ELECTRIC PEACE – Insecticide (Barred)  

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Vita e morte si intrecciano diabolicamente nella vicenda degli Electric Peace, contribuendo ad alimentare l’aura di leggenda attorno alla band californiana.

Per quello che si rivelerà essere l’ultimo album degli Electric Peace Brian Kild scrive un pezzo che si intitola Shoot Me. Una richiesta che viene accontentata qualche anno dopo, nel 2014 per essere precisi, quando Brian viene aggredito nel cortile della ditta di cambi per auto da corsa che fonderà a Reseda ne 2005.

Brian salverà la pellaccia. Andrà peggio ad un paio di suoi vecchi gregari come Greg Welsh, chitarrista della prima line-up degli Electric Peace morto di AIDS nel 1990 e Jim Hawkinson, morto in un incidente motociclistico proprio il giorno in cui doveva registrare la sua parte su Scar for Life, a compimento di un’altra assurda profezia di Brian contenuta su Road to Peace e intitolata Drinkin’ and Drivin’ (Til the Day I Die). Una casa autenticamente invasa dalla morte, quella degli Electric Peace, visto che nello stesso periodo scompare tragicamente anche Mary Christmas, la compagna di Honey Davis assoldata come Hammondista per il suo debutto da solista My Heart Attacked Me pubblicato, guarda caso, per una label chiamata Life & Death.

Di morte e di motori è pure fortemente intriso Insecticide, che suona come i Cult ad un raduno di bikers imbottiti di pillole e alcol. Non ci sono cherubini che volano nella Los Angeles degli Electric Peace, solo angeli che annunciano la morte.

La voce di Kild, la sei corde di Davis e il torbido organo di Hawkinson sono le loro sette trombe. Gli Electric Peace lanciano l’agente arancio sul lungomare di Los Angeles, esfoliando le palme californiane e la pelle dei turisti.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV – Jon Savage’s 1968 – The Year the World Burned (Ace)  

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Il 1968, ci dice Jon Savage, è l’anno in cui il mondo bruciò.

E molte di quelle fiamme lo avvolgono ancora oggi, quarant’anni dopo.

Il quarto volume curato dal giornalista e scrittore inglese per la Ace Records è pieno zeppo di musiche urticanti ancora oggi. Moderne, rivoluzionarie, eccessive.

Una scelta di canzoni (quarantotto in tutto) che esprimono al meglio il torrido clima di quell’anno, tra pezzi “obbligatori” (Fire di Arthur Brown, Kick Out the Jams degli MC5, Cloud Nine dei Temptations, Everyday People di Sly Stone, I Say a Little Prayer della Franklin, Piece of My Heart della Big Brother &The Holding Co., How Does It Feels to Feel dei Creation, Say It Loud! di James Brown) e una “seconda scelta” per nulla banale, anzi: pezzi poco conosciuti di Pretty Things, Beau Brummels, Canned Heat, Love, Kinks, Buffalo Springfield impreziosiscono tutto il primo dei due dischi mentre sul secondo canzoni come Omnibus dei Move, Machines di Lothar and The Hand People, Lincoln Country di Dave Davies, Eastern Organ della Brother Dan All Stars e Rain dei KAK risplendono come autentiche perle. Innovative e sfolgoranti ancora oggi. Una selezione favolosa, plurivalente dove soul music, reggae, freakbeat, pop music convivono senza umiliarsi l’un l’altro in un carosello infinito di suggestioni e il 45 giri vive il suo ultimo anno di gloria.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

ALEXANDER SPENCE – AndOarAgain (Modern Harmonic)

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Tempi di vacche magre anche per la Sundazed che si vede costretta ad affidare alla piattaforma Dropbox la promozione delle sue ultime operazioni discografiche. Ma in barba ai tempi, Oar di Alexander “Skip” Spence ne esce invece ingrassatissimo. Una mastodontica versione in triplo CD è l’ultimo lauto pasto messo insieme dall’etichetta newyorkese sfruttando la consueta formula delle sue cucine: due parti di scienza e otto di divertimento.

Oar è uno dei dischi che appartengono più alla leggenda che alla storia del rock. E per due motivi ben precisi: il primo è che non è in alcun modo uno di quei lavori che impongono alla storia un’accelerazione o una svolta. Avrebbe potuto tranquillamente non essere mai pubblicato e il mondo del rock o del folk avrebbe proseguito la sua corsa senza accorgersene. Il secondo motivo è che, vista la sua scarsa reperibilità in pochissimi l’hanno davvero ascoltato, almeno fino a quando l’avvento di internet non ha permesso a quella nicchia di furetti del vinile di allargarsi a dismisura incuriositi dal racconto di qualche “papà” biologico o adottato. Un disco di culto. Forse IL disco di culto per eccellenza, anche per decine di rockstar ben più fortunate, Beck, Julian Cope e Mark Lanegan in primis.

Oar è già all’epoca della sua pubblicazione (19 Maggio 1969) niente più che una raccolta di provini. Dodici nella sua forma iniziale, poi praticamente raddoppiate nelle varie ristampe che dagli anni Novanta a oggi si sono susseguite. Abbozzi di canzoni che Spence vuole fermare su un nastro a bobine prima che volino via dalla sua testa sempre meno lucida.

Quella che con buona approssimazione si potrebbe azzardare a definire come la versione definitiva di quel lavoro vecchio di quarant’anni prevede oltre al disco originale (o meglio, alla versione extra già pubblicata nel 1999) due cd supplementari, uno intitolato Or e l’altro More, contenenti tutte le session di registrazione di quei giorni di Dicembre del ’68, con versioni alternative a quelle poi uscite su disco (come la Diana suonata su una chitarra a dodici corde) o pezzi rimasti fuori dal lotto ormai di dominio pubblico, come I Want a Rock & Roll Band o I Got Something For You e altri abbozzi, improvvisazioni, accenni, aborti spontanei o indotti (a Spence piace fermare su nastro le proprie idee, anche le più stravaganti abbiamo detto. Ma ovviamente non è lui a pagare lo studio e quei nastri non sono infiniti, NdLYS).

Siamo dentro un sito archeologico, non dentro un semplice disco. Ragion per cui, se vi piace collezionare reperti del passato come fossero feticci, fate pure posto nelle vostre teche. Se vi piace invece solo curiosare tra i musei, soprattutto quando c’è la possibilità di farlo a prezzo ridotto, procuratevi tranquillamente l’Oar classico. Che è tempo di vacche magre, dicevo in apertura.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Creative Outlaws (Trikont)

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Il boom economico del secondo dopoguerra, che garantisce alle famiglie di poter finalmente soddisfare non solo i bisogni legati ai beni di prima necessità ma anche di poter spendere i propri risparmi in beni secondari, determinano una diffusione del benessere e la nascita di una nuova sacca di mercato rappresentata dai teenagers. La miccia esplosiva del rock ‘n’ roll arriva a legittimare la loro figura come quella di destinatari ultimi del prodotto musicale. Per tutti gli anni Cinquanta la produzione destinata ai giovani ha tuttavia il compito quasi esclusivo di fornire un’adeguata colonna sonora al loro scompenso ormonale: il rock ‘n’ roll e il suo corrispettivo nero dell’R&B sono strettamente legati al concetto di fisicità e di sesso.  

È solo nel decennio successivo che la musica giovane scopre e rivaluta invece la coscienza civile e sociale, accompagnando l’ingresso dei teenager nell’età adulta e nelle sue contraddizioni. La musica, o almeno una buona parte di essa, cessa di essere pura evasione e si libera del suo ruolo di “pentola a pressione” dove far bollire le smanie giovanili per vestire di abiti politici e farsi portabandiera  della protesta e voce della “contestazione” che vuole controbilanciare se non addirittura ribaltare l’ordine costituito. È il momento in cui l’identità degli adolescenti si emancipa dal concetto di “gang” che l’aveva rappresentata negli anni Cinquanta e che era stata documentata su decine di film in cui teppistelli vestiti di pelle se le davano di santa ragione e assume invece quella valenza sociale passata alla storia come “controcultura”. Ad armeggiarla sono i “fuorilegge creativi” il cui fermento la Trikont vuole documentare in questo bel disco. Artisti folli e visionari che da un lato scardinano la tradizione (Captain Beefheart, Exuma, Country Joe and The Fish, Pearls Before Swine, Holy Modal Rounders) e dall’altro anticipano già la musica del decennio successivo (Stooges, Blue Cheer, Jimi Hendrix Experience, MC5), che saldano la musica alla poesia (Fugs, Shel Silverstein), alla vita da strada (Moondog) e alle stravaganti comunità hippie. Che sfiorano vette altissime di genialità creativa e pure si cimentano in parodie a buon mercato, in pantomime burlone di follia freak come quella dei Godz.

Successero molte cose, dal 1962 al 1970. Moltissime. Una spinta alla biglia del rock che ancora oggi non ha esaurito la sua corsa. Per raccontarle non basterebbero mesi e vagonate di dischi, dunque Creative Outlaws non può che rappresentarne un piccolo sunto, nemmeno lontanamente completo (sorvolando a piè pari su Dylan e tutta la scena folk del Greenwich ad esempio) e del tutto sommario nel contenuto.   

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

WEEN – The Mollusk (Elektra)  

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Dopo il noiosissimo tuffo nella country music di 12 Golden Country Greats, i Ween regalano al mondo un immenso capolavoro snobbato dal mondo emerso (quello che lascia alle radio il compito di scegliere cosa ascoltare) e da quello sommerso (gli irriducibili che li vorrebbero, dopo tredici anni, ancora a trafficare con strumenti scordati, cassette e microfoni che non funzionano). Un disco dove chi non ascolta prog-rock ci sente del prog-rock, dove chi ce l’ha a morte con gli hippies da quel giorno che Biafra disse di ucciderli ci sente della musica da hippies, dove i nerd possono mostrare finalmente che si, è vero, sono miopi.  

E invece The Mollusk è un disco dove tutto quel che una volta finiva in burla, finisce per trovare una classicità maestosa e quasi beatlesiana. Una sorta di riassunto delle puntate precedenti. Non necessariamente le loro, sia chiaro. Che può capitarti di incrociare gli XTC (Ocean Man), i dEUS (Mutilated Lips), i They Might Be Giants (Waving My Dick in the Wind), i Pogues (The Blarney Stone), i Devo (I’ll Be Your Jonny on the Spot), gli Eels, i Camper Van Beethoven, Julian Cope, i Pavement, Frank Zappa, la caricatura dei Beatles quando erano già una parodia essi stessi e un ostentato paradigma pinkfloydiano come Buckingham Green.

Una bouillabaisse di cefali, mitili e molluschi. Come nella tradizione dei Ween. Solo, preparata in una cucina dotata di ogni accessorio e con la carta dei vini che rischia di farti spendere quel che prima accompagnavi con una birra del discount.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE SLICKEE BOYS – Cybernetic Dreams of Pi (Twin/Tone)    

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Illogici già nell’immagine ma ancor più nelle copertine e nei suoni che ficcavano dentro i loro dischi, gli Slickee Boys furono una di quelle band “trasversali” che spuntarono fuori dal calderone punk americano. Uguali a nessuno, neppure a loro stessi. Cybernetic Dreams of Pi è il loro disco-capolavoro, dopo un modesto album di debutto affidato alla voce sgraziata di Martha Hull. A riportarli in pista dopo un po’ di anni è Mark Noone, cantante non talentuoso ma carico di personalità e anche abile scrittore di canzoni in precario equilibrio fra rockabilly, surf, sci-fi e pop anni Sessanta. Quando la Twin/Tone se li mette in casa è il 1983, con il revival garage-punk che spinge sotto e quindi spesso gli Slickee Boys, per certi loro strambi riferimenti al suono di quella stagione, verranno infilati in quel calderone, “addossati” a band dai riferimenti stilistici ben più precisi. In realtà, vista la natura delle loro canzoni e di quell’aberrante look al crocevia fra i Mothers of Invention, la Alice Cooper Band, i Tina Peel e i Dictators, gli Slickee Boys finiscono per non venir adottati da nessuno. Finendo per diventare la classica “band di culto” e senza mai uscire da quella condizione. Del resto, tra famiglie e lavoro, per tutti loro quello degli Slickee Boys è più un passatempo che una professione, tanto che sbarcheranno in Europa solo nel 1988.

Poco importa, perché per chi si imbatté nei loro dischi, questo su tutti, non fu difficile innamorarsi di canzoni come Nagasaki Neuter, Escalator 66, Life of the Party, When I Go to the Beach o Say Goodbye dentro le quali riuscivano a convivere fianco a fianco, a volte addirittura nello stesso letto a castello, i Ventures, gli Angry Samoans, i Barracudas, i Fleshtones, gli Shoes e i B-52’s.

Tutti col sorriso sulla faccia, felici di aver trovato casa comune. E di aver dato l’indirizzo solo a pochi amici.     

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

SKY SAXON AND THE VIBRAVOID – A Psychedelic Testament (Clostridium)

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Registrato pochissimi mesi prima della sua dipartita, A Psychedelic Testament può in effetti considerarsi il testamento musicale di Sky Saxon, che in quei mesi assieme ai Vibravoid suona nella loro Düsseldorf in studio e dal vivo fino alla vigilia del Natale 2008. Sky è ormai da tempo uno svagato vecchietto un po’ picchiatello che racconta di mondi inesistenti mentre tamburella su qualche bonghetto, proprio come immaginate un reduce di quella stagione dell’amore che durò, appunto, una stagione. Le visioni freakedeliche dei Vibravoid “agganciano” le poesie visionarie del loro guru per improvvisare una jam già parzialmente pubblicata qualche anno fa dalla Anazitisi Records e adesso ampliata fino a raggiungere quasi gli ottanta minuti di durata, corrispondente all’incirca al tempo di vostre dieci scopate. Sky e la formazione tedesca copulano invece con l’universo fisico e cerebrale che ci ospita, costringendoci ad assistere all’atto mistico e sessuale.

A Psychedelic Testament è dunque un disco che definirei “alchemico” ed esoterico. E, considerato il fatto che gli elementi scelti prevedono un performer che a cantare non ha mai imparato e una band dal suono spesso incline alla libera divagazione, sappiate che il tutto assume un po’ i contorni dell’inafferrabile teiera volante dei Gong. Chi voglia affrontare il viaggio sappia dunque a che tipo di turbolenze andrà incontro e che forse non è opportuno portare bagagli a bordo, soprattutto se questi contengono roba che può zavorrare il volo, mentale prima che fisico.

Perché non è affatto vero che il limite è il cielo. Il limite è la nostra capacità, la nostra volontà di volerlo raggiungere. Sky, visto il nome che si è scelto, prova a insegnarci a superarlo. E noi ci rendiamo conto di quanto sia difficile già a metà seduta.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ELECTRIC PEACE – Lc 12,49-53  

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Nessuno lo scrisse allora perché troppo vivida era l’epopea roots dei primi, ancora di là dall’arrivare l’hard rock muscoloso e gotico dei secondi ma gli Electric Peace furono, senza volerlo, l’anello di congiunzione tra i Gun Club e i Danzig, entrambe band ossessionate a livello più o meno inconscio dai Doors.

Proprio come loro.

Venuti fuori dal nulla da una qualsiasi periferia di Los Angeles al giro di boa degli anni Ottanta e sprofondati nel nulla tra le onde dell’Oceano Pacifico poco prima che questi terminassero.
Registrate nel 1985 e destinate al disco di debutto, le sette canzoni di Road to Peace vengono cestinate dalla Enigma costringendo il gruppo a confezionarne di nuove per quello che sarà Rest in Peace.

Quando Brian Kild, seguendo la propria ostinazione, decide di pubblicarle per un’etichetta indipendente è il 1989 e la storia del gruppo è già al declino.

Road to Peace è dunque, in tutti i sensi, il Rest in Peace degli Electric Peace.

Scusate il gioco di parole. Ma se gioco con le mani può andarvi peggio, garantisco.

Ancora orfana della chitarra blues di Honey Davis (il “Principe del Blues” che sarebbe poi finito a suonare con mostri sacri come Ted Taylor, Smokey Wilson, Salomon Burke), la musica del gruppo californiano è già quell’impasto malsano di hard-rock visionario che verrà poi elaborato su Medieval Mosquito e Insecticide, calibrato giusto in mezzo a quei punti di riferimento di cui vi dicevo all’inizio e che all’epoca era ancora più di oggi difficile da inquadrare. Tanto che gli Electric Peace finirono per essere infilati mani e piedi (e moto) direttamente nella scena Paisley (finendo anche sul terzo volume di Battle of the Garage). 

Più che per una questione di comodo, suppongo, perché all’epoca era quella la scena più vibrante in termini emozionali.

In grado di tirare come un bisonte imbizzarrito su pezzi come Work So Hard o Drinkin’ and Drivin’ (Til the Day I Die) (quasi un triste presagio di quanto accorrerà al tastierista Jim Hawkinson subito dopo le registrazioni di Medieval Mosquito, NdLYS) o di ammantarsi di tinte macabre su ballate come Something‘s Wrong o Angel e arrotolarsi su criptici giri di hard-rock garagistico sullo stile della band di Alice Cooper o dei coevi Fourgiven (come nella bella Just For Once o nella rutilante I Don‘t Feel Sorry), la musica degli Electric Peace rimane tra le più innovative miscele di rock urbano di quel periodo. 

 

Dinamite, bombe, fucili e coltelli (come quello brandito da Tom Dooley nell’omonima murder ballad che chiude la breve scaletta) sono i protagonisti assoluti di Rest in Peace, l’album d’esordio ufficiale licenziato dalla Enigma nel 1985 dopo un E.P. autoprodotto.

Armi, motori, sesso.

Questo era il mondo di Brian Kild e della sua gang. Pure a costo di rimetterci la pelle o di arrivarci vicino.

Puro noir metropolitano.

Pura, delirante vertigine americana.    

Le cronache dell’epoca parlano di concerti semideserti che erano più raduni per biker che eventi per le orde di “alternative kids” della zona e di dischi che giravano in poche centinaia di esemplari fra i “carbonari” dell’epoca. Perché su una cosa gli Electric Peace primeggiavano su tutti: essere orgogliosamente fuori da ogni clichè e da ogni stile preconfezionato, riuscendo a tirare fuori un suono imbevuto di acid rock, di swamp-blues, di hard-rock, di rock gotico uguale a nient’altro se non a se stesso.

Un suono che scivolava sopra ogni cosa, come bitume.  

Ogni singolo brano degli Electric Peace era dominato da un perenne, consapevole senso di sfida, di minaccia e di tragedia imminente. Una tragedia che si sarebbe poi consumata, in circostanze e momenti diversi, negli ultimi anni di vita del gruppo.  

Più che quella della soleggiata e ridente costa ovest americana la musica degli Electric Peace sembrava proiettare l’immagine di una Gotham City dove Batman si fa largo fra stridori di gomme e sirene di polizia (come nella Sniper on a Rooftop pubblicata ad inizio carriera). Hard-rock per capelloni che non sorridono e che non vanno ai concerti dei Guns n’ Roses se non per pisciare sui piedi dei vigilantes.

 

Honey Davis è oggi un quotatissimo chitarrista blues che gira per i locali e le spiagge californiane con la sua chitarra elettrica.

Tu gli sorridi e lui ti sorride. 

Ma non è stato sempre così. Nella metà degli anni Ottanta, quando è uno dei tanti disgraziati che girano per il lungomare di Los Angeles, lui si sente più disgraziato degli altri. Sua moglie è appena morta in seguito ad una emorragia cerebrale e lui si sente impazzire. La sua chitarra non si è ancora addomesticata al blues e ogni volta che ci mette le mani sopra è come infilarle dentro una cesta di cobra. Un giorno, saputo che Brian Kild è stato appena mollato dalla sua band e dalla sua etichetta, gli telefona e gli propone i suoi servigi. Insieme, reclutano Jim Hawkinson, uno che aveva suonato l’organo dentro quell’altra band disperata che erano i Divine Horsemen e in quattro e quattr’otto mettono mano ad un nuovo repertorio acidissimo che sembra ibridare gli ultimi Doors con i primi Deep Purple, creando una gorgone che fa scempio dello street metal platinato che riempie le classifiche e che traccia più o meno inconsapevolmente la strada per l’hard-rock mutogeno di Jane’s Addiction e dei Morlocks di Under the Wheel e anticipando la skyline gotica che Glenn Danzig sta progettando di edificare sull’orizzonte opposto degli States.

Quelle di Medieval Mosquito sono canzoni abitate dall’odio e dalla consapevole inteluttabilità della morte, che scavano un abisso sotto la crosta di asfalto delle strade californiane, percorse da una febbre che è necrosi delle viscere, arroventate in nient’altro se non nel proprio stesso fuoco che ti macera lo stomaco.

Canzoni dove c’è sempre qualcuno in fuga.

E qualcuno che ti segue ovunque, barattando il suo inferno col tuo.  

 

Vita e morte si intrecciano diabolicamente nella vicenda degli Electric Peace, contribuendo ad alimentare l’aura di leggenda attorno alla band californiana.

Per quello che si rivelerà essere l’ultimo album degli Electric Peace Brian Kild scrive un pezzo che si intitola Shoot Me. Una richiesta che viene accontentata qualche anno dopo, nel 2014 per essere precisi, quando Brian viene aggredito nel cortile della ditta di cambi per auto da corsa che fonderà a Reseda nel 2005.

Brian salverà la pellaccia. Andrà peggio ad un paio di suoi vecchi gregari come Greg Welsh, chitarrista della prima line-up degli Electric Peace morto di AIDS nel 1990 e Jim Hawkinson, morto in un incidente motociclistico proprio il giorno in cui doveva registrare la sua parte su Scar for Life, a compimento di un’altra assurda profezia di Brian contenuta su Road to Peace e intitolata Drinkin’ and Drivin’ (Til the Day I Die). Una casa autenticamente invasa dalla morte, quella degli Electric Peace, visto che nello stesso periodo scompare tragicamente anche Mary Christmas, la compagna di Honey Davis assoldata come Hammondista per il suo debutto da solista My Heart Attacked Me pubblicato, guarda caso, per una label chiamata Life & Death.

Di morte e di motori è pure fortemente intriso Insecticide, che suona come i Cult ad un raduno di bikers imbottiti di pillole e alcol. Non ci sono cherubini che volano nella Los Angeles degli Electric Peace, solo angeli che annunciano la morte.

La voce di Kild, la sei corde di Davis e il torbido organo di Hawkinson sono le loro sette trombe. Gli Electric Peace lanciano l’agente arancio sul lungomare di Los Angeles, esfoliando le palme californiane e la pelle dei turisti.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

NO STRANGE – Il sentiero delle tartarughe (Area Pirata)  

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La qualità migliore dei No Strange è quella di farci sentire piccoli e sperduti ogni qualvolta decidono di srotolare il loro tappeto sul pavimento di casa nostra per poi lasciarlo fluttuare a mezz’aria.  

Merito del potere alchemico che tocca in sorte a qualcuno, mentre ad altri no.

Perché la magia riesca è però indispensabile lasciarsi il mondo dietro la porta, tarare le proprie vibrazioni per portarle a frequenze affini a quelle evocate dalla loro musica.

Del resto se vuoi raggiungere il coniglio bianco devi prima inseguirlo. E se vuoi agguantare un sogno devi prima di tutto sognare, trasportarti in una dimensione onirica fluente e feconda.

Ecco, quella è la dimensione perfetta per la musica dei No Strange, traghettatori di anime. Ed è anche la mia dimensione preferita per tastare l’efficacia dei loro dischi. Passato il primo approccio consapevole con la loro “materia sonora”, ne trasporto il contenuto in camera da letto per proiettarmi in un universo parallelo di semi-coscienza, in bilico tra la veglia e un primo stadio di torpore lievitante, fertile, docile ma labirintico. 

Non ha fatto eccezione questo loro nuovo disco. E non hanno fatto eccezione gli effetti prodotti dalle intricate ma distese maglie della loro musica, perennemente nuova e perennemente antica. Incapsulata anche lei tra reale ed irreale.                 

Musica che è eternamente terra straniera. Anche quando affiorano all’orizzonte approdi conosciuti, sguardi già visti (Gli occhi, da quel capolavoro che fu L’universo, riproposta quasi in chiusura dell’opera).

Musica che è perpetuo viaggio, perpetuo movimento centripeto.

Fuori passano crotali e branchi di elefanti bianchi. Stormi di ibis e mandrie di rinoceronti. E passano, lente, le tartarughe.

Ci sfiorano, come fossimo bacche agitate dal vento.

E passano oltre.                           

 Franco “Lys” Dimauro

GODZ – Contact High with The Godz (ESP-Disk)  

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Assieme ai Fugs e ai Monks, i newyorkesi Godz furono una delle cose con cui potevi mandare in pappa il cervello se avevi sedici anni nel 1966. Gente senza talento che aveva deciso di delirare sconnessamente su un palco e, se ce ne fosse stata l’occasione, su disco.

Quell’occasione gliela fornì la ESP-Disk, un’etichetta altrettanto folle che progettava di pubblicare dischi in lingua esperanto e il cui catalogo, a metà degli anni Sessanta, divenne il rifugio dei più grandi cani sciolti dell’epoca. Gente come Pharaoh Sanders, Albert Ayler, Sun Ra, i Fugs, Timothy Leary.

Le ”musiche”  dei Godz erano completamente disconnesse da tutto ciò che poteva anche lontanamente essere vicino al gusto popolare ed erano totalmente prive di una qualsiasi progettualità melodica, armonica, ritmica. Le nove “canzoni” di Contact High vengono registrate all’ASCAP per adempire agli obblighi di copyright, ma Jay Dillon, Jim McCarthy e Larry Kessler sanno benissimo che non beccheranno un quattrino in diritti d’autore: quella roba è irriproducibile e non godrà di nessun passaggio radiofonico.

Sono miagolii di gatti, filastrocche dislessiche, armoniche fuori tono, Dylan-dylaniato su un asse da lavare, Hank Williams sbeffeggiato dai pellirossa, folk disarticolati e tamburi che rotolano giù per le scale della metropolitana.

Contact High è l’inascoltabile elevato a modello di vita.

Musica che non offre ristoro, suonata da musicisti che volevano graziarsi gli Dei offrendo loro tutto il peggio che sapevano fare, mostrando ogni loro difetto, la propria inutilità.

Qui e solo qui sta la grandezza di un disco come Contact High.

Non cercateci dentro altro significato.

                                                                                                     Franco “Lys” Dimauro