DI VIOLA MINIMALE – La dinamica degli addii (autoproduzione)  

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Sei canzoni lunghe un anno. È questo il bottino del nuovo mini album dei Di Viola Minimale, composto e registrato tra il Marzo del 2017 e il Marzo successivo. Il suono della band ragusana scorre piacevolmente dentro quella corrente di suono elettrico di band come Estra, Marlene Kuntz, Moltheni e Santo Niente che è da sempre il loro marchio di fabbrica. C’è una certa predilezione per il passo lento, codeinico, per i climax sonori rilassati ma inquieti anche se a mio parere è quando il gruppo sovverte la disciplina che si è autoimposto che viene fuori il lato migliore, come nel vortice noise de La trappola o nelle sequenze conclusive di Torneremo a vivere dove nervi e muscoli vengono mostrati senza eccedere nell’esibizionismo fine a sé stesso, lasciando sempre socchiuso un minuscolo varco verso il dissonante e il disarmonico, come se nulla fosse veramente accessibile, realmente agevole.

C’è sempre, nella musica dei Di Viola Minimale, un voluto senso di incompiutezza (come nel finale evirato di L’anamnesi), di inappagamento, di scomodo confronto con le emozioni proprie ed altrui, di serenità conquistata a fatica, di scivolosa discesa nel torbido e di fiera consapevolezza della propria incalpestabile dignità morale, una ammaestrata capacità di non lasciarsi umiliare dalle bruttezze della vita così come da non lasciarsi incantare dalle sue frivolezze.         

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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NERO KANE – Love in a Dying World (American Primitive)  

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Prima furono i Doggs, ovvero il rumore del pisello di Iggy mentre si scopava le groupie nei camerini del Michigan Palace. Quindi fu la volta di Lust Soul, esordio solista in abiti neri e attillati da Corvo metropolitano. Un gusto gotico che permane anche in questa nuova produzione, cambiandosi però d’abito e infilandosi dentro il miglior gotico americano, che è quello degli spazi aperti, dello spirito che si smarrisce nell’agorafobia delle distese desertiche che sono un balcone di roccia e sabbia aperto sull’anima, delle campagne battute da venti sempre più implacabili.

La musica di Nero Kane è carica di presagi sinistri e armata di una tristezza affilata, di un amore che sta appassendo assieme al mondo che lo accoglie in un ultimo abbraccio e che odora di morte come lui. Nero raccoglie questo amore esanime e lo porta in braccio, senza curarsi di prestargli soccorso. Ne mostra il cadavere e ne rimane sedotto anche quando non respira più, intonando un canto d’amore che è un canto da veglia funebre che impregna tutto il suo disco, abisso nero di amore e morte.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

ANANDA MIDA – Cathodnatius (Go Down)  

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Sebbene sia la stessa band per prima a dichiararsi un gruppo di area “stoner” non sono mai riuscito ad associare il suono degli Ananda Mida a quello roccioso delle formazioni legate a quel genere. Non ci riesco neppure stavolta, mentre Cathodnatius si espande riempendo tutto lo spazio possibile nel mio appartamento.  

Ben altre suggestioni è capace di evocare la formazione di Matteo Scolaro, Alessandro Tedesco, Davide Bressan e Massimo Recchia, qui coadiuvati alla voce da Conny Ochs che contribuisce ad allontanare ulteriormente la musica del gruppo da quella per lungocrinite comparse de Il Signore degli Anelli. Il suo timbro, che io trovo molto “anni Ottanta” e lontanissimo dai cliché di genere, contribuisce all’innalzamento verticale del pallone aerostatico degli Ananda Mida, sollevando la piccola àncora che lo tiene mollemente assicurato alla terra e sistemandola nel cesto dell’equipaggio che ora è libero di prendere il volo. La musica si presta a questo volo che permette loro di passare sopra i confini di genere e di tempo e di urinare sopra ogni frontiera che si trovano ad oltrepassare.

Scansatevi, voi che siete a sentinella di ogni confine come corazzieri ai lati della pira del milite ignoto, prima che vi arrivi quel piscio in testa e voi pensiate molto candidamente che stia piovendo.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

RAINBOW BRIDGE – Lama (autoproduzione)  

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Immagino che il repertorio del mancino di Seattle rappresenti ancora una fetta importante delle scalette dei concerti della band di Barletta ma discograficamente parlando, Lama è già il secondo lavoro che i Rainbow Bridge realizzano con materiale del tutto autoctono.

Sei brani in tutto (anche se uno è semplicemente una breve jam di “sputi” chitarristici di appena sessanta secondi) coprono i quaranta minuti del nuovo disco. Sei canzoni in cui l’”arte di manovra” hendrixiana è presente solo come ispirazione e non più come modello univoco, cosa tra l’altro già ravvisabile sul Dirty Sunday dello scorso anno ma che qui compie un ulteriore e decisivo passo in ottica di definizione caratteriale concedendosi il lusso del cantato, peraltro molto distante timbricamente e tecnicamente da quello nero e voodoo di Hendrix.  

Il suono triangolare pesa ovviamente in maniera decisa sulla sei corde del bravo Giuseppe Piazzolla ma il terzetto pugliese si muove da un lato avvicinando le schiene alle rocce stoner e dall’altra nuotando a bracciate piene dentro un increspato mare di deliziosa e liquida placenta hard-psych, come nella veramente notevole traccia finale, lunghissima ma mai arrendevole alla noia, premonitrice di prelibatezze che con pochissimi aggiustamenti frutteranno in maniera copiosa.   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

LOU.X – A volte ritorno (BMG)  

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Chissà com’è che ad un certo punto la BMG si trova per casa un tipo come Lou X.

E chissà com’è che i puristi del cazzo, mentre fanno la fila alle casse della Nike, trovano di che lamentarsene.

In realtà a posizionare l’ordigno di Lou X all’interno di una delle più grandi strutture discografiche italiane è Carlo Martelli, il manager di artisti come Caparezza e Frankie Hi-NRG che all’epoca lavora all’interno del gruppo RCA ed ha il chiodo fisso per l’hip-hop.

Non conosco le clausole del contratto ma all’ascolto A volte ritorno è ancora più massiccio, crudo e sfacciato del disco precedente.

La Costa Nostra (Eko, Cuba Cabbal, Disastro) è ai massimi livelli: le basi di Marco Fioritoni, all’epoca ancora minorenne, sono tendenzialmente più rilassate e occhieggiano allo stile West Coast (Dr. Dre e compagnia ma anche DJ Muggs). La lingua è invece sempre truce e spaccona. E batte dove il dente duole. L’attacco politico è attenuato ma il malessere che si avverte è lo stesso di Dal basso. Forse più amaro perché più consapevole. Forse più doloroso perché il nemico si è fatto più infido e insidioso. E non è sempre riconoscibile da una mimetica o da una divisa blu. Anzi. Veste spesso come noi. Forse, il nemico è spesso annidato dietro lo specchio.    

Il messaggio schietto di Lou X, in un’epoca in cui ciò che di hip-hop raggiunge il grande pubblico è ancora bellamente imbellettato, arriva sventolando la bandiera di una major. E solca mari aperti, come quello delle Radio “di regime”, da Radio Deejay alla neonata Radio Capital dove Jovanotti e Saturnino improvvisano su Come l’occasione, il pezzo che apre le ostilità in piena tenuta cafone/hardcore. Come quello di Rai3, che per qualche mese utilizza La Raje, bellissimo singolo spinto da iridescenti onde funk di scuola Kool & The Gang, come sigla per il suo Blob.

Le mani di mamma BMG arrivano ovunque. E ogni tanto portano qualche bullone che, se proprio non può far inceppare la macchina, può spaccare qualche incisivo alle sue ruote dentate.

Lou X è uno di quei bull(on)i.

Uno che non le manda a dire.

Che è dentro ogni suo gesto, ogni sua rima, ogni suo sputo.

Che a volte ritorna ma molto più spesso scompare. Come me. Purtroppo come pochissimi altri.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

J.D. HANGOVER – J.D. Hangover (Hound Gawd!)  

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Dietro la sigla J.D. Hangover si nascondono gli italiani Stiv Cantarelli e Roberto Villa e questo loro disco, legalizzato all’anagrafe con data di nascita 11 Gennaio 2019, è in realtà la stampa ufficiale di quanto realizzato un paio di anni fa solo su bandcamp e circolato in qualche copia in cd per gli addetti ai lavori. Una copia deve essere arrivata tra le mani di Oliver Hausmann che si è affrettato ad organizzare una pronta e dignitosa sepoltura su una lastra di vinile.

Un disco di malatissimo blues innestato su una serpentina di beat malefici memori della lezione dei Suicide. Come se fossero tornati trascinando per i capelli il cadavere di Robert Johnson per mostrarlo al Diavolo, a rinnovare il ricordo di una promessa mantenuta troppo velocemente, i J.D. Hangover allestiscono sei barbituriche ballate di strascicato blues che sembra suonato su una chitarra che ha montato del filo spinato al posto della normale muta con anima d’acciaio. Piccole stravaganze da saloon infestato fanno la loro apparizione, come fossero suonate dalle mani di qualche zombi mal in arnese.

Avete giusto il tempo per godervi il Natale, con le sue palline colorate di neve posticcia.

Passate le feste, Belzebù torna a bussarvi alla porta.   

                                                          

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

RINO GAETANO – Ingresso libero (It)  

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Una sequenza di piccoli mattoni e una porta malmessa, bruciata dal sole dalla cui maniglia ciondola un cartello con scritto Ingresso libero.

Così, graficamente il cantautore di Crotone Rino Gaetano fa il suo curioso ingresso nel mondo della musica.

Ma a ben guardare il ventiquattrenne Rino sta già lasciando l’edificio. È già entrato, si suppone. E ora sta andando via con passo deciso. Come se fosse appena uscito dopo aver incontrato qualcuno. La storia ci rivela che in effetti è andata proprio così: dietro quella porta Rino Gaetano ha appena incontrato Agapito Malteni, Crotonese anch’egli, ora di pianta a Manfredonia dove fa il macchinista ferroviere.

Il revisionismo complottista cui le straordinarie coincidenze e oscure citazioni dei testi di Gaetano inevitabilmente porteranno a rileggere la sua storia dopo la sua morte (anch’essa descritta con minuziosa precisione da lui stesso su una delle sue primissime canzoni) ci dirà che invece forse no, non è andato ad incontrare un proletario meridionale qualsiasi ma è appena uscito dopo essersi affiliato alla Massoneria, stringendo un patto laico col diavolo pur di scalare i gradini del successo.

Comunque sia, la storia di Agapito Malpeni è una delle prime storie di antieroi sociali che Rino Gaetano ci racconterà nella sua brevissima carriera. Uno dei suoi più viscerali atti di amore per quel Sud che egli stesso sarà costretto a tradire per inseguire un sogno, ché a sud di Roma i sogni fanno fatica ad attecchire. Al di là dei facili e voluti rimandi di Agapito Malteni il ferroviere a due canzoni come La locomotiva di Guccini e Il bombarolo di De André, Ingresso libero è accostabile per temi ed ispirazione a quel capolavoro che è Il giorno aveva cinque teste scritto da Roberto Roversi e musicato da Lucio Dalla. Se l’occhio puntato a Sud di Rino Gaetano è un occhio velato dalla cataratta della malinconia, l’altro occhio è libero di esorcizzare tutto con filastrocche e giochi lessicali ineguagliabili, che già si ravvisano qui in A Khatmandu e che saranno sempre presenti nella sua scrittura (Glu glu, Nuntereggaepiù, Standard, Su e giù), usando un linguaggio libero dalle prigioni ideologiche del cantautorato italiano classico e mediato da un’ironia e una satira giullaresca. È questo strabismo artistico a rendere Rino Gaetano sin da subito un personaggio atipico, istrionico, sfuggente (come nello scatto di copertina) nel panorama italiano.

Ad un passo dal cantautorato impegnato ed uno dalla canzonetta.  

Libero, come l’ingresso del portone dietro cui vive e lavora Agapito Malteni, ferroviere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

GIACOMO SFERLAZZO – Arrispigghiativi (I figli di Abele)  

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Se andate sul sito della Smeg, quella degli elettrodomestici, troverete un’ampia pagina dedicata ad una bella e variopinta collezione di frigoriferi. Sono elettrodomestici “vestiti” come carretti siciliani. Il sito dice, testualmente, “firmate Dolce & Gabbana”. Che sarebbero quei due stilisti che avete visto in tempi recenti chiedere scusa all’intera Cina per aver offerto un cannolo troppo grande ad una loro concittadina. In realtà la firma su quelle opere d’arte è quella di Alice Valenti, pittrice catanese che mantiene viva la grande tradizione pittorica-popolare della sua terra, quella dei decoratori di carretti e degli illustratori dei pannelli per i cantastorie. L’ultima sua firma si trova anche in calce ad un’altra opera d’arte: il nuovo album di Giacomo Sferlazzo, il Mangiafuoco di Lampedusa. Un ulteriore tocco di colore ad una musica che di colori è già piena. Un’identità che si incontra con le identità di altri paesi, in quel porto culturale che è diventata la sua isola. Un’identità guerriera che Sferlazzo mostra più nella vita di tutti i giorni che nella sua vita da poeta musicista. Un lampedusano che ha dovuto indossare una corazza per proteggere i diritti calpestati di una terra che è diventata terra di conquista, indotto stagionale ed equivoco per lavoratori precari, punta estrema di un’Italia che, se vuole accogliere, molto spesso non sa come gestire l’accoglienza. Un lampedusano che lotta per riaffermare l’identità della sua isola, riavviare il processo di memoria che sembra arrestarsi per il resto del mondo all’epoca dei primi sbarchi di extracomunitari, come se prima di allora Lampedusa fosse solo uno scoglio sperduto e disabitato nel Mar Mediterraneo.

Il suo lavoro musicale è plurivalente: Sferlazzo non è un semplice cantastorie e le sue non sono semplici canzoni della memoria o di protesta.

Sono canzoni “imbrattate” come i muri delle nostre città.

Sporche come le nostre strade.

Legno e metallo, infinite gallerie di tarli e ruggine corrosiva convivono senza mai abbracciarsi veramente, in un rapporto stridente come quello che viene fuori da pezzi come Ventu o Arrispigghiativi.

Anche nei brani più tradizionali, e qui ce ne sono diversi, Giacomo Sferlazzo ha sempre qualcosa di sgraziato, di poco rassicurante, di disobbediente.

Come a dirci che nessuno è al sicuro, neppure quando celebriamo l’eterno rituale del ricordo. Che bisogna lasciare sempre una porta aperta, una via di fuga, lanciare uno sguardo oltre il muro. Che se dormiamo, è il momento di svegliarsi.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

YU KUNG – Pietre della mia gente (L’Orchestra)  

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A raccontare agli studenti di come Yu Kung avesse spostato le montagne ci avevano già pensato gli Stormy Six, presentando nei raduni dei Movimento Studentesco Milanese una canzone intitolata appunto Come Yu Kung rimosse le montagne. Da quello stesso Movimento, da quella stessa ideologia prende vita il progetto Yu Kung, una delle formazioni cancellate dalla storia della musica italiana in quanto fortemente antagonista e pesantemente sbilanciata verso quell’estrema Sinistra che per i democristiani puzzava di terrorismo brigatista.

Sarà proprio sotto l’egida dell’etichetta fondata da Franco Fabbri e dagli Stormy Six che gli Yu Kung avranno la possibilità di incidere un paio di album che sono dei capolavori assoluti della canzone militante e di protesta, quella che parla della storia taciuta, dei lavori sottopagati, degli emigranti, dei Pinelli appesi agli abeti di un Natale milanese più freddo di tanti altri.

Luoghi della memoria, allora ancora vividissima.

Luoghi della coscienza di classe che picchia sulle pareti di canzoni come Piazza Fontana, Il popolo è forte, Mineros.

Di quella stagione Marco Ferradini conserverà in ricordo una sciarpa rossa-rossa, mentre elaborerà altri più comodi e fortunati “teoremi”.

Musica da parata, musica da corteo, musica gloriosamente antifascista.

Musica per minatori, per contadini, per operai e per emigranti.

Musica per gente che vive tra le pietre e che pur di difendere un suo diritto, quelle pietre è disposto a lanciarle.

Come l’eroe del Liezi, il “vecchio pazzo” che spianò le montagne Taihang e Wangwu a colpi di zappa. Con un’ostinazione e una disciplina così forti e tenaci da muovere a compassione Dio. Lasciando agli uomini una pianura così vasta che non può essere coperta da occhio umano.       

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

OFFICINE SCHWARTZ – L’opificio (Again/Luce Sia)  

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Andrea Chiesi è, negli anni Ottanta un bel ventenne modenese che si trova a frequentare, come tanti altri coetanei, vecchi capannoni industriali, officine abbandonate e stabilimenti fatiscenti. In maniera abusiva, spesso. Altre volte in veste, per così dire, “ufficiale”. Sono i luoghi dove quel che resta della scena punk e quella nuova della cultura hip-hop trovano anzi si prendono l’ospitalità altrove negata. Organizzano raduni, incontri, concerti, strategie.

Andrea Chiesi è lì per quello ma non solo per quello. È lì per lasciarsi sedurre da quei luoghi. Non dai corpi che li abitano ma da quelle strutture che li sovrastano, che li protegge e che allo stesso tempo custodiscono la memoria recente dei muscoli, del sudore, della fatica e della morte che hanno abitato quei posti. È lì anche quando ne esce, perché nei suoi disegni cerca di riportare il respiro di quei posti. Il mondo di Chiesi, in quegli anni, non può non intersecare quello delle Officine Schwartz di Bergamo anche loro attratti da quel mondo post-industriale, da quelle necropoli moderne dove schiavitù e libertà hanno convissuto fianco a fianco. E così, grazie ai ragazzi del Maffia di Reggio Emilia e dei grafici del Kom Fut Manifesto, Chiesi e le Officine si avventurano in quell’esplorazione delle fabbriche che è L’opificio, progetto multimediale dedicato al lavoro e al dopolavoro dentro il ventre industriale dell’Emilia.

Il materiale sonoro di quel disco è il cuore di questa ristampa aperta dallo ska meccanico di Carica!, title-track dell’E.P. uscito poco prima e qui aggiunto per intero assieme a tre bonus tratte da Stoccaggio Armonia e Meccanica che invece sono relegate in fondo alla scaletta dell’album.   

Le “manovre” dell’uomo-operaio vengono prestate all’utilizzo per un’opera concertistica dove mazze e seghe circolari convivono con canti di fatica e musiche popolari, riaggiornando il blues alla realtà post-bellica e partigiana della terra emiliana, suonato sotto l’occhio vigile e i fischietti dei capo-cantieri e dei padroni.

Ancora una volta le Officine portano il lavoro su un palco, nei teatri, dentro uno studio di registrazione. Onorano il sacrificio dei martiri dell’efficienza e dell’opulenza industriale. Reclamano un silenzio e un’attenzione riguardosa, come se dentro ogni pugno sferrato su un’incudine si muova la forza della mano divina.

E come se noi, avendone rispetto, provassimo qualcosa vicina al timor di Dio.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro