MOTÖRHEAD – Under Cöver (Motörhead Music)  

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Tecnicamente una raccolta, Under Cöver riporta il nome dei Motörhead  agli onori delle cronache musicali dopo l’annus horribilis che ci portò via a distanza di un mese Phil Taylor e Lemmy, abbattendo per sempre uno degli alberi più maestosi del giardino incantato del rock ‘n roll.

Cosa ci sia dentro, è facile immaginarlo dal titolo e dal moniker del gruppo. Cover version registrate negli ultimi venticinque anni di attività dalla band più rumorosa del pianeta.

Roba che se la tocchi, muori. Che se ti aggredisce, e sai che lo farà, non ti basterà scorrere l’elenco telefonico di tutti i santi del Paradiso per farti salva la pelle.

Lemmy suona come se avesse alle spalle una mandria di bisonti. A testa alta, per l’ultima volta. Col solito grugnito dietro il quale non credi si potesse nascondere uno degli uomini più ironici del music-system. Uno pronto a ridere su tutto ma non sul rock ‘n roll, non sulla sua band.

Detto questo, va ribadito che i veri fan della band inglese hanno già tutto quello che è stato infilato qui dentro, dalle storiche God Save the Queen, Jumpin’ Jack Flash e Cat Scratch Fever fino alle più recenti Starstruck dei Rainbow e Sympathy for the Devil. Le uniche eccezioni sono rappresentate, a meno che la memoria non mi inganni (e potrebbe farlo, che spesso non ricordo neppure se ho indossato le mutande) da Rockaway Beach e da “Heroes”, trascinate da Lemmy con la mano ferma di un condottiero dentro le terre di polvere e metallo dei Motörhead.

Per l’ultima volta.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MOTÖRHEAD – Orgasmatron (GWR)  

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Con Lemmy ormai unico depositario del marchio, i Motörhead realizzano nel 1986 uno dei dischi più amati della loro carriera. L’acciaio che scintilla sulla copertina mentre la motrice dalla testa di Snaggletooth avanza implacabile ed inarrestabile rende a pieno l’idea della furia disseminata sul disco. Nove stazioni travolte dalla locomotiva orgasmatronica, lanciata in una folle corsa a velocità supersoniche come quelle rasentate da Claw, Mean Machine o Ridin’ With the Driver. Il suono e le tematiche sono quelle di sempre. Il rock ‘n roll come religione unica e unica fede incrollabile. A rendere credibile ciò che potrebbe essere di una banalità sconcertante è l’adesione a quella fede che Lemmy non ha mai tradito per un solo secondo. Ne’ fino ad allora, ne’ negli anni a seguire.

Nove canzoni cantate davanti ad un microfono posizionato un palmo più in alto delle fauci, in modo da poter fissare un punto indistinto tra il pubblico e il cielo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MOTÖRHEAD – Another Perfect Day (Bronze)  

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Lemmy e Brian Robertson si parlano appena per un anno. E molto di quello che avevano da dirsi lo registrano su Another Perfect Day. Lemmy e Phil Taylor hanno appena incassato la defezione di Eddie Clarke e Robertson e trovano in Brian un sostituto dignitosissimo ma ostinato che si rifiuta di suonare i vecchi cavalli di battaglia.

Però ne scrive di nuovi e di molto belli.

Dieci sono chiusi dentro Another Perfect Day.

Dopo il parto gemellare di Ace of Spades e Iron Fist, lo stile di Robertson porta aria di novità dentro il suono quadrato della band assottigliando da un lato la parete che li separa dal classico heavy metal sound e dall’altro innestando soluzioni melodiche più nette (Shine, Dancing on Your Grave, Another Perfect Day, I Got Mine). Roba che se passasse in radio provocherebbe contestazioni, scomuniche e prediche da messa domenicale in ogni caso.

Così è meglio non siano passate e che voi non abbiate dimenticato a fare il segno della croce quando dal cielo si affaccia la testa dello Snaggletooth.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BLACK SABBATH – Black Sabbath (Vertigo)

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Lieve cade la pioggia, i veli dell’oscurità avvolgono gli alberi anneriti, che, contorti da qualche invisibile violenza, lasciano cadere le loro stanche foglie e piegano i rami verso una grigia terra di ali di uccelli troncate, in mezzo ai campi i papaveri sanguinano di fronte ad una morte gesticolante e giovani conigli, nati morti nelle trappole, stanno in piedi senza muoversi come se fossero guardiani del silenzio che circonda e minaccia di inghiottire tutti coloro che vorrebbero ascoltare.

Muti uccelli, stanchi di ripetere i terrori di ieri, si stringono assieme nei recessi degli angoli bui, le teste scostate per non vedere il cigno nero, morto, che galleggia a pancia in su nell’incavo di una piccola pozza d’acqua.

Emerge da questa pozza una debole e sensuale nebbia che si fa strada verso l’alto per carezzare i piedi scheggiati della statua del martire senza testa il cui unico successo fu di morire troppo presto e che non vedeva l’ora di essere sconfitto.

La cataratta dell’oscurità si forma completamente, comincia la lunga nera notte, ma ancora accanto al lago una giovane donna aspetta, non vedendo, essa stessa crede di non essere vista, sorride debolmente ai rintocchi di una campana lontana e della lieve pioggia che cade.

Poi la puntina sprofonda pigra sui solchi. Ed ecco apparire quei rintocchi e quella pioggia che lacrima da un cielo plumbeo e greve nel fragore di un temporale  bagnando il mantello della sagoma ferina e bidimensionale di strega che domina la brughiera di Mapledurham scelta con intuito fenomenale da Marcus Keef per rappresentare l’ingresso nella storia del Sabba Nero. Il suo volto pallido e totalmente inespressivo, è la rappresentazione gotica del suono gelido del gruppo di Birmingham destinato a mutare per sempre la traiettoria dell’hard rock. Asfissiante e granitico. Tombale.

È il nubifragio più famoso e sinistro della storia del rock.

Dante e Virgilio varcano le porte dell’Inferno per non uscirne più.

Seppure le “simpatie sataniche” e i riferimenti esoterici non fossero affatto novità nel mondo del rock, è proprio con questo album nella sua interezza (grafica, testi, musica, titolo, simbolismo, immagine, data di uscita) che il gioco diventa non solo scoperto ma ostentato. Esibito nel suo raccapricciante richiamo verso la morte con un fanatismo esasperato e teatrale ma, ed è questo che lo rende terribile, sincero. 

C’è un universo di paura ed orrore che si nasconde dietro le mura di quel mulino che inghiotte le acque stagnanti dell’Oxfordshire. Un mulino che macina sgomento e vomita fuori otto canzoni agghiaccianti e sepolcrali, registrate in una sola fredda giornata d’autunno e ispirate, nelle liriche e nelle ambientazioni, alla letteratura fantastica ed esoterica di Lovecraft e Tolkien.

Musicalmente, siamo alla completa disidratazione del blues, alla compiuta scheletrizzazione delle sue strutture musicali (la pentatonica blues rimane il perno della struttura armonica dei solo di Iommi), all’evocazione sinistra del male attraverso l’uso di artifici tonali sinistri divenuti l’abbecedario di tutto il doom a venire.

Ma qui siamo all’Anno Zero.

Alla prima concreta ed attendibile manifestazione del Male attraverso i solchi di un disco. Non più una semplice e discutibile percezione uditiva, una pareidolia acustica sfuggente e subliminale ma un’iperamplificata vibrazione runica di raggelante efficacia diabolica.  

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE CULT – Electric (Beggars Banquet)

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Tarro dalla prima all’ultima nota, Electric fa piazza pulita delle tentazioni gotiche, tribali e psichedeliche che hanno riempito l’invaso estetico dei Cult fino a quel momento virando di brutto verso l’hard rock asciutto e deflagrante di AC/DC e Rose Tattoo. Succede che, dopo essersi ingozzati del successo che ha fatto di Love uno dei dischi più venduti del rock alternativo degli anni Ottanta, i Cult si chiudono in studio, ancora una volta con Steve Brown, cercando di replicare l’equilibrio estetico e stilistico del disco precedente. Registrano undici pezzi e danno un titolo al nuovo album: Peace. Se ha funzionato l’amore, funzionerà la pace, si dicono.

E invece non funziona. I primi ad essere scontenti sono Ian Atsbury e, soprattutto, Billy Duffy che stanno spostando i loro ascolti sempre più verso l’hard rock, il power-blues e l’heavy metal e che vogliono un suono più duro, diretto, schietto, “elettrico”. Billy è rimasto folgorato dalla nuova versione di Walk This Way fatta dai Run DMC con Rick Rubin in sala regia. Ha un suono vigoroso, maschio, gagliardo.

Così mettono in mano a Steve i soldi concordati e lo mandano a casa a confortare la moglie. Prima ancora che arrivi il taxi per portarlo via, i Cult sono già al telefono con Mr. Rubin.

E lui ha già detto si.

Si ricomincia da capo: i Cult ri-registrano (quasi) tutto Peace, aggiungono una cover abominevole di Born to Be Wild, sostituiscono un paio di pezzi con altri dalla cromatura più appropriata e, con l’aiuto di Rick, tirano fuori il loro Powerage: rifferama squadrato, testi imbarazzanti, hi-energy rock ‘n roll, trivialità assortite.

La Pace e l’Amore vengono seppelliti da una valanga di watt.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BLUE CHEER – Vincebus Eruptum (Philips)

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Sul finire del 1967, mentre in Inghilterra i Led Zeppelin giocano ancora con le macchinine psichedeliche, tre capelloni di stanza a San Francisco prendono il blues di B.B. King e lo stuprano dietro una colonna di casse Marshall.

Abe Kesh registra la violenza col suo registratore analogico.

È l’atto di nascita di quello che diventerà l’heavy metal.

Un documento registrato agli atti come Vincebus Eruptum chiuso in un fascicolo che è esso stesso la rappresentazione iconografica di quella che diventerà la prima divisa del genere.

Attraverso l’umiliazione a cui sono costretti, oltre che B.B. King, pure Eddie Cochran e Mose Allison, si consuma la deflorazione musicale del blues, del rock ‘n roll e del jazz. Brutalizzati attraverso la distorsione elettrica più aberrante dell’ epoca. Costretti a rosolare sui carboni ardenti della saturazione piena e metallica delle valvole. Intrappolati dentro un woofer che palpita e vibra come le pareti di un’ enorme vagina.

Resi immor(t)ali.

Le tre lunghe composizioni di Dickie Peterson, bassista e vocalista del più turpe terzetto che ha fino a quel momento attraversato le autostrade californiane, rincarano la dose con accordi pesanti come monoliti, piccole divagazioni sulla batteria, linee di basso incalzanti come uno stalker e feroci scale blues scolpite nella lava, fino all’ “eruzione” conclusiva di Out of Focus.

Imprescindibile, anche per chi l’heavy metal l’ha sempre usato come alternativa alle prugne, come me.

 

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro