PISSED JEANS – “Why Love Now” (Sub Pop)  

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L’incapacità di suscitare attenzioni incattivisce, dando energia cinetica ad una vite senza fine di odio e violenza. E così i Pissed Jeans, che sono forse la più pericolosa mina inesplosa del rock del nuovo secolo, diventano via via più cattivi. Dentro il loro nuovo disco sembra agitarsi l’anima inquieta di uno stalker, di un maniaco sessuale,  di un killer seriale. Il titolo è una domanda senza punto di domanda. Una domanda che contiene già la risposta. E la risposta è quella che tutti immaginiamo da un gruppo di degenerati figli di rednecks come i Pissed Jeans. Un amore prosciugato da qualsiasi emozione, come loro stessi dichiarano lungo questa dozzina di canzoni oscene, rantolanti, misogine. Che è quello che, fuori da Famiglia Cristiana, riempie le cronache dei nostri giorni, che aleggia nei social, che muove il mondo.

La musica di “Why Love Now” è animata da una furia cieca, vorace e convulsa. Una annichilente devastazione del giardino della bellezza. Il soffocamento costante, coatto di ogni suo germoglio.

Canzoni come sofferenza fisica. Un ascolto che è a sua volta sofferenza uditiva rigenerante e ripugnante allo stesso tempo.

Come nei primissimi dischi dei Jesus Lizard, come nei dischi neri dei Black Flag.

Come quando hai le stipsi e chiami tutti i santi di cui ricordi il nome stringendo i denti.

E nessuno di loro ha voglia di aiutarti.

E caghi sangue.      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LAUGHING HYENAS – You Can’t Pray a Lie (Touch & Go)       

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I Laughing Hyenas di Detroit furono il perfetto prototipo di quelle band che una volta dilaniati gli ultimi brandelli del corpo punk avevano iniziato a dissotterrare le ossa del blues messe da parte per quando non ci sarebbe più stata carne da sbranare. Alla fine degli anni Ottanta, quelle condizioni si erano verificate e la nausea che montava dentro la scena hardcore Americana avrebbe generato un disgusto ancora più efferato, fino a produrre i conati di vomito del cosiddetto post-hardcore, di cui i Laughing Hyenas furono in qualche modo “inventori”, del decennio seguente. Perfetto, per quanto disgustevole, punto di unione tra il blues sfigurato di Birthday Party e Beasts of Bourbon e le lacerazioni farneticanti di Jesus Lizard e Rapemen. Un suono che è un cumulo di scorie metalliche e una voce che è tormento e supplizio, l’urlo ferale di chi non riesce a placare i propri desideri e neppure ad espiare le proprie colpe, di chi nella soddisfazione dei propri bisogni vede una devastante e feroce tribolazione più che un rasserenante senso di appagamento. I figli del Vietnam hanno una foresta devastata dall’Agente Arancio dentro di se e ora ne cantano il deserto.

Dannazione da dannazione.

Pena da pena.

Sofferenza da sofferenza.

 

Franco “Lys” Dimauro

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NAKED CITY – Torture Garden (Shimmy Disc)  

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Spingersi oltre. Varcare la soglia dell’udibile. Rifare tutto da capo. Centrifugare tutto l’udibile e renderlo inudibile, estremo, inavvicinabile. Pochi si sono spinti oltre i recinti del giardino delle torture con cui John Zorn sposta i confini del free-jazz sodomizzandolo con vergate grindcore e thrash metal sperimentando un museo degli orrori oltre il quale era impossibile andare. Come infilare le mani nel cestello del Bimby, a lame azionate. Un lavoro dalla violenza inaudita e parossistica che porta il gusto perverso del macabro a livelli insostenibili, con quarantadue canzoni che schizzano sulle pareti come brandelli di carne e grumi di sangue ancora caldo.

L’amore di John Zorn per le musiche noir che aveva acceso la scintilla dei Naked City era stato completamente devastato dalla nuova passione per il grindcore di band inascoltabili come Boredoms e Napalm Death. Dei primi, per dare sfogo alla nuova perversione che gli tormentava la mente, aveva assoldato il “cantante” Yamatsuka Eye e gli aveva chiesto di urlare mentre tutto attorno a lui sembrava esplodere in un assalto da Arancia Meccanica.

E così era stato. Ventidueminuti e mezzo di agonia. Che possono sembrare un tempo brevissimo. E che invece sembrano non finire mai.

Quando la band si presenta negli uffici della Nonesuch portando un sacco con quelle quarantadue frattaglie in cui avevano sezionato il corpo e le interiora del jazz e del metal, il boss dell’etichetta richiude quella bisaccia inorridito, cacciando via quei sei dementi seriali. Il disco uscirà alla fine per la Shimmy Disc, salvo essere ritirato dai negozi perché accusato dalla Committee Against Anti-Asian Violence di deviare, a causa dello scatto di copertina e delle altrettanto esecrabili ed estreme “immagini” di bondage, eiaculazioni devastanti e deviazioni necrofile e coprofaghe che compongono la scioccante sequenza delle polaroid di dolore dell’album, l’immagine degli asiatici e di alimentare fobie razziste.

Poco importa. Torture Garden resta ancora oggi uno dei più aberranti documenti di psicopatologia criminale che siano mai stati scritti.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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