DAVID SYLVIAN – Secrets of the Beehive (Virgin)  

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Laboriosità e disciplina sono le nuove leggi che regolano la vita artistica e privata di David Sylvian quando si siede per lavorare al suo terzo disco solista.

Seduto, si. Voi avete un’altra immagine di Sylvian che compone le sue opere?

Sono le caratteristiche tipiche dell’alveare, simbolicamente scelto ad emblema e amuleto di Secrets of the Beehive, il suo capolavoro estetico. Sylvian è pienamente consapevole della sua arte seduttiva, della sua abilità nel tessere trappole eleganti sulle quali poter raccogliere i corpi delle sue prede, della sua capacità di evocare fantasmi, streghe, demoni, Dei cristiani e idoli pagani, di irretire l’ascoltatore avvolgendolo in una rarefatta nuvola di bellezza che teme la luce del sole.

La tromba di Mark Isham e il pianoforte di Ryuichi Sakamoto donano plasticità e atmosferica mist(er)ica al fortissimo afflato spirituale che avvolge tutto il disco, modellando la cera dell’ape Sylvian. Le percussioni di Danny Cummings vestono le ali degli angeli di ninnoli orientali, perché il loro frullare sia annunciazione gioiosa di un’alba sorgiva. Le linee di basso di Danny Thompson conferiscono senso di vertigine e danno profondità alle ombre che sono sempre pronte a soffocare ogni anelito di felicità, a troncare ogni pace che sembri duratura, a ricacciare nelle tenebre ogni conquista d’amore, riportandola alla precarietà che la rende ancora più desiderabile, ancora più irraggiungibile.  

Secrets of the Beehive sublima così, liricamente e musicalmente, l’ideale di bellezza Sylvainiana. Fa della sua arte, un’arte Omerica.                 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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CANNIBALS VS. SURFADELICS – Run, Chicken, Run Volume 1 (Hit)

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Paradossalmente, ma forse neppure tanto, a tirar fuori il meglio dai Cannibals è un produttore di tradizione punk come Dave Goodman.

L’occasione si presenta nel 1987, con la band impegnata a concretizzare su disco un’amicizia nata sul palco con una nuova band cittadina chiamata Surfadelics che avrà, ahimè, vita effimera. Ne viene fuori uno split album eccezionale intitolato Run, Chicken, Run dove le due band si spartiscono le portate (“lasagne” per i Cannibals, “pizza” per i Surfadelics) con favolose garage-songs come I’ve Gone, I’m On My Own (per i primi), Don’t Be Sorry, Abstract Eye, I Didn’t Know e una bellissima cover di Wild Thing (per gli altri) e qualche divagazione horror-psichedelica (il buffo omaggio a Twilight Zone offerta dai Cannibals) e sci-fi (lo strumentale Surfadelic Affair dei Surfadelics).

Sono i Cannibals al massimo della forma, spalleggiati da una band che avrebbe meritato di proseguire un’avventura arenatasi troppo in fretta, inghiottita dalle acque del Medway.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE LA’S – The La’s 1987 (Viper)  

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Dal 1983 al 1990, l’anno in cui finalmente il loro sudatissimo album verrà pubblicato,  i La’s sono prigionieri delle manie perfezioniste di Lee Mavers. Le stesse, per capirci, che a cose fatte porteranno allo scioglimento della band una volta che il loro leader si dichiarerà insoddisfatto del risultato finale, nonostante quel loro unico disco venga annoverato ancora oggi da tanti, me compreso, fra i capolavori della musica inglese degli ultimi trent’anni.

Settimane, poi mesi, infine anni interminabili di prove su prove, registrazioni su registrazioni, tentativi su tentativi pur di scovare il segreto di quel suono vintage che Lee ama lasciare evaporare dai solchi dei suoi dischi preferiti, con apparecchiature sempre più obsolete e compagni sempre nuovi da sfruttare fin che la loro riserva di ossigeno ed entusiasmo non si fosse esaurita: Mike Badger, Jim Fearon, Phil Butcher, Bernie Nolan, Tony Russell, Paul Rhodes, John Timson, Barry Walsch, Tony Clarke, Sean Eddleston, James Joyce, Paul Hemmings, John Power, John Byrne, Chris Sharrock, Barry Sutton, Peter Carnell, il fratello Neil. E una lista altrettanto lunga di produttori.

Considerato il divario esorbitante tra la fama del gruppo inglese e il numero di pubblicazioni ufficiali, la discografia dei La’s si è negli anni allungata con una sterminata serie di dischi messi insieme raccogliendo proprio quei provini e aggiungendo session radiofoniche o esibizioni dal vivo. Senza nulla togliere alle pubblicazioni della loro etichetta ufficiale, gli omaggi più sinceri alla storia dei La’s arrivano sempre dalla Viper, minuscola etichetta liverpooliana anch’essa che alle glorie della propria città ha votato l’esistenza. Prime fra tutte ovviamente i La’s, visto che la label è stata fondata e gestita proprio da due ex (Paul Hemmings e Mike Badger) e che dunque ha la possibilità di avere materiale di prima mano, anche se non sempre di prima scelta.

La nuova uscita riguardante la band di Lee Mavers è, come dice il titolo, concentrata sull’anno centrale nella storia del gruppo. Quello della pubblicazione del primo singolo (elogiato da Morrissey sulle colonne di Melody Maker) e della costruzione del repertorio destinato a riempire il loro primo (e unico) album. Sono tre diverse sessions registrate tra Marzo e Maggio incorniciate tra qualche estratto dal vivo precedente e successivo a quelle. Sono piccoli lampi miracolosi, intrecci perfetti di chitarre jingle-jangle e melodie da festa sulla chiatta del Mersey. Roba per completisti ma poi mica tanto, che ovunque ficcasse le mani Lee Mavers a quel tempo sembrava davvero di poter tifare Liverpool come venticinque anni prima.

Per Natale, regalatevi un po’ di aria di primavera quest’anno. Anche se quel venticello leggero portava in presagio venti di burrasca di cui nessuno allora aveva presentimento.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MOTÖRHEAD – On Parole (United Artists)  

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Nel Maggio del 1975 Lemmy viene gentilmente “estromesso” dagli Hawkwind che, a differenza degli agenti federali, non gli perdonano di essersi portato in tour una buona dose di solfato di anfetamina per  rendere quei viaggi spaziali un po’ più tangibili, un po’ più credibili. Il devastante oltraggio viene subito curato mettendo in piedi quella che nel progetto di Lemmy è destinata a diventare la band più assordante del pianeta. Appena un paio di mesi dopo, il 20 Luglio, quel progetto è già una realtà. Si chiamano Bastards. Ma i loro nomi veri sono Lemmy Kilmister, Larry Wallis e Lucas Fox. Quando tornano a cavalcare un palcoscenico, tre mesi dopo, davanti alla folla accorsa per ascoltare i Blue Öyster Cult, costringono il tecnico audio ad alzare i cursori ad un volume talmente alto che molti, compresi il loro manager, sono obbligati a lasciare l’Hammersmith Odeon dove sembra essere sceso l’armageddon rock ‘n roll. I Motörhead sono ufficialmente nati, portando nel nome il ricordo di quell’ultimo brano scritto da Lemmy per quella che pensava essere il gruppo della sua vita e che invece era solo la ragione della nascita della più devastante rock ‘n roll band del pianeta. Il primo destinato ad aprire la scaletta dell’album di debutto della sua nuova gang, in qualunque modo. Anche dopo che la United Artists si rifiuterà di pubblicare il risultato delle sessions di On Parole, rinviando di un anno il suo obiettivo.

Le registrazioni effettuate con Fritz Fryer dentro i Rockfield Studios verranno pubblicate solo quattro anni dopo, quando i Motörhead sono già diventati le belve in grado di scagliare il rock ‘n roll oltre il muro del suono. Il suono non ha ancora raggiunto quel livello di depravazione che l’arrivo di Eddie Clark affretterà, ha ancora una viscida corposità blues, un ruggito ferino mutuato dalla tradizione beat in cui Lemmy ha mosso i primi passi e che si diverte a dissotterrare quando è il caso (come nella bellissima rendition di Leavin’ Here, nell’immensa prima versione di Iron Horse o nella catramosa marcia di Lost Johnny).

E poi, ovviamente, ci sono le malsane corse sui destrieri che odorano di petrolio come Motörhead e Vibrator, quelle che annunciano l’arrivo dei cavalieri dell’apocalisse rock ‘n roll del decennio che verrà.

Fuori dalle gabbie del punk, fuori dalle gabbie dell’hard rock, la Bestia è adesso libera, anche se nessuno vuole darne ancora notizia.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE PRETTY THINGS – Greatest Hits (Madfish.)  

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La domanda è: chi comprerà nel 2017 una nuova, ennesima raccolta dei Pretty Things? Onestamente, nonostante abbia visto gente chiedere un prestito per comprare i biglietti per il No Filter Tour dei Rolling Stones, non saprei rispondere.

O meglio, temo di sapere la risposta. E, non giudicandola meritevole nei confronti di una delle più grandi band inglesi di sempre, preferisco tenerla taciuta. Quel che hanno fatto i Pretties negli anni che vanno dal 1964 al 1970, ovvero il periodo preso in esame da questa nuova antologia, ve l’ho raccontato svariate volte e, non bastasse, potrebbe venirvi in aiuto una delle tante modeste storie del rock che sgomitano in libreria.

Peccato, davvero peccato, che artisticamente la loro storia finisca lì, con un seguito discografico spesso disastroso non solo nelle vendite ma anche nei risultati artistici, facendo di loro e del loro pubblico un’accolita di reduci che mostrano tutte le ferite di una militanza orgogliosa, prime fra tutte quella profonda del rimpianto e della nostalgia collerica. Lo testimonia, ce ne fosse ulteriore bisogno, il secondo dei due cd con un’esibizione del 2010 all’100 Club (già stampata in tiratura limitata e dentro un’orrida copertina tempo fa) dove la band esegue integralmente il suo primo album a cinquant’anni dalla pubblicazione, disinnescandone di fatto il potenziale infetto.

Potrebbe dunque essere questo documento a motivarne l’acquisto. Ma è molto probabile non lo sarà.

Un’altra potrebbe essere l’incisione di Mr. Tambourine Man, all’epoca offerta al gruppo dagli editori di Dylan (che l’avrebbero poi offerta ai Byrds, coi risultati che sapete, NdLYS) e rigettata dal gruppo e che invece adesso May e Taylor (che si prendono la briga di scrivere pure delle precisazioni storico/biografiche per ciascuna delle tracce, dando a questa raccolta tutta la veste di ufficialità che merita) decidono di registrare, affondando nel rimpianto tardivo di cui vi parlavo prima. Dunque anche questo potrebbe sembrare un ottimo sprone ma non lo sarà, tanto più che presto qualche idiota si crederà un supereroe venuto a salvare il mondo postandola su qualche canale video, magari col fermo immagine sulla sua faccia da nerd  vanificandone il già pur flebole prestigio.  

Il meglio rimane ancora una volta quel che già conosciamo dei Pretty Things e documentato sulle restanti 24 tracce che depredano i mari pescosi del primo album, dell’enorme Get the Picture?, del capolavoro S.F. Sorrow, del sottovalutato Parachute e dei singoli del periodo d’oro, tralasciando ancora una volta le perle incise dalla band a nome Electric Banana, cui è toccata una sorte forse peggiore di quella immeritata che è stata riservata ai Pretties.     

Dunque rimane il dubbio. Chi lo comprerà?  

Forse chi come me pensa che sia esistita un’altra via inglese al sacro binomio Stones/Beatles. E che questa via sia passata inevitabilmente da gruppi bastardi e progressisti come i Pretty Things.

O che non lo sa, e ha ora modo di scoprirlo. Perché magari ha adesso quei fantastici venti anni che Phil May e Dick Taylor avevano quando tutto iniziò, con la differenza che loro sapevano benissimo chi erano Bo Diddley e Willie Dixon. Quegli altri, chissà.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CANNIBALS – Trash for Cash (Hit)  

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Nei tre anni che separano l’album di debutto dei Cannibals dal successivo Trash for Cash, Mike Spenser ha modo di mettere le mani e le orecchie sulle Pebbles, ottenendo pure una licenza per l’Inghilterra che porterà alla pubblicazione, per la sua etichetta, del bel cofanetto Pebbles Box. Il risultato più immediato è un dirottamento dei liquami della sua band dal rock ‘n roll basico dei primi anni verso una più chiara deriva garage-punk. La mossa più furba è quella di stravolgere la scaletta delle raccolte originali tenendo fuori proprio le canzoni che finiranno nel repertorio della sua band (Let’s Talk About Girls dei Tongues of Truth, Run Run Run dei Gestures, Going All the Way degli Squires, They Can’t Hurt Me dei Lyrics) utilizzando, appunto, l’”immondizia per fare soldi”. L’obiettivo non sarebbe stato raggiunto, ovviamente, ma è da quel momento che i Cannibals si impongono come l’avamposto britannico del più classico e svaccato garage-punk che sta emergendo in America, Svezia ed Italia in quanto anche il resto delle tracce, quelle che portano la firma di Spenser, si spostano su quei territori, con episodi come Skeletons in the Closet, You Drive Me Mental e la psicotica Human Race a trascinarsi come tenie cagate giù dal culo di Satana sul Sunset Boulevard.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BARRACUDAS – Drop Out with The Barracudas (Zonophone)  

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Pensandoci bene il fatto di girare per Londra con una tavola da surf sottobraccio era una stravaganza non troppo lontana da quella degli Small Faces intenti a portare al guinzaglio dei coccodrilli. Be’ si, in effetti c’è da dire che l’iconica foto della versione americana di Drop Out venne realizzata in studio da Chris Gabrin (lo stesso fotografo famoso per gli scatti di This Year’s Model e New Boots and Panties) però già il fatto stesso che una band metropolitana come i Barracudas avesse scelto di appropriarsi di un immaginario estetico, prima ancora che stilistico, così distante dalla loro grigia città di provenienza, era di per sé singolare.

Anche perché siamo a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Non esattamente in pieno revival sixties ma piuttosto nel bel mezzo della cupa vertigine post-punk che vedeva i Beach Boys come la peste. Altro che Summer Fun e I Wish It Could Be 1965 Again. Tanto che il loro album di debutto dovette aspettare un paio di anni per trovare una patria dove infilzare la propria tavola da surf. Quella patria era ovviamente la California. Spiaggia privata di Greg Shaw, per essere precisi.

Drop Out, grazie alle sue chitarre cristalline e le sue armonie vocali zuccherose e perfettibili (ma non perfette), solleticò dunque innanzitutto le orecchie del pubblico che si era avvicinato al mondo retrò del power-pop senza infettare altri. Troppo solari per i dark, troppo slavati per i punk (anche per quelli che avevano amato fino alla morte i primi album dei Ramones), troppo in ritardo per chi aveva sognato di cavalcare le stesse onde dei Beach Boys e di Jan & Dean, troppo in anticipo per i loro figli.

Fuori luogo e fuori tempo, insomma. Con quel nome oceanico infestato dalle stesse bestie che popolavano il mare degli Standells e quel tentativo di evocare un immaginario così atipico, così anacronistico, così colorato ed ottimista mentre tutt’intorno svolazzavano pipistrelli e la cosa più divertente da fare sembrava scavalcare le inferriate di qualche cimitero. Così imperfetti eppure in qualche modo così romantici, i Barracudas. Destinati a perdere, giocando una partita tutta sbagliata. Barando con in mano solo un paio di assi.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MORRISSEY – Low in High School (Etienne)  

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Morrissey è uno cui spesso piace deludere le attese, sicuro che ogni sua malefatta verrà perdonata. Cosa che in effetti avviene puntualmente. Infatti anche chi si fosse trovato inutilmente in coda per assistere ad un suo concerto annullato a sorpresa per qualche vezzo da star si ritroverà comunque nuovamente e felicemente in fila per versare in largo anticipo quanto chiesto per assicurarsi in tempo una copia di Low in High School, suo undicesimo album solista, se ha ancora senso usare questo aggettivo quando si parla di Moz il burbero.

Lo comprerà e ci si tufferà dentro, con la consueta devozione che il personaggio richiede. Testi alla mano, volume e kit di sopravvivenza autunnale adatti allo scopo e un bella successione di pomeriggi di solitario abbandono, cercando di far vibrare la propria anima all’unisono con quella di Morrissey.

Cosa che a me succede ormai di rado, devo ammetterlo. Il riadeguamento di immagine di Morrissey seguito allo scioglimento degli Smiths ha avuto su me un impatto destabilizzante e ho trovato la sua produzione altalenante, passivamente costretta a riadeguarsi continuamente alla scrittura dei bracci destri trovati lungo il cammino, anche quando questi gli consegnavano pezzi scritti con l’altra mano.

Per uno che quando faceva coppia con Marr non sbagliava neppure una B-side a me è sempre parso un po’ pochino.

Se insomma potenzialmente ogni album degli Smiths era un disco da isola deserta, nessun album di Morrissey potrebbe essermi compagno in una nemmeno troppa improbabile scelta di eremitaggio estremo.
Neppure questo, che era stato anticipato da una delle canzoni più belle del suo repertorio, pregna di quell’esistenzialismo in bilico tra pigro sarcasmo e misantropia che è uno dei tratti salienti del Moz-pensiero e vestita di abiti leggeri ma ricercati. E con dentro un paio di quelle frasi che potremmo ancora scrivere sul taccuino, se ne avessimo ancora uno. Ecco, se fosse riuscito a perpetuare l’equilibrio magico di quella canzone, Low in High School avrebbe potuto davvero far vibrare la mia anima empaticamente con quella del suo autore, proprio come ai tempi del liceo. Invece quasi tutto il resto del disco si perde in una grandeur sprecata che gongola tra la morna di The Girl from Tel-Aviv Who Wouldn’t Kneel ad una When You Open Your Legs arrangiata come il Big World di Joe Jackson, tra i bubboni di synth di Who Will Protect Us from the Police e I Wish You Lonely  e una mortifera Israel che si decide di far morire tra pianoforte e violoncello, come il cigno sul Carnevale di Saint-Saëns e la voce di Morrissey che ne replica il pianto. Restano, tra le cose che si manderanno a futura memoria, le risacche emotive di Home Is a Question Mark o My Love, I’d Do Anything, ricche degli aminoacidi Morrisseyani che ci piace ingerire per sentirci ebbri e sazi. In attesa che risuoni la campanella per tornare a scuola, nonostante i nostri voti annaspino nell’insufficienza. E non solo i nostri.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Live Stiffs Live (Stiff)  

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Nell’estate del 1977 Dave Robinson e Andrew Jakeman, titolari del marchio Stiff, pensano di presentare al pubblico tutti i neo-acquisti della loro scuderia in un tour promozionale chiamato 5 Live Stiffs e che porterà in giro per l’Inghilterra per 24 date Ian Dury, Elvis Costello, Nick Lowe, Wreckless Eric e Larry Wallis con tanto di musicisti al seguito, non necessariamente quelli delle band che li accompagnano su disco. Ma del resto l’idea che Dave e Jake vogliono trasmettere della loro etichetta è quella di un’unica, grande famiglia, e quella è.

Lo show prevede due ore e mezzo di concerto, con un set di mezz’ora per ogni act, con conclusione affidata puntualmente a quello che è l’inno del tour: una versione corale di Sex and Drugs and Rock ‘n Roll di Ian Dury.

Un esperimento promozionale costato all’epoca qualcosa come 11000 Sterline, recuperati solo in parte.

Il souvenir discografico (ne esiste anche una versione video, già annunciata all’epoca sulla copertina ma in realtà resa pubblica solo nel 2014, NdLYS) dell’avvenimento è risicatissimo e purtroppo, malgrado gli scaffali siano affollati di ristampe deluxe, gran turismo e station wagon, nessuno si è preso la briga di allungare la striminzita scaletta di trentacinque minuti. Cosicché dopo quarant’anni Live Stiffs Live rimane quel che fu allora: un piccolo documento di un’attitudine, quello della Stiff, dove l’identificazione fra artista, pubblico ed etichetta era un requisito essenziale per l’affermazione della Stiff come etichetta più cool dell’Inghilterra, anche sotto il fuoco “nemico” del punk (il cui primo B-52 di era alzato proprio sotto l’egida della label londinese).

La musica è quella cui pensate ogni volta che il logo della Stiff passa sotto i vostri musi. Se non vi piace…it ain’t worth a fuck.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

KING KURT – Big Cock (Stiff)  

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A metà degli anni Ottanta, in Inghilterra, se eri indeciso tra un concerto psychobilly e uno dei Madness, potevi andare a sentire i King Kurt. Sicuro che avresti bevuto e ballato. E che ti saresti schiantato il grugno sulle travi del palco e rialzato a fatica. E che avresti dovuto scansare litri di schiuma da barba e d’albume d’uovo se volevi ostinarti a restare davanti al palco. I concerti dei King Kurt erano una bolgia infernale. Un raduno che travalicava i confini di genere ed appartenenza e dove potevi trovare punk, skinheads, scooteristi e rude-boys pogare e vomitare birra assieme a rockabillies dai ciuffi impomatati. Una follia malsana e ritemprante che poteva trasformare un fine settimana qualunque in un vero fine settimana.

Quando esce Big Cock, la band ha già una reputazione enorme e un repertorio demente che ha già fatto capolino nelle classifiche inglesi. Roba come Zulu Beat, Banana Banana, Destination Zululand che si era arrampicata in classifica come scimpanzè su un albero di baobab in un’Inghilterra ancora ultraconservatrice in cui molti rivenditori avrebbero bannato il secondo album del gruppo per un titolo ritenuto troppo eloquente.

La band lo aveva messo su di ritorno da una missione americana (sostituire la Statua della Libertà con la statua di un ratto alcolizzato, missione documentata sul Road to Rack and Ruin pubblicato dalla Ralph, NdLYS) che aveva portato la Stiff sulla soglia della bancarotta e dopo le defezioni di John Reddington e Bert Boustead che troncheranno lì le loro carriere di musicisti. Con una nuova coppia di produttori i King Kurt pubblicano il degno seguito di Ooh Wallah Wallah nel 1986. Dieci canzoni alcoliche che risucchiano il rockabilly dentro una sit-com demenziale dei Monty Python. Canzoni come Horatio, Pumping Pistons, Road to Rack ‘n’ Ruin, Nervous Breakdown, Billy, Kneebone Knock che mettono d’accordo i Meteors con i Raunch Hands.

E in disaccordo tutti gli altri.

E a me basta così.    

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro