GIARDINI DI MIRÒ – Rise and Fall of Academic Drifting (Homesleep)  

3

È quasi un paradosso vedere i Giardini di Mirò ascritti alla nutrita, ingombrante e qualunquista lista delle formazioni post rock. Quello che viene “superato”, qui, è lo striminzito vocabolario della critica musicale italiana. Una superficialità che potrebbe costare cara al gruppo emiliano o perlomeno limitare le potenzialità che la loro musica apre.

Apre.

Ecco un bel vocabolo: apre. La musica dei Mirò si apre, letteralmente, si schiude.

Post un cazzo.

Post rock erano i Butthole Surfers che rantolavano sul cadavere dei Guess Who, era James Chance che sputava dentro il sassofono, era Robert Wyatt che si lanciava senza paracadute, nel bel mezzo di una festa. Rise and Fall viaggia su altre linee, ed è musica senza tempo, che non ha urgenza di superare niente e nessuno, la lasci girare nell’aria finché non la vedi diradarsi, dissolvere e poi….blop!….evaporata!!! E dietro si porta tutto il tuo mondo di immagini e ricordi e schifezze e nicotine e baci mai dati e come eravamo romantici prima di diventare quei balordi, pedofili, piromani, matricidi, zoccole, impiegati che la vita ci ha obbligato ad essere. È un disco che mi ha commosso, sul serio. E non mi vergogno a dirlo, nonostante tenga ancora i Dead Kennedys e i Pussy Galore uncinati al cuore e allo stomaco. E succederà anche a voi di perdere il cuore in questi crescendo di trombe e violini, di chitarre e tastiere, in queste ascese e cadute, in queste voragini che si aprono tra un battito cardiaco e quello successivo. Alta, la musica dei Giardini di Mirò, sempre più alta, fino a toccare l’ultima molecola di ozono.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

 

Rise-And-Fall-Of-Academic-Drifting-cover

THE MONKS – Synapsis (AUA)  

0

Dopo un riposo di sette anni riprendono le pubblicazioni della collana Back Up della AUA che in passato ci ha regalato uscite semi-ufficiali di band come Electric Shields, Teeny Boppers, Storks, Superflui. Stavolta la casa di produzione friulana decide di investire su una ristampa professionale per contenuto e packaging. Si tratta della prima reissue dell’unico album dei Monks all’epoca pubblicato per la napoletana Crime Records. Siamo alla fine degli anni Ottanta e il sogno psichedelico di qualche anno prima è praticamente terminato. I superstiti di quella stagione stanno tentando nuove strade. I Monks, reduci da una devastante demotape che aveva garantito loro la partecipazione all’ultimo manifesto di quella stagione (Neolithic Sounds from South Europe della Electric Eye) ripiegano verso un hard-rock che si dichiara ispirato agli Stooges ma che in effetti tracima con disinvoltura ben oltre il campo di scorie di Detroit, complice una produzione e un missaggio (curati da quel Ben Young che in quegli anni è il produttore di fiducia dei Bisca) che puntano, come nelle peggiori produzioni metal, a tenere avanzati i cursori della batteria e della voce che dal canto suo si produce in contorsioni giocate spesso sulla soglia del falsetto e che fanno precipitare Synapsis troppo facilmente nella sciatteria tipica delle power-bands tutte muscoli e bandana. Del resto, a riascoltarlo adesso, la scorta di belle canzoni era davvero risicata e il contenuto del disco non andava oltre qualche bella sventagliata di chitarre come quelle di Unreal Visions, Yankton People o Look at Myself.  Mi spiace per il buon Luca Frazzi che scrive le note di copertina corroborato dal solito spirito esaltante che tende a trasformare in alloro ciò che era solo volgare borragine, ma non credo che questo disco renda giustizia a una qualsiasi forma di restaurazione dell’hard rock dei tardi anni Sessanta ne’ che mostri in alcun modo un qualsivoglia punto di contatto con la forza degenere del primo grunge che ne riattualizzò dignitosamente la forma. I Monks, che si sarebbero sciolti da lì a breve, furono forse i primi ad accorgersi dell’incompiutezza del loro lavoro.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

HANGEE V – Minus One/Old Shadow (Groovie) / THE LIARS – Salvation/Can’t Stay Away From You (Area Pirata) / THE ROUTES – Do What‘s Right by You/Love Like Glue (Dirty Water) / THE DUSTAPHONICS – Burlesque Queen/Tornado (Dirty Water) / AA. VV. – The Wildest Things in the World (Boss Hoss) / THEE PIATCIONS – Time/Singapore Mon Amour (A Giant Leap) / ROLLERCOASTER – Unfinished Business E.P. (A Giant Leap) / THE MAHARAJAS – Sucked into the 70‘s (Crusher) / THE FLIGHT REACTION – Flying Colours/A Broken Heart – Won’t Give In/I Lost You (CopaseDisques)

2

Mi piacciono i singoli. Dentro c’è spesso quella miccia che, allungata e stiracchiata per i “metraggi” degli album, perde spesso tutto il suo livore. 

E poi, ti obbliga a frequentare il tuo stereo. Un singolo non lo metti lì “a ruota” mentre fai le faccende di casa o cerchi di aggiustare la tua casa che va a pezzi come la tua vita. Non ti permette di andare a grattarti le palle. Devi stare lì, nei pressi.

Perché dopo due o tre minuti dovrai essere pronto a rigirare il tuo bel dischetto e rimettere a posto la puntina. Ai tanti che vogliono evitarsi questa fatica, cerchiamo di dare qualche motivo in più per tirare su le panze dalle scrivanie e dalle poltrone andando a spulciare tra le ultime uscite europee in formato ridotto.

È la spagnola Groovie Records di Lisbona a mettere il timbro sul nuovo 7” degli italiani Hangee Five, ormai da anni una garanzia per la custodia dei suoni sixties più criptici e riverberati.

Minus One è uno strumentale dalla classica progressione surf sullo stile degli Chantays con un tocco spiritato sullo stile dei Roemans o degli Enchanters 4.

Sul lato B Old Shadow si muove tra frustate di fuzz, urla isteriche e mazzate di batteria mostrando l’altra faccia del gruppo sardo, quella più legata al sixties punk maledetto e demente. Le analogie con la Judgement Day degli Esquires sono evidenti e non taciute.

Dalla sponda opposta del Tirreno, esattamente da Pisa, provengono i Liars.

Alessandro Ansani e Pierpaolo Morini fanno musica, questa musica, da quando molti di voi si ciucciavano il dito. Andrea Salani, il “nuovo” batterista, da quando vostra madre ciucciava altro, prima di addomesticarsi alla vita coniugale.

Se i nomi di Putrid Fever e CCM vi dicono qualcosa, dovreste aver capito.

Ora che tornano tutti ma proprio tutti, tornano anche loro e onestamente mi sembrano molto più motivati di tanti altri. Salvation e Can‘t Stay Away From You (Area Pirata) sono due belle canzoni (eccezionale la prima, semplicemente bellissima la seconda) che mostrano come si possa suonare del rock moderno senza abusare dei luoghi comuni che i nostri ascolti spesso ci impongono.

Negli anni Ottanta lo facevano i Plan 9, gli Hidden Peace, i Things, gli Electric Peace.

E lo facevano i Liars. Grazie a Dio sono tornati a farlo.

Merdosissimo garage punk per il nuovo 45rpm dei giapponesi Routes, il primo ad essere pubblicato per una label del Vecchio Continente, la meravigliosa Dirty Water.

Non un singolo qualsiasi ma il migliore di questo 2010 che molti ricorderanno per i dischi di xx, Vampire Weekend, Crystal Castles o Wavves.

A nessuno di loro consiglio l’ascolto di una cosa infima come Do What‘s Right by You, elementare e volgarissimo beat punk che pare suonato da allucinati figli di capelloni come Missing Links o Outsiders.

Love Like Glue fa anche peggio: sembra una copia graffiata del primo album degli Shadows of Knight. Roba che non comprereste mai nel negozietto di dischi usati, figurarsi se lo comprerete al prezzo di uno nuovo.

E fate bene.

Ne abbiamo fin sopra i coglioni dei vostri dischi pieni di elettronica come un disco degli A-ha che volete per forza spacciarci come nuova e alternativa.

Ognuno stia nel proprio recinto, che la promiscuità ha fatto più danni che altro.

Sempre da casa Dirty Water arriva un’ altra cosa lurida come il 7” dei Dustaphonics.

Hanno questa cantante, Aina Westlye, che canta come se le stessero praticando un fisting rettale e un chitarrista che ha memorizzato ogni cosa di quelle che da anni si diverte a passare nei club dove lavora come DJ: blues, funky, surf, rockabilly.

Il risultato è Burlesque Queen, un delirio tarantiniano con tanto di sassofono bavoso e cori da privè su un testo scritto nientemeno che da Miss Tura Satana.

Roba da eiaculazione precoce, manco a dirlo.

Sul lato B c’è Tornado, un classico di Dale Hawkins.

Diddley sound martoriato dalle maracas e dal tremolo e canto da pantera soul.

Sono invece quattro le band a spartirsi i pollici dell’ultima uscita Boss Hoss: viene un pollice e 75 a testa, ma ne valeva la pena. Anche perché il mio idraulico per montare un tubo da mezzo pollice chiede molto ma molto di più.

I Barbacans sono italiani e con Cut Your Head G.S. (Giancarlo Susanna?, Gwen Stefani? Non ci è dato sapere…NdLYS) confermano quanto di buono fatto col disco di esordio: un suono sporchissimo e denso di catrame fuzz e scorie di organo Vox.

I Vicars fanno altrettanto con una Can‘t See Me scopiazzata sulla imbastitura di He‘s Waitin’ dei Sonics. Sull’altro lato due band dal Sudamerica: Los Peyotes con Pintalo De Maron con un organo demente e chitarre che fanno l’acqua-planning sull’ Oceano Atlantico. Triviale e squilibrato. Los Explosivos invece ci accomiatano con l’ennesima cover di I Can Only Give You Everything che certo non ci fa più l’effetto che ci fece quando la sentimmo la prima volta ma è sempre un bel sentire.

Del resto la prima pompa è indimenticabile, ma non è che quelle successive siano da buttare.

Chi invece sacrifica i beatle-boots per un paio qualsiasi di scarpe purchè siano belle da guardare sono i Piatcions. Non credo che imparerò a scrivere il loro nome correttamente senza guardarlo sulla copertina prima di essere pronto per il boia ma questo non vi riguarda. Il ridicolo giro di parole serviva solo per dire che dopo il singolo capellone dello scorso anno il quartetto di Domodossola si mette al lavoro per educare il proprio suono a quello della generazione shoegaze.

Chitarre stratificate e voci fluttuanti come nei dischi dei Darkside o degli Spiritualized sulla Time che occupa prima facciata di questo nuovo singolo che esce per la A Giant Leap mentre Singapore Mon Amour è un trip di cinque minuti su una linea di basso martellante e curve algide di sintetizzatori, sferzati da folate di vento cosmico.

Come prendere un trip mentre stai atterrando sulla luna assieme ai Krisma.

È sempre la A Giant Leap che si fa peso di portare in Italia quanto hanno registrato i Rollercoaster (italiani ormai naturalizzati americani, NdLYS) in California.

Ne viene fuori un bellissimo EP di quattro pezzi fulminanti. Dall’iniziale Change Is Due che pare una cover di Dead Souls dei Joy Division suonata da Jesus and Mary Chain fino alla bellissima trama di chitarre paisley e piano elettrico di Unfinished Business passando per il nodoso rock detroitiano di Between Seeing and Not Seeing e quello fangoso di Soul on Fire figlio degli Hypnotics è tutto, davvero, un bel sentire. Magari ce ne fossero di band così.

Smettetela di comprare i dischi de Le Vibrazioni e andate a cercare questa roba.

Tornano un po’ a sorpresa anche i Maharajas. Lo avevo già detto qui: http://www.facebook.com/note.php?note_id=77561044279 un po’ di anni fa che il gruppo svedese mi sembrava voler sempre più prendere le distanze dal suono garage degli esordi per lanciarsi nel recupero di certo power-pop di scuola Flamin’ Groovies e questo Sucked in the 70’s conferma i miei sospetti: Down at the Pub richiama subito alla memoria la Down at the Night Club di altri svedesi ma solo dal titolo: ci troviamo infatti davanti ad un pub-rock scattante e pieno di belle melodie alla Plimsouls. Una nuova direzione confermata anche dagli altri tre pezzi, tra i quali mi pare distinguersi la Stickers and Pins posta in chiusura, tutta carica di vecchi ricordi epoca Shake Some Action (Flamin’ Groovies) e Triangle (Beau Brummels) e delle cartoline estive di Stems, Hoodoo Gurus e ultimi Sick Rose.

I vecchi estimatori del suono in H-Minor rimarranno delusi, gli altri prendino la sdraio e si mettano al sole, prego.

E a proposito di Maharajas. Forse non tutti sanni che Jens Lindberg, il leader della band svedese, era negli anni Ottanta dentro quella cricca di perdigiorno dei Crimson Shadows. Jens era quello con il medaglione al collo e la faccia da schiaffi. Accanto a lui, oltre ai fratelli Maniette e a Henrik Orrje c’era pure Måns Månsson, più avanti alla guida dei grandi Maggots, ufficialmente sciolti il 13 Aprile del 2010 ma in realtà già sfatti da un po’. Sentendo odore di bruciato il buon Måns ha tirato su una band assieme a Mats Brigell e Sebastian Braun dei Giljoteens e al chitarrista degli Artyfacts, qui relegato al basso. La band si battezza The Mystic Ways con l’intento “religioso” di tornare a suonare vecchie cose dal cuore sixties. Tradita la visione mistica ma non la missione, i quattro si ribattezzano Flight Reaction come un vecchio pezzo dei Calico Wall e debuttano ora con un doppio 7″ per la CopaseDisques: Flying Colours/A Broken Heart e Won’t Give In/I Lost You risuonano di vecchie spezie anni sessanta in classico stile Crude Pa. o New England Teen Scene: suono abrasivo ma anche pieno di ricami folk malinconici e delicati. Un sound che dietro la sua apparente semplicità nasconde un groviglio di suoni ricercati e caleidoscopici colori retroattivi (ascoltate come suona il solo di I Lost You, NdLYS).

La Svezia, si sa, è sempre una spanna sugli altri.

E non credo sia soltanto una questione di paralleli.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

index

51k2VS1zDGL

 index

index

index

index

index

7_flightreaction_flyingcolors

The Flight Reaction - Won't Give In 7'' [CopaseDisques 2010]

CAPT CRUNCH AND THE BUNCH – Crimine Beat (Area Pirata)  

0

Come per il debutto su piccolo formato di tre anni fa, il toscano Frank Crunch e la sua allegra brigata decidono di affidare all’idioma italiano e a quello inglese una facciata per ogni lingua senza per questo allontanarsi dal loro stile, che è quello di un beat schietto e “sgraziato” (cioè refrattario alle moine neomelodiche e canzonettare che inquinarono una gran fetta di quelle produzioni) erede di quella “soul experience” enunciata sul primo singolo di Mr. Anima nel lontano 1967 e di un ruspante rock ‘n roll che, come scrissi all’epoca del 7”, deve molto per attitudine stradaiola a una band come i Dr. Feelgood, soprattutto quando il gruppo accende la sua “grigliata” di armonica e chitarre come ad esempio su Sputare sul format e Revelations sulla quale affiora pure l’urgenza piromane tipica dei primi dischi degli Yardbirds e dei dischi di R ‘n B selvaggio della scena olandese di band come Q65 e Cuby and The Blizzards, un campo che se i Bunch sapranno coltivare a dovere sarà capace di produrre delizie inaspettate.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE GANG – Barricada Rumble Beat (Tam Tam)  

2

Uno dei dischi che riascolto più volentieri tra le centinaia di produzioni italiane anni Ottanta custodite nel mio archivio sonoro è Barricada Rumble Beat, il long playing dei Gang, ovvero il disco con cui i fratelli Severini mettono a frutto il rispetto che si sono guadagnati in tre anni di concerti tanto da poter esibire collaborazioni prestigiose come quelle di Andy J. Forest e Billy Bragg che prestano voce, chitarra ed armonica su 1/3 del disco.

Barricada Rumble Beat è un lavoro che, come per il precedente mini-LP, trasuda ancora Clash da ogni poro ma è soprattutto un bellissimo, autentico, pregevole, credibile lavoro di recupero delle musiche americane, dal folk al reggae passando per l’R&B e il country&western senza alcuna frattura. Prodotto e costruito artigianalmente con risultati da fare invidia alle produzioni professionali, tanto più che in quegli anni nessuno ai piani alti sa bene come deve suonare un disco rock.  

Un disco dove le difese ideologiche di valori come libertà, senso di appartenenza, diritti civili, giustizia sociale “importate” dagli Stati Uniti si riveleranno il trampolino forse un po’ romantico ma necessario per la consapevolezza storica e la denuncia civile dei classici del secondo periodo della loro carriera.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RAINBOW BRIDGE – Dirty Sunday (autoproduzione) / UNIMOTHER 27 – Fiore Spietato (Pineal Gland)  

0

Pur decollando da piste diverse queste due piccole produzioni dell’underground italiano (pugliese la prima, abruzzese l’altra) finiscono per incrociare le loro traiettorie. In entrambi i casi si tratta di lunghe improvvisazioni strumentali dove la chitarra assurge al ruolo di perno nodale. Il trio di Barletta dichiara sin dal nome una chiara ascendenza Hendrixiana ma le cinque canzoni di questo loro disco ne lasciano implodere la potenza visionaria dentro una selva di recrudescenze stoner che eludono ogni pretenziosa simulazione virtuosistica per inerpicarsi in un labirintico gioco di serpentine e rifrazioni elettriche. Cinque strumentali costituiscono pure il corpo del nuovo album di Unimother 27, al secolo Piero Ranalli. Anche qui è la chitarra ad avere un ruolo da prim’attrice anche se spesso coadiuvata dall’uso del sintetizzatore che dà ai pezzi una spinta verso il prog cosmico dei cavalieri germanici. L’approccio è liberatorio, con un’impalcatura essenziale dentro cui la sei corde dà prova di grande equilibrismo e tenta l’elevazione psichedelica in una esibizione di scalata antigravitazionale che evita gli appigli sicuri preferendo l’impervio. L’attenzione (la mia perlomeno) scema tuttavia sull’ultimo quarto d’ora del disco, dove l’ampollosità delle soluzioni finiscono per essere un po’ troppo compiacenti per potermi regalare diletto e dove il virtuosismo si attorciglia su se stesso in un vortice che lascia poco spazio di ossigenazione.  

                                                            

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE RIPPERS – A Gut Feeling (Slovenly)  

0

Meno male che ci sono. Che mi pare in ambito garage-punk in pochissimi ormai abbiano qualcosa da dire e che riescano a dire quel poco in maniera adeguata. I Rippers, orgoglio sardo, invece si. Il loro nuovo disco che arriva a coronamento di quindici anni di carriera discografica strappa ancora una volta le costole alla cassa toracica del beat/punk e se le sbrana. Il suono è febbrile, anfetaminico, sferragliante e raccorda il più classico suono garage col fremito delle fronde Yardbirdsiane e col sibilo del vento tagliato dai raggi delle bici di provos olandesi come Q65 e Jay-Jays (ascoltate roba come Pain, I Saw a Man, Don’t Get Along o Scream per sincerarvi del livello di depravazione e abilità raggiunto dal quartetto).    

Decongestionate le strade dai fighetti, che passano i Rippers. Di nuovo.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO – Darwin! (Dischi Ricordi)  

0

Uno dei dischi più maestosi dello spaghetti-prog fu senz’altro Darwin! dei romani Banco del Mutuo Soccorso, nome preso in prestito dalle società di mutuo soccorso create dai contadini come cassa comune. Il tema del disco è, come rivelato dal titolo, quello dell’evoluzione della specie ma a colpire è la teatralità che avvolge l’intera opera, degna di essere portata in scena come un musical, se anche lì non si finisse sempre per rappresentare il Gobbo di Notre-Dame o La Bella e la Bestia.

La copertina è affidata a Wanda Spinello, la stessa disegnatrice che ha messo la firma in calce alle copertine dei due dischi della Premiata Forneria Marconi dello stesso anno e coi quali la stampa italiana mette in piedi una supposta rivalità Roma/Milano di cui esiste traccia solo, appunto, sulle riviste dell’epoca.  

Siamo nel 1972 e anche il rock, seguendo l’iter Darwiniano, sta “progredendo”. La figura del chitarrista, fino a quel momento usata come vero parafulmine capace di convogliare tutte le energie elettriche scaraventate sulla Terra dal Dio del rock, viene soppiantata da quella un po’ più borghese del manovratori di tasti d’avorio. Moog, Hammond, VCS3 hanno repentinamente soppiantato le Fender e le Gibson nell’immaginario collettivo. E i Banco del Mutuo Soccorso, grazie a Vittorio Nocenzi, possono vantarsi di averne uno che in quanto ad inventiva e abilità ha davvero pochi rivali. Ma il vero protagonista del disco è lo “scimmione” Francesco Di Giacomo. Il personaggio che manca ai presunti rivali della P.F.M. fucina di grandi musicisti ma privi di un vero front-man. Cosa che invece è Di Giacomo, assoluto padrone delle sue possibilità vocali e fisicamente intrappolato nella figura di un orco barbuto perfettamente calzante con l’”ingombro” parossistico e il romanticismo grottesco che la musica del suo gruppo riesce metaforicamente a proiettare. Le sue capacità interpretative e l’innegabile raffinatezza affabulatoria delle sue liriche sono il quid che li distanzia da ogni altro gruppo pop del periodo e Darwin! il disco con cui il prog italiano conquista la posizione eretta.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

MAD DOGS – Ass Shakin’ Dirty Rollers (Go Down)  

0

1- Incidetevi sulla mano con il rasoio “Mad Dogs” e inviate una foto al Re Censore

2 – Alzatevi alle 4.20 del mattino e ascoltate Raw Power

3 – Tagliatevi il braccio con un rasoio lungo le vene, ma non tagli troppo profondi. Solo tre tagli, poi inviate la foto al Re Censore

4 – Disegnate un cane su un pezzo di carta e inviate una foto al Re Censore

5 – Se siete pronti a “diventare un cane” incidetevi “yes” su una gamba. Se non lo siete tagliatevi molte volte. Dovete punirvi.

6 – Sfida misteriosa

7 – Incidetevi sulla mano con il rasoio il logo dei Radio Birdman e inviate una foto al Re Censore

8 – Scrivete “#i_am_dog” nel vostro status di Facebook

9 – Dovete superare la vostra paura

10 – Dovete svegliarvi alle 4.20 del mattino e alzare il volume dello stereo a volume altissimo

11 – Incidetevi con il rasoio un cane sulla mano e inviate la foto al Re Censore

12 – Guardate video psichedelici tutto il giorno

13 – Ascoltate i dischi degli Stooges, dei Saints, dei New Christs, degli Hellacopters

14 – Mordetevi il labbro

15 – Passate la puntina sul disco più volte

16 – Procuratevi qualcosa da bere

17 – Andate sul tetto del palazzo più alto e state sul cornicione facendo pipì sui ragazzini in fila per assistere a qualche talent-show

18 – Andate su un ponte e sputate giù

19 – Salite su un’auto e cercate di spingere al massimo

20 – Il Re Censore controlla se siete affidabili

21 – Abbiate una conversazione con un altro che ascolta i Mad Dogs su Skype

22 – Andate su un letto e alzate le gambe a chi vi aggrada

23 – Un’altra sfida misteriosa

24 – Compito segreto

25 – Abbiate un incontro con una “cagna”

26 – Il Re Censore vi dirà la data della prossima uscita dei Mad Dogs e voi dovrete comprarla

27 – Alzatevi alle 4.20 del mattino e andate a visitare i binari di una stazione ferroviaria

28 – Non parlate con nessuno per tutto il giorno

29 – Fate un vocale dove dite che siete un ghepardo che morde la strada

dalla 30 alla 49 – Ogni giorno svegliatevi alle 4.20 del mattino, guardate i trailer di Gimme Danger o Descend into the Mealtstrom, ascoltate Ass Shakin’ Dirty Rollers, fatevi un giro di Jack Daniel’s al giorno, parlate a “un cane”

50 – Alzate il volume al massimo e riprendetevi la vostra vita.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

F:A.R. – Mechanics & Music (Nastri ’81-’85) (Again Records/Der Klang/Luce Sia)  

0

La prima domanda, in una campagna di ristampe dedicate ai F:A.R., potrebbe essere “perchè partire proprio dai nastri?”. La risposta è semplice. Quella del tape-network fu la pratica di registrazione e distribuzione adottata ufficialmente dal movimento industrial europeo sin dalla metà degli anni Settanta, quando Genesis P- Orridge, in una celebre quanto carbonara newsletter inviata ai suoi adepti, ne formalizzò l’utilizzo come massima forma espressiva del fai-da-te musicale proclamando che tutto quello di cui si aveva bisogno per realizzare un disco non era altro che un registratore per nastri e un microfono a condensatore. Dando esempio di quanto scritto i Throbbling Gristle avrebbero realizzato in quel modo il loro Music from the Death Factory, dando i natali a tutto quello che verrà storicizzato come suono industrial. Poco dopo i T.G. avrebbero ribadito il concetto utilizzando 1150 nastri degli Abba per registrarci sopra 23 esibizioni delle loro performance dal vivo da distribuire dentro 50 valigette ventiquattrore. 

Analogamente, in America, i Residents iniziavano la loro carriera spedendo attraverso il loro fan-club i loro lavori su cassetta.

Le cassette, insomma, erano un modo per stare nel mercato senza fare parte del mercato, per esprimere allo stesso tempo le proprie velleità artistiche ed il proprio disgusto per le “fabbriche” consumistiche dell’arte. Ed era anche una maniera consapevole di allinearsi ad un’etica più “povera” rispetto ai costi (di stampa, ma anche di riproduzione e di spedizione) del dominante mercato dell’LP.

Questa scelta etica ed estetica fu adottata praticamente da tutta la scena industrial. Italia compresa. F:A.R. compresi.

Ha dunque senso partire proprio da lì per ripubblicare in formato digitale le molliche lasciate lungo il cammino da una delle formazioni chiave per la scena rumorista/industrial del nostro Paese. Le rappresentazioni dell’ensemble di Savona erano una vera e propria casa infestata da orchi cattivi e arpie obbligate ad un tormento senza fine di cui l’aspetto “musicale” qui contenuto costituiva solo una parte dell’insieme. I nastri “ripuliti” per l’occasione sono Duello sul cervello, Final Alternative Relation e Lust. Contengono idee di suono e di rumori ora riflessive ed esoteriche, ora brutali e caotiche, insidiose. Del tutto pronte ad accogliere il caos, l’effetto casuale e imprevisto. Reperti sonori della civiltà industriale e dei suoi demoni.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro