REBELS WITHOUT A CAUSE – Why Don’t You Die? (Electric Eye)  

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Una band dal potenziale enorme. Un disco capace di infiammare i cuori a chiunque abbia i ventricoli abituati a pompare il miglior rock ‘n roll americano, nonostante fosse Cervia e non certo Los Angeles o San Francisco la loro città di provenienza. Una formazione capace di cambiare registro e di adottare pelle e scheletro diversi da canzone a canzone con una naturalezza, una grinta e una padronanza da mettere soggezione. Dentro Why Don’t You Die, primo loro disco a lungo minutaggio, il rockabilly passa accanto, a volte sopra il classico suono della Motor City, i Creedence Clearwater Revival si vestono coi lustrini di una band glam rock e gli X invece con casacche hippie da mercato delle pulci. Canzoni dal gusto deciso come quello di un buon bourbon. Elettriche senza mai rinunciare ad una cifra melodica (adesso evidenziata dai controcanti femminili usati in qualche traccia) che ne garantisce un’immediatezza da pub. E che meraviglia infatti trovarseli lì, in quei lontani anni Ottanta, ad un palmo dal naso, a scolarsi bottiglie e consumare sigarette mentre snocciolavano in sequenza cose come Who You Looking at Mother Fucker, Cherry Lips, Destroy the Country, How Are the Kids, You’re Drive Me Insane o Johnny 18 e sembrava da un momento all’altro dovesse irrompere sul palco una Little Bastard guidata dal sosia di James Dean o di sentire fischiare le colt come dentro i saloon dei film di Sergio Leone. E invece uscivi e l’immenso nulla della  provincia italiana era lì ad attenderti per inghiottirti proprio nello stesso istante in cui i Rebels ricaricavano gli strumenti sul loro van, lasciandoti solo l’opportunità di replicare quel miracolo rimettendo sul piatto il loro disco.

Uno qualsiasi dei pochi che ci regalarono.

Magari, proprio questo.     

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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VINICIO CAPOSSELA – Ballate per uomini e bestie (La Cùpa) 

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Ballate per uomini e bestie è un disco sul Medioevo contemporaneo. Sui nuovi màrtiri e i nuovi patiboli, sulla nuova Inquisizione che è adesso tribunale pubblico dove ognuno gioca il ruolo di accusatore e di accusato, sulle nuove crociate, sui nuovi appestati e sui nuovi lazzaretti, sull’esigenza di mostrarsi che il nuovo regime sociale ci impone e sul bisogno di eremitaggio come scelta salvifica e purificatrice. Che è tuttavia un altro modo di puntare il dito, seppur da un punto di vista che si vorrebbe moralmente privilegiato. Da quel nido geograficamente situato in Irpinia il binocolo di Capossela usato anni fa per scrutare gli abissi mostruosi dell’oceano si trasforma in falange per indicare abissi altrettanto mostruosi.

Capossela nel nuovo disco si arrovella tra i versi, quelli gutturali e primigeni delle bestie e quelli umani del racconto tramandato, della storia parlata, dello scioglilingua, del dolore che prende forma di parola per appollaiarsi sul pentagramma sotto le sembianze di un corvo. Inoltrandosi in un bosco di caricature senza mai perdere la strada maestra che resta profondamente caposseliana.  

Un musical per i tempi bui, insomma. Anche in forma di giga o di cantico da trovatori, tanto per non lasciare dubbio sulle intenzioni. Ma anche in mille altre forme diverse, tanto che sull’undicesimo disco del cantautore irpino non c’è un brano che sia riconducibile ad un altro, cosa che invece gravava pesantemente sulla raccolta di “ballate” precedente. Ogni pezzo ha una sua maschera, un suo abito stravagante o una sua nudità. Bellissimo ad esempio Uro, vestito da Teho Teardo con cotta di maglia e pellame di mammuth o l’osceno e travolgente Testamento del porco. Bella la banda di paese che sfila su I musicanti di Brema e anche la nuda semplicità de Il povero Cristo, folk song vestita solo di una sindone consunta. Poi, certo, parte anche qualche sbadiglio. Che è roba concessa anche in epoca medievale e mentre leggi Il Decamerone.

E magari capita che ti pare brutto, visto che ormai Capossela anche se vestito di cenci è stato ammesso nei salotti televisivi e su quelle riviste dai fogli patinati che non sono buoni manco per pulirtici il culo, e allora soffochi lo sbadiglio. E allora le lacrime che trasmutano in liquido quello che non hai voluto emettere in aria finiscono per deformare Perfetta letizia in un’onirica versione dell’ahrarara dei Fichi d’India. E ti vergogni ancora di più.  

Fanco “Lys” Dimauro

                                                                        

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AFRICA UNITE E ARCHITORTI – In tempo reale (autoproduzione) 

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Quello tra Africa Unite e Architorti è un corteggiamento iniziato ormai anni fa, ormai definitivamente sbocciato in amore. In tempo reale è, in quest’ottica, la famosa mezza mela che riesce finalmente a trovare la sua metà perfetta. Ed è un frutto che risulterà indigesto a molti. Chi cercasse infatti qui dentro il reggae per cui sono famosi i primi non ne troverà neppure un po’. Neppure una linea di basso o un solo colpo di rullante.

È semmai l’altra anima nera del gruppo, quella nera per inquietudine e non per vocazione razziale di Mada a manifestarsi per prima tra i glitch di Hopptiquaxx! recuperando in parte le rime di Soffici sapori e a far capolino con qualche suo misuratissimo trucco dub lungo una scaletta dove i protagonisti assoluti sono gli archi dell’ensemble di strumentisti di Pinerolo, chiamati a fare da tappeto al cantato di Bunna e a sottolineare come sia proprio vero che quest’anno l’Estate abbia deciso di arrivare in ritardo o non arrivare affatto. Perché nonostante la data di uscita sia prossima al solstizio In tempo reale non annuncia canicola e ascoltarlo è un po’ come attraversare quelle gocce di pioggia sospese nell’aria dopo un temporale, quelle stesse che magari poi si aprono in un bell’arcobaleno che annunciano bel tempo senza essere obbligato a mantenere quanto promesso, quelle stesse che invece a volte si alleano per calare come umido mantello a forma di caligine. Un disco che è un segno di questi tristi tempi senza memoria dove “il cancro si espande” e l’Impero del Nord ha eretto mura a strapiombo su un mare su cui anche il sole ha deciso di non affacciarsi più.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE MIDNIGHT KINGS – Midnight Fever (Wild Honey/Folc) 

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Quando quattro anni fa Luca Mattioli pubblicò il suo Mixcloud Wildmen, Witches, Cavemen and Other Weird Creatures pagando tributo alle canzoni che lo avevano folgorato sulla via del rock ‘n’ roll ai tempi degli Stolen Cars, Primitive dei Groupies era già stata scelta a rappresentare un amore per la musica di serie B che da sempre hanno attratto il conosciuto cantante degli S.T.P. come carta moschicida. Quella stessa Primitive fa adesso parte della scaletta del nuovo disco dei suoi Midnight Kings anche se, spogliata del pellame con cui siamo abituati a pensarla e vestita come se finalmente fosse stata ammessa al ballo di fine anno del college, stentiamo a riconoscerla. Il “trattamento” riservatole è in sintonia con lo stile della nuova band del Metius, che è tutta la musica pre-punk dopo il punk, se capite il concetto. Sonics, Champs e Pharaohs, surf music e cha-cha-cha, Little Richard e Eddie Cochran, il rhythm ‘n’ blues dell’era delle scimmie e il rockabilly del pleistocene si rimestano per una sbornia da emicrania post-party. Tutto suonato con stile in una hall per nulla disadorna, dove il barrito onnipresente di un sassofono occupa ogni molecola d’ossigeno lasciata libera dal picchiettio del pianoforte e dal serrato rifferama delle chitarre.

Le donne fanno la ruota con le loro gonne plissettate.

Gli uomini si strozzano con le cravatte.

Il complesso sul palco lucida gli strumenti con i panni, terge il sudore con i fazzoletti. E riattacca.

Nel parcheggio qualcuno ha abbassato cappotta e sedili.

Tra un mese chiudono le scuole.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE TRIP TAKERS – Don’t Back Out Now (Area Pirata) 

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Ecco nuovamente i Trip Takers infilare il loro filtro di Earl Grey nella teiera della musica degli anni Sessanta.

Che la formazione messinese rappresenti attualmente l’eccellenza della scena neo-sixties italiana credo di essere stato, se non il primo, fra i primi a sostenerlo, Don’t Back Out Now, l’atteso full-length, era dunque per il sottoscritto disco dalle grandi aspettative.

Azzeccata in questo senso la data di uscita, coincidente col primo scorcio di una primavera che fa capolino proprio tra le infiorescenze di questo lavoro in cui la band appare sovraesposta in maniera consapevole ad un abbacinante groviglio di colori germogliati dall’innesto tra folk-rock e freakbeat e assimilabile a certi arbusti degli orti botanici di vivai come 13 O’Clock o State Records.

L’impasto sonoro è stavolta ricchissimo, sofisticato, complesso e si discosta parzialmente dalle autunnali fronde byrdsiane del primo lavoro spostando l’asse del gruppo verso una rotta psichedelica definitivamente più marcata. I suoni allestiti dalla band messinese hanno stavolta un’andatura volutamente ovalizzata e leggermente fuori fase, creando una sorta di straniante effetto sonoro optical di grande suggestione. Don’t Back Out Now ci dà la percezione, anche un po’ amara, che i Trip Takers abbiano lasciato l’artigianato folk-punk per diventare pregiatissimi maestri di alta sartoria psichedelica.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BATTIATO – Patriots (EMI) 

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Avvicinarsi al genere umano pur disprezzandolo, sacrificare la vita ascetica per farsi carne pop. Dopo le scelte estreme degli anni Settanta, per il nuovo decennio Battiato cambia, addirittura inverte, la sua strategia artistica.

Per questa sorta di incarnazione Battiato sceglie un luogo imprecisato che si trova al crocevia fra l’Asia minore e la Mitteleuropa. L’Anatolia, probabilmente. O una zona della penisola ellenica. Un balcone affacciato sul Mediterraneo coloniale che conserva e preserva però l’austerità asburgica. Una tribuna austera e appartata da cui Battiato si affaccia come un gran visir per giudicare l’uomo comune e lanciare invettive su politici e cantanti, profetizzando l’era del cinghiale bianco. Su quei luoghi torneranno, sulle tracce del profeta e alla ricerca di analoga ispirazione, molti adepti di quella che sarà la “nuova onda” italiana.

Patriots è il disco chiamato a rivendicare questo suo ruolo, dopo l’annunciazione del lavoro precedente. L’album destinato a setacciare la penisola alla ricerca di fedeli, credenti, devoti, apostoli. Parlando in parabole e citazioni (Proust, Leopardi, Carducci, i Nomadi, Calasso, i Beach Boys, ‘o sole mio e cento altre) in una bilancia di equilibrismo fra l’estremamente colto e l’estremamente popolare, affinché i prescelti capiscano di essere tali essendo riusciti a riconoscere qualche pesce dall’enorme messe ittica tirata su dalla rete del profeta. Patriots è dunque disco intellettuale e volgare assieme, atto di riappacificazione forzata con le masse, snodo cruciale del Battiato che sceglie il compromesso schifandosene nel momento stesso in cui abiura dalla sua naturale propensione all’emancipazione dalla follia terrena, specchio con cui il musicista si mette faccia a faccia con quel mondo da cui si è escluso e da cui spesso si è visto escludere, cercando di individuare quale sia la sagoma, la fisionomia del mostro.     

In questo senso Patriots è disco volutamente enigmatico e bivalente sin dalla bellissima, imperturbabile chiamata alle armi che lo inaugura. Up Patriots to Arms è canzone sibillina che insinua dubbi, punta il dito, avanza capi di imputazione e gioca sull’ambiguità: quando il musicista siciliano prende le distanze dalla “musica contemporanea” a quale si riferisce? A quella colta di Stockhausen di cui egli stesso è stato allievo e profeta o a quella pop del nuovo corso in cui anche lui si è tuffato? Difficile capirlo, anche perché in entrambi i casi Battiato ne ha percorso o ne sta percorrendo le strade, per quanto divergenti. Stessi dubbi insinua la frase “noi siamo delle lucciole”, altro termine ambivalente che potrebbe significare che “noi siamo l’avanguardia artistica, la luce da seguire” oppure molto più verosimilmente potrebbe voler dire, come aveva dichiarato il Pop Group solo pochi mesi prima, “noi siamo le prostitute” ovvero noi ci vendiamo. Un Battiato che si dichiara antimoderno e autarchico, che prende le distanze dai “fumi e raggi laser” tipiche delle scenografie di quegli anni proprio nel momento in cui approda nelle televisioni nazionalpopolari, immolandosi allo stesso scempio da cui si tira fuori. Proclamando altresì la caccia alle streghe a discapito di quei “direttori artistici” e “addetti alla cultura”, ruoli che più avanti negli anni si troverà a ricoprire, in aggiunta a quello di assessore nella giunta regionale di Crocetta.

Un’ambiguità che si riflette anche sul piano musicale, scegliendo la via modaiola e superficiale di un synth-pop ma dall’aria aristocratica. Come ad imbrattare di merda il monumento della musica colta ma dall’altezza di uno sparviero, non da quella del culo di un piccione.

L’intero album, l’intera “trilogia delle palme” di cui fa parte, offre una via ricercata alla volgarità degli anni Ottanta cui abbiamo appena offerto il primo tappo di spumante. Si fa custode del tempo e della memoria in una visione pop quasi warholiana e butta in pasto agli ascoltatori nomi, città, poesie, titoli di canzoni, lingue, slogan e citazioni. Lo fa anche Rino Gaetano, in quel periodo, ma Battiato lo fa senza sorrisi e con un distacco che se non è ancora ascetico è però già plasmato da un’austerità che incute soggezione e che allo stesso tempo viene di colpo spezzata, disarmata da improvvisi squarci aperti sulla patetica ovvietà dell’ordinario, ritratti impassibili e impietosi dell’”animale più stupido che c’è” che presto tornerà a menar vanto della sua miseria e del suo squallore ai piedi della Bandiera bianca, ovvero la resa dei patrioti sconfitti protagonisti di questo capolavoro di arte “contemporanea”.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

TONY BORLOTTI E I SUOI FLAUERS – Belinda contro i Mangiadischi (Area Pirata) 

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Venti e forse più anni di carriera, ma solo oggi i Flauers arrivano al terzo album. Una carriera e un culto che si alimentano dunque soprattutto “on the road”, alla luce del sole, tra palchi e concerti più che dentro le buie stanze al neon degli studi di registrazione. E in effetti il beat del complesso salernitano fa da sempre leva sul lato più spensierato e disteso del genere che nella metà degli anni Sessanta raccolse sotto un ombrello a forma di caschetto la generazione capellona. C’è sempre un lato fortemente ironico nella musica e nei testi di Tony Borlotti e dei suoi Flauers ma, anche se l’aspetto da Antonio Albanese-beat del leader potrebbe far pensare a un gruppo-parodia, c’è invece un amore sincero e per nulla caricaturale verso un’epoca in cui la protesta verso le costrizioni del mondo adulto aveva il sapore capriccioso di un’identità, quella giovanile, appena abbozzata ma che rivendicava già una voce che necessitava di venire ascoltata. Ancora coi fiori nei cannoni, poi via via sostituendo ai fiori l’erba, infine solo coi cannoni. Quelli veri.

Ecco, i Flauers ci parlano di quella prima epoca, analogamente a quanto facevano I Giganti prima della svolta sociale/socialista dei dischi dell’età matura. Una rivoluzione che nasceva e moriva in gesti semplici e ancora del tutto disorganizzati, come il rifiuto della cartolina militare o la pretesa di lasciarsi crescere i capelli. Storie che se le racconti adesso, i ragazzini ti guardano come se stessi scendendo da Giove e che invece i Flauers raccontano come se fossimo ancora ai tempi spassosi del Clan di Celentano e non di quelle pippe politichesi di Adrian. Perché anche in tv “non lo danno più il film dove c’eri tu” e in radio “non c’è più la vecchia hit parade, ora ci sono solo i dj che mettono i dischi e dopo dicono okay”.   

E forse anche noi, contandoci, siamo molti ma molti di meno.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

KINA – Cercando… (Spittle) 

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1986.

Anni in cui i dischi hanno ancora un loro peso.

I dischi dei Kina pesano più di quelli di qualcun altro.

E Cercando… pesa un po’ più degli altri dischi dei Kina.

Il terzo album della formazione di Aosta è un disco in cui la forbice tra punk/hardcore e metal si assottiglia di un bel po’ ad esempio. Un disco di chitarre serrate. Un disco che porta titoli come Stanotte…visioni di morte, Automi, Nel tunnel, Sabbie mobili, Cercando, dentro le quali si respira un senso di claustrofobia, di disequilibrio, di precarietà e la percezione malevola, pesante, oppressiva, di essere vittima di un agguato imminente. Una sensazione che diventa via via più forte e che dalle banali chiacchiere da bar che si innestano a tempo di valzer su un rock ‘n’ roll abbastanza ovvio ci trascina giù fino agli otto minuti bui e disperati di Stanotte…visioni di morte.

Urlano, urlano ancora gli alpini dell’hardcore nel 1986. Mentre molti dei ragazzi con cui hanno condiviso qualche palco e qualche tanica di gasolio hanno già finito di urlare. Urlano anche per loro.

Consapevoli che la guerra non è stata inventata per essere vinta ma per non finire mai.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE LINK QUARTET – Minimal Animal (Soundflat)  

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Il Link Quartet deve aver perso il mio indirizzo, infatti non mi manda più i suoi dischi. La Soundflat del resto ormai da anni si è piegata alla distribuzione di promo solo in formato digitale, finendo automaticamente nello spam della mia casella email.

Ecco spiegato perché questo Minimal Animal l’ho ascoltato con quasi due anni di ritardo, trovandolo per puro caso. Se il sette pollici che lo aveva preceduto di qualche mese mi aveva lasciato parzialmente scontento (forse per una mia colpevole mancanza di empatia con le voci femminili, salvo qualche eccezione), questo Minimal Animal mi ha conquistato dal primo ascolto. Il ritorno alle forme puramente strumentali giova alla scaletta ed è la formula efficace per mettere in risalto il virtuosismo incredibile dei musicisti del quartetto guidato da Paolo Apollo Negri. Senza mai eccedere negli sbrodolamenti ma curando ogni minimo dettaglio, scegliendo accuratamente ogni nota e ogni spazio sonoro il quartetto orgoglio dell’Hammond-beat nazionale non sbaglia un colpo: Coquette, Hippo-Tize Me, Owl Train, Crime Squid, Gnu York, Black Bug, Bear Walk, Disco-Tize Me, Voodoo Kangaroo sono bellissime già dai titoli, uniche parole concesse a noi ascoltatori (nel caso di Black Bug le uniche due che ci è permesso di ascoltare, NdLYS) che stringiamo tra le mani questo prezioso scrigno di musica che meriterebbe di riempire il vuoto che avvolge come un sudario le nostre strade.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE ROCK’N’ROLL KAMIKAZES – Campari & Toothpaste (Area Pirata) 

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Attenti alle vostre teste di cazzo che sui cieli passa di nuovo l’aereo dei kamikaze del rock ‘n’ roll. Come gli americani alla fine della guerra con le sigarette e le tavolette di cioccolata, la truppa guidata dal Capitano Andy MacFarlane distribuisce bottigliette di Campari e tubetti di dentifricio. Non prima di aver bombardato la zona con il suo carico di rockabilly, che stavolta è davvero micidiale.

Pezzi come Lord Lord (My Ass), Graveyard Blues, Early Night, Smack, Your Monkey, A Hole in Your Soul, Who Tweaked Your Motor, Ice Cold Beer si muovono dentro i canoni classici del rockabilly oppure si spostano come anfibi nelle zone paludose dello swamp blues e lasciano una lunga striscia di vittime al loro passaggio.

Sputi di rock ‘n’ roll al gusto di menta e di alcol su queste terre conquistate dall’autotune e dai laptop con i pro-tools.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro