THE KINKS – The Kink Kontroversy (Pye)  

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Una seconda tripletta di K dopo quella sfoggiata con tanto di esaltazione cromatica su Kinda KinKs fa bella mostra di sé su The KinK Kontroversy, alimentando la “controversa” (appunto) posizione dei Kinks riguardo sospette simpatie antisemite. Posizione resa alquanto ambigua per la scelta di affidarsi sovente (I’m a Lover Not a Fighter, Naggin’ Woman) alla penna di J.D. Miller, controverso autore, produttore e discografico conosciuto per aver fondato la Reb Rebel Records, ovvero quella che storicamente viene ricordata come la più razzista etichetta discografica della storia. Nessuno tuttavia recepisce il messaggio più o meno voluto, più o meno simbolico, più o meno esoterico, all’epoca. Del presunto razzismo di Davies si parlerà solo anni dopo, a proposito della sua Black Messiah, cercando di rileggere tutta la sua aristocratica aria “british” come un evidente manifesto di snobismo razziale, se non peggio. “Controversie” etiche a parte, The Kink Kontroversy è un disco nodale nella storia dei Kinks, un album “prismatico” che riesce a mostrare ogni lato della scrittura della band. Il taglio proto-punk è garantito da una tripletta eccezionale come la rendition di Milk Cow Blues (di Sleepy John Estes e che per tutti, da quel 1965, diventerà la Milk Cow Blues dei Kinks), Gotta Get the First Plane Home e la bellissima Till the End of the Day mentre la folky-side è garantita da canzoni come Ring the Bells, I Am Free e la mediocre It’s Too Late. Se Where All the Good Times Gone serve da anello per coniugare magistralmente questi due aspetti (con un abile incrocio tra citazioni di Stones e Beatles e rime di chiara ascendenza Dylaniana, NdLYS), pezzi come I’m On an Island e The World Keeps Going Round anticipano i temi “isolazionisti” e il sarcasmo amaro che scorrerà a profusione sui dischi successivi.

Quelli su cui inizia a piovere.

E il Tamigi a straripare, portando con sé uno moltitudine di naufraghi. Tutti inglesi, tutti bianchi, tutti in abiti eleganti. Portati via mentre Ray ne racconta il passaggio.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE BARON FOUR – Silvaticus (Get Hip)  

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Sono rimasti praticamente dove li avevamo lasciati, gli inglesi Baron Four.

Anche se per dare un seguito al loro debutto di tre anni fa sono dovuti “emigrare” alla Get Hip. Per il resto siamo ancora in quella “selva oscura” in cui ci siamo persi molto prima della metà della nostra vita e della quale tardiamo volutamente a trovare l’uscita ancora oggi che ci avviciniamo alla terza età.

Si tratta, per capirci di una versione forse appena meno fanatica dei Gruesomes (provate a lanciare un termine di paragone confrontando le rispettive versioni di I Can Tell), una macchina de Gli Antenati spinta con i calcagni lungo le strade del  sixties-punk, dell’R ‘n B dei Pretty Things e delle band olandesi di mezzo secolo fa.  

Una dozzina di numeri beat-punk farneticanti con cui potete tornare a grattarvi il vostro culo come scimmie sui rami degli alberi di acacia.

Sempre che vi piaccia grattarvi il culo, che vi piaccia l’acacia e che vi piaccia il garage-punk, ovviamente.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE RIPPERS – A Gut Feeling (Slovenly)  

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Meno male che ci sono. Che mi pare in ambito garage-punk in pochissimi ormai abbiano qualcosa da dire e che riescano a dire quel poco in maniera adeguata. I Rippers, orgoglio sardo, invece si. Il loro nuovo disco che arriva a coronamento di quindici anni di carriera discografica strappa ancora una volta le costole alla cassa toracica del beat/punk e se le sbrana. Il suono è febbrile, anfetaminico, sferragliante e raccorda il più classico suono garage col fremito delle fronde Yardbirdsiane e col sibilo del vento tagliato dai raggi delle bici di provos olandesi come Q65 e Jay-Jays (ascoltate roba come Pain, I Saw a Man, Don’t Get Along o Scream per sincerarvi del livello di depravazione e abilità raggiunto dal quartetto).    

Decongestionate le strade dai fighetti, che passano i Rippers. Di nuovo.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE STROLLERS – Tough Hits (Low Impact)  

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A pochissima distanza dalla tanto attesa ristampa dell’album di debutto del 1999, ecco un’altra gran bella sorpresa per l’ultima, in ordine di tempo, grande garage-band svedese. Si tratta di una raccolta assemblata mettendo insieme i 7” pubblicati ormai quasi venti anni fa dalla Low Impact con l’aggiunta di cinque inediti vintage che non sono nient’affatto degli scarti ma roba ricoperta dalla stessa polvere d’oro del classico materiale capellone degli Strollers. La corsa vale dunque assolutamente il prezzo del biglietto anche perché di roba così volgarmente sixties-punk oggi ne esce veramente ma veramente poca (su due piedi, che la terza gamba ne è priva, mi vengono in mente solo i Reverberations, NdLYS). Gli attrezzi del mestiere sono quelli classici del genere e usati con la maestria che già ai tempi di It’s All Over Now e Stay Away ne aveva fatto gli eredi naturali di band come Backdoor Men, Crimson Shadows e Creeps. Eredità biologica ribadita adesso dalla caratura di un pezzone gracchiante come Get the Picture Clear, dal Crawdaddy-style di It’s About Time e dai blotter acidi appiccicati su Mystic Woman e sulla cover dei Macabre Be Forewarned.

Giganti svedesi.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

OUTSIDERS – Outsiders (Relax)  

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“Sono certo che un giorno la gente apprezzerà le mie canzoni più di quanto non lo abbia fatto quando avrebbe dovuto”. Così dichiarava Wally Tax in una intervista degli anni Settanta.

E quel giorno arrivò.

Tardi, ma arrivò.

Le sue canzoni verranno recuperate. Quasi tutte.

Su svariati dischi di chi, negli anni Ottanta, si professò fanatico della sua band.

Fino ad un vero e proprio, peraltro bellissimo, disco tributo intitolato Misfit pubblicato dalla Screaming Apple nel 1994.

Il loro album d’esordio esce quando hanno già vomitato una raffica di singoli uno più bello dell’altro, con una stropicciatissima canzone su un lato e una crepitante ballata sull’altro lato. Verranno raccolti, in parte, quasi contemporaneamente al loro disco di debutto su una raccolta intitolata Songbook.

Fatevi un regalo: compratela.

E magari fatevelo doppio e comprate pure questo. Registrato per metà dal vivo e per metà in studio. Ci sentirete vibrare dentro una delle più selvagge compagini di capelloni europei dei mid-Sixties. Ci sono dentro R’ n B indemoniati dominati dall’armonica (in realtà un po’ fuori tono sulle tracce live) mentre vengono letteralmente pestati dagli strumenti e altri pezzi dall’andatura più mesta, malinconica. Filthy Rich, Don’t You Cry, Won’t You Listen, If You Don’t Treat Me Right sono quattro delle cose più sporche mai prodotte durante quel decennio che di lordure ne produsse a iosa. Forse troppo cattive per poter essere amate come Wally avrebbe voluto, almeno finchè i tempi sarebbero stati maturi per riprendere quei rifiuti sparsi per le strade pulite e ordinate dell’Olanda e sparpagliarli per tutto il mondo.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE YARDBIRDS – Five Live Yardbirds (Repertoire)    

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Riedizione di tutto il catalogo Yardbirds da parte di una delle migliori reissue-labels europee. Ma per chi ama il lato più “nero” della band inglese il pezzo “chiave” della loro storia rimane questo loro debutto registrato dal vivo al Marquee (per la serata inaugurale al 90 di Wardour Street, NdLYS): una istantanea sulla devastazione del blues elettrico operata dai “gallinacci” ad inizio carriera. Volumi e velocità tirati allo  stremo (ascoltate le chitarre grattugia di Pretty Girl) secondo uno stile che farà scuola di qua e di là dell’Oceano. Tutto portato sul palco (e su disco) con urgenza estrema, senza possibilità di repliche (errori compresi, come l’iniziale giro fuori tono di I‘m a Man…) e con una schiettezza e una spontaneità da mettere i brividi, soprattutto pensando alle indolenze ossequiose del Clapton adulto.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE PRETTY THINGS – Still Unrepentant (Snapper)

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La discografia dei Pretties è stata a lungo sviscerata nel corso degli anni e già spesse volte antologizzata per le nuove generazioni, quasi sempre dividendola in due grossi tronconi, ovvero quello iniziale del R&B ruspante e vitaminico e quello più eccentrico della fase psichedelica. L’esibizione di Brighton dello scorso 30 Agosto per celebrare il 40° anniversario della band offre l’occasione per questa sorta di collezione definitiva curata dai tipi della Snapper e commentata da Mr. Mike Stax. Due CD e un DVD per celebrare i nemici pubblici n. 1 del R&B inglese. Sarebbe sempre meglio affidarsi alla discografia originale ma se non avete ancora niente di loro sui vostri scaffali, questo è un buon inizio. Rimane il fatto che avete commesso un crimine, ma apprezzerò il vostro tentativo di riparare. Tutta la storia del combo viene ripercorsa nelle 45 tracce audio passando attraverso snodi cruciali come il primissimo 45 Rosalyn, il punk preistorico di Midnight to Six Man, l’acido approdo alla Columbia di Defecting Grey, il capolavoro visionario di S.F. Sorrow (ovvero uno dei tre dischi ESSENZIALI della psichedelia inglese assieme a Revolver dei Beatles e The Piper dei Pink Floyd) fino all’atto conclusivo di Cross Talk. Il DVD mette invece un po’ di tristezza nel mostrare Phil, Dick e gli altri (ex)ragazzi ormai imbolsiti cimentarsi col Diddley-sound e raccontare qualche aneddoto sulla loro storia (come quello in cui si dilungano per spiegare l’esatto significato nascosto dietro il titolo LSD. Sempre che ci crediate, si intende…NdLYS). Sarà forse per questo che la Snapper ha deciso di lasciarlo circolare libero dentro il cofanetto che invece custodisce scrupolosamente i due CD Audio?

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE STORKS – Back Up # 2 (AUA)

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Era bello credere, una manciata di anni fa, che i semi sparsi dalle rigogliose mani di bands come Pretty Things o Shadows of Knight potessero trovare terreno fertile anche qui in Italia.

Era bello crederci e per un po’, almeno finchè le fronde degli Storks furono verdeggianti e ombrose, il sogno divenne tangibile, vero, palpabile, REALE.

Autori di uno dei demo più devastanti che l’Italia fuzzedelica degli anni ottanta ci abbia regalato, i pisani Storks furono un gruppo fuoriclasse, capace di aprire per una band come i Pretty Things così come di suonare dal vivo l’intero repertorio dei Tell-Tale Hearts oltre che di maneggiare le marracas come fossero due bombe ad orologeria.

Sanguigna come poche altre demos, Feelin’ Crawly vibrava di fuzz guitars assassine scosse dal vigore R ‘n B che aveva acceso la miccia nei dischi di Faires, Outsiders, Q65, Shadows of Knight, una furia che solo negli ultimi anni si sarebbe in parte stemperata nei toni più’ black di un suono che si colorava di memorie quadropheniche rendendo omaggio a maestri come John Lee Hooker o Allan Toussaint.

Quando, qualche anno dopo, fui coinvolto nella scelta delle selezioni per una serie di compilazioni retroattive chiamate Pepite, la cometa Storks aveva giá solcato i nostri cieli lasciando dietro se una scia che avrebbe generato altri astri come Boot Hill Five o Standarte.

Inghiottita nel buco nero di chissà quale galassia, quella meteora viene ora risputata fuori dalla macchina del tempo di Back Up parandoci innanzi questo disco che costringerà molti a fare i conti con la propria disattenzione di allora o con la distrazione degli anni successivi.

È bello e sorprendentemente eccitante anche per chi, come me, di questi 29 documenti sonori ne aveva già carpito il segreto anni fa, sorprendersi della freschezza di un suono che nessuna via Slintiana di dissolvenza cromatica, nessuna ultratecnologica strategia di combustione ritmica, nessun simulacro di morti apparenti potrá mai cancellare dai nostri cuori.

The sound of now. And from now on.

                                                                                             Franco “Lys” Dimauro

Back+Up+Series

 

THE YARDBIRDS – Over Under Sideways Down (Get Back)

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Prosegue la serie di ristampe della Get Back dedicata al recupero della discografia degli Yardbirds. Ultima in ordine di tempi quella dedicata ad Over Under Sideways Down, primo album organico dei maestri dell’R ‘n B inglese e paradossalmente inizio del loro tracollo commerciale.

Quello creativo verrà di lì a poco e culminerà con lo sfaldamento del gruppo e la nascita dei New Yardbirds, ma quella sarà un’altra storia. La ristampa Get Back è molto ben fatta, nel solito vinilaccio robusto e si rifà alla versione mono originariamente pubblicata nel ’66 su Epic (l’album verrà ristampato in duplice versione mono/stereo col titolo di Roger The Engineer dalla Edsel con copertina diversa e scaletta “alterata”, NdLYS). Musicalmente Over Under Sideways Down è lavoro più che dignitoso, il taglio della chitarra di Jeff Beck che da lì a poco verrà rilevato da Jimmy Page è ancora in bella evidenza e in forma strepitosa. L’adesione al blues standard dei tempi del Crawdaddy si fa meno scolastica e rispettosa pur non perdendo di autenticità e mordente (The Nazz Are BlueLost WomenJeff’s Boogie) ma altre inclinazioni turbano la mente dei cinque e si insinuano tra le pieghe del loro suono. Sbocciano fiori psichedelici (Happening Ten Years Time Ago, il singolo-icona del periodo qui incluso tra le bonus, Ever Since the World Began), si aprono raga (Over Under Sideways DownHot House of Omagararshid), il nero si stinge e lascia posto a girandole multicolori e cangianti (He’s Always There). Bellissimo.

Franco “Lys” Dimauro

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THE SHADOWS OF KNIGHT – Live 1966 (Sundazed)  

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È un po’ una furbata, il “nuovo” Live 1966 appena pubblicato dalla Sundazed. Nel senso che di queste sedici tracce registrate dal vivo al Cellar Club di Arlington Heights nel Dicembre del 1966, ben tredici erano già state pubblicate dalla stessa label più di vent’anni fa, su Raw ‘n Alive at The Cellar Club ’66. Le aggiunte riguardano tre interpretazioni abbastanza trascurabili di Anytime That You Want Me (che finirà poi nel repertorio degli H.P. Lovecraft, la band che ingaggerà Jerry McGeorge come bassista, NdLYS), Peepin’ and Hidin’ (cantata, come da tradizione, da Joe Kelley) e Willie Jean (interpetata, anche questa secondo consuetudine e in maniera alquanto dozzinale, da Tom Schiffour).

Siamo agli sgoccioli della brevissima, fortunata avventura dei primi Shadows of Knight. Dopo il successo trionfale di Gloria, la band ha subito il flop clamoroso di Bad Little Woman e I‘m Gonna Make You Mine e il pubblico locale ha già voltato loro le spalle eleggendo i Cryan’ Shames come nuovi eroi di Chicago.

Warren Rogers è stato il primo a fare i bagagli. E infatti in questa esibizione, di lui non c’è neppure l’“ombra”. Al suo posto c’è David Wolinski che era stato chiamato come tastierista aggiunto per le registrazioni del secondo album.

Purnondimeno la musica del gruppo di Chicago è ancora furiosa e rovente (ne siano prova i pezzi che aprono e chiudono la scaletta), irrispettosa come impongono i tempi ma pure ossequiosa quando si tratta di inchinarsi ai piedi del Dio blues.

Nera che più nera non si può.

Nera come il carbone.

Nera come la notte.

Nera come le ombre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro     

   

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