MOTÖRHEAD – Under Cöver (Motörhead Music)  

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Tecnicamente una raccolta, Under Cöver riporta il nome dei Motörhead  agli onori delle cronache musicali dopo l’annus horribilis che ci portò via a distanza di un mese Phil Taylor e Lemmy, abbattendo per sempre uno degli alberi più maestosi del giardino incantato del rock ‘n roll.

Cosa ci sia dentro, è facile immaginarlo dal titolo e dal moniker del gruppo. Cover version registrate negli ultimi venticinque anni di attività dalla band più rumorosa del pianeta.

Roba che se la tocchi, muori. Che se ti aggredisce, e sai che lo farà, non ti basterà scorrere l’elenco telefonico di tutti i santi del Paradiso per farti salva la pelle.

Lemmy suona come se avesse alle spalle una mandria di bisonti. A testa alta, per l’ultima volta. Col solito grugnito dietro il quale non credi si potesse nascondere uno degli uomini più ironici del music-system. Uno pronto a ridere su tutto ma non sul rock ‘n roll, non sulla sua band.

Detto questo, va ribadito che i veri fan della band inglese hanno già tutto quello che è stato infilato qui dentro, dalle storiche God Save the Queen, Jumpin’ Jack Flash e Cat Scratch Fever fino alle più recenti Starstruck dei Rainbow e Sympathy for the Devil. Le uniche eccezioni sono rappresentate, a meno che la memoria non mi inganni (e potrebbe farlo, che spesso non ricordo neppure se ho indossato le mutande) da Rockaway Beach e da “Heroes”, trascinate da Lemmy con la mano ferma di un condottiero dentro le terre di polvere e metallo dei Motörhead.

Per l’ultima volta.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PRETTY THINGS – Parachute (Harvest)  

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Cosa avrebbero potuto fare i Beatles dopo Abbey Road? E chi lo sa.

Però, ad esempio, avrebbero potuto fare qualcosa come Parachute. E nessuno avrebbe avuto da ridire. A farlo invece ci pensarono i Pretty Things, anche loro sull’orlo del collasso fisico ed artistico.

Anche se nel frattempo la band continua a registrare da sola o con improbabili compagni (il playboy Philippe DeBarge, ad esempio), siamo ufficialmente al passo successivo rispetto a S.F. Sorrow, l’album con cui Phil May e compagni si sono presi lo sfizio di spostarsi verso gli album concettuali, battezzando di fatto gli anni Settanta.

Il nuovo disco ne replica la formula ma non gli ingredienti.

La psichedelia è di fatto sfumata dentro un rock più “ordinario”, un po’ come era stato appunto per i Beatles del dopo Sgt Pepper’s e gli Stones del ’67 con quelli degli anni immediatamente successivi. Piccolissime scorie “etniche” come sitar (su In the Square, che anticipa di cinque lustri uno dei passaggi di Paranoid Android, NdLYS) o tablas (su What’s the Use) restano sullo sfondo, come uno sciame della library music con la quale stanno sperimentando da qualche anno sotto le mentite spoglie degli Electric Banana, lasciando spazio a qualche sparuto accenno di mellotron e a piccole perle melodiche aggredite da chitarre e pianoforte elettrico. Gli anni Sessanta si sono definitivamente eclissati. I Pretties si lanciano nel nuovo decennio affidandosi ad un paracadute che non riuscirà ad attutire lo schianto che invece li travolgerà. Le mirabolanti canzoni di Parachute saranno, di fatto, le uniche cose pregevoli che la band londinese riuscirà a produrre nel lunghissimo avanzo di carriera che le resta. Come detto in apertura, sul disco si respira la stessa astuzia “restauratrice” dei tardi dischi dei Beatles, esprimendo la necessità di riappropriarsi di un linguaggio più asciutto, seppur non più severamente legato alla dottrina blues degli esordi.

Soffici esercizi proto-glam, pastiche vocali degne di un coro di voci bianche e luminose derive folkedeliche faranno innamorare il mondo dei Pretty Things per la prima e l’ultima volta. Poi, nessuno più si ricorderà di loro. Nemmeno loro stessi.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE ACTION – Rolled Gold (Dig the Fuzz)

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Nel 1968, con la band già diventata Mighty Baby e l’ala protettrice di George Martin ormai intirizzita, gli Action hanno ancora in mano quel famoso album che non avrebbero mai realizzato. Che nel frattempo, per come le cose si muovono in fretta negli anni della Swingin’ London, è già diventato altro evolvendo dalle inaugurali rivisitazioni dei classici soul della Motown ad una “zuppa di cioccolato per diabetici” carica di riverberi psichedelici e aperte armonie folk-rock, con Pete Watson che si alza dal tavolo troppo speziato e va via.

Quel famoso album viene pubblicato quasi venti anni dopo, quando attorno agli Action è montato un culto (su di loro verrà realizzato anche un documentario video e una bella biografia dallo stesso titolo In the Lap of the Mods) che non si è mai tradotto nel suono tintinnante di sterline e che rimase schiacciato nella morsa delle altre due band “rivali” della città: Who e Small Faces nonostante al tavolo gli Action si fossero seduti con in mano assi come Come Around, Brain, Something to Say, Follow Me che avrebbero fatto di qualunque disco solista di Paul Weller quel capolavoro che invece non ha mai pubblicato.   

La natura grezza delle registrazioni lascia intravedere quella che, con una adeguata post-produzione in studio, sarebbe diventata una delle perle della stagione freakbeat e che invece rimarrà un bruco cui sarà impedito di spiccare il suo unico volo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THROBBING GRISTLE – 20 Jazz Funk Greats (Industrial)  

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Beachy Head è un posto fantastico: una distesa verticale di pietra calcarea che si innalza a strapiombo per più di 550 piedi sul Canale della Manica. Se avete visto Quadrophenia, è quell’enorme scogliera da cui viene lanciata in acqua la Vespa di Asso.

Se invece non l’avete visto, immaginate un centinaio di corpi che si lanciano da lì per sprofondare esanimi in un abisso più confortevole di quello che stanno vivendo all’asciutto. È la stima annuale dei suicidi di cui Beachy Head è muto palcoscenico. Quello è il posto scelto dai Throbbing Gristle per lo storico e deviante scatto di copertina di 20 Jazz Funk Greats, con la band in posa come un’innocua pop band degli anni Sessanta.

Gli Shocking Blue, i Great Society, gli Stone Poneys, fate voi. 

Immersa nel verde come dei moderati figli dei fiori, la più estrema band inglese del periodo (e dei periodi a venire), fa quasi tenerezza. Con i suoi sorrisi rassicuranti, ci promette un disco di rinfrancante funk-jazz, come soleva fare Burt Bacharach prima di ogni Natale. Anche quell’anno, siamo nel 1979, il Natale è alle porte. Qualcuno cadrà nel tranello, potete giurarci.

Due anni dopo, quando la Fetish lo ristamperà con il corpo nudo di un defunto ai piedi della band, nessuno lo comprerà più a scatola chiusa.

In realtà il terzo album della più temibile compagine di sadici non-musicisti dell’area “industrial” di temibile ha ben poco. Si tratta di una galleria inoffensiva di installazioni ambient (TanithBeachy HeadExotica) illuminate da stroboscopi elettronici (WalkaboutStill Walking) o sistemate su pavimenti al plexiglass di chiara eco Moroderiana (Hot on the Heels of Love). Unico momento di vero straniamento la torbida Persuasion, dominata dalla voce asettica di Genesis P-Orridge e da urla strazianti e pianti ben distribuiti su due alienanti, persuasive note di basso.

La musica dei Throbbing Gristle si scopre d’un tratto marginale a quanto essa stessa ha contribuito ad ispirare.

Le nefandezze e il respiro ferale della società industriale troveranno modo di suppurare nelle pustole infette di Test Dept. ed Einstürzende Neubauten.

La scogliera di Beachy Head, dal canto suo, continuerà a testimoniarne il fallimento.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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COLDPLAY – Mylo Xyloto (Parlophone)  

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Non sempre dietro una grande opera progettuale, dietro un’idea, dietro un cambiamento si nasconde una ispirazione artistica altrettanto valida. Non sempre, perlomeno, all’obiettivo prefissato corrispondono risultati altrettanto validi. Le ambizioni dei Coldplay, già rivelate con il disco precedente, di lavorare come le grandi band degli anni Settanta attorno a un “concept album” si materializzano adesso con Mylo Xyloto, una pop opera ambientata nella immaginifica città di Silencia che coinvolge ancora una volta Brian Eno, stavolta non più e non soltanto come musicista aggiunto o produttore ma nei panni di “architetto” di lusso.

In termini strettamente musicali, tuttavia, il risultato è di una pochezza disarmante.

Mylo Xyloto porta alle estreme conseguenze quel gusto per la parata sinfonica già esplorata su X&Y e che qui assume le dimensioni di un abbagliante impianto luci pronto ad illuminare a giorno quello che è diventato uno spettacolo ridondante di isteria collettiva, di sbornia pop accostabile a quella di Madonna, Lady Gaga o Rihanna (che non a caso viene avvicinata dalla band per prestare la voce all’imbarazzante Princess of China). La musica del gruppo inglese si reinventa musica per sfilate di moda, per saggi di danza, per salite ascensionali virtuali quando sei col culo seduto su una bici da spinning e credi di essere il padrone del mondo quando invece stai solo rassodando i glutei.  

Il suono dei Coldplay diventa quello di mille pailettes che esplodono in aria, facendo da cornice a quel movimento ascensionale che, bucate le fosche nubi di Viva la Vida, si è trasformata in una ascensione al Cielo.

Chris Martin diventa Santo.

Il mondo si prepara a sborsare fior di quattrini per assistere alle sua apparizioni.

Qualcuno lo vede piangere lacrime di sangue.

Qualcuno lo terge con delle banconote.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BRINSLEY SCHWARZ – It’s All Over Now (Mega Dodo)  

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Sui Brinsley Schwarz si sarebbe dovuto fare un film.

Non leggetela come un’esagerazione. È cronaca. Circa una decina di anni fa una casa di produzione di Hollywood era interessata a documentare quello che sarebbe passato alla storia come il Brinsley Schwarz Hype. Poi, non se ne fece più nulla. Non che io sappia almeno.

Il film si proponeva di portare sul grande schermo uno dei più grandi disastri promozionali della storia, organizzato proprio per il lancio della carriera di questa allora del tutto sconosciuta band inglese. Un debutto organizzato al Fillmore East di New York con tanto di spese pagate per ben 134 giornalisti inglesi che avrebbero poi dovuto scrivere chissà quali delizie sull’esibizione del gruppo a fianco di Van Morrison e Quicksilver Messenger Service.

Le cose purtroppo non andarono come previsto. L’aereo riservato ai giornalisti ha qualche problema subito dopo il volo e il comandante decide di fare una sosta in Irlanda. Ora, cosa vuoi fare in Irlanda quando non hai un cazzo da fare se non aspettare per un tempo infinito che i meccanici riparino il tuo aereo? Bere, ovviamente. La seconda parte del viaggio è dunque un vero disastro, con la fusoliera dell’aereo trasformata in un’enorme latrina di succhi gastrici. All’arrivo a New York due terzi dell’allegra (molto allegra, inizialmente) carovana va in coma etilico nel suo albergo. Dei pochi impavidi che si trascinano al Fillmore, molti vengono bloccati all’ingresso per evitare sicure molestie. Quelli che passano racconteranno di un’esibizione “poco lucida”. Riferendosi forse più alla loro condizione che a quella dei Brinsley Schwarz. Ma ormai la frittata era fatta. L’avvio della carriera della band inglese si rivelerà un flop colossale di cui pagherà lo scotto per tutta la sua quinquennale storia.

La “riabilitazione” sarebbe arrivata tardiva, con la canonizzazione del pub-rock di cui loro furono profeti e l’avvio della carriera solista di Nick Lowe e l’ingresso di Brinsley e Bob Andrews tra le fila dei Rumour di Graham Parker. Troppo tardi, dunque. Siamo già nella metà degli anni Settanta e i Brinsley Schwarz hanno fermo in “officina” il loro settimo album che varcherà la saracinesca solo nel 1988, esposto neppure tanto bene da Ian Gomm nel suo cortile privato. La sua prima stampa su compact disc arriva adesso, quasi venti anni più tardi, per l’inglese Mega Dodo. La musica della formazione, già vecchia all’epoca della sua nascita, appare oggi antiquata come la sala da pranzo dei vostri bisnonni. Del resto i Brinsley non erano altro che dei restauratori e degli intrattenitori sopraffini.

Come i Drifters, ma con la pelle bianchissima.

Pop edulcorato, una spruzzata di musica nera (soul, ballad, reggae) opportunamente disidratata, country-rock da birreria, qualche puntatina nel blues-rock (Everybody e Give Me Back My Love nell’album in questione) e nessuna voglia di fare del male a qualcuno. Se non involontariamente, come il famoso disastro del Fillmore, film o meno, non smette di ricordarci.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

BIG AUDIO DYNAMITE – This Is (CBS)  

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Se Cut the Crap è unanimamente considerato un tradimento alla memoria dei Clash, con l’album pubblicato contemporaneamente da Mick Jones assieme al vecchio compare Don Letts, il mondo si è sempre dimostrato più tollerante e ben disposto.

In realtà, i due ex soci-in-affare, realizzano due dischi straordinariamente siamesi. Il che lascia presumere che, con buona approssimazione, pur senza sciogliere il sacro patto di sangue, i risultati di Cut the Crap non sarebbero stati molto dissimili da quelli che Strummer si fece carico di portare in sala di registrazione orfano di Jones.

L’ibridazione sonora degli ultimi dischi collettivi faceva i conti, in entrambi i casi (ma nei B.A.D., grazie al contributo attivo di Don Letts, un po’ di più), con una contaminazione elettronica (beatbox e campionamenti nel caso dei Big Audio Dynamite) e un crogiuolo stilistico frivolo e capriccioso che non sviluppa ma bensì isola alcuni degli elementi presenti su dischi come Sandinista! e Rat Patrol from Fort Bragg per presentare una fusione non del tutto compiuta con le nuove musiche del ghetto e dei quartieri proletari.

Il primo risultato di questo melting pot è This Is, incerto ma alquanto pioneristico (va ricordato che il primo “successo” inglese realizzato con l’uso massivo dei campionamenti, ovvero Pump Up the Volume, gli è più giovane di due anni mentre lo storico Licenced to Ill che sdoganerà l’uso del sampling al pubblico bianco americano non verrà pubblicato prima del 1986, NdLYS) debutto della nuova crew di Mick Jones.

Non tutto funziona alla perfezione, dentro la nuova macchina. Il suono sembra aver perso la tridimensionalità e, nonostante lo scatto di copertina non faccia rimpiangere quelli di Pennie Smith, i toni barricaderi delle opere dei Clash e, soprattutto, NOI abbiamo perso i Clash e il nostro orgoglio non può che essere risentito. Jones si relega nelle retrovie, concedendosi un assalto solo su The Bottom Line. Per il resto rimane assiepato, con le foglie di eucalipto ficcate dentro la rete dell’elmetto, a mimetizzarsi dentro una giungla di tastiere, drum machines, fischi, echi western che affiorano come nella seminale The Mexican dei Babe Ruth di tredici anni prima e ritmiche hip-hop che sembrano strizzare l’occhio a Grandmaster Flash e Sugarhill Gang.

E noi che lo si voleva vedere con in mano un mitra, a difendere l’ultimo fortino della vecchia roccaforte sinistroide, facemmo una smorfia sdegnosa.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE KINKS – The Kink Kontroversy (Pye)  

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Una seconda tripletta di K dopo quella sfoggiata con tanto di esaltazione cromatica su Kinda KinKs fa bella mostra di sé su The KinK Kontroversy, alimentando la “controversa” (appunto) posizione dei Kinks riguardo sospette simpatie antisemite. Posizione resa alquanto ambigua per la scelta di affidarsi sovente (I’m a Lover Not a Fighter, Naggin’ Woman) alla penna di J.D. Miller, controverso autore, produttore e discografico conosciuto per aver fondato la Reb Rebel Records, ovvero quella che storicamente viene ricordata come la più razzista etichetta discografica della storia. Nessuno tuttavia recepisce il messaggio più o meno voluto, più o meno simbolico, più o meno esoterico, all’epoca. Del presunto razzismo di Davies si parlerà solo anni dopo, a proposito della sua Black Messiah, cercando di rileggere tutta la sua aristocratica aria “british” come un evidente manifesto di snobismo razziale, se non peggio. “Controversie” etiche a parte, The Kink Kontroversy è un disco nodale nella storia dei Kinks, un album “prismatico” che riesce a mostrare ogni lato della scrittura della band. Il taglio proto-punk è garantito da una tripletta eccezionale come la rendition di Milk Cow Blues (di Sleepy John Estes e che per tutti, da quel 1965, diventerà la Milk Cow Blues dei Kinks), Gotta Get the First Plane Home e la bellissima Till the End of the Day mentre la folky-side è garantita da canzoni come Ring the Bells, I Am Free e la mediocre It’s Too Late. Se Where All the Good Times Gone serve da anello per coniugare magistralmente questi due aspetti (con un abile incrocio tra citazioni di Stones e Beatles e rime di chiara ascendenza Dylaniana, NdLYS), pezzi come I’m On an Island e The World Keeps Going Round anticipano i temi “isolazionisti” e il sarcasmo amaro che scorrerà a profusione sui dischi successivi.

Quelli su cui inizia a piovere.

E il Tamigi a straripare, portando con sé uno moltitudine di naufraghi. Tutti inglesi, tutti bianchi, tutti in abiti eleganti. Portati via mentre Ray ne racconta il passaggio.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CHARLATANS – Different Days (BMG)  

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Paul Weller.

Kurt Wagner.

Johnny Marr.

Peter Salisbury.

Sharon Horgan.

Stephen Morris.

Anton Newcombe.

Nik Colk.

Gillan Gilbert.

Ian Rankin.

Donald Johnson.

Un cast stellare per il tredicesimo album dei mancuniani Charlatans. Che però le loro piogge di fuoco le hanno già esplose decenni fa, su un’Inghilterra che sembrava davvero immersa in un clima di festa perenne. Poi terminata, come tutte le feste.

I Charlatans di oggi ispirano invece niente più che un tenero e sincero rispetto.  

Sono come quei vecchi fochisti che si ostinano a trafficare con mortai, spolette, stoppini e polvere da sparo ma che non riescono a lanciare in aria niente più che un petardo. Ok, tredici. Tredici petardi. Bagnaticci. Molli come terriccio sul far del mattino. Di loro, dei fochisti e dei Charlatans, si apprezza lo sforzo di voler creare uno spettacolo nuovo capace di far puntare naso e occhi al cielo a chi continua nonostante tutto ad assistere al loro show, l’ostinazione a voler fare se non meglio degli altri, quantomeno dignitosamente alla pari del loro standard.

Senza riuscirci.

Non stavolta.

E, purtroppo, neppure negli ultimi quindici anni.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE JIMI HENDRIX EXPERIENCE – Electric Ladyland (Track)  

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Nel 1968 le doti artistiche di Jimi Hendrix assumono dimensioni mastodontiche.

La prima ad accorgersene è Cynthia Albritton, la leader delle Plaster Casters, la crew di groupies di Chicago specializzate nel ricreare, applicando il gesso direttamente sul pene degli artisti prescelti, i calchi dei genitali di tutte le rockstar dell’epoca. Iniziando, guarda caso, proprio da Hendrix.

Del resto la carica erotica del nero di Seattle era, oltre alle sue innegabili virtù chitarristiche, una delle leve fondamentali del suo enorme successo. Una virilità ostentata in pose dionisiache che avrebbe influito con decisione sul grande successo arriso al suo gruppo una volta sbarcato in Inghilterra. Come avrebbe dichiarato Eric Clapton “in Gran Bretagna è nozione comune che i neri siano dotati di un cazzo enorme. Jimi è arrivato qui e ha sfruttato al massimo la situazione. E ci siamo cascati tutti”. Della cosa sono convintissimi anche alla Track, la sua etichetta. Cosicchè quando Hendrix si presenta negli uffici chiedendo “più spazio” per la musica che sta progettando e propone quel formato ancora non del tutto rodato del “doppio album” (una scommessa che in Inghilterra non è stata ancora tentata), Kit Lambert e Chris Stamp accettano di rischiare a patto che, proprio per abbassare i rischi, Hendrix lasci loro la totale scelta sulla copertina.

Chi il 16 Ottobre del 1968 si trovò a passare davanti ad un qualunque negozio di dischi del Regno Unito, venne invogliato ad entrare e aprire a centottanta gradi quella copertina che ammiccava dalla vetrina con diciannove prosperose ragazze bianche che mostravano, oltre alle loro grazie, qualche foto di Jimi Hendrix, il Dio nero del sesso e del rock ‘n roll. La copertina non piacque per nulla al Dio mancino, tanto da obbligare Chris Stamp a ritirare le poche copie sopravvissute alla censura e a scrivere velocemente una lettera alla Reprise, incaricata di stampare la versione per il mercato americano, offrendo indicazioni ben precise sulla cover. Indicazioni che vennero del tutto ignorate, finendo per impacchettare Electric Ladyland dentro una anonima copertina con uno sfocato scatto in rosso e giallo di Hendrix rubato durante un concerto al Saville Theatre di Camden.

Ma cosa c’era “dentro” Electric Ladyland?

Tanta roba.

È innanzi tutto il primo album sul quale Hendrix pretende il controllo completo in fase di produzione. Vuole far respirare la propria musica, concederle, ancora una volta, spazi che prima non le venivano concessi. Dilatarla e manipolarla come un cerchio di argilla e simulando, con un’applicazione artigianale ma ostinata della stereofonia, quel suono tipico delle pale di elicottero che ossessionava Hendrix da sempre.

È inoltre il primo disco sul quale Hendrix concede interventi esterni a quella che è la sua Experience, allargando la sua infinita voglia di sperimentare confrontandosi non più con le sue stesse capacità ma con quelle degli altri. Dentro ci sono infatti tre/quarti dei Traffic, Al Kooper, Buddy Miles, Mike Finnigan, Jack Casady dei Jefferson Airplane, Brian Jones dei Rolling Stones, Freddie Smith. Ma non sono le uniche persone ad affollare uno studio che, come dichiarerà Noel Redding, “non era la registrazione di un disco, ma una vera e propria festa. Tanta di quella gente che non riuscivi neppure a muoverti”.

Un’atmosfera da laboratorio aperto che non fa che arricchire un progetto già di per se ambizioso e aperto alla contaminazione.  

La musica di Hendrix diventa un flipper dentro cui la sua chitarra si agita come una biglia impazzita cercando da un lato di recuperare quella fierezza black che verrà poi esibita con la Band of Gypsys e dall’altra assecondando il magnetismo cosmico  che da sempre attrae Hendrix. Gli spazi per l’improvvisazione, anche quando il minutaggio viene ridotto all’essenziale (vedi le due cover presenti nel disco), sono enormi e miracolosi tanto che Bob Dylan sarà ancora una volta, come già successo con la Mr. Tambourine Man dei Byrds a “cedere” la paternità di un suo brano abbagliato dalla rilettura magistrale della sua All Along the Watchtower.   

È infine l’ultimo album della Experience. Lo sarebbe stato anche se Jimi Hendrix non fosse morto quel tragico Settembre del 1970, perché già a Woodstock, malgrado la gaffe del presentatore, a salire sul palco non è più la Experience ma la sua nuova band, una “band di zingari”.

L’ultimo album in cui i lampi di genio di Hendrix brillano con un fulgore anarchico capace di annichilire ogni altro musicista sulla terra. L’approdo del figlio del voodoo alla Terra Promessa, qualunque essa sia.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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