JOHN COLTRANE – A Love Supreme (Impulse!)  

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Dio può manifestarsi in tanti modi.

A John Coltrane Dio si manifesta con un pugno che gli modifica il setto nasale e la vita. Il messaggero di Dio è Miles Davis. È lui che, stanco delle smanie eroinomani dell’amico John che stanno minando l’avventura del loro quintetto, gli tatua le sue cinque nocche sul grugno. Facendolo rinsavire.

È il 1957 e da quel momento, oltre a disintossicarsi le vene, John Coltrane inizia un percorso di disintossicazione dello spirito che lo conduce alla riscoperta della spiritualità e di “un amore supremo”. Aggrovigliato a questo amore anelato e infine raggiunto è A Love Supreme, pubblicato nel 1965 e registrato con fervore mistico-musicale in un’unica session il 9 Dicembre dell’anno precedente. Un disco dalla bellezza selvaggia dove il jazz si mescola col blues (il giro di basso di Jimmy Garrison che poi si tramuta nella dichiarazione d’amore “cantata” dallo stesso Coltrane) e gli accenti sudamericani (avvertibili nelle sincopi di Elvin Jones) ma tenta pure l’assalto poetico traducendo in note un intero salmo di lode a Dio, come nei fantastici dieci minuti di Psalm. Nessuno dei musicisti sa quali siano le parole che Coltrane sta “traducendo” in suono ma ne avvertono l’estasi mistica, costruendo una languidissima e soave mareggiata di jazz spirituale. Lo scopriranno solo un mese dopo, quando Coltrane consegna nelle loro mani le copie finite di A Love Supreme, con la sua preghiera a Dio scritta all’interno della copertina.

Una preghiera così bella e ispirata che Dio stesso ne rimarrà ammaliato, tanto da convincere Coltrane a recitarla direttamente nel suo attico su al settimo cielo, appena due anni e mezzo dopo.

‘Trane aveva appena quaranta anni.

E Dio gli si era già rivelato due volte.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SUN RA AND HIS ARKESTRA – At Inter-Media Arts (Modern Harmonic)

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Mille copie in doppio CD, mille in triplo vinile.

È uno dei due “regali” della Sundazed per il Black Friday del 2016 (in realtà disponibile in download già da un anno, NdLYS).

È il Sun Ra del 9 Novembre 1991, quello già colpito dalle malattie terrene nonostante la sua corazza interstellare e che lesina le sue apparizioni sui palchi, affidando la sua Arkestra alle mani amorevoli di John Gilmore.

È il Sun Ra che fa rientro sul pianeta, anche a livello umano. Dopo aver abbandonato la città, la famiglia e gli affetti, andrà a trovare la sorella a Birmingham, dove morirà appena due anni dopo questo show registrato negli studi della WNYC di New York con la stessa “arkestra” di quello destinato a restare il suo ultimo album in studio, registrato a Milano nei primi giorni d’estate del 1990. Il suono è ormai lontano dalle spietate forme spaziali dell’epoca newyorkese finendo per abbracciare una sorta di jazz universale che parte dal suono delle big band di Duke Ellington fino al free jazz ineducato di Coleman, Ayler e Coltrane.  

Il disco è ovviamente un’uscita per fanatici, quindi perfettamente sensata per il pubblico folle che cerca (senza riuscirci probabilmente, vista la mole industriale di dischi pubblicati) di seguire i mille rivoli di una discografia folle quanto la mente che l’ha prodotta, ma è anche un modo come un altro per approcciarsi al mondo del Sun Ra, partendo da terre meno impervie di quelle che vi capiterà di attraversare se vorrete proseguire l’avventuroso percorso.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE LOUNGE LIZARDS – The Lounge Lizards (EG)  

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Le donne dell’alta borghesia newyorkese si alzarono le vesti, come cortigiane lascive. E lasciarono vedere quel che la fantasia aveva già disegnato. Erano etti di carne pallida su cui qualche sporcaccione nero aveva lasciato qualche piccolo livido a forma di polpastrello. Erano stringhe di pizzo e giarrettiere a contenerne il volume, come insaccati turgidi che stuzzicavano narici e palato.

L’orchestra jazz barriva come un pachiderma in cattività, immaginando di insinuarsi dentro quelle voragini di carni femminili. Cigolando come porte irriverenti che custodiscono a malincuore e non senza protestare i segreti degli amanti. Miagolando come gatte incuranti dell’altrui riposo. Accarezzava e poi sferrava qualche colpo inaspettato e taurino, come se quella sala carica di odori si fosse trasformata in un’alcova impetuosa ed anarchica alle regole del buon costume.

Era un enorme voluttuoso brindisi di piatti scroscianti e di martelletti maleducati e impertinenti seguito da singhiozzi etilici che schioccavano come baci. E poi minùgie che cercavano altre intercapedini, altri orifizi, altre budella.

Le signore si erano ritrovate in atteggiamenti scomposti. I musicisti ne avevano osservato ogni movenza, ricostruendone lo sfacciato rito di adescamento o certi sofisticati giochi di caviglie con i loro strumenti, fino a scoppiare in un rantolo di bramoso, volgare, turpe desiderio.

Le cravatte diventate eleganti cappi dentro cui strozzarsi.   

Le camicie bianche di un candore che il sesso sconosce e la donna insegna a violare.

New York diventa la Parigi del Re Sole, la Ferrara dei Borgia, la Roma dei Cesari, la Gomorra del Re Birsha, suonando le arie di Thelonious Monk o John Coltrane come fossero le trombe dei Cavalieri dell’Apocalisse.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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VINICIO CAPOSSELA – Camera a Sud (CGD)  

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Pur essendo stilisticamente un’esatta riproduzione del disco precedente, Camera a Sud è un album necessario a Capossela per fare a pezzi se stesso e congedarsi dal ruolo di cantante confidenziale e anche un po’ tirapiedi con cui ammicca in pose Piazzolliane nelle immagini a corredo del disco. Pose che strideranno con il Capossela che verrà da lì a poco e che forse sono le ultime diapositive che il giovane artista vuole inviare a suo padre, talmente innamorato della fisarmonica da dare a suo figlio il nome poco usuale di un suo amato “fisarmonicista con ritmo” di cui custodisce qualche 45 giri che l’avo emigrante alterna con frequenza a quelli di Bruno Martino, di Carosone, di Celentano, di Adamo. Un tacito ringraziamento per averlo iniziato a quella magia di mantici e tasti di ottone e madreperla.  

Sono gli ultimi rigurgiti dello struggimento amoroso che ha riempito la prima fase della sua carriera, l’ultimo gesto plateale con cui Capossela svuota il suo armadio di scheletri e fantasmi. Come quello “delle Tre” che lo perseguita da anni e che Fantini, il suo produttore-consigliere dell’epoca, non riesce proprio a digerire ma che Vinicio continua a proporgli con arrangiamenti diversi pur di vederlo, alla fine, pubblicato.

Ed eccolo qui fare la sua prima “apparizione” in studio, dopo aver svolazzato sul palco da quando Vinicio ne ha mai calcato uno.

Capossela lo lascia volare via tra profumi caraibici, piccoli soffi jazz, odori penetranti di salsedine che entrano dalle finestre di questo albergo rivolto con le finestre aperte verso il sud dove Vinicio ha trovato riparo dopo tre anni da Modì, in un esilio artistico che è intimamente e simbolicamente affine a quello del pittore livornese.

Poi Vinicio torna dentro, chiude le imposte e si sveste del suo completo da tanghero. Ad aspettarlo, c’è quel Sud che ha appena cominciato a guardare.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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HENRY MANCINI – The Music from Peter Gunn (complete edition) (American Jazz Classics)

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Gli emigranti italiani di prima generazione costruirono l’America.
I loro figli ne montarono l’immagine e ne crearono il suono, facendone la cartolina che di qua dall’Oceano tutti si aspettavano di ricevere.
Enrico Nicola Mancini non fu da meno. Senza di lui non potremmo fischiettare il tema della Pantera Rosa o simulare un’immersione nelle acque argentate del Moon River. E forse senza di lui il matrimonio tra jazz e cinema sarebbe rimasta una sghangherata storiella da due soldi. Chi lo sà.
Invece nel ’58 Blake Edwards gli affida le musiche per un suo nuovo personaggio su cui sta lavorando: si tratta di un investigatore privato di gran classe, che frequenta un club jazz chiamato Mother’s e che risponde al nome di Peter Gunn.
Gli serve un autore sofisticato, elegante e versatile, in grado di rendere in musica ciò che Edwards ha in mente di proiettare sullo schermo. Henry è perfetto: conosce Cole Porter come gli Ebrei la Bibbia ma ha suonato in centinaia di matrimoni per immigrati e fatto tesoro del loro repertorio: ha una musica pronta per ogni situazione. Mancini costruisce delle musiche “su misura”. Come un sarto. O un designer.
Peter Gunn diventa quello che lui suona e ascoltando di filato questo splendido doppio CD pare materializzarsi la sua ombra alle nostre spalle. È la magia di una musica che buca lo schermo prima in un senso, poi in quello opposto. La magia delle nostre memorie.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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VINICIO CAPOSSELA – O Capitano, mio Capitano!  

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Il disco con cui Vinicio Capossela si “affaccia” (letteralmente) al grande pubblico non promette nulla di buono. Sulla copertina, il musicista italo/tedesco, sta seduto con i gomiti appoggiati alle ginocchia, le maniche appoggiate ai gomiti,  la mano destra appoggiata al mento, la giacca appoggiata alla spalla, gli occhi appoggiati su qualcosa o qualcuno. Nessuno sa ancora chi sia Vinicio e dove vuole arrivare. Facile dunque accostare quella posa a quella di un ammalinconito Pino D’Angiò o di un Sergio Caputo meno ottimista e sorridente.

E in effetti, nonostante agli esordi il riferimento musicale più prossimo sia con il jazz fumoso di Paolo Conte e certo swing cialtrone alla Buscaglione, il sogno del giovane Capossela è quello di diventare un cantante confidenziale da night club, in una visione poetica e Waitsiana di un’America che non potendo stare in ginocchio, ha scelto di stare seduta. A fare compagnia alcolica a chi di compagnia ha bisogno.

All’una e trentacinque circa è immerso in questo mondo in cui la solitudine che riaffiora va subito annegata in un buon bicchiere di bourbon, per lasciarla affogare, stordita. Non c’è molto del Capossela zoppicante ed epico che verrà e che ancora nessuno aspetta.

Come i migliori autori da night club Vinicio si racconta al pianoforte ad un pubblico disattento. In questa malinconia intima Capossela si fa portavoce di un disinganno che è condivisibile ma non condiviso, in quanto periferico al contesto in cui è ambientato. Le musiche che lo accompagnano non hanno ancora assimilato il gusto esotico che farà capolino nei dischi immediatamente successivi ne’ tantomeno c’è alcun indizio della ricerca antropologica che sboccerà copiosa sui dischi della maturità. Tutto il disco sfuma piuttosto su soffusi toni jazz e qualche scattante numero barrelhouse.

Vinicio è piegato sui tasti.

Tutt’intorno è fumo e odore di alcol versato.

Qualcuno meno distratto e più infelice degli altri si avvicina chiedendogli di suonarla ancora. Come in una vecchia pellicola americana.

Il maestro si asciuga il sudore, si versa un altro po’ di assenzio, e ricomincia da capo.

Ancora più intimo del disco del debutto, Modì è l’album con cui, paradossalmente, Vinicio si tira fuori dalla nicchia esclusiva degli habituè del Club Tenco per diventare un cantante dal gusto popolare. Lo fa volontariamente, cedendo al fascino della musica latinoamericana che in quegli anni comincia ad insinuarsi nelle baraonde dei night club e delle balere fino a diventarne quasi padrona assoluta.

Modì è difatti il disco de La regina del Florida e …e allora mambo, le canzoni che allargano la geografia della mappa Caposseliana che rimane tuttavia fortemente egocentrica.

Ma Modì è, soprattutto, un omaggio alle donne. Così come le aveva disegnate Modigliani, il pittore livornese scelto come musa per il titolo e l’umore del disco. Come nei ritratti di Modì, le donne che popolano il disco di Vinicio sono creature piene di una austerità pungente, di una sensualità naturalmente incline al peccato ma allo stesso tempo intrappolata in un’eleganza anomala e ingannevole.

Come Modigliani, Capossela è ancora uno che “regala” le sue canzoni al pubblico per comprarsi da bere.

Come lui, è uno che non riesce a guardare la bellezza senza prima inforcare una lente di malinconia, struggendosi in un martirio di spettatore inquieto dell’incanto femminile.

Come lui, gli si avvicina indietreggiando.

Come lui, vorrebbe domarla e ne è domato.

Come lui, spesso preferisce non guardarla negli occhi per non rubarne l’anima, o venirne rapito.

Pur essendo stilisticamente un’esatta riproduzione del disco precedente, Camera a Sud è un album necessario a Capossela per fare a pezzi se stesso e congedarsi dal ruolo di cantante confidenziale e anche un po’ tirapiedi con cui ammicca in pose Piazzolliane nelle immagini a corredo del disco. Pose che strideranno con il Capossela che verrà da lì a poco e che forse sono le ultime diapositive che il giovane artista vuole inviare a suo padre, talmente innamorato della fisarmonica da dare a suo figlio il nome poco usuale di un suo amato “fisarmonicista con ritmo” di cui custodisce qualche 45 giri che l’avo emigrante alterna con frequenza a quelli di Bruno Martino, di Carosone, di Celentano, di Adamo. Un tacito ringraziamento per averlo iniziato a quella magia di mantici e tasti di ottone e madreperla.

Sono gli ultimi rigurgiti dello struggimento amoroso che ha riempito la prima fase della sua carriera, l’ultimo gesto plateale con cui Capossela svuota il suo armadio di scheletri e fantasmi. Come quello “delle Tre” che lo perseguita da anni e che Fantini, il suo produttore-consigliere dell’epoca, non riesce proprio a digerire ma che Vinicio continua a proporgli con arrangiamenti diversi pur di vederlo, alla fine, pubblicato.

Ed eccolo qui fare la sua prima “apparizione” in studio, dopo aver svolazzato sul palco da quando Vinicio ne ha mai calcato uno.

Capossela lo lascia volare via tra profumi caraibici, piccoli soffi jazz, odori penetranti di salsedine che entrano dalle finestre di questo albergo rivolto con le finestre aperte verso il sud dove Vinicio ha trovato riparo dopo tre anni da Modì, in un esilio artistico che è intimamente e simbolicamente affine a quello del pittore livornese.

Poi Vinicio torna dentro, chiude le imposte e si sveste del suo completo da tanghero. Ad aspettarlo, c’è quel Sud che ha appena cominciato a guardare.

La vista meridionale offerta da Camera a Sud diventa per Vinicio un invito irresistibile a penetrare ancora più a fondo nei misteri e negli odori di cui quel Sud è impregnato. Siamo al giro di boa degli anni Novanta e il percorso artistico e personale di Capossela è ad una svolta. Il ballo di San Vito è il disco con cui il cantautore irpino getta via la scorza intimista dei primi lavori e abbandona la rassicurante penombra dei lampioni per lanciarsi come il pelide alla ricerca delle tradizioni popolari ed etniche e si lascia trasportare dalle correnti della memoria in lungo e in largo per il Mediterraneo, alla ricerca di se stesso, sempre più padrone della sua arte, del suo pretenzioso titolo di Conte che ha attaccato sul muro di casa e con cui è conosciuto nel giro losco del Chiavicone, la contrada di Sant’Ilario d’Enza in cui Vinicio pensa di mettere radici. La visione scostante del disco trasmette questo senso di ricerca, di spaesamento, questo senso di viaggio ancora lontano da ogni approdo. Visivamente, è come se il suo autore avesse messo in acqua il suo natante con la prua verso un sud che non ha ancora ben individuato. Stilisticamente questo si traduce in un’opera disomogenea e priva di un progetto catalizzante per temi o atmosfere. L’album nasce come colonna sonora del deragliamento personale del suo autore che, come  cercherà di far intuire nella presentazione al disco, non si è soltanto fatto raggiungere dalla magia ma si è lasciato sorpassare. Costringendosi a rincorrerla, per andarla a stanare. A sostenerlo, in questa corsa, è il ritmo. Vero collante dell’opera. Ecco perché il Conte sceglie rematori infallibili come Alfio Antico, Marc Ribot, Evan Lurie. Ecco perché, ora più che mai, Vinicio ha bisogno di una ciurma di anime affini, di un rifugio errante ma sicuro. Che siano si, delle Body Guard, ma siano anche i confratelli su cui contare quando l’amore si è trasformato in ricatto emotivo, in case abitate da fantasmi, in rimproveri rancorosi o silenzi abbietti e accusatori.

Vinicio spinge la sua “accolita” di fiancheggiatori a Sud. Di fronte al “vento d’Affrica”, fino a lambire le coste di Capo Verde per impiastricciarsi il cuore e gli occhi nel pianto malinconico della morna. Perché se non è nella pizzica indiavolata, forse è nel passo mesto di un tango che si può lenire il dolore o soltanto dimenticarne il viso che gli si è deciso di dare. Oppure in un blues lussato alla Tom Waits. O forse, meglio, nell’orgia alcolica di un veglione di Capodanno che ci circonda di affetti improvvisati e ci riempie le tasche di coriandoli.

Vinicio Capossela dice addio al secondo millennio ormai morente nascosto dietro il vetro di uno scafandro da palombaro.

Lo guarda spegnersi e lo saluta con un disco pieno di musiche d’“epica”, una dispensa che ne raccoglie i cocci e ne riassume la poesia.

Canzoni a manovella è un disco che emana odore di carbone e battelli a vapore, che profuma di bomboloni e spume di zucchero, che rimbomba di serenate e musiche da circo, che echeggia di pianoforti scordati, concertine a soffietto, ottoni balcanici, lusingato dalla grazia di un valzer, rallegrato da una polka, afflitto da uno struggente giro di milonga, portato a spalla sotto una marcia funebre.

Sorvolato da mille palloni aerostatici e scandagliato dalle carcasse di sommergibili arrugginiti.

Capossela ci concede una passeggiata lungo i giardini della nostra infanzia e in quelli dei nostri padri, trasportandoci in quel mondo immaginifico di cui ci nutrivamo sfogliando le pagine dei libri di avventura o assaporandone qualche boccone sotto i tendoni circensi o nelle ruote panoramiche di un luna park.

Un viaggio tra le onde del tempo su un dirigibile di cenci e fil di ferro a bordo del quale il comandante Vinicio chiama all’adunata il suo equipaggio di argonauti, ognuno col suo strumento in mano, un fischietto, una tuba, un clarino, una grancassa, una bottiglia, un vibrafono.

Si parte.

Ed ecco scorrere sotto di noi come in un film muto gli abissi marini di Jules Verne e i cetacei di Melville, i baffuti energumeni del circo russo, i nostri vecchi giocattoli di legno, le carrozzine con i balocchi, le locomotive e le macchine a pompa della rivoluzione industriale, i lampi della polvere di magnesio di qualche vecchia macchina per foto e gli scoppi di un antico cannone da circo, un piano a rullo, campi di pannocchie e file di velocipedi e ancora colbacchi, cilindri, bastoni da passeggio e ombrellini da sole.

Capossela riesce a cortocircuitare la nostra bolla temporale realizzando l’incanto di un mondo parallelo, arcaico ed arcano per quanto familiare, popolato dai nostri stessi sogni, dove sfilano i mostri e pagliacci che da sempre abitano nella nostra mente, scacciati per far spazio al raziocinio che si ciba della nostra fantasia.

Canzoni a manovella ci sorprende vulnerabili, feriti da quegli stessi ricordi che credevamo innocui e ora disseppelliti col loro carico di meraviglia che ci accorgiamo di non saper più assaporare con questo palato umiliato dai sapori dell’ovvio, in un surrogato di felicità che chiamiamo benessere.

Venite!! Accorrete!!!

Che passa la vita.                              

Ovunque proteggi è un disco sulla sacralità pagana, sui riti popolari e sociali che lungo i millenni hanno definito la nostra concezione teatrale e spettacolare del momento spirituale, sulla ricerca umana della fede e sulle sue rappresentazioni, sul bisogno terreno di rifugio e di protezione e sul concetto patafisico di redenzione. Dai massacri consumati nell’arena imperiale dove bestie, donne e gladiatori venivano immolati come vittime sacrificali (Al Colosseo) alle feste popolari in cui la processione diviene momento di celebrazione della morte ma anche assordante inno alla vita (L’uomo vivo, che trascrive in forma pop il momento della famosa festa del Gioia celebrata annualmente a Scicli, in cui il momento della risurrezione viene celebrato portando a spasso, con fare volutamente maldestro, il simulacro del Cristo “‘u gioia”). Musicalmente Vinicio compie una scelta difficile, rendendo esoterica e complessa una formula che in passato aveva ceduto alle lusinghe del mercato. Ed è una scelta manifesta fin da subito: Non trattare si apre con rumori sinistri di ossa e si srotola macabra, con l’andamento di uno sciacallo che annusa le carcasse sui campi. È il manifesto del disco: un salmo, una invocazione, in qualche modo una dichiarazione di integralismo. Brucia Troia, a ruota, si srotola lungo un sentiero di campanacci e “chitarre preistoriche” e musicalmente è un incesto tra i paesaggi evocati da De Andrè nella sua Buona Novella e le gighe etiliche de L’isola dei piratiDalla parte di Spessotto, il pezzo scelto come singolo, è invece il ponte malfermo, fatiscente, corroso dalle muffe col Capossela di Canzoni a manovella e delle quadriglie sbilenche di Tom Waits, ed il salto che ti porta in mezzo ai cunicoli di un disco difficile, malfermo e a tratti anche sfigurato (come nell’elettronico valzer assemblato da Gak Sato per Moskavalza), che si accartoccia su se stesso, si incava rantolante e si stende pesante come un sudario. 

Da solo”, la locuzione, è presa dal testo di Una giornata perfetta, l’unico momento del disco riservato alla spensieratezza vera, al piacere di vivere le piccole cose come se fossero le cose più importanti del mondo. Una gioia che sa di cose lontane, come le canzoni di Vic Damone, l’acqua di Colonia e il caffè Tubino. Una felicità che basta a se stessa.

Per il resto, Vinicio non è affatto da solo in questo suo settimo album in studio. Per niente. È circondato da musicisti, coreografi, creature circensi e immaginifiche, Santi, soldati, anime dannate, strumenti fantastici e carillon.
Perché quando si muove Capossela, si muove un mondo intero. È lui il vero, unico Fellini della musica moderna. Con un occhio nel passato e le braccia protese verso un futuro fantastico e teatrale, carico di pioggia di coriandoli e aeromobili, alberi della cuccagna e pentoloni di bronzo e popolato da funamboli da circo equestre e da giganti con le lacrime tatuate come degli enormi, tristissimi Pierrot muscolosi e da calzini spaiati.

Da solo è un disco “narrativo”, come ogni album di Vinicio. Un disco carico di parole e di ambientazioni, è una messinscena allegorica delle nostre vite e dei sogni della nostra infanzia. Di amore (Parla piano) e di guerra (Lettere di soldati, capace di trasmettere il gelo della trincea fin dentro i nostri polmoni), di solitudine (Il paradiso dei calziniOrfani ora) e di fede (Sante NicolaNon c’è disaccordo nel cielo), trasportandoci dall’universo polveroso di John Fante di cui è intriso Vetri appannati d’America a quello di Lee Masters (La faccia della terra). È un disco che ti chiede del tempo per poterti ambientare, non abbonda di salotti e lampade colorate ma di trespoli sghembi e lumi arrugginiti.

Chiede l’umiltà della dedizione che non è altro che l’amore puro.

Chiede il dono gratuito del proprio tempo e del proprio cuore senza nessuna pretesa di restituzione o contraccambio, senza nessun’altra esigenza che non sia accogliere il frutto rubicondo di quella donazione, di quell’apertura totale. Ed è allora che Da solo si schiude in tutto il suo struggimento, che apre i sipari al proprio melodramma.

Il caldo delle vecchie milonghe e delle vecchie rumbe caposseliane è del tutto evaporato lasciando questo freddo appena appena attenuato dal tepore dei ricordi.

Permane l’amore per le arie di inizio secolo che già furono di Canzoni a manovella e certa iconografia ecumenica celebrata su Ovunque proteggi. Ma qui tutto pare meno universale e meno fatale, tutto pare risolversi in una dimensione intima, a celebrazione e a difesa delle proprie memorie.

Un disco dove accanto a strumenti enormi (il Mighty Wurlitzer di Cameron Carpenter che sovrasta Il gigante e il mago, l’orchestra mariachi dei Calexico su La faccia della terra) convivono quelli che Vinicio stesso chiama strumenti “inconsistenti” come il toy piano di Pascal Comelade che caratterizza Il paradiso dei calzini, il battito cardiaco che conferisce a Lettere di soldati quella caducità tutta ungarettiana che la rende così fragile, il cristallarmonio di Gianfranco Grisi sulla conclusiva Non c’è disaccordo nel cielo.

Intimo eppure, come sempre, paradossalmente universale, Da solo conferma Capossela come l’unico vero scenografo della canzone italiana.

Quella del marinaio è una condizione dell’anima.

Chi ce l’ha avverte il bisogno di salpare, di lasciare il porto.

Ora, nessuno sa come e perché, Capossela ad un certo punto della sua carriera avverte quella necessità: prendere il largo da chi lo vorrebbe trasformare nel cantautore borghese avvitato in tristi morne dolorose o avviluppato in caldi mambo da paso doble, da chi lo vorrebbe dipingere come il nuovo Buscaglione e da chi lo vorrebbe disegnare come il nuovo Paolo Conte.

Sa che verrà il giorno in cui cercheranno il nuovo Capossela, e per lui sarà finita.

Così, scioglie le gomene e prende il largo. Via!

Lui salpa e lascia il tabellone delle classifiche sul porto, colorate da stupidi led lampeggianti che si accendono sulla fame di successo. Con frecce che puntano verso l’alto e altre che puntano in basso. Lui, punta altrove.

Il percorso del Capossela degli ultimi cinque anni è quello di un marinaio errabondo, naufrago di se stesso, a cui piace tormentarsi con canzoni putrescenti nate nello spasmo del dolore che non perdona, quello dell’abbandono.

Con Marinai, profeti e balene la nave del capitano Capossela prende definitivamente il largo. La musica di Vinicio oggi è quella di un Robinson Crusoe circondato dagli sbuffi di qualche capodoglio, dalla stridula risata di qualche cormorano solitario che segue la sua nave.

È un disco fantastico e avventuroso, questo doppio di Capossela. Un disco che si può sfogliare, proprio come La Sacra Bibbia, l’Eneide o Moby Dick ovvero i libri che più di altri sembrano averlo ispirato. Citazioni sacre e profane che riaffiorano tra le onde di questo lungo viaggio come era già avvenuto per Ovunque Proteggi e che qui assumono i tratti di un’epopea mistica e acquatica. Le acque bibliche che sul grande romanzo cristiano spartivano e univano le terre del vecchio mondo e tracciavano i confini del popolo eletto sono qui invece l’unica terra possibile. Non c’è traccia di approdo. Il mare diventa l’unico palcoscenico di questo viaggio infinito. Un palco dove albatri e sirene, pirati, vele e stelle polari, conchiglie, sale, balene e legno marcio, ciclopi e polipi giganti si contendono la scena, in questo mondo apparentemente muto cui Capossela dà voce, in questa sommersa meraviglia silenziosa abitata da animali che hanno scelto di non parlare osservando in silenzio l’incanto della natura. È il loro rispetto muto per la bellezza, resa manifesta con una classifica biologica che impone ai pesci brutti l’eterna pena buia degli abissi e ai belli la grazia divina della luce, la dolce carezza delle onde.

Marinai, profeti e balene veste l’universo Caposseliano con un campionario variopinto di modulazioni vocali e di coloriture timbriche dalle proporzioni, ancora una volta, desuete, fatate.

Ghironde, bicchieri, oboe, tamburi di latta, cori sacri, lire, e-bow, flauti, teste di moro, seghe, carillon, marimbas, steel drums, celeste, voci di sirene, catene, clavicembali, lumache marine e ogni altro oggetto che possa restituire l’anima di questo universo bagnato, le risate perdute di questi pesci cui Nettuno ha disegnato una curva triste al posto del sorriso, di questa meraviglia zitta che pure custodisce le voci più belle che mai uomo abbia potuto ascoltare.

E che tuttavia gli vengono negate, come una malìa troppo immensa da poter sopportare per la sua carne glabra di squame, perché “se ascolti le sirene non tornerai a casa, perché la casa è dove si canta di te (…) E se ti fermi ad ascoltarle ti lascerai morire perché il canto è incessante ed è pieno di inganni, e ti toglie la vita mentre la sta cantando”.

Marinai, profeti e balene è un maestoso altare di marmo che prende il largo tra le onde di un Mediterraneo epico e solenne che diventa ora un mare di inchiostro nero-nero (Polpo d’amor suonata con gli amici Calexico) e un istante dopo un acquario da cabaret (Pryntyl, ispirata dallo Scandalo negli abissi di Celine). Un Mediterraneo antico e primitivo dove anche la morte conserva una sua dignità, un suo rituale, una sua sacralità che oggi viene negata ai martiri del secolo nefasto.

La seduzione del Capossela marinaio è preda del mare, sbattuta dalle onde e tormentata dalla risacca. È una seduzione cannibale, che divora se stessa e non si concede ad altri, mentre Vinicio cerca di mettere in salvo ogni sua debolezza, ogni suo dubbio antropico. La fede, l’amore, il peccato, il vizio. Li mette con cura dentro le scialuppe e offre loro una via di scampo dal maestrale che si abbatte sul suo veliero, prima che ogni bolina si tramuti in cappio. Dà ad ogni guscio di noce un nome da ricordare, li spinge dolcemente verso il loro naufragio e li guarda col suo cannocchiale fino a vederli affondare uno ad uno. Il Grande LievatanoVinocoloNostosAedoGoliath, Lord Jim. Foglie morte che non toccheranno mai terra.

Il capitano intona un trèno, in una lingua che solo lui conosce, che solo lui può udire. Poi, solo le onde.

Stanco e perduto. Ma ero felice quando me ne andai di casa.

Così Vinicio cantava nel 1990.

E da allora, Capossela è uno spirito errante.

New York, Livorno, Amburgo, il sudamerica, Cabo Verde, il Salento, Lubecca, Spessotto, Mosca, la Jugoslavia, Scicli, la Sardegna.

Sopra e sotto il mare.

L’inquietudine che lo spinge alla continua ricerca di approdi lo fa ora attraccare in Grecia, ad un anno dai viaggi epici di Marinai, profeti e balene.

Il capitano Capossela scende così dalla sua imbarcazione con accanto l’ammiraglio Marc Ribot e i sottotenenti Alessandro Stefana e Glauco Zuppiroli. Ad attenderli, sulla riva ellenica, gli indigeni Kaiti Ntali, Socratis Ganiaris, Manolis Pappos, Vassili Massalas e Ntinos Chatziiordanou.

I primi portano in dono alcune delle loro pietre preziose, gli altri i loro tesori.

La spiaggia di Atene si colma di gemme rebetiche.

Ecco affiorare una Misir Lou come l’avevamo ormai tutti dimenticata.

Ecco l’infinita solitudine di una Los Ejas de mi carreta caduta dal barroccio scassato di Atahualpa Yupanqui.

Ecco i ciondoli di Rebetiko Contratto per Karelias.

Ecco l’amore inesauribile di Canciòn De Las Simples Cosas e Con una rosa, così forte da non poter essere colmato.

Ecco una Contrada Chiavicone popolata di tekedes e Caffè Aman.

Ecco la zoppicante marcia funebre dedicata alla Signora Luna.

Ecco il passo a stantuffo di Corre il soldato e quello d’atleta di Gimnastika.

Ecco disseppellita una Morna prigioniera della sua stessa ruggine malinconica.

Ecco i falsi inviti alla fuga di Non è l’amore che va via e Scivola vai via dove, in tempi non sospetti, Vinicio indagava uno dei temi pregnanti del rebetico ovvero quello dell’assenza subìta.

Ecco arenarsi sulla spiaggia greca la bottiglia di Come prima, lanciata dal mare ligure da Tony Dallara nel lontano 1957.

Rebetiko Gymnastas è l’ennesima tappa inquieta del viaggio interiore di Capossela.

Noi si resta qui a meravigliarci della bellezza.

Come se fosse stata inventata solo ieri.

Come se dovesse sfuggirci di mano, veloce ed irripetibile come un giro di bouzouki.

Come se domani fosse già troppo tardi.

Alleniamoci, dunque.

Rischiava di diventare lo Smile italiano. L’opera irrisolta su cui giocarsi la propria vita artistica e quella su cui dannare la propria anima fino alla fine dei giorni.

E invece, dopo un ulteriore slittamento di qualche mese sulla data annunciata, ecco venire fuori le Canzoni della Cupa.

Tredici anni di lavoro, discernimenti, viaggi, studi, riprese, inquadrature, ridefinizione, piallatura, smussatura, per concretizzare questo omaggio Caposseliano alle proprie radici, questa opera mastodontica di rielaborazione di musiche arcaiche e luoghi della memoria e della fantasia che se non sono stati abitati fisicamente da Vinicio, hanno comunque alitato il loro spirito su tanta della sua musica. Incantato da quel richiamo, Capossela ha abbandonato il sogno (sud)americano che sembrava voler inseguire coi suoi primi dischi per andare alla ricerca di sé stesso attraverso le storie dei popoli europei intrappolati in qualche modo dalla storia. Prigionieri della mitologia e delle leggende custodi.

Durante questi anni Vinicio Capossela ci ha avvicinato a quei luoghi, un passo per volta, attraverso progetti, canzoni, libri, film. Educandoci al rispetto di quella tradizione, rendendocela familiare senza addomesticarla. 

Ora, ci riversa addosso ventotto canzoni divise su quattro dischi (due se amate la versione digitale, nessuno se preferite la versione che scomparirà quando vi si guasterà il pc), come a liberarsi di questo carico diventato troppo pesante anche per le sue spalle abituate a cappotti pesanti.

Un carico diviso in due bisacce.

La prima si chiama La Polvere ed è quella che porta con se l’odore atavico della fatica, della castigazione divina che siamo costretti a scontare con sudore e che ci è stata accordata di alleviare con la concessione misericordiosa del canto.

Musicalmente è la parte più conciliante con la tradizione dei canti di lavoro. Ora leggiadri, ora anch’essi ricurvi come una falce, aridi come fascine di rovere da ardere, pesanti come versoi.   

L’altra è battezzata L’Ombra ed è l’anima torbida, dannata della prima. Quella che si sfama e si abbevera nelle pastoie delle credenze popolari tramandate a voce, quella che nel buio della notte sostituisce al Dio cristiano creature dall’animo tormentato. Il lato ingannevole di quel che il giorno nasconde sotto vesti adatte al pubblico riguardo e che la notte si spoglia cedendo alle tentazioni. È questo il lato dove viene sviscerata quella liturgia pagana e popolare che ha già abitato diverse “camere” della storia discografica di Capossela. La ritualità magica che aveva il potere di sedurre i grandi e intimorire i bambini e che è stata trascinata via dall’arrivo del progresso simboleggiato dal treno che chiude questo circo di mostri e con le sue fauci arriva in nome del progresso a svuotare i paesi.

Ospiti prestigiosi e ispirazioni autorevoli (quella di Matteo Salvatore, che ha consegnato a Capossela a mo’ di staffetta la chiave d’accesso per poter decifrare il linguaggio di questi popoli “dei coppoloni” svelandone radici ed evoluzione linguistica quasi in punto di morte) tendono la mano al cantautore italiano in queste canzoni fermentate per un tempo infinito e che forse proprio per questo sono cariche di umori e sensazioni già sviscerate e che ne hanno sciupato l’incanto.

Le Canzoni della Cupa pur nella vastità di suoni che le abitano sono tuttavia poco più che un noioso manuale del folk italiano. Con un orco che si sposta dal pianoforte alla chitarra, dalla fisarmonica ai bastoni guidando la sua orchestra cercando di conciliare emozioni a volte inconciliabili, tanto che dal vivo verrà presentato in due spettacoli paralleli, viaggiando su carovane differenti.

Un lavoro ambizioso che, in cambio del tempo speso per la sua gestazione, ce ne chiede molto del nostro per potervisi immergere compiutamente.

Dio voglia, per rispetto al suo autore, concedercene almeno il doppio.  

Franco “Lys” Dimauro

 

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VINICIO CAPOSSELA – Modì (CGD)  

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Ancora più intimo del disco del debutto, Modì è l’album con cui, paradossalmente, Vinicio si tira fuori dalla nicchia esclusiva degli habituè del Club Tenco per diventare un cantante dal gusto popolare. Lo fa volontariamente, cedendo al fascino della musica latinoamericana che in quegli anni comincia ad insinuarsi nelle baraonde dei night club e delle balere fino a diventarne quasi padrona assoluta.

Modì è difatti il disco de La regina del Florida e …e allora mambo, le canzoni che allargano la geografia della mappa Caposseliana che rimane tuttavia fortemente egocentrica.    

Ma Modì è, soprattutto, un omaggio alle donne. Così come le aveva disegnate Modigliani, il pittore livornese scelto come musa per il titolo e l’umore del disco. Come nei ritratti di Modì, le donne che popolano il disco di Vinicio sono creature piene di una austerità pungente, di una sensualità naturalmente incline al peccato ma allo stesso tempo intrappolata in un’eleganza anomala e ingannevole.

Come Modigliani, Capossela è ancora uno che “regala” le sue canzoni al pubblico per comprarsi da bere.

Come lui, è uno che non riesce a guardare la bellezza senza prima inforcare una lente di malinconia, struggendosi in un martirio di spettatore inquieto dell’incanto femminile.

Come lui, gli si avvicina indietreggiando.

Come lui, vorrebbe domarla e ne è domato.

Come lui, spesso preferisce non guardarla negli occhi per non rubarne l’anima, o venirne rapito.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Georgie Fame Heard Them Here First (Ace)  

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Georgie Fame rappresentò, all’interno della scena mod inglese dei mid-60’s, l’aspetto meno aggressivo e violento di tutto il fenomeno. Il recupero della musica nera che fu una delle prerogative della scena Londinese di quel periodo sfociò, nella musica del pianista del Lancashire, non solo nella rivisitazione dei classici soul della Motown e della Atlantic ma nella rielaborazione di molto jazz orchestrale e del calypso e bluebeat giamaicani. Rielaborazione che, come dimostra questa bella raccolta di matrici pubblicata nella collana Heard Them Here First della Ace, non si discosta quasi per nulla, musicalmente e a volte persino vocalmente, dalle versioni originali che Fame offrì in pasto al pubblico inglese del Flamingo e degli altri club “in” della Swingin’ London. 

Ecco perché chi ama lo stile elegante del musicista inglese si troverà perfettamente a suo agio dentro queste venticinque canzoni spesso del tutto sovrapponibili alle versioni ascoltate sui suoi dischi. Yeh-Yeh! (Lambert, Hendricks & Bavan) , Get on the Right Track Baby (Ray Charles), Monkeying Around (William Bell), Sweet Thing (Spinners), Pride and Joy (Marvin Gaye), Soul Stomp (Eral Van Dyke), Shop Around (Miracles), I Love the Life I Live (Mose Allison) e tutte le altre fanno bellissimo sfoggio di sè e costituiscono un omogeneo e piacevolissimo tuffo nella musica dei primissimi anni Sessanta e del decennio precedente.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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URBANIGHTMARE – Nightride of an Italian Saxophone Player (Revenge)  

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Titolo, nome e immagine di copertina rivelano già gran parte di quanto si cela dietro al nuovo progetto di Bruno Romani (ex-Detonazione) ed Emanuel Donadelli.

Una moderna macchina di lamiera che corre lungo la gola di un corpo metropolitano e dalla quale vengono sputati spruzzi di colori che disegnano un enorme tag, un cangiante arcobaleno di colori da periferia urbana.

La stazione di partenza è quella di John Zorn. Il luogo-città sgusciato, messo a nudo, esibito nella sua spirale di mattoni e metallo, di stelle al led e cuori messi ad asciugare davanti a paludi di plasma.

Elettronica, batteria, sassofono, clarinetto a raccontare lo scollamento fra l’uomo e il mondo grigio e falsamente confortevole che si è costruito come dimora.

La musica di Urbanightmare è il capodoglio che sfugge ad Achab. Impertinente e fiero. Romani è lo sbuffo di quella balena. Voi….voi fareste bene a scegliere un vascello robusto. E a maledir l’arpione mosso da pietà.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LAURA LALA / SADE MANGIARACINA – Pure Songs (Saint Louis Jazz Collection)

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Camilleri in musica.

Non sapendo cos’altro scrivere, qualcuno ha scritto questa idiozia.

E qualcuno l’ha riscritta, prendendola per buona.

L’ho scoperto cercando in rete notizie su Laura Lala.

Avrei voluto scoprire cosa mangia, di cosa sogna, quello che ama, cosa la lega alla Sicilia e cosa la tiene lontana. E invece mi tocca sorbirmi questa stronzata.

Neppure il suo Myspace mi è d’aiuto. È pieno di date, di nomi, di eventi.

Sembra un curriculum vitae. Una foto delle proprie medaglie al valore.

Perché si, ha fatto tante cose. Collaborazioni prestigiose, palchi di un certo livello, riconoscimenti, applausi di gente attorno a me. Ma a me piaceva avventarmi su altro. Sulle emozioni. Ma forse quelle sono sempre difficili da raccontare, da mettere su carta. E’ come le foto. Le scatti per immortalare un momento invece fermi solo delle facce idiote: quel momento è già andato.

Ora, io Laura non la conosco (mia moglie stia tranquilla, NdLYS) ma non può essere Camilleri in musica perché altrimenti Camilleri sarebbe Laura Lala su un libro e non mi pare davvero che sia così.

E non è nemmeno quella girandola di nomi, quel menu a la carte esibito per farvi credere che siete seduti proprio in un ristorante esclusivo e che non avreste potuto trovare di meglio nel raggio di due o trecento chilometri. Non lo è. O almeno lo è solo in parte. Perché sarebbe come giudicare un film dai titoli di coda.

Laura Lala è una fimmina siciliana che canta dentro questi grappoli di musica jazz adattando la sua voce e le sue parole alla lingua siciliana così come a quella inglese o italiana, a seconda dell’ umore che questi le ispirano, trovando, quando usa il suo dialetto, un traghetto per le emozioni che altrove pare rimanere incagliato. Non perché lei muti la sua impostazione che rimane comunque poco “carnale” anche quando la crudezza delle parole lo richiederebbe ma perché il lavoro sulle parole, oltre che più naturale, pare più incisivo, più vissuto. E perché c’ è una grande differenza tra cantare “nesci la varca e si rapi lu mari” anziché “I saw you working at the bar, I crossed the road and asked you pardon, what’s your name?”.

Ed è una differenza che magari chi canta avverte solo sottopelle, in una sorta di impercettibilità cui non si da peso ma che viene amplificata dalle orecchie e dal cuore di chi ascolta.  

Vi chiederete se faccia lo stesso effetto a chi il siciliano non lo mastica e vi risponderò che si, sarà uguale. Del resto abbiamo ascoltato per anni Louis Armstrong e Ray Charles farfugliare parole senza capirne il significato ma percependone l’“essenza”. E’ una questione di agio, di mura casalinghe.

E’ la differenza tra l’essere artista in uno studio di registrazione e continuare ad esserlo tra le pareti di casa, tra i tuoi odori, tra le tue calze sporche, tra le pentole dove hai cucinato la sera prima e la vasca da bagno che ti accoglierà come un amante impaziente. Ecco, Laura mi pare spesso più a suo agio quando affida il suo canto alle lusinghe evocative del linguaggio siciliano e un po’ meno quando lo fa in inglese. E’ come se la sua musica si caricasse di un pathos più naturale, più istintivo, meno accademico e questo le dà un fascino in più, facendola diventare un po’ più donna e un po’ meno cantante.

Ed è su questo che mi auspico lei lavori, svestire questa sua incredibile capacità nel domare le note, nell’assoggettarle alle voglie delle sue corde vocali, denudarla un po’ dei vestiti buoni e riportarla ad una sensualità più popolare, più sofferta. Che si dimentichi un po’ le buone maniere e decida di battere i pugni sul tavolo, anche a costo di andare fuori tono.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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