BRUTOPOP – La teoria del frigo vuoto (Flop)  

0

Magari i Brutopop ce li avete già in casa e non lo sapete visto che, al di là di un disco di debutto passato inosservato, è già da cinque anni buoni che lavorano con gli Assalti Frontali, suonando praticamente su ogni traccia di Terra di nessuno e Conflitto. Ora esce però questo nuovo disco interamente in proprio e stampato sulla loro etichetta e che è una delle uscite più in sintonia col post-rock che agita il mercato musicale d’oltreoceano, però con tanto tintinnio di calici da aperitivo come nella migliore tradizione lounge. Un po’ come se qualcuno stesse bevendo un Martini mentre ascolta i Rex.

Il risultato è un disco piacevolissimo. Un po’ una versione muta dei Massimo Volume ma ugualmente filmica nella sua narrazione squisitamente strumentale.

Rispetto al suono grezzo di Bienvenidos quello de La teoria del frigo vuoto mostra una raffinatezza sorprendente, una voluttà quasi erotica unita ad un ottimo senso della misura che lo salva dalle complicazioni intellettuali di tante band così come dal vuoto concettuale di altre.

Forse una copertina più attraente avrebbe potuto spingerli oltre i confini della nicchia di ascolto cui verranno rilegati. Però magari questo li preserverà dal diventare i nuovi Montefiori Cocktail e di riempire il loro frigo di roba superflua, come lo sono i nostri.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Annunci

THE LINK QUARTET – Minimal Animal (Soundflat)  

0

Il Link Quartet deve aver perso il mio indirizzo, infatti non mi manda più i suoi dischi. La Soundflat del resto ormai da anni si è piegata alla distribuzione di promo solo in formato digitale, finendo automaticamente nello spam della mia casella email.

Ecco spiegato perché questo Minimal Animal l’ho ascoltato con quasi due anni di ritardo, trovandolo per puro caso. Se il sette pollici che lo aveva preceduto di qualche mese mi aveva lasciato parzialmente scontento (forse per una mia colpevole mancanza di empatia con le voci femminili, salvo qualche eccezione), questo Minimal Animal mi ha conquistato dal primo ascolto. Il ritorno alle forme puramente strumentali giova alla scaletta ed è la formula efficace per mettere in risalto il virtuosismo incredibile dei musicisti del quartetto guidato da Paolo Apollo Negri. Senza mai eccedere negli sbrodolamenti ma curando ogni minimo dettaglio, scegliendo accuratamente ogni nota e ogni spazio sonoro il quartetto orgoglio dell’Hammond-beat nazionale non sbaglia un colpo: Coquette, Hippo-Tize Me, Owl Train, Crime Squid, Gnu York, Black Bug, Bear Walk, Disco-Tize Me, Voodoo Kangaroo sono bellissime già dai titoli, uniche parole concesse a noi ascoltatori (nel caso di Black Bug le uniche due che ci è permesso di ascoltare, NdLYS) che stringiamo tra le mani questo prezioso scrigno di musica che meriterebbe di riempire il vuoto che avvolge come un sudario le nostre strade.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE TELESCOPES – Infinite Suns (Textile)

0

Il Metal Machine Music dei Telescopes. Pubblicate nel 2008 dalla francese Textile Records, le cinque tracce di Infinite Suns sono immense mole di pietra che schiacciano come chicchi di frumento il nostro apparato uditivo.

Masse informi di rumore che ci assaltano i timpani a volumi altissimi, i Telescopes mettono in atto un’autentica azione terroristica di devastazione sonora, un’abominevole sequenza di fondali elettrici dalla furia disumana. Chitarre e viola elettrica (quella della violoncellista Bridget Hayden della Vibracathedral Orchestra) vengono amplificate, microfonate e ritrattate aggiungendo volumi di distorsione su volumi di distorsione, all’infinito. Deformando lo spettro audio fino all’assurdo cacofonico.

Un paesaggio di devastazione assoluta, Infinite Suns spinge il suono dei Telescopes oltre le soglie dell’udibile e dell’umanamente accettabile.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ROBERTO TAX FARANO & PAOLO SPACCAMONTI – Young Till I Die (Escape from Today/Dunque) 

0

Marzo 2019: la mia quattromillesima recensione è dedicata a Marco Mathieu, come una delle prime. 

Il 6 di questo mese Marco ha compiuto 55 anni. Il 15 Luglio di quest’anno invece, se le cose non si evolveranno, i suoi occhi saranno chiusi da due, ovvero da quella maledetta notte in cui è rimasto coinvolto in un incidente sulla Roma-Ostia a bordo del suo scooter. Da quel giorno la pagina social di Marco è uno sbocciare di messaggi in cui l’amore e la speranza si è sostituita lentamente alla rabbia e all’incredulità ma in cui non ha mai fatto capolino l’ombra vile della rassegnazione.

Un altro Luglio nero per i Negazione, quattro anni dopo quello che si portò via Fabrizio Fiegl, il batterista di …Lo spirito continua….

Lo spirito non si arresta ancora adesso che il loro vecchio amico Tax ha voluto omaggiare Marco e sostenere in parte le spese mediche della famiglia col ricavato di questo disco (due brani, non un album come qualche rivista online per ragazzini borchiati ha volutamente equivocato, NdLYS) che vede coinvolti il musicista Paolo Spaccamonti e Speaker DeeMo che ne ha curato invece la splendida, evocativa copertina.

Chi cercasse qui un tuffo nei mari hardcore sappia che dovrà tuffarsi in altre onde, che qui ben altri naufragi troverà. Lo spirito continua e Young Till I Die sono due divagazioni strumentali per chitarre meditabonde che rifiutano ogni retorica, sia quella delle parole sia quella delle facili scappatoie su terre conosciute, forse nel tentativo di raggiungere l’amico Marco in quelle terre altre dove ha preso dimora, di stringergli le mani lì dove la fisicità è un affare sconosciuto, tutt’al più un vago, inafferrabile ricordo.

Un vinile (serigrafato) che va comprato e compreso per l’amore metafisico che lo avvolge prima che per tutto il resto.

Ciao Marco, su quel furgone ci siamo tutti noi.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

DENIZ TEK – Lost for Words (Career)  

0

Come a suo tempo era successo a Dom Mariani, anche Deniz Tek si lascia invaghire dalla musica surf rilasciando questo disco strumentale dove fanno la loro comparsata gente come Keith Streng dei Fleshtones e Pyp Hoyle dei Visitors.

Devo dire che non mi aspettavo granché, anche per la predisposizione di Tek all’aborto spontaneo. Eppure Lost for Words è un lavoro che si fa ascoltare con piacere e che riesce a muoversi in un ambito (quello della musica surf e western) super-inflazionato e straboccante di gruppi-fotocopia, con un livello di autonomia e personalità davvero lodevole. Si, Morricone, i Ventures e John Barry (Burn the Breeze, Song for Dave e Lies and Bullets) si annidano spesso dietro le dune, come è ovvio che sia. Ma lungo lo scorrere del disco è come se il chitarrista australiano si dimenticasse di essere spiato e conducesse il gioco un po’ dove cazzo vuole, riarrangiando anche un paio di episodi dei Radio Birdman e mettendo in scena un film muto pieno di belle immagini.

No, non è necessario mettere la tavola da surf sotto il braccio, indossare la maschera da wrestler o allacciarsi i cinturoni con le fondine ai pantaloni per improvvisarsi cosplayer mentre si ascolta Lost for Words.

Basta sedersi in riva alla spiaggia e dare le spalle al mondo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

DAVIE ALLAN & THE ARROWS – Blues Theme (Tower)  

1

Nell’America pre-Beatles, mentre frotte di teenagers si apprestano a conquistare le onde, tavole sotto braccio, c’è una band che la California decide di percorrerla su due ruote, appestando di fumo le spiagge. Si chiamano The Arrows, le frecce. E come le frecce vanno veloci. E mentre tutti sorridono dietro le loro tavole da surf, loro ricambiano con sguardi torvi ed imbronciati. Non so se avete presente le pochissime foto che li ritraggono, una delle quali sta proprio sulla copertina del loro terzo album. Musi lunghi senza l’ombra di un sorriso. Gente con cui è meglio non averci a che fare, altro che ardimentosi ragazzini che ti aiutano ad attraversare la strada.

Facce perfette per quei film dove scazzottate e corse in moto si alternano fino all’apoteosi violenta del finale, dove magari ci scappa il morto.

Perfetta è pure la loro musica, dove le strade sono distese di asfalto fuzz.

Ovvio dunque che la loro Blues Theme venga scelta come tema per uno dei biker-movies più belli della stagione.

Perché quella canzone è la tempesta perfetta. Uno tsunami che inonda la spiaggia dal lato inaspettato, ovvero dalla strada.  

Una ruggente corsa nella giungla metropolitana americana.

Al suo cospetto ogni altra band strumentale scompare. Anche gli Arrows medesimi. Sommersi dal loro stesso uragano fuzz.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LONDON UNDERGROUND – Four (Musea)  

2

I London Underground sono da sempre il progetto dell’Hammondista Gianluca Gerlini. Da quando Daniele Caputo si è fatto da parte lo sono ancora di più. Perché, una volta diventata in toto una band strumentale per il Gerlini le distanze da coprire con il suo attrezzo da lavoro sono diventate immense. Purtroppo lo sono diventati anche i tempi di gestazione, tanto che questo quarto album arriva a nove anni dal precedente.

Four è dunque il trionfo del suono-Hammond, cui la sezione ritmica (torna in formazione Stefano Gabbani, l’altro ex-Standarte già presente nelle session del bellissimo Through a Glass Darkly) presta il suo ottimo contributo senza concedersi spazi artistici individuali, anche se sono i momenti in cui i dialoghi con gli altri strumenti si fanno più serrati (Three Men Job o What I Say, per esempio) che l’opera acquista un dinamismo .

Dunque se siete fedeli e devoti al Dio-Hammond e delle tastiere vintage (c’è anche molto Fender Rhodes dentro le dieci tracce del terzetto italiano) il ritorno dei London Underground sarà una di quelle robe che consoliderà la vostra fede.

Superfluo dire che questa musica non è destinata invece a scalfire chi è alla rincorsa frenetica dell’ultima sensazione in fatto di suoni e tendenze musicali. La band è protetta da una bolla temporale di chiara impronta seventies, ovvero quel periodo storico in cui l’audacia del prog bianco era pari a quella della scena jazz contemporanea e che è condivisa soprattutto da chi ha anagraficamente la stessa età dei musicisti coinvolti. In questi campi i London Underground hanno davvero pochissimo da dover dimostrare, per le indubbie capacità tecniche (indispensabili, per il target prefissato) e per la perizia con cui riescono a replicare le alchimie e gli esperimenti da laboratorio fusion di quegli anni avvalorata dalle esecuzioni impeccabili delle cover d’ordinanza (dai Marc 4 ai Trinity).

Se amate le pop-song da canticchiare mentre scongelate le buste dei surgelati o i bit elettronici della trap, vi verranno le verruche. E non sarebbe male, come punizione.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE VENTURES – Walk Don’t Run (Dolton)  

1

Costruire un vocabolario senza usare neppure una lettera.

Un vocabolario che sarebbe diventata una vera e propria enciclopedia.

I Ventures iniziano a lavorare al loro progetto già alla fine degli anni Cinquanta, affidando il ruolo vacante di cantante alle loro chitarre. Lo fanno in America, a Tacoma, negli stessi giorni in cui in Inghilterra Hank Marvin con medesima intuizione dà vita agli Shadows e sebbene Link Wray e Duane Eddy abbiano già pubblicato i loro primi capolavori “muti”, è l’arrivo dei Ventures in America e degli Shadows in Europa a dare il via alla pandemia dei gruppi strumentali che faranno da collante fra il rock ‘n’ roll degli anni Cinquanta e la Beatlesmania del decennio successivo.

Il loro disco di debutto non ha ancora la “perfidia” che verrà fuori da molti dei loro tantissimi dischi successivi ma è un esempio formidabile di tecnica chitarristica in grado di esaltare i pochissimi ritrovati tecnici disponibili all’epoca, che sono soprattutto un ampio sfruttamento del riverbero e del vibrato, esaltati dall’uso di pickup a bobina singola e, dunque, delle tonalità più alte dello spettro audio.

Un piccolo microcosmo dove le chitarre si fanno carico di evocare e riprodurre quelle atmosfere che vengono suggerite dai titoli, incalzate da un rullante trafugato in chissà quale riserva indiana.

Poggi le orecchie sull’amplificatore e puoi sentirci lo sciabordio delle onde del mare, come fosse una conchiglia. O il tramestio del van di Elvis. Lo strofinio di mille corone di fiori hawaiane o il passo furtivo di un ladro.

Puoi sentirci il suono della prima grande rock ‘n’ roll band apparsa sul pianeta terra.      

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE TELESCOPES – Stone Tape (Yard Press)  

0

Lo spunto è interessante: oggetti inanimati che assorbono energia dal mondo circostante e la rilasciano sotto forma di vibrazioni, quando le condizioni lo consentono e queste particelle energetiche sono opportunamente stimolate da un contatto paranormale. È la teoria formulata da Thomas Charles Lethbridge nel 1961 cui si ispira questo nuovo lavoro dei Telescopes, il secondo per questo 2017 (anche se in realtà è il solo Stephen Lawrie a scrivere, suonare e produrre il tutto, NdLYS) e che si sposa perfettamente con l’universo sonoro della band inglese.

Stone Tape lascia impronte sulla neve dopo che la sferzante tempesta di As Lights Return si è placata, probabilmente interrotta da un evento ancora più atroce, ancora più devastante ed imprevisto. Il passo della sua mezza dozzina di tracce è macilento e greve, ma deciso e implacabile. Un avanzare sinistro e carico di un silenzio assordante, come quello dei bruti a nord della barriera di Grande Inverno. Il sole evocato dal primo titolo proietta lunghe ombre velvettiane mentre The Speaking Stones sembra il ronzio amplificato di qualche aracnide gigante e raccapricciante.

I Telescopes che guardavano le stelle sembrano essere diventati dei microscopi che allargano a dismisura lo sguardo sulla vita dei microorganismi, la spiano e ce ne trasmettono, amplificata, la sua incredibile, vorace lotta per la sopravvivenza.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BATTIATO – L’Egitto prima delle sabbie (Ricordi)  

0

L’estraniamento autoinflittosi da Battiato raggiunge il suo apice con L’Egitto prima delle sabbie, lavoro comprensibile solo per chi ha raggiunto o brama di raggiungere quell’equilibrio introspettivo che lo stesso autore sta inseguendo ormai da qualche anno. Siamo all’ultimo approdo dell’autocompiacimento, prima della svolta epocale de L’era del cinghiale bianco e del grande successo di massa.

L’Egitto prima delle sabbie è infatti un compiaciuto omaggio all’isolamento. Non è un disco “condivisibile” in alcuna forma, in alcun modo. Non lo è nella progettazione e non lo è nella sua fruizione. Le due lunghe composizioni (ma in realtà si tratta della frammentazione e della replica più o meno casuali di forme elementari di segmenti pianistici reiterati ad libitum), vale la pena dirlo, quando falliscono nel tentativo di far vibrare come un diapason le corde emozionali dell’ascoltatore diventano di una noia imbarazzante.

E questo fallimento, nella musica colta, è sempre uno dei pericoli da tenere in conto. La simbiosi emotiva può diventare, oltre che un obiettivo, un limite.

Lo è sicuramente per L’Egitto prima delle sabbie, così come lo era per i due dischi precedenti. Ed è una dimensione che il musicista siciliano, spinto dalla frequentazione con Gaber e dalla fisicità ed empatia degli spettacoli dell’artista milanese sente di dover abbandonare per trovare un altro livello di comprensibilità, meno astrusa, meno enigmatica almeno sotto il profilo musicale. Dopo aver fatto tabula rosa di orchestranti, musicisti e finanche della musica stessa, per Battiato arriva il momento di cavalcare lo stallone ammaestrato della musica di consumo.            

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro