THE GOOD, THE BAD AND THE QUEEN – Merrie Land (Studio 13)   

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The Good, the Bad and the Queen hanno fatto un altro disco che fra un paio d’anni non ascolterà più nessuno, forse neppure loro. Un album che si regge sull’attualità del tema (quello della Brexit) e che su quel tema costruisce una musica cinematografica nella quale sembra davvero di vedere l’isola britannica andare alla deriva con tutto il suo carico di anime, come una nave da crociera che ha spento i motori proprio mentre nella sala-teatro si tiene uno spettacolo da circo. Attori, marionette e suonatori sembrano disorientati. Lo show diventa zoppicante, le musiche si ingrigiscono, tutto diventa una baldoria triste, come un disco dei Madness che si inceppa, un carillon fuori fase.

Le canzoni di Merrie Land sono prive di ritornelli, di motivetti da cantare. Galleggiano indossando un Wurlitzer di salvataggio e annegano nella cristalleria evocata dai suoni della marimba, di un oboe, dei flauti. Sono canzoni con la spina nel fianco, drammatiche e goffe come degli Smiths sgonfiati o il Sandinista! stantio di Broadway e Hitsville U.K..  

Come Ribbons e The Poison Tree, naufragio definitivo dei Blur di The Universal e Tender.

L’Inghilterra, orfana più che di Europa di veri capolavori autoctoni, ve lo paragonerà a qualche disco dei Kinks o addirittura dei Beatles. Invece sembra il locale caldaie dello Yellow Submarine invaso dalle alghe.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BEVIS FROND – We’re Your Friends, Man (Fire)  

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Non vorrei sbagliarmi (e in tal caso, come disse Giovanni Paolo II, “mi corrigerete”. A proposito…ma poi l’avete corretto? NdLYS) ma credo che in trent’anni di carriera questo sia il primo album di Bevis Frond ad essere pubblicato direttamente in prima stampa per un’etichetta diversa dalla sua Woronzow.

We’re Your Friends, Man esce infatti per la Fire Records.

E un po’ Nick Saloman glielo doveva, visto che l’etichetta inglese si è molto spesa recentemente nel rendere nuovamente disponibile una buona parte del suo catalogo, ristampando tutti i capolavori della sua carriera, da Miasma a New River Head, da Tryptych a Superseeder. Ma Nick è andato ben oltre i convenevoli di rito destinando alla Fire un lavoro articolato, lunghissimo ed ispiratissimo come forse neppure loro si aspettavano.

Un “mostro” di ottantacinque metri e venti gambe che potrebbe incutere timore a molti. Ben venga dunque il rassicurante titolo scelto da Saloman, che ce lo fa subito apparire un po’ più umano.

Un disco che dovrebbe piacere a tanti, ma proprio tanti.

A chi ama i Dinosaur Jr. e le tante mutevoli forme che Fred Cole ha avuto in vita (Dead Moon, Pierced Arrows, Lollipop Shoppe, Western Front).

A chi ama il genio nero di Hendrix e di Arthur Lee.

A chi ha amato Neil Young negli anni Settanta e Julian Cope negli Ottanta.

A chi ha amato sempre Bevis Frond e chi inizierà ad amarlo proprio adesso, proprio ora, proprio con questo album bellissimo.

E Dio voglia che sia così.

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE COUNT BISHOPS – The Count Bishops (Chiswick)  

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Dave Tice era stato, dal 1971 al 1977, il talentuoso cantante dei Buffalo, una delle tante meraviglie del continente australiano. Da quella stessa progenie di bovini era fuoriuscito all’indomani del fantastico album di debutto Paul Balbi, trasferitosi ormai da tempo a Londra dove, rispondendo ad un annuncio sulle pagine del Melody Maker, aveva unito la sua sorte a quella di altri due bighelloni della City ponendo le basi per la nascita dei Count Bishops. Abbandonati dal cantante, i Bishops avevano dovuto incidere il primo album affidando ai due chitarristi l’onere di alternarsi al microfono, senza grossi risultati. Ma al momento di registrare il seguito, Paul decide di “offrire” un’opportunità di lavoro al vecchio amico Dave. Che fa fagotto e arriva a Londra proprio in tempo per entrare negli studi Jackson di Vic Maile che la band ha prenotato per le sessions di registrazione di quello che dovrebbe essere, e la mancanza di titolo lo indica chiaramente, un nuovo inizio per la band inglese. La voce ruspante di Dave Tice calza a pennello per il suono morbosamente vintage dei Bishops, una portentosa miscela basica di rock ‘n roll, beat e blues in grado di gareggiare con la Magic Band di Safe as Milk, i Troggs e i Kinks dei primi tre album in pressapochismo elevato a scelta di vita, con cover come Don’t Start Crying Now, I Need You e Down in the Bottom a marcare il territorio, facendo arretrare gli altri cani randagi della città.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE ART OF NOISE – In No Sense? Nonsense! (Warner Bros.)  

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Di tutto quanto previsto nell’ambizioso “statuto” associativo firmato nel 1983 dalla  coppia Trevor Horn/J.J. Jeczalik ben poco era stato fatto. Gli Art of Noise erano però riusciti, pur tradendo l’iniziale ispirazione a diventare i nuovi Kraftwerk, a dominare le classifiche per un paio di anni buoni: canzoni come Beat Box, Moments in Love, Paranoimia e la cover di Peter Gunn erano diventati dei classicissimi del synth-pop anche dopo che Trevor Horn aveva giudicato il progetto un fallimento dal punto di vista artistico e aveva deciso di tirarsene fuori. Alla vigilia del terzo album anche l’ingegnere Gary Langan (uno che con i suoni di plastica ci sapeva fare, basti ascoltare quanto fatto per i Queen, gli Yes, gli ABC o gli Scritti Politti in quegli anni) abbandona il progetto, lasciandolo in mano ai soli Jeczalik e Anne Dudley. Sono loro a realizzare In No Sense? Nonsense! con lo stesso trucchetto che gli ha garantito il dominio delle piste da ballo: un colloso pastiche di elettronica dove bassi gommosi, loop vocali e pattern ritmici (che adesso dal vivo replicano con una band in carne ed ossa) cercano di arrampicarsi lungo le scale di un pianoforte e di entrare nelle sale delle corti dove si consuma la musica classica. È da questo dadaista e buffo incrocio che prenderà spunto gran parte della trance elettronica di successo del decennio successivo, primo fra tutti Robert Miles con la sua Children. È una musica che funziona alla perfezione per le commedie hollywoodiane di quel periodo e non serve che a dircelo sia Ian Peel dalle note di copertina di questa edizione deluxe. Perché gli Art of Noise rappresentano tutta la meccanica sequenziale e volgare degli anni Ottanta. La nuova rimasterizzazione, oltre a correggere alcuni errori grossolani delle stampe dell’epoca, non fa che esaltare tutta la pacchiana messinscena della formazione senza volto. Aggiungendo un’ottima selezione di inediti e di rarità tirate fuori rovesciando il loro cilindro fino a colmare un intero secondo cd. E giustificandone il ritorno su quegli scaffali da cui hanno deciso di disertare ormai da venti anni ma che tuttavia non hanno mai abbandonato definitivamente.

Sempre nascosti dalla loro maschera. Un po’ come noi.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE STAIRS – Mexican R ‘n’ B (Deluxe Edition) (Cherry Red)

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Segnatevelo adesso che siete ancora in tempo. Che poi magari sotto le feste di Natale non sapete cosa cazzo chiedere a Babbo Natale e vi ritrovate per Santo Stefano a parlare coi soprammobili chiedendo “Ok Google! In quale cassetto sono i calzini puliti?”.

Ecco nuovamente a noi Mexican R ‘n’ B, il disco che per la seconda volta nel giro di un paio di anni fece sgorgare un sogno orfano tra le cantine di Liverpool, così come era stato per i La’s.

Eccone qui, triplicato, l’amplesso.

Ancora monoaurale, sebbene deluxe.

Ecco la belva Edgar Jones puntare infinite volte alla nostra giugulare. E poi sferrare l’assalto, tirando via la carne.

Ecco la deriva carnale di tutto il brit-pop, il suo lattiginoso spruzzo di sperma rock ‘n’ roll.

In quel lontano 1992 gli Stairs lasciano le caverne di Liverpool vestiti con poncho, sombreri e tuta da astronauti, disincagliano il cadavere dell’acid summer e ne spingono gli “amabili resti” dentro una sacca di R ‘n B lascivo e sborroso. Finite le scorte delle pillole della felicità, si tornava a chiamare la marijuana per nome (Mary Joanna) o per sinonimo (Weed Bus), a raschiare accordi rubati a Brian Jones e Jeff Beck.  

Gli Stairs, come i concittadini La’s, erano completamente fuori dal tempo e dalle mode, pericolosamente vicini alle navi corsare di Chocolate Watch Band e Shadows of Knight. A differenza del gruppo di Lee Mavers e della stragrande maggioranza della scena Liverpooliana e dell’Inghilterra tutta non amavano però prendersi troppo sul serio.

Forse proprio per quello snobbati da tanti.

Forse proprio per quello diventati una vera band di culto.

Forse proprio per quello dimenticati in fretta.

Mexican R ‘n’ B, anche oggi che è avvenuto lo scarto generazionale che ce lo restituisce in questa sua prima riedizione, resta un disco pieno di grandissime meraviglie e di alcuni dei più memorabili riff usciti dalla giovane Inghilterra degli anni Novanta (Mundane MundaeWeed BusMr. Widow PaneMary JoannaOut in the CountryWrap Me Round Your FingerWoman Gone and Say GoodbyeRight in the Back of Your MindSweet Thing) solcati da una voce che lascia strisce di bava erotica ad ogni vocale.

Gli Stairs ci regalavano il perfetto anello di congiunzione tra Out of Our Heads degli Stones e Safe as Milk di Captain Beefheart, lasciandoci in eredità uno dei più bei dischi di rock ‘n’ roll di sempre senza la pretesa di diventare nient’altro che una indie band.

Finendo per caso nella più bella storia mai raccontata e subito tirati via, prima che le enciclopedie  si accorgessero di loro.

La scorta di pezzi su singolo di quel periodo è ugualmente preziosa, finendo per pescare nel mare pescoso delle garage band degli anni Sessanta con cover di Seeds, Them e Del-Vetts da tirar su i peli e anche altro. E ora, sta tutto pigiato qui dentro assieme anche a demo e prove di laboratorio, compresa una primitiva versione di quella I’m Bored che Edgar Jones avrebbe poi pubblicato con i Big Kids incidendo uno dei dieci singoli da salvare di tutto il rock inglese degli anni Novanta.  

Apparentemente dileguati nel nulla dopo l’uscita di quel capolavoro rough-beat gli Stairs continuarono in realtà a sconvolgere il loro suono elaborandolo così tanto da destabilizzarsi. Il secondo disco viene allora accantonato e la band si sfascia, per sempre. L’album, già pubblicato in poche centinaia di copie dalla Viper Records dieci anni fa col titolo di Who Is This Is,  viene ovviamente aggiunto in uno dei due dischi complementari della sontuosa ristampa Cherry Red: il crudo e crepitante R ‘n B stonesiano del debutto è diventato un budino allucinogeno dove galleggiano grumi di psichedelia, Northern Soul, Detroit-punk, hard-blues, prog-rock, echi di Move, Mayfield, Stones, Action, sciccherie barocche da Magical Mistery Tour, modismo da Magic Bus, vapori Hendrixiani e sevizie fetish da L.A. Blues.

Le chitarre si dilatano e si attorcigliano, Edgar spinge le corde vocali fino allo spasimo e fanno capolino fiati e flauti. Un suono che si celebra così tanto da auto-indursi alla eiaculazione (come nel solo Bonham-iano di Stop Messin’  o nella fellatio chitarristica di Happyland, NdLYS) ma che avrebbe potuto darci ancora quelle vibrazioni che invece ci vennero subito negate.

Che ne dite, pensate di essere in tempo per provarle adesso?

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

 

GL*XO BABIES – Dreams Interrupted (Cherry Red)  

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Non so chi sia l’autore della traduzione, che la Cherry Red si guarda bene da citare sia il suo nome che la fonte originaria (Piero Scaruffi, NdLYS), ma la gioia di stringere fra le mani questa bella raccolta dei Bristoliani Gl*xo Babies viene ridimensionata non appena si apre il booklet, scorrendo frasi illeggibili come “where flebili noises of foundation disturb a stentoreo rhythm” o “the only suggested tribalismo è but the emphasis is moved on the hidden rituali” che neppure l’Ufficio Sinistri della ItalPetrolCemenTermoTessiFarmoMetalChimica di fantozziana memoria avrebbe mai potuto partorire.

Meglio avrebbero fatto a questo punto affidarsi a Mr. Bean e far tesoro del suo silenzio e risparmiarci questa introduzione dislessica lasciando parlare direttamente la musica dei Gl*xo Babies o Glaxo Babies che dir si voglia (la “a” verrà oscurata  per evitare problemi con l’omonima casa farmaceutica, l’adesso famosa gsk produttrice fra l’altro del Voltaren®, dalla stessa loro label in occasione dell’uscita della raccolta Avon Calling, NdLYS), cani sciolti del punk d’avanguardia costretti a suonare con larga approssimazione il repertorio di band come Clash e Sex Pistols per accontentare un pubblico già incancrenito che reclamava a gran voce i “grandi successi” del punk da sotto il palco e a dover abdicare prestissimo dalle scene privandoci del loro sconcertante amalgama fra i Chrome e gli Chic subito dopo aver pubblicato il loro unico album, lasciando appunto il “sogno interrotto” come viene giustamente intitolata questa raccolta che mette insieme i pezzi dei primi singoli, Peel Sessions, improvvisazioni live. Alla faccia delle vostre White Riot e delle vostre Anarchy in the UK, che tanto alla fine siete finiti come tutti a guardare le sit-com in tivù e a portare i figli nelle scuole del regime, qualunque esso sia.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

BAUHAUS – The Bela Session (Leaving)  

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E così quest’anno io e i Bauhaus celebriamo a distanza di poche ore un anniversario impreciso per numero matematico ma analogo per puzzo di vecchiume. Per chi è appassionato di cabala, c’è ancora un’altra curiosità: appartiene a loro questa mia 3.800ma recensione. Che è un bell’anello di fidanzamento, dopo gli anni del corteggiamento inconsapevole dei quattro ragazzi londinesi e il mio innamoramento giovanile dei primissimi anni Ottanta.

Il celebre profilo stilizzato opera di Oskar Schlemmer diventò negli anni Ottanta una delle figure più rappresentative del dopo punk grazie a quattro ragazzi di Northampton che decisero di ispirarsi alla scuola d’arte tedesca della Staatliches Bauhaus per battezzare il proprio progetto artistico: una band che debba fare male come un gruppo punk ma che penetri più in profondità. Che non si limiti a sfondare la carne come una spilla da balia, ma che si conficchi fin dentro le viscere, e lì rimanga.

E infatti lì rimane, l’aculeo dei Bauhaus, per quanti avranno la fortuna di incrociare la loro musica elettrica e scura, tenebrosa e claustrofobica.

Il primo vagito di quella abominevole creatura esce dopo pochi mesi dalla nascita della band.

Bela Lugosi‘s Dead dura, da sola, quanto 5 canzoni punk.

Viene registrata in presa diretta il 26 Gennaio del 1979.

È uno dei momenti massimi del post-punk tutto, iconograficamente e musicalmente parlando.

Una plumbea e incalzante marcia elettrica su cui la voce di Peter Murphy si materializza e penetra squarciando il velo dei clangori metallici e del rantolio del basso che la tormentano, come un tetro vampiro dallo feritoia di una finestra. Il rock teatrale dei Bauhaus diventa l’avamposto della new-wave meno compromessa con l’elettronica e le macchine. Non fossero così emaciati e foderati di cipria li si vedrebbe grondare sudore sugli strumenti.

Invece sono quattro vampiri di filigrana che suonano un glam rock iperamplificato figlio del Bowie più eccentrico e dell’impassibile art-rock dei Joy Division.

Dunque quarant’anni dai Bauhaus, quest’anno. E il prossimo Agosto quaranta dal fruscio d’ali del vampiro che li avrebbe per sempre identificati come i pipistrelli della scena post-punk inglese. Con Bela Lugosi’s Dead non nascono solo i Bauhaus ma l’intero movimento gotico e dark londinese che al rumore sinistro di quelle ali nere si ispirerà quando si tratterà di aprire le porte del Batcave, tre anni dopo.

A differenza delle ristampe “ufficiali” del catalogo ad opera della Beggars Banquet e in concomitanza con l’uscita delle reissues di The Sky’s Gone Out e del celebre live Press the Eject and Give Me the Tape, l’edizione in vinile con le prime session di registrazione dei Bauhaus esce per un’etichetta con base a Los Angeles, gestita da un fan di vecchia data dei quattro vampiri inglesi e presenta un paio di chicche assolute come gli inediti Some Faces e Bite My Hip mai pubblicati prima d’ora anche se la seconda, con testo e musica parzialmente modificati, uscirà tempo dopo sotto il titolo di Lagartija Nick.

Il suono dei quattro pezzi che accompagnano il titolo madre è paradossalmente meno simile a quello acuminato del disco di debutto quanto più simile a quello fortemente ritmico di Mask. La chitarra di Daniel Ash non ha ancora acquisito carattere, limitandosi a un rifferama elementare tutto giocato sul palm mute ora in fase discendente, ora in quella ascendente (come nel reggae di Harry, già ascoltata come bonus track nelle varie ristampe del catalogo Bauhaus).

Nessuno dei quattro pezzi, giacché tutti preziosi per completare il puzzle dell’affascinante storia di una delle band fondamentali per l’evoluzione del post-punk, vale tuttavia un solo minuto di Bela Lugosi’s Dead.
Eppure ancora oggi quando i quattro di Northampton si alzano in volo un brivido corre lungo tutta la nostra schiena.

Undead, undead, undead.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE FALL – Fall’s 58 Golden Greats (Cherry Red)  

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Quel gran figlio di puttana di Mark E. Smith ci ha avvelenato tutto il 2018, tirando le cuoia a Gennaio.

Ora la Cherry Red prova ad allietarci almeno il Natale, proponendoci di sostituire il classico vassoio di canditi della nonna con una guantiera con 58 cioccolatini al veleno, in carta color oro.

58 Golden Greats ripercorre tutta l’intera carriera dei Fall, dal manifesto programmatico Repetition del ’78 fino all’ultimo album New Facts Emerge che, come tutti i trentuno che lo hanno preceduto, ha tenuto fede a quel manifesto, a quell’idea, senza mai tradirla per un solo istante.

Arriva un po’ in anticipo rispetto al Natale, forse perché dopotutto Fall significa anche autunno. E quindi alla fine ha rispettato la sua, di puntualità, fregando Santa Claus. Arriva intrattenendo giovani e vecchiette, parlando anche del Papa. Con lo sguardo torvo metà intellettuale, metà psicopatico.

Arriva quando è già andato via.

Voi per Natale fate un po’ come cazzo volete.

A lui di certo non glien’è mai fregato in vita, figuratevi adesso.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

AA. VV. – Just a Bad Dream (Cherry Red)  

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Un viaggio nel “brutto sogno” inglese degli anni Ottanta. Che era il sogno di riaccendere il furore mistico delle garage-band degli anni Sessanta, in qualunque modo possibile. Sono Lenny Helsing dei Thanes, Vic Templar e Mike Spenser dei mitici e sotterranei Cannibals (che per l’occasione regala uno dei pezzi più rari del suo gruppo, rendendoci oltremodo contenti NdLYS) a guidarci in questo viaggio che dista da noi più di quanto lo fosse quello delle band che avevano ispirato le sessanta formazioni raccolte su Just a Bad Dream.

I nomi sono quelli che molti dei miei lettori hanno sicuramente incrociato attraversando quel decennio, poi magari perdendoli di vista distratti da un culo più sodo, da un paio di cosce meglio scolpite e che però a vederli qui uno di seguito all’altro qualche brivido, fosse anche di nostalgia, lo suscitano eccome: Jesus and Mary Chain, Playn Jayn, Prisoners, Cannibals, Barracudas, Mighty Caesars, Sting-Rays, Inmates, Biff Bang Pow!, Margin of Sanity, Green Telescope, Aardwarks, Milkshakes, Dentists, Meteors, Surfadelics, Beatpack, King Kurt, Thanes e decine di altri teenagers infatuati che avevano trovato nelle cassapanche degli zii centinaia, migliaia di piccoli gruppi avvinghiati alle tette del rock ‘n’ roll e che ora lo rivomitavano come schizzi di sperma lungo tutta l’Inghilterra. Sporcando anche i nostri beatle-boots e i nostri pantaloni a sigaretta che ora come loro indossiamo con molta meno disinvoltura.

Un brutto sogno. Un cazzo di brutto sogno.

Magari avercene ancora però….

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

SPIRITUALIZED – • — — • — • •  — • — — — — • • • • • • — • — — •  • • • • • • — • — • — (Bella Union)  

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• — — • — • • — • — — — • • • • • • — • — — • • • • • • • — • — • — arriva come Santa Claus la notte di Natale, su una slitta trainata da cento renne che scalciano in aria tin-tin-nando di mille campanellini tin-tin-nanti.

Non è di certo il disco che puoi bramare di ascoltare al rientro dalle spiagge, con l’abbronzatura che tarda a venir via e il sole che trasforma il tessuto dei sedili dell’auto in una griglia per le bistecche di manzo. Tanto che io l’ho lasciato marcire sullo stereo per un paio di mesi, aspettando che fuori le nuvole si raccogliessero in una forma compiacente. E alla fine il cielo ha ceduto, creando l’incanto atmosferico ideale ad accogliere un disco non meno accogliente. Un disco di musica soul, anche se a Jason Pierce piace vestirsi da astronauta, sin dai tempi in cui avvisò donne e uomini che stava per lanciarsi nello spazio e che lì avrebbe fluttuato per secoli.

Mantenendo la promessa.

Da quel giorno sono passati venti anni e ogni volta che Jason manda un cenno dall’universo, antenne attente sono qui pronte a recepire il segnale. L’ultimo è in codice morse e dietro quei bip biiip biiip bip biiip bip bip l’argonauta Pierce ci dice che lassù tutto bene, che ha scoperto dei pianeti abitati dove Brian Wilson, i Mercury Rev e gli High Llamas sono venerati come Dei e che c’è ancora speranza, un giorno, di trovare mondi incontaminati, di infilarsi dentro un razzo come The Morning After e portare in quelle colonie la forza di tre accordi, per non dimenticare da dove veniamo. E ricordare, mentre i suoi sassofoni impazziscono, che stavolta nessun animale è stato salvato, che Noè aveva preferito comprarsi uno yacht che perder tempo a costruire un’arca per gente e bestie che avrebbero rifatto gli stessi errori di sempre.

Salire in alto senza scordare che siamo vissuti nell’era di Jonathan Richman e di Lou Reed, dei Beatles e di Joe Meek. E che se proprio non siamo stati bravi a custodire il pianeta, siamo stati almeno saggi da custodire la loro memoria.

Brindiamo, il vascello è pronto a salpare.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro