THE STROLLERS – Tough Hits (Low Impact)  

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A pochissima distanza dalla tanto attesa ristampa dell’album di debutto del 1999, ecco un’altra gran bella sorpresa per l’ultima, in ordine di tempo, grande garage-band svedese. Si tratta di una raccolta assemblata mettendo insieme i 7” pubblicati ormai quasi venti anni fa dalla Low Impact con l’aggiunta di cinque inediti vintage che non sono nient’affatto degli scarti ma roba ricoperta dalla stessa polvere d’oro del classico materiale capellone degli Strollers. La corsa vale dunque assolutamente il prezzo del biglietto anche perché di roba così volgarmente sixties-punk oggi ne esce veramente ma veramente poca (su due piedi, che la terza gamba ne è priva, mi vengono in mente solo i Reverberations, NdLYS). Gli attrezzi del mestiere sono quelli classici del genere e usati con la maestria che già ai tempi di It’s All Over Now e Stay Away ne aveva fatto gli eredi naturali di band come Backdoor Men, Crimson Shadows e Creeps. Eredità biologica ribadita adesso dalla caratura di un pezzone gracchiante come Get the Picture Clear, dal Crawdaddy-style di It’s About Time e dai blotter acidi appiccicati su Mystic Woman e sulla cover dei Macabre Be Forewarned.

Giganti svedesi.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE FALLEN LEAVES – What We’ve All Been Waiting For (Parliament)  

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Non ho mai fatto mistero dei miei preconcetti sui reduci. Portatori sani (spesso neppure tanto sani) di una idea del rock ormai tragicamente svincolata dal contesto culturale e biologico che ne hanno provocato la scintilla. Perpetuazione a volte presuntuosa e spesso moribonda di un concetto svuotato di ogni suo significato. E’ il motivo per cui non mi vedrete mai ad un concerto dei Deep Purple e neppure alla reunion degli Standells. Ma un preconcetto ha bisogno di essere poi smentito o confermato dai fatti, altrimenti diventa codice. E io, pur portandone il nome, non sono San Francesco d’Assisi. Chiedete in giro, ve ne daranno conferma.

Per cui, anche se amo tenere in dispensa piatti freschi, ogni tanto mi piace tirar fuori qualcosa dal reparto surgelati e sentire come sa.

Mi è capitato di recente con i Fallen Leaves, tra le cui fila di veterani ne sono passati tanti (da Paul Cook dei Sex Pistols a Ian O’Sullivan degli Aardwarks, da Paul Myers dei Subway Sect a Brett Ascot detto Buddy che fu batterista dei Chords, fino a Sir Robert Symmons, la chitarra petulante nascosta dietro la voce di Vic Godard nei Subway Sect e che continua a tenere salde le redini del gruppo) e che sono già arrivati al quarto album della loro “seconda giovinezza”, riuscendo a scacciare il fantasma della vecchiaia e in parte, a costruire quell’eccezione alla mia regola di cui accennavo all’inizio. Perché il loro garage-rock suona meno imbalsamato di quello di tanti giovanotti, riportando alla mente le informali canzoni di formazioni dissidenti come Monochrome Set, Television Personalities, Times, June Brides, stese però sotto il ferro anti-progressista di band anarchiche come Troggs, Johnny Kidd and The Pirates, Downliners Sect, Dr. Feelgood e Mighty Caesars.

Niente accordature strampalate, accordi secchi e asciutti di un rigore quasi kinksiano, con tanto di assoli dozzinali e “provvisori”.

Di quelli che “poi lo perfeziono” e invece, non verranno mai perfezionati. Perché sono già perfetti così.

Come nel beat.

Come nel punk.  

Come nei Fallen Leaves.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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CAGE THE ELEPHANT – Cage the Elephant (RCA)  

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Avete nostalgia degli Hives?

Un rigurgito malinconico dei White Stripes?

La cura arriva dal Kentucky. Sono cinque farmacisti che siedono dietro il banco della farmacia Cage the Elephant. Hanno messo dentro un blister con il nome della loro bottega di speziali dodici capsule che possono alleviare i vostri sintomi.

Il debutto di questi ragazzini è destinato dunque a suscitare facili entusiasmi in virtù di un suono esuberante e sempliciotto che, e loro mettono subito le mani avanti sul pezzo inaugurale giocando in anticipo sulle critiche che li accuseranno di “non avere stile”, sicuramente procurerà loro le stesse insinuazioni di “cavalcare l’onda” che hanno subissato di critiche il debutto dei Jet, qualche anno fa.

Non è chiaro se il nome scelto dalla band americana giochi volontariamente (ma mi piace pensare sia così) con lo stesso pachiderma che ha decretato il successo dei White Stripes, magari usandolo come simbolo scaramantico. Però l’influenza del duo di Detroit è innegabile aleggi su tutto il disco, seppur mitigata da un approccio più da slacker che non può non ricordare quello di Beck e dei dimenticati G. Love and The Special Sauce (Ain’t No Rest for the Wicked, Back Against the Wall, Cover Me Again).

Con i video giusti, che sono certo la RCA sovvenzionerà senza problemi, potrebbero diventare un gruppo destinato a raccordare i gusti di un pubblico numeroso. Altrimenti, potrebbero finire nel grande deposito delle comete che tornano di tanto in tanto a risolcare i cieli ma di cui nessuno, dopo il primo passaggio, ha più voglia di guardare la coda. Qualcuno ha detto Vines?

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE ACE-TONES – Teen Trash #6 (Music Maniac)  

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Fra le tante band folgorate dal passaggio sui palchi europei del ciclone Fuzztones gli Ace-Tones meritano una menzione particolare. Non perché fossero i migliori. Ma perché nel giro di pochi anni un paio di loro si troveranno proprio dietro il culo di Rudi, in quella che sarà la quinta incarnazione dei suoi Jaymen, dopo aver rinunciato a mollare il loro cantante per diventare a tutti gli effetti la nuova line-up dei Fuzztones stessi nell’ennesimo disperato tentativo di Protrudi di riassestare dal nulla una formazione destinata a disintegrarsi dopo ogni tour.

Il primo a stampare una raccolta del loro repertorio (in molti casi identico a quelli del loro gruppo-simbolo) è proprio Hans Kesteloo, uno che alla magia dei Fuzztones aveva sempre ceduto e, tra i tanti che ne avevano stampato il materiale, l’unico a versare nelle loro tasche i soldi che spettavano loro, proprio in barba ai mercenari della Beggars Banquet in favore della quale era stato mollato e la quale dichiarerà una cifra di copie di In Heat che nemmeno una vendita porta a porta nel quartiere dei nonni di Protrudi avrebbe potuto portare ad un ammontare così ridicolo (praticamente pari alle sole copie vendute dal buon Hans nel suo piccolo negozio di Tübingen, NdLYS). Li infila nella sua collana Teen Trash, ovvero una sorta di Trans-World Punk Rave-Up contemporanea dentro cui finiscono anche due/tre nostri orgogli nazionali.  

Il risultato è un rigurgito del garage-punk di un decennio prima che nulla aggiunge (e anzi, qualcosa toglie) a quanto (ri)detto da Miracle Workers, Chesterfield Kings, Outta Place e ovviamente Fuzztones. Cover al carboncino di 99th Floor, Girl (You Captivate Me), Bad Woman, Green Slime, Action Woman, Blackout of Grately, 7 & 7 Is, Journey to Tyme, Gotta Get Some di cui forse nessuno sentiva davvero il bisogno e un unico originale di cui in pochi serberemo memoria.

Gli Ace-Tones non sfioreranno mai neppure per un secondo la gloria dei Fuzztones. Ma, a dispetto del tanto sbandierato senso di appartenenza di questi ultimi puntualmente smentito dalla realtà dei fatti, gli Ace-Tones resteranno, per sempre, una vera gang. Rifiutando persino di ammainare la loro bandiera per appendere al palo mastro quella dell’egocentrico capitan Rudi.

Onore al vascello pirata.     

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE BROOD – In Spite of It All (Skyclad)  

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Non ci fu tempo per versare lacrime sul ricordo delle Pandoras che nel 1988, quando queste erano ancora vive e vegete ma avevano già deciso di seguire alla lettera le indicazioni fornite da Paula Pierce su In ‘n Out of My Life in a Day e tirarsi fuori dal giro garage-punk per provare a diventare le nuove Runaways, da Portland arrivarono a rimpiazzarle Chris Horne, Betsy Mitchell, Crystal Light e Allyson Gregory, ovvero le Brood.

Una di quelle band finite nell’oblio ma che i garagisti dell’epoca invece ben ricordano.

Perché erano tra le migliori. E non solo fra quelli col clitoride al posto del prepuzio. Il suono di In Spite of It All, fortissimamente impregnato di fuzz e organo Farfisa, era uno dei più irruenti di quella stagione di “riflusso” dopo l’ondata garage-punk di due/tre anni prima, con ovvi riferimenti al sound della scena texana (l’uso “fumante” della distorsione) e quella del New England (l’uso del cembalo sulle battute dispari) e un approccio che era ancora quello tipico delle band neo-garage del periodo classico (Cynics in primis) e che proprio allora si stava proiettando verso forme pre-hard o, di contro, più scheletricamente vicine allo spirito pre-Beatles. In Spite of It All restò dunque a suggello dell’epoca d’oro del movimento, le Brood ultimo orgoglio all’estrogeno di quella stagione.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE ROUTES – In This Perfect Hell (Groovie)  

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Che i Routes fossero diventati negli anni poco più che una “estensione” corporea del loro fondatore Christopher Jack era cosa facilmente intuibile seguendo i mutamenti di line-up di ogni loro disco, non stupisce più di tanto dunque trovare Chris completamente da solo non soltanto sulla (bellissima) copertina, ma pure tra i solchi di questo loro (suo?) quinto album, lasciando all’amico Jonathan Hillhouse il compito di sedersi alla batteria.

In This Perfect Hell esce a pochi mesi dalla ristampa del loro fenomenale debutto di dieci anni fa (Left My Mind, ristampato con l’aggiunta di un inedito per la Dead Beat di Cleveland), disco per cui spesi parole “incendiarie” che riconfermo per questo nuovo lavoro che dimostra forse un’urgenza più contenuta ma non per questo meno esplosiva. La press-sheet che tira fuori nomi come Spacemen 3, Guided by Voices, Fall o addirittura i Can per tratteggiare i perimetri dentro cui ruzzolano queste nuove dieci canzoni in realtà non trova vero riscontro fra i solchi che invece continuano a bruciare ottani di merda garage punk più “bastarda” che “imbastardita” se capite cosa intendo. Nessun astruso intellettualismo da semantica indie-rock appanna In This Perfect Hell anche se un brano come In Years Gone by Master potrebbe infiltrarsi agilmente nella playlist random di quanti nel loro Ipod nano tengono le canzoni di band “trasversali” come Allah-Las o Mystic Braves e non destare nessun sospetto. Salvo poi ritrovarsi dentro la schiuma di acetone di Peeling Face o il raglio di Worry, vicino alle demenze di inni teen-punk come Cry dei Malibus o Searchin’ degli Omens. E se è vero che qui come altrove è già stato detto tutto, un agile tuffo tra i riverberi non può che ritemprarci dal tedio di setacciare l’orizzonte aspettando che questo nuovo secolo ci porti una rivoluzione musicale da ricordare, e che non arriverà se non quando saremo troppo vecchi per poterne godere.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE PRISONERS – TheWiserMiserDemelza (Big Beat)  

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Mi sono sempre piaciuti quelli che io chiamo i party-albums. Dischi che puoi mettere in diffusione mentre con gli amici dai fondo alla tua resistenza all’alcool e alla salsa tonnata, senza darti pensiero di dover girare disco. TheWiserMiserDemelza è uno di questi dischi. Avendo gli amici giusti, si intende.

E’ il periodo in cui, alle influenze tipicamente mod degli inizi (Small Faces, Kinks, Jam) degli esordi la band sta provando ad innestare qualche influenza dagli ascolti dei dischi di Nice, Move, Pink Floyd, Doors, Hendrix. La scelta di un titolo allusivo a quelle filastrocche psichedeliche tipo Aoxomoxoa ne è un chiaro esempio. Il suono ha però una dinamica molto moderna, tanto da essere considerato uno dei dischi essenziali per il baggy-sound dei primi anni Novanta.

A produrlo è Phil Chevron che nel 1985 entrerà tra le fila dei Pogues.

Ma le cose, dentro gli studi ICC, non andarono a gonfie vele. L’incapacità, a detta di Chevron, da parte di Graham Day di concentrarsi sulle parti vocali così come il rifiuto dello stesso di incidere la voce separatamente dal resto portò ad un compromesso non eccezionale: Graham Day avrebbe reinciso si le parti vocali ma sempre suonando la chitarra, ovviamente priva di amplificazione. Lungo tutto il disco è possibile, ad un orecchio attento, sentire lo strumming a vuoto che si riverbera sul microfono, creando un sottofondo ovattato non del tutto piacevole.

Nonostante tutto TheWiserMiserDemelza rivela un sound esplosivo e, nei pezzi scritti da James Taylor, una certa inclinazione al pop di maniera che farà il successo del suo Quartet qualche anno dopo, quando verrà acclamato come il Dio dell’acid-jazz inglese.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BACKDOOR MEN – Södra Esplanaden #4 (Dolores Recordings)

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Diciamo che se siete tutto quello che paventate di essere (scavafosse, sixties-maniaci e quant’altro) la sezione storicamente più interessante di questa raccolta è quella immediatamente successiva alla stringata scaletta dei due singoli e mezzo pubblicati dai Backdoor Men durante la loro attività e che, sempre se siete ciò che dichiarate e io non ho alcun motivo per dubitarne, dovreste conoscere come l’ABC.

Si tratta infatti delle prime registrazioni della band svedese, ovvero quelle risalenti al periodo “mod” antecedente alla svolta folk/punk e garage che li avrebbe portati a incidere gemme come Magic Girl e, sul versante più selvaggio, l’insuperata bellezza di Out of My Mind, quando i Backdoor Men si chiamavano ancora Pow e giravano i locali della città muovendosi sulle Vespe portando in dono l’oro dei Jam, l’incenso dei Lambrettas e la mirra dei Merton Parkas.

Erano i primissimi anni Ottanta e i Pow erano l’unica mod-band della Svezia. Pionieri di un’estetica ricca di fascino. Come sarebbe stato pochi anni dopo per i Backdoor Men. Pionieri anch’essi, ancora una volta. 

Södra Esplanaden racconta, in musica e nel bel libretto a corredo, la trasformazione dei Pow in Backdoor Men e da questi nei più fortunati (molto più fortunati) Creeps. Non c’è invece alcuna traccia dei brani che il quartetto pare stesse elaborando per l’album d’esordio che doveva essere partorito nel reparto neonatologia dell’Electric Eye di Pavia.

Ed è un vero peccato.

Che saremmo stati felici e onorati di conoscere quello di cui la storia ci ha privati.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE MOLOCHS –  America’s Velvet Glory (Innovative Leisure)  

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Non lo so se fa figo ascoltare i Molochs.

Fa figo?

Probabilmente no.

Nel senso che non è che facciano copertine di quelle che le mostri a qualcuno e lo stendi a terra. Stavolta peggio che la prima, a dirla tutta. Perché Cameron Gartung e Ryan Foster hanno deciso di metterci la faccia. E si sono messi in posa non come se dovessero fare una foto per la copertina del loro secondo album ma come se avessero deciso, un po’ a malavoglia, di cambiare la foto profilo su Facebook.

Quindi, insomma, se tiri fuori il disco dei Molochs non aspettatevi di fare chissà quale figurone.

Però, nonostante questo ricorso alle pose defilate, alle foto da “very normal people” o ai disegni un po’ infantili della più classica tradizione lo-fi (andatevi a ripassare gli archivi di Daniel Johnston, Half Japanese o Beat Happening) che i nostri condividono con gran parte delle formazioni affini (in questo caso date una scrollata ai cataloghi della In the Red, della Lost Tapes o della stessa Innovative Leisure), la musica dei Molochs possiede un suo fascino, giocato tra le intercapedini del folk acido (quello americano ma anche quello britannico di Syd Barrett e Robyn Hitchcock che sfoggiano con i rossetti viola di Charlie’s Lips e nella dormiveglia di That’s the Trouble With You), degli Stones dell’epoca beat (le arie di I’m Free svolazzano, “libere” appunto, su You and Me), del rock trasognato di Jonathan Richman (New York, perla trasversale del disco, You Never Learn) e del garage sfumato nel folk punk dei Thanes e degli ultimi Wylde Mammoths.

Dunque facciamo così: voi vi tenete i vostri dischi fighi e io mi tengo sul piatto i Molochs.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Back from the Grave #1 (Crypt)  

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Quando Back from the Grave arriva nei negozi, Greg Shaw ha già pubblicato una decina delle sue Pebbles, le Mindrocker, Glimpses e Boulders hanno già iniziato a spargere i loro semi e le storiche Nuggets di Lenny Kaye, al decimo anniversario, si apprestano a diventare nelle officine della Rhino Records una collezione praticamente infinita. Eppure, quando Tim Warren dà il via alla sua “saga” mettendo in fila in maniera del tutto arbitraria una dozzina dei singoli che ha iniziato a collezionare dopo essersi stufato del punk e che si limita a “masterizzare” direttamente dal suo piatto, non sa ancora che sta per inaugurare non una semplice, ennesima collana di vecchia roba andata a male ma diffondendo una vera e propria filosofia di vita: riportare alla luce i cocci della rock ‘n roll culture pre-Sgt. Pepper’s e sotterrare tutto (o gran parte di) quel che è venuto dopo. Nessuno spazio per melense canzoncine d’amore ne’ discutibili e spesso noiosissime parate psichedeliche per ottoni, tablas e nastri rovesciati.

Nessun tappeto volante si alza da queste gracchianti e sgraziate canzoni pescate alla rinfusa dalle casse della sua “cripta” di Brooklyn dove vive senza cucina e senza doccia ma sommerso dai vinili. Solo canzoni senza futuro o, quando le abilità sono ancora al di sotto dello zero approssimato per eccesso in cui le band eccellono, un “taglio” da pusher senza scrupoli su robaccia altrui (da Jack the Ripper a Psycho, da The Bag I’m In alla The Witch dei Sonics suonata in incognito dai Lyres nei primi 500 esemplari e poi scomparsa dalla faccia della terra come una vera strega). Fuori dalla cantina malmessa di Mr. Warren il mondo si sega e si accarezza il clitoride con i poster di Duran Duran e Bananarama. Ma il vero odore di sesso resta intrappolato dentro le sue quattro mura e dentro queste due facciate.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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