RAGE AGAINST THE MACHINE – Renegades (Epic)  

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A furia di sputare, Zack de la Rocha finisce per sputare anche addosso ai compagni.

All’alba del nuovo millennio e con soli tre album pubblicati nel giro di otto anni, i Rage Against the Machine sono all’empasse creativa, soprattutto a causa dei tempi biblici dello stesso vocalist che adesso minaccia fra l’altro di  chiedere altro tempo per dedicarsi ad un non meglio definito progetto in proprio che in realtà non partirà mai. Non nei sedici anni successivi perlomeno.

I rapporti si fanno incandescenti e l’unica alternativa per chiudere rapidamente il contratto con la Epic prima di far saltare in aria tutto il progetto Rage Against the Machine è quello di infilare sotto la porta dei capoccia un nastro di cover. Roba che possa essere in qualche modo manifesto di quella ribellione di cui la band è stata da sempre portavoce ma che possa essere registrata in fretta, senza concedere a Zack altro tempo per inventare slogan o dichiarazioni di guerra.

Renegades esce infatti, caso unico nella loro discografia, ad un solo anno di distanza dall’album che lo precede. Dentro, i RATM ci infilano un bel po’ della roba con cui sono cresciuti o che hanno condiviso assieme durante gli spostamenti in tour: MC5, Stooges, Minor Threat, Bob Dylan, Devo, Rolling Stones, Bruce Springsteen, Afrika Bambaataa, EPMD, Eric B. & Rakim, Cypress Hill, Volume 10.  

Canzoni vecchie e nuove. Che vengano dal folk, dall’hardcore, dal rap, dal punk poco importa. Quello che conta è che abbiano dentro la medesima rabbia delle loro. E ce l’hanno, tanto che ci accorgiamo che una I’m Housin’ e una Down on the Street, a ben guardare, erano due banchine che si affacciavano sulla medesima strada.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PUBLIC ENEMY – It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back (Def Jam)  

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Era un muscolo cardiaco pulsante di rabbia quello che batteva dentro i dischi dei Public Enemy, preciso e implacabile come quell’orologio appeso al collo di Flav. L’ultimo plateale urlo di orgoglio nero prima che le lusinghe del music biz trasformassero il rap, loro compresi, in macchina sputasoldi. Era l‘88, e almeno fino all’uscita di Apocalypse, tre anni dopo, la posse di Chuck D era all’apice artistico della propria storia militante, il megafono fiero e inquietante del riscatto nero immerso in un universo di sirene e fischi meccanici a ricreare il sound delle moderne, alienanti metropoli sempre più vicine a giungle di perversione e violenza. La Bomb Squad morde arrabbiata, isolando l’atomo James Brown come fosse la particella base del groove. Gli MC ci arrovellano sopra le loro frasi. Tutt’intorno un perenne ululare di sirene. Un po’ come quelle che si sentono risuonare per tutta Long Island, la terra di nessuno dove i Public Enemy hanno il loro quartier generale. Proclami buttati un po’ a casaccio, a dire il vero. Facendo si che alla fine i Public Enemy dentro quel mirino ci finissero per davvero.

All’epoca però, la crew guidata da Chuck D e Flavor Flav riuscì davvero a fare del rap un linguaggio universale veicolando messaggi che andavano ben oltre la goliardia dei Beastie Boys e i semi di black pride dei Run-DMC e penetrando, pur usandone solo le briciole (del centinaio di “piani sequenza” utilizzati dalla squad per realizzare lo schermo sonoro su cui i due rapper stendono le loro rime, solo una piccolissima parte ha una paternità rock), nel tessuto connettivo del rock internazionale, spianando la strada a gruppi come Wu-Tang Clan e Cypress Hill.

Certo, ascoltarli prescindendo dal messaggio per giusto o sbagliato che sia, così come era per i maestri che li hanno ispirati (Last Poets e Gil Scott-Heron in primis), è esercizio leggermente improduttivo e retorico.

Un po’ come portare la rivoluzione su un salotto e servirle un bicchiere di succo di pera con gin. Ma almeno di questo loro non hanno colpa.

   

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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WUGAZI – 13 Chambers (Doomtree)  

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Il mash-up album per eccellenza.

La più radicale fra le band hardcore punk e la più radicale fra le band hardcore rap.

Insieme.

Invitati a loro insaputa da Cecil Otter e Swiss Andy dentro la loro casa di 13 stanze.

I Fugazi e il Wu-Tang Clan, ignari gli uni degli altri, rotolano rime e riff mai banali. Il risultato, anche se ai confini della pirateria, è uno dei migliori dischi di crossover mai realizzati. Il migliore io abbia mai sentito dai tempi della colonna sonora di Judgement Night, che annunciava un’epoca che si è spenta prima di realizzare i capolavori che preannunciava. Quel capolavoro esce ora, sdoganando il Wu-Tang nella severa comunità hardcore e i Fugazi nell’altrettanto rigido ghetto dell’hip-hop americano. Facendoci sentire tutta la nostalgia per due band fondamentali della musica degli anni Novanta. E facendola scorrere con la freschezza che la nostalgia spesso disconosce.

Wugazi sono la realizzazione di un progetto di fusione spesso maneggiato con una superficialità che invece non meritava.

Lunga vita al Wu-Tang Clan.

Lunga vita ai Fugazi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SALMO – Hellvisback (Sony Music)  

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La Pasqua è finita e sono ancora alle prese coi Salmi.

Per questo 25 Aprile, mentre fuori “infuria la bufera” e gli italiani celebrano anni di liberazione con ventiquattrore di schiavitù ai centri commerciali, mentre qualcuno si ostina a postare video fake di Prince pur di unirsi all’unanime coro necrofilo di commozione tardiva, mi tocca l’ultimo, quello con l’Elvis sfregiato in copertina.

Lo sento recitare senza sosta dalla cameretta di mia figlia.

Sempre più piccola la prima, sempre più grande l’altra.

E decido di capirne un po’ di più del fenomeno, evitando guerre perdute allungando paragoni con la vecchia scuola, anche quando lo stesso rapper sardo mi serve un’opportunità d’oro stesa su un vassoio d’argento e me la passa sotto il naso al secondo minuto e mezzo di 1984, il pezzo che si apre sul beat di Papa Was Too di Joe Tex nonché il singolo che è stato scelto per anticipare l’uscita sul mercato di questo suo quarto album, il primo per una major.

È un po’ un’operazione amarcord perché la sezione “hip-hop italiano” l’avevo spostata sugli scaffali posteriori della mia discoteca da quando Neffa ha deciso di diventare un cantante per signore borghesi e Sinigallia è sceso dalla macchina di Frankie Hi-NRG per salire sul tram dei Tiromancino. Ma è anche un’azione molto meno agevole di quanto si pensi. Perché nel frattempo da musica antagonista il rap è diventato un genere di tendenza e di successo, soprattutto fra gli adolescenti. È diventato protagonista delle classifiche e dei talent show. Infesta le televisioni, le radio, i club, gli stadi e, con Numero zero e Zeta, anche le multisale. E anche un’ala di casa mia. Non potendo sgombrare l’etere e i pixel, occorre quindi sgombrare la testa dai pregiudizi. E calarsi dentro il feretro dove Salmo giace col cadavere di Elvis.

Hellvisback, affine allo spirito pulp del Verano Zombie di Noyz Narcos, è un disco marcio e credibile, per le storie che racconta e per come le racconta. Ha suoni ossessivi e stranianti, elettronici ma con un’anima rock che Salmo non ha mai tradito sin dai tempi in cui si divertiva facendo hardcore con gli Skasico, intersecando la black music solo in un paio di episodi (il groove giamaicano che scorre fra le rime scomode de Il Messia e il funky alla Floaters di Black Widow). Su queste basi Salmo scarica una cartucciera infinita di sillabe, citazioni, rime, osservazioni ciniche ed acute sulla merda che c’è in giro e infila qualche trovata di buon gusto (gli inserti Tarantiniani della title-track, il groove tribal/electro di La festa è finita, la troncatura col machete sul “finisce sempre sul più bello, quando…” di 7am), altre volte meno (il dialogo conclusivo con le improbabili incursioni nel reggaeton, nell’hip-hop old-school e nel pop melodico pur di far venir fuori il “fattore X” che un improbabile talent-scout vuol far sbocciare ad ogni costo) ma il risultato è un disco di rap moderno, certamente retorico (non più della media delle produzioni rock di oggi), che evita gli ospiti un po’ come faccio io e fa tremare le casse. Forse anche quella di Elvis, chi lo sa.

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LOU X-DISASTRO – Dal basso (Tannen)  

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Non manca solo a me. E questa è già una gran bella notizia, che l’assenza condivisa è un dolore di cui si può spartire il peso.

Lou X. Una delle menti più lucide e delle lingue più taglienti del rap italiano. Uno che ne aveva, di cose da raccontare e che non le mandava a dire.

Certo, erano altri tempi. Il rap era ancora, soprattutto, una musica di denuncia. Non solo roba di figa e dissing, di tatuaggi e cash. Niente megaproduzioni e beats di lusso. Era ancora una roba da “due piatti e un microfono”, per dirla alla Jam Master Jay. Roba spartana, essenziale, prodotta e distribuita in proprio, una piccola cinghia meccanica su cui far scorrere delle rime, per raccontare verità universali e altre verità nascoste, quelle delle borgate dove ti richiudi la porta di casa alle spalle e non sai se la vita ti concederà di riaprirla. Roba diversa ma non distantissima da quella che era stata prodotta durante gli anni dell’hardcore italiano, quasi sempre analogo il “bacino” umano da cui attinge: università e centri sociali in primis.

Come per quello, anni dopo si parlerà di old-school per definirne lo spirito fiero ed intransigente, oltre che la povertà di mezzi che le caratterizzano.

Sono gli anni in cui gli studenti e i disoccupati si creano un alter-ego militante e si trasformano in piccoli guerriglieri urbani. Sono gli anni di Luigi Martelli, che sceglie di accorciare il nome in Lou e di aggiungere la X, come quella di Malcolm. Viene da Pescara, che è la periferia dell’impero hip-hop italiano. E lì rimarrà, mettendo in piedi una crew corsara chiamata Costa Nostra, un branco di una decina d’anime che gira per la provincia, facendo graffiti, studiando qualche base, sputando qualche parola. A Roma ci vanno di rado, per comprare qualche disco con cui fare le basi. Nel 1993 ci vanno per raggiungere i ragazzi degli Assalti Frontali che hanno deciso di finanziare il loro primo disco.

Dal basso esce nel 1993 ed è il primo disco dei Public Enemy in lingua italiana. Basi che spingono “dal basso” e pressano, come una mano morta insidiosa tra due belle natiche su una metropolitana. Lou X spara raffiche di parole, in apnea, come se il bisogno di raccontare avesse superato quello di respirare.

Ad occuparsi di questa ristampa che farà felici 500 persone è Marco Fioritoni, che all’epoca scelse il nome guerriero di Disastro e lo mise accanto a quello di Lou X su questo disco e che adesso quel disco se lo è riportato in studio per rimissarlo ed esaltare le note basse che all’epoca erano state risucchiate via dall’incompetenza e dai limiti tecnici di chi stava esplorando un mondo tutto nuovo.

Solo…(come un cecchino), Pagati!, Un porco è un porco, Quando la patria chiama (con un magistrale campionamento di Albert King), Italia (costruita sul groove di Foxy Lady nella versione dei Black Merda) diventano memoria collettiva.

Se l’avete perduta, avete ora modo di recuperarla.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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RAGE AGAINST THE MACHINE – The Battle of Los Angeles (Epic)  

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La nuova chiamata per l’adunata sediziosa di cui i Rage Against the Machine sono in qualche modo profeti e portavoce, arriva nel 1999, con un disco spettacolare ed esplosivo quanto i due che lo hanno preceduto che se stavolta non ci scoppia in mano è solo perché nei sette anni che lo separano dall’arrivo sulle scene della formazione californiana ci siamo abituati in qualche modo ad armeggiare con le sue polveri piriche senza far venir giù le mura di casa.

Facendola brillare all’esterno, possibilmente.

Così come era stata concepita.

Musica del ghetto. Fiera, antagonista, arrabbiata.

E si, i Fugazi non incidono per una major mentre loro no, lo so.

E si, nel frattempo la fusione metal-rap ha generato dei mostri che manco quando fu mescolato l’hard rock con la musica di Puccini. Però basta far decantare e la merda verrà a galla da se.  

E si, Zack de la Rocha continua a sobillare la folla e ad incitare alla rivoluzione sul “solito” tappeto di chitarre croccanti come un campo coperto da locuste.

Nessuna variazione sul tema, dal punto di vista musicale. Morello usa il suo strumento come Terminator X faceva coi suoi piatti, con l’intento di ferire. Le parole vengono snocciolate come la cartucciera di un AK47.

La ritmica è quadrata, precisa, scultorea. Adatta a modellare le deformità di questo mondo su parallelepipedi di granito.

Testify, Guerrilla Radio, Maria, Voice of the Voiceless, Sleep Now in the Fire, War Within a Breath sono gli ultimi salmi cantanti con rabbia contro la macchina.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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CASINO ROYALE – Reale (V2)  

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Le due X in copertina ci ricordano che sono passati venti anni di Casino Royale. Approssimati leggermente per eccesso ma descritti con precisione algebrica nell’intro di Royale Sound: 7000 giorni. Ovvero, con una semplice divisione: diciannove anni virgola diciotto.

Diciannove anni e tre mesi scarsi durante i quali i Casino Royale si sono trasformati più e più volte rimanendo fedeli a nient’altro se non a loro stessi.

Dopo i dischi alchemici degli anni Novanta e l’abbuffata drum ‘n bass del progetto RYLZ, Reale torna alla musica interamente suonata e delega ad Howie B il compito di rielaborare tutto in chiave elettronica per lo speculare Not in the Face, pubblicato sull’etichetta personale della formazione milanese un paio di anni dopo.

Reale è il disco della riscossa di Alioscia, rimasto unico capitano dopo l’ammutinamento di parte dell’equipaggio. Una orgogliosa, incrollabile fede nella scommessa Casino Royale ostentata nella Royale Sound citata in apertura e dentro la quale BB-Dai non si esime dal togliersi qualche sassolino dalla scarpa, con classe da poeta urbano e schiettezza da teppista hardcore. Un lavoro che non ha forse la statura “popolare” di Sempre più vicini e CRX, dischi davvero in grado di parlare A TUTTI, animato da una consapevolezza nuova, più adulta, orgogliosa di usare un lessico (musicale e verbale) che può essere compreso da pochi pur avendo una capacità di confrontarsi con le migliori produzioni di settore europee, sfaccettato e labirintico, in grado di reggere ed affrontare le turbolenze che sono vuoti d’ossigeno di chi ancora riesce a volare, nonostante tutto.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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CASINO ROYALE – Dainamaita (Black Out)  

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Non deve essere stato semplice mettere su un disco come Dainamaita. Coordinare gli umori e i gusti di dieci persone inclini al muso facile, riordinare le idee e tentare di ripartire, rimettersi in gioco scommettendo sul proprio nome e cercando di tirarlo fuori dalla nicchia ska, stipulare un contratto con una grossa distribuzione come quella PolyGram senza deluderne le aspettative di vendita e preservare la propria identità pur puntando su un lavoro che è un azzardo stilistico che può bruciare tutta la fatica che ci sta dietro in un attimo.

Dainamaita è un po’ il lancio nel vuoto per i Casino Royale, artefici loro malgrado di quella gran babele di stili, dialetti, generi e tecniche che si imPOSSEsseranno dell’Italia negli anni Novanta.

Ma se Jungle Jubilee permetteva al gruppo milanese di rischiare pur muovendosi in un porto sicuro, Dainamaita rade al suolo ogni certezza. Col rischio che al prossimo concerto verranno a vederti solo per prenderti le generalità.

Dainamaita si apre con un piccolo frammento di trenta secondi. Uno swing suonato al pianoforte da Michele “De Maestro” Ranauro che richiama Caravan Petrol e il refrain di Casino Royale.

Una intro che è messa lì come rito propiziatorio. Ma che è anche un gesto domestico simbolico. Come quando entri a casa di qualcuno, togli il cappello e lo appendi all’ingresso. E quel posto diventa un po’ tuo, marcando il territorio.

Un disco coraggioso, il terzo Casino Royale. Che ascoltato oggi non è invecchiato benissimo, che adesso riesci a fare roba simile schiacciando per errore un’app del cazzo sul tuo telefonino e se sbagli magari mamma te ne compra un altro.

Ma allora, nel 1993, era tutto sudore e scazzi vari.

Era bestemmiare cento volte dietro una puntina che era saltata per uno scratch più nervoso dell’altro, anche se a farlo era un fuoriclasse come DJ Gruff.

Era dire delle cose. E dire cose che avessero un valore non solo a Niguarda, a Quarto Oggiaro o a Ticinese. E non solo “qui ed ora”. Ma in tutto il pianeta. E sempre.

Come quelle dette in Justice e Metallo giallo.

Era dirle col cuore di Giuliano Palma.

E dirlo con le budella di Alioscia.

E dirlo suonando. E suonarlo su un cavallo che non si è ancora ammaestrato. O che magari non si voleva ammaestrare. Magari dirle e cantarle con una gran confusione in testa. Grattandosi il mento e la fronte. Come i pionieri e come i barboni.

Casino Royale in missione speciale. Facendo della periferia il centro del nuovo mondo. 

Passeggiando per Milano, camminando piano piano…quante cose puoi vedere, quante cose puoi sapere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MC 900 Ft. JESUS – Welcome to My Dream (Nettwerk)    

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A ridosso degli anni Novanta, quando esplode il fenomeno hip-hop e il linguaggio rap assurge a slang di massa, Mark Griffin si diverte a creare musica che a nessuno sembra interessare, elaborando gli stessi elementi cari alla cultura hip-hop: piatti, scratching, sampling, pattern ritmici, valanghe di parole messe a servizio di un suono scuro ed obliquo che mi è sempre piaciuto definire come l’anello imperfetto e molto stiloso fra The The e Beck.

Tre album passati quasi inosservati ma opportunamente intercettati da gente come gli U2 ad esempio che ne ruberanno qualche idea per mettere su un disco trendy come Zooropa (per tacere degli agenti pubblicitari della Levi‘s).

Poi Mark si rompe le balle e abbandona il mercato discografico, lavorando saltuariamente come DJ nella sua Dallas.

Welcome to My Dream, il più bello dei tre, è una lunga striscia di asfalto e plexiglass  metropolitano lungo la quale scorrono ombre funky, soul e jazz. 

Schegge di Gil Scott-Heron, Miles Davis, Tower of Power, Kurtis Blow, un tappeto di percussioni digitali o afro-jazz (Falling Elevators, Dali‘s Handgun), le dita di DJ Zero (il collaboratore della “star” del rap bianco Vanilla Ice, NdLYS) che scratchano come fossero le lame delle dita di Freddy Krueger e la voce filtrata di Mark “MC 900 Ft. Jesus” Griffin che costruisce fonemi e sintassi su un immaginario da cinema noir.

Un disco cibernetico, un piccolo mostro bionico che ci piove addosso come le lacrime di Roy Batty.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

 

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