LUCYFER SAM – Lucyfer Sam (Area Pirata)  

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Non so se lo siano. Ma ai Lucyfer Sam piace fare gli ubriaconi. Quelli che vomitano per strada. E tu gli passi accanto e ti scatarrano addosso. E ti fanno le boccacce. E ti bestemmiano dietro. Quello che fanno in strada, lo fanno anche in studio, mettendo su un disco dove ti sembra di incontrare i Beasts of Bourbon o gli Ants di Adam Ant che hanno esagerato con le pinte di birra. O BBQ che mendica per una bottiglia di quello buono. O i Violent Femmes che stanno per chiudere il loro spettacolo di canzoni di strada. O i Popes che si sono persi Shane McGowan e brindano al suo rientro. O, se non affretti il passo, può capitarti di avvertire il crepitio sinistro dei Not Moving (Snake) o dei Twin Guns (Jungle).

Un disco piacevolmente alticcio, fatto da gente che, nonostante i trascorsi (Cannibals, Killer Klown, Ray Daytona and the GooGooBombos) non ama prendersi troppo sul serio e, ridendo e scherzando, mette fuori un album mica male.

Uno di quelli che non ti annoi.

Che non ha un pezzo uguale all’altro e di certo dentro ce ne trovi uno che ti piace.

Ah! Giusto! “E Barrett?” vi starete chiedendo?

Non c’è. “Non sta bene. Ha preferito rimanere in albergo”, ancora una volta.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LES NEGRESSES VERTES – Mlah (Delabel)

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Dentro il Louvre, il museo d’arte parigino, è custodita la Mona Lisa.

Uno dei più alti esempi di perfezione artistica.

Entri e lei ti guarda. E credi stia guardando proprio te.

Poi c’è un’altra Gioconda, molto più esotica e kitsch.

La dipinge nel 1950 Vladimir Tretchikoff ispirandosi a una ragazzina cinese che l’artista ha incontrato in un ristorante di San Francisco.

Il pittore russo appronta lo schizzo, poi va torna nel suo studio e dipinge la faccia di verde. Una cinese dalla pelle verde.

L’avrete vista di sicuro appesa alle pareti in qualche puntata dei Monty Python o su Frenzy di Hitchcock.

E’ un quadro che starebbe bene in una vignetta di Corto Maltese e che a molti sembra ridicolo, compreso un gendarme parigino.

Così che quando sente questo gruppo di cenciosi buskers dalle barbe ispide che suonano le loro canzoni ubriache ai bordi di una strada parigina si avvicina e li apostrofa “Ehi voi, vagabondi! Sembrate delle negrette dalla pelle verde”.

Loro che non sanno cosa sia il razzismo, lo guardano e ridono.

Imbracciano le chitarre, danno fiato alle trombe, comprimono l’aria nei mantici delle fisarmoniche e tirano fuori una canzone intitolata La Danse Des Nègresses Vertes.

È quello il battesimo delle Negre Verdi, la miglior band francese degli anni Ottanta.

Hanno le facce da straccioni ma vestono in cravatta e gilet.

Hanno i capelli impomatati ma se aprono la bocca si vede che disertano il dentista da almeno dieci anni. E se la aprono, si sente anche che non bevono solo acqua.

Metà zingari e metà punk.

Emarginati.

Negri con la pelle verde.

Quando finiscono in studio per registrare il primo album si portano dietro le canzoni che hanno imparato a suonare per strada, come avevano fatto le Violent Femmes a Milwaukee. Un altro nome declinato al femminile, guarda caso.

Canzoni che odorano di risacca di mare, di sbronze, di anarchia, di balli zigani e sagre paesane, di valzer ebbri e di banlieue dove l’immondizia vola come aeroplanini di carta e i bambini imparano troppo presto sperando di dimenticare in fretta. Mlah (tutto bene) ci porta in dono questa Francia colorata eppure imbevuta di malinconia, questa Parigi incrostata di ruggine e sprofondata nel muschio di una Senna troppo stanca di portarsi dietro il dolore di tanta gente sperduta sotto la collina di Montmartre.

Un disco dove il dolore e la poesia metropolitana ballano su un carro allegorico sparando coriandoli, confusi tra la pioggia.  

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Les Negresses Vertes_Mlah