ACHILLE LAURO – 1969 (Sony Music)  

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Achille Lauro è in fuga dalla trap.

E mentre Sferaebbasta si proclama rockstar senza spostarsi dall’asse che passa esattamente per il centro del suo egocentrismo, Achille Lauro gioca a fare la rockstar per davvero, andando a scomodare un anno-chiave come il 1969 e infilando in copertina alcune icone di cui la metà in realtà al 1969 non ci arrivò neppure. Gente morta alla cui porta Achille Lauro può bussare tranquillamente senza temere che la stessa gli venga sbattuta sul muso, come si fa con gli ospiti indesiderati.

In realtà Achille Lauro non rivendica nessuna appartenenza ad un mondo di cui conosce veramente poco e che non gli interessa esplorare e comprendere fino in fondo, limitandosi a sfruttarne i cliché e finendo per suonare, su Rolls Royce, Cadillac, 1969 e Delinquente (ovvero le tracce assimilabili all’apparato rock) come una sorta di innesto tra il Vasco Rossi dei primi anni Ottanta (quello celebrato, prima di scoprire Gandhi e Siddharta, anche da Jovanotti) e i Prozac+. Chitarre che tornano a colpire solo perché colgono di sorpresa una generazione che le disconosce, cresciuta a bip elettronici e suoni digitali, rivoluzionarie solo nella misura in cui si riappropriano di un codice musicale che per i giovani è quasi del tutto sconosciuto, sposandolo a dei testi che invece risulteranno scandalosi a chi le chitarre le conosce ma prova fastidio quando si parla in maniera sfacciata di droga, sesso e soldi. Puntando lo stesso dito che i loro genitori usarono per additare Vasco Rossi.

Personalmente non ci trovo nulla di scandaloso ne’ tantomeno di rivoluzionario. Ma trovo Achille un personaggio da cabaret, divertente, colorato, sopra le righe, quasi un Alighiero Noschese del rock ‘n’ roll, con delle idee che non sono originali ne’ grandiose, ma che però funzionano soprattutto nella breve distanza. E lui, essendone cosciente, non va oltre la mezz’ora di durata (molti suoi detrattori che lo accusano di essere un impasticcato, a letto non potrebbero reggere quei tempi se non usando analogamente qualche pasticchetta, NdLYS). Che è un po’ come mezz’ora in un privé: attracchi qualcuno da cui non sai cosa aspettarti, gustandoti l’effimero piacere dell’ignoto e dopo ti rendi conto che il meglio lo hai lasciato a casa. A letto o sullo stereo. Ma comunque a casa.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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UZEDA – Quocumque jeceris stabit (Temporary Residence Ltd.)  

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Alla mia richiesta di una copia promozionale avanzata all’etichetta che si occuperà di stampare in Italia il nuovo disco degli Uzeda mi è stato risposto picche. Anzi, neppure quello. Nessuna riposta. A dimostrazione che in Italia la macchina della musica si inceppa già a livello comunicativo, chiusa su se stessa come un riccio, millantatrice di chissà quali libertà di espressione ma in realtà piccola e borghese.

E questo vale a tutti i livelli: etichette, agenzie di booking, distributori, riviste, musicisti.

Lo dico solo perché vi rendiate conto che quando qualcuno in questo microcosmo piange miseria, in realtà è spesso un miserabile.

È dunque grazie alla Temporary Residence se ho avuto il privilegio di poter ascoltare in anteprima il nuovo disco degli Uzeda, “stella” tricolore del noise che invece associamo istintivamente all’America “albina”.  

Se vi state chiedendo, leggendo il mio prologo, se questo abbia pregiudicato il mio ascolto e pregiudicherà dunque il mio giudizio, la risposta è NO: Quocumque jeceris stabit è un ritorno a livelli altissimi per la band dei coniugi Tilotta.

Basso e batteria sono cigoli robustissimi come non mai.

Ascoltate The Preacher’s Tale o Blind e capirete cosa intendo.

Protetti da questo perimetro di acciaio, Agostino e Giovanna possono permettersi di fare qualunque cosa.

E la fanno.

Basta già l’ascolto dell’inaugurale Soap per capire che non avranno timore di scendere nell’arena senza indossare alcuna corazza, armati solo di un maglio di ferro e di una voce che è il grido di un dolore che non conosce remissione, un dolore che lacera la carne ma non riesce a penetrare dentro, respinto da un corpo che resiste nonostante tutto.

È l’urlo che si sente, ora convulso, ora lacerante, ora sommesso come un’esplosione soffocata in Red, The Preacher’s Tale o Mistakes.

È l’urlo degli Uzeda. L’urlo di mille uomini e mille donne siciliane che hanno attraversato la storia, vessati ma pazienti.

Un urlo gagliardo e fiero, laddove fiero diventa declinazione maschile di fiera.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

CASINO ROYALE – Dieci piccoli indiani

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Non furono i primi. Il primato dello ska, in Italia, spetta agli Statuto di Torino.

Ma furono i migliori, anche dopo che le ombre lunghe degli Specials avrebbero disertato le loro anime e lasciato il posto ad altri spettri che ne avrebbero decretato lo status di band poliedrica e dalla caratura internazionale. Nella seconda metà degli anni Ottanta i Casino Royale sono una gang di dieci rude boys che raccoglie cocci da esperienze molteplici, implose in pochissimo tempo. C’è chi viene dal punk, chi dal garage-rock, chi dall’hardcore, chi dalla new-wave. Ci sono schegge di Shockin’ TV, Pression X, Rappresaglia.

Una miscela che trova nella musica in levare giamaicana il proprio punto di fusione.

E in quegli anni in cui molte scene musicali metropolitane stanno implodendo l’energia dello ska prende piede con rinnovato vigore. In fondo ci si accorge che, a parte i nomi grossi che ci suonano familiari, c’è tutto un mondo da scoprire e una giungla di piccole leggende giamaicane intricata come dei dreadlocks. Dal vivo i Casino Royale accendono le sale. Fiati e ritmi skankin’, aria di festa, atteggiamenti da rude boys gentili, occhialini neri e due MC che si spartiscono il ruolo di leader, finchè scopriranno che l’ego di uno mal sopporta quello altrettanto invasivo dell’altro.

Rimestano nel vecchio, i Casino Royale degli esordi. Ma suonano come una cosa nuova. L’approdo alla lingua italiana è ancora lontana, così come la voglia di meticciato e di musica globale che inghiottirà la band già con Jungle Jubilee e in via definitiva da Dainamaita in poi. Proprio per questo Soul of Ska fa un po’ storia a sé nella discografia della band milanese. Ci sono dentro un paio di cover dei giamaicani Blues Busters (I Won‘t Let You Go e Soon You‘ll Be Gone) e una deliziosa versione in levare di Under the Boardwalk dei Drifters. Il resto è farina del sacco di Aliosha Bisceglia, Giuliano Palma, Michelino Pauli e Ferdi ed è il grano migliore della raccolta, dalla divertente Stand Up, Terry! che fa il verso allo ska idiota dei Bad Manners alla memorabile Casino Royale che diventa il pezzo “inevitabile”, quello che chiude la scaletta dei concerti, quello che tutti cantano saltando come dei matti, quello che addirittura finisce come traccia nello spot dello shampoo antiforfora più famoso d’Italia (non so quante bottigliette ne abbiano potute vendere tra gli skinhead che affollano i loro concerti dell’epoca, NdLYS), dal trascinante non-sense di Mr. Spock & Mr. Space al morbido blue beat di Housebreaker al boogaloo anni sessanta di Bad Times alle arie western della strumentale Ten Golden Guns. I Casino Royale non fanno ancora tendenza e ti costringono ad agganciare le bretelle per aver salvi i pantaloni durante i loro concerti.

I loro gig all’epoca sono ancora il ritrovo per skin e punkabbestia che si ritrovano in quelle piccole storie ordinarie di sveglie che suonano sempre troppo presto e di giovani che sbarcano il lunario facendo i topi d’appartamento nei quartieri bene della città e sono disertati dai modaioli. Troppo difficile immaginarsi quello che i Casino diventeranno negli anni Novanta. Troppo difficile dimenticare quanto ci fecero sudare.

 

Fatte le dovute proporzioni (ehhh..noi maschietti…) i Casino Royale furono per la musica ska, in Italia, quello che erano stati i Clash per il punk inglese.

Un autentico laboratorio in grado di rivoluzionare la formula base facendola precipitare in decine di reagenti diversi.

Ecco dunque che per Jungle Jubilee lo ska prepotente del disco di debutto smette di diventare il centro del mondo e diventa una delle tante periferie possibili.

In questa intuizione, che è stata appresa sicuramente alla scuola dei Clash ma anche di band contemporanee come Mano Negra e Negresses Vertes, si gioca la scommessa di un album che sdogana l’uso del dialetto (la cover di Caravan Petrol), le coloriture etniche (l’uso di strumenti da strada come lo scacciapensieri, il mandolino e la fisarmonica), la contaminazione come elemento indispensabile di tutela (e non “svendita”) della propria identità, creando piccole meraviglie come la saudade caraibica di Love Is the Law, il soul primaverile di Available Swing (vicinissimo a quello che stanno facendo, sponsorizzati da Sanremo e dalla EMI, i Ladri di Biciclette, anche se fa scandalo dirlo, NdLYS) o spostando i tropici dentro le foreste dei Nebrodi su White Sun.

I Casino Royale lanciano un sasso che agita le chete acque della musica di settore, trovando una via di fuga verso gli anni Novanta.

 

Non deve essere stato semplice mettere su un disco come Dainamaita. Coordinare gli umori e i gusti di dieci persone inclini al muso facile, riordinare le idee e tentare di ripartire, rimettersi in gioco scommettendo sul proprio nome e cercando di tirarlo fuori dalla nicchia ska, stipulare un contratto con una grossa distribuzione come quella PolyGram senza deluderne le aspettative di vendita e preservare la propria identità pur puntando su un lavoro che è un azzardo stilistico che può bruciare tutta la fatica che ci sta dietro in un attimo.

Dainamaita è un po’ il lancio nel vuoto per i Casino Royale, artefici loro malgrado di quella gran babele di stili, dialetti, generi e tecniche che si imPOSSEsseranno dell’Italia negli anni Novanta.

Ma se Jungle Jubilee permetteva al gruppo milanese di rischiare pur muovendosi in un porto sicuro, Dainamaita rade al suolo ogni certezza. Col rischio che al prossimo concerto verranno a vederti solo per prenderti le generalità.

Dainamaita si apre con un piccolo frammento di trenta secondi. Uno swing suonato al pianoforte da Michele “De Maestro” Ranauro che richiama Caravan Petrol e il refrain di Casino Royale.

Una intro che è messa lì come rito propiziatorio. Ma che è anche un gesto domestico simbolico. Come quando entri a casa di qualcuno, togli il cappello e lo appendi all’ingresso. E quel posto diventa un po’ tuo, marcando il territorio.

Un disco coraggioso, il terzo Casino Royale. Che ascoltato oggi non è invecchiato benissimo, che adesso riesci a fare roba simile schiacciando per errore un’app del cazzo sul tuo telefonino e se sbagli magari mamma te ne compra un altro.

Ma allora, nel 1993, era tutto sudore e scazzi vari.

Era bestemmiare cento volte dietro una puntina che era saltata per uno scratch più nervoso dell’altro, anche se a farlo era un fuoriclasse come DJ Gruff.

Era dire delle cose. E dire cose che avessero un valore non solo a Niguarda, a Quarto Oggiaro o a Ticinese. E non solo “qui ed ora”. Ma in tutto il pianeta. E sempre.

Come quelle dette in Justice e Metallo giallo.

Era dirle col cuore di Giuliano Palma.

E dirlo con le budella di Alioscia.

E dirlo suonando. E suonarlo su un cavallo che non si è ancora ammaestrato. O che magari non si voleva ammaestrare. Magari dirle e cantarle con una gran confusione in testa. Grattandosi il mento e la fronte. Come i pionieri e come i barboni.

Casino Royale in missione speciale. Facendo della periferia il centro del nuovo mondo.

Passeggiando per Milano, camminando piano piano…quante cose puoi vedere, quante cose puoi sapere.

 

Nel 1995 i Casino Royale vengono a raccogliere quanto seminato con Dainamaita.

E lo fanno con un album strabiliante che rimette ordine nella confusione, in parte voluta e in parte obbligata, che dominava il disco precedente.

Per smerigliare il suono ispido di quello vengono chiamati Ben Young e Roberto Vernetti. Le chitarre scompaiono quasi del tutto, alleggerite e “sospese” su un sound pastoso, densissimo, moderno, edificato sulla sovrapposizione di suoni naturali e “disturbi” elettronici e allo stesso tempo capace di creare dei perfetti vuoti d’aria dove le voci di The King e BBDai sembrano precipitare, come dentro un imbuto soul.

Sempre più vicini mostra una band lucidissima, pienamente consapevole dei propri mezzi e in grado di veicolarli con il massimo dell’espressività, con l’orgoglio e la superbia che sono indispensabili per fare le cose in grande.

Un deciso scarto in avanti non solo rispetto alla produzione precedente del gruppo milanese ma dell’intera musica prodotta in Italia. Uno di quei goal che costringono gli avversari a riorganizzarsi, a cingersi a coorte, a improvvisare un cavallo di Troia pur di penetrare le altissime difese che gli si sono parate dinanzi, dopo aver macinato chilometri nella nebbia. I Clash, gli Specials, Alton Ellis si muovono come corpi evanescenti, evocati ora da un rullante bello teso, ora da un giro di basso, ora da una pennata di chitarra più decisa delle altre, intrappolati dentro una giungla plastica e metropolitana.

Bizzarri, gli specchi. Subdoli. Ogni tanto ti ci guardi e ti piaci. Ogni tanto, spesso, no.

I Casino Royale, per celebrare i primi dieci anni, decidono di guardarsi allo specchio. Sono in tanti: il King, BB-Dai, Pardo, Ferdi, Patrick, Manna, Rata e Gatto. E non tutti si piacciono.

Quella macchina onnivora in cui si è trasformata la band meneghina sta per incepparsi e spaccarsi in due. Non prima di aver regalato al mondo il disco che perfeziona ulteriormente quanto già espresso su Sempre più vicini. Arrivando alla meta cui quello annunciava di avvicinarsi. CRX è un album che suona come nessun altro in Italia, in quel 1997 e per molti degli anni che verranno, che riesce a dare una tridimensionalità anche al vuoto, come dimostra una cosa pazzesca come Ora solo io ora, costruita fondamentalmente sopra il nulla, dentro le intercapedini di un beat e di qualche sparuto rumore, con le voci di Alioscia e Giuliano Palma totalmente sovrane. Molto di quello che sta qui dentro è in qualche modo una evoluzione del concetto ritmico che stava dentro un lavoro seminale come Rapadopa di DJ Gruff che infatti qui dentro continua a mettere qualche sua bella unghiata. OltreLà dov’è la fineHomeboyIn picchiataCRXThe Future sono costruite fondamentalmente su un beat. Il resto è un ennesimo lavoro di rasatura eseguita col rasoio di Occam, come era stato per il disco precedente.

Casino Royale diventano l’equipaggio dell’enterprise in orbita lungo una traiettoria spersa e solitaria. Poi i portelli si aprono, qualcuno si lancia nello spazio dentro una capsula che gli permetta di rientrare alla base. I più audaci però, perseverano nel loro viaggio fra le stelle.

 

Le due X in copertina ci ricordano che sono passati venti anni di Casino Royale. Approssimati leggermente per eccesso ma descritti con precisione algebrica nell’intro di Royale Sound: 7000 giorni. Ovvero, con una semplice divisione: diciannove anni virgola diciotto.

Diciannove anni e tre mesi scarsi durante i quali i Casino Royale si sono trasformati più e più volte rimanendo fedeli a nient’altro se non a loro stessi.

Dopo i dischi alchemici degli anni Novanta e l’abbuffata drum ‘n bass dello spin-off realizzato sotto la sigla RYLZ, Reale torna alla musica interamente suonata e delega ad Howie B il compito di rielaborare tutto in chiave elettronica per lo speculare Not in the Face, pubblicato sull’etichetta personale della formazione milanese un paio di anni dopo.

Reale è il disco della riscossa di Alioscia, rimasto unico capitano dopo l’ammutinamento di parte dell’equipaggio. Una orgogliosa, incrollabile fede nella scommessa Casino Royale ostentata nella Royale Sound citata in apertura e dentro la quale BB-Dai non si esime dal togliersi qualche sassolino dalla scarpa, con classe da poeta urbano e schiettezza da teppista hardcore. Un lavoro che non ha forse la statura “popolare” di Sempre più vicini e CRX, dischi davvero in grado di parlare A TUTTI, animato da una consapevolezza nuova, più adulta, orgogliosa di usare un lessico (musicale e verbale) che può essere compreso da pochi pur avendo una capacità di confrontarsi con le migliori produzioni di settore europee, sfaccettato e labirintico, in grado di reggere ed affrontare le turbolenze che sono vuoti d’ossigeno di chi ancora riesce a volare, nonostante tutto.

 

Choo-chooooo.

Sfatando ancora una volta il mito dei treni che passano una volta sola, quello diretto a Babylon ripassa dalla stazione di Milano ancora una volta nel 2008, stavolta con gli stantuffi che marciano a tempo rocksteady. La tratta però è quella di ritorno: Royale Rockers infatti è il disco che riporta i Casino Royale nella stazione da dove erano partiti venti anni prima. E stavolta è evidente anche ai sordi come sottotraccia le pulsioni del reggae, dello ska, del dub, della musica reggae non siano mai scomparse ma solo scomposte, elaborate in mille sfumature differenti fino a renderle irriconoscibili, un po’ come era stato per i Massive Attack in Inghilterra. Ricordate lo specchio di CRX? Ecco, Royale Rockers elimina quel gioco di specchi costringendo la band a giocare senza trucchi, a carte scoperte, a riconoscersi nella memoria più che nella fisionomia alterata dagli anni, senza fingersi giovani, con le impronte digitali che identificano il marchio Casino Royale ma mostrano anche qualche callo, qualche bruciatura.

Le sovrastrutture sono ridotte al minimo e gli interventi elettronici non sono più quelli invasivi che avevano caratterizzato gli anni a cavallo del decennio ma si limitano a piccole iniezioni dub piazzate sul suono in bianco-nero degli Specials.

Il Pianeta Royale fa dunque un giro completo sul suo asse, tornando alle origini. Ma la spensieratezza di Soul of Ska, che era la spensieratezza dei vent’anni, quella non c’è. Ed è evaporato quell’immaginario carico di richiami allo spionaggio e al cinema degli anni Settanta di perle come Unemployed Investigator, Ten Golden Guns, Bonnie & Clyde, Casino Royale, Mr. Spock & Mr. Space.

E manca il sorriso.

Rimane inalterata la classe, l’aria da rude-boys, lo stile.

Ma se cercate un disco per far festa, non è questo qui.

 

Che i Casino Royale siano stati vittima loro malgrado di un’opera di rimozione inspiegabile credo non sia convinzione di unica mia pertinenza. Un golpe silenzioso li ha voluti far abdicare da un trono che gli spetta(va) di diritto, per essersi assunti dei rischi che in pochi avrebbero pensato mai di prendersi.

Ecco perché il titolo del nuovo album si presta per me a diversi livelli di lettura e di interpretazione. Ma sono perversioni personali che prescindono dal contenuto musicale di Io e la mia ombra che è, ancora una volta, un disco lucidissimo, che si porta addosso tutte le luci della metropoli e le ombre dei suoi abitanti, che fa i conti col tempo, col fiato sempre più corto degli anni che passano.

L’elettronica riappare prepotente e dopo il bagno inaspettato nell’ḥammām giamaicano di Royale Rockers, si riattualizza reinterpretando a suo modo un certo spirito electro/new-wave tornato di tendenza che in alcuni casi può risultare spiazzante (Il rumore della luce, Ora chi ha paura, Io vs te) e disattendendo un po’ il mood notturno della introduttiva Solitudine di massa: Io e la mia ombra, non sembri un paradosso, è un disco invece molto luminoso, quasi polarizzato in ottica radiofonica (pezzi come Ogni uomo una radio, Io e la mia ombra, Io vs te, Cade al posto giusto potrebbero ambire, se vivessimo nel “Pianeta Royale” a spaccare in due le onde radio, NdLYS), nel senso “subsonico” del termine.

Io e la mia ombra è un nuovo disco-scommessa.

Relegati nella periferia dell’Impero che hanno loro stessi ispirato, i Casino Royale guardano il mondo dai grattacieli di Milano.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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IL TEATRO DEGLI ORRORI – Dell’impero delle tenebre (La Tempesta Dischi)  

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Maestro? Maestro! Si accomodi, la prego! Possiamo incominciare?

Cinque-secondi-cinque di convenevoli. Ma è un invito ingannevole. Un invito da drughi.

Poi Pierpaolo Capovilla si infila due dita in gola e vomita un’invocazione che ha il sapore di una bestemmia: Mia Vergine Santissima, Immacolata Concezione! Non si era mai sentito niente del genere!

E ha ragione da vendere: una roba così non si era mai sentita. Un disco di debutto destinato a lasciare il segno. Di più: i segni.

Dell’impero delle tenebre è l’album che impone alla nostra lingua di confrontarsi, di sottomettersi al noise affetto da sindrome di Proteo di Shellac e Jesus Lizard.   

Ed è un atteggiamento, quello della sfida, della provocazione, che pervade tutto il lavoro. Dio e il Diavolo sono trattati alla pari di uomini e donne, complici delle loro nefandezze. Rifugi abbattuti per peccatori che non hanno più dimora spirituale dove rifugiarsi. Ignudi fra gli ignudi.

E così i protagonisti dei racconti di Pierpaolo Capovilla corrono tutti nudi.

Sanguinanti e nudi.

Colpevoli e nudi.

Cacciati dal cielo e dall’inferno. Perseguitati dal peccato e dalla tentazione, come i dannati di Dante. Così abituati a frequentare il raccapriccio e l’abominevole da non provarne più disgusto. 

C’è qualcosa di spietato, di assolutamente feroce dentro la musica de Il Teatro degli Orrori. Qualcosa che tocca le nostre viscere e che a volte le perfora. Qualcosa che ha a che fare con quel senso di rimorso che non riusciamo a provare e che tinge di porpora le nostre perversioni taciute. Qualcosa che bussa alle spalle della nostra mostruosità celata, che la riconosce ed è a sua volta riconosciuta.

Pure nelle tenebre in cui la costringiamo a vivere, per poter sfoggiare ogni giorno un sorriso che ne nasconda il ringhio che tutti abbiamo paura di sentire.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

MUDDY WORRIES – Third Degree (Araghost)  

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L’esordio, su piccolo formato, è di tre anni fa per l’etichetta di Pierpaolo De Iulis.

Ora arriva l’album intero a ricordarci che nella bassa padana, quando la siccità asciuga le risaie, le pianure del Po diventano paludi di fango dove puoi infilare i piedi e tirarli fuori coperte di melma come se ti trovassi sulle rive del Mississippi.

E quando la luce del plenilunio inonda d’argento i campi, da quelle acque sembrano affiorare turpi figure di mostri dai corpi deturpati e ripugnanti.

È allora che i Muddy Worries attaccano il loro furioso baccanale blues figlio diretto di quello del roots punk gotico dei Flesh Eaters (soprattutto nell’uso del basso) e dello stopposo swamp di Scientists e Chrome Cranks che in Italia ha già avuto eccellenti pionieri nei Carnival of Fools di Mauro Ermanno Giovanardi e nei Tupelo di Stiv Livraghi.

Third Degree è un disco che soddisferà i palati stuzzicati da quei nomi ma anche chi rimase folgorato dall’elettricità acida che bruciò la Los Angeles degli anni Ottanta e la Chicago degli 11th Dream Day. Perché attorno ai totem blues tirati su per tenere lontani i demoni della palude c’è tutto uno sferragliare di chitarre che non vogliono essere domate dalle dodici misure del blues e come bufali imbizzarriti si divertono a buttare giù recinti e staccionate.

Per evitare di venire travolti, vi conviene girare alla larga dall’Emilia quest’estate.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

ONE HORSE BAND – Keep on Dancing (Loser)  

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Come dite?

Babelogue?

Babylon???

Ah!!! Bob Log!?!!

E ditelo forte, no? Che quando suona One Horse non si sente un cazzo.

Si, si, vero! Braviiii!!!

Ma sapete che avete ragione? Ci va giù duro e ci va molto vicino, l’uomo con la testa di cavallo.

Tra l’altro mi pare abbia pure aperto per i suoi concerti.

Cos’altro dite???

Portobello???? Eh???

Ah! Mi ascolto quello!?!

Fate un po’ come cazzo vi pare.

Io ascolto entrambi, finché l’erezione regge. E qui, in più canto, perché alcune cose come It Feels So Good e I Won’t Pay che fanno a pezzi i Monkees e li buttano tra le acque fangose del Rio Grande le trovo irresistibili.

Come dite???

Sgomento blu????

Ah…contento tu…!?!

Io si, e voi? Ancora appresso ai cantautori indie che si lagnano per la fila al fast-food e per le spunte ai messaggi whatsapp?

Visto? C’è un inferno per ognuno di noi.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

JOVANOTTI – Jova Beach Party (Universal)  

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L’estate del 2019 sarà l’estate di Jovanotti che darà l’avvio alla stagione ricevendo simbolicamente la staffetta calda dalle mani di Vasco Rossi e del suo Non Stop Live tour con tanto di date straripanti nel suo giardino privato di San Siro e di navi crociera personalizzate. Che piaccia o meno, sono questi i nomi che riescono a radunare gli italiani come un popolo che sciama ancora sotto la stessa bandiera. Due comunità spesso sovrapponibili. Due fazioni mai del tutto antagoniste. Accomunate dalla voglia di fare festa sempre e comunque e dalla stupida convinzione di essere “giovani dentro”, peraltro esaltata dai loro cerimonieri.

Come antipasto per l’inedito tour che trasformerà le nostre spiagge in un carnevale brasiliano Jovanotti pubblica una nuova serie di tormentoni da aggiungere ad una scaletta i cui pioli sono ormai patrimonio collettivo, inni all’ottimismo spensierato e consapevole, preghiere pagane a Gaia che evocano gli elementi della natura e la comunione dell’uomo con la terra. Otto canzoni che abusano dei cliché estivi di ordinanza (world-music, funky, musica brasiliana e caraibica, disco-music, trap, reggae) e degli altri luoghi comuni della poetica “cherubina” dell’autore, tentativi alchemici di connettere i caratteri sacri del tribalismo con le futili orge social del popolo del sabato sera e lodi d’amore per donne che sono belle e senza peccato solo nella sua fantasia.

Canzoni e parole da cui non potrete salvarvi, qualunque sia lo chalet e il lido che sceglierete di frequentare quest’estate e che avremo a nausea ben prima che parta il tour ma che mostrano ancora un’effervescenza e una voglia di curiosare che in pochi, ai livelli di popolarità di Jovanotti, possono vantare. Brillantina che incollerà la vostra pancia a quella di migliaia di altre pance, mentre proverete a fare il selfie perfetto per dimostrare che siete dalla parte del popolo. Quello di Jovanotti.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

PGR – D’anime e d’animali (Mercury) 

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Il secondo album dei PGR si riappropria della fisicità e della struttura molecolare dei CSI di Ko de Mondo.

Chitarra/basso/batteria.

BigFamilyMulo house anche se di quella casa ben poca cosa rimane.

Il ricongiungimento più clamoroso è tuttavia quello di Ferretti col suo passato contadino e montanaro che non è solo un afflato nostalgico e moralista come quello del Celentano degli anni Settanta ma che diventa ruota dentata che mette in moto un intero meccanismo di riappropriazione fisica degli spazi e del tempo.

Torna la celebrazione della preziosa virtù del ricordo, già custodita e accarezzata in forme diverse nelle precedenti formazioni ferrettiane e riaffiora la fame d’amore di quell’amore che sazia che venne cantato in Annarella e che adesso viene onorato in S’ostina.

Tornano, seppur a brandelli, i CSI.

Giovanni, Giorgio e Gianni resistono.

Anche davanti al fuoco amico.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BRUTOPOP – La teoria del frigo vuoto (Flop)  

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Magari i Brutopop ce li avete già in casa e non lo sapete visto che, al di là di un disco di debutto passato inosservato, è già da cinque anni buoni che lavorano con gli Assalti Frontali, suonando praticamente su ogni traccia di Terra di nessuno e Conflitto. Ora esce però questo nuovo disco interamente in proprio e stampato sulla loro etichetta e che è una delle uscite più in sintonia col post-rock che agita il mercato musicale d’oltreoceano, però con tanto tintinnio di calici da aperitivo come nella migliore tradizione lounge. Un po’ come se qualcuno stesse bevendo un Martini mentre ascolta i Rex.

Il risultato è un disco piacevolissimo. Un po’ una versione muta dei Massimo Volume ma ugualmente filmica nella sua narrazione squisitamente strumentale.

Rispetto al suono grezzo di Bienvenidos quello de La teoria del frigo vuoto mostra una raffinatezza sorprendente, una voluttà quasi erotica unita ad un ottimo senso della misura che lo salva dalle complicazioni intellettuali di tante band così come dal vuoto concettuale di altre.

Forse una copertina più attraente avrebbe potuto spingerli oltre i confini della nicchia di ascolto cui verranno rilegati. Però magari questo li preserverà dal diventare i nuovi Montefiori Cocktail e di riempire il loro frigo di roba superflua, come lo sono i nostri.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

ALMAMEGRETTA – Animamigrante (Anagrumba)  

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Il salto di qualità fra la demotape d’esordio e il primo album degli Almamegretta è un salto in avanti prodigioso. È la definizione di uno stile che marchierà a fuoco la musica italiana del decennio e che darà alla formazione napoletana un’identità così pregnante da venir inseguita e corteggiata come una musa dai Re Mida della musica elettronica bastarda. Per l’album di debutto il ruolo è coperto da Ben Young, che all’ombra del Vesuvio ha già messo mano sui dischi dei Bisca.

Animamigrante riesce a sviscerare la “napoletanità” insita nella musica degli Almamegretta abbandonando l’idioma inglese e francese (e sacrificando gran parte di quello italiano) in favore del dialetto partenopeo, accentua l’enfasi cromatica della battuta in levare mutuata dal reggae e rende la musica della formazione declamatoria e insieme suadente, quasi una musica di battaglia con cui rivendicare le proprie radici. Esattamente come lo era per la musica giamaicana. Il timbro adesso arrochito a dovere del Raiss è una fantastica eco muezzin dalla cadenza ragga che guida la ciurma con maestria sulle onde di pezzi come Suddd, Fattallà, ‘o bbuono e ‘o malamente, Sanghe e anema o si lascia annegare anche lui dentro le spume dub, lasciandosi cullare dai movimenti morbidi di basso e batteria. O si zittisce, rispettoso, quando passano le voci degli ambulanti del Vomero o dei devoti cantori della Madonna dell’Arco.  

Gli Almamegretta approntano dunque il loro vascello tra le acque del porto di Napoli e salpano, veleggiando lungo il Mediterraneo e poi al largo tra le spume dei mari caraibici.

Si professano migranti sin dal nome e mantengono fede a quanto promesso.

Su in alto, a Pontida, qualcuno issa le sue vele verdi e prova a legittimarsi il Mar Adriatico.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro