THE AR-KAICS – In This Time (Wick)  

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A lungo corteggiati dalla Wick, gli Ar-Kaics pubblicano per la sussidiaria della Daptone il loro secondo album.

La band della Virginia si autoproclama detentrice del più scalmanato e troglodita garage-punk, mentre l’etichetta promuove il disco presentandolo come un acquisto obbligato per i fan degli Elevators, dei Monks e degli Stooges. Addirittura.

Diciamo che, viste le premesse, mi aspettavo qualcosa che potesse pareggiare il peso di Emerge dei Morlocks o del disco dei Primates. Invece mi sono trovato in mano una di quelle irritanti copertine che sembrano disegnate dagli ospiti delle comunità di sostegno che ogni tanto fanno capolino tra gli stand di qualche sagra paesana e che io compro giusto per sostenere la comunità, non certo perché mi facciano impazzire. Insomma, è un po’ come gli annunci per adulti, dove a tanto sfoggio di tette, culi ed erezioni da record, segue un deludente incontro con qualcuno cui probabilmente non avresti neppure pagato il caffè.  

Il disco conferma il mio scetticismo nei confronti di tanti proclami, validando i miei sospetti che il primato di cui la band si vanta in realtà non le appartiene. Il nuovo disco tra l’altro abbassa ulteriormente la guardia rispetto all’esordio, scivolando in un validissimo ma anche abusato canone folk-punk di cui ultimamente vanno ghiotti più i nerd che i cavemen. E del resto, non sono le camerette fornite di ogni accessorio tecnologico le nuove caverne? In This Time è un lavoro pensato per questo tipo di pubblico che adora questa roba disadorna e volutamente sciatta, seppellita dal tedio delle città di provincia, troppo giovane per potersi ricordare che raccolte come Killer Cuts!, Destination Frantic o Die Today erano già piene di roba simile. Gustosissima, per carità, (Sick ‘n’ Tired o It’s Her Eyes un gradino sulle altre) ma davvero non riesco ad immaginare quanto di più lontano dal terrore degli Stooges e anche dal folle e sciagurato beat dei Monks.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE TRIP TAKERS – The Trip Takers (Area Pirata)  

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MERAVIGLIA!

Limitante, superfluo, inutile rivelare la provenienza di questa band al suo debutto.

Tutto ciò che vi si chiede è di chiudere gli occhi e proiettarvi negli anni Sessanta del Merseybeat che bussa alle porte della Swingin’ London. Nient’altro.

Lasciate perdere tutto il resto.

I Trip Takers sono degli autentici, credibili temponauti in grado di trascendere il limitante concetto di revival per ridefinire uno stile carico di suggestioni di chiara ascendenza beatlesiana. Il loro mini album sembra una proiezione assiale di una visione caleidoscopica del beat/folk del ’65. (Solo) sei canzoni che sono come l’aria fresca del mattino quando apri le imposte. O meglio, quando le aprivi cinquant’anni fa.

Melodie cristalline, chitarre arpeggiate come se stessi accarezzando le gambe di Jane Birkin avanzando con i polpastrelli come fossero i tentacoli di una medusa trasparente.

Canzoni che scendono giù come la manna, leggere come le piume dei Byrds (o, nella conclusiva You Are Not Me, come il loro tappeto, NdLYS) e degne delle raffinatezze dei loro compatrioti Beau Brummels.

Per i palati fini del vintage-sound, uno dei gruppi-rivelazione di quest’anno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE BACKDOOR MEN – Södra Esplanaden #4 (Dolores Recordings)

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Diciamo che se siete tutto quello che paventate di essere (scavafosse, sixties-maniaci e quant’altro) la sezione storicamente più interessante di questa raccolta è quella immediatamente successiva alla stringata scaletta dei due singoli e mezzo pubblicati dai Backdoor Men durante la loro attività e che, sempre se siete ciò che dichiarate e io non ho alcun motivo per dubitarne, dovreste conoscere come l’ABC.

Si tratta infatti delle prime registrazioni della band svedese, ovvero quelle risalenti al periodo “mod” antecedente alla svolta folk/punk e garage che li avrebbe portati a incidere gemme come Magic Girl e, sul versante più selvaggio, l’insuperata bellezza di Out of My Mind, quando i Backdoor Men si chiamavano ancora Pow e giravano i locali della città muovendosi sulle Vespe portando in dono l’oro dei Jam, l’incenso dei Lambrettas e la mirra dei Merton Parkas.

Erano i primissimi anni Ottanta e i Pow erano l’unica mod-band della Svezia. Pionieri di un’estetica ricca di fascino. Come sarebbe stato pochi anni dopo per i Backdoor Men. Pionieri anch’essi, ancora una volta. 

Södra Esplanaden racconta, in musica e nel bel libretto a corredo, la trasformazione dei Pow in Backdoor Men e da questi nei più fortunati (molto più fortunati) Creeps. Non c’è invece alcuna traccia dei brani che il quartetto pare stesse elaborando per l’album d’esordio che doveva essere partorito nel reparto neonatologia dell’Electric Eye di Pavia.

Ed è un vero peccato.

Che saremmo stati felici e onorati di conoscere quello di cui la storia ci ha privati.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE MOLOCHS – America’s Velvet Glory (Innovative Leisure)  

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Non lo so se fa figo ascoltare i Molochs.

Fa figo?

Probabilmente no.

Nel senso che non è che facciano copertine di quelle che le mostri a qualcuno e lo stendi a terra. Stavolta peggio che la prima, a dirla tutta. Perché Cameron Gartung e Ryan Foster hanno deciso di metterci la faccia. E si sono messi in posa non come se dovessero fare una foto per la copertina del loro secondo album ma come se avessero deciso, un po’ a malavoglia, di cambiare la foto profilo su Facebook.

Quindi, insomma, se tirate fuori il disco dei Molochs non aspettatevi di fare chissà quale figurone.

Però, nonostante questo ricorso alle pose defilate, alle foto da “very normal people” o ai disegni un po’ infantili della più classica tradizione lo-fi (andatevi a ripassare gli archivi di Daniel Johnston, Half Japanese o Beat Happening) che i nostri condividono con gran parte delle formazioni affini (in questo caso date una scrollata ai cataloghi della In the Red, della Lost Tapes o della stessa Innovative Leisure), la musica dei Molochs possiede un suo fascino, giocato tra le intercapedini del folk acido (quello americano ma anche quello britannico di Syd Barrett e Robyn Hitchcock che sfoggiano con i rossetti viola di Charlie’s Lips e nella dormiveglia di That’s the Trouble With You), degli Stones dell’epoca beat (le arie di I’m Free svolazzano, “libere” appunto, su You and Me), del rock trasognato di Jonathan Richman (New York, perla trasversale del disco, You Never Learn) e del garage sfumato nel folk punk dei Thanes e degli ultimi Wylde Mammoths.

Dunque facciamo così: voi vi tenete i vostri dischi fighi e io mi tengo sul piatto i Molochs.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MUSIC MACHINE – (Turn On) The Music Machine (Original Sound)  

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Uno dei dischi più venerati di tutta la prima epoca garage, in parte per il contenuto (in realtà reso altalenante dalle covers “imposte” loro dai discografici che bocceranno l’iniziale proposta dei Music Machine di inframmezzare i brani portanti con degli inserti strumentali in attesa che la band, incredibilmente perfezionista nonostante l’approccio apparentemente impetuoso, trovasse il “vestito” definitivo alle centinaia di pezzi che tiene nel cassetto, NdLYS) ma soprattutto per il fascino  sprigionato ancora oggi da quel look da dark-Beatles a cui bands come Unclaimed, Crimson Shadows, Ugly Things o Fuzztones si sarebbero apertamente ispirate.

Nati nel 1965 a Los Angeles come Ragamuffins, i Music Machine sarebbero diventati tali con l’ingresso in formazione di Mark Landon e Doug Rhodes anche se sono Sean Bonniwell e Keith Olsen a dare alla band l’immagine e il suono con cui sono passati alla storia, il primo imponendo un look che era, per l’epoca, pura violenza estetica e il secondo costruendo artigianalmente le scatolette fuzz che ne caratterizzano il suono altrettanto crudo. Sono proprio i sinistri arabeschi tracciati dalle linee di fuzz e di organo su pezzi come TroubleThe People in MeMasculine Intuition, Wrong, Talk Talk, Come On In a scatenare brutali pulsioni erotiche su quanti se ne trovassero al cospetto. Folk crepitante e decadente, bastonato dal beat e cantato con fare sfrontato e punk da Sean Bonniwell.

Folk che invece di volare otto miglia in alto come sul tappeto dei Byrds, diventava granito, schiacciandoti.

L’uso degli accordi in minore e delle capacità descrittive tipiche dei folksingers applicate ad un contesto rock dava loro una connotazione eversiva e arty che pochi avrebbero uguagliato, anche dopo. Sean impone alla band una tintura nero corvino ai capelli (Keith era notoriamente biondo), abiti rigorosamente neri, pesanti medaglioni al collo e il singolare vezzo di un guanto di pelle nera a coprire la mano sinistra, riproducendo l’immagine di una gang piuttosto che quella di una comune party-band. Confrontateli con le foto dei gruppi “in divisa” tipici di quegli anni e capirete da soli tutto quello che potrei tentare di spiegarvi a parole.

(Turn On) è un autentico altare pagano. Sean e i Music Machine, gli officianti del garage-punk americano.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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CAMPER VAN BEETHOVEN – Telephone Free Landslide (Independent Project)  

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La prima sensazione era quella che fossero sbarcati i Bad Manners dell’indie-rock Americano. Quella immediatamente successiva era che fossero sbarcati per prenderci per i fondelli. Nell’attesa di dissipare i dubbi, il disco dei Camper Van Beethoven stava ben nascosto, impilato tra i dischi “colti” di John Cale e Can e pronto a far capolino non appena la curiosità reclamava un ripasso.

Se insomma tra i nuovi gruppi alternativi c’era già chi aveva spernacchiato in faccia alla tradizione (Violent Femmes, Replacements, Meat Puppets), i Camper Van Beethoven sembravano farlo in maniera ancora più beffarda ed irriverente, finendo per pisciare anche addosso al punk e ai loro eroi e per accostare la musica di protesta a quella da veglione. Perché l’importante, forse, è farsi trovare comunque svegli. Telephone Free Landslide, nelle sue mille schegge perlopiù strumentali, si appropria di linguaggi periferici rispetto alla fiera tradizione americana, finendo per suonare come un carosello semiserio sulla cui giostra le stelle finiscono per cadere e le strisce per attorcigliarsi su se stesse simulando un carnevale (gli scherzi giamaicani di Yanqui Go Home, Border Ska e Skinhead Stomp, i balletti est-europei di Atkuda, Mao Reminesces About His Days in Southern China, Balalaika Gap, il Branduardi di Payed Vacation:Greece, la 9 of Disks scritta con il foglio a ricalco steso su King Volcano dei Bauhaus).

Infilate fra queste gag apparentemente prive di ogni velleità artistica e di qualsiasi morale, la band infila qualche ballata svaccata (The Day that Lassie Went to the Moon), distribuisce qualche pastiglia inacidita come nella miglior tradizione neo-Barrettiana dei contemporanei Cope e Hitchcock (Oh No!), improvvisa giullaresche sull’intransigente legge dell’hardcore (la cover di Wasted dei Black Flag), scioglie qualche pasticca effervescente dentro i bicchieri della country music americana (Cowboys from Hollywood, Ambiguity Song), riscrive qualche pagina di Jonathan Richman (I Don’t See You è She Cracked con un diverso titolo e l’aggiunta di una viola alla Cale, Take the Skinheads Bowling una qualsiasi delle altre sue quattrocentoventi canzoni), portando nel mondo del rock indipendente americano quella risata Bakuniniana che avrebbe dovuto seppellire molti.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MYSTIC BRAVES – Days of Yesteryear (Lolipop)  

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Una delle cose più insolite di quest’estate 2015 è stata ascoltare la musica dei Mystic Braves durante la presentazione della collezione maschile Autunno/Inverno di Yves Saint Laurent.

Per chi ha seguito la sfilata, ovvio.

E per chi conosce già la musica della garage band californiana.

Il loro terzo album esce a ridosso di quella che ad oggi è l’esperienza con maggiore visibilità per i Mystic Braves ed è un disco che senza tradire la vera essenza della loro musica ne perfeziona il profilo, come un gemmologo alle prese con un diamante da tagliare. Days of Yesteryear, messo su con la complicità di Rob Campanella dei Brian Jonestown Massacre, trasporta dunque le pepite grezze della band dentro un opificio che ne esalta i colori e lascia sprigionare ogni opalescenza. Musicalmente è come estrarre le Pebbles e infilarle dentro le macchine che tirarono fuori gioielli quotatissimi come Forever Changes, Fifth Dimension, Pet Sounds e Sgt. Pepper’s. Garage sound porto con una grazia che può apparire sospetta.

A voi scegliere se allungare la mano e accettare caramelle dagli sconosciuti.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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ALLAH-LAS – Calico Review (Mexican Summer)

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La consacrazione “ufficiale” nel mondo dei beatnik italiani, se mai ce ne fosse stato ulteriore bisogno, è avvenuta sul palco del Festival Beat 2016. Ma il languido garage-folk del quartetto californiano aveva già attecchito da tempo qui come altrove, sin dall’inaspettato successo indie del loro debutto che ha spalancato loro le porte anche nei circuiti meno settoriali, un po’ come è successo ai texani Black Angels con i quali condividono fortissime ascendenze sixties. Che nel caso degli Allah-Las sono fondamentalmente rigurgiti californiani: Sonny Bono, i Lovin’ Spoonful, Gary Puckett, Scott McKenzie, i Byrds e gli echi surf dei Surfaris e dei Beach Boys (l’album è registrato con la stessa tela di ragno analogica con cui venne “catturato” Pet Sounds) vengono rifratti lungo queste dodici canzoni creando piccole capsule temporali come Terra Ignota, Famous Phone Figure, Roadside Memorial o Autumn Dawn con i loro arpeggi narcolettici e l’aria svagata e malinconica che pervade tutte le tracce del disco e che è da sempre il loro marchio di fabbrica. Una “uniformità di carattere” che può apparire noiosa (vale per me) o che può affascinare oltremodo (vale per tutti gli altri). Il primo giardino primaverile a sbocciare nell’autunno di questo 2016. Abbiatene cura.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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P.J. HARVEY – Uh Huh Her (Island)  

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Il ritorno al primitivismo dei primi dischi è chiaro sin dal grugnito scelto come onomatopeico titolo e al selfie casalingo usato per la copertina che ricorda in qualche modo quello di Dry. P.J. Harvey torna dunque a casa dopo la passeggiata notturna per le vie di New York, lasciando Times Square e i suoni laccati del suo precedente disco per rifugiarsi nella quiete di Uh Huh Her. Una serenità turbata dalla morte della nonna la cui perdita influenzerà alcune scelte vocali adottate per le canzoni che Polly ha già finito di abbozzare, come You Came Through e The Desperate Kingdom of Love chiusa con un simbolico volo di gabbiani. Un disco che torna all’essenzialità che era andata smarrita nei dischi immediatamente precedenti e con cui la Harvey si riappropria in toto della propria musica e, forse per la prima volta, sembra volerla trattare in maniera gentile, volerla accarezzare, volerci giocare senza aggredirla, regalandoci piccole perle folk avvolte nella carta crespa come The Letter, il breve intermezzo di No Child of Mine o The Darkest Days of Me and Him.

L’amore si muove nell’ombra, come un assassino.

Polly gli mostra il collo.

Fuori è il deserto.

Dentro, piove.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE CYNICS – Get Our Way (Get Hip)  

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Get Our Way ritrova la “strada” smarrita e riporta immediatamente i Cynics nei più familiari canoni del garage-rock che erano stati traditi da Learn to Lose causando lo sdegno dei fans e una bella perdita in termini di immagine e di dollari. Il recupero è veloce e abbastanza efficace, con un album che torna a macinare grandi riff folk/beat e garage-punk (Love Me Now che sembra addirittura tornare indietro fino all’esordio e Private Suicide i migliori) e che aggiunge un sottile straniamento psichedelico figlio delle intuizioni aromatiche di We the People ed Elevators e che costituiscono la vera novità, stavolta ben gradita al pubblico storico della band, di pezzi come Lose Your Mind, 13 O’Clock Daylight Savings Times, All the Streets, Beyond the Calico Wall/STP00117. Get Our Way non regge forse il carico eccessivo (ben diciassette brani, come era stato per il disco di esordio, forse a voler simboleggiare un nuovo inizio e che invece segnerà una violenta e improvvisa battuta d’arresto per la band, forse stanca di affrontare tour estenuanti e interessata a prendersi un po’ cura degli affari propri) ma, seppur meno snello dei suoi illustri predecessori, ci restituisce una band capace di maneggiare con stile la fantastica tradizione beat-punk dei sixties.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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