THE REVOX – In Mono (Soundflat) 

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Raro esempio di band garage triangolare gli svizzeri Revox arrivano al terzo album sotto la supervisione di Mr. Robert Butler (Untold Fables/Miracle Workers/Get Lost!) in persona. Il suono è certamente meno rabbioso rispetto a quello piacevolmente disordinato del disco precedente ma rispetto a quello ha completamente reciso i residui trash-a-billy degli esordi per buttarsi a capofitto in un garage-sound che predilige le tinte brillanti, lo scintillio delle chitarre semiacustiche salvo poi lanciarsi in improvvise fughe elettriche che ti straziano le carni (Never Ending Trip, I Need Love, Axis, She’s So Fine ma in genere tutti i brani del disco sono “infettati” in egual misura da questo velenoso sputo di veleno fuzz).  

In questo lussureggiante e lussurioso giardino di primizie sixties-punk, Father in Low -urticante cespuglio di ortica che sembra tirata via da una siepe dove pisciavano giovani punk come Nobody’s Children, Nomads, Adolescents o Alarm Clocks- fa categoria a sé, facendovi venire le vesciche alle dita non appena poggiate la puntina sul disco. Come ad avvisarvi che c’è il pericolo che ve ne possiate innamorare.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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MARSHMALLOW OVERCOAT – songs from the motion picture All You Need Is Fuzz (Area Pirata)  

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Che la musica rock si sia stancata da qualche anno di prendere polvere sugli scaffali dei negozi di dischi e si sia spostata tra i ripiani delle librerie e sugli schermi di cinema e tv è un fatto ormai noto. Autobiografie, monografie, saggi, cortometraggi amatoriali e lungometraggi con produzioni da blockbuster hanno interessato (e, visto il trend, continueranno a farlo con frequenza sempre maggiore) trasversalmente TUTTO il settore musicale, da quello di nicchia a quello effimero venuto fuori dai talent sparsi per il mondo, dalle grandi stelle del pop alle più estreme rock ‘n’ roll band della storia. Dai Sonics ai Måneskin, dai Coldplay ai Radio Birdman, dagli Oasis ai Queen, da Lady Gaga ai Virgin Prunes, dai Byrds a Fabrizio De André, da Dylan a J.Ax non c’è una casa editoriale o cinematografica che non investa sul pupillo di turno o un artista che voglia diversificare l’offerta della sua autopromozione. Timothy Gassen è uno che si arrabatta da anni tra libri e documentari per cui non stupisce che anche lui abbia presentato, al 28imo Arizona Film Festival, un vero e proprio film di 90 minuti per raccontare l’universo delle garage-bands, in particolare della sua.

In giro, dice Tim Gassen, da 30 anni (di cui gli ultimi venti però in ibernazione e in ventilazione forzata solo grazie alla sua attività sui social, NdLYS) i Marshmallow Overcoat hanno percorso attivamente la storia del movimento neo-garage in realtà per un solo decennio anche se a Gassen piace far credere che il loro cadavere respiri ancora. Insomma, uno dei casi neanche troppo isolati in cui l’astuzia supera di gran lunga il talento.

Non avendo ancora vista la pellicola non so in che modo Gassen ci racconterà la faccenda.

Però adesso Area Pirata ne pubblica la versione “audio”: 25 canzoni che ne documentano l’intera carriera, a cominciare dal primissimo singolo su Dionysus. Il disco è infatti una sorta di “ristampa” (copertina compresa) del “Very Best of” pubblicato qualche anno fa su Garagenation, spurgato dalle cover versions e concentrato sul materiale autoctono con tre inediti assoluti. Di buon livello, soprattutto quando la band si avventura(va) nelle cose più sinistre come Psilocybil Mind, Santa Fuzz, 13 Ghosts o The Mummy. In attesa che magari gli Overcoat si decidano a registrare qualcosa di nuovo e non a campare di rendita con del materiale che ha più anni delle mie figlie.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE A-BONES – Daddy Wants a Cool Beer (Norton)  

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Per festeggiare i venti anni di carriera gli A-Bones aprono il frigo e offrono da bere a papà. Due fusti pieni di luppolo spumoso, con tutto il retrogusto vintage che potete immaginare quando a spillare ci sono Billy Miller e sua moglie Miriam Linna. Che suonano sollevando schiume di Troggs, Charlie Feathers, Link Wray, Beach Boys, Flamin’ Groovies, Raiders, Sonics, Bo Diddley, Andre Williams, Trashmen, Esquerita, Sir Douglas Quintet, Kingsmen urlando e strepitando come fossero la resident-band del bowling dei Flintstones (ascoltate la We’re Gonna Get Married suonata assieme alle 5.6.7.8’s per visualizzare quanto scritto, NdLYS).

Gli A-Bones suonano illudendoci che le feste ai campus universitari siano perenni. Tanto da restarci chiusi per cinquanta anni e non essere più usciti dalla sala, flirtando praticamente con due generazioni di uomini e donne. Mentre sul palco twist, rock ‘n’ roll, R ‘n B e garage-punk si mangiano le assi.

Daddy Wants a Cool Beer mette in fila quarantasei canzonacce pubblicate su singoli, compilation, dischi-tributo e altre frattaglie. E che frattaglie, Dio Bones.

Una birra fredda qui, per favore.

Bionda.

In coppa C.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE NOMADS – Where the Wolf Bane Blooms (Amigo)  

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La frase Where the Wolf Bane Blooms aveva colpito anche me, nella busta interna del sottovalutato ed incompreso High Time degli MC5. Bello che non sia stato l’unico a notarla e che gli svedesi Nomads abbiano deciso di usarla per intitolare il loro mini-album di debutto. Una roba di dodici pollici che girava a 45 giri registrato nell’Ottobre del 1983 e che può essere a ragione considerato il primo lavoro “di sostanza” del garage punk svedese. Pur nell’accezione per nulla purista che sarebbe stata per sempre il tratto distintivo dei Nomads, ugualmente innamorati dei Blue Öyster Cult quanto dei Sonics. Su questo miniLP non ci sono però ne’ gli uni ne’ gli altri. Ci sono però i Third Bardo, animali psichedelici newyorkesi cui vengono riaperte le gabbie, c’è una mungitura rabbiosa alle mammelle delle vacche del Milk Cow Blues, munte anni prima dalle mani di Kinks e Chocolate Watch Band. Ci sono i Revelons, che nessuno conosceva allora e nessuno conosce ancora oggi, ma che in epoca punk ricevevano la visita dei musicisti di Patti Smith direttamente nel loro sottoscala newyorkese. E poi c’è un Chuck Berry che è sempre Chuck Berry e va bene ovunque. Le restanti canzoni sono opera del gruppo: una bella canzone dal taglio più garage delle altre e una allucinata, psicotica ed anfetaminica corsa alle calcagna dei Cramps e delle band psychobilly inglesi.

I Nomads allungano le mani dappertutto, come un maniaco su un bus pieno di belle donne. Da lì a breve il cielo svedese pioverà gocce di garage-punk a iosa. Fino a sommergere gran parte dell’Europa.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE STAIRS – Mexican R ‘n’ B (Deluxe Edition) (Cherry Red)

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Segnatevelo adesso che siete ancora in tempo. Che poi magari sotto le feste di Natale non sapete cosa cazzo chiedere a Babbo Natale e vi ritrovate per Santo Stefano a parlare coi soprammobili chiedendo “Ok Google! In quale cassetto sono i calzini puliti?”.

Ecco nuovamente a noi Mexican R ‘n’ B, il disco che per la seconda volta nel giro di un paio di anni fece sgorgare un sogno orfano tra le cantine di Liverpool, così come era stato per i La’s.

Eccone qui, triplicato, l’amplesso.

Ancora monoaurale, sebbene deluxe.

Ecco la belva Edgar Jones puntare infinite volte alla nostra giugulare. E poi sferrare l’assalto, tirando via la carne.

Ecco la deriva carnale di tutto il brit-pop, il suo lattiginoso spruzzo di sperma rock ‘n’ roll.

In quel lontano 1992 gli Stairs lasciano le caverne di Liverpool vestiti con poncho, sombreri e tuta da astronauti, disincagliano il cadavere dell’acid summer e ne spingono gli “amabili resti” dentro una sacca di R ‘n B lascivo e sborroso. Finite le scorte delle pillole della felicità, si tornava a chiamare la marijuana per nome (Mary Joanna) o per sinonimo (Weed Bus), a raschiare accordi rubati a Brian Jones e Jeff Beck.  

Gli Stairs, come i concittadini La’s, erano completamente fuori dal tempo e dalle mode, pericolosamente vicini alle navi corsare di Chocolate Watch Band e Shadows of Knight. A differenza del gruppo di Lee Mavers e della stragrande maggioranza della scena Liverpooliana e dell’Inghilterra tutta non amavano però prendersi troppo sul serio.

Forse proprio per quello snobbati da tanti.

Forse proprio per quello diventati una vera band di culto.

Forse proprio per quello dimenticati in fretta.

Mexican R ‘n’ B, anche oggi che è avvenuto lo scarto generazionale che ce lo restituisce in questa sua prima riedizione, resta un disco pieno di grandissime meraviglie e di alcuni dei più memorabili riff usciti dalla giovane Inghilterra degli anni Novanta (Mundane MundaeWeed BusMr. Widow PaneMary JoannaOut in the CountryWrap Me Round Your FingerWoman Gone and Say GoodbyeRight in the Back of Your MindSweet Thing) solcati da una voce che lascia strisce di bava erotica ad ogni vocale.

Gli Stairs ci regalavano il perfetto anello di congiunzione tra Out of Our Heads degli Stones e Safe as Milk di Captain Beefheart, lasciandoci in eredità uno dei più bei dischi di rock ‘n’ roll di sempre senza la pretesa di diventare nient’altro che una indie band.

Finendo per caso nella più bella storia mai raccontata e subito tirati via, prima che le enciclopedie  si accorgessero di loro.

La scorta di pezzi su singolo di quel periodo è ugualmente preziosa, finendo per pescare nel mare pescoso delle garage band degli anni Sessanta con cover di Seeds, Them e Del-Vetts da tirar su i peli e anche altro. E ora, sta tutto pigiato qui dentro assieme anche a demo e prove di laboratorio, compresa una primitiva versione di quella I’m Bored che Edgar Jones avrebbe poi pubblicato con i Big Kids incidendo uno dei dieci singoli da salvare di tutto il rock inglese degli anni Novanta.  

Apparentemente dileguati nel nulla dopo l’uscita di quel capolavoro rough-beat gli Stairs continuarono in realtà a sconvolgere il loro suono elaborandolo così tanto da destabilizzarsi. Il secondo disco viene allora accantonato e la band si sfascia, per sempre. L’album, già pubblicato in poche centinaia di copie dalla Viper Records dieci anni fa col titolo di Who Is This Is,  viene ovviamente aggiunto in uno dei due dischi complementari della sontuosa ristampa Cherry Red: il crudo e crepitante R ‘n B stonesiano del debutto è diventato un budino allucinogeno dove galleggiano grumi di psichedelia, Northern Soul, Detroit-punk, hard-blues, prog-rock, echi di Move, Mayfield, Stones, Action, sciccherie barocche da Magical Mistery Tour, modismo da Magic Bus, vapori Hendrixiani e sevizie fetish da L.A. Blues.

Le chitarre si dilatano e si attorcigliano, Edgar spinge le corde vocali fino allo spasimo e fanno capolino fiati e flauti. Un suono che si celebra così tanto da auto-indursi alla eiaculazione (come nel solo Bonham-iano di Stop Messin’  o nella fellatio chitarristica di Happyland, NdLYS) ma che avrebbe potuto darci ancora quelle vibrazioni che invece ci vennero subito negate.

Che ne dite, pensate di essere in tempo per provarle adesso?

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

 

1313 MOCKINGBIRD LANE – “Have Hearse Will Travel” (Cacophone)     

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Non erano un’eccellenza della scena neo-garage degli anni Ottanta, i 1313 Mockingbird Lane. Ma era quel che restava, dopo che la “prima onda” dei vari Creeps, Miracle Workers, Unclaimed, Fourgiven, Sick Rose era stata spazzata via. Nel 1990 dunque “Have Hearse Will Travel” ha pochi rivali nel suo genere, tanto da potersi fregiare del prestigioso marchio Sundazed.  

Il “suo genere” è un infetto garage-punk corroso dal fuzz, solcato da un martellante Farfisa, pieno di riferimenti alla demenza dei novelty-records e degli horror movies di serie-B (il nome della band è l’indirizzo di residenza dei The Munsters dell’omonimo telefilm) e registrato su un semplice marchingegno ad otto-tracce, che i 1313ML non hanno finezze da aggiungere a quella mefitica bolgia di suoni approssimativi che strozzano le canzoni come un rampicante malvagio.

Uomini-lupo, auto da onoranze funebri, famigli decapitati, case infestate, pipistrelli e squartatori di second’ordine sono l’immaginario dentro cui sguazza(va) la band americana.

In pochi dunque si saranno accorti, ché di quel periodo non sono scomparsi solo i gruppi ma l’intero bacino d’utenza (stampa compresa), che il loro disco di debutto è stato adesso ristampato in grande stile: una bellissima versione su vinile schizzato di sangue con copertina apribile piena zeppa di storie ed aneddoti firmati da ogni singolo componente della band e cartolina per il download delle bonus che se siete pigri trovate invece  comodamente sul formato CD: i singoli del periodo e il pezzo regalato a What Wave (Monkey Cage Girl, Egyptian Caravan, Queen Bitch, Things Are Different Now) e un paio di superflue versioni alternative di Blood on the Moon e di Ooga Booga Baby.  

Dunque se vi piace quel piccolo mondo perverso dove il raccapriccio è sinonimo di festa, fatevi sotto. Qualcuno qui reclama la vostra pala.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE MURLOCS – Old Locomotive (Flightless)

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Il fischio della locomotiva annuncia l’entrata in stazione del treno dei Murlocs, al rientro dal suo terzo viaggio.

Per chi non lo sapesse ancora i Murlocs sono la riduzione a minimo comune multiplo dei King Gizzard, dediti ad un suono più “domestico” e contenuto che svolazza dalle parti di una psichedelia di impronta garage e che, soprattutto vocalmente, esibisce chiare ascendenze glam. Per questo chi segue appassionatamente le dimensioni monoaurali di un personaggio come Ty Segall con tutte le sue variabili potrebbe amare i Murlocs più di quanto possano farlo i fans del gruppo madre.

Le canzoni di Old Locomotive non sono mai macilente come quelle delle garage-band che dettano legge in materia oggigiorno (diciamo da quando qualcuno ha messo i fondoschiena degli Allah-Las sul trono) e neppure filologicamente aderenti alle matrici originarie del suono beat-punk. Cosa che potrebbe permettere ai Murlocs di raggiungere un inaspettato numero di ascoltatori e di piegarli al loro volere, un po’ come fecero i Dandy Warhols venti anni fa.

Di certo al prossimo arrivo in stazione ad attenderli sulla banchina ci sarà molta più gente di quella che affollava la fermata a questo giro.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE THINGLERS – The Thinglers (Area Pirata) / BARMUDAS – Rock the Barmudas (Area Pirata) / BRIAN JAMES – Too Hot to Pop (Easy Action) / LOVELAND – Strange Charms/Web of Sound (Hound Gawd!)

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Basterebbero i nomi di Ugly e Vetriolo per far rizzare i capelli, sempre che siano rimasti, ai cultori del neo-garage italiano. Rispettivamente organista e vocalist dei Woody Peakers di Pordenone, sono i due veterani reclutati tra le fila di questa nuova meraviglia chiamata The Thinglers, al debutto assoluto sotto l’egida dell’Area Pirata. Il loro EP d’esordio è urticante come una lastra di ghisa esposta alla fiamma viva. Favolose le cover di Hangin’ Out dei texani Blox e di Come On degli australiani Atlantics che aprono le due facciate come tesissimi fil di ferro che ci riportano al cuore delle teen-bands degli anni Sessanta. Dei due pezzi originali a spiccare è la breve, spasmodica Without You che dice in soli due minuti tutto quello che tante band provano a dire parlandosi addosso per tre quarti d’ora.    

Altro debutto assoluto è quello dei Barmudas, naturalizzati toscani che viaggiano dentro un turpe suono da glam-rock proletario. Immaginate il rock ‘n’ roll delle New York Dolls privato di ogni piuma e ripulito da ogni lustrino e suonato per camionisti e bikers invece che per i vip dei locali underground. Il suono è asciutto e povero: una chitarra, un basso, una batteria e una voce. Non ci sono seconde chitarre o tastierine a sistemare il make-up. Perché qui, come dicevo, di trucchi non ce ne sono e non ce ne servono.

Colpito dalla morte di Chuck Berry, Brian James ha pensato che fosse il caso di pagare omaggio al Maestro incidendo una sua canzone. Il pezzo scelto è Around & Around, la prima delle quattro canzoni di quello che, una volta in studio, è diventato un tributo non solo a Berry ma ad alcuni dei suoi “vizi” preferiti dall’ex-Damned negli anni in cui decide che imparare a suonare la chitarra avrebbe in qualche modo potuto salvargli la vita. Ecco così arrivare Long Tall Shorty, Route 66 e Livin’ Doll a tenere compagnia ad Around & Around che, alla fine dei giochi, si rivela la cover più debole del lotto. Se la conclusiva versione di Livin’ Doll di Cliff Richard è risolta come una sorta di ballata da dublinesi ubriachi, i restanti tre brani suonano piuttosto come un omaggio ai Dr. Feelgood: un tronco d’albero su cui sono incisi con un temperino i nomi sacri del rock ‘n’ roll.

Tornata tra i ranghi dei Fuzztones dopo l’impegnativo ruolo di mamma seguito alla nascita di Twila May Protrudi, Lana Loveland trova il tempo per registrare anche un paio di canzoni (preludio, pare, ad un nuovo album) con la band di cui è titolare e che vede il marito Rudi impegnato nel ruolo di bassista e il fido Lenny Slivar in quello di chitarrista. Strange Charms e Web of Sound giocano sugli assi fuzztonesiani della psichedelia un po’ macabra che è tanto cara alle due band con spruzzate di organo Farfisa e di fuzz-guitars ad imbrattare tutto, ben sapendo che è là dentro che voi andrete a frugare, non potendo frugare tra le mutandine della Sig.ra Protrudi.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

AA. VV. – Just a Bad Dream (Cherry Red)  

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Un viaggio nel “brutto sogno” inglese degli anni Ottanta. Che era il sogno di riaccendere il furore mistico delle garage-band degli anni Sessanta, in qualunque modo possibile. Sono Lenny Helsing dei Thanes, Vic Templar e Mike Spenser dei mitici e sotterranei Cannibals (che per l’occasione regala uno dei pezzi più rari del suo gruppo, rendendoci oltremodo contenti NdLYS) a guidarci in questo viaggio che dista da noi più di quanto lo fosse quello delle band che avevano ispirato le sessanta formazioni raccolte su Just a Bad Dream.

I nomi sono quelli che molti dei miei lettori hanno sicuramente incrociato attraversando quel decennio, poi magari perdendoli di vista distratti da un culo più sodo, da un paio di cosce meglio scolpite e che però a vederli qui uno di seguito all’altro qualche brivido, fosse anche di nostalgia, lo suscitano eccome: Jesus and Mary Chain, Playn Jayn, Prisoners, Cannibals, Barracudas, Mighty Caesars, Sting-Rays, Inmates, Biff Bang Pow!, Margin of Sanity, Green Telescope, Aardwarks, Milkshakes, Dentists, Meteors, Surfadelics, Beatpack, King Kurt, Thanes e decine di altri teenagers infatuati che avevano trovato nelle cassapanche degli zii centinaia, migliaia di piccoli gruppi avvinghiati alle tette del rock ‘n’ roll e che ora lo rivomitavano come schizzi di sperma lungo tutta l’Inghilterra. Sporcando anche i nostri beatle-boots e i nostri pantaloni a sigaretta che ora come loro indossiamo con molta meno disinvoltura.

Un brutto sogno. Un cazzo di brutto sogno.

Magari avercene ancora però….

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

TH’ LOSIN STREAKS – This Band Will Self-Destruct in T-Minus (Slovenly)  

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E chi ci sperava più in un nuovo disco dei Losin Streaks? Sono passati quasi quindici anni da quella che sembrava l’unica eiaculazione della band di Sacramento. Un tempo infinito.

Eppure, a sorpresa, ecco qui il seguito a quel debutto che a quello non ha nulla da invidiare.

Pezzi come Genevieve, My Disease, Too Late, (This Man Will Self-Destruct in) T-Minus, Order of the Day, You Can’t Keep a Good Man Down dei Jagged Edge, Trouble You Find con le loro spavalde pennate alla Pete Townshend sotto anfetamina ci scuotono dal torpore autunnale come sferze di legno sui rami.

Garage-sound tossico e arrogante.

Progenie malata del teen-punk più veemente e debosciato, i Losin Streaks sono tornati per farvi tremare le pareti di casa e far stramazzare al suolo la vostra collezione di dischi post-rock che attecchiscono come funghi sui vostri scaffali.

È meglio vi mettiate col culo addossato al muro, nel tentativo di salvare loro e voi medesimi.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro