UZEDA – Stella (Touch and Go)  

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I grappoli di rumore di Wailing ci riportano, ad otto anni da Different Section Wires, dritto nell’intestino crasso degli Uzeda, per dirci che nulla è cambiato e che ciò che era paura allora, è paura ancora. E quel che era follia, follia rimane. Seppur lucidissima.  

Suoni spezzettati, scoscesi e lividi, massi di lava che cadono giù dal vulcano etneo. Enormi tizzoni di inferno che tracimano giù, spinti dalle mani titaniche degli Ecatonchiri. La musica degli Uzeda non è mai paga di nulla, neppure di se stessa. Vive in un perenne contrasto, si evolve e si protegge come una malattia autoimmune. È un accumulo di tensione pronta ad esplodere che a volte si riavvolge invece su se stessa, autoalimentandosi all’infinito, facendosi scudo mentre avanza colpendo. Stella ci restituisce la luce inquieta di uno degli astri-guida del firmamento noise mondiale. Noi da qui, alzando la testa, possiamo vederlo brillare come gli antichi i tuoni di Zeus.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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UZEDA – Different Section Wires (Touch and Go)  

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Se me lo avessero detto allora, che la sezione ritmica degli Uzeda sarebbe diventata da lì a pochissimi anni quella della Nannini, non ci avrei creduto neppure davanti a un notaio. E invece andò esattamente così.

Nel 1998 però, prima di quella lunghissima pausa che ne seguirà e che permetterà loro appunto di suonare con la cantante toscana, Davide Oliveri e Raffaele Culisano sono ancora saldamente legati a Giovanna Cacciola e Agostino Tilotta. Insieme sono probabilmente il corpo sonoro più duttile ma anche più robusto mai nato in Italia.

Sono ancora una volta loro quattro, stavolta senza la complicità di Giovanni Nicosia, a mettere mano a Different Section Wires, forse il capolavoro assoluto del noise-rock mai pensato da menti italiane. Un disco che arriva mentre la loro Indigena Records lavora a pieno regime (con le produzioni di 100%, Plank, Keen Toy e Jerica’s uscite praticamente una sopra l’altra) ma che può fregiarsi del logo Touch and Go sulla propria copertina, così come era stato per l’EP 4 di tre anni prima.

Quella tra l’etichetta di Chicago, la manovalanza artistica di Steve Albini e la musica del quartetto catanese è una delle combinazioni più riuscite e biologicamente naturali del rock contemporaneo. E Different Section Wires non tradisce le aspettative che questo connubio si trascina dietro.

La musica degli Uzeda diventa il borbottio gastrico di Polifemo, il rumore delle sue ossa mentre cerca di farsi spazio dentro la grotta dei ciclopi.

Non ha dimestichezza con le buone maniere.

È truce, snodata e infrangibile.

Corazzata come il corpo di un armadillo, si muove a scatti e a convulsi movimenti centripeti, fino ad azzannarsi la coda.

Attraverso la porta Uzeda passa il cavallo di Troia della più grande noise band italiana. Gran parte dell’Occidente viene abbattuto.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE JESUS LIZARD – Down (Touch and Go)  

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La sferzante idiosincrasia dei Jesus Lizard non sembra conoscere battute d’arresto ne’ tantomeno concede tempo per qualsiasi tipo di convalescenza. Down rappresenta il quinto capolavoro in cinque anni di produzione. Sul palco e in studio la band di Chicago sembra lavorare con fierezza fino allo sfinimento, con lo stakanovismo di un operaio maoista.

Una rigorosa concentrazione sull’elemento canzone simile a quella del dio Vulcano sulla sua incudine che porta a forgiare forme sempre nuove e sempre robustissime di noise-rock brutale e ieratico.

L’iniziale Fly on the Wall rende musicalmente l’idea di vertigine e di voragine che la bella illustrazione di Malcolm Bucknall trasmette visivamente. Le chitarre che si stendono da subito sul rotolante giro ritmico sembrano un vischioso strato di muschio che rende indeciso fino al cedimento definitivo il passo su quelle rocce che molto probabilmente hanno occupato la diapositiva immediatamente precedente a quello scatto di copertina.

Poi, è il solito campionario di nefandezze. Stavolta però “distorte” da una visione meno iconoclasta. Come se le spire del motore Jesus Lizard si distanziassero per lasciare passare piccoli spifferi d’aria. La musica si fa leggermente più cinematografica, tridimensionale, anamorfica. L’approccio si fa spesso meno aggressivo, più ragionato e articolato e, addirittura, distensivo (Horse, Elegy) nonostante non manchino bordate di rumore aberrante (Mistletoe, Din, il garage mutogeno di The Best Parts). Si indugia meno sul voltastomaco e il rigurgito marcio che ne viene. Ma i Jesus Lizard di Head continuano a detenere il loro primato tra gli sfregiati degli anni Novanta.         

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE JESUS LIZARD – Head (Touch and Go)  

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Il corpo sonoro dei Jesus Lizard prende forma come il David sotto il maglio di Michelangelo, acquisendo consapevolezza di se stesso dopo essere stato partorito con dolore da un blocco di marmo. 

Head ne rappresenta la testa, ovviamente. Dimora del discernimento e del calcolo freddo e razionale. Dopo il tracciato di Pure, il feto con la pelle di coccodrillo è pronto per porgere il suo vagito al mondo. 

Head è la marcatura a fuoco sulla carne di manzo degli anni Novanta. Il ferro rovente con cui i Jesus Lizard impongono il loro stile sul decennio che verrà invece ricordato per la segatura di metallo del grunge.

È David Yow a calarsi nella parte del bovino, rantolando e muggendo sotto la marchiatura della chitarra di Duane Devison e contorcendosi fra l’incudine e il martello che sono serviti a forgiare quel timbro a forma di lucertola.

Head è disco di inaudita barbarie.

Elogio della deformità e della sevizia che sfigura, maschera di ferro che si cala sul viso pulito degli anni Ottanta e li trasforma in una orribile macchina di mutilazione e tortura.

Come dei monarchi accecati dalla brama di potere i Jesus Lizard impongono il loro clima di terrore pur essendo, fondamentalmente, dei Restauratori. Se infatti il noise del decennio precedente aveva in qualche modo fatto delegittimato il riff chitarristico dal ruolo di imperatore sovrano, i Jesus Lizard lo rimettono al centro dell’impero rock, concedendogli il lusso di un trono. Che poi Devison preferisca costruirli usando una smerigliatrice piuttosto che una classica sei corde, cancellando ogni idea di assolo e qualsiasi esercizio onanistico di bending, è del tutto marginale a livello concettuale anche se è nodale ai fini della definizione del suono della band di Chicago, grezzo e prismatico allo stesso tempo.

Benvenuti negli anni Novanta, dove nulla di quello che vedete è vero e niente è dominato dall’amore. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE JESUS LIZARD – Goat (Touch and Go)  

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Un autentico rigurgito di fiele.

Goat è la raffigurazione Gigeriana dell’abominevole mondo dei Jesus Lizard.  

Un disco dove ogni raccapriccio, ogni fobia, ogni perversione trova una sua rappresentazione fedele nell’orrore e nel godimento sadico che ne deriva.

Il rantolo psicopatico di David Yow, le chitarre invasive di Duane Denison e il martoriante picchiare di Sims e McNeilly creano un universo angoscioso che deve essere simile alle urla strazianti e al percuotere sulle sbarre provenienti dalle camere di isolamento di un ospedale psichiatrico.

Ascoltare Goat è come essere intrappolati nei corridoi su cui quelle prigioni per maniaci seriali si affacciano.  

Si può sentire il proprio corpo annaspare, avvertire tutto l’affanno della paura indotta dalla claustrofobia. Sentirne tutto lo sgomento.

Qualcuno pare stia rivettando il corpo di Cristo su una qualche nuova croce di acciaio e piombo.

Potremmo essere noi.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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SICBAY – Fort Busy Signal (Perverted Son) / LES SAVY FAV – Rome (Southern)

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Catartiche e deflagranti, le musiche dei Sicbay giungono per pungerci l’anima.

Lei, la voce a tratti scura e profonda, a tratti lasciva e sguaiata, è la stessa che sbraitava dietro i microfoni dei Dazzling Killmen e Colossamite.

Gonfia come un’ecchimosi la musica dei Sicbay è un caterpillar che frantuma venti anni di new-wave.

Sotto, tutto cambia e tutto resta uguale.

Pere Ubu, Fall, Jesus Lizard, Oxbow, i primi June of 44, gli stessi Killmen, i mostri della Ampethamine Reptile riemergono nelle quattro tracce di questi “segnali” come enormi sauri che tirano fuori le teste dalle acque scure del lago di Lochness.

È una musica che non rinuncia al massacro ma lo evita comunque, un’onda di rumore che emerge, sprofonda, riemerge dalle tenebre, con le chitarre che assaltano furibonde e “rientrano” su dilatazioni epiche e caliginose. Come in Bearskins & Rubbed Knives che si contorce epilettica attorno al recitato di Nick Sakes, metà David Yow e metà Henry Rollins e si abbandona infine esausta alla deriva su un’armonica (Ed Rodriguez, altro ex-Colossamite, NdLYS) di velluto.

Una formula che si ripete, con modalità e intensità diverse, anche sulle restanti tracce. Con il basso avviluppante di Works Wondrous e l’intera struttura di Checkered ad ergersi come manuale di ogni cultura post.

Che sia stato rock, hardcore, punk o wave, quello che c’è stato prima importa meno che nulla.

Altro gruppo “in”die americano dalle grossissime potenzialità sono Les Savy Fav che tornano a pochi mesi dal loro secondo full-length con questo nuovo mini: cinque inediti straordinari per scrittura e riferimenti.

Anche qui è certa wave deviata ad essere rimacinata: Brainiac (l’andatura spastica di I.C. Timer), Pavement (il ciondolare assopito di Sleeper’s Union), Trenchmouth (il noise saltellante tra i flussi dub di Rome), Fugazi sembrano gli accostamenti più prossimi ma i quattro hanno idee ed energie autoctone talmente grandi da risultare, comunque, inedite.

Franco “Lys” Dimauro

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SICBAY – Overreaction Time (54° 40′ or Fight!)

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È dedicato alla memoria di Ivica Baricevic, mente dietro la piccola e coraggiosa Earwig Records il nuovo album dei Sicbay, uno degli ultimi avamposti del noise rock americano comandato da Nick Sakes e Ed Rodriguez, entrambi ex-Colossamite. come i precedenti Fort Busy Signal e The Firelit S’coughs passeranno quasi inosservati sulle riviste “specializzate” distratte da altro e attente a trattare quasi esclusivamente dischi distribuiti in italia in quanto “passati” dal distributore di turno ma anche questo Overreaction Time ci dimostra come Sicbay rappresentino oggi quasi la summa di tutto ciò che è stato il noise americano in tutte le sue accezioni e devianze: Jesus Lizard, June of 44, Dazzling Killmen (la prima band di Nick, NdLYS), Fugazi, Shellac, Dinosaur Jr., Rollins Band, rock matematico e post. Il gioco di chitarre di Ed, Nick e Dave rimane tra i più esplosivi e tossici rimasti in circolazione intricandosi (Herculaneum, TocsinThe Buckle, Bask and Bubble) e sfilacciandosi (Smoke Stains, quasi dei Pavement dell’era post, Outside HelpTire Fire, l’acustica e quasi tortoisiana Ultra-Down) in overdrives nodosi e tormentati. È musica liberatoria anche se carica di tensione quella dei Sicbay, grinzosa, cinerea, ruvida e raschiosa. L’esatto opposto di quello che vogliono passarvi per musica alternativa.

 

Franco “Lys” Dimauro

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FUGAZI – Instrument Soundtrack (Dischord)

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Alla fine del decennio la band si zittisce e fa parlare le immagini. Sono quelle che scorrono lungo Instrument, il film diretto da Jem Cohen che esce in VHS nel Marzo del 1999 e che ripercorre per due ore, dall’esplosione del punk fino alle ultime sedute in studio che hanno prodotto End Hits, tutta la storia della band. Ad accompagnarlo, in formato audio, lo sperimentale Instrument Soundtrack: diciotto tra demo, outtakes e inediti che mostrano come, se avessero voluto, i Fugazi avrebbero potuto essere “altro”. Un po’ come riuscirono a dimostrare i Clash.

Valgano come esempio la I‘m So Tired suonata al piano da Ian McKaye dove c’è già tutto l’Ed Harcourt che verrà dieci anni più tardi, oppure l’irriconoscibile, soffocata versione demo di Rend It (da In On the Killtaker). O ancora la dolcezza slintiana di Trio‘s, il mini dub improvvisato sul giro di Shakin’ All Over, la Afterthought che pare essere stata cacciata in esilio dalle maestà sataniche degli Stones o la Turkish Disco desaparecido da Sandinista!

Un disco progettualmente transitorio e satellitare rispetto alle grandi cose della band ma che riesce a dare risalto alla smania sperimentale che ha sempre contraddistinto il gruppo di Washington D.C.

Consigliato solo ai fanatici.

E chi non è fanatico dei Fugazi nel 1999, viene da un altro pianeta.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro


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SHELLAC – at Action Park (Touch and Go)    

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Nel 1994, dopo aver prodotto alcuni degli artisti seminali dei primi anni Novanta (Nirvana, JSBX, P.J. Harvey, Mule, Jesus Lizard, Dazzling Killmen, Tar, Volcano Suns, ecc.), Steve Albini torna a stringere fra le dita il suo plettro di rame per riaggiornare il suono abominevole ed eversivo delle sue vecchie band.

at Action Park, al pari di quelli di Big Black e Rapemen, è un disco spietato, percorso da un’ansia angosciante e da fredde smorfie di demenza psicomotoria.

Un suono martellante e schiacciante che mette i brividi per la ferocia emozionale con cui viene sparato addosso.

Un groviglio di corde e di pelli.

Una voce che non conosce la compassione.

Non conosce l’amore.

Non conosce la pietà.

Il disco arriva, senza nessuna concessione promozionale (le “usuali” copie promo per i giornalisti vengono messe al rogo), vestito da una copertina di cartone grezzo su cui campeggiano solamente il nome della band e il titolo dell’album. Sul retro, in omaggio all’attrezzatura audio/video più amata da Albini, il logo della ЛОМО (durante gli anni Novanta la passione per le macchinette dell’azienda sovietica raggiunse la soglia della mania collettiva – subito battezzata Lomografia – che eguagliò la febbre per le istantanee della Polaroid di un paio di decenni prima, NdLYS) che, nella versione su nastro, diventa l’immagine di copertina.

Sulla busta interna un “manuale” sull’uso dell’elettro-shock e il disegno di un luna park ad opera di Joanne Dale, finita giustamente tra i 779 nomi dell’incredibile copertina di The Futurist, il disco “fantasma” uscito tre anni dopo e donato esclusivamente agli amici citati sulla cover.

Dentro, c’é tutto il rumore e tutto l’odio degli anni Novanta.

Tutto.

Suonato senza soluzione di continuità. Senza sovraincisioni. Senza trucchi. Senza sorrisi.

Nessun uomo è un’isola, eppure ognuno lo è.

 

Franco “Lys” Dimauro

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