THE 13th FLOOR ELEVATORS – Easter Everywhere (International Artists)  

0

Quando Roky Erickson deciderà di giocarsi la carta della demenza psichica per evitare un arresto per droga, dichiarerà di essere in contatto spirituale con almeno due profeti.

Uno in più rispetto a San Paolo.

Uno è Gesù Cristo, l’altro Bob Dylan.

Oltre che con un numero pressochè infinito di mostri, demoni, gremlins e zombi.

La prima testimonianza dell’incontro con lo spirito di Dylan è racchiusa dentro il disco che nel 1967 proclama a gran voce l’arrivo della Pasqua universale. Si tratta di una cover (l’ennesima) della It’s All Over Now, Baby Blue sulla quale in tanti si cimenteranno ma che pare sia la preferita del Dio Dylan in persona. E’ l’unica eccezione che gli Elevators consentono sui loro tre dischi in studio a chi è nato fuori dal perimetro urbano di Austin. Una versione spiraloidale del classico numero folk che ben si amalgama al resto del materiale che la band, adesso supportata da una sezione ritmica diversa, mette assieme per il secondo disco, ancora più indolente, oppiaceo e pigro del primo, ancora più di quello intenzionato ad esplorare gli stati percettivi alterati. E ad alterarli ulteriormente, ovvio.

Easter Everywhere sacrifica un po’ dell’irruenza del debutto sviluppando maggiormente il lato folk della band, ovviamente sempre filtrato dal fisheye altamente lisergico e straniante che è in mano a Tommy Hall, Stacy Sutherland e Roky Erickson. Anche negli episodi più accesi, come Earthquake o Levitation la chitarra si sgrana in riff deformi shakerati dai vortici onirici di un jug autoritario e caleidoscopico. Un piccolo mostro di acid-rock mutante, l’ennesimo occhio dilatato aperto verso il cielo, come un girasole innaffiato di atropina.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

easter

THE 13th FLOOR ELEVATORS – The Psychedelic Sounds of The 13th Floor Elevators (International Artists)

0

Gli Americani sono un popolo superstizioso.

Gatti neri, ombrelli, scale, specchi, sale, la Russia, il Medio Oriente. Tutto porta male. Superstizioni ridicole e spesso tendenziose sfatate con qualche rituale alla buona o con la creazione in vitro di miti americani come Superman o Rambo.

Credenze popolari esportate in tutto il mondo, come i panini di McDonald‘s e i jeans della Levi‘s.

Ma, più che ogni altra cosa, gli Americani temono il Numero 13.

Prova a disegnare un numero 13 dentro la tazza del water e stai sicuro che lo troverai immacolato e riservato per il tuo unico uso privato, anche se lo piazzassi al centro di Wall Street.

 

Nessun numero tredici in ascensore nonostante questo non abbia impedito di abbattere le Torri Gemelle.

Nessun numero tredici sugli aerei e neppure su molti terminali di aeroporto.

Sarà un caso ma l’Annesso 13 della Convenzione sull’aviazione civile internazionale è riservato proprio alla spiegazione etimologica/legale di cosa si intenda per incidente aereo.

 

Il numero tredici è anche il numero della lettera M nell’alfabeto inglese.

M come Marijuana. Quando nel Novembre del 1965 Roky Erickson, Tommy Hall (e sua moglie Clementine, che oltre al nome vincente porterà in dono anche la bellissima Splash One, NdLYS), Stacy Sutherland, Benny Thurman, Ronnie Leatherman e John Ike Walton si trovano a dover scegliere il nome per la nuova band che hanno tirato su decidono che la loro musica è perfetta per un ascensore che porti al tredicesimo piano. In qualunque senso lo si voglia intendere. E cosa importa se nessuno in America li chiamerà mai per intero limitandosi a definirli gli “Elevators”? Non è questo che vogliono?

Creare scompiglio. Suggestionare in maniera negativa. Aprire le porte verso l’ignoto.

L’ascensore arriva al piano esattamente un anno dopo, nel Novembre del 1966 e sputa per la prima volta in faccia alle masse la parola “psichedelico”.

La musica dei 13th Floor Elevators è quella di un vulcano in ebollizione. Il suono straniante e circolare prodotto dal jug di Tommy Hall è un simulatore di bollore lavico, un incubo premonitore delle perverse linee di viola di John Cale.

Provate a chiudere gli occhi su Roller Coaster e riaprirli mentre sta per finire Venus In Furs e avrete la concreta percezione della relazione concettuale ed estetica che lega in qualche modo la scelta rivoluzionaria delle due band.

The Psychedelic Sounds è un disco paranoico e sostanzialmente perverso nonostante i buoni propositi e l’apparente aria innocua mostrata su pezzi come Splash One o Don‘t Fall Down. Il suo cuore vero è quello che si nasconde su brani come Reverberation, Fire Engine e il suo coro di voci dell’oltretomba, Roller Coaster, You Don‘t Know, la mesmerica Kingdom of Heaven, Monkey Island e dentro quel capolavoro di perversione sessuale che è You‘re Gonna Miss Me.

La musica degli Elevators (cazzo, ci sono caduto anch’ io, NdLYS) è priva di respiro, claustrofoba e opprimente.

Come se le porte di quell’ascensore in realtà non si aprissero mai.

Soffocante come un batuffolo di bambagia intriso di paraffina ficcato giù nel palato. Nessuno sorride dentro i corridoi del tredicesimo piano ma è nel ventre di questo grattacielo di Austin che scorre l’ascensore che porta in alto la musica psichedelica più insana e delirante degli anni Sessanta.  

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 13th Floor Elevators - Psychedelic Sounds of the 13th Floor Elevators (1966)