SHOP ASSISTANTS – Will Anything Happen (Cherry Red)

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Ci fu un periodo, all’incirca nella metà degli anni Ottanta, in cui si pensava fosse divertente affogare le canzoni pop dentro una pasta di rumore bianco.

Innocue canzoncine da domenica mattina fritte nel feedback, come un gelato cinese da divorare dopo un pasto alla soia.

Era il trionfo del fuzzbox così come lo avevano sognato J&MC, l’apologia della strategia spectoriana applicata all’indie pop degli anni Ottanta.

E in fondo le Shop Assistants non sono affatto distanti dalle female-bands che giravano attorno al muscolo pelvico di Phil Spector.

Inoffensive fino a sfiorare la puerilità ma con una corazza di piastre d’acciaio.

Potremmo anzi azzardare che Will Anything Happen rappresentò la sponda femminile di Psychocandy, la sua deriva muliebre, la faccia lucente della luna nera dei fratelli Reid.

Tanto Barrett cremato sui fili elettrici lì, quanto le Pleasure Seekers depilate col decespugliatore qui.

Una gamba nei Velvet del terzo album, una nel cartoon- punk dei Ramones. E un bel clitoride in mezzo.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ShopAssistLP

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THE PRIMITIVES – Lovely (Cherry Red)

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Tutto quello che non era stato possibile cantare mentre Psychocandy stuprava i nostri canali uditivi diventò canticchiabile nell’Aprile del 1988, quando nei negozi di dischi arrivò il debutto dei Primitives di Coventry. Sixties-pop e rumore, accenni di banghra beat e abbecedario punk della scuola dell’obbligo sotto il braccio della bella signorina Tracy Tracy, biondina rientrata dall’Australia appena in tempo per diventare la Debbie Harry dell’indie-pop inglese. Carne tenera e bianca da mostrare sul banco frigo di Top of the Pops. Negli anni in cui ogni band inglese diventa subito grande, i Primitives diventano i più grandi di tutti, o quasi.

Lovely, inciso dopo una raffica di singoli ad innesto rapido, rappresentò la parafrasi  primaverile del post-punk autunnale di Jesus and Mary Chain.

Tracy soffia sulle nuvole nere del cielo dei fratelli Reid ed ecco venire fuori il sole dei Teletubbies. Pa-pa-ppa-ra, Tu-ru-tu-tu, Na-na-nah, Sha-la-la-la-la, Ta-ra-ta-ta, Woo-pa-pa-ra, Pe-re-ppè-ppè : tutto lo scibile del bubblegum pop viene sciorinato in trentacinque minuti.

Chiaro che a noi musoni con il cuore avvolto dagli spolverini e i piedi chiusi negli anfibi non piacesse più di tanto. Noi che si odiava le copertine dei Beach Boys, ora dovevamo immaginare di fare il surf sulle acque chete del fiume Avon.

Noi che l’unica Traci che si tollerava di “signorile” aveva solo il cognome, non potevamo sopportare di patteggiare per una smorfiosetta agghindata come Madonna quando aveva da poco perso la verginità.

A risentirlo dopo un quarto di secolo in questa tracotante versione della Cherry Red in doppio cd rimane la convinzione che non avessimo sbagliato a spegnere radio e tv quando i Primitives passavano da quelle parti. Però diventa patologicamente comprensibile, ora che qualcuno di noi si è pure laureato, come fosse facile contrarre il contagio ascoltando canzonette come Crash, Carry Me Home, Thru the Flowers, Spacehead, Nothing Left, Dreamwalk Baby, Stop Killing Me, Buzz Buzz Buzz.

Il tempo scagiona tutti.   

Vedrete che grazieranno pure me.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

The_Primitives

WE‘VE GOT A FUZZBOX AND WE ‘RE GONNA USE IT – Bostin’ Steve Austin (Cherry Red)

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Alla fatta dei conti erano solo chiacchiere e distintivo, le Fuzzbox.

Perché all’epoca di Psychocandy il fuzz piaceva proprio a tutti.

Spesso usato come un fondotinta per nascondere fortissime lacune espressive. 

Cosa sapessero fare musicalmente le Fuzzbox in realtà era davvero molto, molto poco.

E anche l’immagine variopinta da reginette punk alla Cindy Lauper non poteva funzionare.

Eppure, funzionò. Portandole dalle classifiche indie a quelle ufficiali nel breve giro di una stagione.

A risentirlo oggi, in questa lussuosa reissue che aggiunge tanti orrori “che dovevano essere uccisi alla nascita” (come ammette Tina nelle note di copertina) ci si sorprende di quanto ci si accontentasse di poco.

Bostin’ Steve Austin non offre nessuna possibilità di assoluzione. I limiti tecnici del quartetto sono al confine con l’indisponenza (si ascoltino i tentativi di assolo su Wait and See e What’s the Point) e la produzione che mette in risalto la batteria di plastica di Tina O’Neill rovina quel poco di buono (Console Me che avrebbe potuto essere un inno da Batcave, il rockabilly vampiresco di Rules and Regulations, la cover della novelty Rockin’ with Rita suonata coi Nightingales per quanto mi riguarda, NdLYS) che sembra voler restare a galla anche dopo aver tirato lo sciacquone.

A sorprendere, vista l’età delle quattro Fuzzbox, sono le liriche spesso pungenti, in un sogno premonitore della coscienza da riot-grrrls che esploderà solo qualche anno dopo, qui rivestita da una musica che sembra vivere all’incrocio tra Adam and The Ants, le Pleasure Seekers e i Bow Wow Wow.

Ovviamente suonata su una pedaliera fuzz.   

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE PRIMITIVES – Everything‘s Shining Bright (Cherry Red)

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Nell’estate del 1987, al culmine di una acclamatissima trilogia di singoli indipendenti, i Primitives vanno in studio a registrare il loro album di debutto.

Poi, improvvisamente, le cose cambiano. In meglio.

Probabilmente complice la T-Shirt della band indossata spavaldamente da Morrissey, i Primitives salgono agli onori della ribalta e chiudono un contratto con la RCA a Dicembre. L’investimento diventa serio e la band ri-registra tutto. Sono i quattordici pezzi che finiranno su Lovely, l’album pubblicato su major l’anno successivo. Alcune delle registrazioni “primitive”, quelle che sarebbero dovute finire su Everything‘s Shining Bright (il titolo pensato per l’album su Lazy) escono adesso su questa doppia antologia curata da John Reed per Cherry Red.

Dentro c’è praticamente tutto il periodo “indipendente” della band di Coventry: i singoli, qualche demo inedita, sette takes dalle registrazioni dell’album e il famoso gig all’ICA Club di Londra introdotto dal grugnito di Morrissey. 

Escluse le mutandine di Tracy Cattell c’è tutto quello che valga la pensa sapere sui Primitives. Che non è tanto, ad ogni modo.

È lo Spector-sound del post-Psychocandy. Melodie più o meno contagiose (Stop Killing Me su tutte), ritmi frenetici (il rockabilly di Buzz Buzz Buzz) e tappeti di rumore (Thru the Flowers/Really Stupid), resi più appetibili dalla voce di Tracy. Perché da sempre un pelo di donna tira più che l’intera chioma afro di Hendrix.

Detto questo e che a dispetto di ciò il mio loro pezzo preferito è invece uno dei pochissimi cantati da Paul Court (Lazy, un fulminante e nervoso schizzo Fall-ico), resta da stabilire se i Primitives riescono a farci ancora godere come quando eravamo dei sedicenni in piena tempesta ormonale o se il tempo delle mele è finito, così come quello delle limonate.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro  

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