THE LINK QUARTET – Minimal Animal (Soundflat)  

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Il Link Quartet deve aver perso il mio indirizzo, infatti non mi manda più i suoi dischi. La Soundflat del resto ormai da anni si è piegata alla distribuzione di promo solo in formato digitale, finendo automaticamente nello spam della mia casella email.

Ecco spiegato perché questo Minimal Animal l’ho ascoltato con quasi due anni di ritardo, trovandolo per puro caso. Se il sette pollici che lo aveva preceduto di qualche mese mi aveva lasciato parzialmente scontento (forse per una mia colpevole mancanza di empatia con le voci femminili, salvo qualche eccezione), questo Minimal Animal mi ha conquistato dal primo ascolto. Il ritorno alle forme puramente strumentali giova alla scaletta ed è la formula efficace per mettere in risalto il virtuosismo incredibile dei musicisti del quartetto guidato da Paolo Apollo Negri. Senza mai eccedere negli sbrodolamenti ma curando ogni minimo dettaglio, scegliendo accuratamente ogni nota e ogni spazio sonoro il quartetto orgoglio dell’Hammond-beat nazionale non sbaglia un colpo: Coquette, Hippo-Tize Me, Owl Train, Crime Squid, Gnu York, Black Bug, Bear Walk, Disco-Tize Me, Voodoo Kangaroo sono bellissime già dai titoli, uniche parole concesse a noi ascoltatori (nel caso di Black Bug le uniche due che ci è permesso di ascoltare, NdLYS) che stringiamo tra le mani questo prezioso scrigno di musica che meriterebbe di riempire il vuoto che avvolge come un sudario le nostre strade.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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PSYCHOMOTOR PLUCK – Kill Your Lunch (autoproduzione) 

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Che gli Psychomotor Pluck, leggenda underground senese degli anni Ottanta, continuassero a suonare dal vivo e a registrar dentro qualche sperduto studio della loro terra lo vengo a sapere una mattina di Marzo del 2019, direttamente sul mio whatsapp e direttamente da loro.

Chiedo le prove.

E le prove arrivano.

La più schiacciante si chiama Kill Your Lunch, autoproduzione registrata al Casino di Siena nel 2015 mentre Babbo Natale faceva la messa a punto alla sua slitta.

Della partita ci sono Al Mitchell al basso e Daniele Bolognesi detto Il Pulce alla voce/chitarra (i reduci), Roberto Migliorini all’altra chitarra, Alessandro Dionisi alla batteria, Matteo Addabbo (dell’omonimo Trio jazz) all’Hammond e un paio di comparsate alla seconda voce e all’armonica da parte di Silvia Bolognesi e Nicolas Beaugunin.

È proprio il suono dell’Hammond la pregiudiziale che sposta l’asse del sound dei Psychomotor Pluck che ricordav(am)o accostandolo a quello dei Prisoners omaggiati qui in due interpretazioni riuscite tanto quanto quella conclusiva alla Ain’t No Square dei Creeps. Occorre dunque riadeguare la nostra memoria: quella miscela metallica che importava polveri pesanti dall’Australia e dagli scarti di Detroit si è inglesizzata (che l’organo Hammond fu, malgrado il suo certificato di nascita e i sermoni jazz di Jimmy Smith, affare soprattutto inglese) e ha cambiato amalgama.

Un po’ come se alla sua dentatura canina avesse aggiunto due premolari d’avorio, continuando a mordere.

Il risultato è un disco coi controcazzi, col suono che gronda dalle casse (il tecnico del suono del resto è Griffin Alan Rodriguez, uno che sa come tirare fuori il groove anche da un assorbente usato, NdLYS) laddove il loro album di debutto si arrabattava in un piattume che impediva al gruppo di prendere il volo e che si riannoda, ravvivandola, alla tradizione underground toscana di band impetuose come Pikes in Panic e Boot Hill Five.  

Religious Game, An American Mith, Alma & Ulisse Minor Blues, The Truth & the Illusion, Kill Your Lunch, Underground Down the Town ci riconsegnano a sorpresa una band lucidissima e capace.

E io sono orgoglioso di averlo scoperto.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

LONDON UNDERGROUND – Four (Musea)  

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I London Underground sono da sempre il progetto dell’Hammondista Gianluca Gerlini. Da quando Daniele Caputo si è fatto da parte lo sono ancora di più. Perché, una volta diventata in toto una band strumentale per il Gerlini le distanze da coprire con il suo attrezzo da lavoro sono diventate immense. Purtroppo lo sono diventati anche i tempi di gestazione, tanto che questo quarto album arriva a nove anni dal precedente.

Four è dunque il trionfo del suono-Hammond, cui la sezione ritmica (torna in formazione Stefano Gabbani, l’altro ex-Standarte già presente nelle session del bellissimo Through a Glass Darkly) presta il suo ottimo contributo senza concedersi spazi artistici individuali, anche se sono i momenti in cui i dialoghi con gli altri strumenti si fanno più serrati (Three Men Job o What I Say, per esempio) che l’opera acquista un dinamismo .

Dunque se siete fedeli e devoti al Dio-Hammond e delle tastiere vintage (c’è anche molto Fender Rhodes dentro le dieci tracce del terzetto italiano) il ritorno dei London Underground sarà una di quelle robe che consoliderà la vostra fede.

Superfluo dire che questa musica non è destinata invece a scalfire chi è alla rincorsa frenetica dell’ultima sensazione in fatto di suoni e tendenze musicali. La band è protetta da una bolla temporale di chiara impronta seventies, ovvero quel periodo storico in cui l’audacia del prog bianco era pari a quella della scena jazz contemporanea e che è condivisa soprattutto da chi ha anagraficamente la stessa età dei musicisti coinvolti. In questi campi i London Underground hanno davvero pochissimo da dover dimostrare, per le indubbie capacità tecniche (indispensabili, per il target prefissato) e per la perizia con cui riescono a replicare le alchimie e gli esperimenti da laboratorio fusion di quegli anni avvalorata dalle esecuzioni impeccabili delle cover d’ordinanza (dai Marc 4 ai Trinity).

Se amate le pop-song da canticchiare mentre scongelate le buste dei surgelati o i bit elettronici della trap, vi verranno le verruche. E non sarebbe male, come punizione.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE PRISONERS – A Taste of Pink! (Own-Up)  

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Malgrado sia diventato negli anni uno degli Hammond-heroes più richiesti e i Prisoners stessi ne abbiano costituito in qualche modo la sua prima palestra, quella su cui James Taylor poggia le dita sui primi due dischi dei Prisoners, a dispetto di quello che qualche mediocre guida sul garage vi dirà, non è altro che una tastiera Casio. Il groove è tuttavia identico a quello di un Georgie Fame. Il suo ingresso tra le fila della band, agli inizi del 1982, avrebbe dato ai Prisoners quel mood distintivo di cui la loro demo incisa pochi mesi prima come terzetto era priva, creando lo scarto decisivo dalle altre band provenienti dalla medesima area del Medway.

Inciso in due domeniche di fila, A Taste of Pink! rivelò a tutta l’Inghilterra quello che prima era un tipico prodotto dell’area suburbana di Londra e che diventerà una delle più grandi lost-bands degli anni Ottanta. Un disco ancora crudo, in cui le influenze di Jam e Pretty Things si stanno coagulando in un prodigioso intruglio di rock elettrico, beat e anima nera che li avrebbe imposti come la più grande mod-oriented band del decennio, alla ricerca di una formula unica modellata su riferimenti estetici e musicali ben precisi: Small Faces, Spencer Davis Group, la Stax, l’Hammond-beat, la psichedelia hard dei tardi Sixties, Jimi Hendrix, tutto litografato e impresso su un beat dinamico dal taglio garagistico.

Per onore di cronaca, A Taste of Pink! viene registrato quasi per uso personale, in sole 500 copie, giusto per documentare un periodo che sembra già destinato a finire, visto che in autunno James Taylor ha già deciso di lasciare i compagni per riprendere l’attività di studente a tempo pieno presso la Sir Joseph Williamson’s Math School di Rochester.

L’inaspettato successo del disco, venduto al banco della Rough Trade e a qualche concerto, riporta però James Taylor sulla retta via. I Prisoners si ricompattano per incidere, non prima di aver debuttato ufficialmente a Londra, di spalla ai Barracudas, quello che dovrebbe essere  il loro capolavoro. E che invece non lo sarà.          

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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THE PRISONERS – TheWiserMiserDemelza (Big Beat)  

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Mi sono sempre piaciuti quelli che io chiamo i party-albums. Dischi che puoi mettere in diffusione mentre con gli amici dai fondo alla tua resistenza all’alcol e alla salsa tonnata, senza darti pensiero di dover girare disco. TheWiserMiserDemelza è uno di questi dischi. Avendo gli amici giusti, si intende.

È il periodo in cui, alle influenze tipicamente mod degli esordi (Small Faces, Kinks, Jam) la band sta provando ad innestare qualche variopinto influsso derivato dagli ascolti massivi dei dischi di Nice, Move, Deep Purple, Pink Floyd, Doors, Hendrix. La scelta di un titolo allusivo a quelle filastrocche psichedeliche tipo Aoxomoxoa ne è un chiaro esempio. Il suono ha però una dinamica molto moderna, tanto da essere considerato uno dei dischi essenziali per il baggy-sound dei primi anni Novanta.

A produrlo è Phil Chevron che nel 1985 entrerà tra le fila dei Pogues.

Ma le cose, dentro gli studi ICC, non andarono a gonfie vele. L’incapacità, a detta di Chevron, da parte di Graham Day di concentrarsi sulle parti vocali così come il rifiuto dello stesso di incidere la voce separatamente dal resto portò ad un compromesso non eccezionale: Graham Day avrebbe reinciso si le parti vocali ma sempre suonando la chitarra, ovviamente priva di amplificazione. Lungo tutto il disco è possibile, ad un orecchio attento, sentire lo strumming a vuoto che si riverbera sul microfono, creando un sottofondo ovattato non del tutto piacevole.

Nonostante tutto TheWiserMiserDemelza rivela un sound esplosivo e, nei pezzi scritti da James Taylor, una certa inclinazione al pop di maniera che farà il successo del suo Quartet qualche anno dopo, quando verrà acclamato come il Dio dell’acid-jazz inglese.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Instro Hipsters a Go-Go! (Psychic Circle)

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Peccato davvero che l’Italia, che proprio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta qui setacciati offrì alla musica strumentale un apporto fondamentale e di influenza storica grazie a nomi sempiterni come Ennio Morricone, Piero Umiliani, Riz Ortolani, Piero Piccioni, Bruno Nicolai o Goblin, sia stata quasi bandita da questo goloso buffet di prelibatezze strumentali e costretta ad essere rappresentata dai soli Paolo Tofani (con i due brani dal suo singolo del 1973 stampato come Electric Frankenstein per la Cramps) e dall’Orchestra di Armando Sciascia (quello che nei primi dischi di beat italiano trovate celato sotto il nome di Pantros e qui presente con un estratto dalla colonna sonora del telefilm I bugiardi, NdLYS). Una pecca veniale che tuttavia non scalfisce il piacere di solcare le onde di queste centoventitre delizie di svolazzanti organi Hammond, chitarre effettate, colorati sbuffi di trombe, mugugni di piacere, groove jazz, piccole caricature rocksteady, yè-yè silenziosi, residui da potature raga, effluvi psichedelici, passi mariachi, bhangra e carioca, ombre da spy-movie e piccoli luccichii argentei da science-fiction.

Un bagno rigenerante nella musica senz’altre pretese se non quella di tenerti compagnia e di scaldarti le spalle con una tovaglia di spugna intiepidita dai vapori.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MEN – Four Good Men and True (Heptown)

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The Men sono la Svezia che suona come la Swingin’ London.

Sono gli Small Faces che portano a spasso i loro cuccioli di coccodrillo per le strade ghiacciate di Stoccolma. Anzi, di Lund.

Che sta alla Svezia come la mia città all’Italia.

Estremo Sud e provincialismo diffuso.

Avevano già fatto un bel disco quattro anni fa che qui cagammo in pochi.

Ma pure uno ancora prima che non ho mai sentito.

Adesso tornano con la stessa formazione e stesso produttore di Return e una scorta di dodici pezzi nuovi di zecca. Che sono un amore di dolcezza retrò. Campanelline, chitarre misurate, hand-clapping, vocalizzi figli degli Hollies, carica Northern-Soul, organi Hammond, cembali e vibrafoni.

Magari la leziosità di Reflections potevano evitarcela, che avere classe non vuol dire frequentare quelle dell’accademia. Ma il resto ha ragion d’essere. E noi motivo di divertirci.

 

                                                           Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – The Men From O.R.G.A.N. (S.H.A.D.O.)

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Eleganza e coerenza sono doti della S.H.A.D.O. che non si discutono, e chi ama abbandonarsi alle frivolezze amarcord dell’estetica vintage sa che dentro al suo catalogo può trovarsi piacevolmente a proprio agio. Sicché anche questo nuovo lavoro non tradisce quanto promette, ovvero una full-immersion nella riscoperta della tecnologia analogica applicata stavolta ai tasti d’ ottone che, più che portarci indietro nel tempo, ci fa penzolare beatamente in una sorta di atemporalità fuori da ogni dimensione che non sia quella del puro piacere auricolare nell’esporsi a questa overdose di soffi Hammond, Vox, Farfisa, e Casio piegati al gioco di questi quadri di pop-art onirica e spumosa dai toni languidi e dilatati (con poche eccezioni: L’Argumentation con un Vox saltellante che pare uscito fuori da qualche inedita jam dei Doors, la discomusic da Via Veneto dei Papas Fritas, il rivolo minimal-disco di Gonzales, la divertente marcetta dei Sukia, NdLYS) che, quasi a voler sfidare le pieghe del tempo, ripesca pure dal passato perle di sonorizzazione di Nino Ropicavoli, Berto Pisano (scomparso, scherzi del destino, giusto due mesi prima dell’uscita di questo disco che ne sigilla il ricordo) e Martin Rev in un esperimento propedeutico al suo ormai prossimo “Suicidio”.

Bravissimi lì alla S.H.A.D.O., a fotografare i graffi e i graffiti di un’epoca che ha il suo fascino immortale.

                         Franco “Lys” Dimauro

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NO DEAL – Soul Picker’s Deal/These Things Kill (Gravedigger’s) / THE SCRUBS – Please Go Out/Hey Girl (Area Pirata) / THE LINK QUARTET – Quattro pezzi facili (Area Pirata) / BRAT FARRAR – Being with You That Night (Hound Gawd!)

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Arriva la primavera e, per non farmi trovare fuori forma, decido di far fare un po’ di flessioni al fedele braccio del mio piatto Technics. Come personal trainers scelgo un po’ di roba che mi è arrivata via posta negli ultimi due mesi.

I primi del lotto sono i No Deal, “nuova” formazione di Cagliari che in realtà nasconde due/quarti dei Rippers, il chitarrista dei Freaks e il boss della storica Gravedigger’s che qui impugna il basso con lo stesso approccio turgido e roccioso di Keith Evans e Cord Neal, perfettamente funzionale al caotico garage punk della band, dove tutto è ridotto al frastuono essenziale. Due canzoni belle maleducate suonate a metà manico, pisciando in egual misura sul giro di Do e sugli assoli di Satriani recuperando piuttosto il minimalismo catramoso dei Velvet e dei Punks di Detroit. 

Più scanzonato sembra l’approccio dei lodigiani Scrubs, che immagino a fare le boccacce come il giovane Koizumi. E che probabilmente farebbero le pernacchie a leggere le mie intuizioni. Due canzoni anche nel loro caso, con pioggia fuzz e grandine di maracas come ai tempi dei Primates.

Le atmosfere cambiano del tutto invece con il nuovo E.P. del Link Quartet che se hanno cinque facce in copertina significa che qualche novità c’è. E infatti le quattro cover servite in salsa italiana vedono l’ingresso in formazione di Silvia Molinari di cui onestamente non conosco i trascorsi artistici e che qui si dedica a cantare nella lingua di Dante dei piccoli classici di Blood, Sweat & Tears, Shockin’ Blue e Serge Gainsbourg. Ovvio, conoscendo di cosa è capace il quartetto, che ci si aspetti di azzardare un comodo parallelo con la Driscoll e i Trinity e tirarci fuori anche una simpatica “manovra” aritmetica. Recensione finita, e avanti il prossimo esercizio di fitness. Purtroppo così non è e malgrado il suono da giganti raggiunto dal Link, ormai in grado di padroneggiare retro-pop, funky, hammond-beat e prog con il medesimo altissimo livello di maestria, il lavoro mi pare meno caldo rispetto agli standard altissimi cui il “quartetto” ci ha abituato.

Per elettrizzarmi un po’ metto sul piatto di portata il nuovo singolo di Sam Agostino, alias Brat Farrar. Uno un po’ matto che si diverte a tagliuzzare i riff dei Wipers con una motosega a batterie. Un elettropunk che dà il meglio di sé su Feel This Way, con un bel ritornello anni Ottanta che farebbe gola a tante osannate new wave band in giro per il pianeta e che invece mi sa che ascolteremo in pochi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE PRISONERS – Rare and Unissued (expanded edition) (Big Beat)

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Nel 1988 Billy Childish pubblicò per la sua minuscola label questa raccolta a suggello della vicenda Prisoners e come perfetto supplemento alla loro discografia,  confermando il valore della band di Graham Day e giustificando il rispetto che il pubblico retrò aveva loro sempre tributato: “avanzi”, scampoli e rimasugli con cui tanti oggi confezionerebbero dei best-sellers. Demo, inediti e tracce dal vivo che documentavano la storia di uno degli acts più raffinati della storia inglese recente.

La sua copia digitale esce ora con qualche “ritocco” alla scaletta dovuto al fatto che nel frattempo l’intero catalogo è stato ristampato e alcune tracce sono andate a rimpinguare la lista di bonus che ne arricchivano la dotazione. Rare and Unissued si modifica quindi. E si allunga. Fino a raggiungere quota 22 brani tra cui qualche inedito assoluto riemerso dai fondali. Chi mi conosce sa che sono colpevolmente di parte davanti ad alcuni nomi e chi ha familiarità con la cura delle ristampe Ace può ben dedurre il resto.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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