THE ELECTRIC SHIELDS – Back Up #14 (AUA)

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Che meraviglia che erano i primi Electric Shields, prima della “conversione” al country-rock di White Buffalo County, il disco che un po’ ovunque, Discogs e recensioni “certificate” comprese, trovate col titolo sgrammaticato freudianamente in White Buffalo CountRy!

Così arroventati di garage-punk texano da poter ambire di diritto a raccogliere il testimone dei primi Sick Rose, salvo poi farselo consapevolmente scivolare di mano. Peccato. Quella breve stagione di “fiamme” è oggetto di questa uscita programmata per il Record Store Day del 2019, che ha sempre lesinato uscite dedicate alla musica garage o neo-garage e sulla quale dunque, se siete dei fanatici del genere, potrete tranquillamente “dirottare” le vostre finanze.

Subito in apertura vengono piazzate le quattro tracce di quel piccolo capolavoro su 7” che custodisco ancora come una delle uscite migliori del catalogo della Electric Eye.

Fuzz e organo Vox ingombranti, nonostante le dimensioni ridotte. Come ficcare le mani dentro un’arnia di api laboriose, con la consapevolezza che non le tireremo fuori indenni.

A seguire ecco Flames of Pain, un’autentica colata lavica di garage-punk che a suo tempo Claudio Sorge pensò bene di tirare fuori dalla loro demotape per accostarla al gas al veleno della nuova scena “neolitica” italiana sparando in cielo gli ultimi, colorati fuochi della stagione neo-psichedelica nostrana. Demotape che ovviamente qui viene recuperata per intero, col suo carico di distorsioni esagerate e di ricami d’organo combo assieme alle sei tracce della demo successiva, The Words I Never Said, in cui il suono si sgrana leggermente lasciando passare tra le sue maglie bellissime fioriture folk, e ai pezzi “regalati” a Lost Trails e The Best of Electric Eye.

Gli inediti assoluti si intitolano Faraway e It’s Your Time, stranamente tagliate fuori dalla scaletta di Sixty Flowers e invece per nulla acerbe e addirittura, nel secondo caso, foriera di quel progressivo avvicinamento al suono folky della stagione successiva. Bonus che aggiungono valore ad una raccolta pregevole e necessaria di suo.

Disponibile, pare, in diversi formati.

Disponibile, pare, con le note di copertina che ne raccontano la storia.

Disponibile in copia promozionale, pare, solo per gli amici degli amici.

Io, da nemico n.1, ve lo consiglio lo stesso.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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MR. DEADLY ONE BAD MAN – Breakdown (Skronk/Dead Music)  

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Il posto della copertina sembra la location perfetta per una delle tante apparizioni del Samara Challenge. Magari la cosplay della signorina Morgan sfonda il parabrezza della Volvo e allunga le braccia. O magari passa ciondolante da un bordo all’altro. Oppure stai a vedere che si alza la saracinesca e….tac….eccola lì, in camicia da notte, fradicia di pioggia.

E invece no. Invece quella è la dimora (temporanea, immagino) di un “gentiluomo” che con la morte scherza pure lui.

Un one-bad-man in una one-man-band.

Uno che gli piace fare le cose in gruppo ma anche farsele da sé. Un po’ come me.

In Breakdown ad esempio, fa tutto da solo: parcheggia la macchina, scende in fretta strumenti e amplificatori, monta la batteria, si sistema il reggi-armonica, collega il microfono, inforca gli occhiali da sole sul naso, si infila un collo di bottiglia sul dito mignolo, uan-ciù-uan-ciù-check e si comincia.

Otto pezzi registrati in due session diverse che svelano un’anima punk racchiusa in una crosta blues, accostabile per attitudine a quella di gente come Jeffrey Evans, Greg Cartwright, Don Howland, John Schooley.

Come loro Mr. Deadly Man spoglia le sue vittime e poi ne gode in solitudine.

Not Good Mate, Three Teeth, Our Night o ancora Go Away eYour Breakfast passano leccandosi le labbra, in attesa di salire sulla sua Volvo, in qualunque direzione essa vada. Ancora meglio se decide di restare ferma dove si trova, reclinando solo leggermente il sedile.

Mister Deadly Man aspetta la sua occasione.

Voi, non mancate l’appuntamento con la vostra.  

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

ANUSEYE – 3:33 333 (VE Recordings)  

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333 copie in vinile colorato per il 33 giri numero 3 degli Anuseye: è così che il “sole rosso” torna ad albeggiare sulle Puglie.

Una corona cremisi che si fa largo fra le nuvole grigie di Sycamore Red, che sembrano le mammatus clouds che stazionavano su Seattle, come enormi mammelle di latte avvelenato.

Dunque albeggia, ma piove e tira vento: la tempesta di fango di Meet the Mudman ci coglie in pieno. E avanza implacabile e densa.

La musica degli Anuseye si conferma impetuosa e priva di crepe. Una bava gelatinosa come la schiuma che soffoca le blatte. Che loro lo chiamino “sciroppo” poco importa: è un’ingannevole menzogna. Un po’ come la blindatura di Armored lasciata appositamente disattivata per abbindolarci, per farci cadere nella trappola vintage di Dominant Eye e, con le palpebre divaricate come quelle del drugo Alex, costringerci a seguire la lezione sugli effetti dell’LSD seduti sul tappeto volante di Vacuum Time Unit. Fino a che non sentiamo l’impulso di buttarci giù, ora che il sole sembra salutarci, tramortito dal suo stesso colore.

Don’t try this at home, folks.

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

ENZO AVITABILE & BOTTARI – Salvamm’o munno (Il Manifesto)  

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La volontà soggettiva espressa con tono categorico e propositivo nel titolo ha insita in sé una necessità urgente ed oggettiva: il mondo ha bisogno di essere salvato. E di essere salvato dalla belva più feroce che abbia mai nutrito al seno. Una belva che ha sempre fame, anche quando è sazia. E che pur di assecondare la sua voracità apparecchia mettendo i suoi figli sui piatti, anziché davanti. Divorando prima quelli più disgraziati, quelli non desiderati.

Una progenie di genti che Salvamm’o munno chiama all’adunata sotto una pioggia di tamburi battenti anche se è a quegli altri, a chi sta seduto con la salvietta sporca al collo, che si rivolge lanciando un SOS allarmante ma anche salvifico ed evangelico. La musica di Enzo Avitabile, sempre sospesa fra tradizione e contaminazione (come dimostrato soprattutto in quel capolavoro dalle tinte trip-hop che fu Addò), trova nel sisma ritmico dei Bottari di Portico una spinta catartica, travolgente ed implacabile che è allo stesso tempo tribale e contadina. L’allucinazione tuareg di A peste e l’impetuoso ritmo di Paisà, e ancora quel raccordo che dalla Napoli-Salerno permette di trovare l’uscita che conduce dritto al cuore del Medio Oriente di Puort’ aller’, l’invocazione di Canta Palestina, la fronn’e limone (il canto “a distesa” tipico della cultura contadina e mercantile napoletana) di Vott’o sole arint’, le rotondità sinuose da danza del ventre di Abball’ cu me sono martelli che ci inchiodano ad una responsabilità condivisa e condivisibile: quella di salvare il mondo ma soprattutto di farlo dopo averne ammirato la bellezza ed il suo profondo mistero.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

CESARE BASILE – Cummedia (Urtovox)  

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Durante i quattordici mesi di governo giallo-verde Cesare Basile è stato l’unico a cantare del “capitano” per quel che è. Capitano (fangu, rifardu e ganu senza onore) è stata la sola vera invettiva anti-Salvini che l’Italia abbia prodotto durante l’era del pupulismo al potere, mentre il cantautorato “di rappresentanza” si tirava fuori dalle battaglie ideologiche, chiudendosi nel perbenismo radical-chic buono per garantirgli il conto in banca, i passaggi in tv e le feste di piazza.

Il nuovo album di Basile getta il cadavere di Salvini in mare, tra le stesse acque in cui altri sono annegati in suo nome. Cummedia si libera di quella zavorra che puzza di fascismo e naviga, libera, tra le onde di un Mediterraneo in cui nessun porto è più luogo di approdo.

Cesare Basile tira fuori il suo piccolo armamentario di chitarre, cianciane, pupi e cartelloni fatti ad inchiostro di china, si siede su uno sgabello e con la sua voce inizia a tormentarci e a graffiarci fino a tirarci via la pelle.

C’è, dentro le undici tracce di Cummedia, tutto il tormento arcaico della Sicilia. Esibito ora a mo’ di scudo, ora a mo’ di spada. Un dolore endemico e rugoso che sembra infilarsi dentro gli anfratti del corpo, “inficcarsi ntra li carni re cristiani”, come le “spine dei fichi d’india raccontate” su Cchi voli riri, metafora sagace degli spilli del sospetto che piano piano si insinuano perniciose nel nostro cervello, fino a trasformare l’Italia in Babele.  

Cummedia è il vascello in fiamme della musica italiana.

Con la bandiera rossa e nera sull’albero maestro.

Cesare Basile l’unico capitano cui dovremmo sventolare i fazzoletti quando passa davanti le nostre coste.         

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MAU MAU – Acustica tribù

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Poi sarebbero venuti la To.Sse e i Mau Mau.

Poi.

Ma prima erano i Loschi Dezi, ragazzi delle langhe innamorati del Maghreb e del meticciato musicale.

Siamo nel 1991 e Torino, come gran parte dello stivale, si sta scrollando di dosso la malinconia esistenzialista della stagione dark e soffocando i rigurgiti psichedelici che l’avevano caratterizzata. Lo fa ripudiando in toto le musiche anglosassoni che hanno dominato il vecchio decennio e prendendo dalla Giamaica, dall’Africa, dal Medio Oriente, dalle banlieue parigine, dal Montenegro, dalla Spagna, dalla Bolivia, dall’Irlanda.  

Le nuove tribù avanzano portando in dote un concetto di musica multietnica e un rinnovamento linguistico che abbandona gradualmente la lingua inglese e approda alla lingua e ai dialetti autoctoni. Detto così e soprattutto detto adesso suona un po’ banale ma non lo fu per niente, anche perché fu questo riannodo alle radici lessicali nostrane a permettere successivamente a far filtrare il patrimonio cantautorale nella musica indipendente, generando un vero e proprio cataclisma inarrestabile ed epocale.  

I Loschi Dezi questo arrembaggio lo tentarono fra i primi, con risultati strepitosi.

Quello di Cabala è un suono da piccola tribù, che paga pegno a certe idee di Paolo Conte ed evoca certe arie da festa gitana tanto care a Pogues, Mano Negra e Negresses Vertes così come pare a tratti una versione amatoriale, artigianale dei Beastie Boys (Megafonico ad esempio) ma che mostra già i tratti “caratteriali” del suono dei Mau Mau. E non solo quelli che debutteranno da lì a breve.

Ai bordi di Via Mirafiori i Loschi Dezi raccattano incrociano gli sguardi e i bisogni degli emigrati abbagliati dal sogno industriale italiano. Raccolgono i cocci di quel sogno. E poi li portano a ballare.

 

Fabio Barovero e Luca Morino incrociano il loro destino in quella che più che una meteora si rivela essere la stella cometa che annuncia la nascita dei Mau Mau. Siamo proprio all’alba degli anni Novanta e i Loschi Dezi, senza saperlo, hanno innescato una piccola rivoluzione. La rivendicazione fiera delle proprie radici lessicali e culturali, che è la stessa propugnata in meridione dal Sud Sound System, è una scelta di identità che il grande mercato del disco non si sente ancora di propugnare, tanto che la EMI si rifiuterà di mettere il proprio marchio sul primo singolo dei Mau Mau, cercando di convincere il gruppo ad esordire in lingua italiana. La forza dei Mau Mau è però impetuosa e pandemica. Non tanto su disco, che i tre pezzi di Soma la macia sono ancora divagazioni folk dalle forme incerte, ma in virtù di un esplosivo impatto quando l’”acustica tribù”, armata di chitarre acustiche, djambè, fisarmonica e violino, prende d’assalto il pubblico e lo costringe alla resa in maniera talmente naturale e persuasiva da contagiare l’intero stivale piegando anche i “problemi tecnici” dovuti all’amplificazione in un cavallo di troia che permette loro di sfondare ogni porta con un set acustico che, anche con pochi watt a disposizione, riesce ad accendere il pubblico.

Quando nel 1992 i Mau Mau presentano alla casa discografica Sauta rabel, la EMI il marchio decide di mettercelo eccome. Il supporto degli amici Africa Unite (Madaski, Paolo Parpaglione, Papa Nico e Max Casacci sono coinvolti a vario titolo nella realizzazione del disco) è fondamentale ancora una volta nella definizione dello stile del gruppo piegandolo a volte alle proprie influenze (la forte impronta di Madaski su Singh sent ani, ad esempio, con l’uso di echi dub e di campionamenti, come quello dei Funkadelic in seguito usato dai Sangue Misto, NdLYS) ma è soprattutto quando l’affinata consapevolezza nelle proprie capacità riesce ad emergere che i Mau Mau danno il meglio di sé, come nei vortici gitani di Mostafaj, Traversado e di Ël mat che saranno proprio le matrici stilistiche utilizzate per mettere in piedi quel capolavoro che sarà il secondo disco.

 

L’aroma mediterraneo latente su Sauta rabel si sprigiona in tutta la sua magica, avvolgente fragranza su Bàss paradis, capolavoro meticcio realizzato a Torino e completato ai Real World Studios di Peter Gabriel nel 1994 e con cui i Mau Mau firmano uno dei capolavori più sottovalutati della musica italiana. Se il disco di debutto rivelava, nella sua discontinuità, delle crepe destinate a rendere friabile l’impianto acustico del combo torinese, Bàss paradis svela una rotondità, una pastosità sonora incredibile e prodigiosa che lo rendono inattaccabile, come se la formazione piemontese avesse voluto proteggere la sua musica con una placcatura che le facesse da scudo e, insieme, ne aumentasse la lucente bellezza. L’area mediterranea compresa fra le coste africane, spagnole, francesi ed italiane e il movimento nomade delle popolazioni apolidi che le attraversano diventano il paesaggio-chiave della musica dei Mau Mau.

Nacchere, fisarmoniche, chitarre acustiche, percussioni (cuore vibrante del disco, ora incalzanti ora ribollenti come acque bagnate dalla lava), violini scorrono senza posa a raccontare storie di pellegrinaggi e di zuffe etniche tra popolazioni che faticano ad integrarsi, pur respirando della stessa aria, pur guardando allo stesso mare. I Mau Mau realizzano un disco di world music mezzosangue appassionante e moderna, ballabile, creativa, speziata ed imbastardita con tutto quanto puoi sentire infilando l’orecchio dentro una conchiglia trasportata dal Mediterraneo e destinata a farsi tromba di carbonato di calcio sulle nostre spiagge di rena e pietre marine.           

 

Se Bàss paradis era un cuore a forma di Mar Mediterraneo, per Viva Mamanera il binocolo dei Mau Mau si sforza di guardare oltre lo stretto di Gibilterra, allungando lo sguardo sull’Oceano Atlantico. Terre in verità già “esplorate” con occhio critico nei primi dischi, attaccando con opportuno taglio revisionista la sanguinosa conquista del continente americano da parte di Colombo.

Ma stavolta l’impeto critico è sopraffatto da tutta l’amarezza, la solitudine ma anche la cocciuta tenacia degli italiani abbagliati, a cavallo dei due secoli, dal grande sogno americano che tracimano dai testi di canzoni come Ellis Island e Union Pacific, mitigata dalla volontà di lasciarsi trafiggere dal sole tropicale, di adeguare il proprio orologio biologico e geografico a quello delle latitudini sudamericane, dai colori del carnevale brasiliano, dalla travolgente febbre calcistica che con Pelè e Maradona ha dominato per decenni l’immaginario degli emigranti ma anche di chi era rimasto ad attenderli al di là del mare. È un disco di profonda transizione, il terzo Mau Mau, che subisce la necessità di tirarsi fuori dal “luogo comune” della loro musica sperimentando strumentazioni ed ambientazioni alternative (l’utilizzo della chitarra elettrica ma anche le sperimentazioni con l’elettronica, l’uso di neologismi esasperati e divaganti, l’abbandono discutibile nelle ragioni e prevedibile nei risultati al corteggiamento e alle lusinghe  delle musiche caraibiche) e riscuotendo successo più per luce riflessa (la propulsione ritmica de La ola, profondamente debitrice all’impetuoso uragano di tamburi de L’ombelico del mondo di Jovanotti) che per le qualità intrinseche di un’opera per la prima volta troppo lunga e dispersiva.   

 

L’andatura a stantuffo di Eldorado ci introduce al nuovo viaggio dei Mau Mau, nomadi stanziali di Piemonte. Il quarto album del gruppo torinese fa “tesoro” di quanto già sperimentato nei tre dischi che l’hanno preceduto, innestando la tenera marza folk degli esordi con le ricerche più elaborate della produzione recente. Come per Viva Mamanera siamo pertanto davanti ad un disco frammentario, dove le emozioni si accumulano e si sommano le une sulle altre e gli scenari geografici e musicali mutano di canzone in canzone, toccando le coste sudamericane, le erranti tribù d’Africa, l’occhio oceanico della Galizia e, come sempre, le langhe subalpine che sono dimora loro e dei loro padri. Tra le cose migliori si registrano stavolta Griot, Pueblos de langa, Nozze mentre stentano a decollare le derive “Caposseliane” (Fabio Barovero e Roy Paci, adesso in pianta stabile nella formazione, hanno registrato assieme a Capossela un disco di marce funebri ed inni religiosi sotto il nome di Banda Ionica appena prima di mettere mano al nuovo disco) in cui sembrano a volte precipitare alcuni passaggi di Vagamundo, l’intera baraonda di Per amor e la terribile Solo sfiorando affidata alla voce austera di Mauro Ermanno Giovanardi, già impostata sui canoni da crooner alla Massimo Ranieri dell’età adulta.

Eldorado conferma dunque i Mau Mau come una delle migliori realtà nazionali in ambito di musica “meticcia” anche se per la seconda volta quei quattro/cinque minuti delle loro canzoni che prima ci sembravano durare un battito d’ali adesso rivelano davvero un gran senso di fatica, più che di allegria.

Come se alla fine, arrivati ad Eldorado, i Mau Mau avessero trovato che l’antico oro fosse già stato rubato.

                                                                               

Safari Beach (micasa tucasa) consuma l’ultimo saluto di Roy Paci alla ciurma Mau Mau, ormai pronto per lanciare sul mercato la sua nuova creatura siculo-caraibica Aretuska.

Un abbraccio caloroso, sotto il sole tropicale che infiamma le nuove canzoni della formazione torinese. Piccole spezie elettroniche farciscono una musica pluralista che è tuttavia sempre fatta di carne e sudore, di suggestioni esotiche e di miraggi da fata morgana che qui esplodono in tutta la loro vivacità nell’aria da carnevale brasiliano di Micasa Tucasa, nel calypso di Venus Nabalera, nella batucada di Una lunga estate calda, farcita di ronzii di fastidiosi insetti, il cocktail di Latte Più, tequila e Batida de Coco di Gwami Moloko. L’idea di viaggio, di esplorazione, di meticciato resta ben salda nell’immaginario del gruppo. Si aggiunge semmai una critica sottesa, pungente, al turismo “vampiresco” che con superficialità affonda i denti nella carne viva di paesi, spiagge e città e ne succhia sangue scambiandolo con una dose avvelenata di denaro.

I Mau Mau si confermano i tuareg della musica italiana. Una carovana nomade dalla pelle che odora di salsedine e di sabbia in cammino perenne.

 

L’inizio degli anni zero è tempo di festeggiamenti e celebrazioni per molte formazioni storiche italiane. Anni spesi a tirarsi fuori dalle cantine, passando per gli angusti sotterranei delle produzioni underground e poi, di colpo, la luce. Non popolano ancora le classifiche, forse mai lo faranno e del resto poco importa ma i loro nomi ormai li conosce anche mia mamma. E così dopo il doppio live degli Afterhours, le celebrazioni Marleyane degli Africa Unite, il tronfio epilogo dei CSI, ecco i Mau Mau davanti alle loro dieci candeline che diventano ben 25 sul doppio live pubblicato per l’occasione. Un disco che pesca in tutta l’ampia storia del più credibile gruppo meticcio italiano e che è un egregio compendio all’ottima discografia in studio che Luca Morino e Fabio Barovero ci hanno regalato in questi anni. Marasma general non traballa, è un’orgia di colori e sapori, è la festa paesana di tutti i paesi del mondo, è la musica per ogni festa del Santo Patrono, da Bahia a Cipro. Chi ha assistito ai concerti del gruppo piemontese sa a quale livello di coinvolgimento si può arrivare, e questo sin dai tempi della gloriosa acustica tribù che ricordo ciondolante e baraccona tra il pubblico dell’ormai sepolto Magna Grecia Festival, tanti anni fa. Tutto viene qui documentato, con queste istantanee scattate lungo il loro peregrinare da griot piemuntesi, che aggiunge tra l’altro un paio di nuove, ottime foto al già voluminoso album di famiglia. Anzi, della tribù. 

 

La coloratissima ara macao della copertina e le divise da ufficiali mercantili sfoggiate da Luca Morino, Fabio Barovero e Bienvenu Tatè Nsongan ci rivelano che la nuova rotta dei Mau Mau è quella dei mari tropicali del Sud America. Un approdo cui in realtà il ridotto equipaggio (ma in realtà al disco collaborano almeno una trentina fra musicisti e coristi) a bordo della Dea non giunge mai, smarrendo la rotta durante la navigazione, naufragando non si sa bene dove. Ideale proseguimento del discorso intrapreso con Safari Beach in realtà Dea non ne replica la vitalità e mostra un’impasse creativa mai così nitida e preoccupante. Per la prima volta alla festa organizzata dai Mau Mau sembra non divertirsi nessuno, neppure loro.

Il carnevale brasiliano allestito dalla coppia Barovero/Morino somiglia ad una qualunque pagliacciata allegorica nostrana. Sono tutti brani riusciti solo a metà, anche quando ad accendere i toni viene chiamato il Sud Sound System e l’innesto tra piccoli arnesi etnici e marchingegni elettronici in realtà sembra una delle tante incompiute per cui la nostra Italia è tristemente celebre.

 

I cappelli sono quelli dei briganti. Con le falde tese, a seccare sotto uno spicchio di sole italiano. Sotto quel cono d’ombra ci sono Fabio, Luca e Tatè, zingari stanziali piemontesi, che quegli ottomila chilometri di costa italiana li conoscono uno per uno. Li hanno percorsi in tribù e in solitario. In carovana nomade e in furgone. Impigliati fra i cavi elettrici o con le dita ad uncino su corde che sembrano filo spinato. Sudati, annoiati, entusiasti, sfiniti, abbracciati o coi musi lunghi, facendo la ola o agghindati come il Rei Momo.

Per un tempo così lungo che sembra quasi siano stati sempre con noi.

E noi, con loro. Libando nei lieti calici.

Eppure, tra l’ultimo lavoro della band torinese e l’8000 Km appena caldo di tostatura passano dieci anni. Dieci anni in cui l’Italia è cambiata senza in realtà cambiare mai. Tanto che alla fine le canzoni dei Mau Mau finiscono per rotolarsi nel medesimo fango senza suonare per niente fuori posto.

Abbandonando la deriva tropicale del precedente album e certe piccole cromature elettriche e le lievi piste di silicio che affioravano su Viva Mamanera o Safari Beach , i Mau Mau ridirigono la prua verso il vecchio suono dell’acustica tribù, recuperando quel tipico suono “a stantuffo” dei primi anni, riattingendo ancora una volta dalla semplicità di una fisarmonica, di un kit di tamburi, di una chitarra acustica e di una tromba mariachi e ridefinendo un “perimetro” che è sì geografico, ideologico ma anche stilistico.

Un disco prezioso che ritrova quell’energia che ha sempre mosso l’avventura dei Mau Mau e che ridisegna con un pizzico di cinismo e un’occhiata di ammirazione i tratti di questa terra meravigliosa dilaniata dalle contraddizioni, pressata da un Mediterraneo sempre più piccolo eppure ancora piena di mille risorse.

Per ripartire in modo dignitoso ci vuole quel talento di cui i Mau Mau parlano con sottile occhio critico alla fine del disco. Loro, dimostrano di averne.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE MOJOMATICS – A Sweet Mama Gonna Hoodoo Me (Alien Snatch!)  

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Anima blues ma attitudine garage. Matteo Bordin e Davide Zolli esordiscono con un disco che fa terra bruciata e che farà scuola. A Sweet Mama Gonna Hoodoo Me è uno di quei dischi cui piace sguazzare nella porcilaia, tra i propri escrementi, dopo aver ingurgitato avanzi di rock ‘n’ roll di ogni sorta.

Hillbilly, country, blues, garage, folk, ragtime. Tutto apparentemente sgangherato ma nei fatti minuziosamente calcolato come le moine di una meretrice.

Per farci cadere nella loro trappola hoodoo.

E così quando si aprono le tagliole di canzoni come The Story That I Tell, My Mojo Starts Workin’ Now, It’s Such a Shame (che usa come esca The Shape of Things to Come di Max Frost and The Troopers, NdLYS), Please Think About Me, How Long Baby?, Bad Mojo Stomp non abbiamo neppure il tempo di imprecare che abbiamo già perso entrambi i piedi nella loro morsa di ferro arrugginito.

Difficile tirarsene fuori.

Non ci resta che, avendo perso gli arti inferiori, battere il tempo con quelli superiori.

Almeno fino a che non perderemo anche le unghie e le falangi per scavare a mani nude nella speranza di tirarci fuori dalla palude piena di insidie dei Mojomatics.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

GIORGIO GABER – I Borghesi (Carosello)  

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La produzione di album in studio di Giorgio Gaber è numericamente davvero risibile, a dimostrazione di come quella canzonettistica sia diventata, dopo gli anni Sessanta, un’attività del tutto marginale negli interessi e nei mezzi espressivi dell’artista lombardo. Il formato canzone si adatta in effetti malamente ad una forza comunicativa in cui pause, cambi di tono, mimica, silenzi, invettive, esplosioni di rabbia, urla, gestualità hanno un’importanza espressiva basilare. Quella di “recitar cantando” era diventata insomma per Gaber la formula vincente e anche a livello strettamente musicale, il suo amore per la fusion, per il funk, per la musica etnica e per i dischi percussivi non avrebbe mai veramente attecchito in maniera decisiva, cedendo il passo a musiche non proprio meravigliose e pesantemente retrò, alla stregua degli chansonnier francesi da lui sempre amati e celebrati, come in questo caso. In studio insomma Gaber sembra quasi sempre parecchio svogliato e pare non riservare al suo “repertorio” la stessa cura che dedica ai suoi monologhi.

Ma non è così, ovviamente. Perché per I Borghesi Gaber utilizza un piccolo accorgimento stilistico bivalente: la scelta di “tagliare” dal testo le parole che per ovvia assonanza di rime dovrebbero “chiudere” il verso da un lato sembra disinnescare il potere evocativo di quelle stesse parole ma in realtà ne acuiscono il valore e, sottraendolo all’autore, lo donano totalmente all’ascoltatore. È un trucco che viene subito sfruttato nel famoso ritornello del pezzo che intitola l’album (la “parola mancante” ma la cui presenza è tuttavia vibrante, è “coglioni”) così come nella successiva Ora che non sono più innamorato, dove la parola amore si inabissa assieme alla passione dei due protagonisti ma ancora più avanti, su Evasione, Gaber si prende la libertà di definire un amore paragonandolo a qualcosa che non si prende la briga di definire lasciando questa facoltà all’ascoltatore. Che è anche un atto democratico. Forse il supremo atto democratico di un autore di testi. Che strappa applausi a scena aperta anche da quella fetta di pubblico del quale si diverte ad evidenziare tic e magagne, malcostume e ipocrisie. Senza deriderla. Limitandosi a descriverla nelle sue peculiarità, come in quel gioiello che è Che bella gente o, un po’ più in là, su L’uomo sferaubbidiente riflessivo indifeso inoffensivo debole meschino vigliacco inchinato prostrato sudato consenziente affaticato”, l’uomo “inserito” e prostrato davanti al Dio Sistema, imborghesito e imbavagliato, ormai buono per scalciare sotto le coperte di casa per ventinove giorni al mese, abbandonandosi ogni 27 alle gioie della paga e del sesso domestico. Rigorosamente in posizione da cattolico osservante.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

GIOVANNI LINDO FERRETTI – Co.Dex (Black Out)  

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Giovanni Ferretti si taglia le mani con la musica elettronica.

E sanguina.

Copioso sanguina.

Impreca e sanguina.

Co.Dex è il Ferretti costretto da Eraldo Bernocchi a recitare se stesso mentre le sue macchine gli stringono la gola, come era già successo al Raiz degli Almamegretta con Corpus, il Ferretti che declama mezze certezze sulla vita, a metà strada fra un comizio di piazza, l’altoparlante di un supermercato, la voce guida di una radio di partito.  

Il Ferretti esiliato dai compagni, orfano di progetti condivisi, rannicchiato come un monarca deposto dal trono e intento a raccontare di quel che i suoi occhi hanno visto o hanno bramato di vedere, mentre Bernocchi lancia uno, due, dieci, cento (Warum) o una pioggia (Codice) di coltelli attorno alla sua sagoma, costringendolo al riparo.

Della rurale bellezza dei C.S.I. non rimane nulla, ed è giusto che sia così. Semmai pare a volte un ritorno alle asprezze acerbe e artigianali dei primi CCCP, nonostante totalmente diverso sia il sillabario esposto e il meccano usato per alloggiarlo.

Co.Dex è un disco che riesce a dare fastidio, come un aculeo sulle nostre natiche agiate.

Come di qualcuno che avrebbe potuto adagiarsi sugli allori e invece ha scelto le ortiche.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SALMO – Playlist (Sony Music)  

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Meno arrabbiato e più consapevole delle sue capacità (artistiche ma anche carismatiche e di marketing), il buon Salmo mette in piedi il disco destinato a conquistare anche il pubblico dei bimbiminkia, in virtù dei featuring azzeccati e dei suoni a la page che tendono la “trap”pola per attirarli nella sua tela di ragno, fino a sfociare nel footwork ossessivo di Ora che fai?. E il disegno della copertina mi pare abbastanza eloquente e anche azzeccato.  

Il suo spirito hardcore non è però avvizzito, pur riadeguando il suo stile.  

Sa di essere nel mirino e non ha intenzione di scansarsi. Che è un po’ il ruolo imposto a tutti i rapper, di qualunque epoca e a qualsiasi latitudine. Ma sa anche che, dopo aver tastato il terreno, è il momento per tirare l’affondo e battere cassa, al flow di “suono solo per i soldi, vivo solo per il grano, solo per il cash” ostentando quell’ingordigia per il denaro che fa arricciare il naso a tanti puristi rockettari che inviterei volentieri a chiedere ad un qualunque gruppetto alternative o cantautore indie ad abbassare il proprio cachet e a girarmi la loro risposta, se mai la ricevessero. Ecco dunque spuntare le prime crepe in quel muro eretto dal rapper cagliaritano, quelle da cui possono sbocciare (e sbocciano) canzoni dai toni morbidi come Il cielo nella stanza (con lo zampino del team 2nd Roof, da tempo dietro il rap da classifica dei vari Guè Pequeno, Rocco Hunt, Gemitaiz) o Lunedì che servono per circuire il mercato degli adolescenti, evidentemente il nuovo target cui Salmo mira adesso spudoratamente, giocando ad evocarne i demoni come con una tavola Ouija e allo stesso tempo farsene beffe quando questi si siano manifestati.

Il resto è la solita orgogliosa manifestazione di appartenenza ad una tribù che nel giro di qualche anno si è presa tutto quello cui ambiva e che è riuscita a scardinare il mercato e a far invecchiare di colpo di almeno venti anni i soliti nomi del circuito musicale. Muovendo numeri da paura. Perché ormai “tutti sanno il nome”. Che piaccia o meno.

È la tribù che si sente a suo agio dentro quel mondo immenso e superficiale dell’età di internet, quello in cui puoi fluttuare senza soluzione di continuità da un sito porno ad un social, da un video musicale a un gioco virale, da una fake news ad una dichiarazione politica, da una chat ad un trailer di Netflix assegnando ad ogni clic del puntatore lo stesso valore, quasi sempre prossimo allo zero, appiattendo le coscienze e riducendo tutto ad una serie paritetica di hashtag, citazioni, richiami che sono mnemonici e sintattici, di costume o di tendenza ma mai realmente emozionali. Dove la curiosità è semplice gusto voyeuristico o al massimo presa di posizione fine a se stessa giustificata solo dal bisogno di esibizione. Così che quando Salmo cita Franco Micalizzi, il suo pubblico finisce per assorbirne il nome come semplice elemento metrico di assonanza sillabica ma senza sentire alcuna necessità di approfondirne la conoscenza. Di questo mondo onnivoro ma senza appetito e di questi tempi in cui tutti siamo connessi senza essere legati a nessuno Playlist legittima Salmo come uno dei rappresentanti più credibili, disinvolti e capaci, con pezzi come 90min, Perdonami, Stai zitto, Prega per me, Dispovery Channel destinati a fare da innesto per i candelotti di un disgusto che si risolve sempre più spesso in una misantropia e uno strisciante, tacito, subliminale mito del super-uomo che per nostra fortuna resta spesso difficile da decifrare anche a coloro che ne sono vittime.     

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro