ELECTRIC PEACE – Greatest Hits 1982-1985 (BigK)  

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Confezione e reperibilità sono abbastanza approssimative per considerarla un’uscita ufficiale ma questa raccolta assemblata personalmente da Brian Kild che degli Electric Peace fu fondatore e unico membro stabile (seppure “stabile” sia uno degli aggettivi più inappropriati quando si parla della leggendaria formazione californiana) è la prima e unica testimonianza del suo gruppo fruibile su supporto digitale e viene pubblicata a quasi trent’anni dalla fine di quell’avventura. Il che mi fa riflettere sul fatto che molto verosimilmente un’intera generazione è cresciuta senza conoscere gli Electric Peace, nonostante lo scenario di brutalità e decadenza metropolitana raccontato da Kild non sia mutato di un solo fotogramma.

Ma anche con i ventenni di allora non correva buon sangue. Le cronache parlano di concerti semideserti che erano più raduni per biker che eventi per le orde di “alternative kids” della zona e di dischi che giravano in poche centinaia di esemplari fra i “carbonari” dell’epoca. Perché su una cosa gli Electric Peace primeggiavano su tutti: essere orgogliosamente fuori da ogni clichè e da ogni stile preconfezionato, riuscendo a tirare fuori un suono imbevuto di acid rock, di swamp-blues, di hard-rock, di rock gotico uguale a nient’altro se non a se stesso.

Un suono che scivolava sopra ogni cosa, come bitume.  

Ogni singolo brano degli Electric Peace era dominato da un perenne, consapevole senso di sfida, di minaccia e di tragedia imminente. Una tragedia che si sarebbe poi consumata, in circostanze e momenti diversi, negli ultimi anni di vita del gruppo. Ma ne parleremo al momento opportuno, ovvero quando a questo primo Greatest Hits verrà affiancato un secondo volume dedicato alle incisioni del secondo quadriennio.

Più che quella della soleggiata e ridente costa ovest americana la musica degli Electric Peace sembrava proiettare l’immagine di una Gotham City dove Batman si faceva largo fra stridori di gomme e sirene di polizia (Sniper on a Rooftop).

Dinamite, bombe, fucili e coltelli (come quello brandito da Tom Dooley nell’omonima murder ballad che chiude la breve scaletta) sono i protagonisti assoluti di Rest in Peace, l’album d’esordio del 1985 qui riproposto per intero assieme a due estratti dall’EP omonimo di due anni più vecchio, alla storica I Think I’ll Die inserita da Greg Shaw sul terzo volume delle sue Battle of the Garages e a sei pezzi da Road to Peace, il formidabile album rifiutato dalla Enigma e che avrebbe dovuto invece segnare il debutto della formazione formata all’epoca da Brian Kild, Greg Welsch e Rick Winward.

Armi, motori, sesso.

Questo era il mondo di Brian Kild e della sua gang. Pure a costo di rimetterci la pelle o di arrivarci vicino.

Puro noir metropolitano.

Pura, delirante vertigine americana.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ELECTRIC PEACE – Medieval Mosquito (Barred)  

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Honey Davis è oggi un quotatissimo chitarrista blues che gira per i locali e le spiagge californiane con la sua chitarra elettrica.

Tu gli sorridi e lui ti sorride. 

Ma non è stato sempre così. Nella metà degli anni Ottanta, quando è uno dei tanti disgraziati che girano per il lungomare di Los Angeles, lui si sente più disgraziato degli altri. Sua moglie è appena morta in seguito ad una emorragia cerebrale e lui si sente impazzire. La sua chitarra non si è ancora addomesticata al blues e ogni volta che ci mette le mani sopra è come infilarle dentro una cesta di cobra. Un giorno, saputo che Brian Kild è stato appena mollato dalla sua band e dalla sua etichetta, gli telefona e gli propone i suoi servigi. Insieme, reclutano Jim Hawkinson, uno che aveva suonato l’organo dentro quell’altra band disperata che erano i Divine Horsemen e in quattro e quattr’otto mettono mano ad un nuovo repertorio acidissimo che sembra ibridare gli ultimi Doors con i primi Deep Purple, creando una gorgone che fa scempio dello street metal platinato che riempie le classifiche e che traccia più o meno inconsapevolmente la strada per l’hard-rock mutogeno di Jane’s Addiction e dei Morlocks di Under the Wheel e anticipando la skyline gotica che Glenn Danzig sta progettando di edificare sull’orizzonte opposto degli States.

Quelle di Medieval Mosquito sono canzoni abitate dall’odio e dalla consapevole inteluttabilità della morte, che scavano un abisso sotto la crosta di asfalto delle strade californiane, percorse da una febbre che è necrosi delle viscere, arroventate in nient’altro se non nel proprio stesso fuoco che ti macera lo stomaco.

Canzoni dove c’è sempre qualcuno in fuga.

E qualcuno che ti segue ovunque, barattando il suo inferno col tuo.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

EFFERVESCENT ELEPHANTS – Ganesh Sessions (Area Pirata)  

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Gli Effervescent Elephants di Vercelli furono la band che versò spezie esotiche nella grolla della scena neo-psichedelica italiana degli anni Ottanta. Un precipitato di polveri indiane e mediorientali che galleggia dentro una teiera in un intorpidito pomeriggio psichedelico inglese e che viene ottimamente simboleggiato dal Ganesh ritratto in copertina e a cui queste sessions eseguite a valle della collaborazione con Claudio Rocchi pubblicate all’epoca dalla Psych-Out e che sono in larga parte esercizi sul vecchio repertorio della band (Indian Side dal loro album di debutto, It’s Raining da Indian Corn Expasions, My Generation e Goodnight Vienna da 16 Pages, la storica Radio Muezzin e l’altrettanto epocale cover di Maize pubblicate ai tempi d’oro sul piccolo formato cui si aggiungono un lunghissimo raga in memoria di Rocchi, un remix elettronico di Apollo e le muse scritta proprio con il cantautore milanese e un altro paio di cover  come la bellissima rivisitazione della December del nostro orgoglio Strange Flowers e una stravolta Astronomy Domine dei sempre amati Pink Floyd che Ludovico Ellena aveva già interpretato sul suo personale omaggio a Barrett di dieci anni fa). Il risultato è come sempre qualcosa di profondamente onirico, che nonostante tragga ispirazione da certo beat fatato inglese (Barrett, si. Anche se io c’ho sempre più sentito Donovan dentro i loro dischi, ma io la musica la ascolto col quarto occhio, NdLYS) resta fondamentalmente svincolato dai rigidi e compassati schemi di tanta musica occidentale e dentro le cui spire chi mal digerisce i raga alla Ravi Shankar troverà difficile rifugio, ad ulteriore conferma che gli elefanti effervescenti con tutta la scena “neo-psichedelica” da cui quasi tutti sono scappati come i topi quando sta affondando la nave, c’entravano poco. Loro non erano lì per caso. Forse c’eravate finiti per caso voi.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE BIRDMEN OF ALKATRAZ – Glidin’ Off (Electric Eye)  

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In Italia accadono grandi cose, nella metà degli anni Ottanta.

Una delle migliori viene messa a fermentare all’ombra della torre di Pisa e imbottigliata a Pavia. Si chiamava Glidin’ Off e la stappammo per il Natale del 1986.

Veniva dalle cantine dei Birdmen of Alkatraz, dai cui fatati vigneti avevamo già assaggiato la magica effervescenza di una cosa come Song for the Convict Charlie.

Su Glidin’ Off i Birdmen of Alkatraz riuscivano formidabilmente a replicare quell’incanto, quel maleficio capace di riportare indietro le lancette nel tempo e nello spazio distribuendone le spore su tre canzoni che dei fiori psichedelici di cui essi si erano cibati avidamente come api operose sembrava adesso ne avessero fatto del miele sublime.

Furono loro ad iniziare tanti, me incluso, alla comprensione di alcuni dei testi più pregiati ed enigmatici del rock acido di venti anni prima raffinando quel recupero dell’immenso archivio degli anni Sessanta iniziato dalle formazioni Paisley americane e poi dalle garage-band del vecchio e nuovo continente, concedendosi il lusso di allargare la forbice ad imbuto per lasciare confluire dentro il loro cilindro il blues primordiale di Robert Johnson, il suono della giungla di Mastro Bo Diddley, le muffe post-psichedeliche dei primi anni Settanta. E lo fecero con questo distillato che ancora oggi riesce a spandere vapori e regalare sensazioni olfattive, visive, percettive di stordente, aggrovigliata bellezza.

Grazie Birdmen. Per esservi cura di noi come Stroud dei suoi canarini.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE FLAMING LIPS – Clouds Taste Metallic (Warner Bros.)  

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La folle nave dei Flaming Lips ormeggia al molo di un mare vischioso come mercurio fuso. È il 1995 e siamo ad un passo dal macchinoso esperimento di Zeireeka e a due dai vapori di The Soft Bulletin, il disco dove le nuvole si sarebbero liberate del loro gusto metallico per riprendersi lo spazio a loro riservato e i Flaming Lips raggiungono il massimo della forma col minimo sforzo, in un percorso per certi versi assimilabile seppur non sovrapponibile a quello dei geograficamente distanti Motorpsycho o a quello dei già più vicini Pavement.

Il diradarsi delle nebbie sonore dei primi dischi lascia insinuare un canto di sirena via via sempre più nitida, cui i Flaming Lips mostrano di volersi lasciare incantare, virando gradatamente la loro prua, proprio a ridosso di questa boa intitolata Clouds Taste Metallic, piccolo diamante grezzo incuneato nella lunghissima collana di onici  barocchi e zolle di merda che la band dell’Oklahoma appenderà al collo della musica americana. La piccola ciurma getta le ancore, quando è ancora al largo, trascinando fin dentro il porto la mucillagine di dieci anni di indie-rock acido e putrescente, aspettando i pesci-spazzino facciano il loro lavoro, per arrivare alle banchine del porto puliti come dei contrabbandieri che si sono già disfatti del loro carico e ora sono pronti al gran galà.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

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MOTORPSYCHO – Heavy Metal Fruit (Rune Grammofon)  

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Ambizioso. Presuntuoso, pure.

E rumoroso, tanto.

E anche ironico, visto che i primi a rimanere delusi saranno probabilmente i metallari che davvero allungheranno le mani a prendere un frutto pronto a scendere indigesto. Anche se non è detto che sia così.

Heavy Metal Fruit è il “frutto” complesso di una band onnivora capace di approcciarsi al corpo del metal con lo spirito del free-jazz, prediligendo canzoni sconfinate come i territori che intendono esplorare e dove può capitare di imbattersi in ogni scoria musicale possibile, da Frank Zappa agli Yes, da Sly Stone ai Sonic Youth, da Sun Ra ai Grateful Dead.

Cavalcando, nuotando, volando, immergendosi, scavando.

Sopra, sotto, dentro e fuori dalla Terra.

Dalle viscere ai confini del mondo, come degli psiconauti impazziti alla ricerca dell’ultimo Elohim.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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CAMPER VAN BEETHOVEN – Telephone Free Landslide (Independent Project)  

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La prima sensazione era quella che fossero sbarcati i Bad Manners dell’indie-rock Americano. Quella immediatamente successiva era che fossero sbarcati per prenderci per i fondelli. Nell’attesa di dissipare i dubbi, il disco dei Camper Van Beethoven stava ben nascosto, impilato tra i dischi “colti” di John Cale e Can e pronto a far capolino non appena la curiosità reclamava un ripasso.

Se insomma tra i nuovi gruppi alternativi c’era già chi aveva spernacchiato in faccia alla tradizione (Violent Femmes, Replacements, Meat Puppets), i Camper Van Beethoven sembravano farlo in maniera ancora più beffarda ed irriverente, finendo per pisciare anche addosso al punk e ai loro eroi e per accostare la musica di protesta a quella da veglione. Perché l’importante, forse, è farsi trovare comunque svegli. Telephone Free Landslide, nelle sue mille schegge perlopiù strumentali, si appropria di linguaggi periferici rispetto alla fiera tradizione americana, finendo per suonare come un carosello semiserio sulla cui giostra le stelle finiscono per cadere e le strisce per attorcigliarsi su se stesse simulando un carnevale (gli scherzi giamaicani di Yanqui Go Home, Border Ska e Skinhead Stomp, i balletti est-europei di Atkuda, Mao Reminesces About His Days in Southern China, Balalaika Gap, il Branduardi di Payed Vacation:Greece, la 9 of Disks scritta con il foglio a ricalco steso su King Volcano dei Bauhaus).

Infilate fra queste gag apparentemente prive di ogni velleità artistica e di qualsiasi morale, la band infila qualche ballata svaccata (The Day that Lassie Went to the Moon), distribuisce qualche pastiglia inacidita come nella miglior tradizione neo-Barrettiana dei contemporanei Cope e Hitchcock (Oh No!), improvvisa giullaresche sull’intransigente legge dell’hardcore (la cover di Wasted dei Black Flag), scioglie qualche pasticca effervescente dentro i bicchieri della country music americana (Cowboys from Hollywood, Ambiguity Song), riscrive qualche pagina di Jonathan Richman (I Don’t See You è She Cracked con un diverso titolo e l’aggiunta di una viola alla Cale, Take the Skinheads Bowling una qualsiasi delle altre sue quattrocentoventi canzoni), portando nel mondo del rock indipendente americano quella risata Bakuniniana che avrebbe dovuto seppellire molti.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DR. JOHN, THE NIGHT TRIPPER – GRIS-Gris (ATCO)  

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Mi chiamano Dr. John, il viaggiatore della notte. Ho il mio sibilante amuleto in mano. Ho tantissimi clienti che vengono anche da lontano per avere la mia ricetta. Ho la medicina giusta per ogni tuo male, sono l’uomo del voodoo.

Non era uno scherzo. Il Dottor John vero esisteva per davvero e Malcolm Rebennack lo aveva conosciuto a New Orleans quando era ancora un ragazzino. Era uno stranissimo spilungone nero che si vantava di essere un principe senegalese e di avere quindici mogli e una schiera infinita di figli.

E forse era vero tutto. O solo in parte.

Malcolm ci credeva comunque.

Cincischiava nello stesso quartiere e vendeva degli amuleti voodoo chiamati gris-gris. Dei piccolissimi sacchettini di cuoio che contenevano numeri della cabala, versi del corano e altre idiozie.

Che però parevano funzionare. O funzionare solo in parte.  

Malcolm ci credeva comunque.

Ne rimase talmente impressionato che quando si trattò di offrire la sua versione della musica di New Orleans, decise di adottarne il nome, di diventare egli stesso lo stregone voodoo del blues. GRIS-Gris fu il disco con cui tentò di piegare il mondo alle sue stregonerie. Senza riuscirci.

Però avrebbe potuto farcela. O farcela solo in parte.

Malcolm ci credeva comunque.

Uno dei dischi più straordinari, perversi, trasversali, malvagi, paludosi mai partoriti da mente umana. Una roba vischiosa di “Merda Gras” che a volte suona come un sinistro asilo nido frequentato da bimbi mai nati, altre volte come la colonna sonora di un film di Joe D’Amato. Un disco meticcio da cui avrebbero attinto in tantissimi, dagli Zeppelin ai Clash di Sandinista!, da David Byrne agli Stones di Sympathy for the Devil, da Tom Waits ai Parliament, dai Gun Club al Beck Hensen che proprio da I Walked on Gilded Splinters rubò il riff per la sua Loser dimostrandosi più furbo che perdente.

A differenza di Mac Rebennack.

Conosciuto come Dr. John.

Venuto dall’Inferno per portarci il voodoo, scuotendo il suo GRIS-gris.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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THE POP GROUP – Y (Radar)

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Prima ancora che la musica era già la copertina a trasmettere un vago senso di inquietudine. Gli uomini di fango della Papua Nuova Guinea ci facevano in qualche modo sentire fuori posto. Catturati da una tribù di cui non conoscevamo nulla.

Poi arrivava la musica. Una musica a stantuffo, asincrona, dissonante. Tribale anch’essa. Primitiva e azzardata. Vicina per spirito al terrorismo della no-wave newyorkese, a quella furia vandala che faceva razzia del funky e, qui, anche della musica giamaicana. In particolare delle particelle d’aria del dub, quelle che si espandono quando è stata sgombrata la stanza del reggae. Dentro quelle stanze, ora sistemate a mo’ di labirinto, il Pop Group mette in atto la sua sete di devastazione (sci)orinando sconcezze nell’attesa arrivi il Wild Bunch a dare una sistemata.

Chitarre e sassofoni si svestono del loro ruolo di strumenti tradizionali per simulare il rumore di unghie che graffiano disperate lungo pareti di zinco e di stagno. Basso e batteria sbattuti come pentolame da una schiera di clochard che reclamano il rancio in fila davanti ai banchetti della Caritas.  

Y fotografa un mondo che si sta automutilando. E ci mette sopra il suo sigillo rosso sangue.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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CLAW HAMMER – Deep in the Heart of Nowhere! (Munster)

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La vicenda dei Claw Hammer può essere presa a paradosso dell’epoca post-Nirvana: concerti semi-deserti da un lato e un contratto milionario con la Interscope dall’altro. La corsa delle majors a mettersi in casa ogni cosa rumorosa proveniente dall’underground fece salire in carrozza proprio tutti, dai Butthole Surfers ai Meat Puppets agli Screaming Trees.

A corsa finita, quando si riaprirono gli sportelli, i pochi superstiti vennero buttati giù a calci in culo. E i Claw Hammer non erano più tra questi.

Questo gig registrato a Dallas a tre mesi dal debutto major è un live “silenzioso”. Nessuno fischia, nessuno applaude, nessuno grida. In poche parole, nessuno li sta ascoltando mentre vomitano addosso il loro set di rock dislessico e rivoltante farcito delle consuete ossessioni di Jon Wahl e Chris Bagarozzi: Beefheart e, soprattutto, Devo (la band aveva re-inciso PER INTERO Q: Are We Not Men? nel ’91, per la SFTRI, NdLYS). Ma c’è anche uno scimmiottamento agli Stones che in quel periodo sta venendo fuori, soprattutto in pezzi come Bums on the Flow e Hollow Legs: vomitevoli proprio quando ambivano ad essere digeribili, i Claw Hammer.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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