THE ROUTES – Tune Out, Swich Off, Drop In (Groovie)  

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Sturatevi le orecchie per accogliere il disco che mette il sigillo sul garage-punk degli anni dieci. Il settimo album dei Routes vede la formazione ridotta clamorosamente ad un duo composto oltre che dal solito Chris Jack (uno dei polistrumentisti più dotati che la musica garage ci abbia mai regalato), dal batterista Bryan Styles.

In due, i Routes continuano a tenere viva la fiamma dell’Ade. Alimentandola con la solita catasta di legna sixties-punk ma gettando in pasto alle fiamme anche ciocchi di rumore shoegaze e qualche ceppo di legno che arriva dai boschi crauti. Con moderazione, è il caso di precisare, ché la natura della band non viene stravolta ma solo contaminata.

Ad esempio il ritmo motorik che apre il disco e che sembrerebbe voler dirottare il treno dei Routes verso binari sconosciuti, alla fine conduce lentamente i vagoni dentro i capannoni della classica officina dove le mole lavorano h24 per smerigliare i taglienti accordi rock ‘n’ roll basici che emergono con prepotenza già a partire da The King of Loose Ends per esplodere poi nella virulenta You Cried Wolf, con le chitarre sovrapposte di Chris a turbinare nell’aria come una coppia di nunchaku manovrata da un maestro di Kobudo.     

La voglia di sperimentare tuttavia è un tratto distintivo di questo nuovo album del gruppo anglo-nipponico ed emerge da pezzi come Thinner Everyday o When You Come Down, tappeti onirici intarsiati di effettistica vintage rubata a casa di Electric Prunes, Third Bardo e We the People.

Verde, rosso e blu fluorescente che sgorga dalle pietre.

Come toccate dalle dita magiche di un alchimista.

Buon Natale a voi e famiglia, se non ci vediamo prima e se per quella data avrete ancora una famiglia.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE CANNIBALS – Please Do Not Feed The Cannibals (Hit)  

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L’ennesimo cambio di line-up dei Cannibals porta dietro le pelli il senese Marco Pallassini, ex-drummer di quei Rumble Fish dalle cui ceneri nasceranno i grandi Pikes in Panic. Assieme a Mike e Marco ci sono il bassista Martin Bayliss, i chitarristi Dave Rothon e Jeff Mead e l’organista Steve Atkinson.

I Cannibals sono nell’assetto giusto per fare grandi cose.

E le fanno, anche se non su questo disco.

Se gli esordi avevano issato una ferrea barriera ad ogni tentazione psichedelica, il tuffo nelle Pebbles e l’arrivo di strumentisti più visionari e capaci porta Mike Spenser a sperimentare soluzioni impensabili fino a due anni prima anche se pezzi come I Trip for Your Love, Try Me On For Size, A Speedy Exit e Too Much to Dream non sono tra le cose più convincenti del nuovo lotto di canzoni e finiscono per spegnere il cerino acceso da cover come I Can’t Get Away From You, Barracuda e soprattutto Good Times, l’oscura gemma pre-punk dei Nobody’s Children che sembra perfetta per le corde dei Cannibals. L’occasione di cavalcare l’onda dello tsunami garage-punk, nonostante il crescente numero di pubblicazioni (una pure a nome di Five Young Cannibals, come atto derisorio dell’allora popolarissima band inglese nata dalle ceneri dei Beat, NdLYS) è in gran parte sciupata nonostante le potenzialità del nuovo assetto.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

NOT MOVING L.T.D. – Not Moving L.T.D. (Area Pirata) / X – Delta 88 Nightmare/Cyrano Deberger’s Back (Fat Possum) / THE RAUNCH HANDS – Rodeo Song/4 Naggin’ Wives (Crypt)

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Potrebbe essere che se hai deciso di farti ibernare trent’anni fa e ora, a causa del riscaldamento globale o di una grandissima rottura di coglioni il tuo tumulo di ghiaccio si stia cominciando a sciogliere.

Potrebbe essere, dicevo, che apri gli occhi e pensi ancora di essere nel 1989.  Perché magari ti viene voglia di leggere qualche recensione di qualche nuovo disco e magari becchi proprio questa qui. E rileggi il titolo tre volte e il tag con la data d’uscita almeno sei.

E vorresti capirci di più di questo deja-vu.

E il Lys te lo spiega, questo deja-voodoo.

I Not Moving di Lilith/Tony/Dome sono, va da sé, il “nocciolo duro” dei vecchi Not Moving, tornati dal sepolcro. Ne ho parlato di recente con Dome sul mio libro Born Losers e a quello vi rimando per capirne di più. A quindici anni dalla prima reunion e dopo aver svolazzato sui palchi in lungo e in largo, tornano adesso a sbattere le loro ali di pipistrello in studio.

Tornano, e vi si aggrappano ai capelli.  

Il loro nuovo EP contiene un inedito assoluto (uno stomp maniacale intitolato Lady Wine) + due nuove versioni di due classici come Spider e Suicide Temple che danno ancora mazzate ai denti a quanti oggi li digrignano nascondendo in realtà una coda penzolante. E non solo quella. I Not Moving L.T.D. non ne hanno bisogno, ovviamente. I tre pezzi di questo lavoro in cui la cattiveria di un tempo rimane ma la calibratura ha adesso tutta la precisione e la freddezza di tiro che l’età adulta ti concede, lo dimostrano.  

L’altra band cui il destino ha concesso di rientrare sono gli X, guarda caso “ai tempi” accostati più volte ai Not Moving. Loro tornano in studio esclusivamente per rimettere mano a due cose vecchissime: il loro “nuovo” singolo è in realtà la bella copia di quanto incluso come provino nella ennesima ristampa di Los Angeles (stavolta ad opera della Fat Possum) e, parzialmente, sulla bellissima raccolta Beyond & Back uscita più di venti anni fa, quando eravamo tutti (noi e loro) più belli e incazzati. Delta 88, tuttavia, sia nella sua vecchia versione che in quella nuova, per me è stata sempre una delle cose più belle e divertenti della loro storia. Privarsene sarebbe da stupidi.

Chi invece non potrà più tornare in studio sono i Raunch Hands che dunque sono qui solo in spirito e, grazie a Tim Warren, anche in vinile. Il loro “nuovo” singolo su Crypt mette insieme una cover di Garry Lee registrata a band appena formata più uno “scarto” del 1987. Due luridissime canzonacce da redneck che spaccano il culo a tanti teoreti del buon gusto. Ma la vera bellezza del singolo è il commosso omaggio a Michael Chandler scritto da Mr. Crypt nel libretto a corredo.

Un disco che si fa sepolcro e insieme luce perpetua. Come un buon disco r ‘n’ r dovrebbe.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

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THE ROUTES – Driving Round in Circles (Ghost Highway) / L’ESPERIMENTO DEL DR. K – L’esperimento del Dr. K (Flamingo) / THE NIGHT TIMES – Watch Your Step/I Got My Mind on You (State) / TONI CRIMINE – Tocco il fondo (Area Pirata) / THE UNCLAIMED – You Never Come (Groovie)  

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Quattro nuovi schizzi di seme garage-punk dai Routes, in attesa del loro settimo album in dirittura d’arrivo per Groovie Records. L’EP in piccolo formato esce invece per la spagnola Ghost Highway e in soli otto minuti spiega al mondo intero quello che molte band faticano a far capire in ottanta, a dimostrazione che la band nippo-inglese è ormai da una dozzina d’anni una delle formazioni più agguerrite del genere, con un repertorio solidissimo e un suono roccioso e ultra-riverberato che esplode anche in queste quattro tracce fra accordi legnosi e grugniti da cavernicoli.

Italianissimi sono invece L’esperimento del Dr. K, all’esordio con un 4-pezzi con cui si professano eredi dei Misfits. Un’influenza dichiarata, per il gruppo di Genova. Ma che trovo limitante. La sorpresa sta nel fatto che, derivativi quanto si vuole (poche cose non lo sono), i quattro pezzi del singolo sono strepitosi e lo sono ancor di più quando la lingua scelta è l’italiano.

Accomodatevi pure, lo spaghetti-horror è servito.

Il nuovo singolo dei Night Times conferma le ottime impressioni del loro album: siamo di fronte ad una delle migliori band sixties-oriented uscite in questo ultimo scorcio di decennio. Suoni ricercatissimi e allo stesso tempo esasperati, come il fuzz che frigge come le ali di un’ape sui vetri sul ponte strumentale di Watch Your Step.

Atmosfere analoghe per l’atteso ritorno in studio degli Unclaimed, alfieri del neo-garage che dopo diversi tentativi, riescono finalmente a fermare su lacca quattro pezzi nel loro classico stile, rispolverando anche quella You Never Come suonata decenni fa negli studi di It’s Happening e mai messa su disco. 

Tornano pure, purtroppo solo in digitale, i Toni Crimine di Jenny la motociclista, con due pezzi fortissimi che dovrebbero anticipare un intero album: Tocco il fondo e soprattutto Collezione di vizi sono due sequenze micidiali di riff a manetta, piccoli anthem di punk underground orgoglioso dei suoi vizi e invece prodigo di grandi virtù. In attesa che la loro “collezione di whisky” sia un preludio a una nuova lastra di vinile da aggiungere alla nostra “collezione di dischi”.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

THE CREEPS – ORGANIsmi mutanti

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Enjoy The Creeps fu il disco che tolse agli Stati Uniti la coppa del mondo del garage revival. Lo fece nel 1986 e nei due tempi standard, senza bisogno di tempi supplementari e calci di rigore.

Uno dei testi sacri del Nuovo Testamento del garage rock fu elaborato in Svezia, terra di grandi profeti e di innumerevoli seguaci del Nuggets-sound per tutti gli anni Ottanta. I Backdoor Men erano nati nel 1984 dalla naturale evoluzione dei Pow, una mod-band che allietava i locali di Stoccolma con la loro lista di covers di Small Faces e Spencer Davis Group. Fu in uno di questi club che il biondissimo Hans Ingemansson, mente dei Pow, conosce Robert Jelinek, un immigrato cecoslovacco con la passione per le crude garage bands degli anni Sessanta come Music Machine, Sonics, Count Five e Standells. La band muta pelle, nome e suono. Ribattezzatasi Backdoor Men in onore dello storico e lascivo blues rivisitato dagli Shadows of Knight, si avvicina a un suono più squisitamente sixties-punk, strizzando l’occhio al grungey-folk degli anni Sessanta.

A spingere dal basso è però l’amore per il blues virato punk di bands come Animals e Them, per l’hi-speed soul da go-go party, per il jazz-rock di Brian Auger e dei suoi Trinity. I Backdoor Men si trasformano in breve nei Creeps e nel giro di pochi mesi mettono mano a questo esordio folgorante dominato dalla tastiera Farfisa, dall’incredibile voce black di Robert e dagli inserti di armonica blues (da pelle d’oca l’intro di The Creep, NdLYS) e maracas (che in Rattlesnake Shake si trasformano in un raggelante serpente a sonagli).

Down at the Night Club, in apertura, chiarisce subito il concetto: è un beat energico dominato da un giro d’organo circolare, groovy, dinamico. La voce di Robert nera e piena raccoglie in toto l’eredità di Van Morrison così come quella di Greg Prevost aveva fatto con Jagger, poco tempo prima. In chiusura, dopo due minuti di furia soul-punk, il pezzo si dilata con una sincopata coda strumentale per piano jazz di gran classe. Forse la cosa più chic che una garage band abbia mai osato fare.

Ma chi porta il disco nei salotti buoni dell’Alta Classe è un fesso.

Enjoy riaccende subito i motori con Ain’t No Square ed il suo elementare assolo intinto nel fuzz, fino al rutilante finale. Come Back Baby smorza nuovamente i toni con una ballata dove è ancora una volta l’eco dei Them di pezzi come How Long Baby o Here Comes the Night a risuonare nei riverberi vintage delle chitarre e nel canto implorante di Robert.

Gli fa da gemella, sul lato B, Darling. Uno struggente ricamo folk-blues con le corde vocali di Jelinek tese fino allo spasimo.

Le cavalcate più intense si intitolano Just What I Need, Hi Hi Pretty Girl e She’s Gone, tre violente e implacabili marce beat che spaccano le casse. Resteranno tra le pepite più preziose delle miniere neogarage dell’intero decennio.

Ineccepibili, per gusto ed esecuzione, le covers: una City of People rubata agli Illusions e un medley tra due Sonics “minori” resi con ferocia e competenza filologica.

Now Dig This! di due anni dopo ce li restituirà completamente soggiogati dalla febbre Hammond del post-James Taylor con un album ancora dignitoso ma distante dalle furiose scorribande sixties punk del debutto.

La rovina sarà dietro l’angolo, con una serie di album brutti quanto il gobbo di Notre-Dame e un’immagine da tamarrissimi figli dell’acid-house.

Ma queste sono storie buone per gli agiografi e i minchioni di wikipedia.

Per tutti gli altri rimangono le dodici perle di questo disco, una delle migliori cose rotonde con un buco al centro che non sia da poggiare sul vostro letto ma su un piatto hi-fi.

 

Hans Ingemansson is a great organist… …und ibt gern speghettis.

La definizione non è mia e non so se Hans abbia mai mangiato volentieri gli spaghetti.

Ma so per certo che è stato davvero un grande organista e che fu lui, con questo disco, a farmi innamorare del suono Hammond, così come due anni prima aveva fatto col suono del Farfisa.

Due anni.

Anche se, messi a confronto Enjoy The Creeps e Now Dig This!, sembra sia successo chissà cosa.

Sono anni in cui tutte le band garage cambiano pelle spostandosi più o meno consapevolmente verso un inspessimento dei suoni che porterà alle deflagrazioni grunge di fine decennio (nessuno lo ammetterà mai ma i Miracle Workers potrebbero essere accreditati a pieno titolo come precursori del genere, NdLYS).

I caschetti lasciano il posto a capelli incolti.

Anche i Creeps cambiano registro, allontanandosi dal grintoso R&B di matrice Animals e dal furioso garage degli inizi verso un suono diverso, dinamico, hi-energy. Diversamente da tutti gli altri però.

Sono gli unici, nel giro, ad aver ancora buoni rapporti col barbiere.

Proveranno acconciature improbabili, qualche anno dopo.

Col risultato di diventare calvi come culi di bertucce.

Ma all’epoca, siamo nel 1988, decidono per un taglio da uomini dei servizi segreti.

E sulla copertina del loro secondo disco stanno, pistole in pugno, tutti attorno al trono del Re dai denti d’avorio.

I Creeps hanno cambiato del tutto il loro stile ma rimangono ancora una granata ad impatto. Hans, lo spaghettaro di cui divevo, ha preso il predominio su tutto il resto così che Now Dig This! suona in tutto e per tutto come uno strepitante, glorioso omaggio al suono Hammond, come quello che James Taylor sta celebrando in contemporanea in Inghilterra, solo che qui c’è la voce pazzesca di Robert Jelinek a leccarci l’addome e non c’è un pezzo, dico un SOLO pezzo, sbagliato. Se non avete mai organizzato una festa solo per il piacere di sparare a mille questo disco, avete vissuto invano.

Gli svedesi Creeps sono, storicamente, l’unica band nata in piena rivoluzione neo-sixties ad aver raggiunto un successo clamoroso. Breve, effimero ed evanescente ma clamoroso. Lo fanno all’alba degli anni Novanta, con un disco che lascerà interdetti anche i fans che avevano accettato quella metamorfosi che da Enjoy The Creeps li aveva portati al soul-punk farcito di Hammond di Now Dig This! di cui Blue Tomato rappresenta la degenerazione e lo scadimento in ottica commerciale.

Siamo nel 1990 e la piccola ma agguerrita Acid Jazz di Londra sta creando dal nulla un nuovo fenomeno musicale che cerca di coniugare il jazz elettrico degli anni Sessanta con l’R&B più raffinato e un tiro funky morbido che riesce a fare breccia nel mercato con band come Galliano, Brand New Heavies, Mother Earth, Corduroy mentre vecchie glorie come Style Council, James Taylor Quartet ed Everything But the Girl trovano una seconda giovinezza proprio riadattando il loro stile alle moine delle piste da ballo più sofisticate.

La WEA, che si trova in mano un prototipo che con qualche ritocco all’immagine e una spinta sul groove può tranquillamente rivendicare un ruolo in quello che è diventato il suono più “in” della stagione, mette il gruppo alle strette.

Il risultato è Blue Tomato.

Copertina disarmante, con la band obbligata a vestire come una terribile boy band dei paesi baltici. Come la band, anche il suono di Now Dig This! viene costretto sin dall’introduzione a subire parecchie umiliazioni (Ohh-I Like It! – il megasuccessone di cui parlavo in apertura – She’s My Girl, I’m Gone, Up the Top, I’d Better Start Running, Get a Little Lovin’) con assoli di chitarra, piccoli orgasmi fiatistici, cori da Sister Act e una batteria che, pur poco dinamica, viene incaricata di tenere sveglio il groove, come fosse una pasticca di amfetamina.

C’è tutta un’aria di allegria posticcia che inquina Blue Tomato, anche quel poco, pochissimo di buono che noi dal cuore tenero vorremmo salvare dal macero, un’aria da programmi televisivi del venerdì pomeriggio.

I Creeps affogano in una insalata di pomodoro.

Blu, peraltro.

Il secondo album dei Creeps per la WEA prosegue sul solco tracciato dal vendutissimo Blue Tomato: un funky/soul scattante e dominato dall’organo Hammond che in quel periodo viene smerciato come acid-jazz. La sovvenzione della major permette loro pure di poter ottenere i servigi dei Kick Horns, terzetto inglese che ha lavorato su dischi sovrabbondanti come Sophisticated Boom Boom dei Dead or Alive, About Face di David Gilmour, Flaunt the Imperfection dei China Crisis, Red dei Communards, Wait a Minute del James Taylor Quartet, Steel Wheels degli Stones, Connected degli Stereo MC’s e svariate produzioni di Camel, Pete Townshend, Paul Young e addirittura della nostra Marcella Bella.

Quello di Seriouslessness è un suono tutto sommato esplosivo, seppur piegato alle logiche dell’ascolto disimpegnato. Accoglie qualche riff in odore di Kravitz come quelli di Unhippify Yoselph e Dingaling, un paio di ballate sornione, un groove funky memore della lezione di James Taylor e soprattutto la voce di Robert Jelinek che resta una preziosissima ostrica slava con dentro una perla nera. Tutto declinato in funzione di un appeal accattivante e senza sbavature, fino a farlo sembrare di plastica. Un po’ come certe panterone degli spot tv che sembrano pronte a sfoderare gli artigli ma poi alla fine mostrano solo il perizoma e le due natiche che lo contengono.

Però un occhio glielo si butta sempre, no?

 

Mr. Freedom NOW! esce solo su compact disc, come esige il mercato dell’epoca.

Poco male: ha un suono di plastica, e val bene una plastica.

Qualcuno se lo scambia su Napster, altra obbrobriosa moda del periodo.

Comunque sia, l’ultimo album dei Creeps concepito come tale porta ad un’ulteriore placcatura del soul ballabile del quartetto svedese.

Volendo interpretare con un pizzico di cattiveria la copertina e sovvertendo il naturale processo evolutivo di ogni favola che si rispetti, diremmo facilmente che i principi si sono trasformati in ranocchi. Mr. Freedom NOW! è infatti l’ennesimo disco destinato a deludere quanti si aspettavano un ritorno nella tana del sixties-punk da cui, a ben vedere, i Creeps sono scappati ormai da dieci anni e dentro cui non faranno più ritorno. E perché dovrebbero, del resto?

Sgombrando il campo dalle aspettative deluse, si tratta di un chiassoso lavoro acid-jazz (le chitarre pressanti di Number 3 e No Go, il funky volgare di Old Folks, ‘Bit Younger Folks & New Folks e Grossmotherfucker che sembrano voler incrociare RHCP e Andre Williams, i ritmi svagatamente caraibici che fanno capolino spesso, i rumorismi vari che schizzano il pentagramma) più del solito, con l’organo di Hans Ingemansson come sempre protagonista assoluto e valore aggiunto di questo nuovo pugno di canzoni dall’anima nera che, a differenza dei loro detrattori, non hanno voglia di prendersi troppo sul serio.

 

La passione per il cinema che avrebbe fatto di Hans Ingemansson, fino alla sua prematura scomparsa a soli 54 anni un ricercato autore, sceneggiatore e attore per diversi film e serie tv svedesi ha un anello di congiunzione con la sua “prima vita” da musicista nella realizzazione delle musiche per la serie Mysteriet På Greveholm, atto conclusivo della vicenda discografica dei Creeps. Composte in parte con il produttore Dan Zaethreus, le musiche del disco pubblicato come colonna sonora del telefilm hanno pochissimo a che spartire col repertorio classico dei Creeps, pur essendo riconoscibilissimo l’organo di Hans. Il resto della band, Robert compreso, ha un ruolo marginale nella creazione di questi “sketch sonori” aperti da un improbabile minuetto annunciato da una improbabile foto che ritrae i Creeps con tanto di parrucche settecentesche e costumi da concertisti di corte.

Si passa dal trascurabile al trascurabilissimo.

Lasciando dei Creeps un flebile ricordo destinato a sfiorire nei cuori di quanti li avevano conosciuti solo per l’effimero successo dei primi anni Novanta e una grande amarezza per chi ne aveva testimoniato il deflagrante avvio di carriera ormai dieci anni prima.

Ciao Creeps. ciao Hans.

Vostro per sempre, malgrado voi.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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THE ELECTRIC SHIELDS – Back Up #14 (AUA)

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Che meraviglia che erano i primi Electric Shields, prima della “conversione” al country-rock di White Buffalo County, il disco che un po’ ovunque, Discogs e recensioni “certificate” comprese, trovate col titolo sgrammaticato freudianamente in White Buffalo CountRy!

Così arroventati di garage-punk texano da poter ambire di diritto a raccogliere il testimone dei primi Sick Rose, salvo poi farselo consapevolmente scivolare di mano. Peccato. Quella breve stagione di “fiamme” è oggetto di questa uscita programmata per il Record Store Day del 2019, che ha sempre lesinato uscite dedicate alla musica garage o neo-garage e sulla quale dunque, se siete dei fanatici del genere, potrete tranquillamente “dirottare” le vostre finanze.

Subito in apertura vengono piazzate le quattro tracce di quel piccolo capolavoro su 7” che custodisco ancora come una delle uscite migliori del catalogo della Electric Eye.

Fuzz e organo Vox ingombranti, nonostante le dimensioni ridotte. Come ficcare le mani dentro un’arnia di api laboriose, con la consapevolezza che non le tireremo fuori indenni.

A seguire ecco Flames of Pain, un’autentica colata lavica di garage-punk che a suo tempo Claudio Sorge pensò bene di tirare fuori dalla loro demotape per accostarla al gas al veleno della nuova scena “neolitica” italiana sparando in cielo gli ultimi, colorati fuochi della stagione neo-psichedelica nostrana. Demotape che ovviamente qui viene recuperata per intero, col suo carico di distorsioni esagerate e di ricami d’organo combo assieme alle sei tracce della demo successiva, The Words I Never Said, in cui il suono si sgrana leggermente lasciando passare tra le sue maglie bellissime fioriture folk, e ai pezzi “regalati” a Lost Trails e The Best of Electric Eye.

Gli inediti assoluti si intitolano Faraway e It’s Your Time, stranamente tagliate fuori dalla scaletta di Sixty Flowers e invece per nulla acerbe e addirittura, nel secondo caso, foriera di quel progressivo avvicinamento al suono folky della stagione successiva. Bonus che aggiungono valore ad una raccolta pregevole e necessaria di suo.

Disponibile, pare, in diversi formati.

Disponibile, pare, con le note di copertina che ne raccontano la storia.

Disponibile in copia promozionale, pare, solo per gli amici degli amici.

Io, da nemico n.1, ve lo consiglio lo stesso.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE BOGEYMEN – Introducing The Bogeymen (Dig!)  

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I fans francesi dei Prisoners saranno ben lieti di poter asciugare le loro lacrime senza muoversi dalla loro amatissima patria: Laurent Bauer (voce, chitarra, organo e armonica), Yves Le Diraison (basso) e Oliver Quinot (batteria) esordiscono con un album che raccoglie parte dell’eredità del gruppo di Allan Crockford e Graham Day, infettandolo peraltro con una buona dose di R ‘n B bianco alla maniera dei primi Creeps e spostando spesso l’asse verso certa soul music come la suonavano gli Action, gli Small Faces e gli Artwoods nei medi anni Sessanta.  

Il risultato ha del prodigioso e candida i Bogeymen allo scettro di miglior formazione neo-sixties francese degli anni Novanta.

Dodici pezzi originali che mettono il becco e il culo nella pastoia del garage impastato di northern soul e Hammond-beat.

Roba che vi imbratta di nero i vestiti e vi fa saltare i tre bottoni della vostra bum freezer.

Vespa power forever.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

 

ST. PHILLIP‘S ESCALATOR – Elevation (Teen Sound)      

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Solo sei canzoni, stavolta.

Ma la fame dopo quasi dieci anni di astinenza da quell’abbagliante album che fu Endless Trip… era talmente tanta, che ce le facciamo bastare. Rispetto al disco di debutto questo nuovo lavoro punta più all’heavy blues e alla passione per Ted Nugent della quale la band di Rochester non ha mai fatto mistero anche se la Sick on You d’apertura inneggia ancora una volta a quel garage lordato di asfalto e piscio raffermo che fu dei Chesterfield Kings dei tardi anni Ottanta ed è ancora una volta un gran bel sentire. Ma già la successiva South 4th Street Blues ci riannoda gli intestini attorno al budello dei Blue Cheer le cui sagome riappaiono più torbide che mai su Rebel City, stavolta sovrapposte a quelle degli Stooges, riportando alla mente quell’altra band misconosciuta che furono i Black Moses. Altrettanto belle le restanti tracce, con i lampi hendrixiani di Overload e quella magnifica muffin psichedelica di Elevation che sembra raccordare gli Stones del ’67 e gli Elevators più folk mentre Drone pare voler replicare la stessa magia mescolando Chocolate Watch Band e Velvet Underground, riuscendoci solo parzialmente e atterrando proprio quando sembra sollevarsi in volo.

Se è solo un assaggio di qualcosa che i (t)Re di Rochester tengono ancora in forno, non vedo l’ora di scottarmi le dita.        

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LES GRYS-GRYS – Les Grys-Grys (Groovie) 

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Intervistato dal sottoscritto qualche mese fa in occasione del mio libro sul garage-punk, un disponibilissimo Mike Stax mi indicava i francesi Grys-Grys come una delle sue band contemporanee preferite. Se fino ad allora il metro per poterlo stimare era ridotto ai diciotto centimetri di un paio di singoli, ecco adesso i trentuno centimetri tanto attesi per poter valutare la reale portata del gruppo. Ed è opportuno dire che il loro album ci travolge come se di colpo si fossero alzate le paratie di una diga e noi ci trovassimo nel luogo sbagliato nel momento sbagliato.

Pochissime uscite del settore hanno oggi una freschezza e insieme una forza così tracotante quanto l’album di debutto di questi cinque ragazzoni di Montpellier. Registrato da Mr. Liam Watson, ovvero uno che appena tocca la merda questa si trasforma in oro e che dunque immaginate un po’ cosa puó fare quando dietro al vetro compaiono cinque ragazzoni infoiati che sembrano una sorta di incrocio tra gli Who che desiderano ancora una morte prematura di A Quick One e il beat alla benzedrina dei Purple Hearts, Les Grys-Grys è un disco debordante di suoni scapigliati e caleidoscopici che ci proietta dentro un vortice freakbeat/R&B frastornante. Provate un po’ a sentire le loro versioni di She Just Left dei Crawdaddys o del classicissimo Got Love If You Want It e ditemi se non sentite alle calcagna i morsi di mille cani ringhiosi, spronati dal suono fendente di un’armonica e aizzati dal pow-wow dei tamburi agitati davanti al loro muso.

Oppure prendete pezzoni autoctoni come It Ain’t Right, Satisfy the Lord of Anarchy, Time Flies and Still, In a Loop, Gone by Dawn, Brother Tobio, They Gonna Get Me, The Day, tutti scompaginati da un suono filiale a quello di gruppi come Open Mind, Eyes, Creation, Who, Master’s Apprentices, Yardbirds, Golden Dawn e falciate da un’armonica che sembra soffiata da Belzebú, chitarre sempre sul punto di deflagrare, sempre con la punta degli stivaletti sul pedale del distorsore e il tacco sul detonatore.

I Grys-Grys sono, oggi, quello che furono i Tell-Tale Hearts negli anni Ottanta, un gruppo incredibile, primitivo, devastante e assolutamente necessario. Se pensate di poterne fare a meno vi state perdendo uno dei pochi dischi contemporanei capaci di affiancare i capolavori del sixties-rock di ogni epoca, una nuova pietra miliare con cui le prossime orde di cavemen dovranno per forza confrontarsi, se vorranno ancora dire qualcosa sull’argomento.

    

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE DARTS – I Like You but Not Like That (Alternative Tentacles)  

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Se sarete presenti al Festival Beat di Salsomaggiore edizione 2019 e d’un tratto vi troverete a chiedervi per quale ragione molti maschietti si sono radunati sgomitando sotto il palco facendosi largo usando il tacchetto cubano come fosse il maglio di Thor e disertando la consueta tappa al banco delle birre, potrebbe essere arrivato il turno dell’esibizione delle Darts.

Perché si, le Darts sono un bel vedere. E anche un bel sentire, ovviamente. Tanto da aver conquistato anche Jello Biafra che pure alla febbre garage era rimasto immune per quasi sessant’anni. Salvo poi portarsi le Darts in tour ad aprire i suoi concerti e alla fine ha voluto l’esclusiva sul loro secondo disco, che di folgorazioni ne ha diverse (New Boy, Thin Line che sembra fare il verso a certi giri proto-surf tanto cari ad East Bay Ray, Japan, Break Your Mind nascosta dietro il riff di I Need You dei Kinks, Phantom) e si concede pure il lusso di un paio di canzoni più complesse di cui almeno una, Love U 2 Death, sono certo sia una delle preferite di Biafra in virtù della sua ironia necrofila e della sua atmosfera sinistra che sembra perfetta per l’effetto vertigo di un horror di serie B.

E lui, come me, ama la Serie B.

E io, come lui, le Darts.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro