THE CANNIBALS – Please Do Not Feed The Cannibals (Hit)  

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L’ennesimo cambio di line-up dei Cannibals porta dietro le pelli il senese Marco Pallassini, ex-drummer di quei Rumble Fish dalle cui ceneri nasceranno i grandi Pikes in Panic. Assieme a Mike e Marco ci sono il bassista Martin Bayliss, i chitarristi Dave Rothon e Jeff Mead e l’organista Steve Atkinson.

I Cannibals sono nell’assetto giusto per fare grandi cose.

E le fanno, anche se non su questo disco.

Se gli esordi avevano issato una ferrea barriera ad ogni tentazione psichedelica, il tuffo nelle Pebbles e l’arrivo di strumentisti più visionari e capaci porta Mike Spenser a sperimentare soluzioni impensabili fino a due anni prima anche se pezzi come I Trip for Your Love, Try Me On For Size, A Speedy Exit e Too Much to Dream non sono tra le cose più convincenti del nuovo lotto di canzoni e finiscono per spegnere il cerino acceso da cover come I Can’t Get Away From You, Barracuda e soprattutto Good Times, l’oscura gemma pre-punk dei Nobody’s Children che sembra perfetta per le corde dei Cannibals. L’occasione di cavalcare l’onda dello tsunami garage-punk, nonostante il crescente numero di pubblicazioni (una pure a nome di Five Young Cannibals, come atto derisorio dell’allora popolarissima band inglese nata dalle ceneri dei Beat, NdLYS) è in gran parte sciupata nonostante le potenzialità del nuovo assetto.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BRAIN DONOR – Love Peace & Fuck (Impresario)  

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J Mascis lo avrebbe fatto dopo. Ma Julian Cope lo fece prima e lo fece meglio. A cavallo tra i due secoli, per essere precisi. Ad un certo punto, mentre si trova in uno dei siti pagani che sta studiando per conto della BBC, si lancia senza rete e senza protezioni verso il rock ‘n’ roll più rozzo e disperato. Il suo nuovo progetto si chiama Brain Donor, e lo vede impegnato al basso e alla voce a fianco di Doggen Foster e Kevin Bales che in quel medesimo periodo sono stati convocati da Jason Pierce per la nuova line-up degli Spiritualized.  

L’assetto è quello del classico power-trio sulla falsariga di Blue Cheer e Grand Funk Railroad. Il suono che ne esce è pressoché il medesimo: un prototipo di hard rock dozzinale e sguaiato. Nulla di miracoloso, se non nella misura in cui riconcilia la nostra mappa di rock sporcaccione col GPS di Julian Cope, che pensavamo si fosse definitivamente smarrito durante l’ennesima escursione a caccia di funghi.

Ci accorgiamo invece che quel fuoco di bivacco che avevamo notato all’orizzonte erano in realtà i catodi surriscaldati di due Marshall valvolari. Il rumore di quegli amplificatori viene convogliato dentro le otto tracce di Love Peace & Fuck passando attraverso l’imbuto stoogesiano di She Saw Me Coming e Get Off Your Pretty Face e il falsetto alla Rob Tyner di Pagan Drawn per poi disperdere il seme in parossistiche divagazioni hard-rock come Odins Gift to His Mother, U-Know!/You Take the Credit, She’s Gotta Have It in cui il terzetto dispiega le sue ali di piombo per inabissarsi in un mare di fiele che trascina giù anche noi.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

ROBYN HITCHCOCK – Black Snake Diamond Role (Armageddon)  

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Non so a voi, ma a me il jingle-jangle pieno di ruggine di Acid Bird risuona nelle orecchie dalla prima volta che l’ho ascoltata. Che deve essere stato un paio d’anni dopo la sua uscita, visto nel 1981 mi piaceva di più il suono cupo del basso dei Cure e quello tutto curve dei Japan o i bip delle macchine elettroniche dei Wall of Voodoo. Un po’ come a tutti, del resto. In alternativa c’erano le chitarre schiacciasassi dell’heavy metal. E tanti sintetizzatori. Difatti sin da subito Hitchcock viene etichettato come “outsider”. Uno fuori dal mucchio. E lì rimarrà, culto per pochi.

Poco tempo prima il disco dei suoi Soft Boys aveva avuto sorte analoga, colpevole di non voler del tutto rompere col passato. Che per Robyn Hitchcock significa soprattutto Syd Barrett ma non nella maniera in cui se leggete di lui senza ascoltarlo potete immaginare. Se pensate di trovare dentro Black Snake Diamond Role ballate sghembe e filastrocche per bambini autistici sappiate che siete del tutto fuori strada. Se pensate di trovare una casa infestata dai fantasmi di Syd, altrettanto.

Prendete ad esempio l’inaugurale The Man Who Invented Himself, con quel piano marciante che presto avremmo imparato ad amare nei dischi dei Waterboys. Barrett c’è, ma non si vede e soprattutto non si sente, perché sta nascosto dietro le parole, non dentro le note. Sarà così per tutto il disco, ogni qualvolta sfreccia uno slittino in ferro, ogni volta che ti ferma una pattuglia di poliziotti gay o ogni volta che un uccello ti svolazzi in testa per cagarti addosso il suo guano acido.

Non sappiamo se Barrett avrebbe suonato così, se fosse nato dieci anni dopo e fosse stato investito dall’onda traviata del punk. Probabilmente no. C’è tutta una luce diversa dentro Hitchcock, un bagliore che sa di luci al neon più che di fasci colorati e optical come quelli che investivano Syd ai tempi dell’UFO e degli ufo.

Una cupezza che è tutta new-wave, anche se spennellata di colori fluo.

Un’elettricità che spesso Syd disdegnava, preferendo non disturbare il silenzio lunare che lo circondava. Pezzi come Meat e I Watch the Cars ad esempio sarebbero difficili da immaginare cucite sulla sagoma di Syd. Però se magari fosse stato ancora lucido quando i Buzzcocks attraversavano le strisce pedonali delle città inglesi piene di punk, chissà… E se non fosse stato disgustato da tutto un paio d’anni dopo chissà se avrebbe mai comprato il disco di Robyn.

Robyn Hitchcock cammina dunque su un altro marciapiede. Incrocia Syd su quello dirimpetto, procedono su direzioni opposte. Però si scambiano uno sguardo.

Come un’intesa.

Come di chi si sente incompreso e quando avvista uno spirito affine, lo riconosce. E ne rispetta l’unicità.

           

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

COMET GAIN – Fireraisers Forever! (Tapete)  

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Vuoi vedere che, considerato l’interesse suscitato da band come Idles e Sleaford Mods, sia arrivato il momento giusto per i Comet Gain?

Non che esista una reale somiglianza stilistica tra le band, accomunate più che altro da un certo gusto per la dissonanza musicale ma anche da certo antagonismo sociale. Il nuovo Fireraisers Forever!, per dirne una, arriva nei negozi facendo suo lo slogan del sindacalista Bob Crow “se sputiamo tutti insieme, annegheremo quei bastardi”.

Stilisticamente la band londinese rappresenta invece il tenace prosieguo dello sgangherato indie-rock di gruppi come Monochrome Set, Jazz Butcher Conspiracy e Television Personalities, quello che guarda agli anni Sessanta da un monocolo e li rielabora in maniera artigianale, imbrattandosi le mani come bambini che pasticciano con gli acquerelli dell’asilo.

Rispetto al disco precedente, il nuovo riattizza il veleno del vecchio Realistes e riaccende le macchine fuzz e i cursori dell’organo Casio che creano curiose garage-song come The Girl with the Melted Mind and Her Fear of the Open Door, Bad Nite at the Mustache, Werewolf Jacket, The Institute Debased, We’re All Fucking Morons che sembrano pennellate dai Dead Moon di Fred e Kathleen Cole, mentre un altro Cole (quello dei Commotions) sembra benedire le sfumature più delicate di The Godfrey Brothers e Her 33rd Perfect Goodbye e le dita appiccicose di Society of Inner Nothing e Mid 8t’s ricordano le falangi impregnate di tubetti acrilici di Belle and Sebastian.  

Oggi è Domenica. Il giorno più perfetto e meno perfetto della settimana. Quello giusto per la musica dei Comet Gain.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

                                                                       

DR. FEELGOOD – Sneakin’ Suspicion (United Artists)  

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Nella metà degli anni Settanta se c’è una band che suona così dannatamente fuori moda eppure così dannatamente cruda e sfacciata, quella band si chiama Dr. Feelgood. Ecco perché ogni ragazzino inglese, prima di decidere di fare il musicista punk, è un fan dei Dr. Feelgood. Nessuno escluso. Ma proprio mentre quei ragazzini si stanno armando di strumenti spinti dalla medesima voglia di riportare il rock ‘n roll alla sua essenza, qualcosa nel meccanismo del gruppo dell’Essex si inceppa.

Il pomo della discordia si intitola Paradise, una “paradisiaca” e per la prima volta molto personale ed intima visione dell’amore poligamo scritta da Wilko Johnson (per chi non lo sapesse, il futuro boia de Il Trono di Spade, NdLYS) che trova in disaccordo Lee Brilleaux (e che lo stesso Wilko riscriverà cambiando gli ultimi versi dopo la morte dell’amata moglie Irene).

È una ripicca del cazzo, niente di più. Tra l’altro ripagata con la stessa moneta, con i capricci di Johnson riguardo la scelta di una cover di Lucky Seven da aggiungere in scaletta.

Ma Wilko e Lee sono ceffi orgogliosi e più inclini ai cazzotti e all’alcol che alla favella, motivo per cui Johnson lascerà la cricca che le registrazioni del loro terzo disco in studio non sono ancora terminate, tanto che Lee se lo promuoverà da leader unico.

Ma su Sneakin’ Suspicion quella chitarra che scartavetra il miglior rock ‘n’ roll degli anni Cinquanta e Sessanta c’è eccome. E ci sono dentro pure le ultime cinque canzoni che Johnson firma per il gruppo, una più bella e rozza dell’altra. E ci sono dentro pure Paradise e Lucky Seven, come punti di una cicatrice che invece non si sanerà mai più.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

SAVAGES – Silence Yourself (Matador)  

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Il post-punk, nelle sue forme tipiche del “dopo-punk” propriamente detto, è morto da prima che ognuna di queste quattro ragazze inglesi emettesse il primo vagito. Eppure l’influenza esercitata da band come Banshees, Gang of Four, Bauhaus, Public Image, Joy Division sulla musica delle Savages è vivida ed immensa e Silence Yourself un disco che avrebbe potuto affrontare le serate del Batcave senza temere l’agguerrita rivalità con le band del giro dark/new-wave.

Il ferale rantolio ferroso e il sepolcrale scrosciare di catene che percorre tutte le tracce di questo debutto sono assimilabili se non concettualmente, perlomeno a livello emotivo con capolavori gotici come Atrocities, Dreamtime, Join Hands, In the Flat Field. Un suono che è nervoso e spettrale allo stesso tempo, come di rabbia corrosa dalla ruggine.

C’è molta Siouxsie, dentro le canzoni di questo disco. E al primo impatto l’effetto è del tutto simile a quello del debutto dei Black Rebel Motorcycle Club, quando ci parve di rivedere in deja-vu le sagome torve di Jesus and Mary Chain. 

Ma c’è anche molta PJ Harvey, Lydia Lunch e Karen O e, quando le maglie si allargano, la catastrofe di pezzi come No Face, Hit Me o Husbands si placa e le luci si spengono un altro po’, molta Gitane DeMone. Fantasmi onnipresenti nella nostra memoria che la tavola Ouija delle Savages torna a far battere al nostro uscio, caviglie esili che trascinano catene cigolanti con cui annodarci al legno di Silence Yourself.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Home Grown Rockabilly (Alligator)  

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Con buona approssimazione potrei dichiarare che Home Grown Rockabilly, primo e quasi unico vagito (gli altri, minuscoli, sarebbero stati comunque aggiunti alla versione su cd dell’album, pubblicata una decina di anni dopo dalla Nervous, NdLYS) della Alligator Records sia il primo documento della scena rockabilly britannica (gli esordi di Stray Cats e Mɘtɘors usciranno entrambi l’anno successivo). Negli anni, nonostante verrà sorpassato dal più estremo fenomeno psychobilly, non perderà un’oncia della sua carica.

Crazy Love, pezzo che apre il disco e che dà il via a tutta la carriera dei beniamini Mɘtɘors è ancora di una forza disarmante, con quel basso che sembra sculacciarti mentre corri per casa. Quell’energia primordiale, non sarà più replicata dalla band di Mr. Fenech.

Il suono di Johnny Key è invece debitore del più classico suono hillbillly. Alle sue spalle suonano Terry Ears, Niggsy Owens e Pete Pritchard che sono detentori dell’etichetta e dell’unica band che ci lavora dentro (i Flying Saucers, ribattezzati per l’occasione Kool Kats). Sempre loro suonano (e cantano, armonizzando a meraviglia) nei due pezzi di Gentleman Jim.

I Rhythm Cats (la band del futuro Polecat Neil Rooney) regalano invece due perle ispirate al suono swing delle grandi orchestre di Louis Jordan, Count Basie e Louis Prima.

A riportare il suono al classico tiro balbuziente del rockabilly ci pensano i Polecats con una Rockin’ All Nite registrata nel primo anno di vita della band di Boz Boorer (molti, molti anni dopo chitarrista di fiducia di Morrissey), destinati assieme ai Mɘtɘors ad un futuro radioso nel cielo del revival rock ‘n roll del decennio appena inaugurato.  

Se volete farvi un’idea di come i gatti inglesi vennero fuori dalle montagne di mondezza disseminata ai bordi delle strade di Londra, eccovi serviti.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE STYLE COUNCIL – Cappuccino freddo

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Il Maggio del 1984 fu uno dei mesi più piovosi che l’Italia ricordi. 366 millimetri di pioggia solo a Milano. Roba che Siffredi se lo sogna. Roba che non si vedeva da duecento anni. Fu uno di quei mesi in cui ti fermavi volentieri a casa e mandavi a fanculo tutto il resto, sperando che la piena si portasse via gran parte della merda che riempiva le strade. In TV a farti compagnia c’erano Marco Predolin, Beppe Grillo che ti parlava del Brasile, Augusto Martelli, Marco Columbro, Cesare Cadeo, Maurizio Nichetti, Wanna Marchi e la Deejay’s Gang.

In radio, ma anche in sui canali televisivi, passavano spesso loro, vestiti con gli spolverini adeguati a quelle piogge: gli Style Council.

Chi aveva “frequentato” l’ala mod della musica inglese quelle due facce le conosceva già. Per altri erano solo una curiosa alternativa ai suoni “verniciati” del pop che dominava la scena. Cafè Bleu fece il suo ingresso in casa mia coi piedi ancora fradici, cricchiando come quelle vecchie scarpe da ragioniere degli anni Cinquanta. E non fu proprio amore a prima vista.

Era un disco dove convivevano anime diverse, quasi schizofreniche. C’erano queste carezzevoli atmosfere jazz che erano la sinfonia perfetta per accompagnare lo scivolo verticale di quelle gocce di condensa che avevano deciso ad un certo punto di lacrimare dai vetri delle finestre.

E poi improvvise esplosioni di euforia da big-band che ti facevano temere che fuori da quei vetri appannati ci fosse Gene Kelly a ballare ancora col suo ombrello, zuppo di temporale.

E ancora qualche aria da spy-movie.

Del resto qualcuna di loro era venuta dal freddo. E quindi era anche questo un ospite coerente con quel Maggio poco temperato.  

A fianco di tutto ciò, come se non bastasse, c’erano anche delle robe che parlavano quel linguaggio ancora abbastanza piatto del rap. Ma come? Le strade sembrano un fiume che si trascina via il mondo creato e vuoi vedere che c’è gente che sta a rotolarsi sull’asfalto? Poco credibile.

E infatti fuori non c’era nessuno.

Ne’ Gene Kelly, ne’ Richard Burton, ne’ i figlioletti pieghevoli di Grandmaster Flash.

Se richiudevi gli infissi e ti riavvicinavi alla stufa, potevi sentire You’re the Best ThingThe Paris Match o The Whole Point of No Return ardere come dei ciocchi e coccolarti nel loro tepore. Come se fuori dovesse piovere per sempre.

E un po’ anche dentro.

 

Signore e Signori, vi presento gli anni Ottanta.

Eleganti e si, anche un po’ coolatoni.

A sinistra Signor Eleganza in persona, Mr. Paul Weller.

A destra l’organista pel di carota Mick Talbot, da Merton.

Si sono conosciuti nel fremente giro mod inglese alla fine degli anni Settanta e Mick ha già prestato la sua maestranza per Setting Sons dei Jam.

Sono gli ultimi anni di vita della grande mod-punk band.

Weller e Talbot suonano e sognano.

Ascoltano i vecchi dischi di Georgie Fame e Jimmy Reed e sognano.

Rovistano in vecchi negozi alla ricerca di roba vecchia e sognano.

Ogni tanto accendono la tivù. E vedono gli ABC. E i Visage. E gli Human League.

Non gli piace. E sognano.

Sognano di mettere su un gruppo che abbia dentro il calore del soul e l’eleganza del jazz da club, i colori tempera della bossa nova.

Che suoni moderna ma non di plastica.

Ci riusciranno per un po’.

Sicuramente per i primi due album incisi come Style Council.

Gruppo che già dal nome decide di fare i conti con lo stile, la classe, l’eleganza.

Che negli anni Ottanta significa essere fuori dal giro delle popstar di successo, quelle dalle acconciature improbabili e dai raggi laser, metà Megaloman e metà Atlas Ufo Robot.

E invece, dopo Cafè Blue che aveva “creato il caso”, gli Style Council si trovano al centro di un movimento di restaurazione chiamato Cool Jazz, scoprendo che la loro voglia di musica retrò può essere condivisa e che il loro bisogno è un’esigenza sentita anche da una grossa fetta di mercato.

Così ci riprovano, con più convinzione. Tirando fuori Our Favourite Shop.

Rendendo tutto palese fin dalla copertina.

Un emporio dove si trova di tutto, dove molte vite possono trovarsi rappresentate. Di certo quelle di Mick e Paul: c’è Otis Redding, c’è la venerata Rickenbacker 360/12, un manifesto di orgoglio gay come Another Country, c’è Al Green, ci sono le cravatte e i dischi della Motown, la maglia della Raleigh, Sinatra e i Beatles.

Un inventario della propria vita, più che un negozio di uno svuotacantine.

Ascoltato dopo trent’anni ci si accorge di quanto ci suoni ancora familiare e di come riesca ancora a scaldarci il cuore nonostante una sottile patina eighties lo avvolga come un leggero foglio di cellophane, di come tutti gli Housemartins stessero già dentro una cosa come Welcome to Milton Keynes e i Kings of Convenience ovviamente a galleggiare dentro le vasche spa di Down in the Seine e All Gone Away, di come il funambolico soul di Internationalists sarebbe potuto stare allo stesso tempo dentro The Dream of the Blue Turtles di Sting o, con i piccoli ritocchi  necessari, dentro l’unico album dei Redskins o di come, quando passa A Stones Throw Away, ci si sia fatti scappare la Eleonor Rigby degli anni Ottanta distratti da chissà cosa. Non so se possa essere anche il mio negozio preferito.

Ma sono sicuro che un bel po’ di roba la porterei ancora volentieri a casa.

                                                                      

Doppio dodici pollici con un paio di brani per facciata e copertina senza alcun riferimento diretto agli autori. Che sono gli Style Council. E che in questo modo rendono omaggio alla club-culture che sta esplodendo in Gran Bretagna, sulla spinta delle contaminazioni del funk che hanno dato via all’hip-hop. Per vedere l’esplosione del fenomeno acid-jazz occorrerà attendere un altro pochino, ma The Cost of Loving si merita la citazione di disco seminale per l’avvento di band come Brand New Heavies e Mother Earth.

Ancora una volta Paul Weller sembra aver capito tutto, ed averlo capito prima.

Il suo pubblico, me compreso, no.  

Quando il Dynamic Trio dichiara “one nation under a groove” su Right to Go, citando volutamente il Dio del P-Funk, in molti (ancora una volta, me compreso) pensano di essere finiti sul disco sbagliato. Sull’altare sbagliato.

E tutto il resto dell’album non si preoccupa certo di fugare questi dubbi. Lo stacco dal passato è netto e la svolta funky talmente marcata da lasciare le marciature ai piedi. Ma, soprattutto, c’è una laccatura che rende indigesto il tutto. Un ritocco stilistico che sa anche di ritocco estetico, un’abbronzatura che sa di lampade UV. Il più amaro tra i bocconi dolciastri che ci toccò ingerire negli anni Ottanta.

                                                                                  

Spiazzante fino ad essere crudele è invece, Confessions of a Pop Group, il canto del cigno degli Style Council. Al termine della sua avventura iniziata in bici, il duo britannico riesce nell’impresa di giocarsi gli applausi degli ammiratori, facendosi odiare da tutti con un album sofisticatissimo e ambizioso dove jazz, musica classica e pop orchestrale diventano espressioni di un isolazionismo sempre più snob messo in bella mostra su una prima facciata che ha il senso strategico di un ostacolo interposto fra la band e il suo pubblico, quasi a voler scremare quanto invece avevano raccolto senza filtri con il loro precedente, ammiccante The Cost of Loving. Alle lusinghe di quel pubblico il gruppo cede nella seconda parte del disco, con il suo pop ben vestito di fiati esplosivi, pianoforti elettrici e bassi superfunk e regalando al loro repertorio cose come How She Threw It All Away, Confessions of a Pop Group, Iwasadoledadstoryboy e Life at a Top People’s Hearth Farm.

Ma la vera magia del disco è quel nuovo approdo al silenzio che si respira nelle tracce strumentali della prima facciata e vicevera, sempre su quella, il naufragio emozionale per voci che fluttuano sugli oceani di It’s a Very Deep Sea, Changing of the Guard e The Story of Someone’s Shoe. C’è tutto uno stupore che esonda una volta prosciugata quella palude di incomprensione in cui gli Weller, Talbot e Dee C. Lee vogliono farci affondare e che lo rende insondabile come certi abissi marini che spesso hanno lo stesso rumore del riflusso della nostra anima in solitario tormento.

Le confessioni, ecco. Più che il gruppo pop. Per una volta lasciamo sia quella la cosa ad affascinarci di più. Col presentimento avverato che sia l’ultima volta.  

           

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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IDLES – Joy as an Act of Resistance (Partisan)  

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La gioia come atto estremo di resistenza allo schifo che ci sommerge come merda che sgorga dal pozzo nero del mondo 2.0, quello delle derive nazionaliste, populiste, razziste, maschiliste e sovraniste. Quello per cui quello che mangio è mio e solo mio mentre quello che caco è di tutti. Quello per cui se sei considerato minoranza noi bianchi-maschi-benestanti-samaritani ti diamo una mano per raggiungere la nostra maggioranza, a patto che tu accetti di restare un sottoprodotto e che sia consapevole di essere feccia.

Questo è lo status quo, dentro cui galleggiano delle sacche di resistenza tenute lontane dai riflettori. Gli Idles di Bristol sono una di queste sacche. E il loro secondo album che sembra riadattare nel titolo il vecchio motto di Bakunin è un disco di punk lacerante, scontroso e consapevole. Senza divise di ordinanza, con le facce di una ciurma di filibustieri che una volta scesi al pub del porto si sono dimenticati di doversi nuovamente imbarcare.

Fall nel linguaggio e Clash nell’anima.

Joy as an Act of Resistance è un disco di chitarre sbrindellate e anthem tanto obliqui quanto taglienti (Danny Nedelko, I’m Scum e Colossus destinate ad accendere il pogo nei concerti, oltre che a far brillare qualche neurone nel nostro cervello, NdLYS) che ricorda nei risultati ma non nelle intenzioni quel capolavoro che fu Tournament of Hearts dei Constantines e a metà del quale gli Idles piazzano un’intima confessione di dolore come June che riesce a penetrare la pelle quanto le altre 11 coltellate, nonostante sia condotta da un organo funereo che accompagna i passi muti di Agatha, la figlia di Joe Talbot, obbligata dal destino a dover percorrere solo quelli.

Un disco che ti fa sentire per mezz’ora dalla parte giusta del mondo. Poi torneremo a fare i conti con le restanti quarantasette mezz’ore e mezza che ci restano.      

           

                                                                          Franco “Lys” Dimauro                                       

 

           

                                                                                         

LIAM GALLAGHER – Why Me? Why Not. (Warner)  

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Il peaky blinder di Manchester torna a casa. E sa di trovarla semivuota, ovviamente. Sarà anche per questo che gli affetti, anche quelli traditi, popolano gran parte del suo nuovo disco. Mamma e fratello abitano e ingombrano tracce come Be Still e One of Us, col carico di nostalgia che potete immaginare.

La poetica di Liam è del resto sempre stata in equilibrio tra nostalgie e la rivendicazione di un futuro fatto di riscatto e successo. Quindi si, come ho detto prima, Liam torna a casa.

E a casa rimette su i soliti dischi, per soffocare un silenzio che solo in parte è riuscito a riempire col rancore. Nello spazio che resta, ci mette sempre un po’ di John Lennon e dell’Elton John ancora re(gina) del glam.

Di tutto questo è fatto Why Me? Why Not., di questo astuto eterno presente che vive in bilico tra quello che è stato prima e quello che, travolgente, arriverà. Tra un libro dei profeti e uno dell’Apocalisse. Tra il successo sognato e quello raggiunto, tra i gradini in salita e quelli in discesa che verranno, inevitabilmente.

E Liam riesce a tenere l’equilibrio. Non sempre, che sembra barcollare in almeno tre/quattro episodi (Misunderstood, Alright Now, Invisible Sun), ma azzeccando almeno un paio di zampate (le ciambelle allo zenzero Shockwave, Be Still e Glimmer, già pronte ad essere mangiate da tutti appena sfornate) e tenendo saldi gli anfibi sulla corona perché non gli venga portata via su tutti gli altri.

Sarebbe il caso di ascoltarlo, senza pretendere che venga a salvarci.

E del resto, perché no?

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro