F:A.R. – Mechanics & Music (Nastri ’81-’85) (Again Records/Der Klang/Luce Sia)  

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La prima domanda, in una campagna di ristampe dedicate ai F:A.R., potrebbe essere “perchè partire proprio dai nastri?”. La risposta è semplice. Quella del tape-network fu la pratica di registrazione e distribuzione adottata ufficialmente dal movimento industrial europeo sin dalla metà degli anni Settanta, quando Genesis P- Orridge, in una celebre quanto carbonara newsletter inviata ai suoi adepti, ne formalizzò l’utilizzo come massima forma espressiva del fai-da-te musicale proclamando che tutto quello di cui si aveva bisogno per realizzare un disco non era altro che un registratore per nastri e un microfono a condensatore. Dando esempio di quanto scritto i Throbbling Gristle avrebbero realizzato in quel modo il loro Music from the Death Factory, dando i natali a tutto quello che verrà storicizzato come suono industrial. Poco dopo i T.G. avrebbero ribadito il concetto utilizzando 1150 nastri degli Abba per registrarci sopra 23 esibizioni delle loro performance dal vivo da distribuire dentro 50 valigette ventiquattrore. 

Analogamente, in America, i Residents iniziavano la loro carriera spedendo attraverso il loro fan-club i loro lavori su cassetta.

Le cassette, insomma, erano un modo per stare nel mercato senza fare parte del mercato, per esprimere allo stesso tempo le proprie velleità artistiche ed il proprio disgusto per le “fabbriche” consumistiche dell’arte. Ed era anche una maniera consapevole di allinearsi ad un’etica più “povera” rispetto ai costi (di stampa, ma anche di riproduzione e di spedizione) del dominante mercato dell’LP.

Questa scelta etica ed estetica fu adottata praticamente da tutta la scena industrial. Italia compresa. F:A.R. compresi.

Ha dunque senso partire proprio da lì per ripubblicare in formato digitale le molliche lasciate lungo il cammino da una delle formazioni chiave per la scena rumorista/industrial del nostro Paese. Le rappresentazioni dell’ensemble di Savona erano una vera e propria casa infestata da orchi cattivi e arpie obbligate ad un tormento senza fine di cui l’aspetto “musicale” qui contenuto costituiva solo una parte dell’insieme. I nastri “ripuliti” per l’occasione sono Duello sul cervello, Final Alternative Relation e Lust. Contengono idee di suono e di rumori ora riflessive ed esoteriche, ora brutali e caotiche, insidiose. Del tutto pronte ad accogliere il caos, l’effetto casuale e imprevisto. Reperti sonori della civiltà industriale e dei suoi demoni.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA – Terra (La Tempesta)  

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Aspettavo di vederlo in azione sul palco del Primo Maggio per poter fugare o confermare i dubbi suscitati dal suo ultimo lavoro. Oggi, il Due Maggio, posso dire che i dubbi suscitati dall’ascolto di Terra sono stati confermati.

L’ormai lontanissimo album di debutto aveva, pur nella sua limitatissima formula, definito un territorio visivo/culturale ricco di un fascino decadente e post-industriale che non poteva durare più che lo spazio di un disco. Una sorta di concept sulle vite imprigionate nelle periferie urbane. E infatti Vasco Brondi ha pensato bene di lavorare sin da subito come una talpa. Ha trovato un bel campo coperto di gramigna e ha iniziato a scavare dei cunicoli che da quei quartieri-dormitorio la cui skyline era tagliata dai capannoni industriali e dai tralicci dell’alta tensione lo portasse in altri luoghi.

Luoghi dapprima pensati, immaginati, irraggiungibili e poi via via sempre più vicini, sempre più tangibili, concreti, reali. Il suo tentativo di abbracciare il mondo giunge a completamento con questo Terra, il cui intento viene reso manifesto già dal titolo. Ma è un abbraccio impacciato. Come di un saluto carico di belle intenzioni ma povero di fiducia. Un po’ come quello del suo ufficio promozione che ti manda il link per l’ascolto dell’album ma ti avverte che segneranno il tuo IP. Che insomma si fidano di te ma non del tutto. Come in quegli ipermercati di cui Brondi cantava. Che ti invitano ad entrare ma ti dicono che all’uscita potrebbero essere effettuati dei controlli. Che sono contenti se gli porti i soldi ma sospettano pure che tu possa portargli via la merce. Che sei una merda, insomma. Però se porti la carta igienica nel portafogli e gliene lasci qualche strappo, faranno finta di trattarti bene.

Terra prova a cantare queste città italiane superaffollate, meticce, multietniche loro malgrado. Con le razze messe una di fianco all’altra, come quando le mie figlie disegnavano un abbozzo di Pace nel Mondo per le maestre della scuola d’infanzia e io compravo loro i pennarelli gialli, neri, rossi, rosa e nocciola per dipingere quelle facce avvolte da un sorriso da bocche con le ali all’insù, quelle mani che si stringevano l’un l’altra in una catena di felicità posticcia. Vasco Brondi fa la stessa cosa, mettendoci più parole che colori, forse troppe. Accostate una accanto all’altra come in quei disegni. Peccato però che musicalmente Le Luci della Centrale Elettrica non sia riuscito, ancora una volta, ad andare oltre ad una “ipotesi” di musica. Pluralista negli intenti ma intimamente isolazionista nei risultati, come nei primi dischi di Claudio Lolli. Come nei suoi primi dischi, nei fatti. Dimostrando che alla fine quei cunicoli non erano altro che delle tane.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

EFFERVESCENT ELEPHANTS – Ganesh Sessions (Area Pirata)  

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Gli Effervescent Elephants di Vercelli furono la band che versò spezie esotiche nella grolla della scena neo-psichedelica italiana degli anni Ottanta. Un precipitato di polveri indiane e mediorientali che galleggia dentro una teiera in un intorpidito pomeriggio psichedelico inglese e che viene ottimamente simboleggiato dal Ganesh ritratto in copertina e a cui queste sessions eseguite a valle della collaborazione con Claudio Rocchi pubblicate all’epoca dalla Psych-Out e che sono in larga parte esercizi sul vecchio repertorio della band (Indian Side dal loro album di debutto, It’s Raining da Indian Corn Expasions, My Generation e Goodnight Vienna da 16 Pages, la storica Radio Muezzin e l’altrettanto epocale cover di Maize pubblicate ai tempi d’oro sul piccolo formato cui si aggiungono un lunghissimo raga in memoria di Rocchi, un remix elettronico di Apollo e le muse scritta proprio con il cantautore milanese e un altro paio di cover  come la bellissima rivisitazione della December del nostro orgoglio Strange Flowers e una stravolta Astronomy Domine dei sempre amati Pink Floyd che Ludovico Ellena aveva già interpretato sul suo personale omaggio a Barrett di dieci anni fa). Il risultato è come sempre qualcosa di profondamente onirico, che nonostante tragga ispirazione da certo beat fatato inglese (Barrett, si. Anche se io c’ho sempre più sentito Donovan dentro i loro dischi, ma io la musica la ascolto col quarto occhio, NdLYS) resta fondamentalmente svincolato dai rigidi e compassati schemi di tanta musica occidentale e dentro le cui spire chi mal digerisce i raga alla Ravi Shankar troverà difficile rifugio, ad ulteriore conferma che gli elefanti effervescenti con tutta la scena “neo-psichedelica” da cui quasi tutti sono scappati come i topi quando sta affondando la nave, c’entravano poco. Loro non erano lì per caso. Forse c’eravate finiti per caso voi.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FRANCO BATTIATO – La voce del padrone (EMI)  

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Eccolo, il disco con cui, dopo un decennio di sperimentazione iconoclasta e ascetica e dopo essersi timidamente affacciato alla balaustra della musica leggera con un ermetismo da esteta misantropo e asociale, Battiato si concede totalmente al pubblico regalandogli un disco di pop antropofago di un’immediatezza schiacciante. Il disco con cui, commercialmente, l’artista siciliano si prende la sua rivincita. Ed è una rivincita paralizzante che fa tabula rasa di tutti i cantautori che hanno monopolizzato le classifiche di vendita italiane degli anni Settanta, forti di un consenso popolare che a lui era stato prima negato e che poi aveva egli stesso ripudiato, chiudendosi a riccio dentro dischi impenetrabili come M.elle le “Gladiator” o L’Egitto prima delle sabbie e di cui adesso si prende l’intera porzione, lasciando gli altri a raccogliere le briciole dal suo piatto.

La voce del padrone è un disco dalla luce pop abbagliante. Perfetto per sintesi e sintassi. Capace di ergersi a vessillo di una qualche sorta di musica elevata mentre mesce nella melma della cultura popolare più kitsch in un elenco citazionista ma non didascalico dei suoi luoghi comuni più gretti. Un abile e ruffiano gioco di specchi in cui Battiato afferma la sua identità e il suo spregio per la cultura dominante così come da quella propugnata come sua alternativa (da Vivaldi ad Omero, dalla new-wave alle canzoni per l’estate, dai Beatles a Dylan, da Mina ad Alan Sorrenti, dall’uso dei cori da parata militare a quello del megafono fino allo “sfruttamento” dei canoni estetici narcotizzanti del tormentone) immergendovisi però totalmente. Battiato è abilissimo a muovere le tessere del suo puzzle ma è soprattutto nella furbizia del consegnarle a noi ed illuderci ad essere noi a completare questo mosaico che si gioca la sua partita vincente. Anche quando ci parla di cose lontane nello spazio e nel tempo, ce le porge con disinvoltura elegante ma allo stesso tempo carica di attenzione, invitandoci a fare altrettanto. Come quando vai a prendere un thè dagli amici e te lo versano in una pregiatissima porcellana giapponese del diciottesimo secolo.

Non c’è una sola canzone che non sia strutturalmente costruita ad arte per irretire il pubblico.

Non una sola canzone che non sia passata dai solchi di un disco alle pagine della storia della nostra musica popolare, stazionando ancora stabilmente fra i dischi più amati e più venduti della canzone italiana.

È il 1981. E, dopo aver vinto Sanremo con una canzone affidata ad Alice, con le vendite de La voce del padrone, Battiato si paga le vacanze più belle della sua vita. Per quell’estate e per tutte le estati che verranno.       

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PRIMETEENS – Bikers from Hell (Lakota)

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Dopo aver debuttato sotto la bandiera del garage-punk più selvaggio, al momento di esordire su grande formato i Primeteens di Bologna riadattano rapidamente il loro stile sconfinando nei campi dell’hard-rock. Non sono gli unici a “tradire” le speranze che solo un anno prima un disco come Neolithic Sounds from South Europe aveva generato in merito alla nuova ondata di formazioni devote al Sixties-punk più maniacale ed intransigente. Metà di quei gruppi infatti non riuscirà mai a certificare discograficamente la sua vicenda artistica, mentre Electric Shields, Monks e il gruppo di Scanna vireranno subito verso altre forme musicali. Che nel caso della formazione emiliana sono l’hard-blues e il Motor City-sound, cercando di spostare il suo asse parallelamente a quello dei Morlocks, che sembrano essere il suo principale punto di riferimento estetico e stilistico. Il risultato è però un disco non ancora a fuoco, disinnescato notevolmente da un lavoro di produzione e missaggio troppo asciutto e bidimensionale per far emergere dalle voragini infernali di pezzi come Baby Talk o Risin’ il demone stoogesiano che tutti si aspettano faccia capolino da un momento all’altro, finendo per fare di Bikers from Hell uno dei tanti esercizi di emulazione di cui abbiamo riempito gli scaffali alla ricerca della giusta scarica elettrica.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

TODO MODO – Prega per me (Goodfellas)  

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Funziona solo a tratti, a piccolissimi tratti il nuovo disco dei Todo Modo. Un po’ come già per il primo raduno da “dopolavoro” degli ex “uomini del presidente” Agnelli Giorgio Prette e Xabier Iriondo, qui al servizio di Paolo Saporiti e per il quale pure si erano spesi sperticati elogi, del resto.

Non qui da me. Altrove.

Il meglio, come nei cocktail che non vengono girati a dovere, sta in fondo. In quella traccia inquietante e percorsa da un monito perverso vicino a quelli che la Fuzz Orchestra affida alle pellicole di culto della cinematografia italiana, Todo Modo compresa, e intitolata La ballata di Rouen. Il resto capitola invece sotto una sorta di manto Subsonico, appena appena incattivito da qualche asperità e seviziato dal rumore (La fine del mondo, Prendi a calci i tuoi dolori, Fino a farmi male, La figlia del Re).

Quando anche il rumore zittisce (Clandestino, Nel nome mio, Non dite niente) si lambisce invece quella sorta di vuoto cosmico di cui spesso la canzone d’autore si fa portavoce, contravvenendo alla regola che il vuoto in quanto tale non ha bisogno di alcuna voce.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FABRIZIO DE ANDRÈ – Le Nuvole (Fonit Cetra)

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Rispetto all’unità concettuale e stilistica del disco che lo ha preceduto e sebbene si tratti di una pungente allegoria sul potere e sia “deformato” dalla politica così come lo era stato molti anni prima “Storia di un impiegato”, Le Nuvole appare, ed è, un disco insoluto.

Ovviamente, rispetto ai primi anni Settanta, i contesti storico e sociale sono notevolmente cambiati. La rivoluzione armata si era consumata e, nonostante la lunga scia di sangue, il suo disgusto aveva lasciato il posto alla rassegnazione e aveva aperto la strada ad un contropotere ancora più assetato di sangue e ancora più annichilente come quello mafioso.

De Andrè ne parla ampiamente sul suo disco. Ma non ne dibatte, come era accaduto nella messinscena giudiziaria del disco del ’73. Il suo punto di vista è, piuttosto, quello di un cronista cui spetta l’ingrato compito di cantare “l’astio e il malcontento di chi è sottovento e non vuol sentir l’odore di questo motore che ci porta avanti quasi tutti quanti”. L’immobilità che ha paralizzato i figli della generazione sessantottina e la conquista del potere da parte di coloro che di quella lotta erano all’epoca i profeti “molto acrobati” sono le Muse che ispirano e fanno da collante a questo disco musicalmente disgiunto che, nel tentativo di evitare la trappola di un nuovo episodio della ricerca etnica del precedente e di restituire in parte il De Andrè cantastorie dei vecchi anni, finisce per rinunciare del tutto ad una identità precisa e toccare un ventaglio di stili talmente babelici (tarantella, jodel, elegia, musica etnica, cabaret, lirica) da risultare nel complesso inafferrabile se non pretenzioso.

Il disco è, ovviamente, quello di Don Raffaè, una vivace satira nel tipico stile della musica “da giacchetta” napoletana che farà la fortuna popolare di De Andrè. Ma è, soprattutto, quello de La Domenica delle Salme, una istantanea feroce dell’Italia di fine-Secolo che si prepara senza esserne ancora consapevole ad essere sedotta dai rigurgiti leghisti, dal rampantismo berlusconiano, dai nuovi confini della scienza che assicurano la sconfitta definitiva della vecchiaia. La derisione e lo scherno feroce con cui Faber irride il popolo italiano (l’uso del kazoo a simulare quello di una trionfale pernacchia, il coro di cicale che dovrebbe rappresentare la “vibrante protesta” della gente ma anche il veloce arpeggio chitarristico che sembra una amplificazione corale, collettiva, universale di quello di Amico Fragile) sono il requiem definitivo dei sogni progressisti e libertari che avevano serpeggiato durante gli anni Settanta e che erano stati inghiottiti del tutto dall’edonismo del decennio successivo.           

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ALESSANDRONI – (Industrial by Alessandroni) (Dead-Cert Home Entertainment)  

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Che a rendere omaggio e meriti alla storia di Alessandro Alessandroni debbano pensarci gli stranieri la dice lunga su quanto siano miopi discografici e pubblico del nostro paese a forma di camperos. Colui che in patria è conosciuto per essere nient’altro che il “fischio” dei western di Sergio Leone (e ti pare poco) è stato in realtà uno dei più pregiati avanguardisti sonori della nostra storia. Il suo lavoro di ricerca sulle “musiche possibili” in campo elettronico sono ancora oggi un patrimonio di cui dovremmo andare orgogliosi. Un grandissimo artigiano della sonorizzazione e dell’effettistica il cui enorme patrimonio in larga parte affidato ai cataloghi di library-music (gli “archivi” musicali di cui le case di produzione cinematografica e televisiva si dotarono per musicare i loro documentari) è ancora in fase di inventariazione. (Industrial by Alessandroni) racimola ad esempio quindici fulgidi esempi di musiche ispirate al mondo delle fabbriche, ai rumori delle macchine, ai ronzii dei trasformatori, ai ritmi parossistici delle catene di montaggio e alla nevrosi della civiltà del dopo-boom che ancora oggi ci rende schiavi, anche davanti al muto ma chiassoso schermo di uno smartphone.

Polaroid sonore del nostro tempo. Arte viva.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FRANCESCO DE GREGORI – Rimmel (RCA)  

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Gli autoriduttori e i contestatori degli anni Settanta avevano un setaccio.

Un crivello stretto col quale si arrogavano il compito di filtrare ciò che era culturalmente buono da ciò che non lo era analizzando ogni opera creativa secondo dei parametri che non prevedevano una critica oggettiva e funzionale ad un criterio artistico ma che ne esaminava solo il “messaggio” di cui si faceva portavoce e la coerenza dell’artista con quel messaggio. Era qualcosa che, in termini di arroganza e ferocia, aveva più a che fare con il fascismo e la censura bigotta centrista che con le argomentazioni progressiste di sinistra. Ma allora, nel fervore di quegli anni, nessuno se ne rese conto. E la gogna tornò di moda. E la ghigliottina sostituì la sua lama inclinata con un profilo curvo di falce, prima di tornare in scena in un tripudio di cori e pugni alzati al cielo.

Era cominciata un’altra caccia alle streghe. E, fra tutte le streghe, quella di Rimmel fu una delle più perseguitate. Perché, fra tutte le streghe, era quella che parlava una lingua oscura e impenetrabile, per quei setacci così attenti eppure così inadeguati.

Un disco dove tutto quel che aveva un nome, aveva un nome taciuto. E ogni protagonista si prodigava in arti “provvisorie” che nulla avevano a che fare con la militanza che gli anni imponevano. Zingari che leggono le carte, fachiri che camminano su cocci di vetro, banditi con le colt caricate a salve, spettatori che applaudono senza capire neppure chi siano gli attori che stanno recitando (il geniale applauso che scandisce la storia incomprensibile di Pablo), pianisti mestieranti e dittatori senza cuore che scrivono poesie appassionate. 

Un disco che si apre con la storia di una disfatta amorosa. Una storia d’amore dove tutto è un trucco. E che, con un lampo di genio poetico, De Gregori ci racconta rendendoci complici di un ritardo colpevole quanto enigmatico. Siamo all’inizio di un racconto che è già l’epilogo del racconto stesso, che infatti era cominciato un anno prima su quell’altra perla intitolata Bene, in cui la parola amore non era ancora stata recisa.

Non una canzone d’amore, nonostante sia una delle più belle canzoni d’amore, ma una canzone sulle ombre che l’amore proietta. E che dell’amore hanno la forma ma non la sostanza.

Una piccola perla regalata ai porci. Posta in cima a una tiara tempestata di altri piccole pietre preziose del cantautorato italiano.

Rimmel consegna definitivamente De Gregori alla storia della canzone italiana regalandogli il podio della classifica e, allo stesso tempo, porta a pieno compimento quella trasfigurazione da semplice cantautore a perfetto capro espiatorio preannunciata l’anno precedente sulla copertina del disco omonimo. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

REBELS WITHOUT A CAUSE – Naked Lunch (Electric Eye)  

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Uno dei dischi più “trasversali” del pregiato catalogo Electric Eye fu opera di una band di Cervia che sembrava essere spuntata dal nulla delle nebbie emiliane, non fosse che già prima del suo debutto discografico avesse suonato nel Nord Italia come spalla di gente come Tav Falco, Green on Red e Dream Syndicate anche se spesso in formazione “amputata”, ridotta ad un paio di chitarre supportate da una ingombrante batteria elettronica. Il disco invece, uscito nell’estate del 1987, vede un quartetto in gran spolvero, autore di un suono che sbatte le ali come una falena andando a scottarsi vicino al fuoco del rockabilly, dell’R & B e del classico suono roots americano. Una tecnica, chitarristica soprattutto (Davide Piatto, per dieci anni il 50% dei N.O.I.A. e diventato ora uno dei più abili e meno scontati chitarristi sulla piazza, NdLYS), magistrale che in un contesto completamente diverso rispolvera il guizzo brillante delle chitarre dei Redskins. Ma l’aria, il paesaggio che si respirano dentro Naked Lunch sono tipicamente americani, come nel sogno di tantissime band dell’epoca. Un’America metafisica. Romantica e dannata, che i Rebels avrebbero continuato a cantare anche quando nessuno sembrava più volerla sognare così, dentro altri due album di cui forse più nessuno ricorda nulla e che fareste bene ad andare a recuperare, colmando la voragine che si è creata nel vostro sedimento di fosforo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro