NOT MOVING – Weightiest Colours

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Cosa impedì ai Not Moving di diventare la band che meritava di diventare? Paradossalmente posso affermare che fu con molta probabilità la stessa carta stampata che ne tesseva le lodi, man mano che i loro dischi arrivavano sul mercato. Cercherò di spiegarvi la mia tesi, sapendo già che si scontrerà con molti altri punti di vista, primi fra tutti quelli di chi sulla carta ci scriveva e da chi fra gli artisti ne traeva qualche minimo beneficio. Negli anni Ottanta, ovvero il decennio in cui i Not Moving imperversarono come una nube nera nel cielo del rock indipendente italiano, il pubblico che segue le sorti del rock (italiano e non) è un pubblico ancora giovane. E un pubblico giovane è un pubblico tendenzialmente squattrinato. Un pubblico che può permettersi di acquistare qualche disco (unica fonte cui abbeverarsi se non si vuole soccombere ai palinsesti radiofonici) ma che di certo non può concedersi di comprare delle bufale, anche se hanno le forme concentriche di solchi su una lastra di vinile. La vocazione critico-evangelica che, forse in buona fede (ma non sempre: molti giornalisti erano coinvolti con etichette discografiche, negozi di dischi e case di distribuzione), cercava di “dare una mano” alla scena alternativa italiana spingendo con elogi sperticati quasi ogni nuova uscita discografica creò un appiattimento che mise sullo stesso piano dischi-capolavoro e band fuoriclasse con dischi e artisti che erano di una pochezza davvero sconcertante. A pagarne le conseguenze furono, ovviamente, quelle band che avevano davvero un’identità artistica che avrebbe davvero potuto trapassare le Alpi se non scavalcandole come Annibale, perforandole del tutto pur di trovarsi davanti nuove terre di conquiste. I Not Moving, ma anche Boohoos, Steeple Jack e Kim Squad and Dinah Shore Zeekapers per dirne solo di qualcuna.

Cosa sarebbe cambiato se i Not Moving fossero nati trent’anni dopo? Nulla. Con l’unica differenza che a comprare i dischi oggi siamo rimasti quelli di allora ma con qualche moneta di più in tasca e la nostalgia per un passato in cui tutti eravamo feroci, tutti eravamo punk e tutti eravamo contro il regime che saziamo con ascolti furtivi mentre di quel regime siamo diventati ingranaggi altrettanto arrugginiti. E con l’aggravante che di tutte quelle tribù che la musica e l’attitudine dei Not Moving riuscirono ad aggregare (punk, dark, garagers, cani sciolti) oggi non resta che qualche veterano che si aggira per le vie della provincia come i vietcong cui non è mai stata comunicata la fine della guerra tra le foreste della sua terra devastata.

Riviste di carta straccia e online ancora oggi abbondano di recensioni in cui tutti gli artisti sono trattati con pari dignità e che si calano le braghe davanti ad ogni nuova uscita, sia essa firmata Jovanotti, Morgan, Samuel, Roy Paci, Colapesce, che ci sia dentro l’Apocalisse di Giovanni tradotta in musica o le canzoncine di Natale borbottate da un trentenne in crisi di testosterone.

Verrebbero inghiottiti ancora. Loro che amavano vomitare.

20 Settembre 1981/11 Settembre 1988 sono le date scritte sul tumulo dei Not Moving.

Poi, la crisi del settimo anno si porta via la più grande rock ‘n roll band italiana del decennio. Sette anni di tour, alcol, risate, sputi, pelle, ossa, vomito, dischi, lacrime, sperma e botte da orbi. Sette anni in cui il sogno del rock ‘n roll sembra avverarsi (salendo sul palco prima degli stivali di Paul Simonon, Johnny Thunders o Joe Strummer e ottenendo il rispetto di gente come John Peel, Miles Copeland e Jello Biafra) e invece piano piano diventa sempre più lontano, inghiottito da quel buio che ha sempre attratto come un buco nero la band di Piacenza e che tuttavia non le impedì di illuminare di luce sinistra i migliori anni del rock ‘n roll italiano, quello che saliva su dalle mutande, non quello intellettuale che cola giù dal cervello e che oggi ci invade come una condanna a morte.

Parlo di gente diventata grande sui palchi, magari dividendo amplificazione e alcol con i Clash o con Johnny Thunders, mica caricando qualche pezzo su Myspace o confidando nell’amico blogger per avere due righe di recensione da poter sfoggiare in bacheca.
Tempi lontani in cui per incontrare un Federico Guglielmi non era sufficiente connettersi dal salotto di casa su facebook, in cui la propria identità non era filtrata, in cui le intenzioni erano tangibili e manifeste, le capacità misurate col sudore, con i biglietti del treno, con i chilometri percorsi su un furgone scassato, mica in volumi di bytes, visualizzazioni su You Tube, numero di amici su un qualsiasi social network del cazzo. Tempi infami, in cui diventare fan voleva dire leggere prima qualche recensione entusiasta, quindi andare ai concerti nei posti più impensabili e infine far scivolare le falangi tra le pile di vinili di Supporti Fonografici o di Disfunzioni Musicali, portarsi a casa i dischi e adunare gli amici per fare le C90 da consumare in auto, tutti insieme, pronti per il prossimo concerto. Te lo sognavi di cliccare su un “diventa fan” e chattare la sera stessa col tuo chitarrista del cuore per scoprire magari che è un rottoinculo che non saluteresti manco al supermercato, figurati se compreresti i suoi dischi. Tempi in cui le distanze erano distanze, per Dio.
Ed era giusto così. Per il pubblico, per i musicisti, per i fan, per i giornalisti, per le etichette, per i bagarini. Per tutti.

 

C’erano altre unità di misura, all’epoca.
E c’era altra musica, come quella dei Not Moving.
Rock ‘n roll scuro e reso cattivo dall’ascolto ripetuto di gente come Cramps, X, Heartbreakers, Fuzztones, Radio Birdman, Stooges.
Punk, blues, garage, dark. Come scendere all’inferno assieme a Muddy Waters passando per la strada più faticosa: una caverna.

 

I Not Moving cazzo! Cento anni in cinque e già capaci di scrivere un piccolo capolavoro come Land of Nothing e di tenerselo nell’utero per quasi venti anni riempendoci nel frattempo la casa di marmocchi belli (Sinnerman, Black ‘n Wild, Jesus Loves His Children), meno belli (Flash on You, Song of Myself) e brutti (Home Coming) per ritrascinarci all’Inferno con il semplice schioccare di due dita.

Posi gli occhi sulla copertina di quel primo mini-LP pubblicato con lodevole ostinazione da Area Pirata dopo essere stato abortito nello studio ostetrico di Paolo Bedini e il tuffo al cuore è assicurato: la pelle nera dei pantaloni di Dome La Muerte e Danilo, la figura esile e sempre un po’ defilata di Tony Face, il fascino esoterico delle signorine Lilith e Mariella Severine non possono confondersi con nient’altro che con loro stessi: i mitici Not Moving!!!!
Una delle poche bands italiane per cui valeva la pena vivere e trascinare il culo in qualche fetido locale a saturarsi i canali uditivi nei primi anni Ottanta.

Diciannove anni dopo, come se niente fosse. Insieme, noi e loro, all’inferno. Al gesto convenuto. Come se ci fossimo lasciati ieri, dopo un’altra birra bevuta assieme dopo il loro ennesimo concerto. Ti guardi indietro e vedi che di merda se ne è accumulata tanta sui tuoi scaffali, ma di roba che ti tira fuori le viscere e te le appende al collo come fanno canzoni come You’re Gone Away o A Wonderful Night to Die veramente poche.
Furioso, disperato, oltraggioso, sacrilego, crudo e appassionato. Benvenuti nella terra del nulla, è una notte magnifica per morire.

 

Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male.

E infatti il disco italiano più velenoso uscito nel 1985 sboccia a Piacenza, seppur stampato in Toscana dalla neonata Spittle Records che proprio con Black ‘n’ Wild si avvia alla pubblicazione di produzioni di gruppi indipendenti italiani. Dopo due uscite su piccolo formato e l’abortita pubblicazione di Land of Nothing, per i Not Moving è  il momento di confrontarsi col grande formato e la grande distribuzione, garantita da Toast. Il disco in realtà dura appena una manciata di secondi in più rispetto alle due produzioni d’esordio per la Electric Eye ma le sue ali nere, in quel formato dodici pollici ci sembravano ancora più maestose ed inquietanti. ERANO più maestose ed inquietanti.

E il repertorio, a differenza dei primi due 7” che pescavano a piene mani dalla vecchia demo che circolava già dal 1981 e che mescolavano confusamente  irruenza psychobilly e fraseggi surf-punk, era stavolta del tutto inedito e torbidissimo.

Sudicio come il cesso del CBGB’s.

Organo Farfisa e armonica si aggiungono alla miscela creando piccoli capolavori di asfissiante rock ‘n roll gotico (i Cramps  certo, ma anche i primi Christian Death sebbene nessuno forse ce li abbia mai davvero voluti dentro) divorato da un fuoco garage-punk e percorso da quella tensione che avevamo avvertito sui solchi di band come Gun Club, X, Alley Cats. Quattro canzoni che rappresentano ognuna per sé una delle differenti anime della band piacentina. Più una piccola coda affidata ad un vecchio spiritual africano che nelle mani dei Not Moving trasmuta l’incrocio dannato di Robert Johnson in quello non meno diabolico di Papa Legbi e fortemente voluta dal produttore Federico Guglielmi per legare gli spiriti voodoo di Black ‘n’ Wild a quelli di Sinnermen.

Nero e selvaggio, appunto. 

Dannato e dannoso. 

  

Il feretro dei Not Moving sfila ancora pochi mesi dopo, in quella processione garage-blues che è, appunto, Sinnermen. Stessa etichetta e stesso produttore. Ma un missaggio penoso che verrà restaurato solo molti anni dopo in una ristampa nella quale Federico Guglielmi spiega le ragioni di quell’infamia che causò la rottura tra band e produttore artistico da un lato e produttore esecutivo (ovvero colui che caccia i soldi, per dirla in due parole, NdLYS) dall’altro, colpevole di aver bruciato il lavoro per accelerare le tappe. 

Sinnermen uscirà anni dopo col suo scurissimo mantello originale, con gli strumenti infilati nella giusta pista del mixer, con lo stesso sinistro fascino di una musica che si crogiola nel raglio di Lux Interior (la cover di I Wanna Make Love to You, degna di stare su Psychedelic Jungle, NdLYS) e nel fascino lugubre dei Fuzztones più foschi (Catman, Mr. Nothin’) per tuffarsi nel garage criptico di bestie nere come I Know Your Feelings o A Wonderful Night to Die a ricordarci di come eravamo belli.

Lou Cifer era arrivato anche in Italia, aveva schizzato il suo seme sul monte Penice e adesso quella colata di sperma scendeva giù inondando la Valtrebbia.

  

Non so quali siano le memorie che i Not Moving, che ognuno dei Not Moving conserva relativamente a Jesus Loves His Children. Quel che ricordo io è che la band, a cavallo tra Sinnermen e quello che si rivelerà l’ultimo atto della line-up classica della band arriva nella mia terra per un paio di occasioni “eccentriche”, con un concerto in piazza ad Acireale e in una improbabile serata per ricconi in abiti di seta e macramè a Taormina. Quel che ricordo io, ancora minorenne, è una band che sembra provenire da una delle cento città rock ‘n roll di cui leggevo avidamente sulle riviste del periodo. Londra, Manchester, Los Angeles, Minneapolis, Sydney, New York, Detroit. Ricordo pelle, pantaloni e collant sdruciti, bandane, cappelli, cinturoni, borchie, odore di tabacco e puzzo di sudore. E un set che avrebbe steso chiunque, adesso aperto a squarci melodici più netti. Come quelli di I Want You, il pezzo che apre il nuovo mini-LP e che ci ritroveremo a cantare in cento o in dieci sotto il loro palco o nella nostra altissima solitudine che adesso ci sembrava meno solitaria. Oppure nella maglia di controcanti della bellissima Spider o nelle conosciute liriche di Break on Through dei Doors, risolta in una cavalcata acidissima su cui Dome La Muerte passa col rullo compattatore sui corpi di centinaia di chitarristi di belle speranze e immeritata gloria usciti fuori dall’Italia in quegli anni. C’è ancora del veleno, anche se ad attirare gli stolti sarà il caramello dentro cui è avvolto il cuore di un disco finalmente prodotto come Dio comanda, con gli strumenti che non si schiacciano l’uno sull’altro ma esplodono come frammenti di un’unica bomba carta.    

                                                                                                         

L’ultima lettera dei vecchi amici arriva nel 1988.

Lilith, Maria Severine, Dome, Tony e Milo, il nuovo arrivato che era venuto a sostituire Dany D. ormai spostatosi in Germania per 9/10 di Flash on You le firme in calce alla missiva.

Gente con ancora un cassetto pieno di aneddoti e storie da raccontare, ci giurerei. Gente che presentavo agli amici aggiungendo con orgoglio che erano italiani nonostante i nomi dietro cui si celavano e malgrado suonassero sporchi come pochi sapevano fare senza risultare costruiti a tavolino.

Flash on You era il disco che li vedeva tornare a casa Electric Eye, l’etichetta che li aveva tenuti a battesimo nel già lontano 1982 e che avevano abbandonato per pubblicare su Spittle i loro capolavori Black ‘n’ WildSinnermen e Jesus Loves His Children, il trittico dove usciva fuori la loro anima più cupa e selvaggia, perennemente avvolta in completi di pelle nera, per non farla sentire nuda e a disagio, nonostante nuda lo fosse la musica dei Not Moving.

Si mostrava. Fiera di quella che era. Con spavalderia marcia e adeguata al contenuto.  

Lo avrebbe fatto ancora una volta per Flash on You, l’ultimo dei loro dischi che avevamo imparato ad amare a spregio delle loro facce poco amabili. Il suono ha la tenacia di sempre ma appare meno scuro, come forse richiede la Glitterhouse, la label tedesca che pare interessata in un primo momento a pubblicare l’album o come più verosimilmente vuole una parte della band che non è più compatta sulla direzione da dare al suono dei Not Moving che, nonostante dividano ancora lo stesso letto, dormono dandosi le spalle.

Ognuno ci mette del suo, per fare di questo disco l’ennesimo capolavoro.

Ognuno porta la sua idea di rock ‘n roll.

E quando le idee mancano, ci si affida a quelle altrui. In questo caso Jimi Hendrix e Sniff ‘n The Tears.

Ognuno aggiunge un ingrediente, anche se per la prima volta il piatto è ben condito ma il pasto poco omogeneo, come se la band sentisse l’esigenza di percorrere strade nuove. E, come accadrà di lì a breve, non necessariamente tutti insieme. Ma sono sensazioni inquinate dal “senno del poi”. Perché all’epoca Flash on You era un disco che stordiva come quelli che gli avevano spianato la strada, con la sua visione stradaiola e bastarda della musica dei sixties che non aveva eguali in Italia. Pochissimi altrove. Una strada destinata a chiudersi da lì a breve e di cui questa rappresenta, malgrado i tabelloni con la medesima insegna che verranno issati ancora per un piccolo tratto, l’ultima fermata.

Un’istantanea ancora integra nella sua vivacità alcolica.

Con la band ancora a letto, con la salvia indiana, con Jack Torrence e Johnny Thunders a maledire tutto quello che restava da maledire.

Dome allunga la mano e ci porge ancora la sua conchiglia, illudendoci di poter beffare la morte.

La burrasca dentro cui il gruppo piacentino ha navigato per cinque anni si sta però per abbattere sul loro vascello pirata. Perché Dio ama i suoi figli, ma a tutti chiede loro un sacrificio.

 

Su Song of Myself, nonostante il nome dei Not Moving sia scritto a caratteri giganti rispetto a quelli di Lance Henson e degli “amici”, questi ultimi sono molti ma molti di più rispetto a ciò che resta della formazione storica, che sono in pratica i soli Dome La Muerte e Maria Severine, che hanno modo di fare spazio alla loro devozione per la cultura pellerossa affidando alle poesie del poeta cheyenne Lance Henson un notevole spazio tra un solco e l’altro delle nuove quattro canzoni. La sezione ritmica è affidata ad Alex Cikuta e Sandro Falcone mentre tra gli ospiti coinvolti spiccano i nomi di Maurizio Curadi degli Steeple Jack, Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP, Marcello Michelotti dei Neon, Zazzo dei Negazione, Luca Re dei Sick Rose, coinvolti quasi tutti ai cori per cui nei fatti quasi invisibili se non per gli scatti del retro-copertina. La cover di Ohio di Neil Young è trascinante. Ma lo sarebbe comunque, anche se la cantassero i Modena City Ramblers o gli Yo Yo Mundi, senza nulla togliere agli uni o agli altri. Il resto si dimentica in fretta, tranne che la sgradevole sensazione che una delle band migliori del nostro stivale sta tirando le cuoia e che noi stiamo assistendo alla sua agonia.

Negli anni Novanta il nome dei Not Moving tornerà un paio di volte, per la pubblicazione di un dodici pollici e di Homecomings, ancora una volta votato alla causa pellerossa.

Il nome ma giusto quello. Perché il suono della nuova formazione non ha più nulla del vecchio marchio (come del resto non ce l’ha quello dell’altra band messa su da Tony Face, Lilith e Milo, ovvero i Time Pills, NdLYS). La musica mostra molto mestiere ma quella sacra alchimia di anime e carne dei vecchi Not Moving è scomparsa per sempre.

Il loro culto verrà alimentato da una bella e doverosa messe di ristampe, antologie e live postumi che è doveroso avere in casa come antidoto endovenoso a tanto rock di plastica.

Voi tenetevi stretti i “colori degli anni Ottanta”.

A me lasciatemi il nero dei Not Moving.

                              

                                 Franco “Lys” Dimauro

                                                                               

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THE UNTOLD FABLES – Aesop’s Apocalypse (Dionysus)  

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Il passaggio di Robert Butler tra le fila dei Miracle Workers consegna gli Untold Fables alla storia senza tuttavia cancellarne la memoria. E del resto, come avrebbe potuto, dopo un esordio strepitoso come Every Mother’s Nightmare e i due singoli usciti proprio mentre Butler stringe alleanza con Mohr, Rogers e Trautman? È proprio il contenuto di quei singoli, quasi per intero, lo scheletro attorno al quale la Dionysus assembla il “secondo” album del gruppo, non avendo ricevuto quelli che dovevano essere i provini di I Love Lee. Il risultato, abbastanza approssimativo nella forma (alcuni titoli vengono inspiegabilmente troncati o deformati sulla copertina), non fa che alimentare l’amarezza per la perdita di una delle migliori garage-band californiane, in grado di eguagliare la forza devastante dei Morlocks, nei cui territori la loro Spit the Winkle e la cover di By My Side sembrano desiderose di inoltrarsi.

Ma l’amore per il sixties-punk non viene intaccato.

Semplicemente, azzannato con una voracità ancora più animalesca.

Pezzi come I Think, To Be Your Man, Wendylyn o Watch Your Step Woman si staccano dal soffitto del Crawdaddy, del Pandora’s Box o dell’Haunted House per schiacciarci come scarafaggi, raccontando le ultime favole e gli ultimi incubi di una delle più incredibili, animalesche, brutali garage-band degli anni Ottanta.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE M-80’S – In a Fury! (Get Hip)  

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Proprio nel momento in cui i Cynics sembrano cedere al fascino del grunge e di certo hard-rock, è la loro stessa etichetta a proporre al mondo i candidati più probabili ad ereditarne il trono a re del garage-punk dei regni al sud di New York. Si chiamano M-80’s e vengono da Norfolk. Si sono formati un bel po’ di tempo prima ma la label non ha investito molto su loro. Ma adesso, con i Cynics perduti a rincorrere il loro sogno hard, è giunto il momento di dar loro la chance di pubblicare un intero album. In a Fury! esce nel 1993 e, mentre tutto il mondo è impegnato a scegliere camicie di flanella e stivaloni da campiere, gli M-80’s possono comprare pantaloni a spaghetto e beatle-boots a prezzi scontati.  E non sprecano l’opportunità.

In a Fury! è a tutti gli effetti il disco che tutti si aspettavano dai Cynics dopo Rock ‘n’ Roll.

Gregg Kostelich lo produce così, con gli stessi deraglianti tinte folk-punk screziate da armonica a bocca e pedaliere fuzz.

E pure la grafica di copertina, affidata a Paul Bucciarelli (quello dei primi singoli dei Cynics), decreta la legittimità dell’impresa. Gli M-80’s, per una manciata di mesi, diventeranno una delle band più prestigiose del garage-punk, mentre il mondo era tenuto sotto scacco dal crossover metal-funk e dal Seattle-sound. Poi, finita la partita, ci si accorse che anche loro avevano lasciato il tavolo da gioco troppo in fretta perché venisse ricordato il loro ingresso nel casinò del rock ‘n roll.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BEE BEE SEA – Sonic Boomerang (Glory)  

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I Black Lips nostrani. Si, ok.

Poi, ognuno nella musica ci sente quel che ci vuol sentire, no?

Io ad esempio dentro Sonic Boomerang ci sento spesso la ripetitività ossessiva degli Oneida e addirittura i Jesus and Mary Chain dell’età di mezzo, quelli prima della resurrezione e anche qualche passo prima della morte. Però, certo, i Bee Bee Sea rimangono fondamentalmente una garage-band. Di quelle maleducate, fracassone e scazzate, sullo stile degli Oh Sees. Ma che riescono ad azzeccare, nel fiume di merda elettrica che li avvolge, melodie che neppure i Choir o i Knickerbockers. Poi andate su Youtube e andate a vedere chi sono, se negli anni avete speso solo per comprare i dischi su Feltrinelli.

Sonic Boomerang è uno di quei dischi che è buona la prima. Ma la seconda è anche meglio, perché nel frattempo quei ritornelli dementi si sono già appiccicati al tuo cervello come resina di pino silvestre e i tuoi piedi hanno fatto aderenza su quel selciato coperto da erbe selvatiche che è la loro musica, proprio come le ruote di quel famoso pick up il cui spot è arrivato in tv sgommando proprio su una loro canzone, che ogni tanto qualche pubblicitario giovane può far miracoli.

Voi, se siete giovani abbastanza, potreste farlo parimenti.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CANNIBALS – Trash for Cash (Hit)  

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Nei tre anni che separano l’album di debutto dei Cannibals dal successivo Trash for Cash, Mike Spenser ha modo di mettere le mani e le orecchie sulle Pebbles, ottenendo pure una licenza per l’Inghilterra che porterà alla pubblicazione, per la sua etichetta, del bel cofanetto Pebbles Box. Il risultato più immediato è un dirottamento dei liquami della sua band dal rock ‘n roll basico dei primi anni verso una più chiara deriva garage-punk. La mossa più furba è quella di stravolgere la scaletta delle raccolte originali tenendo fuori proprio le canzoni che finiranno nel repertorio della sua band (Let’s Talk About Girls dei Tongues of Truth, Run Run Run dei Gestures, Going All the Way degli Squires, They Can’t Hurt Me dei Lyrics) utilizzando, appunto, l’”immondizia per fare soldi”. L’obiettivo non sarebbe stato raggiunto, ovviamente, ma è da quel momento che i Cannibals si impongono come l’avamposto britannico del più classico e svaccato garage-punk che sta emergendo in America, Svezia ed Italia in quanto anche il resto delle tracce, quelle che portano la firma di Spenser, si spostano su quei territori, con episodi come Skeletons in the Closet, You Drive Me Mental e la psicotica Human Race a trascinarsi come tenie cagate giù dal culo di Satana sul Sunset Boulevard.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE ROUTES – Dirty Needles and Pins (Greenway)  

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Due posti sullo scaffale per i Routes quest’anno.

Dirty Needles and Pins esce infatti a soli sette mesi dal precedente, ottimo In This Perfect Hell. E ne rincara la dose. Spalmate su quindici minuti per facciata, le otto tracce del sesto album di Chris Jack mostrano due angolature diverse per avvicinarsi alla sua musica.  

Chi volesse sturarsi le orecchie col classico beat-punk può tranquillamente usare le punte per trapano di You’ll See, Ego a Go-Go, I Ain’t Convinced, Somebody’s Child e Dysphoria, classico viaggio a ritroso nel tempo fra i solchi ormai piallati dei vecchi 45 giri di classico pre-punk degli anni Sessanta e delle band che, armate di fuzz e chincaglieria vintage, ne replicarono le gesta un ventennio dopo.

Ad occupare invece la seconda facciata i tre pezzi più lunghi mai incisi dai Routes, il che vi lascia già intuire che ci troviamo su un universo parallelo dove il suono si sgrana e gli “aghi” si polarizzano su traiettorie psichedeliche di chiara ascendenza texana, pur rimanendo ancora in uno stato embrionale e trasmettendo un vago senso di incompiutezza che non ce le fa preferire alle asciutte garage-songs da tre minuti di cui i Routes sono ormai da un decennio tondo tondo maestri assoluti.

Probabile presagio di nuovi approdi in altre terre finora solo lambite, il sesto disco della band anglo/nipponica ci crogiola ancora a fiamma viva, disperdendo le nostre ceneri tra le polveri sottili del cielo giapponese.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CHESTERFIELD KINGS – Psychedelic  Sunrise (Wicked Cool)  

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Dopo averci messo le mani e la faccia per The Mindbending Sounds of…, per il nuovo Psychedelic Sunrise Little Steven ci mette stavolta anche i soldi. Quello che sarà destinato ad essere l’ultimo atto dei Chesterfield Kings esce infatti sotto la sua produzione esecutiva e per la sua label. Nonostante il disco mostri una continuità concettuale ed una sorta di affiatamento artistico (la formazione resta invariata rispetto a quella del disco precedente) con Mindbending, il risultato è però una bolla di sapone.

Eccentrica, colorata, iridescente.

Ma pur sempre una bolla.

Tradito da un’ambizione forse un po’ eccessiva (i violini di Inside Looking Out, i forzati inserti pinkfloydiani di Elevation Ride, tanto per dirne di due) e da richiami fin troppo ovvi con il freakbeat che fu. Sparandone uno, sfacciato, proprio in apertura di disco. Proprio per questo forse il disco funziona meglio ascoltato ribaltando la scaletta, visto che come nei piatti malconditi il meglio rimane sul fondo: il garage punk arruffato di Dawn che svisa dalle parti di Fluctuaction, l’Alice Cooper impasticcato di Yesterday’s Sorrows, la ballatona roots Gone che invece tracima dalle parti di I’ll Be Back Someday.

                                                                      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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WILD EVIL AND THE TRASHBONES – Digging My Grave (Dirty Water)  

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Wild Evil si firmava già così ai tempi degli Staggers, invasori austriaci dello scorso decennio. Ma adesso il suo nome campeggia in tutta la sua greve maestosità sui dischi dei Trashbones.

Il “passaggio di consegne” dall’uno all’altro gruppo avvenne una mezza dozzina d’anni fa su un 7” condiviso pubblicato dalla Screaming Apple. Da allora i Trashbones hanno girovagato per un bel po’ di labels fino ad arrivare per questo secondo album alla corte della Dirty Water Records. La lunga attesa per il nuovo disco è abbondantemente ripagata dal contenuto di Digging My Grave, fenomenale assortimento di volgarità garage in bilico tra l’horror-trash di John Zacherle e Screaming Lord Sutch, il beat dei Fleshtones e il sixties-punk più sguaiato. Campo in cui, val la pena dirlo, Wild Evil e la sua congrega di becchini riescono a rubare la corona a tante band ben più blasonate.

Pezzi come Telling Lies, Why Can’t We Be, Fried Chicken Legs, Bugs on My Back, I Lost My Mind faranno la felicità di tutti coloro ai quali, quando gli chiedono di nominare qualche garage band, saltano subito in mente i nomi di Gruesomes, Crimson Shadows e Ugly Things.  

Tutti gli altri, tutti quelli che hanno dimenticato, che hanno sostituito i nomi sacri con quelli di piccoli nerd che fanno chiasso in cameretta mentre la mamma gli prepara i pancake, che rompono le palle ai primi di Ottobre per abolire la festa di Halloween e di nuovo ai primi di Dicembre con gli auguri di Natale falsi come i loro abeti, stiano lontani da qui.

E da me.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

NOT MOVING – Black ‘n’ Wild (Spittle)  

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Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male.

E infatti il disco italiano più velenoso uscito nel 1985 viene da Piacenza, seppur stampato in Toscana dalla neonata Spittle Records che proprio con questo disco si avvia alla pubblicazione di produzioni di gruppi indipendenti italiani. Dopo due uscite su piccolo formato e l’abortita pubblicazione di Land of Nothing, per i Not Moving è  il momento di confrontarsi col grande formato e la grande distribuzione, garantita da Toast. Il disco in realtà dura appena una manciata di secondi in più rispetto alle due produzioni d’esordio per la Electric Eye ma le sue ali nere, in quel formato dodici pollici ci sembravano ancora più maestose ed inquietanti. ERANO più maestose ed inquietanti.

E il repertorio, a differenza dei primi due 7” che pescavano a piene mani dalla vecchia demo che circolava già dal 1981 e che mescolavano confusamente  irruenza psychobilly e fraseggi surf-punk, era stavolta del tutto inedito e torbidissimo.

Sudicio come il cesso del CBGB’s.

Organo Farfisa e armonica si aggiungono alla miscela creando piccoli capolavori di asfissiante rock ‘n roll gotico (i Cramps  certo, ma anche i primi Christian Death sebbene nessuno forse ce li abbia mai davvero voluti dentro) divorato da un fuoco garage-punk e percorso da quella tensione che avevamo avvertito sui solchi di band come Gun Club, X, Alley Cats. Quattro canzoni che rappresentano ognuna per sé una delle differenti anime della band piacentina. Più una piccola coda affidata ad un vecchio spiritual africano che nelle mani dei Not Moving trasmuta l’incrocio dannato di Robert Johnson in quello non meno diabolico di Papa Legbi e fortemente voluta dal produttore Federico Guglielmi per legare gli spiriti voodoo di Black ‘n’ Wild a quelli di Sinnermen.

Nero e selvaggio, appunto. 

Dannato e dannoso. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PRESSION X – Pression X (Electric Eye)  

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Delle dieci band finite dentro la betoniera di Eighties Colours della Electric Eye i milanesi Pression X furono la meno longeva. Il loro lascito è di soli sei pezzi, cinque dei quali finirono, sempre sotto la produzione esecutiva di Claudio Sorge e con il logo della sua etichetta, sull’omonimo mini-LP pubblicato nel 1986. Un’eredità di pochissimo conto, non fosse che quel disco era urticante come pochi altri di quella stagione. Una piccola pianta di ortiche gettata nel giardino colorato della fioritura neo-sixties. Se le foto della band tradiscono un innamoramento all’estetica beat ancora acerbo, le cinque canzoni di Pression X si allineano perfettamente alla corrente di band come Fleshtones, Primates e Yard Trauma, con un organo che fischia come dentro una galleria texana del Douglas Quintet, una ritmica scoppiettante, una voce sfrontata e adolescenziale che ti salta addosso, una chitarra triviale, un’armonica che ogni tanto fa capolino da un qualsiasi grattacielo milanese per scendere a buttare la spazzatura. Anche le due cover del disco sono piegate al loro stile acquistando in vigore quello che perdono in sinuosità blues.

È tutto quello che serve in quel momento, in quel momento in cui agguantammo un sogno da cui poi ci saremmo presto ridestati, come avviene sempre coi sogni.

Mai più riformati, e Dio li benedica anche per questo, i Pression X restano fra i migliori testimoni di quel sogno, di quell’epoca, di quel desiderio di declinare il punk costringendolo a genuflettersi davanti alla statura del Re Question Mark, venuto da Marte per ballare lo shake coi dinosauri.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro