JAMIROQUAI – Travelling Without Moving (Columbia)  

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Sono uno che i tormentoni se li sceglie da sé. E appena comincia la bella stagione, per evitare che me la imbruttiscano con gli equivalenti musicali dei cinepanettoni, mi carico il lettore cd dell’auto (che non é neppure lontanamente paragonabile alle vetture di lusso collezionate da Jay Kay, NdLYS) coi dischi dei Jamiroquai. Che sono uno di quei gruppi con l’estate dentro, come i pomodori pachino.

Una schiuma lattiginosa di funk, acid-jazz, R&B, disco.

Una vacanza metà aborigena, metà stellare.

Travelling Without Moving è il disco che traghetta il gruppo verso i dancefloor mondiali, in virtù di pezzi pulsanti e goderecci come High Times, Alright, Virtual Insanity, Cosmic Girl, You Are My Love dove le dita di Toby Smith sul piano Rhodes e sul Moog saltano come la rana dell’omonimo videogioco, attraversando le strade ingombre del basso sublime di Stuart Zender e saltando sui tronchi galleggianti di fiati e percussioni sui quali il folletto Jay Kay si muove indossando un cappello rubato ad Afrika Bambaataa.

Se venite dalle finezze loro primi album vi sembrerà tutto un po’ volgare.

Se invece venite da quei tormentoni che sanno di buffet Valtur andato a male cui alludevo in apertura, vi sembrerà di avere davanti un’autentica orchestra-spettacolo come quelle dei Tower of Power, dei Parliament, della Sunshine Band o dei Fania All Stars oppure con un po’ di immaginazione sci-fi potreste immaginare di sfilare i caschi ai Daft Punk e, con vostra gran sorpresa, di trovarci sotto Curtis Mayfield e Wayne Casey.

Ma se non venite da nessuna parte perché non vi piace muovervi potreste viaggiare lo stesso, come suggerisce il titolo.

E magari non corro il rischio di incontrarvi agli incroci.

Franco “Lys” Dimauro

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THE KING KHAN EXPERIENCE – Turkey Ride (Ernest Jenning Record Co)  

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Un disco che era circolato solo in versione promo qualche anno fa e che documentava alcune vecchie sedute di registrazione effettuate tra Berlino (dove vive tuttora) e Bordeaux durante i soggiorni europei del Re Nero del Canada.

Gli Spaceshits si sono sciolti da pochissimo e King Khan si reinventa totalmente come cerimoniere di un’orgia soul-funk trascinante, folle e colorata. Siamo agli albori di quella che sarà la musica degli Shrines ma l’energia dirompente di quel gruppo è già tutta qui: ascoltate I Got Love, Knock Me Off My Feet o Hey Rudi e ditemi se riuscite a restare fermi. Folate di organo che ti spettinano come un soffio di bora, lampi psichedelici di chitarre wah-wah, pattern di batteria che sembrano scivolati via da un disco di James Brown e un groove funkedelico da branco animale. Il boogaloo di King Khan, quello che produrrà capolavori come Three Hairs and You’re Mine, Mr. Supernatural e Idle No More è già tutto qui.

L’estate pure.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

BLONDIE – Autoamerican (Chrysalis)  

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Rapture, in pochi lo capirono allora (qualcuno non l’ha capito ancora oggi, NdLYS), era un gioco di parole che voleva omaggiare la cultura hip-hop che cominciava a fermentare nel Bronx e che aveva nei Grandmaster Flash e Fab 5 Freddy citati nel testo due dei suoi migliori maestri di cerimonia. All’alba degli anni Ottanta i Blondie si guardano attorno e decidono in qualche modo di suicidarsi.

Il disegno del retro-copertina è, in questo, molto più rivelatore di quanto lo sia quello della pagina frontale.

Autoamerican è infatti il disco dove finiscono i Blondie e iniziano le star degli anni Ottanta, Madonna in primis. Belinda Carlisle e The Go-Go’s subito dopo. Un album che, come la copertina lascia intendere, si sporge sin troppo su quelle acque che bagnano New York e che trascinano con loro litri di urine di musicisti jazz, di cabarettisti, di cocainomani che pisciano dentro qualche discoteca, di giamaicani, portoricani, chicani, di vecchie signore del teatro e della tv che strizzano i loro pannoloni dentro qualche cesso di porcellana, di musicisti d’avanguardia, di balordi e clochard che svuotano la prostata a ridosso di qualche muro. Autoamerican è la celebrazione di tutto questo, fuorché dei Blondie.

Al di là dei risultati, non sempre eccellenti, il quinto Blondie è un disco coraggioso, più di quanto lo sia stato quello che lo ha preceduto.

Potrebbe bastare la sua apertura Kubrickiana per definirlo tale, eppure non basta. Perché quello che segue in questa altalenante scaletta, ha invece mille direzioni diverse che incrociano funky, rap, disco-music, reggae, cabaret, musical, jazz. Mai la new-wave, malgrado per abitudine e anche per pigrizia finirà a marcire in quegli scaffali. E anche quando i synth arrivano, come in Do the Dark, arrivano per sfregiare, deturpare, deformare fino ad ottenere una smorfia che è spastica più che plastica.   

Non c’è un pezzo che sia simile all’altro, dentro questo circo che si diverte ad aprire il sipario mostrandoci una scenografia retrò e poi piazzando al centro della pista un telescopio puntato sul futuro.

Che è quello che immaginano i Blondie, ovviamente. E non è detto sia quello che verrà.

Eppure in buona parte lo è.

Saliti in cima all’Empire State Building i Blondie decidono di buttarsi giù. Di ritrovare se stessi nella caduta, guardando l’America che scorre in verticale sotto i loro occhi. E in lontananza, anche uno spicchio di Europa.  

Spiaccicandosi sul loro pubblico mentre tutti sono col naso all’insù per guardare l’upskirt della Debbie.   

  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE UNDISPUTED TRUTH – Cosmic Truth / Higher Than High (Kent) 

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A metà degli anni Settanta gli Undisputed Truth diventano una band spaziale.

Terminata la prima parte della carriera con la defezione di Brenda Jo Evans e Billie Rae Calvin Norman Whitfield decide di assemblare una nuova line-up attorno al superstite Joe e far accostare la sua auto alla navicella spaziale dei Funkadelic di George Clinton. Nel 1975 arrivano nei negozi i dischi che certificano l’avvenuto passaggio degli Undisputed Truth dal soul al funk-rock “cosmico”: Cosmic Truth e Higher Than High escono a soli sei mesi di distanza uno dall’altro, con una spolverata di stelle in copertina, molte delle quali restano appiccicate alle tute di questi nuovi astronauti del funk. Pezzi come Spaced Out, Earthquake Shake, Squeeze Me, Tease Me e Lil’ Red Riding Hood sono le scorte di kerosene necessari per mandare in orbita Cosmic Truth. A quel punto, anche a livello di immagine, il gruppo diventa un ibrido afro-spaziale sicuramente kitsch ma di grande impatto nel circuito dei club e delle discoteche. Sottoposti ad un make-up che influenzerà non poco quello dei francesi Rockets e infilati dentro dei parrucconi bianchi, gli Undisputed Truth si lanciano tra le stelle con una cosa come Boogie Bump Boogie dove fischietti da stadio brasiliano ed effetti da telefilm sci-fi esplodono aizzate da un’intera curva di ultras che battono i tamburi: è il momento più funambolico di Higher Than High, il disco pubblicato a Novembre con un nuova squadra di musicisti e che racchiude un altro paio di cose fantastiche come I’m in the Red Zone e Overload, tutte piene di sgambettamenti hard-funk clamorosi.

Colate funk che (ridi)scendono dall’alto come lingue di spirito santo.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AA. VV – Jon Savage’s 1968 – The Year the World Burned (Ace)  

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Il 1968, ci dice Jon Savage, è l’anno in cui il mondo bruciò.

E molte di quelle fiamme lo avvolgono ancora oggi, quarant’anni dopo.

Il quarto volume curato dal giornalista e scrittore inglese per la Ace Records è pieno zeppo di musiche urticanti ancora oggi. Moderne, rivoluzionarie, eccessive.

Una scelta di canzoni (quarantotto in tutto) che esprimono al meglio il torrido clima di quell’anno, tra pezzi “obbligatori” (Fire di Arthur Brown, Kick Out the Jams degli MC5, Cloud Nine dei Temptations, Everyday People di Sly Stone, I Say a Little Prayer della Franklin, Piece of My Heart della Big Brother &The Holding Co., How Does It Feels to Feel dei Creation, Say It Loud! di James Brown) e una “seconda scelta” per nulla banale, anzi: pezzi poco conosciuti di Pretty Things, Beau Brummels, Canned Heat, Love, Kinks, Buffalo Springfield impreziosiscono tutto il primo dei due dischi mentre sul secondo canzoni come Omnibus dei Move, Machines di Lothar and The Hand People, Lincoln Country di Dave Davies, Eastern Organ della Brother Dan All Stars e Rain dei KAK risplendono come autentiche perle. Innovative e sfolgoranti ancora oggi. Una selezione favolosa, plurivalente dove soul music, reggae, freakbeat, pop music convivono senza umiliarsi l’un l’altro in un carosello infinito di suggestioni e il 45 giri vive il suo ultimo anno di gloria.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

BLACK MERDA – Black Merda (Chess)  

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Forse il gruppo-culto per antonomasia del catalogo Chess (che, diciamolo francamente, abbinato al nome della band crea in noi italiani una bizzarra e pecoreccia assonanza, NdLYS), i Black Merda erano una sorta di versione soul dell’Experience, band della quale si erano innamorati sin da subito, già quando si chiamavano ancora Soul Agents realizzando una versione funk di Foxy Lady che anni dopo qui da noi i b-boys scopriranno quando sarà usata come base per Italia di Lou X e dimostrando di essere già dei precursori di quel soul psichedelico che si farà strada con i Temptations, i Bar-Keys, i Parliament e Sly Stone. Il passaggio al nuovo nome, storpiatura color marrone di Black Murder, coincide con la registrazione come back-band dei singoli dell’eccentrico Fugi (colui che aveva cantato I’d Rather Go Blind ad Etta James quando questa era andato a trovarlo a San Quentin dove stava scontando una condanna per rapina a mano armata, NdLYS) per la Cadet, sussidiaria della Chess dentro la cui scuderia finiscono per calpestare ben altra merda, finendo per pubblicare un bellissimo album di debutto dove il loro curioso nome campeggia in tutta autonomia. Il loro amore per il soul sfigurato dal rock di Hendrix è un amore dichiarato da subito, già dall’introduttiva Prophet e poi via via ribadita sui voodoo psichedelici di Cinthy-Ruth, Ashamed o Good Luck.

Black Merda è una delizia mai più replicata dalla band, il cui secondo album vedrà storpiato non solo il loro nome ma anche la loro musica con l’innesto di arrangiamenti orchestrali che proveranno a vendere la loro “merda” anche alla gente ben vestita, senza peraltro riuscirci.

Voi provate a calpestare questa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LOVE – Reel to Real (High Moon)  

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L’ultimo atto d’”amore” dei Love è una vertigine funky/soul come mai avremmo potuto immaginare ai tempi di Forever Changes, che pur di cambiamenti era foriero. Un disco da aggiungere alla collezione di Otis Redding o degli Ohio Players, con fiati gonfi come zampogne e ritmi grassi come lardo di maiale.

Reel to Real è il tentativo estremo di rientrare in un mercato che non ha dato ad Arthur Lee, musicista ed autore dal talento inimmaginabile, quanto avrebbe meritato. Ma è anche un disco con una dignità che spesso gli è stata negata dai libri di storia e che questa preziosa ristampa della High Moon ci dà ora l’occasione di rivalutare. Magari, se proprio siete allergici alla propulsione dei fiati black, arpionate l’album spostando la puntina sulla seconda facciata del disco: You Said You Would e Busted Feet  proiettano il suono dei Love vicino a quelle galassie che Hendrix sognava di esplorare una volta rinchiuso il baule psichedelico. Sono due pezzi carnali e sensualissimi che esplodono in una incontrollata colata di chitarre prima di lasciare spazio alla bella, acustica e altrettanto liberatoria Everybody’s Gotta Live.

Ma prima, per almeno tutta la prima facciata, Arthur Lee ci obbliga ad infilare le dita in un vasetto di miele funk. With a Little Energy, Good Old Fashion Dream, Who Are You?, Time Is Like a River sono come i sogni bagnati ed osceni di Tina Turner e del marito Ike. O del marito Ike con le Ikettes, se preferite fare le cose con tanta gente. Questa prima ristampa in CD è una succulenta occasione per rivalutare Reel to Real, considerato anche il bellissimo booklet firmato da David Fricke di Rolling Stone che ne racconta la gestazione e il parto e la copiosa messe di out-takes che ne raddoppia la durata e il piacere, andando a recuperare tra le altre meraviglie ben sei inediti fra cui un esclusivo provino da Forever Changes intitolato Wonder People.     

Siamo davvero a molte miglia dalle malinconie folk-rock dei primi due album, alla deriva in balia delle onde sussultorie del groove più lascivo degli anni Settanta. Reel to Real è decisamente, consapevolmente figlio di un altro decennio, di un’altra epoca, di altri Love, di un altro sogno d’amore, stavolta più fisico che simbiotico. Se voi siete rimasti seppelliti sotto le macerie di Da Capo o Love, non è un problema di Mr. Lee.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FUNKADELIC – Funkadelic (Westbound)  

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Il debutto dei Funkadelic è il cazzo di Jimi Hendrix durante una fellatio di una bocca che schiuma di lattiginose bave funk. Il tramestio di quella lingua si sente appena poggi la puntina sul disco, ed è un rumore che somiglia in tutto e per tutto a quello di ben altri solchi. “Se mi succhi l’anima, io leccherò le tue emozioni più sporche”, dice Clinton. E tutti capiamo a cosa alluda.

Tutto quello che viene dopo ha quella carnalità, quel senso di lussuriosa e vischiosa gelatina erotica che l’introduzione lascia già intuire.   

L’embrione di tutto il P-Funk. Nonché di tanto hip-hop che sarebbe venuto dopo. E non solo quello, per Dio. Dacché il concetto stesso di crossover e le metamorfosi rallentate del beat in quello che sarà il trip-hop partono egualmente da qui.  

È il posto, il luogo esatto dove i popoli e le razze convergono, pronte all’armageddon. Funkadelic portano all’assurdo la visione funky-psichedelica dei Parliament e di Sly and The Family Stone. Creano un mondo che orbita attorno al nostro e ci controllano da lassù, mentre si strafanno di droghe e rullano joint nella carta igienica. Quando scendono sul nostro pianeta, lo fanno nelle loro divise rosa shocking, giallo oro e verde vomito. Sembrano delle checche e invece vengono ad ingozzarsi di donne e di acidi.

Ogni volta che mettono piede sulla Terra lasciano una nidiata di larve che si trasformeranno in insetti anni dopo.
Come fossero degli Elohim venuti a fecondare le colonie del loro sistema solare.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

CALIBRO 35 – Decade (Record Kicks)  

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Tecnicamente e grammaticalmente è da un decennio e non da una decade che la musica dei Calibro 35 risuona nelle sale concerto e tra le mura di casa nostra. Ma poco importa. Perché le musiche dell’ensemble milanese sembrano essere lì da almeno mezzo secolo. Quindi, per chi come me non ha ancora varcato la soglia dei cinquant’anni, da sempre.

Decade rappresenta, al di là della débâcle linguistica, l’ulteriore perfezionamento della cifra stilistica della pregiata formazione italiana: l’aggiunta degli archi e della sezione fiati apre la porta a nuove possibilità, permettendole di infittire la trama musicale ma anche di sganciarla da quella fusione di elementi jazz e funk tipici della loro produzione e dell’immaginario sonoro e cinematografico cui si ispira e che tuttavia rappresenta sempre il loro punto nevralgico, il perfetto nodo di raccordo fra la nostra memoria e l’astuto talento con cui i Calibro 35 riescono a teletrasportarci (come nella bellissima SuperStudio, magico esempio di musica per poliziotteschi immaginari o nello scattante orchestrale di Faster Faster!) in quei luoghi schiacciati dal peso di altri ricordi.

Sono quelli i brani in cui i Calibro 35 soddisfano i nostri bisogni, probabilmente sempre meno i loro. Si avverte infatti, ma si avvertiva anche nel disco precedente, il bisogno di sperimentare strade nuove, di spostarsi verso certe forme di minimalismo, di ricerca ambient, di destrutturazione melodica (Modulor, Polymeri, Travelers) che fu ambito d’azione trasversale proprio dei nostri maestri della musica “da film” (penso ovviamente a Morricone, Alessandroni così come ai Goblin ma soprattutto alla serie Dimensioni Sonore di Bruno Nicolai) e che potrebbero aprire il catenaccio della gabbia dove la formazione ha deciso volutamente di rinchiudersi.

E noi, malgrado tutto, sappiamo che la loro eventuale fuga non ci farà piacere.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TY SEGALL – Freedom’s Goblin (Drag City)  

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Il nome zoologico di Ty Segall è Chamaeleonidae strenoissimum: camaleonte sgobbatore. Un’attività alacre ed incessante che in dieci anni ha cominciato a dare i suoi frutti: Ty è adesso la testa d’ariete della Drag City e uno dei nomi più prestigiosi di tutto il rock ‘n’ roll trasversale americano. Il suo ultimo camuffamento lo vede vestire i panni di Prince, la cui scomparsa ha ridato credibilità ad un progetto troppo spesso liquidato senza appello, tanto che è un po’ dalle parti di Minneapolis che hanno planato ultimamente altri personaggi come Beck e Jack White.

Fragore funk in salsa rock che prima circuisce andando addirittura a spolverare gli Hot Chocolate ed infine stordisce infilandosi nei vicoli di mattoni e ferro arrugginito dei Contortions (i dodici strazianti minuti di And, Goodnight). E se è vero, come lo è, che Prince amava palesare i suoi, di amori (dai Beatles ad Hendrix), Segall fa altrettanto andando ad inseguire medesime visioni di pop agrodolce dei primi e le svisate elettriche del secondo e aggiungendo al parco giochi qualche facile scivolo per i suoi eroi Marc Bolan e Neil Young. Freedom’s Goblin finisce così per essere un disco-contenitore dove Segall può dare mostra del meglio si sé, dall’abominevole all’adulatore.

Scegliete voi se vi piace farvi leccare i piedi o farvi penetrare a sangue, c’è un Segall per ognuno dei vostri vizi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro