THE CREATION – Creation Theory (Edsel)  

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La recente dipartita di Bob Garner dovrebbe aver definitivamente fugato ogni probabilità di un’ennesima reunion, cosicchè Creation Theory, lo splendido cofanetto piovutomi a casa direttamente dalle officine Edsel ha tutta l’aria del documento DEFINITIVO dei Creation, splendida creatura dell’epoca freakbeat inglese autrice di una manciata di singoli e di un unico album parecchi dei quali stampati all’epoca solo in Germania e di due tardivi “rientri in scena” che non ne avrebbero scalfito il mito ma neppure rinverdito i fasti.

I Creation così come li conosciamo noi nascono ufficialmente nell’Aprile del 1966, quando il manager Tony Stratton-Smith impone alla band un repentino cambio di bassista, un nome più moderno ed evocativo e un look in linea con l’eleganza ribelle dei mod. Fino a quel momento i Creation non sono altro che una delle tante band che suona sei giorni su sette per i locali di Londra portando a spasso un piccolo repertorio di canzoni americane. Si chiamano Mark Four e fra un concerto e l’altro hanno il tempo per registrare quattro singoli e pubblicarli su tre etichette come Mercury, Decca e Fontana. Risibili i primi due, già più interessanti i rimanenti man mano che la band decide di abbandonare le cover per dedicarsi ad un repertorio autoctono e di lanciare i primi “flash purpurei” per i quali diventeranno famosi e che sono dovuti all’estroso stile chitarristico di Eddie Phillips.

Il cambio di rotta obbligato da Strat impone però una rapidissima sterzata, sicchè quando nel Giugno del ’66 viene pubblicato il singolo Making Time/Try and Stop Me i Creation sono DAVVERO una band dal suono esplosivo. L’uso creativo del feedback e dell’archetto per violino strofinato sulle corde della chitarra fa di Making Time un pezzo dal fortissimo impatto, esasperato dalla produzione sapiente di Shel Talmy, l’uomo che ha acceso di furia pre-punk canzoni come You Really Got Me, My Generation, All Day and All of the Night, I Can’t Explain. È una canzone dal piglio ribelle, selvaggio, recalcitrante e indisciplinato quanto basta per piacere ai giovani. E i giovani sono il mercato. Strat aveva visto giusto. La replica non tarda ad arrivare e ad Ottobre il secondo singolo supera in arroganza e bellezza quanto fatto quattro mesi prima. Painter Man sfrutta gli stessi trucchi di Making Time, con Eddie Phillips che manovra l’archetto come fosse uno scudiscio sulla carne di un cavallo imbizzarrito mentre Biff, Bang, Pow è una corsa ad ostacoli tra le allora celebri scritte onomatopeiche dei classici telefilm di Batman colorata da un piano boogie e sorretto da una ritmica implacabile. Le cose tuttavia precipitano a gran velocità, nel microcosmo dei Creation. Stratton-Smith e Kenny Pickett lasciano la band uno dopo l’altro costringendo il bassista Bob Garner ad assumere le veci di cantante e a cercare fortuna in Germania dove tirano su alla bell’e meglio, con qualche cover un po’ sciapa di pezzi altrui, il loro unico album. Lo stile del gruppo a quel punto si adatta al timbro soul di Bob producendo canzoni come If I Stay Too Long e Cool Jerk prima di impennarsi sulla pista del montante fenomeno psichedelico con pezzoni come How Does It Feel to Feel e Through My Eyes. La produzione prosegue per tutto il 1968 con continue defezioni ed ingressi (tra cui anche, per un paio di singoli, il futuro Rolling Stone Ron Wood) prima di arrestarsi del tutto. O quasi. Perché quasi due decenni dopo, i Creation serrano le fila reclutando Mick Avory dei Kinks per realizzare un modesto album tronituonante di fiati, tastiere e ritmi da FM che manco la Electric Light Orchestra o i Boston. Talmente brutto o comunque talmente fuori dai “canoni” Creation da venire stampato solo nel 2004. Il rientro in scena ufficiale è invece del 1994, con la vecchia line-up ormai riappacificata e un nuovo contratto con l’etichetta fondata da Alan McGee ispirandosi proprio a loro nella scelta del nome e in parte dei contenuti. L’idea iniziale, ovvero quella di pubblicare un solo singolo che abbia per titolo lo stesso della band e dell’etichetta non solo viene realizzata (e pubblicata infatti col curioso titolo Creation by Creation for Creation) ma superata in corsa dalla registrazione di un intero nuovo album dal titolo Power Surge. A curarne la produzione è lo stesso Alan McGee, gasatissimo dall’idea di avere fra le mani i suoi idoli di sempre, ma il risultato ovviamente non è che un pallidissimo riflesso dei Creation di trent’anni prima e di canzoni memorabili, neppure l’ombra. La corposissima sezione audio di questo cofanetto raccoglie ovviamente tutti e tre gli album e i singoli della formazione, compresi quelli nel primitivo assetto dei Mark Four anche se la vera novità è costruita dalle riedizioni in stereo che occupano buona parte del secondo disco (comunque identiche a quelle uscite in simultanea sull’antologia Action Painting pubblicata dalla Numero Group, NdLYS).

Il DVD che occupa il quinto disco mette invece assieme le storiche apparizioni al Beat Beat Beat che avevano contribuito in maniera determinante al successo della band nel circuito tedesco e due concerti al Mean Fiddler di Londra del ’93 e del ’95 ma anche qui la cosa veramente inedita è una recentissima intervista ad Eddie Phillips registrata nel Marzo del 2017 proprio come commento al contenuto del cofanetto.

L’intera “teoria sulla Creazione” dunque. Fino alla loro estinzione.

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

JIM JONES & THE RIGHTEOUS MIND – Super Natural (Hound Gawd!)  

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Dopo gli Hypnotics, i Black Moses e la Revue, ecco Mr. Jim Jones di nuovo al debutto. Ancora una volta con un disco pronto a tirarvi la sedia da sotto il culo e sfasciarvela in testa. Uno che ha ancora fra i suoi dieci dischi preferiti quelli di Stooges, MC5, Jerry Lee Lewis, Sly Stone, Tom Waits, dei Cramps e le storiche registrazioni di Alan Lomax difficilmente può sbagliare. E infatti non sbaglia.

Il nuovo progetto ha, rispetto ai precedenti, una maggior influenza gotica e noir che caratterizza canzoni spettrali come Shallow Grave e Everybody But Me e che si riversa copiosa dalle copertine così come dai tre video fin qui realizzati dalla band ma i nodi con le precedenze esperienze musicali di Jim Jones non sono stati affatto sciolti o recisi. Gli Stooges e il boogie-rock del Killer sono la base acida dentro cui vengono disciolte canzonacce sbronze come Dream, Base Is Loaded e Something’s Gonna Get Its Hands On You mentre canzoni come No Fool, Aldecide o Till It’s All Gone perseverano a sfangare nel gusto peccaminoso del blues assordante e ferroso dei Grinderman. Super Natural conferma la caratura di Jim Jones, la sua grande capacità di rinnovarsi senza mai tradire la fede nel rock ‘n roll più abbietto ed esagerato per pose e volumi. Daccene ancora, Lord Jim.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE WHO – Who Are You (Polydor)  

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Non puoi essere gli Who per sempre. Non puoi essere sempre al limite delle tue possibilità. Da questa triste ma onesta consapevolezza esce fuori il titolo dell’ottavo album della band inglese. Gli Who…sei tu. Elidendo il punto di domanda, gli Who danno già la risposta. Quando si chiudono in studio è l’Ottobre del 1977.

Fuori, ovunque, infuria il punk.

Gli Who non si sono mai sentiti inadeguati come in questo momento. Loro che del punk sono stati i padri.

Ecco il punto.  

Pur essendo in buona parte “adottati” dai punk, gli Who sono adesso dall’altra parte della barricata. Loro, dicevamo, sono i padri. Quelli che hanno frequentato la trasgressione e ne hanno fatto uno stile di vita. Quelli che per primi hanno alzato i volumi oltre la soglia del sopportabile. Ma era davvero tanto tempo fa.

Così, pur di non competere in una gara che li darebbe per sconfitti già prima del fischio di partenza, gli Who decidono di diventare altro, anche da loro stessi. Del resto i Queen hanno dimostrato che si può sopravvivere al punk pur essendo quanto di più distante dallo spirito punk e dalla sua etica.

Quindi, decidono di disinnescarsi.

Il risultato arriva nei negozi nel 1978, ricoperto da un sottile strato di cellophane e da uno più spesso di sintetizzatori. Talmente spesso che gli Who si stentano a riconoscere. Talvolta, qualcuno di loro non c’è neanche. E viene sostituito da un’altra diavoleria, cercando di sopperire con l’ingegneria elettronica ad una mancanza di idee spaventosa. Unici piccoli guizzi Trick of the Light e quell’whooooo whooooo della title-track, che almeno può essere canticchiata in auto. Dimenticandosi per un attimo che prima, mettere le loro canzoni a tutto volume, non era concepibile. Adesso, invece, si.  

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PINK FLOYD – Meddle (Harvest)  

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Quando nel 1971 il giovane regista scozzese Adrian Maben propone a Steve O’Rourke di realizzare un lungometraggio sulla band realizzato tra le rovine di Pompei, i Pink Floyd si rendono conto che, nonostante i sette mesi spesi in studio per realizzare Atom Heart Mother, non hanno materiale nuovo da poter presentare dal vivo con le loro sole forze. Il nuovo repertorio viene approntato in fretta, utilizzando lo stesso clichè dell’album precedente ovvero una lunga suite su un lato e pezzi più brevi, perlopiù acustici, sull’altro.

L’apertura è affidata ad uno strumentale dall’imponente linea di basso. Una di quelle robe quadrangolari che deve far vibrare i resti di Pompei. E infatti lo farà.

Si intitola One of These Days. Che letta a rovescio suona come Syd, It’s Enough!

L’ennesimo richiamo inascoltato al vecchio amico Syd che tormenterà la band per anni, infilato tra scrosci di piatti e chitarre che corrono come luci imprigionate dentro fibre ottiche.

Sicuramente ispirata dalle canzoni dell’amico che Gilmour e Wright hanno ascoltato appena un anno prima durante le sessions di Barrett è San Tropez, uno dei quattro pezzi che completano la prima facciata del disco e che, azzerando le visioni cosmiche, avvicinano il suono della band a quella di altri artisti inglesi, da Ray Davies a Marc Bolan passando per gli Zeppelin umidi di brina del terzo album.

A captare i segnali dal cosmo ci pensa la lunga Echoes, ovvero la suite che contiene in embrione tutti i cromosomi che, per sottrazione, andranno a costituire il corpo di Shine On You Crazy Diamond.

La sincronizzazione con l’orologio interstellare è così perfetto che pare coincida con quello dell’Odissea nello Spazio di Kubrick.

Quella con la versione che ne daranno a Pompei, pure.

I Pink Floyd diventano il Torquetum di precisione della musica del XX Secolo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE KINKS – Something Else by The Kinks (PYE)  

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Se vuoi farti un tatuaggio dell’Inghilterra, tatuati i Kinks.

Così suggerì ad un amico che voleva tatuarsi con qualcosa di tipicamente inglese, una volta arrivato a Londra.

Tornò con il famoso logo che Mick Avory esibiva sulla cassa della sua batteria e con un pacco di dischi dei Kinks per me. Ringraziandomi per il consiglio e per avergli fatto scoprire la cosa più vicina all’aroma di Londra che avesse mai sentito.

Tra questi, Something Else scoprì essere il suo preferito. E pure il mio.

Il loro capolavoro. Nonostante fosse intitolato, con l’ironia beffarda di Mr. Ray Davies, “qualcos’altro”. Niente di più, solo qualcos’altro scritto e suonato dai Kinks. Una dichiarazione di modestia che, visti i risultati, forse nascondeva dietro il sarcasmo una grandissima dose di egocentrismo. E’ il disco di Waterloo Sunset, dove l’amore perfetto fra Terry e Julie viene coperto da una stagnola di malinconia per rendersi impenetrabile dalla meschinità del mondo. Ma è anche l’album in cui Dave Davies pretende ed ottiene finalmente il suo posto sul podio, regalando al disco tre perle come Death of a Clown, Love Me till the Sun Shines e Funny Face e in cui Ray porta a parziale compimento, sfruttandone sovente alcune ambientazioni neobarocche e integrandole con un’ancora più frizzante aria vaudeville, le intuizioni del lavoro precedente, sfoggiando la sua personalissima visione di un’Inghilterra sovrastata da un autunno perenne, resa biologicamente incapace di godere della pienezza della felicità e obbligata a mangiarne a piccole fette, come la crostata all’ora del tè.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

XTC – White Music (Virgin)  

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Si diventa bravi pasticcieri un po’ alla volta no?

Iniziando a sfornare biscotti dalle forme un po’ bizzarre, quasi sempre.

E così la pregiata pasticceria degli XTC quando apre le sue porte non ha ancora sul banco quei bei muffin e quelle ciambelle dal buco perfetto che esibirà con meritato orgoglio negli anni successivi ma una bizzarrissima successione di prodotti d’artigianato in cui i novelli pasticcieri cercano di riprodurre quanto letto nei ricettari del punk col la dilettantesca ma euforica energia degli esordienti e che, non fossero diventati quelli che poi sono diventati obbligandoci a riscrivere tutto, avremmo accostato senza nessuna difficoltà ai primi dischi della Joe Jackson Band, di Costello e dei primissimi Police.    

Un disco pieno di spine dove infilare le dita e prendere la corrente, anche se ne’ noi ne’ loro abbiamo più l’età per farlo.

Un disco che è figlio ritardato del punk.

Nipote del beat con la sua orgogliosa sindrome di down.  

Che non si vergogna di offendere la memoria degli zii Hendrix e Dylan infilando sotto il loro culo lo zighidà del ritmo ska e di zittirli sprofondando le loro voci in una pozza di organo Bontempi.

Gli XTC ragazzacci. Quelli che usano ancora la granella di zucchero di canna invece che il toping al caramello. E che parlano balbettando.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

KATE BUSH – Hounds of Love (EMI)  

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Non avrebbe avuto vita facile Kate Bush, nel Medioevo. Troppo facile individuare le prove di un qualche sortilegio tra le pieghe della sua musica per non scatenare i furetti dell’Inquisizione. Troppo semplice bollare Hounds of Love come opera esoterica ispirata dal demonio. Sarebbero bastati i campionamenti di film come La notte del demonio o Nosferatu oppure i richiami ai canti delle sirene o ai riti propiziatori dei rabdomanti a garantirle il rogo. O ascoltare la voce del Demonio in persona su Walking the Witch

Buon per lei e per noi che un’opera come questa sia uscita quando la caccia alle streghe si era ufficialmente conclusa diventando nient’altro che un affare da pettegolezzo, una discussione mondana da aperitivo con le amiche, chè le streghe nell’immaginario collettivo non sono mai scomparse del tutto.

Kate era una di loro. Hounds of Love il suo incantesimo più riuscito. Che se riuscite a sfuggirgli, allora avete cerume buono e muscolo cardiaco poco elastico. E se non è riuscito a curarvelo la magia, non riuscirà a sistemarlo un cardiologo qualsiasi.       

Gotico e tribale allo stesso tempo, permeato di acqua-terra-aria-fuoco in misure diseguali ma in quantità ingombranti, celestiale e demoniaco come l’amore tutto (“c’è un tuono nascosto nei nostri cuori. C’è così tanto odio per coloro che amiamo?” recita nella monumentale Running Up That Hill che inaugura il disco già tutta in salita), Hounds of Love è una delle più autorevoli opere d’arte pagana mai concepite da mente umana.

Ci sono interi mondi che collidono, qui dentro. Interi continenti alla deriva. Intere nazioni che sciamano. Interi secoli che scivolano uno sull’altro come enormi lastre di ghiaccio.

Gighe irlandesi, canti gregoriani, Africa, Egitto, Cina, Lochness. Bowie, Gabriel, i Japan, Philip Glass. Ragnatele d’amore. Mulinelli di vapore. Bracieri che ardono per gli Dei, bruciando carne umana ed erbe aromatiche.   

Il mondo emerso e quello sommerso.

E il mondo di Kate Bush, in incantevole equilibrio su entrambi.    

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

KING SALAMI & THE CUMBERLAND THREE – Goin’ Back to Wurstville (Dirty Water)  

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In attesa che il Re Khan torni a riprendersi la corona, ecco ripresentarsi il pretendente al trono Re Salami, tornato all’album dopo quattro anni di assenza mitigata dalle uscite su piccolo formato. 

Goin’ Back to Wurtsville è uno di quei dischi dove possiamo dare picche al Professor Darwin e tornare a liberare lo scimpanzè che da sempre si nasconde in noi e che ha sempre rifiutato di regredire in uomo perbene. Beat primordiali, spruzzate di maracas, barriti di sax e quell’aria da delirante da Animal House che si respirava nei dischi dei King Kurt e dei Savages di Barrence Whitfield o nelle sudicie raccolte di Slow Grind.  

Per cui, finito il lavoro, invece di passare dal solito pub a tracannare birra dopo aver allentato la cravatta, mettete su un bel kaftano e un fez, infilate una bella cannuccia dentro il ventre di un ananas o nella pancia di un cocco e venite a fare un’orgetta con la musica dei Cumberland Three e del King Salami.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

COUNT BISHOPS – Speedball plus 11 (Chiswick)  

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Il famoso SW1.

Ovvero il Penny Black della musica indipendente britannica.

La nascita dei Count Bishops e della Chiswick è contestuale ed è databile nell’estate del 1975 quando, dalle ceneri dei Chrome londinesi e dopo aver reclutato un paio di nuovi musicisti attraverso un annuncio sul Melody Maker, Mike Spenser e Zenon Hierowski danno fuoco alle polveri pub-rock della vecchia band dentro i serbatoi dei Count Bishops. A portarli in studio per registrare una dozzina di cover è Roger Armstrong, che decide di pubblicare i pezzi che possono starci dentro un sette pollici tenendo da parte gli altri e mette in piedi a tal proposito un’etichetta da cui da lì ad un paio d’anni si troveranno a transitare band come Damned e Motörhead. Speedball esce il 28 Novembre di quell’anno, “distribuito” e venduto nel cofano della Peugeot del socio di Armstrong, fino ad esaurimento delle mille copie. Dentro ci sono quattro cover rock ‘n roll asciutte come non si sentiva dai tempi dei Downliners Sect di cui i Bishops si legittimano da subito come gli eredi perfetti.

Gli “scarti” di quelle sedute vengono ora finalmente pubblicati in coda a quel fantastico singolo e a due documenti dell’unica registrazione in studio dei Chrome fra cui una cover di quella I Want Candy che qualche anno dopo, con Mike Spenser ormai sceso dall’auto per dare vita ai Cannibals, porterà al gruppo inglese una discreta visibilità in madre patria. Il resto del mondo continuerà invece ad ignorare una delle meraviglie del pre-punk inglese, una di quelle che con arroganza e spregiudicatezza teppista si permetterà di sfrondare i rami dell’intricata foresta prog per riportare l’orto botanico inglese all’incontaminata essenzialità dei primi anni Sessanta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE FALLEN LEAVES – What We’ve All Been Waiting For (Parliament)  

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Non ho mai fatto mistero dei miei preconcetti sui reduci. Portatori sani (spesso neppure tanto sani) di una idea del rock ormai tragicamente svincolata dal contesto culturale e biologico che ne hanno provocato la scintilla. Perpetuazione a volte presuntuosa e spesso moribonda di un concetto svuotato di ogni suo significato. E’ il motivo per cui non mi vedrete mai ad un concerto dei Deep Purple e neppure alla reunion degli Standells. Ma un preconcetto ha bisogno di essere poi smentito o confermato dai fatti, altrimenti diventa codice. E io, pur portandone il nome, non sono San Francesco d’Assisi. Chiedete in giro, ve ne daranno conferma.

Per cui, anche se amo tenere in dispensa piatti freschi, ogni tanto mi piace tirar fuori qualcosa dal reparto surgelati e sentire come sa.

Mi è capitato di recente con i Fallen Leaves, tra le cui fila di veterani ne sono passati tanti (da Paul Cook dei Sex Pistols a Ian O’Sullivan degli Aardwarks, da Paul Myers dei Subway Sect a Brett Ascot detto Buddy che fu batterista dei Chords, fino a Sir Robert Symmons, la chitarra petulante nascosta dietro la voce di Vic Godard nei Subway Sect e che continua a tenere salde le redini del gruppo) e che sono già arrivati al quarto album della loro “seconda giovinezza”, riuscendo a scacciare il fantasma della vecchiaia e in parte, a costruire quell’eccezione alla mia regola di cui accennavo all’inizio. Perché il loro garage-rock suona meno imbalsamato di quello di tanti giovanotti, riportando alla mente le informali canzoni di formazioni dissidenti come Monochrome Set, Television Personalities, Times, June Brides, stese però sotto il ferro anti-progressista di band anarchiche come Troggs, Johnny Kidd and The Pirates, Downliners Sect, Dr. Feelgood e Mighty Caesars.

Niente accordature strampalate, accordi secchi e asciutti di un rigore quasi kinksiano, con tanto di assoli dozzinali e “provvisori”.

Di quelli che “poi lo perfeziono” e invece, non verranno mai perfezionati. Perché sono già perfetti così.

Come nel beat.

Come nel punk.  

Come nei Fallen Leaves.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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