THE PRISONERS – TheWiserMiserDemelza (Big Beat)  

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Mi sono sempre piaciuti quelli che io chiamo i party-albums. Dischi che puoi mettere in diffusione mentre con gli amici dai fondo alla tua resistenza all’alcool e alla salsa tonnata, senza darti pensiero di dover girare disco. TheWiserMiserDemelza è uno di questi dischi. Avendo gli amici giusti, si intende.

E’ il periodo in cui, alle influenze tipicamente mod degli inizi (Small Faces, Kinks, Jam) degli esordi la band sta provando ad innestare qualche influenza dagli ascolti dei dischi di Nice, Move, Pink Floyd, Doors, Hendrix. La scelta di un titolo allusivo a quelle filastrocche psichedeliche tipo Aoxomoxoa ne è un chiaro esempio. Il suono ha però una dinamica molto moderna, tanto da essere considerato uno dei dischi essenziali per il baggy-sound dei primi anni Novanta.

A produrlo è Phil Chevron che nel 1985 entrerà tra le fila dei Pogues.

Ma le cose, dentro gli studi ICC, non andarono a gonfie vele. L’incapacità, a detta di Chevron, da parte di Graham Day di concentrarsi sulle parti vocali così come il rifiuto dello stesso di incidere la voce separatamente dal resto portò ad un compromesso non eccezionale: Graham Day avrebbe reinciso si le parti vocali ma sempre suonando la chitarra, ovviamente priva di amplificazione. Lungo tutto il disco è possibile, ad un orecchio attento, sentire lo strumming a vuoto che si riverbera sul microfono, creando un sottofondo ovattato non del tutto piacevole.

Nonostante tutto TheWiserMiserDemelza rivela un sound esplosivo e, nei pezzi scritti da James Taylor, una certa inclinazione al pop di maniera che farà il successo del suo Quartet qualche anno dopo, quando verrà acclamato come il Dio dell’acid-jazz inglese.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Instro Hipsters a Go-Go! (Psychic Circle)

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Peccato davvero che l’Italia, che proprio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta qui setacciati offrì alla musica strumentale un apporto fondamentale e di influenza storica grazie a nomi sempiterni come Ennio Morricone, Piero Umiliani, Riz Ortolani, Piero Piccioni, Bruno Nicolai o Goblin, sia stata quasi bandita da questo goloso buffet di prelibatezze strumentali e costretta ad essere rappresentata dai soli Paolo Tofani (con i due brani dal suo singolo del 1973 stampato come Electric Frankenstein per la Cramps) e dall’Orchestra di Armando Sciascia (quello che nei primi dischi di beat italiano trovate celato sotto il nome di Pantros e qui presente con un estratto dalla colonna sonora del telefilm I Bugiardi, NdLYS). Una pecca veniale che tuttavia non scalfisce il piacere di solcare le onde di queste centoventitre delizie di svolazzanti organi Hammond, chitarre effettate, colorati sbuffi di trombe, mugugni di piacere, groove jazz, piccole caricature rocksteady, yè-yè silenziosi, residui da potature raga, effluvi psichedelici, passi mariachi, bhangra e carioca, ombre da spy-movie e piccoli luccichii argentei da science-fiction.

Un bagno rigenerante nella musica senz’altre pretese se non quella di tenerti compagnia e di scaldarti le spalle con una tovaglia di spugna intiepidita dai vapori.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MEN – Four Good Men and True (Heptown)

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The Men sono la Svezia che suona come la Swingin’ London.

Sono gli Small Faces che portano a spasso i loro cuccioli di coccodrillo per le strade ghiacciate di Stoccolma. Anzi, di Lund.

Che sta alla Svezia come la mia città all’Italia.

Estremo Sud e provincialismo diffuso.

Avevano già fatto un bel disco quattro anni fa che qui cagammo in pochi.

Ma pure uno ancora prima che non ho mai sentito.

Adesso tornano con la stessa formazione e stesso produttore di Return e una scorta di dodici pezzi nuovi di zecca. Che sono un amore di dolcezza retrò. Campanelline, chitarre misurate, hand-clapping, vocalizzi figli degli Hollies, carica Northern-Soul, organi Hammond, cembali e vibrafoni.

Magari la leziosità di Reflections potevano evitarcela, che avere classe non vuol dire frequentare quelle dell’accademia. Ma il resto ha ragion d’essere. E noi motivo di divertirci.

 

                                                           Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – The Men From O.R.G.A.N. (S.H.A.D.O.)

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Eleganza e coerenza sono doti della S.H.A.D.O. che non si discutono, e chi ama abbandonarsi alle frivolezze amarcord dell’estetica vintage sa che dentro al suo catalogo può trovarsi piacevolmente a proprio agio. Sicché anche questo nuovo lavoro non tradisce quanto promette, ovvero una full-immersion nella riscoperta della tecnologia analogica applicata stavolta ai tasti d’ ottone che, più che portarci indietro nel tempo, ci fa penzolare beatamente in una sorta di atemporalità fuori da ogni dimensione che non sia quella del puro piacere auricolare nell’esporsi a questa overdose di soffi Hammond, Vox, Farfisa, e Casio piegati al gioco di questi quadri di pop-art onirica e spumosa dai toni languidi e dilatati (con poche eccezioni: L’Argumentation con un Vox saltellante che pare uscito fuori da qualche inedita jam dei Doors, la discomusic da Via Veneto dei Papas Fritas, il rivolo minimal-disco di Gonzales, la divertente marcetta dei Sukia, NdLYS) che, quasi a voler sfidare le pieghe del tempo, ripesca pure dal passato perle di sonorizzazione di Nino Ropicavoli, Berto Pisano (scomparso, scherzi del destino, giusto due mesi prima dell’uscita di questo disco che ne sigilla il ricordo) e Martin Rev in un esperimento propedeutico al suo ormai prossimo “Suicidio”.

Bravissimi lì alla S.H.A.D.O., a fotografare i graffi e i graffiti di un’epoca che ha il suo fascino immortale.

Franco “Lys” Dimauro

 

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NO DEAL – Soul Picker’s Deal/These Things Kill (Gravedigger’s) / THE SCRUBS – Please Go Out/Hey Girl (Area Pirata) / THE LINK QUARTET – Quattro Pezzi Facili (Area Pirata)  

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Arriva la primavera e, per non farmi trovare fuori forma, decido di far fare un po’ di flessioni al fedele braccio del mio piatto Technics. Come personal trainers scelgo un po’ di roba che mi è arrivata via posta negli ultimi due mesi.

I primi del lotto sono i No Deal, “nuova” formazione di Cagliari che in realtà nasconde due/quarti dei Rippers, il chitarrista dei Freaks e il boss della storica Gravedigger’s che qui impugna il basso con lo stesso approccio turgido e roccioso di Keith Evans e Cord Neal, perfettamente funzionale al caotico garage punk della band, dove tutto è ridotto al frastuono essenziale. Due canzoni belle maleducate suonate a metà manico, pisciando in egual misura sul giro di Do e sugli assoli di Satriani recuperando piuttosto il minimalismo catramoso dei Velvet e dei Punks di Detroit. 

Più scanzonato sembra l’approccio dei lodigiani Scrubs, che immagino a fare le boccacce come il giovane Koizumi. E che probabilmente farebbero le pernacchie a leggere le mie intuizioni. Due canzoni anche nel loro caso, con pioggia fuzz e grandine di maracas come ai tempi dei Primates.

Le atmosfere cambiano del tutto invece con il nuovo E.P. del Link Quartet che se hanno cinque facce in copertina significa che qualche novità c’è. E infatti le quattro cover servite in salsa italiana vedono l’ingresso in formazione di Silvia Molinari di cui onestamente non conosco i trascorsi artistici e che qui si dedica a cantare nella lingua di Dante dei piccoli classici di Blood, Sweat & Tears, Shockin’ Blue e Serge Gainsbourg. Ovvio, conoscendo di cosa è capace il quartetto, che ci si aspetti di azzardare un comodo parallelo con la Driscoll e i Trinity e tirarci fuori anche una simpatica “manovra” aritmetica. Recensione finita, e avanti il prossimo esercizio di fitness. Purtroppo così non è e malgrado il suono da giganti raggiunto dal Link, ormai in grado di padroneggiare retro-pop, funky, hammond-beat e prog con il medesimo altissimo livello di maestria, il lavoro mi pare meno caldo rispetto agli standard altissimi cui il “quartetto” ci ha abituato.

Per elettrizzarmi un po’ metto sul piatto di portata il nuovo singolo di Sam Agostino, alias Brat Farrar. Uno un po’ matto che si diverte a tagliuzzare i riff dei Wipers con una motosega a batterie. Un elettropunk che dà il meglio di sé su Feel This Way, con un bel ritornello anni Ottanta che farebbe gola a tante osannate new wave band in giro per il pianeta e che invece mi sa che ascolteremo in pochi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE PRISONERS – Rare and Unissued (expanded edition) (Big Beat)

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Nel 1988 Billy Childish pubblicò per la sua minuscola label questa raccolta a suggello della vicenda Prisoners e come perfetto supplemento alla loro discografia,  confermando il valore della band di Graham Day e giustificando il rispetto che il pubblico retrò aveva loro sempre tributato: “avanzi”, scampoli e rimasugli con cui tanti oggi confezionerebbero dei best-sellers. Demo, inediti e tracce dal vivo che documentavano la storia di uno degli acts più raffinati della storia inglese recente.

La sua copia digitale esce ora con qualche “ritocco” alla scaletta dovuto al fatto che nel frattempo l’intero catalogo è stato ristampato e alcune tracce sono andate a rimpinguare la lista di bonus che ne arricchivano la dotazione. Rare and Unissued si modifica quindi. E si allunga. Fino a raggiungere quota 22 brani tra cui qualche inedito assoluto riemerso dai fondali. Chi mi conosce sa che sono colpevolmente di parte davanti ad alcuni nomi e chi ha familiarità con la cura delle ristampe Ace può ben dedurre il resto.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE JAMES TAYLOR QUARTET – Mission Impossible (Re-Elect the President)  

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Forse fu un po’ per ripagarlo della delusione per le aspettative che il contratto da lui fortemente voluto con la Stiff avevano generato e subito bruciato, forse semplicemente perché lo riteneva in ogni caso uno dei giovani musicisti inglesi più dotati in assoluto. Fatto sta che, dopo il crollo finanziario della storica label inglese che aveva reso irreperibile nel giro di qualche settimana l’ultimo lavoro dei Prisoners e ne aveva in qualche modo decretato lo scioglimento, Eddie Piller si sente in dovere di invitare James Taylor a incidere qualcosa per la sua nuova etichetta dal nome improbabile che ha il vezzo di dedicare i numeri di catalogo ai nomi dei presidenti statunitensi. Il dischetto che Taylor registra mettendo in piedi un quartetto di amici (Allan Clockford dei Prisoners, il fratello David e Simon Howard dei Daggermen) e “lavorando” all’Hammond Blow Up di Herbie Hancock e One Mint Julep dei Clovers ottiene un successo inaspettato e strepitoso legittimando il rientro in scena del bravissimo tastierista britannico e del suo Quartet.

Piller decide di dare un seguito immediato a quel 7”(numero di catalogo Ford1).

Taylor vuole prendersi del tempo per scrivere qualche pezzo.

Piller non gliene concede.

Del resto se due cover sono andate così in alto, forse non è necessario scrivere alcunchè.

E così Mission Impossible, il mini album (numero di catalogo Reagan2) che gira a 45 giri per risaltare la dinamica dei pezzi ma anche con una approssimazione nei titoli che non riuscirà ad essere aggiustata neppure nelle successive ristampe digitali e che dà il via all’ascesa di Taylor e, senza ancora saperlo, a tutto il movimento acid jazz che prenderà il nome proprio dall’etichetta che Piller organizzerà di lì a breve ispirandosi proprio al jazz elettrico riportato in auge dal James Taylor Quartet e dalle formazioni di cool-jazz come Working Week e Style Council, mette in sequenza sei cover e un unico inedito stipato in fondo alla lista ma perfettamente “in stile” col resto del repertorio che fa l’occhiolino ai grandi maestri della musica da film (Lalo Schifrin, Jimmy Smith, Sonny Rollins, John Barry) ma anche alle altre passioni di Taylor per la black music (soul, funky, jazz). Le colonne sonore sono il tema portante del disco, tant’è che la versione promo che viene distribuita ai giornalisti è intervallata da alcuni dialoghi tratti proprio dalle pellicole cui i pezzi sono stati rubati. Un capriccio che darà il via alla riscoperta delle musiche per film aprendo il mercato a un numero infinito di etichette a questo dedicate. Il repertorio è però talmente risicato che la band è costretta, nei concerti di supporto promozionale al lancio del disco, a dover risuonare l’intero set per due volte successive.

La vita da indie-band si sarebbe consumata tutta in quell’anno, con la pubblicazione dell’altrettanto valido The Money Spyder quindi l’approdo alla Polydor e una discografia sempre più laccata e sempre più lontana dallo spirito originale del quartetto. James Taylor si candida alla presidenza per la nuova terra dell’acid-jazz e del nu-soul. E viene eletto. E rieletto. Fino ad oggi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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JULIE DRISCOLL, BRIAN AUGER & THE TRINITY – Open/Definitely What! – Streetnoise/The Mod Years (SPV Yellow Label)

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Cinque ore di registrazione. Nessun lifting, nessuna liposuzione. Tanto che è facile sentire Julie raccomandare ai compagni di non suonare troppo veloci quando parte l’ultima track del disco. E’ così che nasce Open, uno dei dischi-chiave del jazz-rock. Musicalmente i Trinity anticipano un sacco di roba, dalla fusion dei ’70 al jazz para-cool di Style Council e Joe Jackson fino all’acid jazz che nei ‘90 creerà gruppi-clone come Mother Earth o Galliano.

Offeso dalla scelta della Polydor di accreditare il 45rpm di Save Me alla sola Driscoll, Brian esclude Julie dalle sessions di Definitely What!. Quasi interamente strumentale, è un’ orgia di suoni e di virtuosismi ma un po’ fine a se stesso.

La band si ricompone per Streetnoise, dove però le divergenze tra le esigenze commerciali di Gomelsky e quelle artistiche di Brian diventano insanabili fino a dedicare al manager il titolo più pungente del disco. Uno stress che si riflette positivamente sul clima del disco, dalle tracce più bluesy a quelle più speedy, fino a quel piccolo haiku folk firmato dalla Driscoll che è A Word Without Color e alla scelta delle covers. La raccolta degli “anni Mod” raccoglie invece 21 tracce dei primi anni di carriera di Brian. E’ il suo lato più accessibile quello che affascina i mods, intriso di musica nera (R ‘n B, gospel, blues, soul) e fischiettante di Hammond B-3 come una chioccia su una pista da ballo. Spettacolo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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Brian Auger & The Trinity - 1968 - Definitely What!

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PAOLO APOLLO NEGRI – Hello World (Tanzan Music/Hammond Beat)    

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Modernariato chic.

Ed ecco così Paolo Apollo Negri trasformarsi da “commodoro” dell’Hammond groove italiano, in Dottor Commodore.

Polsini inamidati e testa infilata dentro un monitor di vecchia generazione, di quelli che richiedevano una ditta di facchinaggio per farlo transitare da una scrivania all’altra.

Sotto le sue dita, il manto zebrato di mille tastiere.

Alle pareti qualche vecchio poster che gli ricorda qualche appuntamento mancato. Come ad esempio quello con cui il blog del Tricheco lanciava l’ultimo appello per il concorso che permetteva di vincere un theremin. O quello del Primitive Tour che vedeva i Fuzztones dividere il palco con i Gonn di Craig Moore.

Dentro questo microclisma, Paolo accende il suo organo.

Noi accendiamo i nostri.

Salutiamo il mondo e si parte per una terra fantastica dove il jazz elettrico incontra il funk, approdando a quella che per comodità potremmo definire fusion senza dover per forza scomodare i fantasmi di Weather Report o Herbie Hancock e senza tuttavia prescinderne.

E ci si dimentica per un po’ che prima o poi il mondo dovremo lasciarlo davvero. E che quello che ci aspetta non sarà obbligatoriamente meglio di questo.

Otto brani stilosi sui quali fanno la loro comparsata Bob Harris della band di Frank Zappa (ovviamente NON l’Harris dei primi album, che Paolo non ha ancora il potere di resuscitare altro se non i vostri sensi, ma l’Harris che prestò la voce a dischi come Tinsteltown Rebellion e The Man From Utopia, NdLYS) e Noel McKoy del quartetto di James Taylor (non “quello”. L’altro) ma che sono soprattutto il frutto di un sapiente lavoro di improvvisazione e dialogo empatico tra Paolo e la sua band.

Ci sono dentro Gumbo Funk e Hole in a Sock uscite già come aperitivo tre mesi fa in versioni leggermente diverse e anche una nuova versione del Cirque Du MIDI pubblicata due anni prima e che rielabora in chiave jazz il riff di Dancing ‘round the Walnut Tree che stava sul quarto album del Link Quartet e poi c’è dentro tanta altra roba.

Impavida e solare.

Bella come due gambe.

Sensuale come due gambe accavallate.

Calda come due gambe socchiuse.

Malandrina come Gambadilegno.

Ciao mondo, guarda come mi diverto!

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE PRISONERS – A Taste of Pink! / The Last Fourfathers / The WiserMiserDemelza / In From the Cold (Big Beat)

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Depositari di un prodigioso intruglio di rock elettrico, beat e anima nera che li avrebbe imposti come la più grande mod-oriented band degli anni Ottanta, i Prisoners avevano trovato una formula unica modellata su riferimenti estetici e musicali ben precisi: Small Faces, Spencer Davis Group, la Stax, l’Hammond-beat, la psichedelia hard dei tardi Sixties, Jimi Hendrix, tutto litografato e impresso su un beat dinamico dal taglio garagistico.

Chi ebbe la fortuna di vederli dal vivo durante gli anni mitici dello Slego custodirà nel cuore e negli occhi uno dei più potenti spettacoli di R&B bianco che da allora si sia potuto toccare con mano.

Il primissimo James Taylor Quartet, i Solarflares, i Prime Movers, i Good Childe ne avrebbero perpetrato lo spirito a storia archiviata ma se è proprio dai cpolavori di questi ultimi che in tempi recenti vi siete fatti uncinare non potrete eludervi dall’annusare le loro radici, così come se siete dei fanatici di Graham Day verrette attratti dalla sfilza di out-takes, live e demo incluse su ognuna di queste ristampe (9 sul primo, 8 sul secondo, 7 sul terzo e 5 sull’ultimo) nonchè del saggio biografico redatto da Dean Rudland della Ace lungo le pagine dei booklet.

Certo che, cazzo, dà un po’ sui nervi vedere i Kula Shaker sbancare con un pezzo ripreso pari pari dal repertorio dei Prisoners o facce di culo come Damon Albarn eletto a principe dei nuovi mod e vedere gente come Graham o Allan Crockford rimanere in penombra.

Così va il mondo.

 

 

Franco “Lys” Dimauro

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