CLAUDIO LOLLI – Ho visto anche degli zingari felici (EMI)  

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Gli Anni Settanta italiani.

L’Italicus, il “suicidio” Pinelli (in Italia gli Anni Settanta erano iniziati il 12 Dicembre del 1969, in Piazza Fontana), Luigi Nono fischiato al Palazzetto dello Sport di Roma, i comunisti, il “movimento”, gli operai, i “cani sciolti”, i cortei, le strade e le piazze. Tante, tantissime piazze.

E proprio nel bel mezzo di quegli anni Settanta, Ho visto anche degli zingari felici di Claudio Lolli, uno dei dischi più belli mai realizzati in Italia. Un disco figlio di quegli anni e come tale spesso dimenticato. Lasciato a marcire dentro i recinti della memoria. Un disco pieno zeppo di parole, di idee, di ideologie. Come molti di quelli che si producevano in quegli anni.

Un disco che schivava la parola amore. Non per dispetto ma per pudore.

Un disco da Forrest Gump. Con Lolli seduto sulla panchina ad aspettare ancora Godot, come ai tempi del primo album mentre racconta le sue storie che sono le storie di molti. E le racconta ad un piccolo pubblico attento e a tante comparse distratte che salgono sul primo tram che passa, pur di non starlo a sentire.

Un disco col prezzo imposto.  

Che se pur bisognava toccare le tasche agli italiani, come i governi hanno sempre fatto, per Claudio Lolli occorreva farlo con garbo e con coscienza.

Un disco dove tutti ci proclamavamo zingari, prima che le nuove bandiere ci imponessero di dar loro la caccia.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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NOT MOVING – Black ‘n’ Wild (Spittle)  

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Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male.

E infatti il disco italiano più velenoso uscito nel 1985 viene da Piacenza, seppur stampato in Toscana dalla neonata Spittle Records che proprio con questo disco si avvia alla pubblicazione di produzioni di gruppi indipendenti italiani. Dopo due uscite su piccolo formato e l’abortita pubblicazione di Land of Nothing, per i Not Moving è  il momento di confrontarsi col grande formato e la grande distribuzione, garantita da Toast. Il disco in realtà dura appena una manciata di secondi in più rispetto alle due produzioni d’esordio per la Electric Eye ma le sue ali nere, in quel formato dodici pollici ci sembravano ancora più maestose ed inquietanti. ERANO più maestose ed inquietanti.

E il repertorio, a differenza dei primi due 7” che pescavano a piene mani dalla vecchia demo che circolava già dal 1981 e che mescolavano confusamente  irruenza psychobilly e fraseggi surf-punk, era stavolta del tutto inedito e torbidissimo.

Sudicio come il cesso del CBGB’s.

Organo Farfisa e armonica si aggiungono alla miscela creando piccoli capolavori di asfissiante rock ‘n roll gotico (i Cramps  certo, ma anche i primi Christian Death sebbene nessuno forse ce li abbia mai davvero voluti dentro) divorato da un fuoco garage-punk e percorso da quella tensione che avevamo avvertito sui solchi di band come Gun Club, X, Alley Cats. Quattro canzoni che rappresentano ognuna per sé una delle differenti anime della band piacentina. Più una piccola coda affidata ad un vecchio spiritual africano che nelle mani dei Not Moving trasmuta l’incrocio dannato di Robert Johnson in quello non meno diabolico di Papa Legbi e fortemente voluta dal produttore Federico Guglielmi per legare gli spiriti voodoo di Black ‘n’ Wild a quelli di Sinnermen.

Nero e selvaggio, appunto. 

Dannato e dannoso. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PRESSION X – Pression X (Electric Eye)  

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Delle dieci band finite dentro la betoniera di Eighties Colours della Electric Eye i milanesi Pression X furono la meno longeva. Il loro lascito è di soli sei pezzi, cinque dei quali finirono, sempre sotto la produzione esecutiva di Claudio Sorge e con il logo della sua etichetta, sull’omonimo mini-LP pubblicato nel 1986. Un’eredità di pochissimo conto, non fosse che quel disco era urticante come pochi altri di quella stagione. Una piccola pianta di ortiche gettata nel giardino colorato della fioritura neo-sixties. Se le foto della band tradiscono un innamoramento all’estetica beat ancora acerbo, le cinque canzoni di Pression X si allineano perfettamente alla corrente di band come Fleshtones, Primates e Yard Trauma, con un organo che fischia come dentro una galleria texana del Douglas Quintet, una ritmica scoppiettante, una voce sfrontata e adolescenziale che ti salta addosso, una chitarra triviale, un’armonica che ogni tanto fa capolino da un qualsiasi grattacielo milanese per scendere a buttare la spazzatura. Anche le due cover del disco sono piegate al loro stile acquistando in vigore quello che perdono in sinuosità blues.

È tutto quello che serve in quel momento, in quel momento in cui agguantammo un sogno da cui poi ci saremmo presto ridestati, come avviene sempre coi sogni.

Mai più riformati, e Dio li benedica anche per questo, i Pression X restano fra i migliori testimoni di quel sogno, di quell’epoca, di quel desiderio di declinare il punk costringendolo a genuflettersi davanti alla statura del Re Question Mark, venuto da Marte per ballare lo shake coi dinosauri.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE TRIP TAKERS – The Trip Takers (Area Pirata)  

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MERAVIGLIA!

Limitante, superfluo, inutile rivelare la provenienza di questa band al suo debutto.

Tutto ciò che vi si chiede è di chiudere gli occhi e proiettarvi negli anni Sessanta del Merseybeat che bussa alle porte della Swingin’ London. Nient’altro.

Lasciate perdere tutto il resto.

I Trip Takers sono degli autentici, credibili temponauti in grado di trascendere il limitante concetto di revival per ridefinire uno stile carico di suggestioni di chiara ascendenza beatlesiana. Il loro mini album sembra una proiezione assiale di una visione caleidoscopica del beat/folk del ’65. (Sole) sei canzoni che sono come l’aria fresca del mattino quando apri le imposte. O meglio, quando le aprivi cinquant’anni fa.

Melodie cristalline, chitarre arpeggiate come se stessi accarezzando le gambe di Jane Birkin avanzando con i polpastrelli come fossero i tentacoli di una medusa trasparente.

Canzoni che scendono giù come la manna, leggere come le piume dei Byrds (o, nella conclusiva You Are Not Me, come il loro tappeto, NdLYS) e degne delle raffinatezze dei loro compatrioti Beau Brummels.

Per i palati fini del vintage-sound, uno dei gruppi-rivelazione di quest’anno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

2HURT – Eat My Skin (Lostunes)

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Il deserto è molto più una condizione dell’anima che una coordinata geografica.

Un luogo liturgico infinitamente vasto e spopolato dove puoi sentire il riverbero del tuo spirito, modularlo come un bordone in sincrono con un silenzio che può divorarti se non adeguatamente riempito.     

Ce lo insegnò tanti anni fa Guy Kyser, l’uomo che con i suoi Thin White Rope diede un suono a quello che invece è uno dei posti più silenziosi del pianeta.

Alle medesime suggestioni desertiche si ispirano gli italiani 2Hurt che alle mie orecchie sono degli esordienti assoluti ma che invece suonano e fanno dischi già da un po’, dimenticando semplicemente di inviarmeli per ascoltarli. Perché i deserti non dialogano neppure tra loro.

La musica dei 2Hurt, giocata sugli intrecci evocativi di chitarre e violino, si dipana come un germoglio in una terra inospitale, lambendo territori umorali affini a quelli dei Dirty Three, altre anime scure su cui si posa spesso la sabbia rossa dell’Uluru e la scacciano via suonando. Un po’ come fanno, appunto, i 2Hurt nelle ballate torve che scorrono come un coagulo di sangue lungo quello che è uno dei migliori dischi fatti in Italia che io abbia ascoltato quest’anno.  

Passano Neil Young, Ry Cooder, Howe Gelb, Alejandro Escovedo, Johnny Cash, Tito Larriva, i Naked Prey, i Dream Syndicate. E si, passano pure quei Fasten Belt in cui Paolo Bertozzi e Marco Di Nicolantonio spesero i migliori anni della loro vita, aiutandoci a rendere un po’ migliori pure i nostri.

Passano. E mentre passano ci sembrano tutti eroi giovani e bellissimi.  

                                                                                             

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE CLASSMATES – Between the Lines (Area Pirata)  

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Il power pop ha un muro di recinzione così basso che chiunque può scavalcare.

Una volta dentro il recinto non è però detto che tutti sappiano come  lasciare il proprio segno su quei muri scrostati. Un segno che possa giustificare una seconda incursione. Ci riescono benissimo i bolognesi Classmates cui pecca soltanto la scelta di copertine più adeguate che possano permettere al negoziante un po’ rimbambito di sistemare i loro dischi nello scaffale giusto e al neofita di identificare subito quello che quei solchi contengono: punk e power-pop uniti o disgiunti, come se, dentro quel recinto, il terzetto italiano avesse scelto di piantare il proprio stendardo accanto alle bandiere degli Undertones e dei Vibrators.

Le loro nuove dieci canzoni hanno tutti gli ingredienti giusti per fare di Between the Lines una collezione power-pop esplosiva. Armonie collose come chewingum, chitarre che mediano tra aggressività e scioltezza melodica e un senso di eterna incoscienza e teppismo teenager, di quelle che ti permettono ancora di scavalcare e di pisciare su ogni muro. Insegnando agli adulti che i muri a quello servono.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RE DINAMITE – Re Dinamite (Go Down)    

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Registrazione analogica, missaggio crudo e mastering immediato: impacchettato “a caldo” questo esordio dei trevigiani Re Dinamite, come per non perdere un’oncia del suo aroma. Tutto poco elaborato, senza orpelli, bardature o fronzoli: chitarra compressa e spinta da basso e batteria lungo i vicoli di uno stoner rock dritto-in-faccia che però come una vergine debosciata si lascia lusingare dal blues (bellissimo il giro zozzo di Loves of Bacco con l’armonica che frigge in una padellata di rovente olio fuzz, NdLYS) o dal rock ‘n roll di base (come in quella sorta di Route 66 virata stoner che è Sick Girls), liriche essenziali, poca voglia di jammare ed energia da vendere. Come per i Fu Manchu il concetto non è costruire dune nel deserto ma pressarle con un cilindro per farne una pista da Mustang.  

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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NEGAZIONE – …Lo spirito continua… (De Konkurrent)  

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Lo spirito continua.

Vero.

Lo spirito dei Negazione, anche decenni dopo la loro disfatta come unità musicale, continua.

Musicalmente ed ideologicamente da quella stagione hardcore così intensa e viscerale ci separano secoli. Eppure, è come se i Negazione fossero sempre lì, a farci monito, a indicare  una strada, ad insegnarci a uscire fuori dalla fila, sempre e comunque. Come se quel tizzone d’inferno non si fosse mai spento, covando sotto la cenere del tempo che trasforma ogni cosa in memoria. Qualcosa che va oltre la musica e oltre le parole e che ha invece più a che fare con la conflittualità congenita dell’età giovanile e con quella forte dose di identificazione e quel sano senso di comunità che era proprio del punk. Anzi, di certo punk. Quello cresciuto dentro i centri sociali, veri porti di mare dove attraccavano i barconi di chi era clandestino per scelta e non per profilo giuridico.

La musica era il collante di questa realtà, la macchina necessaria per veicolare un messaggio, per innescare la miccia, per dare voce a un’esigenza fisica e morale al cambiamento, allo scontro ideologico. Che fosse punk, hardcore o, come sarebbe stato da lì a breve, hip-hop, era in fondo del tutto marginale.

Contava essere credibili. Veri. Coerenti.     

E in questo i Negazione si mostrarono da subito in grado di meritare rispetto assoluto, anche dopo che l’intransigente hardcore-metal dei primi 45giri  cominciò a convivere con una più mite propensione alla melodia, pur senza spegnere mai il fuoco che sembrava covarle nelle viscere, tanto da diventare beniamini del pubblico metal, creando una trasversalità di pubblico che era ancora ben lontana da quella poi abbracciata dal crossover dei primi anni Novanta.

…Lo spirito continua…, registrato e stampato in quella Amsterdam scelta come seconda patria dal gruppo torinese, fu il disco con cui i Negazione fecero la loro chiamata alle armi, invero un po’ tardiva, per l’esercito hardcore di tutta Europa. Lo fecero evitando gli slogan. Schierandosi pur senza sventolare nessuna bandiera, con acume e, anche, un senso di ineluttabile sconfitta, di romantica abnegazione, di disperata ricerca di un abbraccio.

Potremo essere davvero vecchi e forti grida Zazzo tre volte sull’ultimo solco del disco. Per alcuni di loro non sarà così.

Ma, nonostante tutto…lo spirito continua…

                                                                                           Franco “Lys” Dimauro

GARBO – A Berlino…va bene (Universal) / Scortati (Universal)  

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Le recenti ristampe dei primi due album di Garbo hanno il compito di “scortare” uno dei più singolari autori italiani degli anni Ottanta per presentarlo alle nuove generazioni.

Ma come potremmo spiegare Garbo alle nuove generazioni, quelle che oltre a non aver conosciuto le canzoni di Garbo forse hanno saltato anche tutte quelle dei suoi vari epigoni che la storia della musica italiana ci ha regalato negli anni successivi (dai fiorentini Moda agli Underground Life, dai Bluvertigo di Morgan ai Soerba)?

Proviamoci dicendo che nei primi anni ‘80 la musica italiana cerca di adattarsi alla “nuova corrente” inglese e all’elettronica teutonica cercando linguaggi alternativi alla consueta canzone melodica e da classifica. Se la fucina di questo movimento si può a ragione riconoscere nella Italian Records di Oderso Rubini, vale la pena ricordare che a “sdoganare” i suoni elettronici verso il grande pubblico, grazie al sostegno di etichette capaci di infiltrarsi con maggior facilità all’interno della macchina-musicale, furono essenzialmente i Chrisma (accasati presso la Polydor), i Matia Bazar (all’epoca su etichetta Ariston) e Garbo (di pianta alla EMI, che per lanciarlo invierà ai deejay il suo primo singolo come “lato b” di Bandiera bianca di Battiato, NdLYS). Non sono veri e propri elementi di disturbo (nonostante, soprattutto i primi, vengano giudicati spesso eccessivi) ma forzano il passo verso un rinnovamento espressivo strisciante ma necessario ed opportuno realizzando un vero e proprio abbordaggio popolare non più attraverso i canali underground delle radio pirata e dei locali alternativi ma sfruttando i canali ufficiali del re dei mass-media borghesi e popolari: la tv.

Se i Matia Bazar erano approdati alla musica elettronica di Tango e Aristocratica liberandosi coraggiosamente di un passato rassicurante e ricco di successi e se i Chrisma avevano già debuttato seppur in sordina alla fine del decennio precedente, è Garbo a rappresentare la vera cosa nuova con cui il pubblico deve confrontarsi. A portarlo in tivù è Carlo Massarini, all’interno del suo storico Mister Fantasy, programma che sul nuovo scommette e, per un po’, vince. Garbo invece non vince subito. Il confronto con Bowie, banalmente evocato dai riferimenti alla musica elettronica e alla città tedesca cui dedica il primo singolo e il suo album di debutto, non gioca a suo favore. Le distanze sono, effettivamente, gigantesche. La scelta di usare diverse lingue per i dieci pezzi del disco di debutto non è felicissima e forse, invece che abbattere le barriere linguistiche e culturali che limitano l’Europa come era forse nelle intenzioni dell’artista milanese, ne costruiscono qualcuna tra lui e il suo pubblico. Musicalmente il disco trova compiutezza espressiva solo in un paio di episodi (A Berlino…va bene e Anche con te…va bene) e alla fine quello che rimane in memoria è più la singolarità del  personaggio (rapportato ai canoni televisivi dell’epoca) più che l’autore di canzoni. 

Molto, molto meglio è il disco successivo, Scortati, del 1982, dove Garbo sembra padroneggiare con invidiabile maestria quel linguaggio che sul debutto veniva solo farfugliato allestendo una scaletta di pop moderno in cui ogni canzone funziona alla perfezione, con una modulazione adeguata del registro vocale e una maggiore consapevolezza melodica innestata in piccole sovrastrutture di sintetizzatori, chitarre effettate e fiati (sassofono e clarino) neo-romantici. Generazione (il promo per le radio la vede stavolta a fianco addirittura della Let’s Dance di Bowie), Moderni, Frontiere, Vorrei regnare, Al tuo fianco sono le canzoni con cui Garbo trova il vero punto di contatto col suo pubblico, conquistato poi definitivamente dai singoli immediatamente successivi come Radioclima e Cose veloci.

Le demo incluse nelle versioni estese, nonostante la sentita presentazione audio dello stesso Garbo, non aggiungono di per sé valore a due dischi a loro modo seminali per la musica pop-wave italiana. Qualcosa invece tolgono le nuove copertine che non credo serviranno a vendere qualche copia in più e il cui riadeguamento mi pare, tra l’altro, del tutto superfluo.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro