CASINO ROYALE – Dieci piccoli indiani

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Non furono i primi. Il primato dello ska, in Italia, spetta agli Statuto di Torino.

Ma furono i migliori, anche dopo che le ombre lunghe degli Specials avrebbero disertato le loro anime e lasciato il posto ad altri spettri che ne avrebbero decretato lo status di band poliedrica e dalla caratura internazionale. Nella seconda metà degli anni Ottanta i Casino Royale sono una gang di dieci rude boys che raccoglie cocci da esperienze molteplici, implose in pochissimo tempo. C’è chi viene dal punk, chi dal garage-rock, chi dall’hardcore, chi dalla new-wave. Ci sono schegge di Shockin’ TV, Pression X, Rappresaglia.

Una miscela che trova nella musica in levare giamaicana il proprio punto di fusione.

E in quegli anni in cui molte scene musicali metropolitane stanno implodendo l’energia dello ska prende piede con rinnovato vigore. In fondo ci si accorge che, a parte i nomi grossi che ci suonano familiari, c’è tutto un mondo da scoprire e una giungla di piccole leggende giamaicane intricata come dei dreadlocks. Dal vivo i Casino Royale accendono le sale. Fiati e ritmi skankin’, aria di festa, atteggiamenti da rude boys gentili, occhialini neri e due MC che si spartiscono il ruolo di leader, finchè scopriranno che l’ego di uno mal sopporta quello altrettanto invasivo dell’altro.

Rimestano nel vecchio, i Casino Royale degli esordi. Ma suonano come una cosa nuova. L’approdo alla lingua italiana è ancora lontana, così come la voglia di meticciato e di musica globale che inghiottirà la band già con Jungle Jubilee e in via definitiva da Dainamaita in poi. Proprio per questo Soul of Ska fa un po’ storia a sé nella discografia della band milanese. Ci sono dentro un paio di cover dei giamaicani Blues Busters (I Won‘t Let You Go e Soon You‘ll Be Gone) e una deliziosa versione in levare di Under the Boardwalk dei Drifters. Il resto è farina del sacco di Aliosha Bisceglia, Giuliano Palma, Michelino Pauli e Ferdi ed è il grano migliore della raccolta, dalla divertente Stand Up, Terry! che fa il verso allo ska idiota dei Bad Manners alla memorabile Casino Royale che diventa il pezzo “inevitabile”, quello che chiude la scaletta dei concerti, quello che tutti cantano saltando come dei matti, quello che addirittura finisce come traccia nello spot dello shampoo antiforfora più famoso d’Italia (non so quante bottigliette ne abbiano potute vendere tra gli skinhead che affollano i loro concerti dell’epoca, NdLYS), dal trascinante non-sense di Mr. Spock & Mr. Space al morbido blue beat di Housebreaker al boogaloo anni sessanta di Bad Times alle arie western della strumentale Ten Golden Guns. I Casino Royale non fanno ancora tendenza e ti costringono ad agganciare le bretelle per aver salvi i pantaloni durante i loro concerti.

I loro gig all’epoca sono ancora il ritrovo per skin e punkabbestia che si ritrovano in quelle piccole storie ordinarie di sveglie che suonano sempre troppo presto e di giovani che sbarcano il lunario facendo i topi d’appartamento nei quartieri bene della città e sono disertati dai modaioli. Troppo difficile immaginarsi quello che i Casino diventeranno negli anni Novanta. Troppo difficile dimenticare quanto ci fecero sudare.

 

Fatte le dovute proporzioni (ehhh..noi maschietti…) i Casino Royale furono per la musica ska, in Italia, quello che erano stati i Clash per il punk inglese.

Un autentico laboratorio in grado di rivoluzionare la formula base facendola precipitare in decine di reagenti diversi.

Ecco dunque che per Jungle Jubilee lo ska prepotente del disco di debutto smette di diventare il centro del mondo e diventa una delle tante periferie possibili.

In questa intuizione, che è stata appresa sicuramente alla scuola dei Clash ma anche di band contemporanee come Mano Negra e Negresses Vertes, si gioca la scommessa di un album che sdogana l’uso del dialetto (la cover di Caravan Petrol), le coloriture etniche (l’uso di strumenti da strada come lo scacciapensieri, il mandolino e la fisarmonica), la contaminazione come elemento indispensabile di tutela (e non “svendita”) della propria identità, creando piccole meraviglie come la saudade caraibica di Love Is the Law, il soul primaverile di Available Swing (vicinissimo a quello che stanno facendo, sponsorizzati da Sanremo e dalla EMI, i Ladri di Biciclette, anche se fa scandalo dirlo, NdLYS) o spostando i tropici dentro le foreste dei Nebrodi su White Sun.

I Casino Royale lanciano un sasso che agita le chete acque della musica di settore, trovando una via di fuga verso gli anni Novanta.

 

Non deve essere stato semplice mettere su un disco come Dainamaita. Coordinare gli umori e i gusti di dieci persone inclini al muso facile, riordinare le idee e tentare di ripartire, rimettersi in gioco scommettendo sul proprio nome e cercando di tirarlo fuori dalla nicchia ska, stipulare un contratto con una grossa distribuzione come quella PolyGram senza deluderne le aspettative di vendita e preservare la propria identità pur puntando su un lavoro che è un azzardo stilistico che può bruciare tutta la fatica che ci sta dietro in un attimo.

Dainamaita è un po’ il lancio nel vuoto per i Casino Royale, artefici loro malgrado di quella gran babele di stili, dialetti, generi e tecniche che si imPOSSEsseranno dell’Italia negli anni Novanta.

Ma se Jungle Jubilee permetteva al gruppo milanese di rischiare pur muovendosi in un porto sicuro, Dainamaita rade al suolo ogni certezza. Col rischio che al prossimo concerto verranno a vederti solo per prenderti le generalità.

Dainamaita si apre con un piccolo frammento di trenta secondi. Uno swing suonato al pianoforte da Michele “De Maestro” Ranauro che richiama Caravan Petrol e il refrain di Casino Royale.

Una intro che è messa lì come rito propiziatorio. Ma che è anche un gesto domestico simbolico. Come quando entri a casa di qualcuno, togli il cappello e lo appendi all’ingresso. E quel posto diventa un po’ tuo, marcando il territorio.

Un disco coraggioso, il terzo Casino Royale. Che ascoltato oggi non è invecchiato benissimo, che adesso riesci a fare roba simile schiacciando per errore un’app del cazzo sul tuo telefonino e se sbagli magari mamma te ne compra un altro.

Ma allora, nel 1993, era tutto sudore e scazzi vari.

Era bestemmiare cento volte dietro una puntina che era saltata per uno scratch più nervoso dell’altro, anche se a farlo era un fuoriclasse come DJ Gruff.

Era dire delle cose. E dire cose che avessero un valore non solo a Niguarda, a Quarto Oggiaro o a Ticinese. E non solo “qui ed ora”. Ma in tutto il pianeta. E sempre.

Come quelle dette in Justice e Metallo giallo.

Era dirle col cuore di Giuliano Palma.

E dirlo con le budella di Alioscia.

E dirlo suonando. E suonarlo su un cavallo che non si è ancora ammaestrato. O che magari non si voleva ammaestrare. Magari dirle e cantarle con una gran confusione in testa. Grattandosi il mento e la fronte. Come i pionieri e come i barboni.

Casino Royale in missione speciale. Facendo della periferia il centro del nuovo mondo.

Passeggiando per Milano, camminando piano piano…quante cose puoi vedere, quante cose puoi sapere.

 

Nel 1995 i Casino Royale vengono a raccogliere quanto seminato con Dainamaita.

E lo fanno con un album strabiliante che rimette ordine nella confusione, in parte voluta e in parte obbligata, che dominava il disco precedente.

Per smerigliare il suono ispido di quello vengono chiamati Ben Young e Roberto Vernetti. Le chitarre scompaiono quasi del tutto, alleggerite e “sospese” su un sound pastoso, densissimo, moderno, edificato sulla sovrapposizione di suoni naturali e “disturbi” elettronici e allo stesso tempo capace di creare dei perfetti vuoti d’aria dove le voci di The King e BBDai sembrano precipitare, come dentro un imbuto soul.

Sempre più vicini mostra una band lucidissima, pienamente consapevole dei propri mezzi e in grado di veicolarli con il massimo dell’espressività, con l’orgoglio e la superbia che sono indispensabili per fare le cose in grande.

Un deciso scarto in avanti non solo rispetto alla produzione precedente del gruppo milanese ma dell’intera musica prodotta in Italia. Uno di quei goal che costringono gli avversari a riorganizzarsi, a cingersi a coorte, a improvvisare un cavallo di Troia pur di penetrare le altissime difese che gli si sono parate dinanzi, dopo aver macinato chilometri nella nebbia. I Clash, gli Specials, Alton Ellis si muovono come corpi evanescenti, evocati ora da un rullante bello teso, ora da un giro di basso, ora da una pennata di chitarra più decisa delle altre, intrappolati dentro una giungla plastica e metropolitana.

Bizzarri, gli specchi. Subdoli. Ogni tanto ti ci guardi e ti piaci. Ogni tanto, spesso, no.

I Casino Royale, per celebrare i primi dieci anni, decidono di guardarsi allo specchio. Sono in tanti: il King, BB-Dai, Pardo, Ferdi, Patrick, Manna, Rata e Gatto. E non tutti si piacciono.

Quella macchina onnivora in cui si è trasformata la band meneghina sta per incepparsi e spaccarsi in due. Non prima di aver regalato al mondo il disco che perfeziona ulteriormente quanto già espresso su Sempre più vicini. Arrivando alla meta cui quello annunciava di avvicinarsi. CRX è un album che suona come nessun altro in Italia, in quel 1997 e per molti degli anni che verranno, che riesce a dare una tridimensionalità anche al vuoto, come dimostra una cosa pazzesca come Ora solo io ora, costruita fondamentalmente sopra il nulla, dentro le intercapedini di un beat e di qualche sparuto rumore, con le voci di Alioscia e Giuliano Palma totalmente sovrane. Molto di quello che sta qui dentro è in qualche modo una evoluzione del concetto ritmico che stava dentro un lavoro seminale come Rapadopa di DJ Gruff che infatti qui dentro continua a mettere qualche sua bella unghiata. OltreLà dov’è la fineHomeboyIn picchiataCRXThe Future sono costruite fondamentalmente su un beat. Il resto è un ennesimo lavoro di rasatura eseguita col rasoio di Occam, come era stato per il disco precedente.

Casino Royale diventano l’equipaggio dell’enterprise in orbita lungo una traiettoria spersa e solitaria. Poi i portelli si aprono, qualcuno si lancia nello spazio dentro una capsula che gli permetta di rientrare alla base. I più audaci però, perseverano nel loro viaggio fra le stelle.

 

Le due X in copertina ci ricordano che sono passati venti anni di Casino Royale. Approssimati leggermente per eccesso ma descritti con precisione algebrica nell’intro di Royale Sound: 7000 giorni. Ovvero, con una semplice divisione: diciannove anni virgola diciotto.

Diciannove anni e tre mesi scarsi durante i quali i Casino Royale si sono trasformati più e più volte rimanendo fedeli a nient’altro se non a loro stessi.

Dopo i dischi alchemici degli anni Novanta e l’abbuffata drum ‘n bass dello spin-off realizzato sotto la sigla RYLZ, Reale torna alla musica interamente suonata e delega ad Howie B il compito di rielaborare tutto in chiave elettronica per lo speculare Not in the Face, pubblicato sull’etichetta personale della formazione milanese un paio di anni dopo.

Reale è il disco della riscossa di Alioscia, rimasto unico capitano dopo l’ammutinamento di parte dell’equipaggio. Una orgogliosa, incrollabile fede nella scommessa Casino Royale ostentata nella Royale Sound citata in apertura e dentro la quale BB-Dai non si esime dal togliersi qualche sassolino dalla scarpa, con classe da poeta urbano e schiettezza da teppista hardcore. Un lavoro che non ha forse la statura “popolare” di Sempre più vicini e CRX, dischi davvero in grado di parlare A TUTTI, animato da una consapevolezza nuova, più adulta, orgogliosa di usare un lessico (musicale e verbale) che può essere compreso da pochi pur avendo una capacità di confrontarsi con le migliori produzioni di settore europee, sfaccettato e labirintico, in grado di reggere ed affrontare le turbolenze che sono vuoti d’ossigeno di chi ancora riesce a volare, nonostante tutto.

 

Choo-chooooo.

Sfatando ancora una volta il mito dei treni che passano una volta sola, quello diretto a Babylon ripassa dalla stazione di Milano ancora una volta nel 2008, stavolta con gli stantuffi che marciano a tempo rocksteady. La tratta però è quella di ritorno: Royale Rockers infatti è il disco che riporta i Casino Royale nella stazione da dove erano partiti venti anni prima. E stavolta è evidente anche ai sordi come sottotraccia le pulsioni del reggae, dello ska, del dub, della musica reggae non siano mai scomparse ma solo scomposte, elaborate in mille sfumature differenti fino a renderle irriconoscibili, un po’ come era stato per i Massive Attack in Inghilterra. Ricordate lo specchio di CRX? Ecco, Royale Rockers elimina quel gioco di specchi costringendo la band a giocare senza trucchi, a carte scoperte, a riconoscersi nella memoria più che nella fisionomia alterata dagli anni, senza fingersi giovani, con le impronte digitali che identificano il marchio Casino Royale ma mostrano anche qualche callo, qualche bruciatura.

Le sovrastrutture sono ridotte al minimo e gli interventi elettronici non sono più quelli invasivi che avevano caratterizzato gli anni a cavallo del decennio ma si limitano a piccole iniezioni dub piazzate sul suono in bianco-nero degli Specials.

Il Pianeta Royale fa dunque un giro completo sul suo asse, tornando alle origini. Ma la spensieratezza di Soul of Ska, che era la spensieratezza dei vent’anni, quella non c’è. Ed è evaporato quell’immaginario carico di richiami allo spionaggio e al cinema degli anni Settanta di perle come Unemployed Investigator, Ten Golden Guns, Bonnie & Clyde, Casino Royale, Mr. Spock & Mr. Space.

E manca il sorriso.

Rimane inalterata la classe, l’aria da rude-boys, lo stile.

Ma se cercate un disco per far festa, non è questo qui.

 

Che i Casino Royale siano stati vittima loro malgrado di un’opera di rimozione inspiegabile credo non sia convinzione di unica mia pertinenza. Un golpe silenzioso li ha voluti far abdicare da un trono che gli spetta(va) di diritto, per essersi assunti dei rischi che in pochi avrebbero pensato mai di prendersi.

Ecco perché il titolo del nuovo album si presta per me a diversi livelli di lettura e di interpretazione. Ma sono perversioni personali che prescindono dal contenuto musicale di Io e la mia ombra che è, ancora una volta, un disco lucidissimo, che si porta addosso tutte le luci della metropoli e le ombre dei suoi abitanti, che fa i conti col tempo, col fiato sempre più corto degli anni che passano.

L’elettronica riappare prepotente e dopo il bagno inaspettato nell’ḥammām giamaicano di Royale Rockers, si riattualizza reinterpretando a suo modo un certo spirito electro/new-wave tornato di tendenza che in alcuni casi può risultare spiazzante (Il rumore della luce, Ora chi ha paura, Io vs te) e disattendendo un po’ il mood notturno della introduttiva Solitudine di massa: Io e la mia ombra, non sembri un paradosso, è un disco invece molto luminoso, quasi polarizzato in ottica radiofonica (pezzi come Ogni uomo una radio, Io e la mia ombra, Io vs te, Cade al posto giusto potrebbero ambire, se vivessimo nel “Pianeta Royale” a spaccare in due le onde radio, NdLYS), nel senso “subsonico” del termine.

Io e la mia ombra è un nuovo disco-scommessa.

Relegati nella periferia dell’Impero che hanno loro stessi ispirato, i Casino Royale guardano il mondo dai grattacieli di Milano.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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BLAKROC – Blakroc (V2)  

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Farsi spaccare il culo dai neri.

Potete scriverlo nella funzione di ricerca di PornHub. Oppure, se state cercando di tracciare una storia dei Black Keys, nella cronistoria della loro carriera, scrivendolo a fianco dell’A.D. 2009.

È l’anno in cui il suono del duo di Akron sta virando dal blues dei primi anni verso una forma di black music sempre più contaminata. Ma il disco del crossover definitivo è quello partorito sotto il moniker Blakroc, quello capace di tirare fuori le viscere blues nascoste sotto gli addominali di gentaglia come il Wu-Tang Clan, Mos Def, Ludacris, Q-Tip e la ByrdGang.

Il disco che ne viene fuori è di quelli che possono facilmente scontentare entrambe le fazioni: quelle puriste del blues e quelle integraliste dell’hip-hop “2 turntables and a mic”. In genere quando avviene questa cosa, ovvero quando un disco passando tra la folla la disperde in due file di musi lunghi, il risultato piace a me.

E così avviene anche in questo caso.

Blakroc è uno dei migliori dischi di crossover del primo scorcio di secolo.

Canzonacce come Dollaz & Sense, Done Did It, Hard Times, Stay Off the F*%$#n’ Flowers, Ain’t Nothing Like You che sono piccoli tatuaggi blues sui muscoli di d’ebano dei musi neri chiamati a farcirle di parolacce e a conferirgli uno stile poco rassicurante da ghetto nero.

Akron si trasforma nella Bristol dei Massive Attack.

Nasce il gangsta-blues.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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LOU.X – A volte ritorno (BMG)  

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Chissà com’è che ad un certo punto la BMG si trova per casa un tipo come Lou X.

E chissà com’è che i puristi del cazzo, mentre fanno la fila alle casse della Nike, trovano di che lamentarsene.

In realtà a posizionare l’ordigno di Lou X all’interno di una delle più grandi strutture discografiche italiane è Carlo Martelli, il manager di artisti come Caparezza e Frankie Hi-NRG che all’epoca lavora all’interno del gruppo RCA ed ha il chiodo fisso per l’hip-hop.

Non conosco le clausole del contratto ma all’ascolto A volte ritorno è ancora più massiccio, crudo e sfacciato del disco precedente.

La Costa Nostra (Eko, Cuba Cabbal, Disastro) è ai massimi livelli: le basi di Marco Fioritoni, all’epoca ancora minorenne, sono tendenzialmente più rilassate e occhieggiano allo stile West Coast (Dr. Dre e compagnia ma anche DJ Muggs). La lingua è invece sempre truce e spaccona. E batte dove il dente duole. L’attacco politico è attenuato ma il malessere che si avverte è lo stesso di Dal basso. Forse più amaro perché più consapevole. Forse più doloroso perché il nemico si è fatto più infido e insidioso. E non è sempre riconoscibile da una mimetica o da una divisa blu. Anzi. Veste spesso come noi. Forse, il nemico è spesso annidato dietro lo specchio.    

Il messaggio schietto di Lou X, in un’epoca in cui ciò che di hip-hop raggiunge il grande pubblico è ancora bellamente imbellettato, arriva sventolando la bandiera di una major. E solca mari aperti, come quello delle Radio “di regime”, da Radio Deejay alla neonata Radio Capital dove Jovanotti e Saturnino improvvisano su Come l’occasione, il pezzo che apre le ostilità in piena tenuta cafone/hardcore. Come quello di Rai3, che per qualche mese utilizza La Raje, bellissimo singolo spinto da iridescenti onde funk di scuola Kool & The Gang, come sigla per il suo Blob.

Le mani di mamma BMG arrivano ovunque. E ogni tanto portano qualche bullone che, se proprio non può far inceppare la macchina, può spaccare qualche incisivo alle sue ruote dentate.

Lou X è uno di quei bull(on)i.

Uno che non le manda a dire.

Che è dentro ogni suo gesto, ogni sua rima, ogni suo sputo.

Che a volte ritorna ma molto più spesso scompare. Come me. Purtroppo come pochissimi altri.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

CYPRESS HILL – Black Sunday (Columbia)  

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Asciugare l’hip-hop dalla sbobba funk, riportandolo ad un immaginario e ad un’idea di suono ibridato col bianchissimo pallore dei ragazzoni tatuati della scena hardcore e ai più emaciati metal-kids.

Un suono che si muove in una zona dove ogni frequenza di mezzo viene azzerata, svolazzando tra alti acuminati che tagliano come lame e bassi profondi, sinistri e circolari.

In questo carosello inquieto ed inquietante dove su una miscela ossianica di scratch da puntina arrugginita, nitriti di cavalli, fischi, sbuffi di pipe ad acqua e giri di armonica freddi come lapidi (non per niente la provenienza è di marca Black Sabbath) la voce psicopatica di B-Real si muove come il clown insano di It, snocciolando parole in rima in una metrica acida e dispettosa, in accento chicano e tono da degente in attesa per l’asportazione delle adenoidi.

Una miscela unica ed infetta, quella dei Cypress Hill. Che con Black Sunday assume proporzioni gigantesche. Canzoni come Cock the Hammer, A to the K, Insane in the Brain, Hits from the Bong, I Ain’t Goin’ Out Like That , Lick a Shot, What Go Around Come Around, Kid, When the Sh—Goes Down col loro immaginario pulp, escono dal ghetto messicano di Los Angeles ed entrano con prepotenza teppista nell’immaginario collettivo.

B-Real, Sen Dog e Muggs una domenica notte violano le tombe dei conquistadores, strappano via i cenci dai loro cadaveri e colonizzano il mondo.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

EMINEM – Kamikaze (Aftermath)  

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Deve averlo odiato lui per primo, il suo criticatissimo Revival dello scorso anno. Tanto che è lui stesso a calpestarlo, nel fotogramma conclusivo del suo video di Fall. E a seppellirlo in fretta e furia, costruendo un nuovo album in meno di otto mesi, nonostante lui stesso avesse dichiarato con amarezza su Castle: “si riprendano pure la fama, io non la voglio più, farò uscire questo album e poi basta così” .

E invece non è andata così: Kamikaze ritrova la ferocia che mancava sul disco precedente. Una doccia fredda di dissing e parolacce, come se tutte quelle critiche ricevute avessero colpito il rapper americano con frecce avvelenate che adesso Eminem si prende la briga di lanciare come un ultimo assalto prima del suicidio (speriamo solamente artistico) che il titolo scelto richiama, anche se è ben noto come quello sia l’appellativo che da un paio d’anni l’ex ossigenato ha attribuito a Trump, giunto a metà del suo mandato proprio mentre l’aero di linea EATME (3MTA3) adesso trasformato in un caccia SUCKIT (TIKCUS) si sta per schiantare nuovamente su qualcosa. O ad esplodere, che la copertina come il suono che inaugura il disco lasciano volutamente aperta ogni interpretazione. Il tributo ai Beastie Boys di Licenced to Ill finisce lì, ad ogni modo. Chi venisse da queste parti cercando qualche riffone tamarro in odore di metal e hard-rock sappia che tornerà a casa deluso.  

Chi invece volesse semplicemente trovare Eminem, lo riconoscerà da subito.

Ma chi è Eminem? Eminem è la macchina da scrivere dell’hip-hop mondiale. Metaforicamente ma anche tecnicamente.

Uno che scrive lettere minatorie condite da una serie infinita di offese e le spedisce al destinatario recitandole ad una velocità assurda. Una cartucciera di volgarità sparate come un mitra giocando a bissare, triplicare, decuplicare la velocità del beat come succede in Lucky You o nella progressiva accelerazione di The Ringer, dando l’impressione che Eminem voglia sfidare se stesso nella corsa al record per la lingua più veloce del rap. Il che rappresenta il vero limite dell’Eminem di oggi: così concentrato a superare costantemente se stesso in termini di velocità e di verbosità che sembra di assistere ad una puntata dello show dei record o ad una pantomima simile a quelle dei lottatori di wrestling.

Una pioggia di proiettili talmente intensa che pare di sentirle pronunciare anche in italiano, quelle parolacce che tuttavia non bastano come ingrediente unico per costruire una “canonica” bella canzone. Neanche se vivi nel Bronx e usi “bitch” come Mark Twain le virgole su Huckleberry Finn.

Pur nei limiti che si è autoimposto (anche perché quando ha tentato di uscire fuori dai canoni, come avvenuto lo scorso anno, il risultato è stato pateticamente vicino alle merda sintetica che scende e sale lungo le fognature delle pop-charts) anzi proprio per questo Kamikaze è puro Eminem al 100%. Beats e parole in rima. Filastrocche logopediche per chi, abile in inglese, vuole curare la dislessia. Ma che per tutti gli altri si riduce ad un esercizio ritmico passivo. Come quelli che a bordo campo guardano quelli che fanno fitness in palestra, ovviamente commentando con colori accesi le natiche delle atlete ed esaltando le presunte abilità anche in altre attività. Che menar vanto anche delle proprie fantasie è diventato arte dentro e fuori la comunità hip-hop.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

99 POSSE – Curre curre guagliò (Esodo Autoproduzioni)  

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99 Posse, Radio Gladio, Lele Prox, Suoni Mudù, Bisca, Daniele Sepe, Maurizio Capone, Riccardo Veno, Mariano Caiano, Speaker Zou. I nomi sono elencati uno dopo l’altro, sul finale di Ripetutamente. Come fosse il verbale di un appuntato della stazione dei Carabinieri, dopo un fermo per sobillazione. Non sarebbe improbabile, che la 99 Posse in quegli anni (ma anche in quelli successivi) fa molta, molta paura. La guerra ai centri sociali è aperta, analoga a quella che oggi è stata dichiarata ai centri accoglienza. Posti che vanno sgombrati, disperdendo la feccia che vi si agita dentro. Coi manganelli o con le ordinanze, poco importa.

99 Posse è la voce dell’Officina 99, centro sociale occupato il Primo Maggio del 1991 nella zona di Poggioreale, Napoli Est mentre molti agenti di Polizia sono stati inviati a reggere le transenne al Concertone della CGIL mentre Vincenzo Mollica chiama sul palco i Litfiba e i Gang. E sono una voce sconcertante. Un megafono potente che usa l’hip-hop e il raggamuffin per fare denuncia sociale e raccontare la merda che si nasconde dietro le camicie nere, le divise blu, i polsini bianchi. Un microfono che parla dell’immondizia che soffoca Napoli, della voracità politica che si mangia ogni giorno un pezzetto di mondo, di dignità, di spazio vitale. Ne parla con odio verace, schietto e sincero (il “cuore” viscerale del disco: Odio, Curre curre guagliò, Rigurgito antifascista, Rappresaglia, Napolì) ma anche con sprezzante derisione e leggerezza (Ripetutamente, O’ documento, Tuttapposto).

Una voce contestataria e controcorrente, che vive fianco a fianco con quella della Napoli tradizionalista, moderata, conservatrice, istituzionalizzata, asservita alla mafia, allo Stato e alla Chiesa e le urla nelle orecchie, magari da uno striscione. Come nella bellissima copertina con due mondi che strisciano uno di fianco all’altro senza toccarsi, ignorandosi vicendevolmente.

Curre curre guagliò è il riadattamento in chiave hip-hop della fusion arrabbiata dei Napoli Centrale, ultima diapositiva della Prima Repubblica scattata un attimo dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio e lo scandalo Tangentopoli e un attimo prima che Berlusconi piantasse la bandiera di Forza Italia nel suo cuore ferito, uccidendola una seconda volta. Un grande album di musica popolare, quando ancora non sapevamo quanto l’hip-hop sarebbe diventato popolare.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DR. DRE – The Chronic (Death Row)  

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La prima cosa che si sente è un “Biatch!” piantato lì senza apparente motivo. Poi, si innesta il fischio di un mini-Moog accostato da un giro di basso a serpentina.

Lo stile “Chronic” (da una storpiatura del metodo idroponico di coltivazione della ganja) che detterà legge in tutto l’hip-hop della Costa Ovest degli anni Novanta  gettando le fondamenta per il Gangsta-rap sta già tutto nei primi dieci secondi del disco di debutto di Dr. Dre.

Inaspettatamente, l’assalto alla fortezza bianca non viene più tentato dal versante politico come era stato per i Public Enemy ma in una recrudescenza delle pose violente, del linguaggio scurrile, della conquista della ricchezza e dei suoi status-symbol e dell’affermazione individualistica su quella collettiva di gruppo etnico che era alla base dell’hip-hop delle origini.

Il nemico è ovunque, anche se ha la pelle del tuo stesso colore. E Giuda, per quel che ne sa Dre, può benissimo avere la pelle nera. L’arte del dissing non perdona nessuno. Morbosamente ed orgogliosamente funky la musica di Dr. Dre lascia un’impronta indelebile nell’evoluzione della cultura black trovando dei nuovi alleati alla causa in Snoop Doggy Dogg, Warren G e Kurupt cui spetta il compito di insidiare il beat e farcire di parolacce i sampler prelevati di peso dai dischi di Salomon Burke, Ohio Players, Parliament, Leon Haywood, Joe Tex, Isaac Hayes e Funkadelic o replicati sulle due ottave del Moog portatile del Dottore.

The Chronic è un’officina di indicibile sporcizia funky.

Dentro, tutte le locomotive dell’hip-hop californiano passano e vanno via lanciando un fischio.

Ancora oggi quel fischio incute timore e rispetto.     

I’m all about the chronic.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LOU X – La Realtà, la Lealtà e lo Scontro. (Sony Music)  

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Ossessivo e claustrofobico. E artigianale fino al paradosso, nonostante fosse destinato ad una major, La Realtà, la Lealtà e lo Scontro. è il disco che Lou X progetta dopo aver accettato di uscire dall’ombra e salire sul palco del Primo Maggio (nessuno del pubblico a casa se ne accorgerà, visto che sarà l’unico a non essere ripreso dalle telecamere, NdLYS) e ad aprire la data romana per i Cypress Hill.

Il terzo e ultimo album del rapper abruzzese è un disco inquieto e carico di pessimismo e brutti presagi, nonostante la sfavillante copertina che adesso il tempo ha pesantemente ingiallito e che questa nuova ristampa restituisce agli antichi, accecanti splendori. Allestito da Lou X stesso per quanto riguarda le basi e spartito in rima con il cugino C.U.B.A Cabbal, fiero “compagno di branco” dentro la Costa Nostra, la crew del granchio adriatico.

I due inediti dell’epoca, negati all’ultimo momento da Patty Pravo che aveva dapprima concesso i campionamenti di Sentimento e di …e tornò la primavera rimangono tali, perché il tempo scorre ma il dissenso continua a fare paura e ai discografici non interessa intentare guerre con nessuno.

La scaletta rimane dunque pressoché identica a quella di quel lontanissimo 1998.

Canzoni dalle rime fittissime innestate dentro basi ripetitive fino al parossismo. Nonostante il logo del granchio faccia bella mostra di sé sul cappellino del rapper di Pescara e la Costa venga glorificata in rima più di una volta, sul disco si respira una solitudine immensa, preludio a quell’isolamento in cui Lou X si confinerà non appena il disco arriva sugli scaffali dei negozi, rinunciando ad ogni tipo di promozione e dileguandosi nel nulla, probabilmente schifato dall’ingranaggio del music-business, forse solo deciso a portare l’ermetismo che si respira pesante sul disco fino alle estreme conseguenze di un eremitaggio fisico e psicologico. Chi gli stava vicino in quell’ultimo perimetro labirintico e onirico che fu La Realtà, la Lealtà e lo Scontro. lo ricorda impassibile, estraneo ad ogni cosa, privo di qualsiasi sorriso, di qualsiasi gesto di clemenza. “Tutto quello che ho da dire, l’ho detto sul disco” dichiarerà, evasivo, ai discografici della BMG una volta presentato l’album nei loro uffici. Poi, avrebbe chiuso quella porta per sempre (tornerà, molto ma molto timidamente, millenni dopo, nascosto fra le tracce degli amici Aban, NdLYS).  

Un disco che è un testamento, come di chi si approssima alla morte.

Canzoni pese, che se le immagini lunghe appena qualche minuto in più, sai già che non riusciresti a sopportarle. Un lavoro fatto e pensato per non vendere una sola copia in più di quante ne potrebbe vendere agli amici, a chi crede al suo messaggio, al suo cupo livore, alla sua necessità di non omologarsi, di sputare in faccia allo Stato e alle sue sentinelle.

Le nuove canzoni girano su campionamenti bizzarri (le inquietanti gemelle di Shining, Fabrizio De Andrè, i Bauhaus), quasi totalmente prosciugate dal funk, mescolate a piccole aperture mediorientali (che C.U.B.A. esplorerà ancora, ad esempio sul suo The Dervish Made Me Do It), canti da opera e sordide arie da bettola, da cantina “cafona”, da sagra paesana. Insomma, come dice lui sulla straniante Il mattino ha l’oro in bocca: “se cerchi distrazione, non è canzone”.

Lou X va via con un disco circonvesso su se stesso, un disco che non cerca scorciatoie verso quel successo che in molti bramano e che in effetti molti raggiungono. Semplicemente, non gliene fotte un cazzo.

Può andare in giro a tirar fuori i granchi dalle insenature degli scogli, scendere giù al mercato a scegliere il pesce per il cacciucco.

Calarsi il berretto sin sugli occhi.

Esagerare, calarselo fin sul mento.

E scegliere di non parlare più neppure con se stesso.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RAGE AGAINST THE MACHINE – Renegades (Epic)  

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A furia di sputare, Zack de la Rocha finisce per sputare anche addosso ai compagni.

All’alba del nuovo millennio e con soli tre album pubblicati nel giro di otto anni, i Rage Against the Machine sono all’empasse creativa, soprattutto a causa dei tempi biblici dello stesso vocalist che adesso minaccia fra l’altro di  chiedere altro tempo per dedicarsi ad un non meglio definito progetto in proprio che in realtà non partirà mai. Non nei sedici anni successivi perlomeno.

I rapporti si fanno incandescenti e l’unica alternativa per chiudere rapidamente il contratto con la Epic prima di far saltare in aria tutto il progetto Rage Against the Machine è quello di infilare sotto la porta dei capoccia un nastro di cover. Roba che possa essere in qualche modo manifesto di quella ribellione di cui la band è stata da sempre portavoce ma che possa essere registrata in fretta, senza concedere a Zack altro tempo per inventare slogan o dichiarazioni di guerra.

Renegades esce infatti, caso unico nella loro discografia, ad un solo anno di distanza dall’album che lo precede. Dentro, i RATM ci infilano un bel po’ della roba con cui sono cresciuti o che hanno condiviso assieme durante gli spostamenti in tour: MC5, Stooges, Minor Threat, Bob Dylan, Devo, Rolling Stones, Bruce Springsteen, Afrika Bambaataa, EPMD, Eric B. & Rakim, Cypress Hill, Volume 10.  

Canzoni vecchie e nuove. Che vengano dal folk, dall’hardcore, dal rap, dal punk poco importa. Quello che conta è che abbiano dentro la medesima rabbia delle loro. E ce l’hanno, tanto che ci accorgiamo che una I’m Housin’ e una Down on the Street, a ben guardare, erano due banchine che si affacciavano sulla medesima strada.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PUBLIC ENEMY – It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back (Def Jam)  

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Era un muscolo cardiaco pulsante di rabbia quello che batteva dentro i dischi dei Public Enemy, preciso e implacabile come quell’orologio appeso al collo di Flav. L’ultimo plateale urlo di orgoglio nero prima che le lusinghe del music biz trasformassero il rap, loro compresi, in macchina sputasoldi. Era l‘88, e almeno fino all’uscita di Apocalypse, tre anni dopo, la posse di Chuck D era all’apice artistico della propria storia militante, il megafono fiero e inquietante del riscatto nero immerso in un universo di sirene e fischi meccanici a ricreare il sound delle moderne, alienanti metropoli sempre più vicine a giungle di perversione e violenza. La Bomb Squad morde arrabbiata, isolando l’atomo James Brown come fosse la particella base del groove. Gli MC ci arrovellano sopra le loro frasi. Tutt’intorno un perenne ululare di sirene. Un po’ come quelle che si sentono risuonare per tutta Long Island, la terra di nessuno dove i Public Enemy hanno il loro quartier generale. Proclami buttati un po’ a casaccio, a dire il vero. Facendo si che alla fine i Public Enemy dentro quel mirino ci finissero per davvero.

All’epoca però, la crew guidata da Chuck D e Flavor Flav riuscì davvero a fare del rap un linguaggio universale veicolando messaggi che andavano ben oltre la goliardia dei Beastie Boys e i semi di black pride dei Run-DMC e penetrando, pur usandone solo le briciole (del centinaio di “piani sequenza” utilizzati dalla squad per realizzare lo schermo sonoro su cui i due rapper stendono le loro rime, solo una piccolissima parte ha una paternità rock), nel tessuto connettivo del rock internazionale, spianando la strada a gruppi come Wu-Tang Clan e Cypress Hill.

Certo, ascoltarli prescindendo dal messaggio per giusto o sbagliato che sia, così come era per i maestri che li hanno ispirati (Last Poets e Gil Scott-Heron in primis), è esercizio leggermente improduttivo e retorico.

Un po’ come portare la rivoluzione su un salotto e servirle un bicchiere di succo di pera con gin. Ma almeno di questo loro non hanno colpa.

   

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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