fIREHOSE – “if’n” (SST)  

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Conclusa l’avventura degli Hüsker Dü e sigillata dentro il disco-capolavoro dell’alternative rock degli anni Ottanta, c’è ancora una foto del trio di Minneapolis a far capolino tra le novità dei negozi di dischi. Il 1987 inaugurato da Warehouse: Songs and Stories non si è ancora spento quando arriva nelle vetrine “if’n”, il disco dove in qualche modo tutto un certo modo di intendere la musica trova la sua dimora finale e allestisce forse il suo ultimo capolavoro prima di cedere il passo ai giovani eroi del grunge che decreteranno la precipitosa eclissi della SST.

Le esasperazioni funk-core dei Minutemen sono definitivamente placate, anche se le sincopi nere del basso di Mike Watt e le rullate fuori schema di George Hurley permangono in buona parte del repertorio (Backroads, From One Cums One). Ma a compiere il miracolo e ad emancipare i fIREHOSE dalla pesante eredità della band di D. Boon sono le canzoni dal taglio più diretto e orecchiabile, come Honey, Please, Making the Freeway, Anger, Operations Solitare, In Memory of Elisabeth Cotton, Soon. Piccoli capolavori messi lì a ricordarci che siamo stati adolescenti quando sulle college radio passavano Meat Puppets, Replacements, Thin White Rope, X. E che dunque la nostra era stata un’adolescenza che ci avrebbe regalato il dono del rimpianto.

Proprio come quella dei nostri padri che invece l’avevano trascorsa cantando le canzoni dei Creedence.  

E che dunque potevamo, noi e loro, andare insieme a consumare un frullato di banane dentro un qualche bar della città.

Un qualsiasi frullato.

In un qualsiasi bar.

In una città qualsiasi.    

Perché noi e loro, eravamo appartenuti a qualcosa di bellissimo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE FEELIES – In Between (Bar/None)  

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Facciamo che lo ascoltiamo dalla fine. Che tanto, finita l’era del supporto fisico, con un “disco” puoi farci quello che cazzo vuoi.

Facciamo che prendiamo In Between e lo ascoltiamo dalla title-track. Non mentre passeggia in una giornata di sole ma mentre viene sferzata dalla tempesta. Che anche nel New Jersey il tempo è capriccioso ormai. E l’uragano può essere dietro l’angolo. O alla fine di un album che sembrava destinato ad avere il passo compassato di chi porta il cane a pisciare e nel frattempo si guarda le notifiche sullo smartphone. Che tanto non piove e lo schermo non si bagna.

Facciamo che lo ascoltiamo da lì e che ci piace.

Facciamo che ci sentiamo i Wire e che magari non lo diciamo.

Facciamo che ci sentiamo i Jesus and Mary Chain e non lo diciamo.

Facciamo che poi dal quarto minuto ci sentiamo i Velvet Underground e allora lo diciamo, perché quando si parla dei Feelies che fai, non parli dei Velvet Underground? Dell’eredità lasciata in buone mani, dell’elettricità che esce fuori dai cavi, della nascita del college-rock e dell’attitudine indie?  

Facciamo però che poi andiamo a cercare fra le altre dieci canzoni e ci scopriamo a nostro agio dentro un disco di miniature di Lou Reed, di Tom Verlaine, di Josh Haden, di Peter Buck. Che finiamo per cedere alla voglia di camminare dentro un viaggio quieto e senza imprevisti, e abbandonarci alle lusinghe e alle promesse del tempo (non per niente la parola più ricorrente dell’album, assieme al verbo andare e alle sue coniugazioni), pure se sappiamo che verremo presi per il culo ancora una volta.

Non dai Feelies, ma da altri aguzzini con facce ugualmente amichevoli.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

X – Goodness GraXious, Great Cross of Fire

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Il vostro alfabeto termina per Z. Il mio, per X.

In realtà termina con l’uscita di More Fun in the New World.

Ma termina lì, con quella croce che sigillò come un timbro di ceralacca la storia del punk californiano.

Quella raccontata da Penelope Spheeris e di recente anche da John Doe in prima persona, su quel magnifico libro che proprio ad uno degli album degli X deve il suo titolo.

Disperata e romantica, la musica degli X di Los Angeles. L’unica con la quale poteva capitarvi di uscire da un concerto con le lacrime agli occhi, prima di essere nuovamente inghiottiti dalle interiora della metropoli americana.

 

 

C’è stato un periodo in cui non solo della loro musica mi ero innamorato follemente, ma anche della loro cantante Exene Cervenka.

Era il periodo di The Unheard Music, il documentario diretto da W.T. Morgan e interamente a loro dedicato.

Exene con le braccia serrate ad X.

Exene che regge un canzoniere di canzoni country mentre suo marito intona vecchi standard alla chitarra acustica.

Exene vestita da fantasma come in un vecchio film muto.

Exene che scrive lettere gonfie di amore e di ricordi alla sorella Mary.

Exene senza nessuno scudo, al centro del palco, a dare una voce al rumore della sua città.

Cinque anni di riprese, fra il 1980 e il 1984.

Sono gli X che non hanno ancora sbagliato un disco e che invece di lì a poco sbaglieranno tutto, musicalmente e sentimentalmente.

 

Ma chi erano gli X? Prima di raccontarvelo fatevi un giro sul web e, se non li avete mai visti, guardateli.

Erano o no una delle cose più belle da vedere, oltre che da sentire, che siano passate nelle nostre vite?

 

C’è un romanticismo misto a sconforto che trasuda dalle loro foto, così come dai loro dischi. Perlomeno dai loro primi dischi.

Gli X. Una croce di fuoco appiccata sul camposanto del punk.

Billy Zoom è un appassionato di rock ‘n roll.

Chuck Berry, Eddie Cochran, ciuffi impomatati, blue suede shoes e tutte quelle robe lì. Incontrerà Gene Vincent e suonerà con lui, così come suo padre, anni prima, aveva fatto con Django Reinhardt.

È il Paul Simonon della band, solo con due corde in più.

Imbraccia una Gretsch glitterata che brilla come una sciabola dentro l’inferno del Whisky A Go-Go e quando di tanto in tanto pare di sentir partire il riff strisciato di Johnny B. Goode dentro la furia di quei concerti in cui gli accordi non si sprecano mai, basta lanciare un’occhiata sul palco per averne la certezza: è stato lui.

John Doe occupa sempre la parte sinistra del palco. E’ arrivato a Los Angeles da Baltimora inseguendo il sogno di una musica proletaria, una musica nata dal basso, fatta per tutti. Disgustosa o piacevole. Ma per tutti.

Sbarca il lunario con qualche lavoro saltuario e il resto del tempo frequenta il centro di arti letterarie del Beyond Baroque.

È qui che conosce Exene, lei viene dalla Florida, ha vent’anni e un’infanzia che le ha portato via la madre ma regalato una sorella che la invoglia a scrivere. Di qualunque cosa. Exene e John si spartiranno vita e arte per qualche anno, ma non lo sanno ancora. Mirielle Cervenka morirà invece la sera del 12 Aprile del 1980. mentre si reca in auto a sentire la sorella cantare al Whisky A-Go-Go.

Donald J. Bronebrake lo incontrano un po’ di tempo dopo al The Masque, appena dopo aver finito di distruggere la batteria degli Eyes durante l’ennesimo gig-massacro. Destinato dall’età di dodici anni alla carriera di musicista classico, era stato deviato dal punk a fare le cose peggiori, e aveva appreso bene.

È giovane, furioso e ha energia da vendere: è abbastanza.

D.J. diventa il quarto uomo, la quarta asticina di quella che sarà la lettera per antonomasia del punk americano tutto: X.

Los Angeles esce nel 1980, ed è un disco perfetto.

Ha una brutalità accesa ma stemperata dall’approccio roots di Billy Zoom e canta di storie disperate, di fughe e di voglia di vomitare.

Di sesso, di abusi, di telefoni occupati e di musica che nessuno ascolta.

E ci sono soprattutto le due voci di John e Exene, incrociate come in un abbraccio.

Sotto di loro scorrono i Ramones e Chuck Berry, Lou Reed e i Dictators, i Doors e i Modern Lovers.

E tutt’intorno, solo bianco e nero.

Solo, una X che prende fuoco. Come se il Ku Klux Klan avesse finito la sua festa in maschera e abbandonato il posto del suo Carnevale. Le fiamme ci metteranno quattro anni per bruciarla, assieme all’amore tra John e Exene. Poi ci saranno solo dischi brutti (Ain’t Love Grand), mediocri (See How We Are) o trascurabili (hey, Zeus!), altri matrimoni falliti, dischi solisti, comparsate e il comunicato del 2 Giugno 2009 con cui Exene annuncia al mondo di essere affetta da sclerosi multipla. The days change at night / change in an instant.

 

 

Nonostante gli sia successivo cronologicamente, il secondo album degli X è in gran parte messo in piedi frugando tra i cassetti di John e Exene quando non erano ancora convolati a nozze. Adult BooksI’m Coming OverWe’re DesperateWhen Our Love Passed Out on the CouchIt’s Who You Know provengono sono canzoni che la band si trascina dietro dalla fine degli anni Settanta e alle quali decide di dare adesso un vestito definitivo infilandole in quello che, per quel che possa valere, viene indicato da Rolling Stone nel 2003 come uno dei migliori 500 album di sempre (salvo poi farlo scomparire una decina d’anni dopo, surclassato da almeno CENTOSETTANTA capolavori usciti nel frattempo, NdLYS).

E invece Wild Gift, pur portando in dono alcune ottime canzoni (la White Girl scritta da Doe pensando a Lorna dei Germs, la Some Other Time scritta viceversa da Exene pensando a Phil dei Blasters, la We’re Desperate cui però viene tolto il detonatore che aveva come accessorio di serie in origine), è un disco notevolmente inferiore al capolavoro dell’anno precedente. Un disco raffazzonato dove la passione per il rockabilly e il punk si intrecciano a fatica, preferendo stare fianco a fianco, come nella sequenza scenograficamente catastrofica tra Beyond and Back (palesemente ispirata al suono da rotaia del rock ‘n roll degli anni Cinquanta) e il breve sketch ramonesiano di Back 2 the Base che assieme a I’m Coming Over e Year 1 costituisce il trittico più banalmente punk del lotto, un lavoro che mostra una fenditura più che una sutura tra la coesione del primo formidabile disco e il romanticismo noir del successivo, emozionalmente più prosciugato anche rispetto all’ancora acceso quarto album. Appiccicato come una rivendicazione terroristica con lettere tagliate storte dalle pagine dei giornali.

 

…so the next time you see a statue of Mary remember my sister was in a car“.

Così si chiude Riding With Mary, uno dei pezzi dedicati alla sorella di Exene Cervenka il cui schianto mortale incombe su grandissima parte di questo terzo album della più bella punk band americana.

Gli X hanno sempre portato su disco e sul palco il proprio dolore e il proprio affanno. Un po’ delle loro vite, quel tanto che bastava per renderle meno feroci, meno amare. Stillandone il veleno e sputandolo dai denti come ofidi in cattività. E lo fanno anche stavolta, su questo capolavoro che è Under a Big Black Sun. Lo fanno forse con meno lucidità del solito. Perché il dolore ha tracciato un solco troppo profondo da poter essere colmato solo col rumore di una chitarra. Ecco allora la sorniona elegia funebre di Come Back to Me venire fuori come una ballata cheek-to-cheek, totalmente fuori dai loro canoni punk. Oppure Dancing with the Tears in My Eyes scivolare su languide chitarre hawaiane.

Ma John e Exene hanno vissuto sulla strada. E hanno sempre la pistola pronta a sparare. Non la tengono sempre carica ma quando lo fanno (The Hungry Wolf, quella copia riveduta e neppure troppo corretta di We’re Desperate che è Because I DoBlue SparkReal Child of HellHow I Learned My Lesson) è sempre meglio cambiare marciapiede.

Un sole nero, quello degli X. Un abbagliante, grande sole nero.

Lo stesso sotto il quale, quando i loro nomi faranno capolino più su Gofundme che su Itunes, John Doe sceglierà di aprire l’ombrellone per scrivere la sua bella storia del “good time boys del punk” californiano.

Così, come diceva Anthony Kiedis, “ se non credete a me, chiedete pure a John Doe, perché il suo cuore è carico di gloria e la sua ugola costruita con l’oro”.

 

                                                                                          

                                                                                             

More Fun in the New World segna la fine di un ciclo, professionale e privato, per gli X e il Nuovo Mondo cui si allude nel titolo non riserva niente di buono. Da lì a breve si spezzerà il sodalizio artistico con Ray Manzarek, il matrimonio tra Exene Cervenka e John Doe e l’equilibrio in seno alla band che culminerà con la dipartita di Billy Zoom, orecchio critico e anima rockabilly della band, e la pubblicazione del peggior disco della loro carriera.

More Fun è però ancora il disco di una band in piena salute, completamente immersa nel tessuto urbano della loro città, elemento vitale per la scrittura del gruppo e in grado di confrontarsi con la tradizione faccia a faccia, fino a mettere su un side-project come quello dei Knitters, totalmente devota al suono dell’America rurale e che tornerà, dopo aver fatto capolino nel 1985, a far parlare di se anche dopo che la storia discografica degli X si è chiusa da più di un decennio.  

Una band che, dopo il buio del Grande Sole Nero, vuole tornare a divertirsi, fino al delirio di I See Red (che si conclude con il lancio di oggetti per lo studio e D. J. Bonebrake che si alza dal suo sgabello e tira il cerchione di una vecchia Ford al centro della stanza, NdLYS) e al divertissement funky di True Love pt. 2 pensata come omaggio alla musica di Curtis Mayfield e Marvin Gaye. E se la cover di Breathless commissionata dapprima ai Blasters per il remake dell’omonimo film di Jim McBride e infine eseguita dagli X, Hot House e True Love risultano poco incisive, canzoni come We‘re Having Much More FunMake the Music Go BangPainting the Town BlueDrunk in My Past, la marcia trionfale di The New World e soprattutto la ninnananna di I Must Not Think Bad Thoughts vanno ad infilarsi nel canzoniere d’oro del gruppo di Los Angeles.

Il mondo nuovo sembra sorridere.

Però, come cantano John e Exene, “era meglio prima, prima che votassero per come-si-chiama, questo avrebbe dovuto essere il Nuovo Mondo”.

 

Dopo aver letteralmente divorato le due C90 che custodivano la memoria magnetica dei primi quattro album degli X, le mie finanze mi consentirono di poter comprare il loro quinto disco. Così, andai dal mio negoziante di fiducia, tirai fuori dall’espositore “rock americano” Ain’t Love Grand, pagai, salutai e uscì con un cartone con una cornice di dubbio gusto sotto il braccio.

Arrivato a casa, aprì con precisione chirurgica quel lembo di cellophane che ne avvolgeva la chiusura e dentro non ci trovai gli X.

Gli X erano solo in copertina, infilati dentro altre quattro cornici. Ma dentro quei solchi, degli X non c’era neppure l’ombra. Ain’t Love Grand fu una delle più grandi fregature della mia vita di acquirente di dischi.

Un lavoro dalla statura imbarazzante. Che non mostrava neppure quella dote della quale si fantastica sui nani.

Ain’t Love Grand è un atto di umiliazione cosciente e volontaria.

Gli X appendono la loro creatura al soffitto e ne mostrano il cadavere esanime, raccontando del loro fallimento sotto la sua carcassa, abbellita con i fiori più belli del loro giardino, ormai anch’essi privi di vita. Portandone la salma in trionfo, suonando una samba brasiliana o una fanfara di trombe in una parata mortificante che ne devasti il ricordo ed uccida la pietà.  

                                     

See How We Are è il disco-fenice della formazione di Los Angeles (la città e l’album). Il disco che compensa una brutta sorpresa (l’abbandono di Billy Zoom) con un menù di belle canzoni. Di quelle che, dopo Ain’t Love Grand, non speravamo più di poter ascoltare. E che, dopo la frattura sentimentale fra John e Exene, non speravamo più di ascoltare cantate così, con le loro voci che ci volteggiano sulle teste come dei condor maschio e femmina. Che sembra facciano l’amore. E invece fanno la guerra.

L’ascia del punk è stata seppellita. E gli X sono adesso fondamentalmente una band che lavora su pezzi distesi, power-ballads un po’ amare e un po’ romantiche.

Con il verde saturo dei campi che ha sostituito il nero catrame dell’asfalto e la canicola del sole californiano le fiamme portate in dono dal tedoforo del punk che ardevano sulle loro vite avide d’amore e di rabbia.

Exene e John provano ad adattarsi al nuovo mondo. Quello con “sette tipi di Coca-Cola e 500 marche di sigarette”.

Indossando i giubbotti imbottiti sotto quel sole che dovrebbe essere difficile sopportare anche da nudi. Gli anni Novanta vedono la macchina degli X accostarsi all’affollata corsia del trend di quegli anni, con un disco carico di chitarre e bassi pesanti come hey Zeus! e l’inevitabile, per i tempi, disco unplugged con il vassoio pieno dei resti tiepidi del vecchio repertorio. Riti di passaggio obbligatori per farsi accettare da un pubblico che non ha più alcun ricordo delle notti al Whisky a Go Go, che ha eretto nuovi templi in nuove capitali, che ha scelto di inginocchiarsi verso Nord piuttosto che verso ovest.  

 

Dischi dove l’urgenza di fuggire è del tutto domata, addomesticata dalla vita adulta e dai dolori che come piccoli mattoni hanno avvicinato gli X davanti il trono di Zeus. E ora lo possono chiamare per nome. E sentirsi rispondere che forse non hanno ancora scontato i loro peccati. E che arriverà altro dolore, altri ricordi, altri pizzicotti ad annerire la pelle, fino a renderla inabitabile.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BOB MOULD – Patch the Sky (Merge)  

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Alla fine Bob Mould deve aver riconsegnato al mondo il suo indirizzo.

L’uomo che cambiò il corso alle acque travolgenti del punk torna con un album che trasuda fierezza ed ottimismo. Nonostante la consapevolezza del passare del tempo e del suo carico di malattie e morte sia talmente forte da rischiare di travolgere tutto, Mould lo skipper si dimostra capace di riassettare le vele e donarci un album come Patch the Sky, portando l’imbarcazione su traiettorie conosciute a lui e a noi che aspettiamo di vedere la sua barca diradare le nebbie da ormai così tanto tempo che non riusciremmo ad immaginare un orizzonte che ne sia privo.

Bello, Patch the Sky. Saturo di chitarre e pregno di canzoni da urlare a squarciagola mentre si affonda il muso sul bavero del tramonto, in fiduciosa attesa che ci sia sempre qualcosa di cui poter cantare. E un amico che possa cantare con te.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BOB MOULD – Workbook (Virgin)  

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Nel 1987, nel bel mezzo del tour per un disco strepitoso come Warehouse: Songs and Stories, il sogno degli Hüsker Dü si spegne per sempre e in maniera per nulla indolore. La carcassa della più importante punk band americana degli anni Ottanta ha una lunghissima coda di rabbia, odio, dolore e morte. Mould diventa, inaspettatamente, uno degli “ex” più ambiti della scena alternative statunitense. A ridare fiducia al musicista di Minneapolis, nonostante il turbamento che lo sta sfregiando internamente e malgrado nessuno sappia bene cosa sia in grado di fare senza l’aiuto di Hart e Norton, è la Virgin alla quale Mould impone che le press sheets che accompagnano le copie promo del suo primo disco in proprio non facciano menzione alcuna degli Hüskers assecondando così il suo desiderio di rimuovere del tutto quel passato così ingombrante e così doloroso. Workbook esce nell’Aprile del 1989 e di quel tracimante passato contiene effettivamente ben poco se non una parvenza di languore amaro che viene a galla quando Bob parla di “nemici lasciati alle spalle e amici dimenticati dal tempo” con chiare allusioni all’amico/nemico Grant.

Musicalmente, la densità dei giorni degli Hüskers è quasi del tutto evaporata lasciando ampio spazio a quelle bolle di ossigeno acustico che Mould aveva fortemente voluto mentre era immerso nell’oceano punk coi vecchi compagni. La sua Flying-V viene appesa ad un chiodo talmente corroso dai brutti ricordi da preferirle spesso una compagnia meno invasiva come una chitarra acustica a dodici corde, fino a riacciuffarla da quel perno arrugginito per il finale a sorpresa di Whichever Way the Wind Blows, un tuffo a sorpresa nel rumore cattivo di Zen Arcade.

Come a dire: volendo avrei potuto farvi del male.

Volendo avrei potuto seppellirvi tutti fino al collo e poi strapparvi via le teste con un unico colpo di machete.

Volendo avrei potuto dimostrarvi che l’odio non muore mai ma riposa soltanto. Volendo avrei potuto appendere al chiodo le vostre viscere piuttosto che la mia chitarra.

Invece non l’ho fatto.

Ma non vuol dire che non sia disposto a farlo. A breve.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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P.J. HARVEY – Uh Huh Her (Island)  

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Il ritorno al primitivismo dei primi dischi è chiaro sin dal grugnito scelto come onomatopeico titolo e al selfie casalingo usato per la copertina che ricorda in qualche modo quello di Dry. P.J. Harvey torna dunque a casa dopo la passeggiata notturna per le vie di New York, lasciando Times Square e i suoni laccati del suo precedente disco per rifugiarsi nella quiete di Uh Huh Her. Una serenità turbata dalla morte della nonna la cui perdita influenzerà alcune scelte vocali adottate per le canzoni che Polly ha già finito di abbozzare, come You Came Through e The Desperate Kingdom of Love chiusa con un simbolico volo di gabbiani. Un disco che torna all’essenzialità che era andata smarrita nei dischi immediatamente precedenti e con cui la Harvey si riappropria in toto della propria musica e, forse per la prima volta, sembra volerla trattare in maniera gentile, volerla accarezzare, volerci giocare senza aggredirla, regalandoci piccole perle folk avvolte nella carta crespa come The Letter, il breve intermezzo di No Child of Mine o The Darkest Days of Me and Him.

L’amore si muove nell’ombra, come un assassino.

Polly gli mostra il collo.

Fuori è il deserto.

Dentro, piove.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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X – See How We Are (Elektra)  

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Il disco-fenice della formazione di Los Angeles (la città e l’album). Il disco che compensa una brutta sorpresa (l’abbandono di Billy Zoom) con un menù di belle canzoni. Di quelle che, dopo Ain’t Love Grand, non speravamo più di poter ascoltare. E che, dopo la frattura sentimentale fra John e Exene, non speravamo più di ascoltare cantate così, con le loro voci che ci volteggiano sulle teste come dei condor maschio e femmina. Che sembra facciano l’amore. E invece fanno la guerra.

L’ascia del punk è stata seppellita. E gli X sono adesso fondamentalmente una band che lavora su pezzi distesi, power-ballads un po’ amare e un po’ romantiche.

Con il verde saturo dei campi che ha sostituito il nero catrame dell’asfalto e la canicola del sole californiano le fiamme portate in dono dal tedoforo del punk che ardevano sulle loro vite avide d’amore e di rabbia.

Exene e John provano ad adattarsi al nuovo mondo. Quello con “sette tipi di Coca-Cola e 500 marche di sigarette”. Indossando i giubbotti imbottiti sotto quel sole che dovrebbe essere difficile sopportare anche da nudi. E che pure non riesce a scaldare.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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P.J. HARVEY – Il diavolo fra le gambe

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Mettere a soqquadro il mondo con una chitarra. Anche se è una porzione di mondo. Anche se quella chitarra è più un vestito per coprirsi che un’arma per mettersi a nudo.

Polly Jean ha un nome da bambolotto. Il nome di una donna in miniatura. Un nome da cartoon del primo pomeriggio. Incidentalmente, un nome che ricorda una delle prime canzoni dei Nirvana, poi finita su quel Nevermind che in qualche modo avrebbe spianato la strada a questo suo primo album in proprio, rappresentato da un labbro spiaccicato sul vetro e da un acronimo chiamato a sostituire il suo nome.

P.J. Harvey si presenta al mondo radendo al suolo ogni stereotipo sessuale.

In quelle labbra sfoggiate con così poca sensualità, così “asciutte”, così segnate dal freddo, nell’esibizione cruda, fragile di quel posto di desiderio tramutato in un alloggio scomodo viene in qualche modo annientata, dissimulata, disinnescata ogni passione carnale.

Dry diventa il posto dove viene raccontato l’amore di un corpo disidratato. Un amore che non conosce il tintinnio dei calici. Un amore cui il destino non ha concesso di diventare adulto. Un amore che è un precipitato di polveri, un concentrato di residui fissi, senza neppure un dito di vino dentro cui poter galleggiare. E tutto, qui dentro, ha questo analogo sapore.

Basso, chitarra, voce, batteria un medesimo rumore di detriti e di ruggine.

Di ossa. Di corpi asciutti come rami in un inverno che non ci ha neppure degnati del suo pianto.

 

Troppo impura per la Too Pure, Polly Jean Harvey approda alla Island per la pubblicazione del suo secondo disco.

Accanto a lei ci sono ancora Robert Ellis e Steve Vaughan, di fronte a lei invece stavolta c’è lo stupratore Albini, a portare quell’irresistibile tocco Pixies che fa di Rid of Me uno dei dischi irrinunciabili di quel 1993.

È grazie alle mani di Steve che il suono di Harvey si dinamizza, come fosse una boccetta di gocce omeopatiche.

Folate di distorsione che spazzano il pavimento sudicio del Pachyderm Studio che la band ha noleggiato per tutto il Dicembre del 1992.

Proprio com’era stato per Surfer Rosa dei Pixies e come tornerà ad essere, appena due mesi dopo e proprio negli stessi studi, per In Utero dei Nirvana (che lo sceglieranno proprio dopo aver ascoltato il suono di Rid of Me, NdLYS).

Abrasione come concetto-base di una forma moderna ma altrettanto economica di canzone folk.

Perché questo è, in fondo, la musica di Harvey.

E non serve la cover “rivisitata” di Highway 61 per ricordarcelo.

Minimalismo blues e folk cui piace ogni tanto vestirsi come una femmina da bordello (Man-Size Sextet avvolta nei toni drammatici dei violini e sfuggita, per questo, dalle grinfie dello stupratore) e servito sul vassoio di rumore dell’era grunge.

Il canzoniere di Polly è tuttavia ancora privo di canzoni indimenticabili.

Quello che piace di Rid of Me, lo si ammetta o meno, è l’atmosfera psicotica complessiva, il saliscendi emozionale che pervade l’intero album, la tempesta elettrica che avvolge una donna dal corpo esile e macilento, l’urlo anoressico di un’odalisca che ha perso l’anima in un campo di cotone della Louisiana e la verginità in una provincia qualsiasi del sud-ovest dell’Inghilterra.

Leccami le gambe, sono in fiamme.

Lecca le mie gambe avvolte dal desiderio.

Polly Jean si battezza da adulta.

Si battezza platealmente. Immersa nell’acqua per intero, vestita di raso rosso.

Volgare e anoressica puttana punk.

È il 1995, lei ha ventisei anni.

Suona e scrive canzoni da dieci anni, ovvero da quando la sua strada ha incrociato quella di John Parish. Finisce come corista nel suo gruppo e lì apprende i rudimenti di ogni strumento: chitarra, armonica, pianoforte, sassofono, basso. Quanto basta per farcela da sola, man mano che i suoi gusti musicali si sono affinati passando dalla sbornia duraniana alla scoperta dell’indie rock e del blues orripilante del capitano Beefheart.

Parish rimane però sempre al suo fianco. Un’ombra accanto alla sua.

Anche adesso che Polly ha deciso di battezzarsi, Parish è accanto a lei, paterno e amoroso. Lei non può farsi male, adesso. Può naufragare nel suo dolore con la certezza che lui sarà lì a tirarla su un attimo prima di affogare. Ecco perché To Bring You My Love suona così drammatico e doloroso sfiorando la tragedia senza tuttavia lasciarsi annientare. È uno zeppelin in fiamme che arriva a toccare terra dopo aver lasciato una scia di fumo nero al carbonio al posto delle nuvole.

Polly Jean porta il suo amore, in apnea, finchè non riemerge dalle acque paonazza, livida come una rosa senza più aria da respirare, dopo aver incontrato i suoi mostri e aver invocato un Dio che non ha mai cercato tanto prima d’ora e del quale ora avverte un estremo bisogno.

Ho imparato a pregare dice su Teclo.

Ti scongiuro, Cristo, portami il suo amore impreca su Send His Love to Me.

Dio mio, stammi vicino stanotte implora alla fine su The Dancer.

John le porge la mano dal bordo vasca, lei emerge col make up sciolto e il vestito appiccicato sulle ossa, si sfila il coltello dalle costole e lo consegna nelle mani del suo protettore.

Il suo amore è salvo.

La vasca è sgombra.

Piccole gocce rosso porpora si accendono come rubini dentro le acque nuovamente quiete.

 

Dance Hall at Louse Point, il disco che esce a ridosso di To Bring You My Love e che ufficializza il rapporto artistico fra la Harvey e Parish ha una coerenza stilistica meno definita rispetto ai lavori solisti della cantante inglese. I due si dividono equamente il lavoro, dedicandosi una alla stesura dei testi, l’altro alla scrittura delle musiche, adattandosi vicendevolmente l’un l’altra. Un disco dalla doppia anima e dalle molte facce, toccando territori cacofonici cari a Captain Beefheart, sgambettando zoppa come nei blues di Tom Waits, mostrando torbide maschere di terrore noise alla Sonic Youth ma defluendo pure in certe ballate gotiche che diventeranno uno dei canoni stilistici dei Blonde Redhead più maturi che danno a P.J. la possibilità di giocare con registri timbrici diversi (da Taut Lost Fun Zone ci passa dentro tutto quello che la Harvey vocalmente è capace di regalare). Il livello di attenzione tuttavia rimane scostante al pari del repertorio, con piccoli momenti di stanca che ne frammentano l’ascolto.   

 

Il desiderio, carnale e spirituale, che divora il corpo di Polly Jean dall’interno trova nuove domande su Is This Desire? dove l’innesto di suoni digitali si sovrappone agli strumenti di Mick Harvey, John Parish, Eric Drew Feldman, Jeremy Hogg, Joe Gore, Terry Edwards, Richard Hunt e del ritrovato Rob Ellis.

Il risultato è un disco increspato e scricchiolante che anticipa di due anni quanto poi verrà applicato dai Radiohead per il fortunato Kid A (si ascolti la sequenza The Garden/Joy), una ansimante galleria di ritratti di donne infelici a dispetto dei nomi che sono stati loro inflitti a beffa di una vita miserevole (Joy, Angelene, Elise, Leah, Catherine). In questo rosario di anime tormentate e di corpi abusati, ci sono uomini che vanno (per sempre, come il Jeff Buckley portato via dal Mississippi raccontato su The River) e vengono (con la patta gonfia di desiderio e le tasche colme di denari, come quelli che bussano alla porta di Angelene o col cuore sanguinante come il Giuda di The Garden).

Rispetto all’immaginario stagnante e claustrofobico di To Bring You My Love, i personaggi ingombranti di Is This Desire? si muovono e percorrono distanze, come a doversi perennemente confrontare, più che con l’ambiente che li ospita e con gli elementi naturali ed artificiali, con le ombre che li imprigionano alla terra.

Condannati alla morte, come tutti.

E all’attesa.

 

Stories from the Cities, Stories from the Sea, il disco con cui la Harvey infila il tunnel del nuovo secolo è un disco DA PAURA. Senza esagerazioni. Infili il disco nel lettore e, appena sistemato il culo sul giro di Big Exit, hai PAURA di aver sbagliato disco. Resisti, un attimo di imbarazzo, parte Good Fortune e vai a controllare se Gung Ho di Patti Smith sia bello tranquillo nella sua custodia o sia per caso caracollato fuori. Quando ti accorgi che in effetti nessuno lo ha mosso dalla sua polverosa posizione sullo scaffale, allora comincia a insinuarsi la PAURA di aver sprecato il tuo denaro. Al terzo brano, cominci davvero ad avere PAURA che questa agonia non abbia mai fine. E così, giunto alla fine dell’opera (opera???? operetta da avanspettacolo, semmai….. NdLYS) lo vai a sistemare in alto, perché hai PAURA che la tentazione di andarlo a riascoltare per scoprire che “no, non può essere così” e “deve pur esserci qualcosa di vicino a una buona canzone” si faccia avanti. La trojetta che saltava dal letto di Steve Albini a quello di Nick Cave è ora una puttanella da quattro soldi, di quelle che carichi solo mettendo in mostra il macchinone nuovo e l’autoradio potente. John Parrish, che qualcosa deve aver intuito, ha ritirato le fiches, alzato il culo e lasciato il tavolo verde. Voleva giocare a Risiko e ora si sarebbe trovato al Gioco dell’Oca. Dopo un antipasto, un primo e un secondo portentosi, un buon contorno e un dessert prodigioso, la signorina Harvey sembra essere arrivata alla frutta e il mio invito è quello di sparecchiare velocemente e togliere il disturbo.

E invece la Harvey non molla.

 

Il ritorno al primitivismo dei primi dischi è chiaro sin dal grugnito scelto come onomatopeico titolo e al selfie casalingo usato per la copertina che ricorda in qualche modo quello di Dry. P.J. Harvey torna dunque a casa dopo la passeggiata notturna per le vie di New York, lasciando Times Square e i suoni laccati del suo precedente disco per rifugiarsi nella quiete di Uh Huh Her. Una serenità turbata dalla morte della nonna la cui perdita influenzerà alcune scelte vocali adottate per le canzoni che Polly ha già finito di abbozzare, come You Came Through e The Desperate Kingdom of Love chiusa con un simbolico volo di gabbiani. Un disco che torna all’essenzialità che era andata smarrita nei dischi immediatamente precedenti e con cui la Harvey si riappropria in toto della propria musica e, forse per la prima volta, sembra volerla trattare in maniera gentile, volerla accarezzare, volerci giocare senza aggredirla, regalandoci piccole perle folk avvolte nella carta crespa come The Letter, il breve intermezzo di No Child of Mine o The Darkest Days of Me and Him.

L’amore si muove nell’ombra, come un assassino.

Polly gli mostra il collo.

Fuori è il deserto.

Dentro, piove.

 

Smessi i panni di Patti Smith vestiti con discutibile gusto su Stories from the Cities, Stories from the Sea, Miss Harvey si diverte ad indossare quelli di Tori Amos per White Chalk. Un album che andrebbe consegnato ai negozi e dai negozi a noi con uno sticker che ci avverta della sua fragilità. White Chalk è infatti un disco di cristallo al cui ascolto ci si sente come degli elefanti all’interno del Museo del Moser.

Il suo approccio dilettantesco al pianoforte fa di White Chalk, l’album pensato “attorno” a quello strumento, un lavoro intenzionalmente vulnerabile.

I tasti d’avorio diventano più delle stampelle per sostenere il cantato flebile di Polly Jean che un tappeto melodico su cui stendere le parole ad asciugare.

Ogni picchiettio dei martelletti, un piccolo ematoma si forma sulla carne bianca delle gambe di Polly.

A forma di torta di mela della nonna.

A forma di cuore.

A forma di dolore ricurvo.

A forma di metastasi.

Se il precedente lavoro cointestato con il fidato Parish nasceva in qualche modo come parallelo “sperimentale” al lavoro ufficiale di Polly Jean, A Man a Woman Walked By, seconda sortita in coppia ha, in questa ottica, molto meno senso venendo dopo due album come Uh Huh Her e White Chalk dove la sperimentazione vocale e musicale della Harvey ha avuto modo di liberarsi da ogni prigione creativa per toccare vertigini di primitivismo o di impalpabilità che erano via di fuga dalla banalità cui il disco del 2000 stava rischiando di imprigionarla.

E infatti pare che il “bisogno” di realizzare questo nuovo lavoro duale sia nato più da un evento fortuito (il ritrovamento della demo del bellissimo, “carnoso” brano che inaugura la raccolta) che da precise necessità artistiche. Come nel disco di tredici anni prima, si tratta di una raccolta disomogenea per stili ed atmosfere, una sequenza di smorfie incomparabili una con l’altra, un’audizione multivalente atta a rilevare l’abilità dell’interprete di vestire panni e ruoli diversi, peraltro già ampiamente dimostrata sui dischi in proprio e qui ribadita senza alcuna difficoltà, anche quando la scrittura di Parish sembra affievolirsi e non riuscire ad andare oltre l’abbozzo o viene abilmente disinnescata dal lavoro di Flood, attento a non sovraccaricare artificialmente il lavoro ma operando sovente per sottrazione (come nella Passionless, Pointless dove la linea di chitarra viene del tutto cancellata per dare maggior risalto all’aridità angosciosa espressa dalla voce).

Una donna e un uomo che passeggiano insieme. Infeltriti e carichi di pioggia.

                                                                                 

La civiltà occidentale è ormai al suo declino, anche artistico.

Ci vorrebbero dei nuovi Bob Dylan, dei nuovi John Lennon, dei nuovi Pete Seeger, delle nuove Joan Baez, dei nuovi Billy Bragg, dei nuovi Woody Guthrie, dei nuovi Paolo Pietrangeli.

Bisognerebbe trovare i nuovi Clash, i nuovi Redskins o i nuovi Stormy Six e invece non ce ne sono.

Ogni paese deve dar fondo a quello che ha.

E in Inghilterra hanno P.J. Harvey, che, in questo naufragio, ha sentito il bisogno di scrivere il suo disco politico.

Un disco di folk moderno, fatto di suoni acustici e di cocci.

Ne riconoscerete qualcuno (le trombe da battaglia che affiorano e scompaiono come fantasmi lungo The Glorious Land e il refrain di Summertime Blues su The Words That Maketh Murder molto probabilmente) e ne ignorerete altri (l’eco di Istanbul (Not Constantinople) che incombe per tutta la decadente e tenebrosa title track, degna dei Banshees di Hyæna, per esempio NdLYS).

Conchiglie disseppellite dal vento che infuria su queste spiagge dove i cadaveri sembrano corpi di donne stese a prendere il sole.

Un disco dove la disillusione marcia a fianco di un esercito cencioso e sfinito sulla polvere di una terra devastata. Let England Shake è un album dove le parole contano più della musica, come è giusto che sia su un disco che cerca di suturare le ferite di quei soldati spossati, un album che finirà per piacere tanto agli inglesi e un po’ meno altrove, soprattutto nella nostra italietta dove le concessioni alla melodia e al ritmo contano sempre più di tutto il resto.

Qui, in questo paese dove le radio continuano a passare canzonette che galleggiano sulle acque putride che coprono i cadaveri dei diritti umani, canzoni come il pianto funebre di England, l’invocazione celtica di On Battleship Hill o la triste ballata di Hanging in the Wire non bucheranno l’etere.

Nessuno si accorgerà di loro.

Nessuno le fischietterà, perché loro non sono venute qui per questo.

Let England Shake è il gemito di un mondo dolorante.

Non affannatevi a cercare la vostra canzone dell’anno, non è qui.

Forse è rimasta anche lei in spiaggia.

Come un corpo di donna stesa a prendere il sole.

Probabilmente non respira.

 

 

Ad un certo punto della propria carriera Polly Jean ha sentito il bisogno di deviare

il punto focale del proprio lavoro. Brutalizzando potremmo dire che, avendo quasi completato la vivisezione del proprio lato emotivo, si trasforma da psicologa in cronista. Una curiosità da reporter la porta a sfogliare prima tra le memorie delle sua terra (Let England Shake) e poi fra la polvere e le macerie delle terre afgane e kosovare, creando The Hollow of the Hand prima e questo The Hope Six Demolition Project subito dopo che rappresenta il compimento musicale di quel “desiderio di respirare l’aria e incontrare la gente di quei paesi” da lei dichiarato in occasione della presentazione del libro e che allarga lo spettro di osservazione (forse eccessivamente) fino a criticare apertamente il già tanto discusso progetto di riqualificazione urbanistica washingtoniano denominato Hope VI, ergendosi a paladina di guerre sociali che le appartengono solo marginalmente, il che rende la tematica del disco meno appassionante e coinvolgente rispetto a Let England Shake.

Se dunque la Polly mi era apparsa credibile quando raccontava delle tribolazioni dell’esercito britannico, lo è molto meno quando cerca di parlarci di Lincoln e del fiume Anacostia o quando ci parla delle comunità periferiche della capitale americana o disserta sui ministri della difesa e degli affari sociali.  

Il risultato è dunque un altro disco da battaglia, come lo fu quello che lo ha preceduto di ben cinque anni, ma privo di quel senso patriottico che aveva arricchito quello di un pathos primordiale e lo aveva reso viscerale ed intenso, pur nella sua struttura quasi fatiscente.   

Una sorta di pow-wow tribale con accordi asciutti di chitarre, grande sfoggio di tamburi, qualche inserto di sax chiamato a sostituire il suono dei corni da battaglia e ciondoli a scacciar via il male come unghie di capra.

I pernottamenti americani non sono artisticamente di grande ispirazione per la Harvey. Ogni volta che ci parla delle sue città e delle genti che le popolano, rischia di sciupare gran parte del suo carisma. Noi, di sciupare il nostro tempo.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

X 133429-03 PJ Harvey. Obligatory Credit - CAMERA PRESS/Phil Poynter. SPECIAL PRICE APPLIES - CONSULT CAMERA PRESS OR ITS LOCAL AGENT. British singer and songwriter PJ (Polly Jane) Harvey, became a favourite of the UK's indie rock scene in the 1990's after her debut album 'Dry'. Bassist Steve Vaughn and drummer Robert Ellis formed the band that goes under her name, PJ Harvey, in 1991. They released the follow-up to their 1998 album 'Is This Desire?', with 'Stories from the City, Stories from the Sea' , their fifth, in 2000. 02/2001

SOUTHERN CULTURE ON THE SKIDS – Mojo Box (Yep Roc)

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Gli Scots appartengono a quella genia di bands del tutto accessorie alla grande storia del rock “che conta”. Uno di quei gruppi fuori posto ovunque, tirati su nel carrozzone Geffen quando tutto il rock indie faceva venir su le pupille a mo’ di $ ai predatori di turno e prontamente ributtati in strada realizzato che il loro trash ‘n roll non vendeva nei megastore della Tower. Eppure, a pensarci bene, cosa sarebbe il rock ‘n roll senza la vena sanamente goliardica e caciarona di bands come queste? Mojo Box è uno di quei dischi che non stanno sulle beauty farm delle enciclopedie rock ma che ti può far svoltare una giornata, col suo carico strabordante di surfytrashybeatrocknroll. Dopo la delusione dei Boss Martians, ecco un disco che può farvi venire il buonumore fin dalla copertina, i continui rimandi a bands come Ventures, Milkshakes, Zebra Stripes e due covers stravolte di Creation e Gun Club.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE BISHOPS – For Now (W2)

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Al secondo disco il trio londinese rimodula parzialmente il suo suono, pur senza stravolgerlo. Manca quell’asciuttezza che Liam Watson aveva imposto al loro disco di debutto, quelle chitarre secche come ossi di mummia hanno preso ora respiro, finendo per assomigliare a quelle dei Thrills (Nothing I Can Do Or Say) e rivelando inconsueti legami col jangle pop di bands ormai in disuso come Orange Juice e Pale Fountains: Laughter in the Dark ne è un esempio lampante, per tacere di quei fiati che colorano Carry On e che li avvicinano al pop proletario di Dexy‘s Midnight Runners. Malgrado questo, lo sforzo di cambiare pelle riesce a metà. Non abbiamo più i vecchi Bishops e non ne abbiamo ancora di nuovi e la cover di turno piuttosto che rincarare la dose, stavolta ci fa rimpiangere Joan Baez. E non è un gran bel tormento.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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