STUDIODAVOLI – Megalopolis (Record Kicks)

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Un omaggio già abbastanza esplicito ad un mondo perduto che continua a irradiare il suo fascino (chi di voi non conosce i mitici amplificatori a valvole Davoli è evidentemente troppo fuori dal target del gruppo pugliese) che finalmente, dopo i trionfi di Arezzo Wave 2002, trova modo di esplicarsi dentro le 17 tracce di questo debutto su Record Kicks. La musica degli StudioDavoli è una giostra che gira sciolta nel luna park del modernariato pop con eleganza e maestria. Immersa in un universo fatto di colonne sonore perdute (Piccioni, Pregadio, Ortolani, Nicolai, Usuelli) e vestita della stessa tappezzeria retrò di icone pop come Stereolab, Die Moulinettes, Micromars, Air, Valvola, Gakuji Matsuda.

I pezzi che richiedono e regalano immediatezza e agilità timbrica (il singolone Superpartner, la chewing-gum radioattiva di Go Baby, il velluto synth-etico di I‘ve Got a Steady Job, la languorosa ballata analogica di One Day Before, l’Ummagumma futurista di Sexsafari) sono, lampante, quelli che fanno da gancio per traghettarti in un viaggio che non esclude momenti più contemplativi e articolati (Breast’s Garden che si apre come fosse una Messa in memoria del naufragio dell’Enterprise per poi assestarsi su un midtempo corposo e brillante, il placido e campestre sviluppo di One Day Before o la sognante nenia di Love 70, le scomposte alternanze ritmiche della title track) dimostrando l’abilità degli StudioDavoli a (ri)maneggiare lo scibile easy-pop con quella competenza, quell’ amore incondizionato e quel mood arty che l’argomento richiede.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MATT BIANCO – Whose Side Are You On (Cherry Pop)

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Jazz da aperitivo. Verde come le olive da intingere nel Martini Dry. Nulla di più.

Eppure quella che sembrava essere la più effimera fra le band inglesi ispirate in qualche modo alle fusa del jazz americano è stata, nei fatti, quella sopravvissuta più a lungo, tanto da essere ancora in piena attività, con buona pace dei vari Working Week, Style Council o Everything But the Girl. Tenuti a galla in qualche modo dalle risacche dell’acid jazz e della lounge music, i Matt Bianco continuano ad imperversare nei locali dove si simula un evanescente elogio al pre e al dopo cena tra tintinni di flute e coppette da cocktail in un rituale mondano di fancazzismo di classe per gente che non sa distinguere un lounge bar da un american bar.

E alla quale, dunque, i Matt Bianco col loro spensierato latin-gezz vanno più che bene. Così come andavano bene all’epoca di questo disco di debutto appena ristampato a quanti si accontentavano di vederli rincorrere il sincrono con la traccia audio durante le esibizioni in playback al Festivalbar o negli altri ritrovi per gli iscritti al club del cuore di panna. Perché un tour vero, un concerto vero all’epoca i Matt Bianco non sapevano neppure cosa fosse. Quasi un paradosso, per una band che decide di uscire fuori dal calderone synth-pop di quegli anni per riscoprire il calore del suono acustico e di strumenti veri come contrabbasso, tromba, pianoforte, flauto, organo elettrico e riportali tra la gente. Riuscendoci, in qualche modo e con grande successo, con questo disco d’esordio che mette insieme, anche un po’ a casaccio, improbabili cha cha cha, filigrane bossanova, arredamenti alla Henry Mancini, smooth jazz da salotto, jive saltellanti e i colori carioca che l’amico bassista Kito Poncioni insegna a Mark Reilly ad usare con una buona disinvoltura.

Ma la star del disco è ovviamente Basia Trzetrzelewska, cantante polacca che senza eccedere nei virtuosismi riesce a dare un ulteriore tocco di classe al già ammiccante suono della band e il cui volontario allontanamento lascerà i Matt Bianco privi dai guanti di seta che emergono su pezzi come More Than I Can Bear o la title track.

La riedizione deluxe propone oltre al disco originale la sterminata (ma all’epoca obbligatoria) pletora di remix e versioni estese, le inedite e grezze versioni demo dei classicissimi e una perfetta replica di Half a Minute targata 2016.

Se siete fra gli operosi sportivi del cin-cin e delle serate sugli chalet, qui avrete di che leccarvi le dita. Dopo aver pescato l’oliva dal Martini Dry, ovviamente. E aver sputato l’osso con la classe che vi contraddistingue.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SERGE GAINSBOURG – Songs On Page One (Èl)

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Non fosse morto e sepolto da 18 anni sarebbe il personaggio perfetto per la società dei blog e del gossip online che nostro malgrado siamo costretti a subire. E di certo sarebbe molto più intrinsecamente morboso leggere qualche porcata sul Maestro piuttosto che leggere delle boiate sulle meritate botte prese da Rihanna o sugli slip indossati da Britney Spears in ogni cazzo di show dove consegnano alle popstars quei dildo a forma di grammofono.

Serge, perlomeno, era un immorale autentico. Uno che nello scandalo ci sguazzava come una scrofa nella fanghiglia. Scandaloso e perverso, incestuoso e trasgressivo, sfacciato e iconoclasta con una carriera che fonde a meraviglia vita privata e vita pubblica. Tutto condotto e recitato con la sua faccia da portiere da albergo a due stelle.

Un uomo da bordello.

Un intellettuale punk capace di far strabuzzare gli occhi di Whitney Houston in diretta TV e di mettersi sempre dalla parte del torto.

Il suo album di debutto uscito nel ’58 è pieno del suo amore per il jazz ammiccante e allusivo. Gli arrangiamenti sono ancora minimi, appena colorati da qualche effetto comico o da latinismi a buon mercato.

Un conformismo che gli servirà come pass-partout per entrare nei salotti buoni della Francia de la vie en rose.

Il genio sregolato è ancora nascosto, in agguato, rannicchiato tra Burt Bacharach e Charles Manson.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro    

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CORNELIUS – Point (Matador)    

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Nutro una cordiale antipatia per i giapponesi.

Malgrado abbiano inventato Goldrake e estremizzato il concetto di bukkake, ciò non è bastato a farmeli venire simpatici.

Ma è un limite mio, come per quelli che amano Marylin Manson.

Ma un occhi a mandorla che è ossessionato dai fantasmi di Music Machine, Count Five, Beach Boys o Clash piuttosto che da quelli di Caterine Deneuve o Fellini deve avere qualcosa di più che una scorta di rullini Kodak e Fuji nel suo zainetto a tracolla e non deve essere così terribile accompagnarsi ai suoi dischi. Che vivono, è vero, di quell’inconfondibile aria di deja vu che tracima copiosa da gran parte delle produzioni del Sol Levante ma che qui, invece che diventare parodia, viene riassemblata in un contesto dalle forme nuove.

Se insomma i dischi dei Pizzicato Five possono paragonarsi a quelle famose bombolette con su scritto “aria di Napoli”, quelli di Cornelius sono magari delle matrioske di Mamma Russia, dove se vuoi puoi nasconderci dentro anche un tocchetto di fumo. Detto questo, Point è un disco meno “esagerato” rispetto alle passate produzioni di Cornelius, con frequenti richiami alla natura ed ai suoi rumori, dai cinguettii di Bird Watching at Inner Forest al gorgheggiare di Drop, fino al liquido scorrere di Tone Twilight Zone, crepuscolare come il titolo suggerisce, quasi alle soglie del raccoglimento ambient. Acustico e farcito di beeps, lo ricorderemo magari come l’album new-age di Keygo, se riusciremo a cancellare il ricordo delle stilettate di I Hate Hate, e non saremo distanti dall’essenza del disco, che Cornelius ha voluto quasi spartano, se confrontato con la risaputa abilità del nipponico al taglia e cuci sintetico.

 

 

Franco “Lys” Dimauro

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