HOWE GELB – Gathered (Fire)  

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Una voce che è poco più che un sussurro. Canzoni come ruvide carezze. Gathered è l’opera n.24 dell’Howe Gelb solista ed è un disco struggente, ombroso e bellissimo, impreziosito dai featuring di artisti come Matt Ward, Pieta Brown, Anna Karina, Kira Skov e della figlia Talula. Un disco registrato in giro per il mondo, tra Copenhagen, Dublino, Cordova, Parigi e la nativa Tucson, con addosso un cappellino con la visiera che sembra trasformarsi spesso nel cappello di feltro di Leonard Cohen.

C’è, dentro Gathered, tutta l’aria gonfia di vapori dei vecchi locali jazz americani, quella cantata da Tom Waits nei suoi primi album. Tutta l’agonia di dolori e ricordi che annegano nel bourbon e che qualche pianista in un angolo prova a rendere meno atroce. Un disco da luci soffuse e bandiere a mezz’asta, senza gioie da celebrare. Stipato di malinconia come le valigie prima di lasciare qualcuno per sempre.

Howe Gelb supera sè stesso senza clamori. Mentre il mondo si abbandona al piacere lascivo della musica senz’anima.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

PHIL ALVIN – Un”Sung Stories” (Big Beat)  

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Nel 1986, dopo la defezione del fratello Dave anche Phil Alvin si tira temporaneamente fuori dai Blasters, pur senza rinunciare a salire per la seconda volta sul palco del Farm Aid accanto ad un cast stellare che comprende nomi come Bob Dylan, Grateful Dead, Neil Young, Tom Petty, Steppenwolf, John Mellencamp, Steve Ray Vaughn e gli amici X e Los Lobos, davanti ad una folla di ottantamila persone vestite come dei cowboys che li osannano manco fossero la reincarnazione di Hank Williams, nonostante quello cui in migliaia assistono sia lo spettacolo di una band finita (ma molti non lo sanno ancora e molti altri, quando salgono sul palco, non sanno comunque chi siano, NdLYS). La rottura fra i due fratelli si riconcilierà solo dopo un quarto di secolo ma sebbene Dave sia il primo ad andarsene, nel Marzo del 1986, il primo prodotto della “scissione” è tuttavia firmato da Phil, che con Un”Sung” Stories tenta un triplo salto all’indietro con avvitamento e senza rete ancora più audace rispetto a quello già tentato con successo dai Blasters fino ad infilarsi mani e piedi addirittura negli anni ’20 e ’30 delle big band swing e jazz. Un disco che nulla concede alla modernità e che brilla di ottoni anche se sono i momenti di austera solitudine blues quelli che io preferisco. Pezzi come Titanic Blues, Gangster’s Blues e Next Week Some Time ad esempio, che sono il territorio dove sconfinerà da lì a qualche anno anche l’amico Jeffrey Lee Pierce col suo capolavoro blues inciso come Ramblin’ Jeffrey Lee. Un disco fortemente compromesso con la storia della sua terra e della sua famiglia, dove la musica è sempre stata quella roba pesante con cui riempire l’aria.

L’Arkestra di Sun Ra e la Dirty Dozen Brass Band assicurano il giusto mood retrò ad un disco che torna oggi per la prima volta, se si esclude un’edizione limitata giapponese dello scorso decennio, in formato cd. E che, si, potrebbe essere un buon regalo per questo Natale.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Voyager Golden Record (Ozma)  

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Il disco d’oro dei dischi d’oro.

Ovvero il lancio del disco nella sua accezione più pura e megalomane.

Ovvero, pure, l’uomo che torna ad alzare la torre di Babele. Stavolta non per toccare il culo a Dio ma per toccare quello dei marziani.

A renderlo finalmente fruibile su un comune piatto per vinili è adesso a quarant’anni dal suo “lancio” la Ozma Records di Timothy Daly, l’uomo dietro l’Amoeba di San Francisco.

Ma andiamo con ordine.

È il 1977 e la NASA si appresta a lanciare nello spazio le sonde Voyager, dove si trovano a fluttuare tuttora, ormai fuori dal nostro Sistema solare. Nel frattempo è morto Carl Sagan, l’uomo che assieme ad un comitato nominato all’uopo, ha il compito di scegliere una serie di dettagli audio e video che attestino e documentino la presenza e la storia dell’Uomo terrestre.

Dentro quelle sonde viaggia infatti un sistema ormai obsoleto di “informazioni” destinate a rivelare la presenza di una forma di vita intelligente (obsoleto, dicevo…NdLYS) sul pianeta Terra. Un disco dove, supposto che un marziano comune abbia un grammofono e un grammo di curiosità, potrà ascoltare i rumori della natura, cinquantacinque lingue parlate dai terrestri, svariate foto e diapositive e una “selezione” di brani musicali che dovrebbero rappresentare le diverse culture e, si suppone, l’eccellenza raggiunta nel campo di quest’arte da parte dei terrestri.

Il contenuto di quel disco viaggia adesso ovviamente anche in rete e potete andare qui https://voyager.jpl.nasa.gov/golden-record/whats-on-the-record/ per curiosare tra i suoi anfratti. Se invece volete “possedere” l’oggetto o perlomeno una sua economicamente ragionevole copia, eccovi qui i tre vinili della Ozma, con tanto di tappetino per piatto con la stampa del “viaggio” interstellare del Voyager e la riproduzione di tutte le foto contenute sul disco d’oro originale e quelle ritrasmesse dalla sonda lungo il suo percorso. Insomma, una fetta di storia direttamente a casa vostra. Esattamente quella fetta di musica che, dopo accurate selezioni e problemi legali (che obbligò i curatori a tenere fuori, ad esempio, i Beatles), ha raggiunto “fisicamente” dimensioni davvero a noi sconosciute.      

A fare la parte dei leoni sono ovviamente i compositori “classici”, da Bach a Mozart, da Stravinsky a Beethoven e la musica “etnica”, ma ad essere rappresentate sono anche le rivoluzioni del jazz, del blues e del rock ‘n’ roll con Louis Armstrong, Blind Willie Johnson e Chuck Berry.

Ah, giusto!!! Il contributo italiano? Meno di due secondi: “Tanti auguri e saluti”.

Come siamo piccoli.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

PAOLO CONTE – Parole d’amore scritte a macchina (CGD)   

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Paolo Conte è lo scrittore. La macchina da scrivere è invece un pianoforte.

Le parole non sono tutte d’amore. Anzi, forse si. Parlano dell’amore così come lo intende Paolo Conte. Che è un sommovimento d’animo che investe ogni parte del corpo, una devozione che travolge i sensi e che ha come oggetto erotico non solo la donna ma tutto ciò che della donna ha il fascino, l’eros e il potere di trascinarti nel piacere e nei guai. La musica, la danza, lo struscio di ogni tessuto, la sensualità pneumatica dei tasti bianchi e neri di un pianoforte, la languida carezza di una tromba e di un violino, il dolce tormento delle pagine dei ricordi e dei rimpianti che crescono di giorno in giorno, la seduzione “di un’orchestra eccitata e ninfomane chiusa nel golfo mistico”, il piacere quasi paradisiaco della musica che riempie quei silenzi che sono vuoti d’aria dell’anima.

Parole d’amore scritte a macchina è l’ennesimo capolavoro dell’Avvocato Conte, carico di tutto quell’anacronismo di cui la sua musica è pregna, di tutto il romanticismo che si lascia coprire di ridicolo per non sbocciare in qualcosa che sia irrimediabilmente travolgente. Scegliendo un muro più basso, un fianco meno scosceso, una caduta più buffa per avviarsi verso quella morte cui è destinato.

Sono parole d’amore scritte a macchina.

Scritte davanti la scrivania di un legale.

L’altare dove l’amore va a morire.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

I MARC 4 – 1 (Seven7Men)  

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M(arco Majorana), A(ntonello Vannucchi), R(oberto Podio), C(arlo Pes) sono 4 musicisti dell’Orchestra della Rai che nell’Orchestra della Rai suonano quello che l’Orchestra della Rai impone loro di suonare. Ma la sera, all’ora del cocktail, vogliono suonare quel che piace a loro. Beat, jazz, bossanova, swing. Roba leggera come piume dove tutto sembra suonare in perfetta sintonia con il tintinnio dei bicchieri da aperitivo. Musica da salotto, buona per accompagnare i movimenti verticali di olive intinte nel Martini e quelli elegantemente oscillanti di coppe e tumbler che si spostano alternativamente dai tavolini dei locali chic alle labbra delle belle donne delle città italiane, andata e ritorno.

Non sono gli unici a farlo in quegli anni ma, in un settore che è a quasi totale appannaggio di solisti di gran prestigio (Morricone, Nicolai, Rota, Ortolani, Piccioni, Pregadio, Cipriani, Trovajoli), sono quelli che lo fanno come collettivo, riuscendo ad infilare con una naturalezza assurda ben sedici album in meno di cinque anni, senza sbagliare una sola nota.  

Roba da stakanovisti del pentagramma.

E da fanatici dell’aperitivo di classe.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PAOLO CONTE – Paolo Conte (CGD)  

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Paolo Conte è, più che un cantautore, uno stato d’animo.

Questa è l’enorme distanza, impossibile da coprire, fra lui e gli altri.

Paolo Conte racconta un mondo tutto suo, un mondo elitario, atavico ed appartato, tutto vissuto fra stanze d’albergo, teatri, calici, orchestre e sale da ballo. Un mondo impermeabile ai fatti di cronaca, alla politica, agli astrusi viaggi filosofici e che del mondo esterno accetta o subisce solo le lusinghe o gli inganni meteorologici. Vento, sole e pioggia servono da coreografia all’intimità delle vicende, accentuano il dramma, i toni grotteschi, la malinconia, la comicità della sit-com che l’Avvocato racconta in fotogrammi sempre diversi ma tutti legati al tema della pellicola, creano un microclima da acquario umano dentro cui i protagonisti delle storie del cantautore si muovono come pesci bipedi ammiccanti e taciturni che si corteggiano senza mai cedere del tutto all’affondo carnale ma concedendosi invece totalmente alla passione meretrice e adulatoria che sottende alla passione, la accende e la governa.

Nell’84 se ne esce con un disco omonimo, l’ennesimo, che sembra un eccesso di modestia e che invece è un trionfo di poesia. Un disco dove quel mondo invade ogni cosa e straripa, ci sommerge e ci trascina dentro facendoci “abitare” quelle storie, come se ne fossimo i protagonisti e ci guardassimo muoverci dentro quel film, raggiunti da quella confidenzialità che ci mette in grado di immedesimarci in quegli odori e in quei suoni fino a sentirli veramente, fino a permetter loro di cambiare l’arredamento della nostra stanza rendendolo sovrapponibile a quello tutto ciniglia e taffetà che Paolo Conte descrive con raucedine ammiccante.

Portandoci nel suo mondo. Che è un mondo incantato di uomini e di donne. Del tutto diverso da quello che vedremmo scostando quelle pesanti tende di velluto.        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

JOHN COLTRANE – A Love Supreme (Impulse!)  

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Dio può manifestarsi in tanti modi.

A John Coltrane Dio si manifesta con un pugno che gli modifica il setto nasale e la vita. Il messaggero di Dio è Miles Davis. È lui che, stanco delle smanie eroinomani dell’amico John che stanno minando l’avventura del loro quintetto, gli tatua le sue cinque nocche sul grugno. Facendolo rinsavire.

È il 1957 e da quel momento, oltre a disintossicarsi le vene, John Coltrane inizia un percorso di disintossicazione dello spirito che lo conduce alla riscoperta della spiritualità e di “un amore supremo”. Aggrovigliato a questo amore anelato e infine raggiunto è A Love Supreme, pubblicato nel 1965 e registrato con fervore mistico-musicale in un’unica session il 9 Dicembre dell’anno precedente. Un disco dalla bellezza selvaggia dove il jazz si mescola col blues (il giro di basso di Jimmy Garrison che poi si tramuta nella dichiarazione d’amore “cantata” dallo stesso Coltrane) e gli accenti sudamericani (avvertibili nelle sincopi di Elvin Jones) ma tenta pure l’assalto poetico traducendo in note un intero salmo di lode a Dio, come nei fantastici dieci minuti di Psalm. Nessuno dei musicisti sa quali siano le parole che Coltrane sta “traducendo” in suono ma ne avvertono l’estasi mistica, costruendo una languidissima e soave mareggiata di jazz spirituale. Lo scopriranno solo un mese dopo, quando Coltrane consegna nelle loro mani le copie finite di A Love Supreme, con la sua preghiera a Dio scritta all’interno della copertina.

Una preghiera così bella e ispirata che Dio stesso ne rimarrà ammaliato, tanto da convincere Coltrane a recitarla direttamente nel suo attico su al settimo cielo, appena due anni e mezzo dopo.

‘Trane aveva appena quaranta anni.

E Dio gli si era già rivelato due volte.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SUN RA AND HIS ARKESTRA – At Inter-Media Arts (Modern Harmonic)

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Mille copie in doppio CD, mille in triplo vinile.

È uno dei due “regali” della Sundazed per il Black Friday del 2016 (in realtà disponibile in download già da un anno, NdLYS).

È il Sun Ra del 9 Novembre 1991, quello già colpito dalle malattie terrene nonostante la sua corazza interstellare e che lesina le sue apparizioni sui palchi, affidando la sua Arkestra alle mani amorevoli di John Gilmore.

È il Sun Ra che fa rientro sul pianeta, anche a livello umano. Dopo aver abbandonato la città, la famiglia e gli affetti, andrà a trovare la sorella a Birmingham, dove morirà appena due anni dopo questo show registrato negli studi della WNYC di New York con la stessa “arkestra” di quello destinato a restare il suo ultimo album in studio, registrato a Milano nei primi giorni d’estate del 1990. Il suono è ormai lontano dalle spietate forme spaziali dell’epoca newyorkese finendo per abbracciare una sorta di jazz universale che parte dal suono delle big band di Duke Ellington fino al free jazz ineducato di Coleman, Ayler e Coltrane.  

Il disco è ovviamente un’uscita per fanatici, quindi perfettamente sensata per il pubblico folle che cerca (senza riuscirci probabilmente, vista la mole industriale di dischi pubblicati) di seguire i mille rivoli di una discografia folle quanto la mente che l’ha prodotta, ma è anche un modo come un altro per approcciarsi al mondo del Sun Ra, partendo da terre meno impervie di quelle che vi capiterà di attraversare se vorrete proseguire l’avventuroso percorso.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE LOUNGE LIZARDS – The Lounge Lizards (EG)  

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Le donne dell’alta borghesia newyorkese si alzarono le vesti, come cortigiane lascive. E lasciarono vedere quel che la fantasia aveva già disegnato. Erano etti di carne pallida su cui qualche sporcaccione nero aveva lasciato qualche piccolo livido a forma di polpastrello. Erano stringhe di pizzo e giarrettiere a contenerne il volume, come insaccati turgidi che stuzzicavano narici e palato.

L’orchestra jazz barriva come un pachiderma in cattività, immaginando di insinuarsi dentro quelle voragini di carni femminili. Cigolando come porte irriverenti che custodiscono a malincuore e non senza protestare i segreti degli amanti. Miagolando come gatte incuranti dell’altrui riposo. Accarezzava e poi sferrava qualche colpo inaspettato e taurino, come se quella sala carica di odori si fosse trasformata in un’alcova impetuosa ed anarchica alle regole del buon costume.

Era un enorme voluttuoso brindisi di piatti scroscianti e di martelletti maleducati e impertinenti seguito da singhiozzi etilici che schioccavano come baci. E poi minùgie che cercavano altre intercapedini, altri orifizi, altre budella.

Le signore si erano ritrovate in atteggiamenti scomposti. I musicisti ne avevano osservato ogni movenza, ricostruendone lo sfacciato rito di adescamento o certi sofisticati giochi di caviglie con i loro strumenti, fino a scoppiare in un rantolo di bramoso, volgare, turpe desiderio.

Le cravatte diventate eleganti cappi dentro cui strozzarsi.   

Le camicie bianche di un candore che il sesso sconosce e la donna insegna a violare.

New York diventa la Parigi del Re Sole, la Ferrara dei Borgia, la Roma dei Cesari, la Gomorra del Re Birsha, suonando le arie di Thelonious Monk o John Coltrane come fossero le trombe dei Cavalieri dell’Apocalisse.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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VINICIO CAPOSSELA – Camera a Sud (CGD)  

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Pur essendo stilisticamente un’esatta riproduzione del disco precedente, Camera a Sud è un album necessario a Capossela per fare a pezzi se stesso e congedarsi dal ruolo di cantante confidenziale e anche un po’ tirapiedi con cui ammicca in pose Piazzolliane nelle immagini a corredo del disco. Pose che strideranno con il Capossela che verrà da lì a poco e che forse sono le ultime diapositive che il giovane artista vuole inviare a suo padre, talmente innamorato della fisarmonica da dare a suo figlio il nome poco usuale di un suo amato “fisarmonicista con ritmo” di cui custodisce qualche 45 giri che l’avo emigrante alterna con frequenza a quelli di Bruno Martino, di Carosone, di Celentano, di Adamo. Un tacito ringraziamento per averlo iniziato a quella magia di mantici e tasti di ottone e madreperla.  

Sono gli ultimi rigurgiti dello struggimento amoroso che ha riempito la prima fase della sua carriera, l’ultimo gesto plateale con cui Capossela svuota il suo armadio di scheletri e fantasmi. Come quello “delle Tre” che lo perseguita da anni e che Fantini, il suo produttore-consigliere dell’epoca, non riesce proprio a digerire ma che Vinicio continua a proporgli con arrangiamenti diversi pur di vederlo, alla fine, pubblicato.

Ed eccolo qui fare la sua prima “apparizione” in studio, dopo aver svolazzato sul palco da quando Vinicio ne ha mai calcato uno.

Capossela lo lascia volare via tra profumi caraibici, piccoli soffi jazz, odori penetranti di salsedine che entrano dalle finestre di questo albergo rivolto con le finestre aperte verso il sud dove Vinicio ha trovato riparo dopo tre anni da Modì, in un esilio artistico che è intimamente e simbolicamente affine a quello del pittore livornese.

Poi Vinicio torna dentro, chiude le imposte e si sveste del suo completo da tanghero. Ad aspettarlo, c’è quel Sud che ha appena cominciato a guardare.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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