JORGE BEN – Jorge Ben (Philips)

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Mi innamorai della musica di Jorge Ben che fuori non c’era il carnevale.

E anche ci fosse stato, non sarebbe stato di certo quello carico di colori, ritmi e sorrisi che attraversava come un fiume le strade di Rio.

Jorge veniva da lì. Era cresciuto ascoltando le musiche dei carri allegorici e delle orchestre di samba, i canti da chiesa e la bossanova di João Gilberto, che era il Sam Cooke della musica brasiliana.

I suoi primi dischi erano tutto questo. Anche il suo disco del 1969 era tutto questo, ma era anche molto di più. Perché nel frattempo la musica brasiliana ha deciso di fagocitare brandelli della musica pop e soul che sta attraversando, proprio come nel carnevale carioca, le strade del resto del mondo. Si chiama Tropicália e fonde l’ortodossia brasiliana, una forte componente di coscienza sociale e di orgoglio di razza e allo stesso tempo si dichiara pronta ad “inquinare” la propria cultura tradizionalista con influenze esterne. Tutti elementi che Jorge Ben, con la complicità del Trio Mocòto, riuscirà benissimo a far penetrare nella sua musica in una quadrilogia di dischi di cui questo omonimo rappresenta l’avvio. Chitarre battenti, fischietti, trombe festose, tucani che cagano sui piedi del Cristo Redentor, donne creole sulla cui pelle bruciano tutti i colori dell’arcobaleno e Jorge Ben che intona un’Ave Maria per ogni alba che arriva ad illuminare Rio de Janeiro. Abbagliante.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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DAVID BYRNE – Rei Momo (Luaka Bop)  

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Archiviata definitivamente l’avventura dei Talking Heads, David Byrne si immerge da capo a piedi nel mondo carioca, proclamandosi addirittura Rei Momo, proprio come il Re del Carnevale di Rio. Alla riscoperta e alla diffusione della musica brasiliana dedicherà tutte le sue forze, a cavallo tra gli anni Ottanta e il decennio successivo, mettendo in piedi un’etichetta “dedicata” che proprio otto mesi prima del suo primo album di canzoni ha debuttato con una raccolta di preziose reliquie intitolata, semplicemente, Brazil Classics. Dentro, gomito a gomito, ci sono Gilberto Gil, Maria Bethânia, Jorge Ben, Caetano Veloso, Milton Nascimento, Nazare Pereira, Chico Buarque. Insomma, la crème della musica tropicalista. Una vivace girandola di colori su cui la malegria sbatte le ali come una falena e che Byrne decide di “replicare” in proprio pochi mesi dopo, in un disco contagiato dalla febbre ritmica brasiliana come Rei Momo allungando di fatto il Carnevale brasiliano a tutto il calendario solare del 1989.

È un percorso del tutto simile a quello tentato, con risultati altrettanto brillanti, da Paul Simon tre anni prima con la musica di un altro Sud. Come nel caso di Graceland e di tutte le musiche di origine tribale e rituale, il ruolo portante è costituito da una giungla percussiva ed è per questo che Byrne si affida ai migliori percussionisti di salsa newyorkesi per creare il tappeto ritmico su cui costruire l’impalcatura di canzoni che si muovano con esuberanza e scioltezza tra le più classiche musiche del Brasile ma anche delle vicine Cuba e Haiti, dal cha-cha-cha alla merengue, dal samba al son, dalla charanga alla cumbia, dal bolero al mapeyè, riservando per se lo spazio immenso e assolutamente privo di qualsiasi pulsazione ritmica della conclusiva I Know Sometimes a Man Is Wrong.  

Ne viene fuori un disco incredibile che rappresenta, astrologicamente, la consacrazione intellettuale, filologica e antropologica della “febbre latina” che proprio quell’estate è esplosa con il fenomeno della Lambada dei Kaoma e che diventerà tormento e letizia di ogni estate seguente, degenerando negli strusci di gruppo in cui il vecchio Simone ha finalmente trovato un posto dove poggiare le sue mani dopo averle infruttuosamente buttate in aria per più di venti anni.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MANU CHAO – Clandestino (Virgin)  

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È il 1998 quando l’industria del disco trova finalmente una nuova icona, stavolta vivente, da dare in pasto al transumante popolo abbandonato dall’icona Bob Marley e ai figli di quel popolo che di Marley si sono nutriti dello spirito e delle parole, non potendosi nutrire della carne.

Il nuovo eletto si chiama José-Manuel Thomas Arthur Chao ed ha già girato mezzo mondo assieme al fratello Antoine alla guida di una band chiamata Mano Negra, nascosto sotto il nome di Oscar Tramor, traducendo in malo modo uno dei testi di Irma Serrano. Anche allora gli avevano dato una staffetta in mano, cercando di chiamare la sua band a raccogliere il testimone dei Clash bastardi di Sandinista!. La Mano Negra aveva corso qualche altro chilometro inneggiando a Zapata e Maradona, poi aveva gettato il testimone nelle acque della Senna.

Del suo rientro in scena pare non accorgersi nessuno. I suoi primi singoli (Clandestino, Desaparecido e Mentira), destinati a diventare mesi dopo dei tormentoni che ancora oggi resistono all’usura del tempo, non se li fila nessuno.  Ma le radio, spinte dalla Virgin Records a mettere in heavy rotation quei brani farciti di chitarrine e fischietti, fanno lentamente esplodere il fenomeno Manu Chao, che diventerà tale l’anno successivo, portando (in ritardo clamoroso) il suo album nella Top 20 di almeno cinque stati, Italia compresa esportando, oltre a una musica meticcia e terzomondista, un “sentimento” di inadeguatezza culturale/politica/sociale (il mito del clandestino, del rifugiato, dell’esiliato, dei gitani erranti, del migrante apolide), un deciso sentimento pacifista, multietnico e no-global  e un vago aroma da busker che ben coglie lo spirito errabondo che affascina e nutre da sempre le giovani generazioni. Manu Chao è insomma un po’ il nuovo Bob Marley, un po’ la vetta più bassa dei monti Illimani e un po’ il nuovo adesivo del “vagabondo” da attaccare sul culo della Vespa. Le canzoni di Clandestino, tanto minimali nelle scelte armoniche quanto colorate come un carnevale carioca, piene di richiami al tex-mex e alla musica caraibica e sudamericana, vengono non solo accostate ma sovrapposte, intrecciate e “stratificate” una sull’altra, richiamandosi a vicenda e creando un vivacissimo e avviluppato vivaio di spezie. Alcune legali. Altre, ahimè, no.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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SANTANA – S.F. Mission District (Akarma)

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La splendida sleeve cartonata ideata da Giorgio Di Mangora si schiude come uno scrigno ed eccoci risucchiati nel mondo magico dei Santana, laddove il ritmo latino di percussioni chicane sbrindellava le misture LYSergiche della San Francisco di trent’anni fa, colorando le distese acide di un’estate destinata a diventare simbolo e croce di un’epoca. 

Le sei corde più amate ed odiate di tutti i tempi, quelle di Carlos Santana, eppure capaci di intingere i timbri liquidi di certo chitarrismo blues nell’hyppismo tribale maculato di musica cubana che le pelli di Marcus Malove e le tastiere di Gregg Rolie piroettavano sul fango che avrebbe coperto la generazione di Woodstock.

S.F. Mission District (lo stesso nome del ghetto ispanico di San Francisco), volume live curato dalla preziosissima Akarma, ci riporta indietro in quell’eldorado ripescando in un archivio destinato a riservarci ancora altre pozioni magiche, come nel caso della lunga jam che occupa ben dieci minuti e 34 secondi della seconda facciata dell’opera, una acida Fried Neckbones at Home Flies altrove inedita che ci ripaga della stroncatura inflitta alla Savor nella prima metà del viaggio. Dilatata e sorniona, è il tappeto ideale su cui Carlos può far scivolare i suoi fraseggi elettrici. 

Ma è bello pure riascoltare lo sfruttatissimo (chiedete anche ai Monster Magnet di Dead Xmas…) giro di Evil Ways posto proprio in apertura e che nascondeva la pietra angolare di tutto il latin-rock dei Santana, oppure i languori della nota As the Years Go Passing By trafugata dall’armadio di Albert King. 

A completare il quadro, la cornice: la ristampa su 45 giri di due classicissimi come Jingo e Persuasion. Due tracce che i fan-atici conoscono come l’ABC, tirate fuori da due imprecisati live-set che rendono più prezioso questo “regalo” dell’etichetta ligure.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MANU CHAO – La Radiolina (Because)  

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Fiero e indipendente, prosegue il cammino di Manu Chao. Ormai da anni svincolato  dal contratto che lo legava a Virgin (mentre qui da noi tutti sbracciano per farsi stritolare dall’ufficio contratti della multinazionale, dai Subsonica ai Marlene Kuntz passando per Afterhours e Cristina Donà) Manu continua a fare quel che cazzo gli pare e ad incidere dischi senz’alcuna premura.

Un cane sciolto della giungla culturale moderna. 

La Radiolina segue col solito gruppo di musicisti fidati (Tonino Carotone e Roy Paci, tra gli altri) il suo percorso musicale e sociale in maniera coerente e se il singolo Rainin’ in Paradize lanciava presagi di riacceso fervore punk di marca Mano Negra, l’album si muove nella consueta altalena di molli e ondeggianti ninne nanne latine (A Cosa, cantata in italiano, Mundorevès, Mala Fama), flamenchi gitani (Me Llaman Calle, La vida Tòmbola dedicata al vecchio amico Maradona), reggae punteggiati da trombe mariachi (Politik Kills), furiose busker-songs da rivolta punk ululanti di sirene e flauti a pistone (El Kitapena, The Bleeding Clown, Panik Panik, Siberia e il già citato singolo Rainin’ in Paradize), colorati coriandoli di patois lanciati sui ritmi di una patchanka universale (13 diàs, Tristezza Maleza, Beison de la Luna) e certe romantiche serenate cullate dalla saudade del fado, della morna e della milonga (Outro Mundo, Piccolina Radiolina). La Radiolina non segna nessun punto fermo nella carriera di Manu ma è un lavoro “in progress”, legato a tutte le sue vicende artistiche passate e destinato a integrarsi e plasmarsi nel futuro prossimo con quanto Manu lancerà dal proprio sito (pare ci siano tre dozzine di inediti che verrano di volta in volta “sparati” sul sito www.manuchao.net, NdLYS).

Poco cambia nello stile di Manu, niente con cui lui non abbia già ampia familiarità, che siano i Clash, Bob Marley o le musiche vagabonde da banlieue parigina o da barrio spagnolo. Del resto, poco è cambiato il mondo, se non in peggio. Ecco perché La Radiolina sembra percorso da una rabbia più marcata e da questo fremito elettrico. Come Sandinista! o Survival brucia di rabbia ed orgoglio terzomondista (una visione di Terzo Mondo allargata alle nuove povertà), di voglia di riscatto mista ad amarezza. E’ il mondo che perde le sue tinte di ocra, di grigio e di nero e si colora come una bandiera, ondeggiando nel vento.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ARNALDO ANTUNES, MARISA MONTE, CARLINHOS BROWN – Tribalistas (Phonomotor)

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A leggerli così, di fila uno dietro l’altro, c’è quasi da mettersi paura: tre eminenze della musica brasiliana contemporanea chiamate a condividere le emozioni di un disco fra i più struggenti mai partoriti a Rio.

Raramente, in caso di collaborazioni così strette, ci si è trovati davanti alla semplice equazione algebrica secondo cui il risultato è sempre uguale alla somma degli addendi. Spesso, anzi, quello che ci è rimasto in bocca era un retrogusto amaro e tutt’altro che piacevole. Non in questo caso. Tribalistas è evidentemente un disco partorito, oltre che da tre cervelli geniali, da tre spiriti affini, che condividono le stesse ambizioni (quelle di un rinnovamento della musica brasiliana) e la stessa sensibilità (quella verso una poetica corale di struggimento universale). È questa affinità di spirito, questa comunione di intenti unita alle doti dei musicisti coinvolti (da citare anche Dadi Carvalho, NdLYS) a fare di Tribalistas il disco DEFINITIVO della musica brasiliana di inizio secolo, vicino all’anima che vibrava nelle opere della quasi omonima Tropicalia sul calar degli anni sessanta (Gilberto Gil, Collettivo Tropicalia, Caetano Veloso, Os Mutantes, ecc.) e che traghettò la musica del Tropico americano verso l’età d’oro del pop. Per nulla sovrarrangiato, ma con un dosaggio timbrico che si fa invidiare per sobrietà e buon gusto, la musica di Tribalistas è un linguaggio universale di dolore e di rivincita sul dolore. Immergersi dentro le brume di Um a Um o Velha Infància, piuttosto che farsi inebriare dalla verve spumeggiante di Jà se namorar (finalmente un tormentone estivo da poter cantare senza arrossire) o Passe em casa è un dono che non ci si può lasciar sfuggire con la mediocrità tipica di chi ha paura di avvicinarsi al nuovo e di schiudersi alle emozioni. Non ce lo perdoneremmo mai.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE CLASH – Sandinista! (Columbia)

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Tre dischi, sei facciate.

Sandinista! si annuncia subito, sin dal formato, un gigante.

Prima di riuscire a guardarlo negli occhi dovrai faticare come Ercole.

E non è detto ci riuscirai.

Scommetto che c’è ancora chi non ce l’ha fatta dopo trenta anni.

E sono sicuro di vincere.

Nessun grande gruppo si era ancora spinto a tanto.

Non i Beatles e nemmeno i Rolling Stones.

Non i Led Zeppelin e neppure i Pink Floyd.

Una torre di Babele di vinile nero dentro cui scorrono tutte le lingue del mondo.

Un triplo imperfetto che sarebbe stato un doppio perfetto.

Si sa, lo si è già detto.

Mick Jones ha l’elmetto in copertina ma chi si aspetta un disco di mitragliate è la prima vittima. Chi odia Sandinista!, e saranno in tanti, lo fa da subito, dall’ attacco disco-funky di basso e batteria di The Magnificent Seven: i Clash hanno lasciato questo pianeta.

Sandinista! è un disco di musica nera suonata da bianchi.

Anzi, un disco di musica nera arrabbiata suonata da bianchi arrabbiati.

Non è nato per piacere ma per creare disgusto, per essere maltrattato.

Perché va bene sporcarsi con la musica dei rude boys, ma con la disco music, il soul di Phil Spector o la musica sudamericana è qualcosa che allora, nel 1980, nessun punk avrebbe loro perdonato.

E i punk sono ancora, in quel periodo, il loro pubblico.
Ma chi cazzo si credono di essere?”

E invece la domanda sarebbe dovuta essere “Dove vogliono portarci?”.

Nel quarto mondo che sarebbe arrivato e che allora veniva ancora nascosto e taciuto dal capitalismo occidentale. Ecco dove voleva portarci, e ci portò Sandinista!. Ecco perché ne proviamo ancora fastidio, come quando ci fanno vedere i bambini affamati all’ora di pranzo, nella pausa tra il nostro secondo di carne grassa e il dessert alla frutta tropicale.

Musicalmente qui dentro nascono e convivono gomito a gomito, ma questo nessuno poteva saperlo, sia i Big Audio Dynamite (The Leader, The Call Up) che i Mescaleros (Let’s Go Crazy, Version City). Del rock barricadero dei Clash resta poco se non l’urgenza di tracce come Up In Heaven, Somebody Get Murdered o della cover di Police on My Back.

I Clash giocano e si prendono in giro, divertendosi a far cantare la loro Career Opportunities a due bambini, affidando simbolicamente alla nuova generazione il messaggio lanciato dal loro primo album.

Sandinista! è questo e moltissimo altro ancora, per chi vuole ascoltare.

Vi obbliga a perdere parte del vostro tempo prezioso, a prendere posizione, anche nei suoi confronti.

O sei dentro, o stai fuori.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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KID CREOLE AND THE COCONUTS – Anthology Vols. 1 & 2 (Rainman)

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Un disco per l’estate dite?

Di più, vi offro uno spettacolo per l’estate.

Ladies and gentlemen….Kid Creole e le sue Coconuts!!!

E lo so che arriccerete il naso, anche se siete tra quelli che cantano Ciuri Ciuri ai concerti degli Aretuska o che vi siete iscritti ai corsi di latino-americana dove le panze delle casalinghe si muovono al ritmo della lambada.

Perché Kid Creole è una polaroid degli anni Ottanta, con quegli improbabili braghettoni ascellari anni ‘40, le smorfie di Coati Mundi e le cosciazze da varietà del sabato sera delle signorine Noci di Cocco. Una robetta da baraccone latino buono per la sala concerti delle navi crociere.

Lo pensavo anche io.

Poi scoprì che August Darnell aveva inciso i suoi primi dischi su etichetta Ze Records.

Non su Baby Records. Su Ze. L’etichetta della disco mutante. Dei mostri abominevoli che tramortirono il funk con la new wave e spaccarono il corpo del jazz a colpi di ascia. In quelle officine, aveva condiviso il rullo trasportatore con James Chance, il terrorista col sassofono.

Ispirata dalle musiche delle big band, dai ritmi latini e dalla disco music, la musica di Kid Creole è una roba che ti mette di buonumore e ti raddrizza le giornate storte.

Le sue Coconuts servivano a raddrizzare il resto, col risultato che un concerto della band, per quanto kitsch, era contagioso come la brucellosi.

Questa doppia raccolta che pecca per l’assenza di un DVD che avrebbe potuto dare un’idea dell’effervescenza del gruppo (e si che nella confezione c’è pure lo spazio per l’alloggiamento di altri due dischetti…NdLYS) è un ottimo sunto di quanto fatto da Creole lungo la sua carriera con l’aggiunta di qualche inedito come Young, Gifted and White dove si divertono a parodiare il Santana 15 volte disco di platino di Supernatural e a scrivere per il popolo bianco un inno capace di contrastare il Say It Loud, I‘m Black and I‘m Proud di James Brown o della languida Cool, Calm and Collected buona per le docce tropicali di Pocahontas.

E poi ci sono canzoni grandiose come My Male Curiosity, all’epoca scritta per la colonna sonora di Due vite in gioco, il funky elettrico di There But for the Grace of God Go I che August aveva scritto per il quintetto disco dei Machine e che in futuro avrebbe celebrato la sua immortalità nella versione garage dei Gories e in quella elettronica di Carl Craig, la bellissima I‘m a Wonderful Thing, Baby che suona come una canzone dei Phoenix, già nel 1982.

O, se proprio vi piace andare ai concerti di Roy Paci, Don‘t Take My Coconuts, che racchiude in sei minuti e 42 secondi tutti e cinque gli album degli Aretuska.

E poi? Cos’altro vi piace fare nella vita?

           

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CLASH – Rabbia bianca (in dub)

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Mick Jones ha appena disertato l’adolescenza quando decide di imparare a suonare e di mettere su una band. Nonostante i suoi capelli lunghissimi decide di battezzarla come una banda di nazi-skin: London SS.

Gli manca ancora un sottotenente e così chiama l’adunata per gli amici, finchè non trova il tipo che fa al caso suo.

Lo trova senza nemmeno conoscerlo, senza chiedergli neppure se abbia mai suonato una sola nota in vita sua: si chiama Paul Simonon e viene da Brixton.

È biondo, dinoccolato e ha la faccia bella e arrabbiata.

È il suo uomo.

Mick gli spiega prima cos’è una chitarra ma Paul non riesce nemmeno a suonare quei tre accordi base che sono alla base del concetto minimale del punk.

Quindi passa a spiegargli cosa sia un basso elettrico e per aiutarlo a trovare le note, gliele trascrive con cura su tutto il manico.

Poi mette su un vecchio pezzo degli Who e gli intima di premere i tasti corrispondenti alle note che lui gli urla dall’altro lato della sala.

Paul impara. E impara in fretta.

Tuttavia i London SS durano poco, come gran parte delle band sommerse della scena punk inglese. I gruppi nascono, suonano, si sciolgono.

È l’ordinarietà per tutti.

Per tutti tranne che per una: The Clash. All’inizio sono Mick, Paul e Terry Chimes.

Poi reclutano Keith Levene e Joe Strummer.

Una band in cui tutti sono leader, come nel socialismo migliore.

Una band destinata a scoppiare.

Già sulla copertina del loro omonimo album di debutto sono rimasti in tre.

Sono i tre prescelti per edificare la storia più bella del rock inglese.   

The Clash è punk da barricata. Ogni canzone un canto da trincea.

Come se Paul, Joe, Mick e Terry Chimes (che partecipa alla registrazione del disco ma è già fuori dalla band quando l’album vede la luce nell’Aprile del ’77, NdLYS) fossero scesi da un panzer con le armi in mano brandendole nel cielo basso di uno scontro a fuoco. Uno qualsiasi, dal Libano al triste Carnevale di Notting Hill.

Questa coscienza sociale che lo pervade lo allontana dall’efferata idiosincrasia che invece corrode gli altri due dischi-manifesto di quell’anno Damned Damned Damned e Never Mind the Bollocks.

The Clash si muove dentro, non sopra, il tessuto sociale dell’Inghilterra di quegli anni, nelle lotte di classe, nelle spaccature generazionali e negli scontri razziali che la stanno bruciando dall’interno.

Fa retorica e fa politica e di entrambe fa la propria carta vincente.

E fa suo il linguaggio comunicativo e musicale dei ghetti extracomunitari sempre più popolosi della periferia londinese insinuando da subito le linee morbide del reggae dentro quelle del guitar-rock.

Un’intuizione che darà il via all’integrazione artistica tra le comunità caraibiche e quelle indigene che genererà tutto il movimento ska inglese che esploderà di lì a breve e che i Clash coltiveranno per tutto il resto della propria storia conquistando il rispetto e la stima dalle frange giamaicane più conservatrici.

Teppisti con una coscienza.

Dalla parte del torto forse, ma certo mai dalla parte dei vincitori.

Loro avevano già i loro alfieri del resto, i loro baronetti, i loro portaborse.

E ci voleva qualcuno che queste borse le facesse saltare in aria.

L’Armata Rossa scende e invade l’Occidente, rappresentato dalla salma di un cowboy dilaniato dagli avvoltoi. Accanto a lui, a cavallo, non c’è un pellirossa ma un muso giallo. L’opera visiva che presenta al mondo Give ‘em Enough Rope è un collage di Gene Greif, designer e illustratore di successo morto per Epatite C nel 2004 che all’epoca del punk approntava volantini per concerti punk usando e accostando immagini della cultura popolare.

La copertina del secondo disco dei Clash è insomma un emblema dell’auspicato crollo capitalista e della sua disfatta per mano del socialismo cinese.

Un sogno sovversivo in forma di fumetto. Con colonna sonora allegata.

L’album si apre con un trittico micidiale, il più enfaticamente robusto ed impetuoso della loro intera discografia: Safe European Home, English Civil War, Tommy Gun.

Tre canzoni da combattimento. Tre stendardi che ondeggiano come le bandiere rosse sul retro copertina. Fucili e pistole entrano prepotentemente nell’immaginario della band. Ce ne sono un po’ ovunque qui dentro. Nascoste o esibite.

Ma anche le droghe sono una presenza ingombrante, in questa nuova fase del gruppo. Se ne parla in qualche pezzo. Ma più che parlarne, se ne fa abuso.

Topper Headon, il nuovo batterista, è un eroinomane.

Ma quando si siede dietro la batteria è una macchina da guerra.

Non un cannone qualsiasi, ma un fucile di precisione.

Tutti e quattro lo sono, in realtà. Se sul primo disco l’immagine è quella di quattro guerriglieri scesi da un panzer, su questo secondo album i Clash SONO quel panzer. Hanno imparato a suonare. Soprattutto, hanno imparato a farlo assieme.

I dialoghi tra le chitarre di Mick e Joe hanno adesso raggiunto l’intesa perfetta. 

I toni barricadieri si fanno più leggeri al quarto pezzo, ammorbidito dalla presenza di un pianoforte boogie e da chitarre che accarezzano invece di aggredire: Julie‘s Been Working for the Drug Squad è di fatto il primo pezzo dei “nuovi” Clash, quelli che si preparano ad assaltare la Torre di Babele di London Calling.

Guns on the Roof tradisce (come era già stato per Clash City Rockers) l’amore di Mick Jones per i Who degli esordi, quello strumming potente come una mannaia.

La crescita artistica dei Clash emerge prorompente e coraggiosa in un pezzo come Stay Free che si stacca totalmente dai canoni del vecchio punk come un pezzo di intonaco da un muro ormai corroso dalla salsedine, smussando asperità e ruvidezze, ridisegnando se stesso con i toni di una ballata amara ma sempre fiera, incentrata su vicende e ricordi personali e toccando un altro dei temi più cari alla poetica dei Clash: quella dei fuorilegge, del banditismo proletario ma anche più banalmente delinquenziale.

Tutti i giovani punk si sentirono allora parzialmente delusi, sia per la scelta poco condivisibile di un produttore come Sandy Pearlman che per la svolta in direzione di un suono che sembra voler parzialmente restaurare quanto distrutto dalle squadre teppiste del ’77, ignari di quanto la band aveva in serbo per loro e che ne avrebbe presto fatto la più grande rock band del dopo-Beatles.

Fosse stato possibile ascoltarlo nel ’77, London Calling sarebbe passato agli annali come il disco più vetusto della storia del rock.

Una lunghissima galleria di musiche vecchie come il cucco che andavano dal rock ‘n roll di Vince Taylor al calypso di Wrong ‘em Boyo, dalla ballata stucchevole di Lover’s Rock al commiserevole Springsteen tarocco di The Card Cheat.

Invece, quello compiuto tra il Novembre del 1978 e il Dicembre dell’anno successivo dai Clash è spesso considerato come il più prodigioso salto in lungo registrato nella storia del rock.

Superiore a quello fatto, alla medesima età (siamo mediamente intorno ai 25 anni anagrafici, NdLYS) dai Beatles tra Revolver e Sgt. Pepper‘s, da Dylan tra Another Side e Bringing It All Back Home o dai Pink Floyd tra Ummagumma e Atom Heart Mother.

Ed in effetti, per molti aspetti, è un salto prodigioso.

Ma è un salto all’indietro.

E in questo l’intransigente popolo punk aveva visto giusto, più di ogni altro.

La spinta “progressiva” del rock (consideratela nell’accezione più ampia che vogliate dare, NdLYS) con tutti gli eccessi a cui aveva portato si era consumata.

Si era, in pratica, sciupato il sogno di un rock che potesse proiettarsi in avanti all’infinito. Il punk aveva arrestato la crescita di quello che sembrava essere diventato un mostro che, dopo aver divorato tutto il divorabile (il jazz, l’avanguardia, il folk, la musica classica, la musica tradizionale e popolare, il blues, la musica etnica), adesso stava sbranando se stesso.

E ci aveva salvati.

Ma l’inganno del punk si era presto svelato, nonostante ci siano ancora oggi degli idioti che, come dei Vietcong a cui non è stato comunicato il cessate il fuoco, si ostinano a stare in trincea lanciando qualche granata ad un nemico immaginario: il punk era un movimento (una musica, se preferite) nato per distruggere, non per costruire.

Cosa cazzo vuoi costruire con tre accordi e una batteria fuori sincrono?

Riuscireste a costruire una casa con un martello pneumatico e dei picconi?

Bene, provateci.

I Clash sono forse i primi a capirlo.

Di certo sono i primi ad ammetterlo.

La missione del punk era già finita nel ’77.

Il mostro era stato sconfitto.

Continuare a pestargli il cervello avrebbe trasformato tutto in pura macelleria, come in effetti avvenne per alcune frange estremiste, radicali ma pure fanatiche del movimento.

Adesso occorreva ricostruire, conservando dello “spirito del ‘76” l’energia, la “malta” e stanando fra le macerie qualche vecchio mattone su cui poggiare le fondamenta della musica moderna.

London Calling non è ancora quel momento. Occorrerà infatti attendere Sandinista! per scorgere le nuove costruzioni della musica di fine secolo.

London Calling non è ancora un disco di costruzione ma di “esposizione”:

questo è quello che abbiamo. Questo è ciò che abbiamo salvato.

I Clash rivendicano il diritto di poter costruire non mostrando quello che hanno distrutto ma esibendo quello che da quell’abbattimento hanno salvato.

Non ne fanno mistero e lo ostentano come dichiarazione d’intenti sin dalla copertina, andando ad omaggiare graficamente la storica copertina del disco di debutto di Presley.

Sulle quattro facciate del disco sembra di camminare attraverso le teche di un museo dove musiche bianche e musiche nere vengono esibite come bottini di guerra.

Now get this!”: questo è quello che abbiamo.

Ancora una volta.

E, se vogliamo costruire, è su questo che dobbiamo farlo. Come in effetti succederà con i dischi successivi. Punk, reggae, folk di protesta, rockabilly, ska, pop, calypso. Cui via via si aggiungeranno funky, dub, hip-hop, disco-music per creare un canale di dialogo interrazziale che fosse da catalizzatore per la nascita di una musica moderna, populista e democratica.

Poi è ovvio che, al di là dei dati storici, sociologici, politici ed estetici, di quelli oggettivi e di quelli individuali, London Calling rimane un grandissimo monumento alla musica rock.

Pieno zeppo di anthem da mandare a memoria (London Calling, Spanish Bombs, l’inarrivabile The Guns of Brixton, Train in Vain, Clampdown, Hateful, Death Or Glory, I‘m Not Down, Rudie Can‘t Fail), roba che negli anni si è sedimentata nel nostro DNA fino a mutarci geneticamente.

I Clash diventano, in questo preciso istante, la rock band più bella del mondo.

L’iconizzazione di una ribellione, per quanto concettualmente opinabile (come tutte le ideologie, del resto, NdLYS), condivisibile.

Proletario, socialista e piratesco, lo stendardo dei Clash sventola nel cielo grigio mattone di una Londra che sta per affrontare il decennio tatcheriano.

 

Don Letts fu un personaggio chiave per l’innesto della musica reggae e della cultura punk. Il suo piglio guerrigliero e teppista e la sua incrollabile fede nel sostegno delle cause della minorità giamaicana nella periferia londinese diventano simbolicamente l’icona di un legame ribelle che unisce le istanze punk e quelle dei diritti civili di cui molta musica giamaicana si fa portavoce. I dreadlocks di Letts sono le funi che legano Bob Marley ai Clash insomma. Le sue liane rasta sono immortalate sulla copertina di Black Market Clash (e della successiva versione ampliata di Super Black Market Clash), il dieci pollici pubblicato dalla Epic tra i due monumentali dischi dei Clash della fine degli anni Settanta. Dentro ci sono i Clash guerrieri degli esordi e i Clash liquefatti nel dub di fine decennio. Sono identici a quelli dei loro album, ma catturati negli episodi “minori” (le B-sides di White Man, English Civil War, Complete Control e London Calling, la Capitol Radio che era arrivata solo ai lettori del New Musical Express), attraverso un inedito assoluto (la cover di Time Is Tight di Booker T & The M.G.’s che i Clash usavano spesso per testare gli impianti dei loro concerti) e quel grandissimo capolavoro di reggae barricadero che è Bankrobber (per cui i Clash realizzarono anche un video durante la session di registrazione convincendo i loro roadies ad aggirarsi con le bandane al volto nei pressi di un’agenzia dell’Allied Irish Bank della città, tanto da provocarne l’arresto-lampo con l’imputazione di tentata rapina) e la sua versione vista attraverso gli specchi deformanti del dub che è Robber Dub. La sua versione “Super”, a parte qualche imperdonabile imprecisione nella scaletta, aggiungerà altra merce rara al già prezioso banco merci del bazar dei Clash che a quel punto era già chiuso da sette anni.   

                                                                   

Tre dischi, sei facciate.

Sandinista! si annuncia subito, sin dal formato, un gigante.

Prima di riuscire a guardarlo negli occhi dovrai faticare come Ercole.

E non è detto ci riuscirai.

Scommetto che c’è ancora chi non ce l’ha fatta dopo trenta anni.

E sono sicuro di vincere.

Nessun grande gruppo si era ancora spinto a tanto.

Non i Beatles e nemmeno i Rolling Stones.

Non i Led Zeppelin e neppure i Pink Floyd.

Una torre di Babele di vinile nero dentro cui scorrono tutte le lingue del mondo.

Un triplo imperfetto che sarebbe stato un doppio perfetto.

Si sa, lo si è già detto.

Mick Jones ha l’elmetto in copertina ma chi si aspetta un disco di mitragliate è la prima vittima. Chi odia Sandinista!, e saranno in tanti, lo fa da subito, dall’attacco disco-funky di basso e batteria di The Magnificent Seven: i Clash hanno lasciato questo pianeta.

Sandinista! è un disco di musica nera suonata da bianchi.

Anzi, un disco di musica nera arrabbiata suonata da bianchi arrabbiati.

Non è nato per piacere ma per creare disgusto, per essere maltrattato.

Perché va bene sporcarsi con la musica dei rude boys, ma con la disco music, il soul di Phil Spector o la musica sudamericana è qualcosa che allora, nel 1980, nessun punk avrebbe loro perdonato.

E i punk sono ancora, in quel periodo, il loro pubblico.
Ma chi cazzo si credono di essere?”

E invece la domanda sarebbe dovuta essere “Dove vogliono portarci?”.

Nel quarto mondo che sarebbe arrivato e che allora veniva ancora nascosto e taciuto dal capitalismo occidentale. Ecco dove voleva portarci, e ci portò Sandinista!. Ecco perché ne proviamo ancora fastidio, come quando ci fanno vedere i bambini affamati all’ora di pranzo, nella pausa tra il nostro secondo di carne grassa e il dessert alla frutta tropicale.

Musicalmente qui dentro nascono e convivono gomito a gomito, ma questo nessuno poteva saperlo, sia i Big Audio Dynamite (The Leader, The Call Up) che i Mescaleros (Let‘s Go Crazy, Version City). Del rock barricadero dei Clash resta poco se non l’urgenza di tracce come Up In Heaven, Somebody Get Murdered o della cover di Police On My Back.

I Clash giocano e si prendono in giro, divertendosi a far cantare la loro Career Opportunities a due bambini, affidando simbolicamente alla nuova generazione il messaggio lanciato dal loro primo album.

Sandinista! è questo e moltissimo altro ancora, per chi vuole ascoltare.

Vi obbliga a perdere parte del vostro tempo prezioso, a prendere posizione, anche nei suoi confronti.

O sei dentro, o stai fuori.

Dopo i pasti ipercalorici di London Calling e Sandinista! i Clash non sono ancora sazi. Quando è il momento di mettere mano a quello che diventerà l’ultimo album della line-up storica decidono che sarà ancora un album doppio.

I Clash sono, in quel momento, una balena dalla bocca gigantesca che ingoia qualunque cosa. Musica sudamericana, rock ‘n roll, jazz, musica western, rap, swing, reggae, punk-rock, dub, garage, calypso, bluegrass, protest-songs, funky, disco-music. Una babele che permette loro di poter dire qualunque cosa, e sempre in forme diverse.

Già da qualche anno non sono più una punk-band ma un’intera orchestra, sono i Beatles dentro gli Abbey Road, sono Phil Spector dentro i Gold Star Studios.

A produrre Combat Rock è lo stesso Mick Jones.

Ma i rapporti tra Joe e Mick non sono più quelli di cinque anni prima.

Joe storce il naso un po’ troppo quando si parla del vecchio amico. Si dichiarerà insoddisfatto del suo lavoro al mixer, prima di cacciarlo fuori dalla band a lavoro ultimato. Alla produzione viene chiamato Glyn Johns, una porzione del disco viene definitivamente cestinata, un’altra fetta viene ristrutturata, un’altra costituirà l’ossatura di quello che invece diventa un album singolo con il titolo di Combat Rock.

Un disco che è sempre stato offuscato da quello che c’è stato prima. Come quando stai per troppo tempo affacciato al balcone, arrendevole alla luce e al calore di un sole troppo bello per starsene da solo e poi rientri repentinamente. Gli occhi faticano a riadattarsi e quello che ti salva da quell’improvvisa muta tenebrosa è la familiarità col posto, con l’ambiente. Riesci ad evitare abilmente il salotto e il tavolo, probabilmente inciamperai in una sedia riposta malamente. Difficilmente sbatterai il grugno su qualche porta.

Combat Rock è invece un disco bello, irrequieto, anche se la sua seconda parte lascia trapelare uno spirito ammansito, come di un leone che dopo la sua battuta di caccia torna a godersi il torpore. Perché i Clash a quel punto possono nutrirsi di tutto e questo, se da un lato incute rispetto e timore, è una consapevolezza che ne ha ormai attutito l’effetto-sorpresa. Possono ancora sprofondarci le zanne al collo, ma ora abbiamo l’accortezza di saperne stare alla larga.

Loro sono sempre i Re della foresta. Ma noi sappiamo essere cauti. 

E’ il prezzo da pagare per essere ammessi alla “classicità” del rock-system, per avere le loro figurine sull’album delle stelle del rock.

Ha lo stesso carico di merci buttate un po’ alla rinfusa che stava sul TIR di Sandinista! solo che qui è tutto stipato in un furgone.

Cosicché la cosa più minchiona scritta fino a quel momento dai Clash (ovvero Should I Stay Or Should I Go, con quell’orribile riff rubato a Farmer John, NdLYS) è costretta a stare fianco a fianco con alcune tra le più belle: Car Jamming che la precede è un incalzante funky di acciaio, una danza da trincea somala, sacchi di sabbia sahariana che vengono abbattuti da carri armati ossidati sotto la caligine africana. 

Rock the Casbah che la segue è invece quella cosa straordinaria che tutti sappiamo: una danza multirazziale tra le dune del deserto, sotto le ombre dei Phantom F-4 e i MiG-21 che si scambiano occhiate di fuoco nei cieli sauditi.

Un classico tra i classici, come la Know Your Rights messa in apertura di disco con il suo tono barricadero e uno Strummer che non canta, declama.

Fiera e incalzante, come un cane da combattimento.

La seconda facciata del disco indugia invece sul lato più sperimentale della band, con un Paul Simonon diventato inarrestabile (Overpowered By Funk e Sean Flynn sono il suo regno), le chitarre che sembrano inghiottite da un buco nero, abrase fino a lasciarne solo delle polveri sottili e qualche comparsata più (Allen Ginsberg, Joe Ely) o meno (il graffitista Futura 2000) illustre.

Da lì a breve della più bella rock band del mondo resterà solo qualche briciola di rancore e qualche muso lungo, un’appendice di storia intitolata Cut the Crap che vale quanto il sequel di Psycho, ovvero meno che niente.

E un’altra bara da seppellire. Con buona pace per quanti non avevano loro mai perdonato di non aver sacrificato i propri martiri sull’altare pagano della rivoluzione punk.

Ora il debito è saldato. Potete finalmente aggiornare i vostri merdosi libri di storia con gli aggettivi che gli avete sempre negato.

Il 28 Maggio del 1983 davanti a centoquarantamila persone assiepate al Parco Regionale del Glen Helen di San Berardino in California, il sogno dei Clash si sbriciola. Quello che divenne famoso come “il giorno in cui la new wave morì” si risolse in una coda di polemiche e di scontri con promoters, dj e gli artisti metallari in scaletta il giorno seguente.

Anche i rapporti tra i quattro punk inglesi stanno per sfociare nell’odio. 

La guerra contro il sistema sta diventando la guerra contro se stessi.

I meccanismi dello show-biz stanno inghiottendo i Clash con tutte le ossa, acuendo la dipendenza da alcol di Topper Headon ormai incapace di reggere i ritmi che la “professione” richiede e alimentando lo scontro tra Strummer e Jones sulla via evolutiva che a quel punto il gruppo deve intraprendere, dopo aver tracciato la strada per uscire dal ghetto punk.

Joe Strummer a quel punto decide di fare dei Clash un affare personale. Con un rapido giro di telefonate fa fuori Mick Jones e Topper Headon, quindi telefona a Paul Simonon chiedendogli “sei con me o contro di me?”.

Paul si accende una sigaretta e si passa le mani sul ciuffo.

Sa che come musicista deve tutto a Mick.

Però sa che deve tutto come uomo ai Clash.

I Clash. Un nome che, mentre il mondo si ostina a declinare al plurale, è singolare maschile.

.“….five guitar players but one one guitar” continua a ripetersi Paul.

Lui chiede a Joe chi terrà il nome.

“Noi”, risponde Joe, “The Clash siamo noi”.

Sa che Simonon non potrà più rifiutare. E infatti non rifiuta.

I Clash sono davvero loro, più il vecchio amico Terry Chimes (poi rilevato da Pete Howard, assoldato con lo stesso trucco usato per Simonon, NdLYS) e ben due chitarristi. Perché l’assenza di Mick si senta di meno.

Perché tutto faccia meno male.

La band ci mette un po’ ad ingranare. E quando esce l’atteso Cut the Crap, il 4 Novembre del 1985, non tutto è ancora al suo posto, tanto che il working-title per l’album è  proprio Out of Control, poi sostituito da Bernie Rhodes senza nemmeno chiedere l’approvazione della band. Del resto, pensa Bernie, “quale band?”.

L’album viene registrato con l’apporto di session-men e tante sovraincisioni, contrariamente allo stile diretto dei vecchi Clash.

La cosa che stupisce di più, al di là dell’empasse creativa e della banalità che attanaglia gran parte del lavoro, è che a conti fatti le analogie stilistiche tra Cut the Crap e This Is, primo disco dei Big Audio Dynamite di Jones uscito praticamente in contemporanea, sono sicuramente ben più evidenti delle insormontabili divergenze stilistiche annunciate in sede di separazione, aggiungendo la beffa al danno ormai consumato.

L’accesso massivo all’elettronica (sintetizzatori e beat-box) e la vigorosa componente ritmica sono le caratteristiche che emergono rapide e, ahimè, insipide all’ascolto. A queste due risorse viene affidato l’ingrato compito di riempire quasi del tutto l’enorme vuoto creativo di Cut the Crap, come avviene ad esempio su Dictator, Are You Red..y, Cool Under Heat, Fingerpoppin’ o Life Us Wild. Anche le logore cartoline punk (Dirty Punk) e reggae (Three Card Trick) sembrano più una caricatura dei Clash che un omaggio ai vecchi tempi.

Va meglio quando Strummer e Rhodes cercano di resuscitare il fuoco anthemico dei tempi andati (This Is England e Play to Win che tuttavia sembrano più delle canzoni da campo sportivo che da stadio, se riuscite ad afferrare la differenza, NdLYS) o anticipare certi latinismi che più tardi Joe tornerà a scolpire in forme più definite e motivate coi Mescaleros (North and South) ma è un fuoco di paglia.

E i primi ad accorgersene, subito dopo i vecchi fan, sono proprio loro.

Gli ultimi tizzoni dei Clash si spengono sotto la neve del Gennaio 1986.

Qualche fan spiritoso si improvvisa fachiro e cammina a piedi nudi sui carboni e sulla cenere della più grande rock band inglese, dimostrando che quei fuochi che prima ustionavano le carni ormai non scottano più neppure l’epidermide. 

 

Il mohicano alzò la mano insanguinata fin sulla tempia, simulando con il pollice il cane e con l’indice la canna di una pistola.

Guardò in faccia il poliziotto che lo teneva sotto tiro.

E con un’ultima smorfia di follia spavalda e omicida, intonò il suo ultimo giro di basso. Puff…Puff……..Pufffff.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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