JAMIROQUAI – Travelling Without Moving (Columbia)  

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Sono uno che i tormentoni se li sceglie da sé. E appena comincia la bella stagione, per evitare che me la imbruttiscano con gli equivalenti musicali dei cinepanettoni, mi carico il lettore cd dell’auto (che non é neppure lontanamente paragonabile alle vetture di lusso collezionate da Jay Kay, NdLYS) coi dischi dei Jamiroquai. Che sono uno di quei gruppi con l’estate dentro, come i pomodori pachino.

Una schiuma lattiginosa di funk, acid-jazz, R&B, disco.

Una vacanza metà aborigena, metà stellare.

Travelling Without Moving è il disco che traghetta il gruppo verso i dancefloor mondiali, in virtù di pezzi pulsanti e goderecci come High Times, Alright, Virtual Insanity, Cosmic Girl, You Are My Love dove le dita di Toby Smith sul piano Rhodes e sul Moog saltano come la rana dell’omonimo videogioco, attraversando le strade ingombre del basso sublime di Stuart Zender e saltando sui tronchi galleggianti di fiati e percussioni sui quali il folletto Jay Kay si muove indossando un cappello rubato ad Afrika Bambaataa.

Se venite dalle finezze loro primi album vi sembrerà tutto un po’ volgare.

Se invece venite da quei tormentoni che sanno di buffet Valtur andato a male cui alludevo in apertura, vi sembrerà di avere davanti un’autentica orchestra-spettacolo come quelle dei Tower of Power, dei Parliament, della Sunshine Band o dei Fania All Stars oppure con un po’ di immaginazione sci-fi potreste immaginare di sfilare i caschi ai Daft Punk e, con vostra gran sorpresa, di trovarci sotto Curtis Mayfield e Wayne Casey.

Ma se non venite da nessuna parte perché non vi piace muovervi potreste viaggiare lo stesso, come suggerisce il titolo.

E magari non corro il rischio di incontrarvi agli incroci.

Franco “Lys” Dimauro

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MADNESS – Mad Not Mad (ZarJazz)  

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Le vetrine dei Madness, anche se sempre più piene di caramelle mou che sai già che ti si appiccicheranno al palato e di confetti colorati che sai bene ti porteranno ad una lenta discesa verso la diarrea, sono sempre irresistibili. Lo è anche quella allestita in tutta fretta prima di chiudere per un po’ l’attività. Lo è, forse, più di tutte le altre. In copertina stavolta c’è un Madness in meno. E anche su disco, di Mike Barson non c’è più traccia. Si respira un’aria nostalgica, un’euforia smorzata fra i solchi di Mad Not Mad. Un’allegria amara e “Tatcheriana” ma, ancora una volta, contagiosa. Anche un po’ impacciata, come di chi entrando ad una festa vuole fare il fenomeno per mascherare la sua timidezza, il suo voler essere altrove. Esattamente come succede qui nella caciara iniziale di I’ll Complete.

Sopra le righe, come i coloratissimi anni richiedono.

Caraibica ma di plastica, come i villaggi Valtur che stanno dilagando in tutte le coste del mondo. Come quella di Mad Not Mad o Uncle Sam.   

Carica di una dolcezza saggia e rugosa come quella delle tartarughe.

Come quella di Yesterday’s Men o della cover di Sweetest Girl strappata a forza dalle mani degli Scritti Politti. Con tutti quei cori che sono un doo-wop di malinconia tutta pomeridiana, tutta londinese, tutta da clochard, tutta bagnata e appiccicosa di nebbia e fumo che invece di salire, entra fin dentro i pertugi del cuore, ingrigendolo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SUPERTRAMP – Breakfast in America (A&M)  

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Il punk aveva tentato di ammazzarli tutti. Ma, nei fatti, non c’era riuscito.

Il prog rock era morto, tutto sommato, di morte naturale. Come era forse avvenuto per i dinosauri veri. L’antiparassitario spruzzato dai punk ne aveva solo accelerato il processo di putrefazione. Non appena scomparse dall’orizzonte le sagome dei C-123 usate per le docce di disinfestante il pomp-rock era tornato più forte e tenace di prima. Il culto per l’arrangiamento al limite del pacchiano, per il “tocco” virtuoso e per dischi concettuali fatti più col cervello che con lo stomaco si riprendeva la sua rivincita proprio alla fine degli anni Settanta, col trionfo di Pink Floyd, Queen, Alan Parsons Project e la definitiva affermazione mondiale dei Supertramp. Il loro disco dei record usciva nel 1979, con una copertina su cui i complottisti discepoli di Michael Moore avrebbero a lungo favoleggiato il secolo successivo, passando al microscopio e allo specchio quell’immagine dove, dall’oblò di un aereo di linea si ammirano le Torri Gemelle di Manhattan che si allungano su due lettere che, davanti ad uno specchio, si trasformano magicamente nella data del loro tragico abbattimento, avvenuto esattamente intorno alle 9 del mattino.

L’ora della colazione, per l’appunto.

Ma quel che affascina il pubblico all’epoca dell’uscita di Breakfast in America non erano certo queste pur inquietanti teorie postume. Quello che piaceva era l’appeal melodico delle canzoni che c’erano dentro, il loro elegante vestito di lamè (un piano Wurlitzer e un sax sornione, ma l’effetto era quello), quel falsetto che era tornato prepotente in discoteca coi Bee Gees e nel mondo del rock con le ugole potenti ed eunuche di Freddy Mercury e dei nuovi eroi del power-metal.

Con Breakfast in America i Supertramp smettevano fondamentalmente di trastullarsi con musiche elaborate (riservandosi solo uno spazio “libero” a chiusura dell’opera) e scendevano a patti col pubblico delle radio, generalmente di palato poco raffinato e facile da assoggettare, ieri come oggi, dandogli esattamente quello che si aspetta: canzoni ben arrangiate, bilanciate nella melodia e nei volumi, canzoni che non lo avrebbero sopraffatto ma lo avrebbero cullato senza traumi in ufficio, a casa, sull’auto, in metropolitana, dal barbiere o nella sala d’aspetto di un libero professionista o di un medico qualsiasi.

Canzoni rassicuranti come la crostata della nonna. Che le metti in auto e ti senti come sul divano di casa. Con tutte le comodità a portata di mano. Come un piccolo borghese.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE GALILEO 7 – There Is Only Now (Damaged Goods)

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A sentire la naturalezza con cui lo fanno, sembrerebbe un gioco da ragazzi.

Ma non vi fidate, che qui è come puntare sul gioco dei bussolotti al mercato di Porta Portese, tale è l’abilità dei Galileo 7 a nascondere la loro biglia sotto le campanelle del freakbeat inglese. Suono e citazioni che sono un distillato di cultura british, in questo ennesimo capolavoro della band di Allan Crockford che potrebbe rappresentare una valida alternativa d’ascolto per chi ha i primi dischi dei Blur e dei Charlatans perennemente parcheggiati sul proprio stereo. Anzi, forse più fra quel pubblico che tra le frange degli amanti del suono vintage delle band mod/beat degli anni Sessanta che i Galileo 7 hanno come ispirazione ma non come unico modello stilistico di riferimento.

A loro, agli amanti del brit-pop più retrò di un trentennio fa, consiglio di dare un ascolto a canzoni come Let Go, Too Late, Everything Is Everything Else e di immaginarle sparate dalle casse dell’Haçienda in una delle calde serate dell’estate dell’amore dell’89, mentre le bollicine dello spritz si trasformavano in mille faccine sorridenti. Provate a immaginare e tornate a dirmelo, dopo aver scavalcato il trambusto di I Dream of Sleep e la carcassa del sommergibile dei Beatles che si è arenato sulle spiagge di The World Looks Different Today.

Io sto qui e vi aspetto, mentre riporto indietro gli orologi.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

RADIOHEAD – Minidiscs (autoproduzione)  

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Ho sempre avuto l’impressione che trascorrere una giornata insieme a Thom Yorke debba essere più noioso di un weekend in mia compagnia.

Oggi, ne ho la conferma.

Pur sapendo che sarebbe stata un’operazione destabilizzante ho deciso di sobbarcarmi le famose diciotto ore di registrazione sottratte dagli hackers che, avuta contezza dell’inutilità hanno pensato di ridarle indietro alla band in cambio di un riscatto. Per non cedere al ricatto, la band ha deciso di rilasciare dunque una copia del maltolto in streaming gratuito e chiedendo a chi volesse scaricarlo, di pagare un piccolo obolo da dare in beneficienza per cercare di salvare un pianeta che sarà impossibile da salvare senza applicare le leggi libertarie di Bakunin e quelle socialiste di Marx e lasciando a pascolo libero i maiali della produzione industriale. Dunque anche il lodevole scopo con cui i Radiohead mascherano quest’operazione (qualora venisse garantito il versamento ad Extinction Rebellion) non basta a salvarci e i TG potranno continuare, tra uno spot e l’altro imposto a suon di moneta sonante dagli industriali che stanno divorando questa palla sospesa nel nulla come fanno i bachi con la mela, a tempestarci di pipponi sull’inquinamento inarrestabile.

Di certo sistemare fuori dalla porta diciotto pattumiere stipate di immondizia, neppure ben differenziata, non aiuterà ne’ il pianeta ne’ i suoi abitanti. Diciotto ore di provini, abbozzi, takes di cui sentivano la mancanza solo i feticisti che ai propri idoli leccherebbero anche le suole delle scarpe e che spesso dimenticano che dietro un grande album non ci sono solo grandi canzoni ma anche grandi “progetti” che prevedono scremature, perfezionamenti, trovate brillanti (spesso dovute ad interventi esterni), strategie di produzione e di elaborazione del suono, investimenti economici.

Ecco perché OK Computer, per il quale una parte di questo materiale venne poi usato, è un grande album e questi Minidiscs una roba che, anche a piccole razioni, produce irritazione per sfregamento. E non di mani.      

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

PETER PERRETT – Humanworld (Domino)  

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Dopo aver abdicato dal mercato musicale per decenni, Peter Perrett sembra aver ritrovato la voglia di creare e di condividere.

Lui ringrazia il cielo per essere sopravvissuto. Malconcio, ammaccato ma vivo.

Noi ringraziamo il cielo per essere sopravvissuti con lui, di potergli attaccare addosso un numero sufficiente di cerotti e di bende che possano nascondere le ferite più evidenti e di poterlo infine riabbracciare.

Con Johnny Thunders non ne avemmo il tempo.

Con Lou Reed non ne avemmo il modo.

Sciocco sarebbe dunque, lui che a buon ragione può rappresentare l’anello placcato in oro che lega tutti e due, lasciarsi scappare questa occasione. Tanto più che Humanworld lo ritrae in una dimensione meno intimista rispetto al disco di due anni fa (però che cosa non è Heavenly Day se non uno strascico glam di un Lou Reed che ha appena lasciato il palco con la consapevolezza dolceamara che alla fatta dei conti a lui è andata meglio di tanti suoi compagni dei tempi in cui il mondo sembrava ancora tutto da conquistare e che adesso è invece un sepolcreto di croci?, NdLYS) e più desiderosa di confrontarsi con un sound da rock-band, finendo per mostrare in almeno un paio d’occasioni i denti, seppur cariati, degli Only Ones e di toccare, in questo suo nuotare nelle vasche del rock inglese, il bordo piscina affollato di synth degli Psychedelic Furs e, dall’altra parte, quello ingombro di chitarre dei primi Verve. Noi dalla tribuna continuiamo ad applaudire, anche quando qualche bracciata sembra più impacciata del solito. Perché Peter è un fuoriclasse, uno che ha una voce capace di placarti l’anima pur raccontandoti storie di tormento e di sogni che fanno il rumore di vetri infranti.

O quel rumore era quello di un cuore?

Probabilmente il suo.

Forse, il mio.     

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

MORRISSEY – California Son (Étienne)  

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Jobriath era della Pennsylvania.

Joni Mitchell e Buffy Sainte Marie canadesi.

Bob Dylan, come ben sa Morrissey, di Duluth naturalizzato newyorkese.

Phil Ochs e Roy Orbison texani.

Dionne Warwick del New Jersey.

Carly Simon di New York, come Laura Nyro e Melanie Safka.

Tim Hardin dell’Oregon.

Gary Puckett del Minnesota.

La prima domanda è dunque di quale California si stia dichiarando figlio Morrissey con questo disco di cover che ce lo consegna definitivamente come il Tony Hadley degli intellettuali. L’amato/odiato Moz torna dunque con un disco di canzoni altrui, come Giorgia e Laura Pausini. E con al petto una spilla con cui corteggia la destra nazionale e fa indignare quella fetta di pubblico che lo vorrebbe di sinistra, senza che lui abbia mai dichiarato di esserlo. Uno che di cose scomode ne ha dette tante ma che non va giudicato per questo quanto per la sua musica che però ancora una volta non è opera sua e che in questo disco gli risparmia pure la fatica di scriverne le liriche.

Un lavoro realizzato col minimo sforzo creativo.

Un lavoro alla Sinatra, insomma.

Pieno di luci abbaglianti e abiti in lamè anche quando il repertorio chiederebbe vestiti più sobri (ovvero in un paio di casi, che il resto era roba già pronta da servire per i clienti della Love Boat mezzo secolo fa, NdLYS). California Son suona come quei vecchi dischi di Gary Puckett and The Union Gap o di Tommy James and The Shondells dove tutti sembrano ebbri di zuccheri complessi che il fegato fatica ad elaborare. Anche quando i violini si placano e le brutte coloriture elettroniche (terribili nel caso di Loneliness Remembers What Happiness Forgets della Warwick) si stemperano per lasciare spazio ad un piano solingo, come in Lenny’s Tune o ad una chitarra acustica come in Days of Decision, c’è una sontuosità trattenuta a stento che fa a pugni coi nostri ricordi delle Asleep e delle Back to the Old House che ci cullarono in tenera età, con quel bisogno di sentirci abbracciati che Morrissey non vuole più soddisfare. E forse ha ragione lui e i partiti politici di cui si professa alfiere probabilmente solo per irretire qualcuno.

Non me. Che posso fare a meno dell’uno e degli altri.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

HEAVEN 17 – Play to Win (Demon)  

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Il 31 Marzo del 1981 era stata pubblicata l’edizione in vinile del nastro d’esordio dei B.E.F., acronimo dietro cui si celavano due musicisti appena fuoriusciti dagli Human League. Sette tracce interamente strumentali, spalmate su una Penthouse Side e una Pavement Side: quel disco era il manifesto programmatico di quello che sarebbe diventato Penthouse and Pavement, il disco di debutto degli Heaven 17 che sponsorizzava ancora, in copertina, la sigla B.E.F. e che, analogamente, era diviso tra una Penthouse Side e una Pavement Side. Medesime erano, in entrambi i progetti, le mani di Ian Craig Marsh e Martyn Ware e una ricerca elettronica che voleva offrire una versione sintetica e moderna del funk. Quel che differiva era il risultato: laddove la musica strumentale dei B.E.F. non distraeva dall’ascolto e dal puro piacere meccanico del ritmo, negli Heaven 17 la fruizione, almeno quella del pubblico madrelingua, veniva in qualche modo “avvelenata” da testi dai forti connotati politici. Per tutti gli altri il problema non sussisteva: bastava una musica adeguata ai tempi. E quella del gruppo di Sheffield, tutta incentrata sull’uso massivo delle macchine sintetiche e con un impattante groove ritmico, lo era.

Quel che ne veniva fuori era un R&B privato di ogni calore soul (che poco più tardi un Terence Trent D’Arby proverà a sprigionare nuovamente con una Dance Little Sister che non era altro che una versione calda del pezzo che intitolava l’esordio degli Heaven 17, senza che nessuno ne avesse a male, neppure Martyn Ware che anzi accetterà di produrre l’intero album d’esordio del cantante di New York), modellato sugli scatti ritmici del funky (Fascist Groove Thang, Play to Win, Soul Warfare) ma terribilmente attratto dalle nuove opportunità offerte dai sintetizzatori (The Height of the Fighting, Geisha Boys and Temple Girls, Let’s All Make a Bomb) fino a venirne inghiottito quasi completamente quando si tratterà di mettere mano al secondo album, quello con dentro una hit colossale come Let Me Go, biondona siliconata che esibisce i suoi seni rifatti dentro The Luxury Gap, che esce a meno di un anno di distanza ed è già girone infernale dei peccati capitali degli anni Ottanta: batterie pulsanti e tastiere ovunque, controcanti femminili e hook melodici, anche se l’arrivo prepotente della sezione fiati in Key to the World, seppur pacchiana e sopra le righe come l’epoca richiedeva, riesce ad infondere un po’ di follia umana in questo circo bionico.  

Lo spettro della guerra nucleare incombe su How Men Are, tanto che parte delle royalties saranno devolute dalla band alla Campagna per il disarmo nucleare (l’organizzazione britannica il cui logo è poi stato adottato universalmente come “simbolo della pace”, NdLYS). Pur indugiando fondamentalmente sullo stesso funky elettronico del disco precedente, gli Heaven 17 cercano pure di uscire fuori dall’acquario del synth-pop ballabile con la conclusiva, lunghissima And That’s No Lie che promette una fuga che in realtà riesce solo a metà.

La fuga vera avviene invece col successivo Pleasure One, dove basso e batteria vengono impugnati da musicisti in carne ed ossa e le chitarre affidate ad assi dello strumento come Tim Cansfield, Ray Russell e John McGeogh. Il suono si avvicina pericolosamente a quello dei Level 42, un salto di 25 cifre che però artisticamente produce un fisco commerciale e una pesante perdita di identità cui cerca di porre rimedio il successivo Teddy Bear, Duke and Psycho che torna ai suoni modulari dei sintetizzatori e dell’effettistica MIDI anche se il meglio del disco è quella Don’t Stop for No One dove all’elettronica di chiaro marchio Heaven 17 si aggiungono una sezione d’archi e un pianoforte che di sintetico ha nulla se non la durata del suo intervento. Siamo però dentro, e lo siamo ormai da tanto, un easy-listening senza alcun nerbo, un si salvi chi può da cui è meglio fuggire se non lo si è fatto quando i brutti presagi dei dischi precedenti suggerivano di farlo.

Sulla scena del crimine torna la Demon assemblando, in maniera asciutta per quanto riguarda la versione in vinile e con un cospicuo numero di bonus per la più voluminosa e impegnativa versione in cd, questo Play to Win (The Virgin Years). Voi decidete un po’ cosa fare, che nessuno vi obbliga.            

                                   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DOCTOR & THE MEDICS – Laughing at the Pieces (I.R.S.)  

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Il primario Clive Jackson e la sua equipe di medici psichedelici che ballano al ritmo gommoso di Spirit in the Sky di Norman Greenbaum è uno dei ricordi più belli e colorati della mia adolescenza. Era il 1986 e mentre su Canale 5 andava La valle dei pini, il mio primo telecomando sceglieva di posizionarsi su Italia 1 per guardare Deejay Television, dove la merda era tanta. Ma ogni tanto saltava fuori qualche stronzo che sembrava voler parlare con te.  

Doctor, stimato professionista delle sale operatorie del Clinic di Soho, era uno di questi.

La sua band, una versione da fumetto delle congreghe hippie degli anni Sessanta. O, se preferite (e io lo preferisco) il monoscopio dei canali RAI in movimento. Buono, ottimo per testare i colori dello schermo video.  

Perché la musica di Laughing at the Pieces invece di psichedelico aveva ben poco. Anzi, a dire la verità, nulla. Ad essere rievocato, quando va bene, è l’altrettanto pittorico glam rock degli anni Settanta. Quando va male, è quel nulla cosmico cui si avvicineranno altre band anche con un curriculum migliore del loro, come i Love and Rockets.

Nulla per cui valga la pena spendere più di tre quarti d’ora e tre quarti di banconota da dieci. Ma grazie comunque Dottore per aver colorato i miei pomeriggi come solo pochi riuscirono o vollero fare.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE TELESCOPES – Endoscopia shoegaze 

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Assieme a Psychocandy e Sound of Confusion, Taste servì a costituire la Sacra Trimurti del feedback pop inglese degli anni Ottanta.

Un rumore da officina siderurgica che soffoca ogni cosa.

Taste nasce sotto effetto delle droghe. Triptizol, per l’esattezza. Un antidepressivo triciclico al cui abuso Stephen Lawrie sopravvive a stento, quando è appena diciottenne. La crisi di astinenza che ne segue mette in circolo tossine e scorie che Stephen cerca di eliminare in ogni modo. Vomita ed urina ad ogni ora del giorno e della notte. E scrive larve di canzoni spalmate su brandelli di rumore bianco.

Come se non bastasse, il resto della scaletta di Taste viene composta nell’appartamento che Dominic Dillon (diventato nel frattempo batterista “in pianta” stabile, NdLYS) condivide con una serie imprecisata di spettri. Che stavolta, a differenza di quelli di Stephen, non sono presunti. Ma i ragazzi sfruttano la cosa a loro vantaggio: nessuno frequenta il palazzo, a causa dei fantasmi che lo abitano, e così danno fondo alla loro risorsa di rumore. Sempre più forte, sempre più violento, tanto da atterrire pure i fantasmi.

Quando alla fine portano i loro strumenti alla Track Station, Stephen non è ancora sazio. Vuole ancora più rumore, vuole che sia indomabile.

Suggerisce a Ken MacPherson, uno dei due produttori del disco, di alterare i pedali fuzz fino a renderli ingovernabili. Sempre Stephen suggerisce a Ken e Chris Bell l’idea di piazzare un ventilatore tra l’amplificatore del basso e il microfono per creare l’effetto oscillante dentro il caos di Suicide, il collasso conclusivo che chiude il disco. I Fall, She Screams, Violence, Threadbare, There Is No Floor, Suffercation, Silent Water lungo lo snodarsi del disco sono percorse dalla medesima follia feroce e perversa. Una torrida colata di rumore bianco e purpureo che ustiona la carne, un altoforno dove il pop anoressico della pallida Albione viene forgiato come una lamiera di ferro rovente. Una zecca abusiva dove viene coniata la nuova moneta del rock psichedelico dell’era post-atomica.

Non chiedetevi che “sapore” abbia, chiedetevi piuttosto se riuscirete a sopportarlo.

Salvati da Alan McGee dal naufragio della What Goes On, i Telescopes approdano sulle coste della Creation nei primi mesi del 1990. Alan li accoglie dopo averli visti dal vivo a Birmingham ed aver dovuto, così vuole la leggenda, lasciare il locale a causa del volume assordante della band. Il boss della Creation si fa carico di versare le sterline necessarie per “liberare” le canzoni già pronte dai diritti che le vincolano alla vecchia etichetta e pubblica ad Aprile il Precious Little E.P. guidato dalla tempesta elettrica del pezzo omonimo e seguito da tre narcotiche ballate che suonano un po’ come se ci si fosse addormentati con la smerigliatrice accesa.

Le tre tracce che danno il titolo ai tre E.P. immediatamente successivi spostano però il tiro, su pressione dell’etichetta, più sul ritmo che sul timbro cercando in qualche modo un compromesso tra lo stile del gruppo e le nuove fusioni con la club-culture inaugurate con successo dai Primal Scream con Loaded. La musica della band viene “elaborata” secondo concetti nuovi e dinamizzata come gocce omeopatiche, producendo quella sorta di guitar-pop stroboscopico che viene esibito sulla lunghissima Celestial, su Flying o su High on Fire, le ultime due delle quali verranno poi ripescate per assemblare fra mille difficoltà e poca voglia, il secondo album cui la band non vuole neppure dare un titolo “taggandolo” con quello che venti anni dopo sarebbe diventato uno dei simboli più sfruttati di una tastiera per pc. Ma allora, l’hashtag era semplicemente un modo per indicare un numero indefinito. Indefinito proprio come il puzzle sonoro messo su per un disco fondamentalmente noioso e in cui il fischio del feedback di Taste si è completamente spento in un guitar-pop fatto di arpeggi oppiacei, batteria spazzolata e qualche sparuto e malinconico accento di pianoforte. Più piano che forte, a voler fare i pignoli. La band ha insomma perso la fisionomia ben definita degli esordi, sbandando fino a toccare abissi di esotismo banghra che non convincono nessuno, men che meno loro, che abbandoneranno l’osservatorio stellare per un decennio buono. Tornando solo quando nessuno si ricorderà più le loro facce.

Il feedback devastante di Taste si tacita dunque per gran parte del secondo, omonimo e delicatissimo album dei Telescopes, capace di preziosissime perle acustiche e annoiate come You Set My Soul, And, Yeah, Spaceships, Splashdown che ricordano certi ricami dei Felt e dei giovani Primal Scream ma anche l’anoressia emozionale dei dischi di Nico. Il suono si denuda o preferisce indossare abiti meno ovvi rispetto a quelle delle sartorie a la page del feedback-pop di quegli anni. Nascono così pezzi caleidoscopici come High on Fire, Flying o Please Tell Mother, naufragi psichedelici in cui l’elettricità si spiralizza e si riannoda in forma di giga e che aiutano a tenere alta un’attenzione messa a dura prova da qualche passaggio un po’ troppo sonnolento (The Presence of Your Grace, And) che induce, nel viaggio onirico che si prefigge, a toccare abissi di profonda noia. Il risultato è ancora più catastrofico dal punto di vista commerciale, tanto da portare in breve allo scioglimento dei Telescopes, rimasti schiacciati da una musica che paradossalmente voleva diventare talmente leggera da lievitare.

Quello che per sei lunghi anni sarà l’ultimo gig dei Telescopes si terrà allo Splash Club di Londra, in una umida notte britannica del 1995 in cui la band saluta il suo pubblico con un addio. Stavolta non c’è né Alan McGee a salvarli, né nessun altro.

Il “difficile (anzi difficilissimo) terzo album” esce solo agli inizi del nuovo secolo, quando Stephen e Jo Doran tornano in studio con un ensemble di altri nove musicisti per dar vita ai dieci movimenti sonici di Third Wave: siamo musicalmente molto distanti dai tipici mantra rumorosi dei Telescopes di Taste, anzi in una situazione sonora diametralmente distante. Al posto di un assalto sonoro all’arma bianca tagliente e spudoratamente figlio del feedback più assassino, Third Wave vive di un suono pastoso, pneumatico, avvolgente. trombe sordinate, loops e pattern ritmici, architetture di tastiere analogiche, semplici giri di piano contribuiscono a creare un disco mantrico, dall’impatto quasi ambient che si diletta a ricamare sulla ripetitività e reiteratività delle soluzioni sonore traducendole in una sorta di psichedelia new age jazzata e onirica. Qualcosa che viaggia a metà strada tra il trip hop, la psichedelia liquida degli Spiritualized e una soundtrack di Henry Mancini, se riuscite a lavorare di fantasia. Si tratta in pratica, malgrado la formazione sia rimasta praticamente immutata rispetto a quella ultrarumorosa del periodo storico e identico il moniker, del disco di un’altra band o comunque di un disco anomalo, un gorgoglio elettronico che riempie come bario le tracce dei vortici disegnati a suo tempo dalle raffiche di feedback dell’epoca “storica” del gruppo inglese. Third Wave è un’autentica astronave psichedelica di una bellezza straziante.

 

L’”untitled fourth” album dei Telescopes, pubblicato nel Settembre del 2005 dalla piccola Antenna Records di proprietà dello stesso leader, vede uno Stephen Lawrie destreggiarsi tra sintetizzatori, organo, theremin, batteria, basso, flauti, banjo, xilofoni, chitarre acustiche, diavolerie elettroniche e voce in quasi perfetta solitudine (in realtà ci sono altri due o tre musicisti a coadiuvarlo nell’impresa, non possedendo ancora il buon Stephen, ma chissà in futuro, il dono dell’ubiquità). Il risultato è un disco climaticamente avviluppato tra le due stagioni più fredde e umorali dell’anno: Winter #4, The Yearning, Fear the Eye Became the Tone, All the Leaves, Singularity e la sibillina On a Dead Man’s Bones by the Light of the Moon, Skeletons Dance a Demon Dance of the Doomed e Link #1 sono tutte cariche dell’angoscioso respiro di Anakin Skywalker eppure non trasmettono alcun senso di minaccia e hanno poco, anzi nulla, di alieno. Quello di #4 è piuttosto un viaggio antropomorfico nelle nostre viscere, nel reticolo delle nostre arterie, nei cunicoli del nostro sistema linfatico, negli abissi profondi delle nostre cavità bronchiali. Una sorta di viaggio terapeutico e cognitivo che ha profondità d’abisso solo se decidiamo di concedergliela e che vale pur la pena di affrontare.

 

Chi ha seguito le vicende dei Telescopes successive a quel capolavoro perverso che fu Taste avrà familiarizzato con la mutazione genetica cui Stephen Lawrie ha sottoposto la sua band. L’agghiacciante assalto al rumore bianco dei loro primi dischi, una colata lavica in cui Elevators e Velvet si fondevano in un unico ammorbante fiotto elettrico, ha ceduto il passo a una diversa forma di “elevazione” psichedelica che non esiterei a definire post-rock se non fosse che i Telescopes sono in giro da quando gente come GYBE o Mogwai pisciavano ancora il letto. Un suono che si aggira spettrale anche sulle Hungry Audio Tapes, in queste boscaglie di drones mutanti, sterpi elettroniche che alitano pesanti (Household Objective) aggrovigliate nelle maglie di moog, theremin e beat pulsanti dentro cui i respiri di Stephen e Jo sembrano precipitare. Loro sono i Suicide dell’età del silicio.

 

Pubblicate nel 2008 dalla francese Textile Records, le cinque tracce di Infinite Suns sono immense mole di pietra che schiacciano come chicchi di frumento il nostro apparato uditivo. Il Metal Machine Music dei Telescopes.

Masse informi di rumore che ci assaltano i timpani a volumi altissimi, i Telescopes mettono in atto un’autentica azione terroristica di devastazione sonora, un’abominevole sequenza di fondali elettrici dalla furia disumana. Chitarre e viola elettrica (quella della violoncellista Bridget Hayden della Vibracathedral Orchestra) vengono amplificate, microfonate e ritrattate aggiungendo volumi di distorsione su volumi di distorsione, all’infinito. Deformando lo spettro audio fino all’assurdo cacofonico.

Un paesaggio di devastazione assoluta, Infinite Suns spinge il suono dei Telescopes oltre le soglie dell’udibile e dell’umanamente accettabile.

 

Stephen Lawrie ha aperto un conto col rumore anni fa.

Quel conto è sempre in sospeso. E l’oste di tanto in tanto torna al suo tavolo. Stephen paga una rata e poi va via dal locale, sicuro che sarà costretto a tornare.

Harm è l’ennesima rata che prova a saldare una parte di quel debito con due lunghe catene montuose che si fronteggiano, una per ogni lato del disco. Distorsioni che tagliano l’aria come un machete o che spirano sinistre come un vento mefistofelico, un cupo riverbero di onde dense e schiumose che sembrano volerci ingoiare fino ad sommergerci.

Held e Torn sono l’eco putrescente delle viscere della terra e degli abissi spaziali. Stephen il rabdomante delle lacrime disperse nella nostra anima.  

 

Alla fatta dei conti, di quell’uragano di feedback che investì l’Inghilterra nella metà degli anni Ottanta, i Telescopes sono gli unici ad esserne usciti vivi. Scompigliati, ma vivi. Gli unici ad avere il coraggio di non disertare quelle terre fustigate dal rumore ma, al contrario, riorganizzare il proprio habitat proprio fra quelle indomabili e scoscese pareti di suono, pur avendo talvolta cercato di scavare fra le loro viscere per trovare una qualche via di fuga. 

Hidden Fields, ottavo album per la formazione di Stephen Lawrie, è il frastuono assordante di quelle pareti che si sgretolano, innalzando altre poderose e densissime onde di feedback. Cinque movimenti, come le teste del Brahma innamorato di Shatarupa. Cumuli e cumuli di rumore ammassati dietro la porta del vostro rifugio tra i ghiacci, fino a restarne seppelliti. Col mondo che ruggisce là fuori, come una belva affamata.

 

Dopo il ciclo di dischi degli anni Zero i Telescopes si sono progressivamente riappropriati del loro brutale linguaggio originario, esasperandolo ulteriormente.

Le lunghe tracce di As Light Return, nono album per la formazione inglese, sono delle enormi statue di pietra lavica spinte con sudore e fatica sotto una tempesta di polveri di piombo. Una staticità ingombrante, come di enormi motori da aerostati ingolfati dalla ruggine, assiepa le musiche di As Light Return. Come se la carcassa dell’astronave dei Pink Floyd tornasse sulla terra e venisse trascinata orizzontalmente per essere portata alla demolizione, nitrendo di dolore e di un’ingovernabile vecchiaia.  

Musiche che hanno il passo dello Yedi, dei cingolati che hanno percorso strade di guerra e ora tornano all’officina portandosi addosso il peso dei cadaveri che hanno maciullato nel tragitto di andata, quando avanzavano lucidi e spietati, sotto quella cappa di fumo che hanno alzato perché la luce del sole non rivelasse le loro nefandezze.

Che guardano un punto lontano. Non fuori, ma dentro di noi.

 

Lo spunto è interessante: oggetti inanimati che assorbono energia dal mondo circostante e la rilasciano sotto forma di vibrazioni, quando le condizioni lo consentono e queste particelle energetiche sono opportunamente stimolate da un contatto paranormale. È la teoria formulata da Thomas Charles Lethbridge nel 1961 cui si ispira questo nuovo lavoro dei Telescopes, il secondo per questo 2017 (anche se in realtà è il solo Stephen Lawrie a scrivere, suonare e produrre il tutto, NdLYS) e che si sposa perfettamente con l’universo sonoro della band inglese.

Stone Tape lascia impronte sulla neve dopo che la sferzante tempesta di As Lights Return si è placata, probabilmente interrotta da un evento ancora più atroce, ancora più devastante ed imprevisto. Il passo della sua mezza dozzina di tracce è macilento e greve, ma deciso e implacabile. Un avanzare sinistro e carico di un silenzio assordante, come quello dei bruti a nord della barriera di Grande Inverno. Il sole evocato dal primo titolo proietta lunghe ombre velvettiane mentre The Speaking Stones sembra il ronzio amplificato di qualche aracnide gigante e raccapricciante.

I Telescopes che guardavano le stelle sembrano essere diventati dei microscopi che allargano a dismisura lo sguardo sulla vita dei microorganismi, la spiano e ce ne trasmettono, amplificata, la sua incredibile, vorace lotta per la sopravvivenza.  

 

La sindrome della testa che scoppia ci disturba le notti.

A disturbarci le ore di veglia ci pensano, ormai da decenni, i Telescopes.

Alcuni loro dischi sono insormontabili montagne di rumore pesanti come rocce, angosciose e opprimenti discese negli inferi della terra attraverso cunicoli dove il rumore bianco viene iperamplificato fino a diventare tridimensionale.

Il nuovo Exploding Head Syndrome sceglie invece strade meno impervie, quasi che Stephen Lawrie abbia deciso di dissociarsi da quel disturbo del sonno e abbia scelto di farsi antidoto a quello e a sé stesso.

C’è un’accogliente pianura di feltro che si stende sui solchi del suo nuovo disco, offrendoci una accessibile via di fuga percorribile in entrambi i sensi, anche se quella che conduce verso lo stato onirico è forse preferibile.

Nessun pezzo segue uno sviluppo in senso melodico ma procede in maniera orizzontale, sovrapponendo lastre di morbido rumore fino a creare uno straniamento sensoriale all’inizio impercettibile, poi sempre più deciso, piacevole, rasserenante, quasi terapeutico.

Stephen Lawrie si conferma il Virgilio in grado di guidarci nelle viscere della nostra mente. Voi, continuate pure a prenotare i viaggi per allontanarvene.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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