MILES DAVIS – On the Corner (Columbia)  

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Chi pensasse che la musica jazz sia una roba per borghesi con ostriche e puzza sotto il naso, dovrebbe provare ad ascoltare On the Corner. Senza arricciare il suo, di naso. On the Corner è pura street music, autentica musica del ghetto. Siamo nel 1972 e, conquistato dal funky di James Brown, Miles Davis getta le basi per quella che esploderà a New York come no-wave e in Inghilterra come avant-funk.

Non è un disco nero, quello cui Miles Davis mette mano scompigliando ancora una volta le regole per poi abbandonare per dieci lunghi anni i lavori in studio.

È un disco che trasmette piuttosto un senso di fluorescenza.

Campanacci, bongos, l’uso minimalista e ripetitivo del basso e quello liquido e psichedelico del wha wha, le unghiate di chitarra e le chiazze della tromba contribuiscono a creare un’atmosfera contaminata da autentico ghetto metropolitano. Ogni strumento agisce come un batterio, andando a creare un microclima da giungla urbana.

Nessuno sfoggio di virtuosismo fine a se stesso, nessuna esibizione di protagonismo. Miles Davis si butta nella mischia, si incarna uomo. Uomo nero fra gli uomini neri. Scimmia evoluta fra le scimmie evolute.

L’uomo bianco resta a guardare, impotente, davanti all’apoteosi del ritmo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AREA international POPular group – Cattivi maestri

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Tra le cose che fanno male, alcune fanno più male di altre.

Gli Area hanno fatto male, malissimo.

Senza abusare di retorica, strisciando sottili.

Fuori dalle righe, cani sciolti che ancora oggi nessuno osa far rientrare in alcun recinto. Troppo veri per essere una cartolina degli anni Settanta da mostrare in tivù.

Gli Area non rappresentavano gli anni ‘70, ma ERANO gli anni ‘70.

Unico gruppo italiano specchio dei propri tempi. Capace di confrontarsi con la politica e le avanguardie musicali occidentali e mediterranee, orgoglioso di iniziare la carriera tra le teche futuriste della Biennale di Parigi, proseguirla negli ospedali psichiatrici e chiuderla tra i sacchi a pelo di Parco Lambro.

Non erano un gruppo fusion.

Non erano un gruppo rock.

Non erano un gruppo d’avanguardia e neppure un gruppo folk.

Non erano un gruppo prog. E neppure un gruppo di musica etnica.

E non erano neppure un gruppo POP, per come lo si intende comunemente. Malgrado il termine POP fosse messo in bella mostra a fianco al loro nome.

Gli Area erano tutto questo e molto, molto di più.

E se tutto questo potrebbe farvi pensare che gli Area piacessero o potessero piacere a tutti, sbagliate di grosso.

Gli Area non piacevano quasi a nessuno, nonostante i loro concerti traboccassero di gente. Gente che era andata ai loro happenings perché, nell’abile strategia di marketing messa su da Gianni Sassi e Demetrio Stratos, la macchina degli Area rappresentava un’adesione incondizionata ad una identità culturale e politica estremista e sovversiva. Gli Area erano il collante di tutto il “movimento” degli anni Settanta: comunisti, radicali, anarchici, tesserati di Lotta Continua, del Potere Operaio, dell’Autonomia Operaia, femministe, hippy, simpatizzanti delle brigate rosse, cani sciolti, proletari, universitari, situazionisti. Gli Area riunivano tutti sotto una bandiera comune. Usando simbologie e allegorie. Senza mai cantare uno slogan che sia uno. Senza affogare nella palude della propaganda. Destrutturando oltre che la musica anche le parole. Rendendo il messaggio “cifrato”.

Senza cercare alcun consenso.

Prendendosi fischi, bottigliate, insulti e sputi anche dal pubblico che avrebbe dovuto sostenerli. Un pubblico che continuerà per anni a richiedere ai concerti Luglio, Agosto, Settembre (nero). E loro, gli Area, continuando a negargliela.

Fottendosene.

Gli Area attraversarono tutti gli anni Settanta trascinandosi dietro tutta la polvere di quegli anni. Che era soprattutto polvere di piombo. Ma non per colpa loro.

Di quegli anni gli Area restano l’emblema più vivido e sconcertante.

Gianni Sassi e Demetrio Stratos si conoscono nel 1972, quando il primo decide di affiancare al lavoro di grafico pubblicitario quello di discografico, talent-scout e diffusore di musica di avanguardia e il secondo si è appena unito ad una band fusion che ha grande perizia tecnica ma soffre a trovare una sua vera identità, in quel calderone che ribolle di nomi come Nucleus o Weather Report. Sono due pianeti simili nella galassia in fermento della Milano dei primi anni Settanta. E sono destinati a scontrarsi o fondersi in un pianeta ancora più grande. Come infatti accadrà.

A “costruire” l’identità che ancora manca al gruppo meneghino ci pensa Gianni Sassi, mettendo in piedi una operazione di marketing che neppure Malcolm McLaren sarebbe riuscito ad allestire con tale perizia. Lavorando sopra di loro, assieme a loro. Perché gli Area e Sassi in quel periodo sono una famiglia. Si confrontano faccia a faccia sui temi scottanti di cronaca e attualità, ma anche su storia, religione, geopolitica, diritti civili. La loro sala prove e gli studi della Cramps si trasformano di volta in volta in officina, in circolo culturale, in assemblea sindacale, in un’aula magna o in una seduta di training autogeno.

Ma lavorando anche sul pubblico che li deve accogliere e che deve propagandarne il messaggio, finendo per distribuire bandiere rosse da sventolare al vento quando passa la telecamera ad inquadrare quella folla in realtà molto distratta che li guarda sgomenti esibirsi sul palco del Festival di Parco Lambro. Manipolando a suo piacimento e secondo sua necessità le masse, per quanto piccole fossero.

Perché, una volta costruiti gli Area, bisognava costruire il loro pubblico.

 

Arbeit Macht Frei è il coraggioso titolo che inaugura il catalogo del Frankenstein verde che Sassi e il socio Sergio Albergone si sono scelti come logo.

Parole e immagini, create ad arte da Gianni “Frankenstein” Sassi marcano l’”area” dentro cui si muove il gruppo milanese. Fascismo, comunismo, cattolicesimo, guerra, privazione della libertà, imperialismo culturale e musicale, lotta armata (la famosa, cruda sagoma di cartone che ritrae la rivoltella di Gaetano Bresci allegata al disco). Gli Area parlano di tutte queste e di molte altre cose, senza nominarne mai alcuna.

Visivamente d’impatto l’artwork realizzato con cura maniacale da Gianni Sassi dando fondo alla sua collezione di oggettistica e pronto a richiamare iconograficamente, soprattutto nello scatto interno, i concetti espressi dentro il disco. Stranamente, vista l’attenzione certosina che il grafico milanese spendeva nella creazione delle sue opere, il cognome di Demetrio viene amputato dalla erre e presentato alla storia come Statos, in un refuso che deve aver pesato sull’orgoglio di Sassi molto più di quanto potesse sembrare. 

 

Musicalmente l’impronta prog-jazz è fortissima. Ma è una Canterbury che plana sull’Anatolia, tra Cipro, Efeso e Smirne. Che si contamina con la musica contemporanea, con le svisate free, col rumorismo, con le musiche balcaniche e mediorientali, con la democrazia della musica dodecafonica dove nessuna nota è sovrana e tutte lo sono. Velenoso, caustico, ardito, ingegnoso: Arbeit Macht Frei è un disco di rottura. Un disco veramente libero da ogni prigione stilistica.

Salutati Patrick Dijvas (passato alla “concorrenza”) ed Eddy Busnello, Caution Radiation Area prosegue accentuando i deliri cacofonici del gruppo e le imprese vocali di Stratos. C’è la volontà, perseguita tenacemente, di strafare, di infastidire il pubblico e l’ascoltatore. C’è il jazz violentato dal rock che molti impareranno a chiamare fusion, c’è l’urlo politico e il richiamo forzato alla memoria (Lobotomia), il raccapriccio urbano e orwelliano e il rifugio etnico. La forma canzone viene quasi del tutto abbandonata, disperdendosi in una sorta di “musica totale”. Gli Area sfidano il loro pubblico, conducendoli fino all’estenuante finale in cui Paolo Tofani da fuoco al suo arsenale elettronico, sparando sibili, fischi, rumori assortiti, varcando la soglia del fastidio e bruciando, dal vivo, decine di impianti audio. Unico rifugio concesso, l’iniziale sequenza ellenica di Cometa Rossa, presto anch’essa tradita per lasciare spazio agli spiazzanti vocalizzi del cantante.

Crac! svela sin dalla copertina la sua anima “pop”. L’anima contorta degli Area è circoscritta ai due minuti conclusivi di Area 5 mentre escono fuori piccoli inni declamatori e partigiani come Gioia e Rivoluzione o L’elefante bianco. È il più rilassato disco degli Area che tuttavia non rinnegano le loro simpatie anarchiche, riportando in bella vista una frase di Buenaventura Durruti, e rivoluzionarie (con l’epica metaforica de La mela di Odessa che rivede a mo’ di fiaba la rivoluzione bolscevica).

Are(A)zione, con frammenti dello storico concerto al Parco Lambro del Giugno ‘74, mette in mostra la potenza, l’incredibile padronanza tecnica e l’aria di provocazione e minaccia che si respirava nei concerti degli Area, chiudendosi con una versione collettiva de L’Internazionale che, uscita l’anno precedente come singolo, aveva fatto indignare ufficialmente quel verme di Ceauşescu.

 

Quando tornano a chiudersi fra le pareti del Fono-Roma, gli Area non sono più una band ma un vero e proprio collettivo, tanto da passarsi lo sfizio di registrare i nuovi sette pezzi con una formazione completamente diversa per ognuno di loro.

Lingue lunghe e menti lucidissime (oltre che musicisti spaventosi, NdLYS) gli Area scardinano infine con Maledetti (Maudits) ogni regola, tornando a farsi portavoce di un estremismo musicale e dottrinale che li elevò a bandiera culturale ed emblema di un malessere generazionale e sociale che da lì a poco sarebbe esploso in tutta la sua rabbia. Il femminismo estremo e deciso di Scum, l’incedere dislessico di Evaporazione, il perverso caos disarticolato e privo di perimetro di Caos(parte II) che fomenterà la spirale di disagio, tumulto, disordine, odio documentata sul disco-documento sull’evento del concerto presso l’Università Statale di Milano dello stesso anno, sono solo alcuni dei perni su cui ruota il concept di un disco che ancora oggi disarma per la lucidità brillante di cui è imbevuto, così “maledettamente” avanti da essere ancora, a nuovo secolo ormai inoltrato, avanguardia pura. Il “transgender” musicale degli Area si è totalmente trasformato in una musica totale cui non basta più unire ma mira a fondere definitivamente ogni musica, ogni rumore, ogni suono creando un corpo solo.

Uno, trino, ∞.

Anto/Logicamente, il disco che chiude in maniera non idilliaca i rapporti con Sassi e con la Cramps Records non è una raccolta di successi, una di quelle banali suppellettili da albero di Natale per mandare a letto i bimbi buoni ma un’antologia di brani nascosti, ignorati dai critici…e da molti altri”. Non ci sono ne’ gioie ne’ rivoluzioni, niente mele di Odessa e neppure elefanti bianchi. Copertina nera e scritta rossa: una dichiarazione di guerra. L’ennesima. L’ultima con il Frankenstein che sorride sguercio e con gli Area e Stratos ancora vivi.

La separazione da Gianni Sassi costringe Demetrio Stratos ad assumere il ruolo di paroliere e ad iscriversi alla SIAE per salvaguardarne i diritti. L’abbandono di Paolo Tofani è l’altro colpo da incassare prima di rinserrare le fila per dare seguito a Maledetti.

Il risultato, il primo a rinunciare al font Remington (il carattere a spaziatura fissa tipico delle macchine da scrivere che rimandava direttamente ai bollettini di rivendicazione terrorista, NdLYS) che aveva caratterizzato le grafiche di copertina dei loro dischi, si intitola, quasi come un cattivo presagio, 1978. gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!. Le spinte avanguardiste sono quasi del tutto ridimensionate, adagiando gli Area su più consueti (ma con quanta abilità e, nel caso di Stratos, con quanta ineguagliata personalità) territori prog e jazz-rock. Canzoni come Il bandito nel deserto e Hommage à Violette Nozières sono gli ultimi atti memorabili prima che una leucemia fulminante ci privi delle più duttili e potenti corde vocali che la nostra penisola abbia mai avuto il privilegio di ospitare, rendendo peraltro inutile il concerto organizzato dai suoi amici e colleghi per raccogliere fondi per il suo trapianto e programmato, beffardamente, per il 14 Giugno del 1979 e trasformandosi dunque nella celebrazione d’addio dell’amico deceduto il giorno prima.

Il vuoto lasciato da Stratos sarà difficile da colmare tanto che per pudore, quando esce lo scontato album di fusion Tic & Tac, i superstiti scelgono di non designare nessuno a coprire ufficialmente quel ruolo, decidendo però poco meno saggiamente di dare un’inutile appendice a quanto (era fin troppo ovvio) era morto artisticamente quel maledetto 13 Giugno dell’anno precedente.     

Ultimo disco imperdibile è pertanto Event ’76, pubblicato pochi mesi prima di quel giorno infausto e registrato dal vivo tre anni addietro.

Non alla Carnegie Hall e non alla Royal Albert Hall, ma dentro l’Università Statale di Milano. A favore del Fronte Popolare e con prezzo di ingresso “bloccato” a Lire 1000. Ad ogni musicista vengono consegnati 5 biglietti su cui c’è scritto “silenzio”, “sesso”, “ipnosi”, “violenza”, “musica”.

Tutto il resto si gioca d’azzardo sulle pedane dell’Aula Magna. Il risultato è una versione Cageiana del Metallic KO degli Stooges. Stessa tensione, stesso senso di pericolo imminente, un’aria satura di rabbia dapprima repressa e poi scaraventata dalla band sul pubblico e poi da questo sugli artisti, in un feedback spietato di odio concreto che è l’esatta polaroid (per usare uno dei temi grafici più cari a Gianni Sassi) della guerriglia urbana che esplode nelle strade. 

 

Quello che solo i grandi artisti riescono a generare.

Preferendo scardinare le porte all’accomodante scrosciare di un applauso.

Oggi, come allora, c’è bisogno degli Area.

                                                                                             Franco “Lys” Dimauro

 

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PINO DANIELE – Vai Mò (EMI)

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C’è una foto bellissima sulla copertina interna di Vai Mò.

È una foto di Cesare Montalbetti, divenuto  Caesar Monti negli anni Settanta, quando era direttore artistico del Re Nudo e grafico di grande richiamo, tanto da lavorare alle copertine storiche di Bennato, Banco del Mutuo Soccorso, De Andrè, Fossati, Premiata Forneria Marconi, Battisti, Branduardi e dei dischi più belli di Pino Daniele.

Cesare ci avrebbe lasciati subito dopo la morte di Pino, il 23 Febbraio del 2015, divorato in fretta di quella malattia di cui tutti abbiamo paura a dire il nome ma quello scatto è rimasto inscalfibile dal tempo.  

È uno scatto in un bianco e nero folgorante.

Ritrae un branco di musicisti con le mani in tasca. Guardano tutti dentro l’obiettivo, senza sorridere. Come dei guappi.

Si chiamano Franco Forte, Tony Esposito, Pino Daniele, Joe Amoruso, Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo. Messi uno accanto all’altro, davanti allo Stone Castle dove hanno appena finito di registrare il capolavoro della nuova musica napoletana. Per Napoli, quella foto vale quanto quella dei Beatles che lasciano Abbey Road. E se vi capita di andarci, la troverete esposta un po’ ovunque, accanto a quelle di Maradona e di Nino D’Angelo. A rappresentare la Napoli che vince su e nonostante tutto.

Del Napoli Power, quella foto rappresenta il manifesto visivo. Vai Mò, il cuore.

Sette musicisti enormi che lavorano ad un tornio da vasaio, manipolando un panetto di argilla spuria, sporchi di fatica funky e di malinconia blues, creando anfore di terracotta bastarda come Che te ne fotte, Yes I Know My Way, Ma che hoNun ce sta piacere, Notte che se ne va, Viento ‘e terra, Have You Seen My Shoes.

Un album che riesce nell’impresa erculea di “superare” un disco “insuperabile” come Nero a metà, riempendo anche quella mezza anima restante di energia nera.

Scipione e Pulcinella ballano tra i vicoli di Napoli.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PINO DANIELE – Nero a metà (EMI)  

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Come ha già fatto De Andrè per Genova, alla fine degli anni Settanta un altro giovane cantautore si appresta a raccontare quello che si respira per i vicoli di un’altra città italiana. Si chiama Pino Daniele e viene da una delle aree urbane più complesse della penisola: Napoli. A venti anni è già un ricercato session-man in virtù di uno stile chitarristico in grado di fondere blues, funky, fusion, ritmi sudamericani e uno schietto tocco di tradizione popolare. E’ nel 1975 che registra a fianco di Mario Musella, ex cantante degli Showmen (il complesso beat da cui nasceranno gli Osanna e i Napoli Centrale) dimenticato oggi dal grande pubblico ma per cui Pino ha avuto, soprattutto ad inizio carriera, un’altissima stima e un rispetto artistico che lo porteranno a dedicare proprio alla sua memoria il disco destinato per primo a fare di lui uno degli artisti più amati del nostro paese.

Nero a metà è uno dei dischi-simbolo del meticciato culturale dell’ex regno borbonico, un’opera che si lusinga della sua natura bastarda già dall’uso promiscuo delle lingue e del dialetto, un banco da mercato rionale dove i prodotti americani taroccati (il blues canonico di Nun me scoccià arricchito da un bell’uso del talk-box) vengono assiepati accanto ad improbabili manufatti sudamericani (la bossanova di Sotto ‘o sole) e all’artigianato locale. 

Ma è anche il manifesto perfetto di quella gioia malinconica che aggroviglia le budella del popolo campano, quella saudade che lungo la costiera partenopea prende la forma a labbra ricurve dell’appocundria, quella quartara che deve raccogliere in qualche modo le lacrime di tutti i sud del mondo e trasformarli in acqua santa.

E il miracolo avviene.

Inaspettato eppure tanto atteso.

Concedendo un soffio di allegria destinato a spegnersi, soffocato da un acquazzone più forte degli altri. Trascinata dalla pioggia fino a confondersi con le acque nel grande golfo di Napoli, l’alleria se ne va… 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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JULIE DRISCOLL, BRIAN AUGER & THE TRINITY – Open/Definitely What! – Streetnoise/The Mod Years (SPV Yellow Label)

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Cinque ore di registrazione. Nessun lifting, nessuna liposuzione. Tanto che è facile sentire Julie raccomandare ai compagni di non suonare troppo veloci quando parte l’ultima track del disco. È così che nasce Open, uno dei dischi-chiave del jazz-rock. Musicalmente i Trinity anticipano un sacco di roba, dalla fusion dei ’70 al jazz para-cool di Style Council e Joe Jackson fino all’acid jazz che nei ‘90 creerà gruppi-clone come Mother Earth o Galliano.

Offeso dalla scelta della Polydor di accreditare il 45rpm di Save Me alla sola Driscoll, Brian esclude Julie dalle sessions di Definitely What!. Quasi interamente strumentale, è un’ orgia di suoni e di virtuosismi ma un po’ fine a se stesso.

La band si ricompone per Streetnoise, dove però le divergenze tra le esigenze commerciali di Gomelsky e quelle artistiche di Brian diventano insanabili fino a dedicare al manager il titolo più pungente del disco. Uno stress che si riflette positivamente sul clima del disco, dalle tracce più bluesy a quelle più speedy, fino a quel piccolo haiku folk firmato dalla Driscoll che è A Word Without Color e alla scelta delle covers. La raccolta degli “anni Mod” raccoglie invece 21 tracce dei primi anni di carriera di Brian. È il suo lato più accessibile quello che affascina i mods, intriso di musica nera (R ‘n B, gospel, blues, soul) e fischiettante di Hammond B-3 come una chioccia su una pista da ballo. Spettacolo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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Brian Auger & The Trinity - 1968 - Definitely What!

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PAOLO APOLLO NEGRI – Hello World (Tanzan Music/Hammond Beat)    

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Modernariato chic.

Ed ecco così Paolo Apollo Negri trasformarsi da “commodoro” dell’Hammond groove italiano, in Dottor Commodore.

Polsini inamidati e testa infilata dentro un monitor di vecchia generazione, di quelli che richiedevano una ditta di facchinaggio per farlo transitare da una scrivania all’altra.

Sotto le sue dita, il manto zebrato di mille tastiere.

Alle pareti qualche vecchio poster che gli ricorda qualche appuntamento mancato. Come ad esempio quello con cui il blog del Tricheco lanciava l’ultimo appello per il concorso che permetteva di vincere un theremin. O quello del Primitive Tour che vedeva i Fuzztones dividere il palco con i Gonn di Craig Moore.

Dentro questo microclisma, Paolo accende il suo organo.

Noi accendiamo i nostri.

Salutiamo il mondo e si parte per una terra fantastica dove il jazz elettrico incontra il funk, approdando a quella che per comodità potremmo definire fusion senza dover per forza scomodare i fantasmi di Weather Report o Herbie Hancock e senza tuttavia prescinderne.

E ci si dimentica per un po’ che prima o poi il mondo dovremo lasciarlo davvero. E che quello che ci aspetta non sarà obbligatoriamente meglio di questo.

Otto brani stilosi sui quali fanno la loro comparsata Bob Harris della band di Frank Zappa (ovviamente NON l’Harris dei primi album, che Paolo non ha ancora il potere di resuscitare altro se non i vostri sensi, ma l’Harris che prestò la voce a dischi come Tinsteltown Rebellion e The Man From Utopia, NdLYS) e Noel McKoy del quartetto di James Taylor (non “quello”. L’altro) ma che sono soprattutto il frutto di un sapiente lavoro di improvvisazione e dialogo empatico tra Paolo e la sua band.

Ci sono dentro Gumbo Funk e Hole in a Sock uscite già come aperitivo tre mesi fa in versioni leggermente diverse e anche una nuova versione del Cirque Du MIDI pubblicata due anni prima e che rielabora in chiave jazz il riff di Dancing ‘round the Walnut Tree che stava sul quarto album del Link Quartet e poi c’è dentro tanta altra roba.

Impavida e solare.

Bella come due gambe.

Sensuale come due gambe accavallate.

Calda come due gambe socchiuse.

Malandrina come Gambadilegno.

Ciao mondo, guarda come mi diverto!

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GIL SCOTT-HERON – Pieces of a Man (BGP)

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L’assassinio di Martin Luther King e l’inasprirsi del conflitto vietnamita alla fine degli anni Sessanta contribuiscono in maniera decisa alla lotta per l’affermazione dei diritti civili della popolazione afro-americana statunitense dando una coraggiosa e motivata spinta culturale alla musica nera.

È nei primi degli anni ’70 che i proclami di orgoglio razziale sparati a salve in qualche produzione black del decennio precedente (A Change Is Gonna Come di Sam Cooke, Stay With Your Own Kind di Patrice Holloway, People Get Ready degli Impressions) diventano proiettili vaganti esplosi da mani che hanno fame di riscatto sociale. In rapida successione, gli scaffali di musica popolare si popolano di album “neri” in cui si agita una consapevolezza nuova.

Gli schiavi che hanno per anni cantato il proprio dolore, adesso incitano all’ammutinamento. Dischi come The Last Poets, There‘s a Riot Going On, What‘s Going On, Pieces of a Man, Superfly, usciti uno a ridosso dell’altro, sono le nuove trincee da cui il popolo nero scaglia la sua sassaiola di parole.

Album con cui gli artisti neri si tirano fuori dagli altri “ghetti” che sono stati costruiti per loro (quelli della musica soul e dell’R ‘n B sorridente) ed elaborano forme musicali complesse che servono sempre più da veicolo comunicativo e sempre meno da mezzo di intrattenimento.

Gil Scott-Heron diventa “cantante” quasi per caso, spinto da Bob Thiele (l’A&R man della Coral che aveva già trascinato in studio gente come Buddy Holly e Jackie Wilson, NdLYS) che lo invita a recitare le sue poesie sopra una linea di percussioni e pianoforte, realizzando così un disco di spoken word come Small Talk at 125th and Lenox che vende pochissimo ma che suscita l’interesse delle radio più “schierate” grazie all’ introduttiva The Revolution Will Not Be Televised.

Thiele crede nella forza di quelle parole più di quanto ci creda il suo autore, tanto da obbligare Gil ad entrare in studio pochissimi mesi dopo per dare un seguito a quel disco, offrendogli la possibilità di scegliersi i musicisti che lavoreranno al progetto di Pieces of a Man. La scelta cade, oltre all’inseparabile Brian Jackson, su Ron Carter, Hubert Laws e Bernard Purdie.

Gente che ha suonato con Miles Davis, James Brown, Quincy Jones e tutto il gotha della musica nera e che costruiscono la calibratissima miscela di chitarra, pianoforte, contrabbasso e flauto che sorregge le liriche accese di Scott-Heron lungo i dodici brani registrati in due uniche session di incisione nel 19 e 20 Aprile del 1971 e che riascoltati oggi in questa nuova ristampa non hanno perso un’oncia della loro lucidità lirica e musicale, anticipando da un lato la prospettiva culturale dell’hip-hop militante e dall’altro il linguaggio musicale di tanto acid-jazz dei decenni successivi. A suggello del capolavoro, la ristampa BGP include le tre registrazioni inedite dei Black & Blues (la vecchia college band di Scott-Heron e Brian Jackson con Victor Brown alla voce) dello stesso periodo che hanno uno spessore del tutto inadatto a confrontarsi con quello storico dell’album-capolavoro di Scott-Heron di cui mi auguro i vostri scaffali non siano ancora sforniti.  

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro 

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THE POLICE – Zenyatta Mondatta (A&M)

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Nel 1980 i Police sembrano aver poca voglia di parlare.

E, quando succede, sembra abbiano nulla da dire.

Zenyatta Mondatta arriva per arraffare il successo che aspetta la band fuori dalle vetrine dei negozi e dietro gli schermi tivù. Perché i Police, oltre che bravi, sono pure belli. Gli dei del pop sono dalla loro. E il pubblico pure.

Quando il loro terzo album prende il posto nelle vetrine dei negozi di dischi, con quell’immagine statuaria, scultorea e vanitosa in copertina, il mondo è pronto alla genuflessione. Quello che la gente si porta a casa è però un disco senza energia.

Due testicoli dopo una sborrata.

Anzi, tre.

Quattro settimane di sedute di registrazione per registrare il nulla, o poco più. Strumentali a iosa (The Other Way of Stopping, Behind My Camel, in parte Voices Inside My Head), filastrocche ebeti (Don‘t Stand So Close to Me, De Do Do Do, De Da Da Da), saponette ska (Canary in a Coalmine, Man in a Suitcase). Tanta stanchezza e la presunzione da rockstar che noi si possa sopportare in silenzio le ripicche da primadonna (Sting che si rifiuta di suonare sul pezzo scritto da Andy Summers) pur di gustarci altri quaranta minuti di musica pop virata reggae.

Un sacrificio possibile solo se si vuole leggere Zenyatta Mondata da una prospettiva analitica dove ad essere valutata è la volontà della band di mettere finalmente in mostra la propria abilità tecnica che diventa come mai prima d’ora persuasiva e ammiccante, raffinata esibizione di un gusto tecnico infallibile (il groove di Driven to Tears illuminato da un assolo Frippiano e rapido come l’uncino di un falco di Summers, la fusion suadente ma laccata di When the World Is Running Down, You Make the Best of What‘s Still Around, il dub umanoide esibito su Shadows in the Rain) e di una capacità di struttura davvero eclettica e virtuosa.

Se per voi i Police sono un gruppo prescindibile, questo è il momento di avvalorare la vostra tesi.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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AREA international POPular group – Are(A)zione / Anto/Logicamente / Event ’76 (Cramps)

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Si chiude la serie di ristampe dedicate agli Area con questa storica trilogia di raccolte e dischi dal vivo, ovviamente in piena filosofia Area. Anto/Logicamente non è una raccolta di successi, una di quelle banali suppellettili da albero di Natale per mandare a letto i bimbi buoni ma un’antologia di “brani nascosti, ignorati dai critici…e da molti altri”. Non ci sono ne’ gioie ne’ rivoluzioni, niente mele di Odessa e neppure elefanti bianchi. Copertina nera e scritta rossa: una dichiarazione di guerra. L’ennesima.

Event ’76 è registrato dal vivo.

Non alla Carnegie Hall e non alla Royal Albert Hall, ma dentro l’Università Statale di Milano. A favore del Fronte Popolare e con prezzo di ingresso “bloccato” a Lire 1000. Ad ogni musicista vengono consegnati 5 biglietti su cui c’è scritto “silenzio”, “sesso”, “ipnosi”, “violenza”, “musica”.

Tutto il resto si gioca d’azzardo sulle pedane dell’Aula Magna.

Più “canonico” il contenuto di Are(A)zione, con frammenti dello storico concerto al Parco Lambro, non fosse per quella versione collettiva de L’Internazionale che chiude la scaletta e che, all’epoca, fece indignare quel verme di Ceauşescu.

Oggi, come allora, c’è bisogno degli Area.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AREA international POPular group – Arbeit Macht Frei / Caution Radiation Area / Crac! / Maledetti (Cramps)

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Tra le cose che fanno male, alcune fanno più male di altre.

Gli Area hanno fatto male, malissimo.

Senza abusare di retorica, strisciando sottili.

Fuori dalle righe, cani sciolti che ancora oggi nessuno osa far rientrare in alcun recinto. Troppo veri per essere una cartolina degli anni Settanta da mostrare in tivù.

Gli Area non rappresentavano gli anni ‘70, ma ERANO gli anni ‘70.

Unico gruppo italiano specchio dei propri tempi. Capace di confrontarsi con la politica e le avanguardie musicali occidentali e mediterranee, orgoglioso di iniziare la carriera tra le teche futuriste della Biennale di Parigi, proseguirla negli ospedali psichiatrici e chiuderla tra i sacchi a pelo di Parco Lambro.

Arbeit Macht Frei è il coraggioso titolo che inaugura il catalogo del Frankenstein verde. Un disco politicamente e socialmente schierato, sin dalla cover che anticipa i CCCP di tre lustri e dalla pistola di cartone ficcata dentro il disco e finalmente nuovamente disponibile in questa ristampa che celebra il triste trentennale della scomparsa di Demetrio Stratos.

Musicalmente l’impronta prog-jazz è fortissima. Ma è una Canterbury che plana sull’Anatolia, tra Cipro, Efeso e Smirne.

Caution Radiation prosegue accentuando i deliri cacofonici del gruppo e le imprese vocali di Stratos. C’è la volontà, perseguita tenacemente, di strafare, di infastidire il pubblico e l’ascoltatore. C’è il jazz violentato dal rock che molti impareranno a chiamare fusion, c’è l’urlo politico e il richiamo forzato alla memoria (Lobotomia), il raccapriccio urbano e orwelliano e il rifugio etnico.

Crac! svela sin dalla copertina la sua anima “pop”. L’anima contorta degli Area è circoscritta ai due minuti conclusivi di Area 5 mentre escono fuori piccoli inni declamatori e partigiani come Gioia e Rivoluzione o L’elefante bianco.
Lingue lunghe e menti lucidissime (oltre che musicisti spaventosi, NdLYS) gli Area scardinano infine con Maledetti ogni regola, facendosi portavoce di un estremismo musicale ed dottrinale che li elevò a bandiera culturale ed emblema di un malessere generazionale e sociale che da lì a poco sarebbe esploso in tutta la sua rabbia. Il femminismo estremo e deciso di Scum e l’incedere dislessico di Evaporazione sono solo due dei perni su cui ruota il concept di un disco che ancora oggi disarma per la lucidità brillante di cui è imbevuto, così “maledettamente” avanti da essere ancora, a 2000 ormai inoltrato, avanguardia pura.

Un plauso alla Cramps per averci restituito tutto senza l’ausilio di inutili supplementi se non gli storici gadget dei tempi gloriosi.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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