una sorta di provino di tutto lo space-rock che verrà) si apre a soluzioni diverse offrendo un vastissimo campionario di emozioni che non sono soltanto quelle di un rock ‘n roll sguaiato e ultrarumoroso. Le strutture si diradano tirando fuori pezzi atmosferici e Cooderiani come Kissed by the Flames o Cold Blooded Love o pigri stomp noir come Black River Shuffle o Samedi’s Cookbook figli di una sbornia oppiacea che farà scuola (ispirando ad esempio gli Spiritualized più di quanto non abbiano fatto gli Spacemen 3 stessi) per concludersi con due alticce garage-songs come Don’t Let It Get You Down e Coast to Coast che sembrano incrociare i Primal Scream con le nuvole metalliche dei Flaming Lips, senza che nessuno se ne accorgesse, troppo attenti a cercare di capire perché gli Hypnotics avessero deciso di litigare con lo zio Iggy.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE TELESCOPES – Splashdown (Cherry Red)  

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Salvati da Alan McGee dal naufragio della What Goes On, i Telescopes approdano sulle coste della Creation nei primi mesi del 1990. Alan li accoglie dopo averli visti dal vivo a Birmingham ed aver dovuto, così vuole la leggenda, lasciare il locale a causa del volume assordante della band. Il boss della Creation si fa carico di versare le sterline necessarie per “liberare” le canzoni già pronte dai diritti che le vincolano alla vecchia etichetta e pubblica ad Aprile il Precious Little E.P. guidato dalla tempesta elettrica del pezzo omonimo e seguito da tre narcotiche ballate che suonano un po’ come se ci si fosse addormentati con la smerigliatrice accesa.

Le tre tracce che danno il titolo ai tre E.P. immediatamente successivi spostano però il tiro, su pressione dell’etichetta, più sul ritmo che sul timbro cercando in qualche modo un compromesso tra lo stile del gruppo e le nuove fusioni con la club-culture inaugurate con successo dai Primal Scream con Loaded. La musica della band viene “elaborata” secondo concetti nuovi e dinamizzata come gocce omeopatiche, producendo quella sorta di guitar-pop stroboscopico che viene esibito sulla lunghissima Celestial, su Flying o su High on Fire, le ultime due delle quali verranno poi ripescate per assemblare fra mille difficoltà e poca voglia, il secondo album cui la band non vuole neppure dare un titolo “taggandolo” con quello che venti anni dopo sarebbe diventato uno dei simboli più sfruttati di una tastiera per pc. Ma allora, l’hashtag era semplicemente un modo per indicare un numero indefinito. Indefinito proprio come il puzzle sonoro messo su per un disco fondamentalmente noioso e in cui il fischio del feedback di Taste si è completamente spento in un guitar-pop fatto di arpeggi oppiacei, batteria spazzolata e qualche sparuto e malinconico accento di pianoforte. Più piano che forte, a voler fare i pignoli. La band ha insomma perso la fisionomia ben definita degli esordi, sbandando fino a toccare abissi di esotismo banghra (come nelle bonus accluse a questa raccolta che documenta tutto il “rito sacrificale” del periodo Creation e che soffocano tra sitar e tablas il tepore valvolare dei Telescopes devastatori e devastanti dei primi dischi) che non convincono nessuno.

Men che meno loro, che abbandoneranno l’osservatorio stellare per un decennio buono. Tornando solo quando nessuno si ricorderà più le loro facce.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ALL TOMORROW’S PARTY – Yoo Doo Right, You Doo Slide (Alive Naturalsound)

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Hawkwind e Telescopes. Sono queste le due coordinate dentro cui fluttua il suono di questo terzetto giapponese al debutto su Alive. Perimetri psichedelici ora melliflui e sognanti (Simpathy for the Junkies o il bollore liquido di Cracked), ora increspati da distorsioni pressanti e grumosi di acetilene fuzz (la cavalcata di Light of Love, satura di vapori grebo o Bad Bee Says) dentro cui sembrano prendere forma i demoni di Teenage Fanclub, Spacemen 3, Loop, Hypnotics, Stewed. Da una terra che dai Boredoms ai Guitar Wolf ci ha abituato ad esasperazioni nichiliste e caricature sgraziate e scomposte del rock ‘n roll, sembra un miracolo sentirsi abbracciare dal pop psichedelico di pezzi come In Shade of Blue, dove pare di vedere gli XTC planare dentro Mellon Collie dei Pumpkins o dalla polvere di maracas di Sure Love.

Eppure, così è.

Bellissimo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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WHITE NOISE SOUND – White Noise Sound (Alive Naturalsound)

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L’inizio affidato a Sunset è oltremodo folgorante.

Sembrano i Suicide suonati dai Jesus and Mary Chain.

Ripetitività e rumore.

Rumore bianco, come del resto avverte con palesata banalità il moniker della band gallese. 

Sono i quattro minuti più convulsi di questo debut-album che invece piomba sin dalla successiva It Is There For You in una sorta di torpore mistico-psichedelico che arriva già con i synth di Fires In The Still Sea a lambire i territori di una forma di ambient spettrale.

La prima parte di Blood torna ad affogare nel rumore poi le chitarre scompaiono inghiottite da lunghe note di sintetizzatore finché qualcuno della band (Paul Griffiths e Rhys Hicks per l’esattezza, NdLYS) riaccende gli smerigliatori, senza accennare alcun accordo.

No Place To Hide, la lunga traccia che segue, è invece una vite senza fine buona per l’autoipnosi col suo lento dipanarsi di un haiku armonico ripetuto all’infinito prima da una chitarra acustica, quindi da un sitar digitale, poi dai suoni di una slide, quindi da un simulatore di flauto, poi da una tempesta fuzz dalle dimensioni immani, fino al quietarsi conclusivo che sfocia nel banghra psichedelico di Don‘t Wait For Me e negli otto minuti di Dreams & Ecstasies, sorta di The End suonata sulle rive del Gange.

A quel punto nessuno di voi si ricorderà da dove si era partiti, ovvero da quel vortice di chitarre fuse di Sunset perché nel frattempo, come sciacalli dopo l’uragano Katrina, sono passati gli Slowdive, gli Spacemen 3 (Sonic Boom produce il disco, tra l’altro), i Warlocks, i Dolly Rocker Movement e gli Psychic Ills a far man bassa di tutto. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PSYCHIC ILLS – Mirror Eye (The Social Registry)

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Un disco fastidioso, questo nuovo dei Psychic Ills. Come e più del suo predecessore Dins, Mirror Eye è una discesa dentro la vostra mente, un’escursione geologica tra le pareti rosa che rivestono il vostro corpo, tra quella giungla di nervi, fibre e sostanze molli che vi abitano dentro.

Funziona più o meno come un I-doser: indossi le tue cuffie, spari il volume a palla e cacci dentro il disco. Il cervello parte per un viaggio indotto, stimolato dalle frequenze audio che vi stanno solcando la materia grigia come fosse una spatola su una palla informe di plastilina. Il rischio è che possa essere un’esperienza noiosa, ma ovviamente questo dipende da quello che c’è da scoprire nel vostro omogeneizzato cerebrale: se siete poco inclini al “viaggio” potrebbe essere un disastro e il fischio di Sub Synth, anziché darvi l’idea di un CTA 102 che sta lanciando un messaggio radio alle vostre coscienze cosmiche, vi ricorderà che il vostro più grande impegno della giornata è quello di passare l’aspirapolvere sui vostri tappeti pagati con la finanziaria a tasso 0 (o almeno questo è quello che vi hanno fatto credere, NdLYS).

Le reazioni, non solo cerebrali, sono dunque state diverse. Anche la critica si è spaccata a metà tra chi continua a vedere in loro dei cialtroni (e poi però magari stravede per dei banali e strasupersopravvalutati cazzoni come My Bloody Valentine, NdLYS), chi invece vede in loro i grandi santoni della trance psichedelica. Io non sto ne’ con gli uni ne’ con gli altri, ma propendo più per la seconda fazione. Mirror Eye, nello stato mentale “giusto”, è un incredibile trip da cui è difficile tornare, un narghilè di sostanze volatili che vi annebbierà i sensi e vi aprirà le porte della percezione. Un effluvio di vapori lisergici che esalano da bracieri carichi di polveri di zolfo e incenso.

Lasciatevi trasportare…..

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

 

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THE LONG STRIDES – The Long Strides (Off the Hip)

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Associo sempre l’idea del feedback rock con quella di una serpe nera che agitando la sua coda emette frequenze elettriche dissonanti e catalettiche. Una vipera fuggita dal Vox valvolare di Lou Reed durante un Exploding Plastic Inevitable Show e mai più tornata a casa, un rettile strisciante che ha passato quarant’anni della sua vita mettendo paura a tutti (ricordate le reazioni a Metal Machine Music o a  Psychocandy?) e di cui da un po’ di tempo tornano a girare voci di avvistamenti sempre più frequenti. Addirittura in Australia, dove però non è la prima volta che la serpe depone le sue uova (Burn Your Fingers to the Sun docet, NdLYS). Da lì arrivano i Long Strides e il loro rock immerso in una densa melassa fuzz scura e pastosa, sull’asse J&MC/BRMC.

L’album non regge per intero e va detto. Ma appuntatevi il nome: vi faranno friggere le casse per benino.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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SWERVEDRIVER – Raise / Mezcal Head (Second Motion)

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La Creation fu l’etichetta-chiave del noise pop inglese, questo dovreste saperlo come la tabellina del due. Quelle furono le officine dove la musica inglese forgiò la sua estetica post-post-punk adattando le ombre lunghe della sbornia dark-wave allo scintillio delle chitarre, cercando di nascondere il nero con un sudario di rumore bianco. La Creation fu il primo approdo degli Swervedriver, venuti fuori da Oxford un secondo dopo i Ride e un attimo prima dei Radiohead. Il punto di partenza erano stati gli Stooges, visti attraverso i finestrini appannati dei vans di Dinosaur Jr., Hüsker Dü e Buffalo Tom. Il recinto shoegazing dove li costrinsero a rimanere mansueti in attesa di farli esibire in qualche rodeo era in realtà sono la vetrina più comoda per vendere un suono che si allattava ai capezzoli del rock sfregiato dall’elettricità e dalla distorsione, soprattutto in un periodo (il triennio 91/93) in cui i Nirvana erano i signori assoluti della scena mondiale e il rock inglese avrebbe dovuto aspettare gli Oasis per riaccendere su di sé i riflettori.

Resta l’amaro in bocca per quello che agli Swerves fu negato di diventare e il piacere di riscoprire il sapore di una band che sognava di infilare le My Bloody Valentine nel letto di Iggy Pop.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro


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MezcalHead