THE STYLE COUNCIL – Cappuccino freddo

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Il Maggio del 1984 fu uno dei mesi più piovosi che l’Italia ricordi. 366 millimetri di pioggia solo a Milano. Roba che Siffredi se lo sogna. Roba che non si vedeva da duecento anni. Fu uno di quei mesi in cui ti fermavi volentieri a casa e mandavi a fanculo tutto il resto, sperando che la piena si portasse via gran parte della merda che riempiva le strade. In TV a farti compagnia c’erano Marco Predolin, Beppe Grillo che ti parlava del Brasile, Augusto Martelli, Marco Columbro, Cesare Cadeo, Maurizio Nichetti, Wanna Marchi e la Deejay’s Gang.

In radio, ma anche in sui canali televisivi, passavano spesso loro, vestiti con gli spolverini adeguati a quelle piogge: gli Style Council.

Chi aveva “frequentato” l’ala mod della musica inglese quelle due facce le conosceva già. Per altri erano solo una curiosa alternativa ai suoni “verniciati” del pop che dominava la scena. Cafè Bleu fece il suo ingresso in casa mia coi piedi ancora fradici, cricchiando come quelle vecchie scarpe da ragioniere degli anni Cinquanta. E non fu proprio amore a prima vista.

Era un disco dove convivevano anime diverse, quasi schizofreniche. C’erano queste carezzevoli atmosfere jazz che erano la sinfonia perfetta per accompagnare lo scivolo verticale di quelle gocce di condensa che avevano deciso ad un certo punto di lacrimare dai vetri delle finestre.

E poi improvvise esplosioni di euforia da big-band che ti facevano temere che fuori da quei vetri appannati ci fosse Gene Kelly a ballare ancora col suo ombrello, zuppo di temporale.

E ancora qualche aria da spy-movie.

Del resto qualcuna di loro era venuta dal freddo. E quindi era anche questo un ospite coerente con quel Maggio poco temperato.  

A fianco di tutto ciò, come se non bastasse, c’erano anche delle robe che parlavano quel linguaggio ancora abbastanza piatto del rap. Ma come? Le strade sembrano un fiume che si trascina via il mondo creato e vuoi vedere che c’è gente che sta a rotolarsi sull’asfalto? Poco credibile.

E infatti fuori non c’era nessuno.

Ne’ Gene Kelly, ne’ Richard Burton, ne’ i figlioletti pieghevoli di Grandmaster Flash.

Se richiudevi gli infissi e ti riavvicinavi alla stufa, potevi sentire You’re the Best ThingThe Paris Match o The Whole Point of No Return ardere come dei ciocchi e coccolarti nel loro tepore. Come se fuori dovesse piovere per sempre.

E un po’ anche dentro.

 

Signore e Signori, vi presento gli anni Ottanta.

Eleganti e si, anche un po’ coolatoni.

A sinistra Signor Eleganza in persona, Mr. Paul Weller.

A destra l’organista pel di carota Mick Talbot, da Merton.

Si sono conosciuti nel fremente giro mod inglese alla fine degli anni Settanta e Mick ha già prestato la sua maestranza per Setting Sons dei Jam.

Sono gli ultimi anni di vita della grande mod-punk band.

Weller e Talbot suonano e sognano.

Ascoltano i vecchi dischi di Georgie Fame e Jimmy Reed e sognano.

Rovistano in vecchi negozi alla ricerca di roba vecchia e sognano.

Ogni tanto accendono la tivù. E vedono gli ABC. E i Visage. E gli Human League.

Non gli piace. E sognano.

Sognano di mettere su un gruppo che abbia dentro il calore del soul e l’eleganza del jazz da club, i colori tempera della bossa nova.

Che suoni moderna ma non di plastica.

Ci riusciranno per un po’.

Sicuramente per i primi due album incisi come Style Council.

Gruppo che già dal nome decide di fare i conti con lo stile, la classe, l’eleganza.

Che negli anni Ottanta significa essere fuori dal giro delle popstar di successo, quelle dalle acconciature improbabili e dai raggi laser, metà Megaloman e metà Atlas Ufo Robot.

E invece, dopo Cafè Blue che aveva “creato il caso”, gli Style Council si trovano al centro di un movimento di restaurazione chiamato Cool Jazz, scoprendo che la loro voglia di musica retrò può essere condivisa e che il loro bisogno è un’esigenza sentita anche da una grossa fetta di mercato.

Così ci riprovano, con più convinzione. Tirando fuori Our Favourite Shop.

Rendendo tutto palese fin dalla copertina.

Un emporio dove si trova di tutto, dove molte vite possono trovarsi rappresentate. Di certo quelle di Mick e Paul: c’è Otis Redding, c’è la venerata Rickenbacker 360/12, un manifesto di orgoglio gay come Another Country, c’è Al Green, ci sono le cravatte e i dischi della Motown, la maglia della Raleigh, Sinatra e i Beatles.

Un inventario della propria vita, più che un negozio di uno svuotacantine.

Ascoltato dopo trent’anni ci si accorge di quanto ci suoni ancora familiare e di come riesca ancora a scaldarci il cuore nonostante una sottile patina eighties lo avvolga come un leggero foglio di cellophane, di come tutti gli Housemartins stessero già dentro una cosa come Welcome to Milton Keynes e i Kings of Convenience ovviamente a galleggiare dentro le vasche spa di Down in the Seine e All Gone Away, di come il funambolico soul di Internationalists sarebbe potuto stare allo stesso tempo dentro The Dream of the Blue Turtles di Sting o, con i piccoli ritocchi  necessari, dentro l’unico album dei Redskins o di come, quando passa A Stones Throw Away, ci si sia fatti scappare la Eleonor Rigby degli anni Ottanta distratti da chissà cosa. Non so se possa essere anche il mio negozio preferito.

Ma sono sicuro che un bel po’ di roba la porterei ancora volentieri a casa.

                                                                      

Doppio dodici pollici con un paio di brani per facciata e copertina senza alcun riferimento diretto agli autori. Che sono gli Style Council. E che in questo modo rendono omaggio alla club-culture che sta esplodendo in Gran Bretagna, sulla spinta delle contaminazioni del funk che hanno dato via all’hip-hop. Per vedere l’esplosione del fenomeno acid-jazz occorrerà attendere un altro pochino, ma The Cost of Loving si merita la citazione di disco seminale per l’avvento di band come Brand New Heavies e Mother Earth.

Ancora una volta Paul Weller sembra aver capito tutto, ed averlo capito prima.

Il suo pubblico, me compreso, no.  

Quando il Dynamic Trio dichiara “one nation under a groove” su Right to Go, citando volutamente il Dio del P-Funk, in molti (ancora una volta, me compreso) pensano di essere finiti sul disco sbagliato. Sull’altare sbagliato.

E tutto il resto dell’album non si preoccupa certo di fugare questi dubbi. Lo stacco dal passato è netto e la svolta funky talmente marcata da lasciare le marciature ai piedi. Ma, soprattutto, c’è una laccatura che rende indigesto il tutto. Un ritocco stilistico che sa anche di ritocco estetico, un’abbronzatura che sa di lampade UV. Il più amaro tra i bocconi dolciastri che ci toccò ingerire negli anni Ottanta.

                                                                                  

Spiazzante fino ad essere crudele è invece, Confessions of a Pop Group, il canto del cigno degli Style Council. Al termine della sua avventura iniziata in bici, il duo britannico riesce nell’impresa di giocarsi gli applausi degli ammiratori, facendosi odiare da tutti con un album sofisticatissimo e ambizioso dove jazz, musica classica e pop orchestrale diventano espressioni di un isolazionismo sempre più snob messo in bella mostra su una prima facciata che ha il senso strategico di un ostacolo interposto fra la band e il suo pubblico, quasi a voler scremare quanto invece avevano raccolto senza filtri con il loro precedente, ammiccante The Cost of Loving. Alle lusinghe di quel pubblico il gruppo cede nella seconda parte del disco, con il suo pop ben vestito di fiati esplosivi, pianoforti elettrici e bassi superfunk e regalando al loro repertorio cose come How She Threw It All Away, Confessions of a Pop Group, Iwasadoledadstoryboy e Life at a Top People’s Hearth Farm.

Ma la vera magia del disco è quel nuovo approdo al silenzio che si respira nelle tracce strumentali della prima facciata e vicevera, sempre su quella, il naufragio emozionale per voci che fluttuano sugli oceani di It’s a Very Deep Sea, Changing of the Guard e The Story of Someone’s Shoe. C’è tutto uno stupore che esonda una volta prosciugata quella palude di incomprensione in cui gli Weller, Talbot e Dee C. Lee vogliono farci affondare e che lo rende insondabile come certi abissi marini che spesso hanno lo stesso rumore del riflusso della nostra anima in solitario tormento.

Le confessioni, ecco. Più che il gruppo pop. Per una volta lasciamo sia quella la cosa ad affascinarci di più. Col presentimento avverato che sia l’ultima volta.  

           

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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JAMIROQUAI – Travelling Without Moving (Columbia)  

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Sono uno che i tormentoni se li sceglie da sé. E appena comincia la bella stagione, per evitare che me la imbruttiscano con gli equivalenti musicali dei cinepanettoni, mi carico il lettore cd dell’auto (che non é neppure lontanamente paragonabile alle vetture di lusso collezionate da Jay Kay, NdLYS) coi dischi dei Jamiroquai. Che sono uno di quei gruppi con l’estate dentro, come i pomodori pachino.

Una schiuma lattiginosa di funk, acid-jazz, R&B, disco.

Una vacanza metà aborigena, metà stellare.

Travelling Without Moving è il disco che traghetta il gruppo verso i dancefloor mondiali, in virtù di pezzi pulsanti e goderecci come High Times, Alright, Virtual Insanity, Cosmic Girl, You Are My Love dove le dita di Toby Smith sul piano Rhodes e sul Moog saltano come la rana dell’omonimo videogioco, attraversando le strade ingombre del basso sublime di Stuart Zender e saltando sui tronchi galleggianti di fiati e percussioni sui quali il folletto Jay Kay si muove indossando un cappello rubato ad Afrika Bambaataa.

Se venite dalle finezze loro primi album vi sembrerà tutto un po’ volgare.

Se invece venite da quei tormentoni che sanno di buffet Valtur andato a male cui alludevo in apertura, vi sembrerà di avere davanti un’autentica orchestra-spettacolo come quelle dei Tower of Power, dei Parliament, della Sunshine Band o dei Fania All Stars oppure con un po’ di immaginazione sci-fi potreste immaginare di sfilare i caschi ai Daft Punk e, con vostra gran sorpresa, di trovarci sotto Curtis Mayfield e Wayne Casey.

Ma se non venite da nessuna parte perché non vi piace muovervi potreste viaggiare lo stesso, come suggerisce il titolo.

E magari non corro il rischio di incontrarvi agli incroci.

Franco “Lys” Dimauro

THE KING KHAN EXPERIENCE – Turkey Ride (Ernest Jenning Record Co)  

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Un disco che era circolato solo in versione promo qualche anno fa e che documentava alcune vecchie sedute di registrazione effettuate tra Berlino (dove vive tuttora) e Bordeaux durante i soggiorni europei del Re Nero del Canada.

Gli Spaceshits si sono sciolti da pochissimo e King Khan si reinventa totalmente come cerimoniere di un’orgia soul-funk trascinante, folle e colorata. Siamo agli albori di quella che sarà la musica degli Shrines ma l’energia dirompente di quel gruppo è già tutta qui: ascoltate I Got Love, Knock Me Off My Feet o Hey Rudi e ditemi se riuscite a restare fermi. Folate di organo che ti spettinano come un soffio di bora, lampi psichedelici di chitarre wah-wah, pattern di batteria che sembrano scivolati via da un disco di James Brown e un groove funkedelico da branco animale. Il boogaloo di King Khan, quello che produrrà capolavori come Three Hairs and You’re Mine, Mr. Supernatural e Idle No More è già tutto qui.

L’estate pure.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

BLONDIE – Autoamerican (Chrysalis)  

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Rapture, in pochi lo capirono allora (qualcuno non l’ha capito ancora oggi, NdLYS), era un gioco di parole che voleva omaggiare la cultura hip-hop che cominciava a fermentare nel Bronx e che aveva nei Grandmaster Flash e Fab 5 Freddy citati nel testo due dei suoi migliori maestri di cerimonia. All’alba degli anni Ottanta i Blondie si guardano attorno e decidono in qualche modo di suicidarsi.

Il disegno del retro-copertina è, in questo, molto più rivelatore di quanto lo sia quello della pagina frontale.

Autoamerican è infatti il disco dove finiscono i Blondie e iniziano le star degli anni Ottanta, Madonna in primis. Belinda Carlisle e The Go-Go’s subito dopo. Un album che, come la copertina lascia intendere, si sporge sin troppo su quelle acque che bagnano New York e che trascinano con loro litri di urine di musicisti jazz, di cabarettisti, di cocainomani che pisciano dentro qualche discoteca, di giamaicani, portoricani, chicani, di vecchie signore del teatro e della tv che strizzano i loro pannoloni dentro qualche cesso di porcellana, di musicisti d’avanguardia, di balordi e clochard che svuotano la prostata a ridosso di qualche muro. Autoamerican è la celebrazione di tutto questo, fuorché dei Blondie.

Al di là dei risultati, non sempre eccellenti, il quinto Blondie è un disco coraggioso, più di quanto lo sia stato quello che lo ha preceduto.

Potrebbe bastare la sua apertura Kubrickiana per definirlo tale, eppure non basta. Perché quello che segue in questa altalenante scaletta, ha invece mille direzioni diverse che incrociano funky, rap, disco-music, reggae, cabaret, musical, jazz. Mai la new-wave, malgrado per abitudine e anche per pigrizia finirà a marcire in quegli scaffali. E anche quando i synth arrivano, come in Do the Dark, arrivano per sfregiare, deturpare, deformare fino ad ottenere una smorfia che è spastica più che plastica.   

Non c’è un pezzo che sia simile all’altro, dentro questo circo che si diverte ad aprire il sipario mostrandoci una scenografia retrò e poi piazzando al centro della pista un telescopio puntato sul futuro.

Che è quello che immaginano i Blondie, ovviamente. E non è detto sia quello che verrà.

Eppure in buona parte lo è.

Saliti in cima all’Empire State Building i Blondie decidono di buttarsi giù. Di ritrovare se stessi nella caduta, guardando l’America che scorre in verticale sotto i loro occhi. E in lontananza, anche uno spicchio di Europa.  

Spiaccicandosi sul loro pubblico mentre tutti sono col naso all’insù per guardare l’upskirt della Debbie.   

  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE UNDISPUTED TRUTH – Cosmic Truth / Higher Than High (Kent) 

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A metà degli anni Settanta gli Undisputed Truth diventano una band spaziale.

Terminata la prima parte della carriera con la defezione di Brenda Jo Evans e Billie Rae Calvin Norman Whitfield decide di assemblare una nuova line-up attorno al superstite Joe e far accostare la sua auto alla navicella spaziale dei Funkadelic di George Clinton. Nel 1975 arrivano nei negozi i dischi che certificano l’avvenuto passaggio degli Undisputed Truth dal soul al funk-rock “cosmico”: Cosmic Truth e Higher Than High escono a soli sei mesi di distanza uno dall’altro, con una spolverata di stelle in copertina, molte delle quali restano appiccicate alle tute di questi nuovi astronauti del funk. Pezzi come Spaced Out, Earthquake Shake, Squeeze Me, Tease Me e Lil’ Red Riding Hood sono le scorte di kerosene necessari per mandare in orbita Cosmic Truth. A quel punto, anche a livello di immagine, il gruppo diventa un ibrido afro-spaziale sicuramente kitsch ma di grande impatto nel circuito dei club e delle discoteche. Sottoposti ad un make-up che influenzerà non poco quello dei francesi Rockets e infilati dentro dei parrucconi bianchi, gli Undisputed Truth si lanciano tra le stelle con una cosa come Boogie Bump Boogie dove fischietti da stadio brasiliano ed effetti da telefilm sci-fi esplodono aizzate da un’intera curva di ultras che battono i tamburi: è il momento più funambolico di Higher Than High, il disco pubblicato a Novembre con un nuova squadra di musicisti e che racchiude un altro paio di cose fantastiche come I’m in the Red Zone e Overload, tutte piene di sgambettamenti hard-funk clamorosi.

Colate funk che (ridi)scendono dall’alto come lingue di spirito santo.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AA. VV – Jon Savage’s 1968 – The Year the World Burned (Ace)  

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Il 1968, ci dice Jon Savage, è l’anno in cui il mondo bruciò.

E molte di quelle fiamme lo avvolgono ancora oggi, quarant’anni dopo.

Il quarto volume curato dal giornalista e scrittore inglese per la Ace Records è pieno zeppo di musiche urticanti ancora oggi. Moderne, rivoluzionarie, eccessive.

Una scelta di canzoni (quarantotto in tutto) che esprimono al meglio il torrido clima di quell’anno, tra pezzi “obbligatori” (Fire di Arthur Brown, Kick Out the Jams degli MC5, Cloud Nine dei Temptations, Everyday People di Sly Stone, I Say a Little Prayer della Franklin, Piece of My Heart della Big Brother &The Holding Co., How Does It Feels to Feel dei Creation, Say It Loud! di James Brown) e una “seconda scelta” per nulla banale, anzi: pezzi poco conosciuti di Pretty Things, Beau Brummels, Canned Heat, Love, Kinks, Buffalo Springfield impreziosiscono tutto il primo dei due dischi mentre sul secondo canzoni come Omnibus dei Move, Machines di Lothar and The Hand People, Lincoln Country di Dave Davies, Eastern Organ della Brother Dan All Stars e Rain dei KAK risplendono come autentiche perle. Innovative e sfolgoranti ancora oggi. Una selezione favolosa, plurivalente dove soul music, reggae, freakbeat, pop music convivono senza umiliarsi l’un l’altro in un carosello infinito di suggestioni e il 45 giri vive il suo ultimo anno di gloria.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

BLACK MERDA – Black Merda (Chess)  

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Forse il gruppo-culto per antonomasia del catalogo Chess (che, diciamolo francamente, abbinato al nome della band crea in noi italiani una bizzarra e pecoreccia assonanza, NdLYS), i Black Merda erano una sorta di versione soul dell’Experience, band della quale si erano innamorati sin da subito, già quando si chiamavano ancora Soul Agents realizzando una versione funk di Foxy Lady che anni dopo qui da noi i b-boys scopriranno quando sarà usata come base per Italia di Lou X e dimostrando di essere già dei precursori di quel soul psichedelico che si farà strada con i Temptations, i Bar-Keys, i Parliament e Sly Stone. Il passaggio al nuovo nome, storpiatura color marrone di Black Murder, coincide con la registrazione come back-band dei singoli dell’eccentrico Fugi (colui che aveva cantato I’d Rather Go Blind ad Etta James quando questa era andato a trovarlo a San Quentin dove stava scontando una condanna per rapina a mano armata, NdLYS) per la Cadet, sussidiaria della Chess dentro la cui scuderia finiscono per calpestare ben altra merda, finendo per pubblicare un bellissimo album di debutto dove il loro curioso nome campeggia in tutta autonomia. Il loro amore per il soul sfigurato dal rock di Hendrix è un amore dichiarato da subito, già dall’introduttiva Prophet e poi via via ribadita sui voodoo psichedelici di Cinthy-Ruth, Ashamed o Good Luck.

Black Merda è una delizia mai più replicata dalla band, il cui secondo album vedrà storpiato non solo il loro nome ma anche la loro musica con l’innesto di arrangiamenti orchestrali che proveranno a vendere la loro “merda” anche alla gente ben vestita, senza peraltro riuscirci.

Voi provate a calpestare questa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LOVE – Reel to Real (High Moon)  

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L’ultimo atto d’”amore” dei Love è una vertigine funky/soul come mai avremmo potuto immaginare ai tempi di Forever Changes, che pur di cambiamenti era foriero. Un disco da aggiungere alla collezione di Otis Redding o degli Ohio Players, con fiati gonfi come zampogne e ritmi grassi come lardo di maiale.

Reel to Real è il tentativo estremo di rientrare in un mercato che non ha dato ad Arthur Lee, musicista ed autore dal talento inimmaginabile, quanto avrebbe meritato. Ma è anche un disco con una dignità che spesso gli è stata negata dai libri di storia e che questa preziosa ristampa della High Moon ci dà ora l’occasione di rivalutare. Magari, se proprio siete allergici alla propulsione dei fiati black, arpionate l’album spostando la puntina sulla seconda facciata del disco: You Said You Would e Busted Feet  proiettano il suono dei Love vicino a quelle galassie che Hendrix sognava di esplorare una volta rinchiuso il baule psichedelico. Sono due pezzi carnali e sensualissimi che esplodono in una incontrollata colata di chitarre prima di lasciare spazio alla bella, acustica e altrettanto liberatoria Everybody’s Gotta Live.

Ma prima, per almeno tutta la prima facciata, Arthur Lee ci obbliga ad infilare le dita in un vasetto di miele funk. With a Little Energy, Good Old Fashion Dream, Who Are You?, Time Is Like a River sono come i sogni bagnati ed osceni di Tina Turner e del marito Ike. O del marito Ike con le Ikettes, se preferite fare le cose con tanta gente. Questa prima ristampa in CD è una succulenta occasione per rivalutare Reel to Real, considerato anche il bellissimo booklet firmato da David Fricke di Rolling Stone che ne racconta la gestazione e il parto e la copiosa messe di out-takes che ne raddoppia la durata e il piacere, andando a recuperare tra le altre meraviglie ben sei inediti fra cui un esclusivo provino da Forever Changes intitolato Wonder People.     

Siamo davvero a molte miglia dalle malinconie folk-rock dei primi due album, alla deriva in balia delle onde sussultorie del groove più lascivo degli anni Settanta. Reel to Real è decisamente, consapevolmente figlio di un altro decennio, di un’altra epoca, di altri Love, di un altro sogno d’amore, stavolta più fisico che simbiotico. Se voi siete rimasti seppelliti sotto le macerie di Da Capo o Love, non è un problema di Mr. Lee.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FUNKADELIC – Funkadelic (Westbound)  

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Il debutto dei Funkadelic è il cazzo di Jimi Hendrix durante una fellatio di una bocca che schiuma di lattiginose bave funk. Il tramestio di quella lingua si sente appena poggi la puntina sul disco, ed è un rumore che somiglia in tutto e per tutto a quello di ben altri solchi. “Se mi succhi l’anima, io leccherò le tue emozioni più sporche”, dice Clinton. E tutti capiamo a cosa alluda.

Tutto quello che viene dopo ha quella carnalità, quel senso di lussuriosa e vischiosa gelatina erotica che l’introduzione lascia già intuire.   

L’embrione di tutto il P-Funk. Nonché di tanto hip-hop che sarebbe venuto dopo. E non solo quello, per Dio. Dacché il concetto stesso di crossover e le metamorfosi rallentate del beat in quello che sarà il trip-hop partono egualmente da qui.  

È il posto, il luogo esatto dove i popoli e le razze convergono, pronte all’armageddon. Funkadelic portano all’assurdo la visione funky-psichedelica dei Parliament e di Sly and The Family Stone. Creano un mondo che orbita attorno al nostro e ci controllano da lassù, mentre si strafanno di droghe e rullano joint nella carta igienica. Quando scendono sul nostro pianeta, lo fanno nelle loro divise rosa shocking, giallo oro e verde vomito. Sembrano delle checche e invece vengono ad ingozzarsi di donne e di acidi.

Ogni volta che mettono piede sulla Terra lasciano una nidiata di larve che si trasformeranno in insetti anni dopo.
Come fossero degli Elohim venuti a fecondare le colonie del loro sistema solare.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

CALIBRO 35 – Decade (Record Kicks)  

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Tecnicamente e grammaticalmente è da un decennio e non da una decade che la musica dei Calibro 35 risuona nelle sale concerto e tra le mura di casa nostra. Ma poco importa. Perché le musiche dell’ensemble milanese sembrano essere lì da almeno mezzo secolo. Quindi, per chi come me non ha ancora varcato la soglia dei cinquant’anni, da sempre.

Decade rappresenta, al di là della débâcle linguistica, l’ulteriore perfezionamento della cifra stilistica della pregiata formazione italiana: l’aggiunta degli archi e della sezione fiati apre la porta a nuove possibilità, permettendole di infittire la trama musicale ma anche di sganciarla da quella fusione di elementi jazz e funk tipici della loro produzione e dell’immaginario sonoro e cinematografico cui si ispira e che tuttavia rappresenta sempre il loro punto nevralgico, il perfetto nodo di raccordo fra la nostra memoria e l’astuto talento con cui i Calibro 35 riescono a teletrasportarci (come nella bellissima SuperStudio, magico esempio di musica per poliziotteschi immaginari o nello scattante orchestrale di Faster Faster!) in quei luoghi schiacciati dal peso di altri ricordi.

Sono quelli i brani in cui i Calibro 35 soddisfano i nostri bisogni, probabilmente sempre meno i loro. Si avverte infatti, ma si avvertiva anche nel disco precedente, il bisogno di sperimentare strade nuove, di spostarsi verso certe forme di minimalismo, di ricerca ambient, di destrutturazione melodica (Modulor, Polymeri, Travelers) che fu ambito d’azione trasversale proprio dei nostri maestri della musica “da film” (penso ovviamente a Morricone, Alessandroni così come ai Goblin ma soprattutto alla serie Dimensioni Sonore di Bruno Nicolai) e che potrebbero aprire il catenaccio della gabbia dove la formazione ha deciso volutamente di rinchiudersi.

E noi, malgrado tutto, sappiamo che la loro eventuale fuga non ci farà piacere.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro