VIBRAVOID – Mushroom Mantras (Stoned Karma)  

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Da ormai diciotto anni l’astronave Vibravoid assicura ai propri adepti uno se non due viaggi interstellari l’anno. Mushroom Mantras per quest’anno è addirittura il terzo. Segno che la cabina passeggeri è sempre piena e val dunque la pena traghettare. E del resto vale pure la pena di salire a bordo, che il viaggio sulla capsula Vibravoid è sempre un gran bel viaggio, qualunque sia il significato vogliate dare al termine. Se il live pubblicato in estate si permetteva molte fermate nelle stazioni spaziali di altri eroi intergalattici come Pink Floyd, Can o Iron Butterfly, questo nuovo disco in studio ci proietta in una sorta di India extraterrestre che potrebbe affascinare, oltre a noi argonauti, anche a chi in passato ha sognato di essere immerso nelle acque del Gange ascoltando i dischi dei Kula Shaker, mentre invece stava soltanto facendo un bagno nella propria vasca, inalando vapori di kala namak.

Già l’inaugurale, esplosiva rivisitazione dello standard hindu Om Gang Ganpataye Namah suona come se la piccola Emily Young fosse andata a giocare nei giardini del Taj Mahal e non è che solo l’inizio di un viaggio che, con una scorta adeguata di mellotron, fuzz, effetti a nastro, sintetizzatori, sitar e uccellini cosmici ci regala la magnificenza pop psichedelica di The Legend of Doctor Robert, la vertigine spiroidale di Echoes of Time, il banghra stellare di Apollo69, i placidi approdi di Purple Pepper  e la sognante passeggiata lunare della lunghissima The Orange Coat che fanno lievitare le quotazioni di questo capolavoro fino alla top ten dei dischi più belli dell’anno.

In coda al nuovo, le lontanissime immagini dei primissimi viaggi, quando scorrazzavano per le autobahn della loro madrepatria a bordo di una poco accessoriata motorik crauta.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ULAN BATOR – Stereolith (Bureau B)  

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Il posto disegnato sulla copertina e suggerito da Amaury Cambuzat come il luogo più adatto dove ascoltare il disco, ovvero una piramide tridimensionale immersa nell’Oceano Pacifico, pare esista veramente. Scoperta per caso da un millantato ricercatore argentino scrollando su Google Earth proprio mentre gli Ulan Bator erano al lavoro per questo loro nuovo disco. Che la si possa raggiungere in qualche modo è poco probabile ma è certo che per ascoltare la musica della formazione franco-italiana occorre davvero proiettarsi idealmente in una dimensione parallela. Essere preparati ad accogliere lo stupore e la meraviglia. E ad affrontare le intemperie di un viaggio degno di tale nome.

Cambuzat è un agitatore musicale la cui coerenza e tenacia è paragonabile a quella di Michael Gira e Colin Newman. Fiero di solcare un mare poco navigabile e pochissimo navigato, costretto a cambiare ciurma ogni volta che è il momento di levare le ancore, pur di andare. Per questo nuovo viaggio si è portato Mario Di Battista dei Saint Ill e il Sergente Zags dei Captain Mantell, complici nell’ormai avviata manovra tesa a rendere la musica degli Ulan Bator sempre più paesaggistica e cinematografica, proseguendo nella costante abiura dal rumore in favore della reiterazione e del minimalismo ritmico e armonico. Ovvio quindi che si senta l’eco dei pionieri krauti così come pure certi rannicchiamenti post-rock di gruppi come June of 44 o Tortoise.

Ombrosa ma mai veramente quieta, la musica degli Ulan Bator.

Mai serena.

Condannata ad errabondare in eterno, senza conoscere dimora.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BLIND BUTCHER – Alawalawa (Voodoo Rhythm)  

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Se credete già cosa trovare dentro, quando vedere il logo della Voodoo Rhythm impresso su un disco, allora rimarrete sorpresi quanto me nello scoprire quello che hanno confezionato i Blind Butcher. Credetemi, ci sono rimasto male anche io a taggare con le categorie kraut-rock e synth-pop un disco della Benemerita, ma voi come altro avreste etichettato canzoni come Alles macht weiter, Küsse mich, sonst küss ich dich, Fire, Hexentanzen, Mojo o Body? Roba che più che nei pub maleodoranti potrebbe trovare dimora nei club di tendenza, infilata in una scaletta che potrebbe agilmente sgattaiolare a destra dalle parti dell’Italo-disco, Plastic Bertrand e Giorgio Moroder e a sinistra da quelle di Devo, Franz Ferdinand e gli Einstürzende Neubauten di Perpetuum Mobile e che potrebbe (dovrebbe) permettere alla Voodoo Rhythm di poter sdoganare il proprio marchio anche fuori dalla setta di inguaribili amanti del più crudo lo-fi e di vendere qualche copia in più di quante gliene garantiscano i suoi adepti.

Il Beat-Man lo meriterebbe.

I Blind Butcher, pure.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

STEREOLAB – Emperor Tomato Ketchup (Elektra)  

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Il canale di gronda in grado di raccogliere i mille rivoli di sudore della febbre per il modernariato che contagiò oriente ed occidente nella metà degli anni Novanta con l’esplosione di fenomeni come Air, Spiritualized e Pizzicato Five da una parte e la riscoperta delle vecchie musiche per film e insonorizzazioni chic degli anni Sessanta che portò a una full immersion nell’easy listening e nelle sue derive lounge, blaxploitation, cocktail, sci-fi, exotica anche di scarso valore fu Emperor Tomato Ketchup, il quarto album dei fantomatici Stereolab, il disco dove la salsa citata nel titolo non è altro che tutta una estasi di tastiere vintage, Moog soprattutto, e voci sublimi spalmate sul vetro inclinato di un flipper di marca krauta usate per evocare i suoni immaginari (e come altro potevano essere, se ne è privo?) dello spazio, visto più come miraggio (an)estetizzante di una fuga verso un mondo parallelo che come conquista della scienza.

Pur lambendo con le loro spirali le mole rotanti di band come i primi Kraftwerk, i Can di Tago Mago o i terroristi Suicide, le musiche degli Stereolab scivolano tuttavia con grande garbo e senza secondi fini se non quello di creare un universo patinato di pop music sospesa tra passato e futuro, in una sequenza senza fine di implosioni a catena. Si tratta dopotutto di musica asessuata ed innocua, che non va oltre la molestia (se tale vogliamo definire gli otto minuti di Metronomic Underground) e che si compiace del suo stesso fascino, scoprendo alla fine del gioco che la spirale di copertina non gira attorno a nessun altro posto se non attorno a se stessi.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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KRAFTWERK – Trans Europa Express (Kling Klang)  

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Lo sguardo è quello vitreo ed inespressivo che i nostri  padri videro con raggelante orrore nello sguardo dei loro padri. I Kraftwerk avevano ereditato i cromosomi delle legioni naziste che avevano terrorizzato il mondo pochi decenni prima.

La loro musica era lo specchio di questi corpi privi di umana pietà.

Una distesa di ghiaccio perenne.

I Kraftwerk potrebbero non esistere. Potrebbero essere solo una proiezione tridimensionale della macchina che guidano. La loro musica non tradisce alcuna emozione. È un prodotto da laboratorio.

Trans Europa Express è il tentativo, riuscito quanto quelli che l’hanno preceduto nella discografia della band tedesca, di ibernare l’Europa. Un’era glaciale che atrofizzi l’uomo moderno impedendogli di replicare altri orrori, sostituendolo con delle macchine. L’uomo deumanizzato. Un semplice automa che ha neutralizzato ogni neurone specchio, inibendo la capacità ad amare e la sua incapacità, congelando l’antropomorfizzazione di ogni emozione.

Sentireste un qualche formicolio alle mani mentre scorrono le loro canzoni?

Simulereste di imbracciare, accarezzare, picchiare, un qualche strumento?

Evochereste una sola espressione facciale, una sola smorfia?

Cantereste un ritornello, una strofa?

Tamburellereste con le punte delle dita? Con la pianta del piede?

Non credo.

Eppure, straordinariamente, gran parte della musica ritmica degli anni Ottanta e Novanta, nasce su questi enormi vagoni di acciaio che avanzano sotto una nevicata siberiana. Dal synth-pop degli anni Ottanta alla techno, passando per l’hip-hop che lo userà come antidoto robotico al groove sexy della funky music di James Brown e alla musica industriale che farà tesoro delle intuizioni rumoriste e post-industriali di Metal on Metal.

Siete stati in Germania.

E  magari non lo sapevate.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THEE OH SEES – A Weird Exits (Castle Face)  

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Non che non se ne ravvisassero i segni.

E del resto sui segnali alieni esiste un archivio letterario e pseudo-scientifico di tutto rispetto.

Ma A Weird Exits porta a compimento la definitiva fuga nello spazio della formazione californiana.

Come dire, conoscendo le loro origini, dalle stalle alle stelle.

Il nuovo equipaggio, che permette agli Oh Sees un impatto fortemente ritmico, dà a John Dwyer il giusto assetto per attuare il suo piano di fuga ed ecco così uscire fuori un disco che cerca di esplorare le rotte di band come Hawkwind e Can o, quando il fragore si placa, degli Euroboys o dei francesi Air, quelli che guardavano Kelly che a sua volta guardava le stelle. Una mutazione chiara sin dalla traccia di apertura che pare innestare il riff di Are You Gonna Go My Way di Kravitz dentro i pistoni del motorik crauto e che prosegue tra tempeste di meteoriti e placide lagune lunari dentro un gelatinoso viaggio tra le proteine del latte della nostra galassia.

Un disco destinato a piacere anche a chi ha da sempre bocciato gli Oh Sees come degli inutili caciaroni. Magari senza neppure ascoltarli. Buon viaggio!     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SUICIDE – Alan Vega · Martin Rev (Ze)

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Esiste un intestino, dentro le viscere di New York, che collega il CBGB’s allo Studio 54. Un cunicolo di cemento e silicone che si snoda sotto l’asfalto di Manhattan. Dentro quel budello striscia, come una tenia, il secondo album dei Suicide.

Il disco dove Elvis piange lacrime di silicio e il rock crauto precipita sul tappeto impermeabile della new-wave d’Occidente generando una disco-music impassibile e meccanica.

È il suono ossessivo e strisciante di mille dita che ti tormentano i vestiti mentre ti muovi su una pista da ballo simulando la felicità menzognera del sabato notte.

Alan Vega singhiozza.

Martin Rev singhiozza.

Sono due blatte uscite in avanscoperta ad annusare l’odore della notte di Harlem.

New York si sveglia, turbata, dentro un incubo post-atomico, vomitata fuori dal tubo gastrico del demonio.

Fuori è buio.

Se non si vede il sole, deve essere ancora notte. La “band” invita tutti a tornare a ballare, Alan distribuisce ad ognuno un bicchiere di Bloody Mary e un pugno di cereali alla stricnina. Martin stringe alle caviglie dei ballerini delle tagliole arrugginite.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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THE CAN – Monster Movie (Music Factory)  

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Anche se la citazione perfetta del mondo Warholiano l’avrebbero tirata fuori solo nel 1972 con la copertina di Ege Mabyasi, la cover art del debutto dei Can con un Galactus senza volto che sguaina la spada era già pop-art, a modo suo.

Insomma, dopotutto il debutto della formazione tedesca era qualcosa come un disco volante, come un oggetto volante non identificato che atterrava sul piatto di casa tua e non eri tanto sicuro di volerne parlare ad altri, di quell’incontro ravvicinato.

– Cosa ti hanno detto???

– Ehm….Baby, yoo doo right, yoo doo right, baby, yoo doo right, yoo doo right….

– ??? Soltanto questo?

– Più o meno. Ma per ben venti minuti eh?

No, davvero non era credibile.

 

Dei Can insomma, nessuno ne parlava.

Si aggirava il discorso, usando vie alternative.

La scena teutonica. Il kraut-rock. La musica colta. Le sperimentazioni tedesche. L’avanguardia germanica. I restauratori del Mein Kampf. I figli delle SS.

Roba così.

Ma Monster Movie restava un disco bellissimo, anche con Galactus in copertina. Anche se era meno mostruoso rispetto al prototipo progettato dai guastatori Can, rifiutato dalle officine che avrebbero dovuto assemblarlo.

Ovviamente non c’erano solo quei venti minuti di martellamento pazzoide e beefheartiano, anche se ne occupavano un’intera facciata.

C’erano dentro le visioni interstellari dei Pink Floyd e i canali di scolo della metropoli americana dei Velvet Underground fuse con un senso di anarchia latente e sprezzante. C’era la voglia di una musica libera costretta suo malgrado a sfruttare la sua capacità retrattile pur di essere contenuta dentro un supporto (Yoo Doo Right è in realtà una interminabile cavalcata onirica di ben sei ore di durata).

A farsi in qualche modo intrappolare pur di mettere in atto il suo progetto, come in fondo fanno i supereroi quando decidono di farsi disegnare per mostrare le proprie gesta dentro una striscia di inchiostro.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ULAN BATOR – Abracadabra (Overdrive/Acid Cobra)  

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Un altro disco di canzoni che non puoi cantare, l’ultimo di una lunga serie che il gruppo francese naturalizzato italiano ci porge, stavolta col cuore in mano. Parole sussurrate, spinte in bocca da una contrazione gutturale, poi deglutite come un boccone amaro, dando un’ombra inquietante a quegli accenti che sono una promessa non mantenuta di romantica raffinatezza rococò.

Abracadabra è il nuovo giro tra le catacombe del post-rock, in questi luoghi in cui qualcuno sembra aver camminato, forse addirittura marciato e di cui è rimasta solo un’eco che risuona fra le pietre di silice e il tufo. Popoli venuti in pace e popoli andati in guerra, spinti dal suono di una ghironda e dal battito dei tamburi dei Can. Rintanati a cercare riparo in questi fiumi sotterranei dove l’alba non viene ad avvisarti e le paure diventano una qualche forma scalfita sulla selce. Un piccolo accampamento di uomini separati dal ruggito del mondo, educati all’attesa.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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IGGY POP – The Idiot (RCA)  

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Che ne è stato di Zeke Zettner? – È morto di droga, ragazzo.

Come Dave Alexander? – Oh, no, lui è morto per l’alcol.

E cosa mi dici di Ron Asheton? – Lui adesso vive con la madre.

E James Williamson? Che fine ha fatto? – Lui si è messo a rigare dritto.

Iggy Pop è seduto al piano, dentro gli Château d’Hérouville, esegue un semplice giro di note e farfuglia qualcosa, pensieroso.

David Bowie gli si avvicina e gli chiede a cosa stia pensando.

“Agli Stooges” – risponde lui – “ai miei Dum Dum Boys”.

Iggy ha già l’aria da reduce. È sopravvissuto a fiumi di eroina e ad una tempesta che ha travolto tutti: l’uragano Stooge. A salvarlo è stato un po’ Bowie, un po’ la fortuna. Ora lui e Bowie sono assieme, a tentare ancora una volta quest’ultima.

Stanno lavorando fianco a fianco, adesso. Ascoltando un sacco di roba elettronica di stampo crauto, studiando l’espressionismo tedesco e tirando su due dischi solcati dagli stessi sentimenti e che, anche per questo, hanno due copertine perfettamente analoghe.

The Idiot “va in scena” per primo ed è un disco di una cupezza assoluta ed epidemica. Dentro, Iggy ci mette molto di sé stesso, della sua vita privata, cercando di esorcizzarne i demoni. Mettendo a nudo la sua disperazione, le disillusioni, i ricordi, le cose che non sono andate come dovevano. Senza progettare nulla ma logorandosi nel suo senso di disfatta.

È un disco senza ferocia.

Decadente. Desolato. Depresso.

Si sa, anche se può voler dire nulla, che fu trovato ancora che girava sul piatto quando Ian Curtis appese il suo collo al soffitto. Sullo schermo della TV, una gallina  ballava ancora la sua polka, un coniglio suonava la sirena dei pompieri e una papera sbatteva il suo muso sulla grancassa. Come se nulla fosse stato.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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