TIEDBELLY AND MORTANGA – Satan Built a House (Goodfellas)  

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E così anche l’Ospedale Cannizzaro di Catania ha ora il suo blues. Probabilmente frutto dolceamaro di una degenza o di un parto avvenuto nel rinomato nosocomio siciliano.

A scriverlo e a farcirlo di risate sinistre sono TiedBelly e Mortanga, anime blues sputate fuori dallo zolfo dell’Etna, buskers nomadi armati di chitarra e tamburo che adesso scavano qualche solco su una lastra di vinile per documentare come il diavolo metta lo zampino ovunque, quando gliene si da occasione. E che è pronto a metter su casa dove cazzo gli pare.

Ecco dunque Satan Built a Home, il disco che offre ospitalità prima e condono edilizio poi alla nuova dimora di Satana da parte di TiedBelly e Mortanga.

Ma, al di là della fin troppo facile retorica sui luoghi comuni del blues che siamo capaci di tirar fuori quando si tratta di descrivere la musica del diavolo, Satan Built a House va lodato per sapersi appropriare di uno stile usando una calligrafia credibile ma non scolastica, sviscerando del blues non un’anima univoca ma le sue anime molteplici. Che anche il Diavolo si incazza, e pure spesso. E a volte anche lui si ammala di malinconia, più di quanto siamo abituati a pensare.

E tante altre volte sghignazza pensando a quante volte si uccida in nome del suo rivale tacendo il nome del vero mandante: il suo.     

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

BLACK SNAKE MOAN – Phantasmagoria (La Tempesta/Teen Sound)  

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Il nome è rubato a un vecchissimo blues, ma chi dentro la musica di Black Snake Moan cercasse del blues l’archetipo o la carcassa, non ne troverà.

E pure dei Doors accostati più volte alla musica del musicista di Tarquinia in realtà se ne scorgono appena gli stipiti.

Phantasmagoria, che è un disco bellissimo, è invece un album di musica trascendentale, permeato di suoni orientali e radiali vicini alla sensibilità chiaroscurale di un artista come Brendan Perry. C’è, in tutte le tracce, quello stesso ipnotico spleen che riempiva un capolavoro come Eye of the Hunter.

Le impronte etniche, nonostante lascino solchi profondi, non conducono mai alle porte di una volgare Bollywood costruita per accogliere stuoli di turisti affascinati da un’India posticcia ma serve a pervadere l’ambiente sonoro di fumigazioni simili a quelle di un incenso votivo in un rituale spirituale, sacrale, esoterico, tenebroso e mistico insieme. La musica di Black Snake Moan di questo profuma, preparandoci alla grande notte di Shiva.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

NO STRANGE – Mutter Der Erde (Area Pirata)

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Un disco più mistico che psichedelico, il nuovo dei No Strange. Un viaggio alla ricerca di Gaia come medicina per il disgusto che ci sta riempendo stomaco e polmoni e di cui Voyage dans la lune si fa amaro manifesto, quasi fosse una sorta di Povera patria aborigena. E si, il Battiato più sperimentale ed ermetico abita questi luoghi sonori, assieme a mille altri spettri. Che nella musica del gruppo torinese sono evocati e mai emulati. A loro viene concesso ancora il soffio della vita, in qualche modo. Senza farsi mai carne. Mutter Der Erde sembra un posto creato più per loro che per noi, che lo attraversiamo non senza avvertire un vago senso di disagio.   

Oscuri gruppi prog italiani, antiche formazioni di folk celtico, vecchi corrieri cosmici germanici, lontane orchestre di suonatrici indù, pellegrini e sciamani, rabdomanti, danzatrici del ventre, raccoglitori di tufo e mietitrici di bambù si muovono nuovamente tra questi paesaggi.

Aria tra l’aria. Acqua tra l’acqua, fuoco in mezzo al fuoco, terra nella terra.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

LA CRUS – La Crus (WEA)  

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Il metodo creativo è quello dell’hip-hop.

Ma l’inchiostro che lacrima dal calamaio dei La Crus non ha nulla a che vedere con la musica nera, anche se la loro musica nera lo è per davvero, per certi versi. Anzi, nerissima. C’è innanzi tutto il cupo riverbero della musica d’autore italiana che si consuma e strugge nel vizio, come quella di Tenco (l’amore vissuto con la consapevolezza della sua fugacità, con l’amarezza del rimpianto) e di Ciampi (la fascinazione per la vita scellerata), rivettata alla propria croce dai magli di ferro delle officine industriali mitteleuropee. E c’è poi il nero livore di gente come Nick Cave, Chet Baker, Young Gods, Death in June, Tom Waits, tutti rincorsi dal respiro affannoso e sulfureo dei cavalli dell’Apocalisse, tutti con le mascelle più avvezze alla smorfia che al sorriso.   

La musica dei La Crus si nutre di questo torbido corteggiamento della morte. La copre di lusinghe ed è ricambiata. Vive di questo amore che la imprigiona a sé. Ecco perché il suono chiave del loro disco di esordio è quello di un romanticismo narciso e claustrofobico. Si fustiga nel rumore e si lecca le ferite. Poi si china per specchiarsi in una pozzanghera di alcol e sangue.

Perverse e adulatrici, le musiche di Nera signora, Natura morta, Lontano, Soltanto un sogno, Notti bianche, La giostra, Ricomincio da qui suonano come la solenne promessa di qualcosa che è destinato a finire, scandendo il ticchettio di lancette fra un abbraccio di benvenuto e un addio.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

NICCOLO’ FABI – Tradizione e tradimento (Universal)  

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“sulla testa porto questa specie di medusa

o foresta

non è soltanto un segno

di protesta

ma è un rifugio per gli insetti

un nido per gli uccelli

che si amano tranquilli fra i miei pensieri

e il cielo” cantava il giovane Fabi negli anni Novanta.

Col passare del tempo, man mano che i pensieri si sono via via intorbiditi il cantautore romano ha imparato a costruire i dischi dandogli quella forma lì: la forma di un nido. Il nido come luogo intimo, come rifugio ma non solo, perché il nido è anche la rampa di lancio da cui spiccare il primo volo del mattino.

Tradizione e tradimento è quel posto lì, perché rispetto al capolavoro di tre anni prima il nuovo disco registra il tentativo di Niccolò Fabi di spiccare il volo, di raggiungere in qualche modo quel cielo. Lo si intuisce da titoli come Amori con le ali, Migrazioni e Nel blu ma lo si percepisce ancora più a fondo in certe soluzioni d’arrangiamento che sono piste moderatamente elettroniche che sembrano elevarsi verso l’alto. E spesso succede che Niccolò sembra perdere la strada di casa, in un senso di smarrimento che è personale e universale, come nelle poesie ben fatte.

La ricerca di rotte parzialmente nuove svela paesaggi inediti ma quel senso di smarrimento resta tangibile anche in molti momenti del disco, come in una messa a fuoco che risente di quel passaggio tra miopia e presbiopia che è indice di invecchiamento del corpo.

E si, Tradizione e tradimento è titolo appropriato per identificare su Google Maps questo posto dove Fabi ha deciso di nidificare e covare queste sue uova, un po’ disgustato dal mondo e dai capitani che lo stanno mandando alla deriva, insoddisfatti dai loro orgasmi mancati.      

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

LUCIO BATTISTI – Masters #2 (Sony Music)  

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Allo scoccare della mezzanotte del 29 Settembre 2019 la libreria digitale di Spotify ha subìto l’onda d’urto del catalogo (di gran parte di esso, ma non tutto) di Battisti.

Appena due giorni prima invece, per i cultori del vecchio vinile, la Sony Music porta sui banchi dei negozi veri il secondo volume di Masters, l’operazione di restauro del vecchio materiale del cantante iniziata due anni prima. Che però, vai a capire, su Spotify non c’è. Resta di stucco, è un barbatrucco.

Giochi di prestigio a parte, la liturgia battistiana non conosce tregua.

E i fedeli si inginocchiano come i musulmani davanti a La Mecca ancora una volta. La scomparsa del cantante di Poggio Bustone lo ha redento dai suoi peccati e oggi anche chi quando lo vedeva camminare sulle acque lo accusava di essere un falso profeta, un maschilista, un misogino, un borghese, un fascio, ha deciso di assolverlo e, come Dante quando faceva l’appello o come i nazisti che indicavano la direzione agli ebrei appena scaricati dai treni della morte, hanno scelto per lui una dimora meno atroce di quella che gli auguravano in vita.

Una redenzione altrettanto approssimativa quanto le accuse di qualche decennio prima a dire il vero. Concessa senza gusto critico, prendendo per oro colato anche certo pentolame di rame e viceversa facendo di tutta l’erba “un fascio” (vi prego, fatemela passare, che aspettavo da venti anni l’occasione per usare la battuta, NdLYS) accomunando con giudizio sommario dischi dalle anime molto diverse, divergenti per progettualità, contenuto, urgenza espressiva e tematiche.

Lo fanno anche quelli della Sony, ovviamente. Anche se lo scopo di Masters non è quello di creare una raccolta omogenea dei reperti battistiani.

Lo fanno pubblicando questo cofanetto in edizione cd e vinile, penalizzando il secondo rispetto al primo, amputato di metà scaletta.

Lo fanno dando pregio al contenuto audio, rivisitato e corretto secondo le nuove tecnologie che saranno apprezzate più dagli audiofili che dall’ascoltatore comune cui invece è destinato il libretto allegato in cui gente come Franz Di Cioccio, Alberto Radius, Mara Maionchi, Renzo Arbore o Massimo Lavezzi raccontano i loro aneddoti con la lingua del cuore che però, tradotta in caratteri grafici non so da chi, diventano una sequenza di frasi dislessiche e disgrafiche che neppure i post che ci tocca leggere sui social riescono ad eguagliare. Un analfabetismo o una superficialità già annunciata da una Dolce di giorno che diventa Dolce giorno, come fosse una canzone di Mietta e che mal comprendo e mal digerisco, soprattutto per un’operazione che vorrebbe essere meticolosa e rispettosa e che invece sfiora il fantozziano.

Per lui, perfezionista e curioso come pochi, un po’ come pisciargli sulla tomba.

Il tempo di morire.

Di nuovo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

LUCIO DALLA – Il giorno aveva cinque teste (RCA)  

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Paff…Bum, Bisogna saper perdere, 4/3/1943 e poi ancora Piazza Grande. Quindi nel 1972, per le selezioni di Sanremo dell’anno successivo Lucio Dalla decide di proporre alla commissione della kermesse sanremese L’auto targata “TO”, che è un po’ come lanciare una molotov dentro una ludoteca. Perché Sanremo è in quegli anni un acquario dove l’Italia del dopoguerra e del boom economico devono continuare a nuotare felice. Come se fuori non si fosse già iniziato a sparare, come se le fabbriche fossero ancora degli opifici dove l’eccellenza italiana rende felici non solo i consumatori ma anche gli uomini addetti alle macchine, come se davvero il benessere fosse stato spalmato equamente fra Nord e Sud e tutto lo stivale fosse stato conciato con lo stesso, lucido cuoio.

La proposta di Dalla viene ovviamente scartata. Quell’immagine di un’Italia “sventrata dalle ruspe che l’hanno divorata” e quell’altra ancora più dura dei terroni condannati “a costruire per gli altri appartamenti da cinquanta milioni” sono roba che non può passare in prima serata e che non può essere cantata su un palco davanti a gente ingioiellata che sulla pelle dei meridionali ha costruito il suo impero di capannoni industriali e di ville con piscina.

Il Lucio Dalla de L’auto targata “TO” e dell’album che la contiene è un Lucio Dalla pericoloso. Non è più il burlone dei primi anni, il saltimbanchi che sbuffa come Louis Armstrong, l’ingenuo pagliaccetto che può facilmente essere manipolato aggiustando qualche riga come era già successo con 4/3/1943. È il Lucio Dalla che ha incontrato Roberto Roversi, il pericoloso filosofo che scrive su L’officina e su Lotta Continua. È un Lucio Dalla imprudente e spietato. Un Lucio Dalla che decide di non avere scampo, di suicidarsi simbolicamente lanciandosi proprio dal tetto dell’Ariston. Il giorno aveva cinque teste racconta l’Italia del disagio, delle morti bianche, dei cadaveri rosso sangue, delle utilitarie scassate che trasportano gli operai obbligati a costruire le macchine di lusso per i nuovi padroni. Non necessariamente i loro, ma sicuramente padroni di qualcun altro, di qualche altro proletario, l’Italia delle classi sociali, dei gradini con cui il benessere è stato distribuito, altro che democraticamente spalmato. Un disco musicalmente ridondante e contorto come le tendenze della musica del continente impongono ma ricco di canzoni obliquamente convincenti come Alla fermata del tram, Passato, presente, L’operaio Gerolamo, La bambina, L’auto targata “TO”.

A Sanremo quell’anno vince Peppino Di Capri con Un amore grande e niente più.       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

MAURIZIO CURADI – Phonorama (Area Pirata)  

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C’è un momento in cui le cose si staccano da terra, perdono di gravità, volteggiano libere di andare. È un momento che io associo alle idee, ai sogni e all’espansione consapevole dell’io nel terzo occhio interiore che avviene nella meditazione.

Phonorama contiene tutte e tre queste dimensioni. C’è una sorta di trascendente leggerezza che si dirama come la foce del Gange dentro queste composizioni del Curadi solista, c’è tutto un levare d’àncore, uno sgravio di zavorre, uno sgombero di pesi e fardelli che ha del sublime. Con Phonorama Maurizio Curadi prende le distanze, in verticale, dal suo passato e “piega” le sue inclinazioni al blues rurale e al folk, che tuttavia restano evidenti in almeno un paio di episodi (Hidalgo, Mercurio Orzo Settembre e Water Well ad esempio), dando ad esse la direzione ascendente indicata dall’”Aquilone rosso” che apre il disco. Le mani e la fantasia del chitarrista toscano non sembrano conoscere limiti. O affermano comunque la volontà tenace di superarli. Di cavalcare l’unicorno.

La musica di Curadi mette le ali, insomma. Non proprio come quella bibita che sa di paraffina e lucidalabbra scaduto. È più un volo che a che fare con quell’ossessione per la libertà del protagonista di Birdy, il capolavoro di Alan Parker. Un volo che è viaggio ed esplorazione interiore, alla ricerca del bello che riverbera dentro ognuno di noi e che spesso fatica a trovare una via d’uscita, restando imprigionato nella gabbia dorata che abbiamo costruito per lui.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

FRED BUSCAGLIONE – Il favoloso Fred Buscaglione (Cetra)  

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Prima c’erano stati i 78 giri.

I 45 giri come li conosciamo noi sarebbero invece arrivati solo l’anno dopo.

Nel mezzo degli uni e degli altri, nel 1956, avvenne invece il debutto su 33 giri di Fred Buscaglione, che però all’epoca erano ancora su 10” ultrarigido e affidati a editori che di americano masticavano solo le chewing gum, tanto da storpiare stomper in stamper e shuffle in shaffe quando si tratta di annotare in copertina le notizie necessarie per quanti, nelle feste da ballo organizzate in casa, avevano il compito di scegliere la colonna sonora della serata.

Che sono serate in cui ci si scazzotta e ci si corteggia.
Sono le serate degli anni Cinquanta.

Le serate di Buscaglione, che ha la faccia da schiaffi, lo sguardo del dongiovanni e il baffo da sgherro e ha sempre una spider posteggiata lì davanti. Che può sempre essere necessario dileguarsi.

È il mondo di bulli e pupe che stuzzica la sua fantasia e quella dell’amico Leo Chiosso. Il mondo libero dell’America che ha strappato entrambi dalle mani dei tedeschi e che agli italiani ha dato rifugio da sempre, accogliendo oltre che una manovalanza tra le più pregiate del mondo, anche una raffinata indole criminale. Gangster e sciupafemmine, gli italo-americani dallo zigomo pronunciato affollano l’immaginario che farà la fortuna di Buscaglione. Il loro stile di vita borderline ne provocherà da lì a breve anche la sfortuna.

Ma nel ’56 la stella di Fred splende su tutto l’universo creato, e lo farà ancora per quasi un lustro, fino a quel maledetto schianto del 23 Febbraio del 1960 che si porterà via uno dei caratteristi più brillanti che l’Italia abbia mai conosciuto.

Fred Buscaglione è il “favoloso” personaggio raccontato in questa doppia raccolta, l’astro che brilla assieme alla sua stella gemella Leo Chiosso, lasciando nel cielo una scia luminosa di canzoni come Whisky facile, Il dritto di Chicago, Eri piccola così, Che notte, Una sigaretta, Criminalmente bella, Teresa non sparare, Ciao Joe, Porfirio Villarosa.

Ogni canzone, un film.

Nessuno in più riuscirà a replicare, o soltanto ad imitare, quello che Leo & Fred avevano creato in cinque anni.

Non sarebbe valsa la pena aspettare cento anni.

E Fred era uno che andava di fretta e che perdeva facilmente la pazienza.

Anche se a me piace ricordarne il sorriso.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

THE ELECTRIC SHIELDS – Back Up #14 (AUA)

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Che meraviglia che erano i primi Electric Shields, prima della “conversione” al country-rock di White Buffalo County, il disco che un po’ ovunque, Discogs e recensioni “certificate” comprese, trovate col titolo sgrammaticato freudianamente in White Buffalo CountRy!

Così arroventati di garage-punk texano da poter ambire di diritto a raccogliere il testimone dei primi Sick Rose, salvo poi farselo consapevolmente scivolare di mano. Peccato. Quella breve stagione di “fiamme” è oggetto di questa uscita programmata per il Record Store Day del 2019, che ha sempre lesinato uscite dedicate alla musica garage o neo-garage e sulla quale dunque, se siete dei fanatici del genere, potrete tranquillamente “dirottare” le vostre finanze.

Subito in apertura vengono piazzate le quattro tracce di quel piccolo capolavoro su 7” che custodisco ancora come una delle uscite migliori del catalogo della Electric Eye.

Fuzz e organo Vox ingombranti, nonostante le dimensioni ridotte. Come ficcare le mani dentro un’arnia di api laboriose, con la consapevolezza che non le tireremo fuori indenni.

A seguire ecco Flames of Pain, un’autentica colata lavica di garage-punk che a suo tempo Claudio Sorge pensò bene di tirare fuori dalla loro demotape per accostarla al gas al veleno della nuova scena “neolitica” italiana sparando in cielo gli ultimi, colorati fuochi della stagione neo-psichedelica nostrana. Demotape che ovviamente qui viene recuperata per intero, col suo carico di distorsioni esagerate e di ricami d’organo combo assieme alle sei tracce della demo successiva, The Words I Never Said, in cui il suono si sgrana leggermente lasciando passare tra le sue maglie bellissime fioriture folk, e ai pezzi “regalati” a Lost Trails e The Best of Electric Eye.

Gli inediti assoluti si intitolano Faraway e It’s Your Time, stranamente tagliate fuori dalla scaletta di Sixty Flowers e invece per nulla acerbe e addirittura, nel secondo caso, foriera di quel progressivo avvicinamento al suono folky della stagione successiva. Bonus che aggiungono valore ad una raccolta pregevole e necessaria di suo.

Disponibile, pare, in diversi formati.

Disponibile, pare, con le note di copertina che ne raccontano la storia.

Disponibile in copia promozionale, pare, solo per gli amici degli amici.

Io, da nemico n.1, ve lo consiglio lo stesso.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro