SURGERY – Nationwide (Amphetamine Reptile)  

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Nel 1990 i Mudhoney non pubblicano nessun disco.

Esce però l’album d’esordio dei Surgery, il disco capace di flettere il grunge fangoso della band di Seattle dentro il forno blues, forgiando dei mascheroni  grotteschi del tutto simili a quelli prodotti nelle officine australiane dei Beasts of Bourbon. Aperto da un “errore” funky-metal rivoltante più nei risultati che nelle intenzioni, Nationwide è uno dei tanti preziosi pozzi scavati della Amphetamine Reptile per far sgorgare il rumore di un’intera nazione. Da lì verranno fuori geyser di vapori malsani come Unsane, Cows, Helios Creed, Lubricated Goat, Killdozer, Helmet, God Bullies fra gli altri, poi in parte risucchiati dalle avide fauci delle major come accadrà anche ai Surgery un paio di anni prima della morte del loro cantante, lo stesso che qui si contorce sotto il demone del rock ‘n roll, in una sconfinata  parodia di riff trascinati nel fuzz, come se di quello e nient’altro che quello fossero state piene le paludi del sud, colmando la distanza tra Seattle e Sydney, nell’unico modo in cui era possibile.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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HATER – The 2nd (Burn Burn Burn)

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La prima cosa di cui ti accorgi è come, nonostante siano passati più di dieci anni, The 2nd azzeri subito le distanze da quel debutto per questo side-project per Ben Shephard (Soundgarden) e John McBain (Monster Magnet). E infatti si tratta di registrazioni risalenti al 1995, talvolta con un missaggio davvero precario (Otis & Mike) anche se sono il suono pastoso dei chitarroni semiacustici e la voce calda, misurata di Ben a emergere ancora una volta, in questa estrema legittimazione del retro-rock alla T. Rex. È di fatto questa forza implosa che scorre latente nella loro musica a fare degli Hater una band dal fascino retrò potentissimo che si rivela in poderosi stomp infettati di protogarage alla Mudhoney come Downpur at Mt. Angel o Feversaint. Per chi conserva ancora i ricordi della Seattle centro del mondo, un obbligo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BORED! – Negative Waves (Dog Meat)  

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Mazzate.

Un muro di chitarre più alto di quello di Ace of Spades. Più compatto di quello di Raw Power. Più ripido di quello di Radios Appear.

Negative Waves è uno dei dischi più feroci tra quelli usciti dalle terre australiane. Un album in grado di saldare tra loro i tubi metallici dell’hard-rock locale (AC/DC, Buffalo, Rose Tattoo) con le impalcature punk dei cantieri australiani di Saints e Radio Birdman. Un azzardo che altrove (Seattle, ma pure la California di Queens of the Stone Age e Miracle Workers) farà la fortuna di tanti e che in qualche modo rivoluzionerà, semplicemente miscelandone qualche ingrediente, il ricettario del rock.

Non così per i Bored! che continueranno, anche molti anni dopo, a pisciare nella loro latrina senza che nessuno venisse a bussare.

Negative Waves, primo e travagliato (sei mesi di registrazione per un disco sanguigno come questo sono un’eternità) album per la formazione di Geelong, è un disco tossico e dannoso. Impetuoso e assordante. Costruito col proposito di fare del male, di scivolare dentro lo stomaco dopo aver perforato i timpani. Un disco ferroso, metallico.

Un primogenito partorito dentro un altoforno.

Con i colleghi metalmeccanici che si improvvisano ostetrici e raccolgono la placenta dentro gli elmetti, mescolandola col fiele. Brindando al nascituro.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TAD – God’s Balls (Sub Pop)  

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L’epitome del grunge. Quello vero, laido, teso e pesante.

Pesante, si. Come le palle di Dio.

Pesante come Tad Doyle, il Jack Black del grunge.

Il macellaio che suona la chitarra come una mannaia.

L’americano medio. L’antidivo per eccellenza in una scena che senza volerlo ha già un suo codice, anche estetico. E che a quel codice si costringerà ad attenersi una volta istituzionalizzato il canone e sdoganato al grande pubblico della moda grazie al fisico smunto di Kate Moss.

Musicista per diletto, per ingannare il tempo aspettando il sangue dei buoi secchi sul suo camice.

Capace però di tirare su un disco come questo God’s Balls dove di sangue ne cola ancora, come dentro la sua macelleria.

E lui lo raccoglie in taniche di metallo, e ci picchia sopra e ne prova piacere.  

Davanti a lui un popolo sta ad aspettare proprio quella musica incrostata di metal, punk e piccole scorie industriali. Magari non la sua, che non è carino farsi vedere con la foto di un ciccione sul diario. Ma è lì proprio per quella musica lì. Solo che non lo sa ancora.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MOTORPSYCHO – Black Hole/Black Canvas (Stickman)  

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La (apparente) pausa discografica tra It’s a Love Cult e Black Hole/Black Canvas porta a risultati prodigiosi. Nel frattempo Håkon Gebhardt ha modo di annoiarsi e lasciare il posto vacante, un “buco nero”. Black Hole/Black Canvas è pertanto l’unico lavoro del terzetto norvegese a non essere registrato in trio.

Ma, nonostante le premesse infauste, è un disco che riporta i Motorpsycho ai fasti del decennio precedente e scioglie gli zuccheri dei dischi che lo hanno preceduto in un (nuovamente) vigoroso impasto di acidi psichedelici e hard-rock proteinico.

Tecnicamente si tratta di un ottimo compromesso tra il furioso grunge dei dischi degli anni Novanta e la visione pop degli ultimi lavori, con l’obiettivo focalizzato sugli elementi chiave della forma-canzone (riff, ritornello, melodia, assolo) piuttosto che sulle sovrastrutture di sostegno e sul climax d’insieme riuscendo quindi a trovare un abilissimo equilibrio fra i due tipi di approccio.

Un doppio album che regala all’antologia della band alcuni tra i passi più memorabili del già fittissimo canzoniere: gli intrecci Sonic Youth di No Evil e Kill Devil Hills, le cavalcate hard raggrinzite come un lenzuolo grunge di Hyena e The Ace, gli spasmi di In Our Tree e L.T.E.C., il brutale passo Blue Cheer di Coalmine Pony, la ballata alla Dinosaur Jr. di With Trixeene Trough the Mirror, I Dream with Open Eyes, la fuga chitarristica di Before the Flood. Concepito senza troppa autoindulgenza, pensando più ad illustri precedenti altrui come Daydream Nation e Zen Arcade che ai propri, Black Hole/Black Canvas diventa la nuova vetta da cui i Motorpsycho guardano il mondo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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ANUSEYE – Anuseye (Interbang)

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Se per assurdo nascessero gli Screaming Trees italiani voi che fareste?

Continuereste a farvi le pippe con le stronzate che passa Virgin Radio o comincereste a far drizzare quel che da un po’ vi serve solo per assicurare lo stipendio all’urologo?

Cominciate a porvi il quesito e andiamo avanti.

C’erano una volta i That’s All Folks!. Italianissimi solo per il censo.

Erano gli anni del riflusso grunge e del tormentoso fiume di lava stoner.

I T.A.F.! erano tra i più credibili gruppi del periodo, con due album incredibili su Beard of Stars, un mini su Toast e altra roba minore. Una storia che sembra(va) finita ma che lo scorso anni ci regala (a me, voi dovrete andare a comprarlo, NdLYS) un 7″ diviso con il pulcino che da quella covata è venuto alla luce: Anuseye.

Tra di loro Claudio e Luca vantano dei trascorsi nella seminale band barese.

Al motore ritmico ci sono Antonello Carrante e Michele Valla.

Il pezzo è Fine Needle, un serpente velenoso che mangia e caca bocconi acidi.

Lo ritroviamo ora in apertura della seconda facciata di un disco maestoso che meriterebbe ben altre vetrine che non quella che gli può garantire un mascalzone come me. E neppure un mascalzone ancora più grande come quello che Massimo Gurnari ha intrappolato in copertina.

Claudio Colaianni ha una voce fortemente espressiva perennemente impostata sui toni medi e caldi che furono del giovane Lanegan, pur sfuggendo ad ogni facile tentazione di emulazione.

Sotto passano le spirali ipnotiche di chitarra e basso, a volte coadiuvate da una distesa soporifera di synth (la All Is In Your Eyes figlia dei Monster Magnet di Tab) o da un picchiettio stoogesiano di piano (The Betrayal) che sottolineano la volontà della band pugliese di privilegiare il canale ipnotico per entrare nella mente degli ascoltatori pur senza disdegnare la scelta di affidarsi a melodie dolorosamente evocative (The Girl at the Corner of My Heart, Head, Still, Song for the Trees) che in passato furono il regno dominato da Black Moses, Masters of Reality, QOTSA e Screaming Trees e che ora gli Anuseye lambiscono con la sicurezza delle proprie capacità espressive.

E così si torna alla domanda di partenza.

Nel frattempo, cosa avete deciso di fare?  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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FOO FIGHTERS – Foo Fighters (Capitol/Roswell)  

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Nel 1994 la storia dei Nirvana si chiude tragicamente con una pistola.

Solo pochi mesi dopo, la storia discografica dei Foo Fighters di Dave Grohl si inaugura con un’altra pistola. Un disintegratore molecolare come quello usato da Buck Rogers e prodotto su scala industriale esattamente sessanta anni prima.

La scelta appare indelicata e offensiva, in un mondo che vuole trovare a tutti i costi il colpevole della morte di Kurt Cobain, crocifiggendo a turno tutti coloro che gli sono stati vicini, senza accettare il fatto che Kurt volesse fuggire in primo luogo da se stesso. Sperando che tutti quanti, Courtney Love, Novoselic e Grohl in primis avessero il buongusto di starsene zitti, a scorrere il proprio rosario di sensi di colpa.

E invece, eccolo lì, l’irrispettoso Dave Grohl pronto a pubblicare, tutto da solo, il disco che dissotterra la salma di Nevermind, la disinfesta dai parassiti Cobainiani e rimette in esposizione in una posa più rassicurante. Come se niente fosse accaduto. Come se il rock avesse davvero deciso di andare avanti nonostante tutto. Come se tutto potesse essere bello, e non solo disperato.  E così sarà, nei fatti. Dave avrà salva la vita, grazie ai Foo Fighters. E si continuerà a cantare le canzoni di sempre senza avere davanti agli occhi l’immagine ingombrante di quel biondino che non riusciva proprio ad essere felice.

Foo Fighters è il disco necessario per sopravvivere. Anche a se stessi.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro