THE PALE FOUNTAINS – Pacific Street (Virgin)  

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Flauti che sembrano il cinguettio degli uccelli nascosti tra i rami degli alberi delle copertine dei Love, qualche vezzo bossanova e lampi orchestrali che paiono una svendita di Broadway, qualche vigore politico in stile Scritti Politti e Dexy’s Midnight Ramblers, un po’ di svolazzante soul da evirati che invece ricorda Aztec Camera e Lotus Eaters e un bisbiglio new-wave vellutato dal gusto China Crisis.

C’è abbastanza aria snob per stare sui coglioni a tanta gente e ce n’è altrettanta per passare dalle scuole d’obbligo della nuova onda britannica agli istituti superiori d’arredamento, anche se seduti nei banchi in fondo all’aula.

In ogni caso nel 1984 i Pale Fountains sembrano una band predestinata al successo, sull’onda di formazioni come Style Council e Commotions e del suono inglese meno plastificato.

Non hanno in mano il Sacro Graal, i quattro ragazzoni di Liverpool. Ma quel che tengono in pugno sembra destinato a funzionare, tanto che è la Virgin a volerli in scuderia e a finanziare il loro album di debutto, senza lesinare sterline sonanti.  

E invece l’asso pigliatutto l’avrebbero lanciato sul tavolo gli Smiths, facendo man bassa e costringendo molti ad alzarsi dal tavolo da gioco e versare alla cassa quello che avevano vinto alla prima mano e un largo anticipo sui sogni del futuro, adesso ipotecati.

Non fu un peccato, perché gli Smiths avevano certamente le carte in regola per vincere senza bluffare. Però ancora oggi quando, stanco di aspettare che per puro caso una loro canzone passi in radio (cosa che dal 1985 non avverrà MAI PIU’), metto sul piatto Reach, Natural, Southboud Excursion, You’ll Start a War, Faithful Pillow mi assale come l’impressione, il dubbio, il sospetto che la storia (scritta da chi ha vinto la guerra) si trascini con sé sempre qualche rimorso e qualche rimpianto. E che qualche errore poteva essere evitato.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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JOE STRUMMER & THE MESCALEROS – Streetcore (Hellcat)  

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Barry “Scratchy” Myers, il dj che aveva aperto i tour dei Clash per Give ‘em Enough Rope e che viene accreditato come “il deejay n. 1” sulla copertina interna di London Calling torna a lavorare con Strummer per l’ultimo tour dei Mescaleros. Sarà lui a dichiarare che Joe aveva fatto in cinquant’anni quello che molti non avrebbero mai potuto fare neppure se avessero avuto a disposizione cinquanta vite.

A noi piace davvero pensare che, si, Joe Strummer era riuscito a vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, spremendolo fino all’ultima goccia. Purtroppo però quell’ultimo giorno arrivò per davvero. È il 22 Dicembre del 2002 e Strummer sta lavorando a Streetcore con i modi che gli sono congeniali in quegli anni ovvero vivendo praticamente dentro lo studio di incisione, dormendo su un giaciglio di fortuna assieme ai suoi appunti, alla sua chitarra, ad un mangianastri dove può fermare su nastro le idee che passano come stormi dentro la sua testa, colpendoli prima che scompaiano all’orizzonte o che stramazzino a terra. Non sa ancora che toccherà a Martin Slattery e Scott Shields, i Mescaleros di vecchia data, l’onere di completare quel che lui ha iniziato e che la sorte non gli consentirà di completare (Midnight Jam è infatti orfana del suo testo, anche se la voce di Strummer compare con degli intercalari del suo programma radio).  

Streetcore è il disco dove Strummer torna a parlare di una Londra che torna a bruciare, il disco dove per ironia del destino decide di reincidere quella Redemption Song che era già stata testamento di uno dei suoi eroi, il disco dove Strummer compie finalmente il suo nostos, il suo ritorno a casa che è anche un po’ il nostro. È il suono meticcio dei Clash e anche un po’ di quello dei Big Audio Dynamite, c’è il reggae, il country & western, il combat-rock. C’è Strummer e con lui gran parte della nostra vita.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

GROUNDHOGS – Blues Obituary (Fire)  

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Che mi prenda un colpo! Blues Obituary dei Groundhogs, disco e gruppo stagionati del blues inglese, su Fire Records, etichetta simbolo dell’indie-music britannica! Per giunta in vinile e spreco di sovracopertina.

Un po’ come se…

Un po’ come se niente, che in Italia non abbiamo un gruppo blues di pari fama e neppure un’etichetta indipendente con una storia così lunga.

Quindi il paragone trovatevelo voi.

Siamo nel 1969, l’anno in cui le formazioni triangolari dominano il mondo: Jimi Hendrix Experience, Blue Cheer e Cream lo fanno, in effetti. I Groundhogs un po’ meno: vengono dal blues e con Blues Obituary stanno progredendo verso un suono sempre vincolato al blues ma meno radicale e più aperto alla contaminazione.

Non vorrei sbagliare, che a sostegno della mia tesi nessuna testimonianza mi viene in aiuto, ma ho il sospetto fortissimo che Jeffrey Lee Pierce abbia consumato un disco come questo e che la sua voce sia in qualche modo una sorta di versione disperatamente romantica e voodoo di quella di Tony McPhee. Sia come sia, l’”obitorio blues” è disco che a cinquant’anni dalla sua uscita riesce ancora a stillare veleno blues. Speriamo non serva un disco di Ty Segall a ricordarcelo e a farvelo scoprire e che stavolta possiate fare tutto da voi.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE EMBROOKS – We Who Are (State)

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Mi accorgo solo adesso che gli Embrooks mancavano dai miei scaffali di dischi da più di un decennio. Devono aver litigato mentre ero distratto, mi auguro da una bella donna. Apprendo adesso, grazie a questo disco arrivato caldo caldo, che hanno però fatto pace. Beati loro, che io ho gente che non saluto da un ventennio.

La rinnovata sintonia dà vita a questo We Who Are, quarto album in venti anni di carriera. E a vederli, confrontando la foto di copertina con quella del disco di debutto, direi che non se ne può nascondere neppure uno. La loro musica che, per così dire, era nata già “vecchia” ne esce fuori invece in maniera gagliarda.

Una dozzina di pezzi quasi tutti farina del loro sacco e tutti di ottima fattura sono il repertorio allestito per We Who Are.

Come se da quel ’67 non fossero passati cinquant’anni suonati, gli Embrooks ci offrono un tour sul Magic Bus per guardare le meraviglie dei rigogliosi cespugli dei giardini freakbeat, andando a finire un paio di volte (Nightmare ad esempio ma soprattutto l’Hammond-groove di Hang Up) e con mio sommo piacere sulle aiuole dei Prisoners.

Sembrano fare tutto senza il minimo sforzo e al massimo dell’entusiasmo, mentre qui da noi facciamo ancora i referendum per sapere a chi affidare i nostri, di trasporti. Oppure, come aveva predetto Gaber, per sapere dov’è che i cani devono pisciare.

Bravi Embrooks, ancora una volta la vostra macchina del tempo ha funzionato.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SLEAFORD MODS – Eton Alive (Extreme Eating) 

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Onestamente i consensi raccolti dagli Sleaford Mods in Italia, dove il livello medio di comprensione delle lingue straniere è di poco inferiore a quello di conoscenza della grammatica italiana (quindi viaggiamo non oltre la soglia di 4/10), mi lascia perplesso.

Ben venga, per carità, ma ho l’impressione (sono in cattiva fede oltre che in cattività) che in molti casi si tratti di un hype di facciata. Teoricamente non ci sono motivazioni che possano giustificarlo: i loro live sono tra le cose più noiose della storia (un tizio che parla, tanto, in una lingua di cui noi afferriamo due parole su dieci e un altro con le mani in tasca che ogni tanto gli passa una birra), musicalmente il loro impatto si auto-estingue al terzo brano e non sono per nulla alla moda ne’ nel look ne’ tantomeno nell’ideologia di cui si fanno portavoce (questo vale per chi riesce magari seguendole sulla copertina che le riporta, e non è questo il caso, ad afferrare le liriche delle loro canzoni).

Sono certo che calorosa e ossequiosa accoglienza verrà riservata anche a questo loro nuovo Eton Alive. E io sono felice per loro perché quella del duo di Nottingham è una delle proposte più sincere degli ultimi anni. Sincere e di confine.

La terra calpestata è sempre quella di un crossover urbano circondato da mura di elettronica tenuti assieme da sincopi funk, bassi dark-wave, pattern figli del motorik e della disco teutonica che assumono una forma scheletrica, atrofica e molto politicizzata dei Prodigy (Kebab Spider) o una altrettanto illogica e allegorica creatura metà Bauhaus e metà Fall (Firewall) oppure metà Gang Starr e metà Cure (Top It Up). Ed è una terra piena di ciottoli ed erbacce, di graffiti e bottiglie di alcolici dove qualcuno ha pisciato dentro.

Eton Alive, che piaccia a tanti oppure no, conferma gli Sleaford Mods come piccolo elemento di disturbo nella catena di montaggio della musica pop inglese.

Forse è il caso impariate l’inglese e che cominciate a fare a meno delle chitarre.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DEXYS MIDNIGHT RUNNERS – Searching for the Young Soul Rebels (Parlophone) 

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Qualcuno, me compreso, lo ricorda coperto da un’orribile salopette in jeans e unto d’olio motore ma Kevin Rowland aveva una vera ossessione per gli abiti sartoriali e le scarpe eleganti. Kevin era un mod già alla fine degli anni Sessanta, ovvero molto prima che mettesse in piedi la sua prima band. Che non erano i Dexys Midnight Runners. Prima c’erano state altre band, improbabili formazioni country&western, marginali gruppi glam e proto-punk e dozzinali ensemble punk. E nel frattempo arresti a iosa, quasi sempre per rissa, fino all’improbabile sogno di mettere su una soul band e quell’annuncio pubblicato sul Melody Maker con cui lui e il suo amico aprono la caccia ad “un trombonista e un trombettista per un gruppo soul/new wave” con cui nell’Ottobre del 1978 nascono ufficialmente i Dexys Midnight Runners così come avremmo imparato ad amarli: una soul-band bianca e proletaria con un repertorio pieno zeppo di classici Stax, Atlantic e Motown e che quando è davvero su di giri, cosa che capita spesso, si diverte a suonare qualche recente tormentone disco-funk.

Rispetto a tutte le prelibatezze degli innovativi e avanguardistici gruppi new-wave del periodo cui qualcuno li volle associare in qualche modo, i Runners erano qualcosa di completamente old-fashion e retrò: Geno, il loro primo successo, è una sorta di Vorrei la pelle nera tornata a fiorire in qualche impronta lasciata dalle suole degli anfibi indossate dai punk e tutto il loro album di debutto sembra la scaletta di una serata qualsiasi al Wigan Casino. E in effetti da quella scaletta proviene direttamente Seven Days Too Long, successo Northern Soul di Chuck Wood che i Runners riprendono con il medesimo groove d’assalto, come fossero venuti per conquistare quei giovani ribelli del soul che sono venuti a stanare con un’arsenale che prevede marce R&B (Burn It Down, There There My Dear), ballate da lacrimoni soul (I’m Just Looking, I Couldn’t Help If I Tried), strumentali caldi come i corpi sudati di Soul Train (The Teams That Meets in Caffs) e siparietti cantati in falsetto come se si trattasse dell’ultimo successo disco (Thankfully Not Living in Yorkshire It Doesn’t Apply). Piuttosto che in un autoscontro post-punk o new wave siamo dunque dentro un vagone metropolitano che condivide le stesse rotaie di quello degli Specials, quantunque le stazioni di destinazione siano distanti.

Nel cuore della Gran Bretagna i Dexys Midnight Runners vigilavano sulla musica nera armati fino ai denti.

                       

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SIOUXSIE AND THE BANSHEES – Hyæna (Polydor)  

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Una cassapanca fin-de-siècle, il disco che i Banshees allestiscono al giro di boa degli anni Ottanta. Uno di quei pezzi d’arredo che, vuoi per il lato affettivo, vuoi per tanta di quella roba analoga che hai visto spacciare in tv a prezzi esorbitanti, sai che vale qualcosa ma che, ti rendi conto mentre la spingi a fatica per stanze e corridoi, starà male addossata a qualsiasi parete, ai piedi di qualsiasi letto, sotto qualsiasi quadro.

Il suono “voluminoso” di A Kiss in the Dreamhouse si fa, su Hyæna, ingombrante, pieno di una maestosità un po’ artefatta, in parte irrisolta e a tratti boriosa, coi suoi archi petulanti e i suoi sassofoni blateranti.

In campo, a dar man forte all’amica di sempre, è arrivato Robert Smith, già rodato durante la tourneè che avrebbe prodotto Nocturne, che sfrutta l’occasione per sussurrare all’orecchio si Siouxsie qualche idea che gli frulla in mente (la somiglianza tra Swimming Horses e la Six Different Ways che pubblicherà l’anno successivo su The Head on the Door è disarmante così come certamente opera sua sono le arie da danza del ventre di Blow the House Down che ricordano, pur senza replicarle, le atmosfere mediorientali di The Wailing Wall e Bananafishbones).

La voce della vecchia strega si approssima sempre più a quella di una sirena, mentre accenna il suo sorriso da iena.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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BLACK SABBATH – Paranoid (Vertigo)  

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Puoi vendere l’anima al diavolo per diventare il miglior chitarrista del mondo, come Jimmy Page.

Oppure puoi comprare la sua e divertirti a crocifiggerlo su una colonna di amplificatori e devastargli i timpani sotto una tempesta di watt, anche a costo di non affinare mai la tua tecnica. Come fa Tony Iommi, che decide di forgiare il suono dei Black Sabbath usando solo due dita. Per quello che ha in mente gliene avanza uno.

E quel che ha in mente è ribadito a pochi mesi dal debutto da Paranoid, un incredibile mostro di pietra e metallo che avanza nell’inferno tanto evocato dai maiali in giacca, cravatta e divisa da riuscire a materializzarsi in veste di capra nelle giungle vietnamite, proprio come pochi anni prima si era manifestato al mondo sotto le mentite spoglie dell’aquila nazista e così via a ritroso nel tempo, in svariate forme e luoghi che neppure il peggior satanista sarebbe riuscito ad immaginare.

I Black Sabbath cantano di un mondo allo stato terminale, sbranato dalla sua stessa brama cannibale e divoratrice.

Lo fanno con mezzi poverissimi, proletari. Perché le fate indossano scarponi.

Lo fanno senza dovessi reinventare disco dopo disco, senza dover fare a gara con sé stessi.

Paranoid, a differenza del debutto, ha una copertina davvero brutta e fuori tema. Ma la Vertigo, nella fretta di dare alle stampe il disco, dimentica che nel frattempo il titolo dell’album è stato cambiato per evitare qualsiasi riferimento anche solo lessicale con la strage di Bel Air per cui Charles Manson era in quei giorni sotto processo e così mentre manda il master dell’album alle presse del vinile, manda la vecchia immagine del maiale di guerra al neon a quelle della tipografia. Ma a dispetto della copertina, il secondo lavoro dei Black Sabbath è un capolavoro al pari del precedente.

L’intro di Iron Man è forse una delle cose più pesanti e sinistre cui gli ascoltatori “vergini” di quegli anni sono costretti a subire, così come quella che anticipa il riff disarticolato di War Pigs una delle più macilenti e grevi. Canzoni che si stagliano plumbee e pesanti come i massi di Stonehenge.

La bubblegum gelida di Paranoid, il funky spiritato di Electric Funeral, Hand of Doom e Fairies Wear Boots sono altre mani ed uncini che penetrano nelle viscere della nefandezza e della follia e se ne ritraggono sdegnate.

Del Diavolo non c’è traccia.

Se qualcuno vi ha fatto credere di averlo avvistato, è molto probabile che abbia guardato il telegiornale.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

MASSIVE ATTACK – Mezzanine (Virgin)  

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Mezzanine sono gli angeli neri dei Massive Attack che scendono dal cielo gocciolando come gli orologi molli di Dalì o il famoso rubinetto incrostato dei Cure. Al terzo album la musica della crew del Wild Bunch si tinge di un nero diverso, di un cupo livore post-punk austero ed ostile. Virginee dark ladies e uomini d’ebano dalle voci eunuche stanno come statue di cera nera sulla banchina del porto di Bristol, mentre il mare gonfia e schiuma come il muso di un cavallo agonizzante. Alle loro spalle fumaioli e ciminiere lavorano a pieno regime, imbrattando il cielo come fossero gigantesche bombolette di Banksy.

3D, Daddy G e Mushroom sono gli uomini dietro le macchine.

Quando si passano la mano sulle barbe di setola si sente un fruscio del tutto simile a quello di una puntina su un vinile.

E dietro a loro altre macchine.

E un altro uomo dietro le macchine, che si chiama Tim Young come fosse il piano tariffario di un operatore di telefonia.

Quando tocca i cursori si sente un picchiettio, come se attraverso i vetri dialogasse con gli altri in codice Morse.

E ancora dietro Neil Davidge, che muove le braccia come un direttore d’orchestra e ogni volta che colpisce una mosca si sente il suo ronzio trasformarsi nel brusio morente di uno starter che asfissia per mancanza di tensione.  

I loro sono cuori che battono all’unisono nelle tracce chiamate a diventare dei classici della musica elettronica di fine secolo: Angel e Teardrop, canzoni che sono lampadari di cristallo che ciondolano sulle nostre teste come enormi pendoli di diamante. Ma scendendo più a fondo Mezzanine mette ancora più paura; Group Four, la title-track, Inertia Creeps e Risingson sono come lampade di Wood che lampeggiano dentro un’excape room, mostrando fotogrammi visivi di una via di fuga che non è facile individuare, seppure la band lasci aperta la porta del reggae facendo entrare una densa folata di vapore caldo, ingannandoci di poter prendere fiato, lasciandoci invece tramortiti per l’umidità irrespirabile di Man Next Door ed Exchange.

Mezzanine è un disco che incombe, che ci tiene in tensione, in allarme perenne, è un’opera-thriller dove l’ansia si accumula fino a diventare ossessione maniacale, fobia per l’aria e per l’assenza di essa, per gli animali e per l’uomo, per gli specchi e per i corridoi, per gli ascensori e per le vertigini date dalle scale, per le spirali e per le linee rette, per il nero osceno e per il bianco abbagliante, per i pipistrelli e i roditori.

Per il futuro.

E per il presente che ne anticipa l’arrivo come le nuvole minacciose che sono preludio di pioggia.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

JIMI HENDRIX EXPERIENCE – Tre è un numero magico

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Bisognava esserci, per capirne pienamente l’impatto.

Bisognava esserci quando arrivarono nei negozi il blues da western di Hey Joe e le deflagrazioni elettriche di Purple Haze.

Bisognava esserci quando Jimi incendiava la sua chitarra davanti al pubblico attonito e stordito di Monterey e quello accorso per vedere i Walker Brothers all’Astoria di Londra.

Bisognava esserci quando agitava la sua chitarra come un enorme fallo mentre esibiva la sua lingua simulando del sesso orale davanti alle sedicenni che erano andate a far colare i primi liquidi vaginali guardando i Monkees, i Beatles di plastica, fare le moine sul palco.

Bisognava esserci quando dalle casse del palco, per la prima volta, usciva il rumore di un aereo in picchiata. E poi se ne udiva lo schianto. E sembrava di essere arrivati davvero troppo in alto, ancora più alto di dove la fantasia sintetica poteva portare.

E invece, tra quanti ne continuano a scrivere, quasi nessuno c’era.

E molti erano talmente piccoli da non ricordarne il passaggio, di quella cometa selvaggia chiamata Jimi Hendrix Experience. Non il primo ma sicuramente il più devastante terzetto uscito fuori dalla scena psichedelica inglese degli anni Sessanta, messo su da Chas Chandler non per sorreggere l’infinita mole di suoni che sembra affollare la testa di Hendrix ma per elevarli ad un livello ancora più alto.

Mitch Mitchell e Noel Redding non sono due comprimari. La turbinosa batteria del primo e le inventive linee di basso del secondo sono le orbite dentro cui il pianeta lisergico di Jimi può percorrere migliaia di anni luce senza venire inghiottito dal vento stellare.

Il disco cui mettono mano sotto la guida sapiente di Chandler tra l’Ottobre del 1966 e l’Aprile dell’anno successivo è, assieme, la Genesi e l’Apocalisse del movimento psichedelico inglese. Tutto è pura follia dentro Are You Experienced, tutto è frastuono abnorme e sproporzionato per gli ingegneri del suono dell’epoca, disorientati da una colonna di Marshall che sembra voler spazzare via tutto come un enorme, incontrollabile Big Bang. È un suono quasi impossibile da domare, figlio selvaggio del suo selvaggio ideatore. Fiero, maschio ed imbizzarrito, soffre le costrizioni di uno studio di registrazione, esattamente quanto quello dei Beatles di Sgt. Pepper‘s o dei Pink Floyd di The Piper at the Gates of Dawn sembravano invece giovarne.

Hendrix riserva qualche angolo al suo amore per la musica nera (il blues di Red House e il R&B di Remember) lasciandosi per il resto bruciare in pieno da una vampata di colori accecanti figli della cultura flower-power dominante.

Ecco così la psichedelia pluviale di May This Be Love. Quella urbana di Manic Depression. Quella metafisica di Are You Experienced?. Quella spaziale di 3rd From the Sun. Quella funky di Fire. Quella erotica di Foxy Lady.

È il suono di una rivoluzione ideologica, musicale e razziale.

L’affermazione della supremazia nera sulla nuova cultura bianca, tanto da venire corteggiata dalle Black Panthers e guardata con sospetto da servizi segreti e dai giornali del potere.

Ma, come dicevo, bisognava esserci. Ed esserci davvero.

Il resto è pura demagogia.

 

Il 23 Dicembre del 1967, sulla copertina del settimanale Record Mirror un Hendrix agghindato da Santa Claus porge i suoi auguri di Buon Natale al pubblico inglese.

Da pochissime settimane è sulle vetrine dei negozi il suo secondo disco che il contratto con la Track lo obbliga a consegnare entro la fine dell’anno, imponendo una scadenza fiscale al genio del chitarrista di Seattle.

Dopo l’incandescente spettacolo al Festival di Monterey Hendrix è del resto una santabarbara di fuochi psichedelici che è necessario far brillare il più possibile, disseminando le classifiche delle sue polveri.

Pur ripristinando i ponti con il rhythm ‘n blues e il doo-wop più di quanto non facesse Are You Experienced e mostrando quindi un animo conservatore, seppur deformato dalla forza orgiastica e visionaria del trio in grado di approcciarsi alle forme basiche della musica nera con uno stile tormentato assolutamente fresco e moderno che evoca, su almeno un paio d’episodi (Wait Until TomorrowShe’s So Fine), lo stile beat impregnato di vernice black del team mod di Shel Talmy (Who, Kinks, Small Faces, Eyes, Creation).

Ricco di suoni liquidi e stellari insieme, carico di nastri registrati a rovescio e di altre bizzarrie, Axis: Bold as Love è il vero, seppur frettoloso, manifesto psichedelico della Experience.

È su questo disco che Hendrix sperimenta per la prima volta il wah-wah a pedale ad esempio (sul disco precedente quello che fa capolino è un rozzissimo e artigianale crybaby manuale, NdLYS), così come Redding fa sfoggio di un basso ad otto corde o Eddie Kramer decide di filtrare col phasing la voce di Jimi rendendola acquatica.  

Nulla viene rivelato da Jimi ai suoi comprimari prima di mettere piedi nello studio. Mitchell e Redding si trovano dunque ad arginare o assecondare ogni suono partorito dalla mente di Hendrix sul momento, travolti da una giungla di rumori che sono una eco cosmica dell’urlo terrestre del blues e indotti ad adattare il loro mood secondo le indicazioni astratte della “”tavolozza” visionaria del leader (“un’esplosione viola”, “un abisso blu”, “una distesa rossa”, “un ondeggiante campo di fiori giallo ocra ed arancio”).   

Su esplicito desiderio di Chas Chandler il disco “economizza” sulle fantasie surreali di Hendrix riducendo drasticamente il minutaggio delle canzoni per favorirne i passaggi radiofonici. Si assiste così a clamorose troncature che smorzano quella sorta di misticismo che pare avvolgere il disco, come quella impietosa sfumatura su Little Wing che è da annoverare fra i peggiori crimini contro l’umanità mai operati in ambito pop o quella non meno efferata di Spanish Castle Magic

Ciò nonostante la chitarra di Hendrix prosegue senza sosta nel suo viaggio visionario ed ascetico trasformandosi ora nel suono di un’astronave, ora in quello di un sottomarino, ora di un elicottero, ora in quello dell’intero Grande Carro che scivola lungo le traverse di un rock-blues dalle cui rotarie sono stati rimossi tutti i sistemi di ancoraggio.  

           

Nel 1968 le doti artistiche di Jimi Hendrix assumono dimensioni mastodontiche.

La prima ad accorgersene è Cynthia Albritton, la leader delle Plaster Casters, la crew di groupies di Chicago specializzate nel ricreare, applicando il gesso direttamente sul pene degli artisti prescelti, i calchi dei genitali di tutte le rockstar dell’epoca. Iniziando, guarda caso, proprio da Hendrix.

Del resto la carica erotica del nero di Seattle era, oltre alle sue innegabili virtù chitarristiche, una delle leve fondamentali del suo enorme successo. Una virilità ostentata in pose dionisiache che avrebbe influito con decisione sul grande successo arriso al suo gruppo una volta sbarcato in Inghilterra. Come avrebbe dichiarato Eric Clapton “in Gran Bretagna è nozione comune che i neri siano dotati di un cazzo enorme. Jimi è arrivato qui e ha sfruttato al massimo la situazione. E ci siamo cascati tutti”. Della cosa sono convintissimi anche alla Track, la sua etichetta. Cosicché quando Hendrix si presenta negli uffici chiedendo “più spazio” per la musica che sta progettando e propone quel formato ancora non del tutto rodato del “doppio album” (una scommessa che in Inghilterra non è stata ancora tentata), Kit Lambert e Chris Stamp accettano di rischiare a patto che, proprio per abbassare i rischi, Hendrix lasci loro la totale scelta sulla copertina.

Chi il 16 Ottobre del 1968 si trovò a passare davanti ad un qualunque negozio di dischi del Regno Unito, venne invogliato ad entrare e aprire a centottanta gradi quella copertina che ammiccava dalla vetrina con diciannove prosperose ragazze bianche che mostravano, oltre alle loro grazie, qualche foto di Jimi Hendrix, il Dio nero del sesso e del rock ‘n’ roll. La copertina non piacque per nulla al Dio mancino, tanto da obbligare Chris Stamp a ritirare le poche copie sopravvissute alla censura e a scrivere velocemente una lettera alla Reprise, incaricata di stampare la versione per il mercato americano, offrendo indicazioni ben precise sulla cover. Indicazioni che vennero del tutto ignorate, finendo per impacchettare Electric Ladyland dentro una anonima copertina con uno sfocato scatto in rosso e giallo di Hendrix rubato durante un concerto al Saville Theatre di Camden.

Ma cosa c’era “dentro” Electric Ladyland?

Tanta roba.

È innanzi tutto il primo album sul quale Hendrix pretende il controllo completo in fase di produzione. Vuole far respirare la propria musica, concederle, ancora una volta, spazi che prima non le venivano concessi. Dilatarla e manipolarla come un cerchio di argilla e simulando, con un’applicazione artigianale ma ostinata della stereofonia, quel suono tipico delle pale di elicottero che ossessionava Hendrix da sempre.

È inoltre il primo disco sul quale Hendrix concede interventi esterni a quella che è la sua Experience, allargando la sua infinita voglia di sperimentare confrontandosi non più con le sue stesse capacità ma con quelle degli altri. Dentro ci sono infatti tre/quarti dei Traffic, Al Kooper, Buddy Miles, Mike Finnigan, Jack Casady dei Jefferson Airplane, Brian Jones dei Rolling Stones, Freddie Smith. Ma non sono le uniche persone ad affollare uno studio che, come dichiarerà Noel Redding, “non era la registrazione di un disco, ma una vera e propria festa. Tanta di quella gente che non riuscivi neppure a muoverti”.

Un’atmosfera da laboratorio aperto che non fa che arricchire un progetto già di per se ambizioso e aperto alla contaminazione.  

La musica di Hendrix diventa un flipper dentro cui la sua chitarra si agita come una biglia impazzita cercando da un lato di recuperare quella fierezza black che verrà poi esibita con la Band of Gypsys e dall’altra assecondando il magnetismo cosmico che da sempre attrae Hendrix. Gli spazi per l’improvvisazione, anche quando il minutaggio viene ridotto all’essenziale (vedi le due cover presenti nel disco), sono enormi e miracolosi tanto che Bob Dylan sarà ancora una volta, come già successo con la Mr. Tambourine Man dei Byrds a “cedere” la paternità di un suo brano abbagliato dalla rilettura magistrale della sua All Along the Watchtower.   

È infine l’ultimo album della Experience. Lo sarebbe stato anche se Jimi Hendrix non fosse morto quel tragico Settembre del 1970, perché già a Woodstock, malgrado la gaffe del presentatore, a salire sul palco non è più la Experience ma la sua nuova band, una “band di zingari”.

L’ultimo album in cui i lampi di genio di Hendrix brillano con un fulgore anarchico capace di annichilire ogni altro musicista sulla terra. L’approdo del figlio del voodoo alla Terra Promessa, qualunque essa sia.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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