DENIZ TEK – Lost for Words (Career)  

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Come a suo tempo era successo a Dom Mariani, anche Deniz Tek si lascia invaghire dalla musica surf rilasciando questo disco strumentale dove fanno la loro comparsata gente come Keith Streng dei Fleshtones e Pyp Hoyle dei Visitors.

Devo dire che non mi aspettavo granché, anche per la predisposizione di Tek all’aborto spontaneo. Eppure Lost for Words è un lavoro che si fa ascoltare con piacere e che riesce a muoversi in un ambito (quello della musica surf e western) super-inflazionato e straboccante di gruppi-fotocopia, con un livello di autonomia e personalità davvero lodevole. Si, Morricone, i Ventures e John Barry (Burn the Breeze, Song for Dave e Lies and Bullets) si annidano spesso dietro le dune, come è ovvio che sia. Ma lungo lo scorrere del disco è come se il chitarrista australiano si dimenticasse di essere spiato e conducesse il gioco un po’ dove cazzo vuole, riarrangiando anche un paio di episodi dei Radio Birdman e mettendo in scena un film muto pieno di belle immagini.

No, non è necessario mettere la tavola da surf sotto il braccio, indossare la maschera da wrestler o allacciarsi i cinturoni con le fondine ai pantaloni per improvvisarsi cosplayer mentre si ascolta Lost for Words.

Basta sedersi in riva alla spiaggia e dare le spalle al mondo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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DAVIE ALLAN & THE ARROWS – Blues Theme (Tower)  

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Nell’America pre-Beatles, mentre frotte di teenagers si apprestano a conquistare le onde, tavole sotto braccio, c’è una band che la California decide di percorrerla su due ruote, appestando di fumo le spiagge. Si chiamano The Arrows, le frecce. E come le frecce vanno veloci. E mentre tutti sorridono dietro le loro tavole da surf, loro ricambiano con sguardi torvi ed imbronciati. Non so se avete presente le pochissime foto che li ritraggono, una delle quali sta proprio sulla copertina del loro terzo album. Musi lunghi senza l’ombra di un sorriso. Gente con cui è meglio non averci a che fare, altro che ardimentosi ragazzini che ti aiutano ad attraversare la strada.

Facce perfette per quei film dove scazzottate e corse in moto si alternano fino all’apoteosi violenta del finale, dove magari ci scappa il morto.

Perfetta è pure la loro musica, dove le strade sono distese di asfalto fuzz.

Ovvio dunque che la loro Blues Theme venga scelta come tema per uno dei biker-movies più belli della stagione.

Perché quella canzone è la tempesta perfetta. Uno tsunami che inonda la spiaggia dal lato inaspettato, ovvero dalla strada.  

Una ruggente corsa nella giungla metropolitana americana.

Al suo cospetto ogni altra band strumentale scompare. Anche gli Arrows medesimi. Sommersi dal loro stesso uragano fuzz.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LONDON UNDERGROUND – Four (Musea)  

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I London Underground sono da sempre il progetto dell’Hammondista Gianluca Gerlini. Da quando Daniele Caputo si è fatto da parte lo sono ancora di più. Perché, una volta diventata in toto una band strumentale per il Gerlini le distanze da coprire con il suo attrezzo da lavoro sono diventate immense. Purtroppo lo sono diventati anche i tempi di gestazione, tanto che questo quarto album arriva a nove anni dal precedente.

Four è dunque il trionfo del suono-Hammond, cui la sezione ritmica (torna in formazione Stefano Gabbani, l’altro ex-Standarte già presente nelle session del bellissimo Through a Glass Darkly) presta il suo ottimo contributo senza concedersi spazi artistici individuali, anche se sono i momenti in cui i dialoghi con gli altri strumenti si fanno più serrati (Three Men Job o What I Say, per esempio) che l’opera acquista un dinamismo .

Dunque se siete fedeli e devoti al Dio-Hammond e delle tastiere vintage (c’è anche molto Fender Rhodes dentro le dieci tracce del terzetto italiano) il ritorno dei London Underground sarà una di quelle robe che consoliderà la vostra fede.

Superfluo dire che questa musica non è destinata invece a scalfire chi è alla rincorsa frenetica dell’ultima sensazione in fatto di suoni e tendenze musicali. La band è protetta da una bolla temporale di chiara impronta seventies, ovvero quel periodo storico in cui l’audacia del prog bianco era pari a quella della scena jazz contemporanea e che è condivisa soprattutto da chi ha anagraficamente la stessa età dei musicisti coinvolti. In questi campi i London Underground hanno davvero pochissimo da dover dimostrare, per le indubbie capacità tecniche (indispensabili, per il target prefissato) e per la perizia con cui riescono a replicare le alchimie e gli esperimenti da laboratorio fusion di quegli anni avvalorata dalle esecuzioni impeccabili delle cover d’ordinanza (dai Marc 4 ai Trinity).

Se amate le pop-song da canticchiare mentre scongelate le buste dei surgelati o i bit elettronici della trap, vi verranno le verruche. E non sarebbe male, come punizione.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE VENTURES – Walk Don’t Run (Dolton)  

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Costruire un vocabolario senza usare neppure una lettera.

Un vocabolario che sarebbe diventata una vera e propria enciclopedia.

I Ventures iniziano a lavorare al loro progetto già alla fine degli anni Cinquanta, affidando il ruolo vacante di cantante alle loro chitarre. Lo fanno in America, a Tacoma, negli stessi giorni in cui in Inghilterra Hank Marvin con medesima intuizione dà vita agli Shadows e sebbene Link Wray e Duane Eddy abbiano già pubblicato i loro primi capolavori “muti”, è l’arrivo dei Ventures in America e degli Shadows in Europa a dare il via alla pandemia dei gruppi strumentali che faranno da collante fra il rock ‘n roll degli anni Cinquanta e la Beatlesmania del decennio successivo.

Il loro disco di debutto non ha ancora la “perfidia” che verrà fuori da molti dei loro tantissimi dischi successivi ma è un esempio formidabile di tecnica chitarristica in grado di esaltare i pochissimi ritrovati tecnici disponibili all’epoca, che sono soprattutto un ampio sfruttamento del riverbero e del vibrato, esaltati dall’uso di pickup a bobina singola e, dunque, delle tonalità più alte dello spettro audio.

Un piccolo microcosmo dove le chitarre si fanno carico di evocare e riprodurre quelle atmosfere che vengono suggerite dai titoli, incalzate da un rullante trafugato in chissà quale riserva indiana.

Poggi le orecchie sull’amplificatore e puoi sentirci lo sciabordio delle onde del mare, come fosse una conchiglia. O il tramestio del van di Elvis. Lo strofinio di mille corone di fiori hawaiane o il passo furtivo di un ladro.

Puoi sentirci il suono della prima grande rock ‘n roll band apparsa sul pianeta terra.      

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE TELESCOPES – Stone Tape (Yard Press)  

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Lo spunto è interessante: oggetti inanimati che assorbono energia dal mondo circostante e la rilasciano sotto forma di vibrazioni, quando le condizioni lo consentono e queste particelle energetiche sono opportunamente stimolate da un contatto paranormale. È la teoria formulata da Thomas Charles Lethbridge nel 1961 cui si ispira questo nuovo lavoro dei Telescopes, il secondo per questo 2017 (anche se in realtà è il solo Stephen Lawrie a scrivere, suonare e produrre il tutto, NdLYS) e che si sposa perfettamente con l’universo sonoro della band inglese.

Stone Tape lascia impronte sulla neve dopo che la sferzante tempesta di As Lights Return si è placata, probabilmente interrotta da un evento ancora più atroce, ancora più devastante ed imprevisto. Il passo della sua mezza dozzina di tracce è macilento e greve, ma deciso e implacabile. Un avanzare sinistro e carico di un silenzio assordante, come quello dei bruti a nord della barriera di Grande Inverno. Il sole evocato dal primo titolo proietta lunghe ombre velvettiane mentre The Speaking Stones sembra il ronzio amplificato di qualche aracnide gigante e raccapricciante.

I Telescopes che guardavano le stelle sembrano essere diventati dei microscopi che allargano a dismisura lo sguardo sulla vita dei microorganismi, la spiano e ce ne trasmettono, amplificata, la sua incredibile, vorace lotta per la sopravvivenza.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BATTIATO – L’Egitto prima delle sabbie (Ricordi)  

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L’estraniamento autoinflittosi da Battiato raggiunge il suo apice con L’Egitto prima delle sabbie, lavoro comprensibile solo per chi ha raggiunto o brama di raggiungere quell’equilibrio introspettivo che lo stesso autore sta inseguendo ormai da qualche anno. Siamo all’ultimo approdo dell’autocompiacimento, prima della svolta epocale de L’era del cinghiale bianco e del grande successo di massa.

L’Egitto prima delle sabbie è infatti un compiaciuto omaggio all’isolamento. Non è un disco “condivisibile” in alcuna forma, in alcun modo. Non lo è nella progettazione e non lo è nella sua fruizione. Le due lunghe composizioni (ma in realtà si tratta della frammentazione e della replica più o meno casuali di forme elementari di segmenti pianistici reiterati ad libitum), vale la pena dirlo, quando falliscono nel tentativo di far vibrare come un diapason le corde emozionali dell’ascoltatore diventano di una noia imbarazzante.

E questo fallimento, nella musica colta, è sempre uno dei pericoli da tenere in conto. La simbiosi emotiva può diventare, oltre che un obiettivo, un limite.

Lo è sicuramente per L’Egitto prima delle sabbie, così come lo era per i due dischi precedenti. Ed è una dimensione che il musicista siciliano, spinto dalla frequentazione con Gaber e dalla fisicità ed empatia degli spettacoli dell’artista milanese sente di dover abbandonare per trovare un altro livello di comprensibilità, meno astrusa, meno enigmatica almeno sotto il profilo musicale. Dopo aver fatto tabula rosa di orchestranti, musicisti e finanche della musica stessa, per Battiato arriva il momento di cavalcare lo stallone ammaestrato della musica di consumo.            

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CALIBRO 35 – Decade (Record Kicks)  

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Tecnicamente e grammaticalmente è da un decennio e non da una decade che la musica dei Calibro 35 risuona nelle sale concerto e tra le mura di casa nostra. Ma poco importa. Perché le musiche dell’ensemble milanese sembrano essere lì da almeno mezzo secolo. Quindi, per chi come me non ha ancora varcato la soglia dei cinquant’anni, da sempre.

Decade rappresenta, al di là della débâcle linguistica, l’ulteriore perfezionamento della cifra stilistica della pregiata formazione italiana: l’aggiunta degli archi e della sezione fiati apre la porta a nuove possibilità, permettendole di infittire la trama musicale ma anche di sganciarla da quella fusione di elementi jazz e funk tipici della loro produzione e dell’immaginario sonoro e cinematografico cui si ispira e che tuttavia rappresenta sempre il loro punto nevralgico, il perfetto nodo di raccordo fra la nostra memoria e l’astuto talento con cui i Calibro 35 riescono a teletrasportarci (come nella bellissima SuperStudio, magico esempio di musica per poliziotteschi immaginari o nello scattante orchestrale di Faster Faster!) in quei luoghi schiacciati dal peso di altri ricordi.

Sono quelli i brani in cui i Calibro 35 soddisfano i nostri bisogni, probabilmente sempre meno i loro. Si avverte infatti, ma si avvertiva anche nel disco precedente, il bisogno di sperimentare strade nuove, di spostarsi verso certe forme di minimalismo, di ricerca ambient, di destrutturazione melodica (Modulor, Polymeri, Travelers) che fu ambito d’azione trasversale proprio dei nostri maestri della musica “da film” (penso ovviamente a Morricone, Alessandroni così come ai Goblin ma soprattutto alla serie Dimensioni Sonore di Bruno Nicolai) e che potrebbero aprire il catenaccio della gabbia dove la formazione ha deciso volutamente di rinchiudersi.

E noi, malgrado tutto, sappiamo che la loro eventuale fuga non ci farà piacere.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE GHIBLINS – Surfinia (Area Pirata) / THE BRADIPOS IV – Lost Waves (Area Pirata)  

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Prima di serrare le imposte per la stagione estiva, Area Pirata ci saluta con un paio di produzioni che della bella stagione hanno tutto l’odore e la voglia di fregarsene di tutto il mondo creato andandosi a rifugiare in un microcosmo dominato dalle onde e popolato da esotiche creature zoomorfiche metà donne e metà marziane. Nel caso dei Ghiblins di Piacenza, che raccolgono il testimone dei Diabolico Coupé, questo pianeta prende il nome di Surfinia. Ce lo descrivono, muti, facendoci percepire il barrito dei pachidermi e il rumore delle placche dei rettili marini che di certo lo abitano assieme alle altre creature amene. Riverberi e risacche primitive riempiono gli anfratti delle sei canzoni del loro debutto, analogamente a quanto accade nel quarto album dei Casertani Bradipos IV, sebbene il suono di Lost Waves sia meno crepitante e solare. Il mare nella loro città non c’è ma i bradipi riescono a portarci addirittura l’oceano e il fragore delle sue onde. L’immaginario, rispetto alle produzioni che li vedevano impegnati in una “rivisitazione” del patrimonio musicale locale, torna ad essere quello dei grandi spazi americani, Californiani in particolare, come nella tradizione del genere. Genere di cui peraltro i Bradipos IV sono tra i migliori a livello mondiale. Questo album ne è l’ulteriore riprova. Attenti a chiudere le finestre di casa, prima che una mega-onda arrivi a sommergervi mentre siete in panciolle aspettando la prova costume. Quella delle donne, si capisce.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

I MARC 4 – 1 (Seven7Men)  

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M(arco Majorana), A(ntonello Vannucchi), R(oberto Podio), C(arlo Pes) sono 4 musicisti dell’Orchestra della Rai che nell’Orchestra della Rai suonano quello che l’Orchestra della Rai impone loro di suonare. Ma la sera, all’ora del cocktail, vogliono suonare quel che piace a loro. Beat, jazz, bossanova, swing. Roba leggera come piume dove tutto sembra suonare in perfetta sintonia con il tintinnio dei bicchieri da aperitivo. Musica da salotto, buona per accompagnare i movimenti verticali di olive intinte nel Martini e quelli elegantemente oscillanti di coppe e tumbler che si spostano alternativamente dai tavolini dei locali chic alle labbra delle belle donne delle città italiane, andata e ritorno.

Non sono gli unici a farlo in quegli anni ma, in un settore che è a quasi totale appannaggio di solisti di gran prestigio (Morricone, Nicolai, Rota, Ortolani, Piccioni, Pregadio, Cipriani, Trovajoli), sono quelli che lo fanno come collettivo, riuscendo ad infilare con una naturalezza assurda ben sedici album in meno di cinque anni, senza sbagliare una sola nota.  

Roba da stakanovisti del pentagramma.

E da fanatici dell’aperitivo di classe.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

GLENN BRANCA – The Ascension (99)  

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Glenn Branca, chitarre.

Lee Ranaldo, chitarre.

Ned Sublette, chitarre.

David Rosenbloom, chitarre.

Jeffrey Glenn, basso.

Stephan Wischerth, batteria.

Ogni cosa tentata dai Sonic Youth negli anni Ottanta e Novanta, furono loro a provarla per primi, sull’EP Lesson n.1 prima e sull’album Ascension subito dopo.

Dissonanze, rumori, volumi, reiterazione, sovrapposizione, esperimenti tonali e modulari, incastri timbrici, feedback, sincopi, crescendo, armonici, accordature strambe e un perenne senso di depravazione, di incombente pericolo.

Tutta la nevrosi dell’uomo moderno, la serialità del mondo post-industriale da cui egli tenta invano di scappare cercando di affermare una individualità che è subito, prontamente riprodotta, ricalcata, moltiplicata fino a renderla nuovamente modello da imitare è chiusa qui dentro, adagiata come su un vetrino da biologo.

È l’uomo in perenne fuga da se stesso, schiacciato dal mondo che ha creato, inghiottito come un piccolo bolo di sangue e carne avariata lungo la tromba di un ascensore di un qualsiasi grattacielo di Wall Street.

Branca gli cuce addosso l’unica sinfonia che egli possa indossare adeguatamente, inserendo elementi di disturbo che ne possano descrivere la minaccia di omologazione e la schiavizzazione alla paura che si sono ormai insinuate nelle pieghe della sua pelle fino a degenerare in una setticemia devastante. Non ne descrive la disfatta ma la sua apoteosi.

Ancora oggi, noi siamo quell’uomo lì.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro