MUSICA ELETTRONICA VIVA – MEV 40 (New World)

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Altro che cacio e pepe e coda alla vaccinara. Trastevere negli anni Sessanta era l’officina cattiva e nichilista della Roma della dolce vita e del Piper. Qui era nato ad esempio il Teatro Laboratorio di Carmelo Bene, uno dei più scandalosi ed eccessivi esempi di happening teatrale mai esistiti e qui nasce l’esperienza del MEV, Musica Elettronica Viva, per opera di alcuni americani che bazzicano Trastevere. Si chiamano Frederic Rzewski, allievo di Luigi Dallapiccola, Richard Teitelbaum  (storicamente l’uomo che introdusse il Moog modulare nel nostro paese proprio a metà degli anni Sessanta e proprio a Trastevere), l’appassionato di jazz Alvin Curran, il costruttore di marchingegni elettronici Allan Bryant e il violoncellista John Phetteplace. L’obiettivo comune è quello di realizzare una musica libera da qualsiasi prigione accademica e socialmente trasversale fino all’eccesso. Fino al limite del governabile. Suonano in un’officina abbandonata e suonano con la saracinesca alzata e la porta a vetri aperta. Chiunque entri, è obbligato a prendere in mano un attrezzo qualsiasi, un martello, un cartone, un bidone, una rete metallica, un asse di legno, qualsiasi cosa produca un rumore, ed unirsi al gruppo improvvisando su musiche che non hanno nulla di organico. Flussi di coscienza che diventano rumore “vivo”, paradosso vivente di un’avanguardia che si ricollega ai primordi tribali dell’uomo delle caverne. È una musica che va ovunque, polvere metallica che si sparge come l’incenso nelle nuove cattedrali industriali del boom economico, impestando l’aria, che trascende i concetti di genere e di epoca, tanto da anticipare con grande vantaggio molte delle musiche pre-apocalittiche di tanti rumoristi, italiani e stranieri, che in piena epoca punk e post-punk verranno osannati come “precursori” della musica industriale.

Questa uscita in quattro cd che raccorda una delle primissime “composizioni” della formazione (Spacecraft) con la Mass.Pike del 2007 passando attraverso esibizioni degli anni Settanta (Stop the War) e dei tre decenni successivi ci mette davanti ad una prova di ascolto ancora oggi sfiancante e abominevole. Provateci, se davvero pensate che le vostre orecchie non possono sanguinare.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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EAE – Meditations in Motion (Manza Nera)  

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I titoli contano poco. Nel caso specifico ma pure, per il sottoscritto, nella vita reale. Ho sempre chiamato “signore” chi reputavo tale, anche se la targhetta del campanello cui suonavo recava qualche altro altisonante titolo davanti al cognome oggetto della mia visita.

Poco male dunque se dentro Meditations in Motion i titoli, a parte pochissimi casi, mancano. “Meditazioni” le chiamano Bruno Romani e Fred Casadei, queste schegge folleggianti che poco hanno a che fare pure con quello che il luogo comune associa alla meditazione. Di meditabondo c’è veramente poco dentro questo progetto dei due musicisti italiani.

L’Electro Acoustic Ensemble tira sassate alle vetrate del jazz.

Quello che ascoltate è il rumore di quei vetri che vanno in frantumi. Geometrie disordinate e aguzze disegnate dagli strumenti a corda che si dispiegano come funi di giocolieri e dai pungenti interventi di un sassofono che si cala nelle vesti di un funambolo ardimentoso e virile. È musica in qualche modo furiosa, disubbidiente all’ordine. Che medita più su come fuggire dalla gabbia del mondo che sulle leggi che ne regolano la disciplina.

Forse sarebbe il caso cominciaste a farlo pure voi.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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XABIER IRIONDO – Irrintzi (Wallace/Phonometak/Santeria/Long Song/Brigadisco/Paint Vox)

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L’avevate notato? Xabier somiglia sempre più a Francesco Currà, il semisconosciuto autore di Rapsodia meccanica, uno dei più alti esempi di musica concettuale mai partoriti in Italia. Una affinità che è fisica (il mustazzo proletario degli anni Settanta, ora finalmente sdoganato e tornato di moda) ma pure ideologica e che questo Irrintzi rende infine pubblica grazie all’omaggio plateale reso alla sua Preferirei piuttosto sulla facciata B del disco, dedicata alle rivisitazioni corrosive e acide di sei angoli della mente del polistrumentista basco.

Irrintzi è un conato di vomito sul perbenismo culturale ed estetico italiano, l’ombra della memoria che si proietta sulle tante vie di fuga di cui l’uomo moderno sembra avere bisogno. Un aberrante ostacolo metafisico che ingombra le strade del nostro miserrimo labirinto mentale stimolandoci alla ricerca di soluzioni inusuali o addirittura inedite. Il tentativo, palese nelle rendition della seconda parte del disco e più subdolo nella parte autarchica del disco, è quello di rendere irriconoscibili anche i volti familiari, di disabituarci all’inganno confortante dell’amicizia e alla coccola rasserenante dell’orsetto di peluche, di rendere instabile la nostra gruccia psicologica.  

Anche il viaggio a ritroso nella memoria privata (le melodie folkloristiche di Elektraren Aurreskua, la guerra di Guernica raccontata attraverso le parole del padre su Gernika Eta Bermeo, l’inno antidittatoriale di Itziar En Semea) è percorso infestato da mostri e parassiti. Vermi che divorano la nostra infanzia come brandelli di carne putrefatta. 

Musicalmente Irrintzi è disco che disturba e importuna, un intreccio di voci arcaiche e rumori futuribili, ronzii e voci filtrate, suoni etnici e abrasioni elettriche che si sovrappongono e si annientano l’un l’altro, come anime dannate dentro gironi infernali. E come per Dante avrete bisogno di una guida per non smarrirvi. Anche voi avrete l’esigenza di sentire una mano amica sulla vostra spalla.

Giratevi e provate a cercarne una.

Siete in bilico sull’abisso. Ad un passo dalla fine del mondo.

Ora potete sentirne il rumore.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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