THE STROLLERS – Tough Hits (Low Impact)  

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A pochissima distanza dalla tanto attesa ristampa dell’album di debutto del 1999, ecco un’altra gran bella sorpresa per l’ultima, in ordine di tempo, grande garage-band svedese. Si tratta di una raccolta assemblata mettendo insieme i 7” pubblicati ormai quasi venti anni fa dalla Low Impact con l’aggiunta di cinque inediti vintage che non sono nient’affatto degli scarti ma roba ricoperta dalla stessa polvere d’oro del classico materiale capellone degli Strollers. La corsa vale dunque assolutamente il prezzo del biglietto anche perché di roba così volgarmente sixties-punk oggi ne esce veramente ma veramente poca (su due piedi, che la terza gamba ne è priva, mi vengono in mente solo i Reverberations, NdLYS). Gli attrezzi del mestiere sono quelli classici del genere e usati con la maestria che già ai tempi di It’s All Over Now e Stay Away ne aveva fatto gli eredi naturali di band come Backdoor Men, Crimson Shadows e Creeps. Eredità biologica ribadita adesso dalla caratura di un pezzone gracchiante come Get the Picture Clear, dal Crawdaddy-style di It’s About Time e dai blotter acidi appiccicati su Mystic Woman e sulla cover dei Macabre Be Forewarned.

Giganti svedesi.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

OUTSIDERS – Outsiders (Relax)  

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“Sono certo che un giorno la gente apprezzerà le mie canzoni più di quanto non lo abbia fatto quando avrebbe dovuto”. Così dichiarava Wally Tax in una intervista degli anni Settanta.

E quel giorno arrivò.

Tardi, ma arrivò.

Le sue canzoni verranno recuperate. Quasi tutte.

Su svariati dischi di chi, negli anni Ottanta, si professò fanatico della sua band.

Fino ad un vero e proprio, peraltro bellissimo, disco tributo intitolato Misfit pubblicato dalla Screaming Apple nel 1994.

Il loro album d’esordio esce quando hanno già vomitato una raffica di singoli uno più bello dell’altro, con una stropicciatissima canzone su un lato e una crepitante ballata sull’altro lato. Verranno raccolti, in parte, quasi contemporaneamente al loro disco di debutto su una raccolta intitolata Songbook.

Fatevi un regalo: compratela.

E magari fatevelo doppio e comprate pure questo. Registrato per metà dal vivo e per metà in studio. Ci sentirete vibrare dentro una delle più selvagge compagini di capelloni europei dei mid-Sixties. Ci sono dentro R’ n B indemoniati dominati dall’armonica (in realtà un po’ fuori tono sulle tracce live) mentre vengono letteralmente pestati dagli strumenti e altri pezzi dall’andatura più mesta, malinconica. Filthy Rich, Don’t You Cry, Won’t You Listen, If You Don’t Treat Me Right sono quattro delle cose più sporche mai prodotte durante quel decennio che di lordure ne produsse a iosa. Forse troppo cattive per poter essere amate come Wally avrebbe voluto, almeno finchè i tempi sarebbero stati maturi per riprendere quei rifiuti sparsi per le strade pulite e ordinate dell’Olanda e sparpagliarli per tutto il mondo.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE YARDBIRDS – Five Live Yardbirds (Repertoire)    

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Riedizione di tutto il catalogo Yardbirds da parte di una delle migliori reissue-labels europee. Ma per chi ama il lato più “nero” della band inglese il pezzo “chiave” della loro storia rimane questo loro debutto registrato dal vivo al Marquee (per la serata inaugurale al 90 di Wardour Street, NdLYS): una istantanea sulla devastazione del blues elettrico operata dai “gallinacci” ad inizio carriera. Volumi e velocità tirati allo  stremo (ascoltate le chitarre grattugia di Pretty Girl) secondo uno stile che farà scuola di qua e di là dell’Oceano. Tutto portato sul palco (e su disco) con urgenza estrema, senza possibilità di repliche (errori compresi, come l’iniziale giro fuori tono di I‘m a Man…) e con una schiettezza e una spontaneità da mettere i brividi, soprattutto pensando alle indolenze ossequiose del Clapton adulto.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE PRETTY THINGS – Still Unrepentant (Snapper)

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La discografia dei Pretties è stata a lungo sviscerata nel corso degli anni e già spesse volte antologizzata per le nuove generazioni, quasi sempre dividendola in due grossi tronconi, ovvero quello iniziale del R&B ruspante e vitaminico e quello più eccentrico della fase psichedelica. L’esibizione di Brighton dello scorso 30 Agosto per celebrare il 40° anniversario della band offre l’occasione per questa sorta di collezione definitiva curata dai tipi della Snapper e commentata da Mr. Mike Stax. Due CD e un DVD per celebrare i nemici pubblici n. 1 del R&B inglese. Sarebbe sempre meglio affidarsi alla discografia originale ma se non avete ancora niente di loro sui vostri scaffali, questo è un buon inizio. Rimane il fatto che avete commesso un crimine, ma apprezzerò il vostro tentativo di riparare. Tutta la storia del combo viene ripercorsa nelle 45 tracce audio passando attraverso snodi cruciali come il primissimo 45 Rosalyn, il punk preistorico di Midnight to Six Man, l’acido approdo alla Columbia di Defecting Grey, il capolavoro visionario di S.F. Sorrow (ovvero uno dei tre dischi ESSENZIALI della psichedelia inglese assieme a Revolver dei Beatles e The Piper dei Pink Floyd) fino all’atto conclusivo di Cross Talk. Il DVD mette invece un po’ di tristezza nel mostrare Phil, Dick e gli altri (ex)ragazzi ormai imbolsiti cimentarsi col Diddley-sound e raccontare qualche aneddoto sulla loro storia (come quello in cui si dilungano per spiegare l’esatto significato nascosto dietro il titolo LSD. Sempre che ci crediate, si intende…NdLYS). Sarà forse per questo che la Snapper ha deciso di lasciarlo circolare libero dentro il cofanetto che invece custodisce scrupolosamente i due CD Audio?

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE STORKS – Back Up # 2 (AUA)

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Era bello credere, una manciata di anni fa, che i semi sparsi dalle rigogliose mani di bands come Pretty Things o Shadows of Knight potessero trovare terreno fertile anche qui in Italia.

Era bello crederci e per un po’, almeno finchè le fronde degli Storks furono verdeggianti e ombrose, il sogno divenne tangibile, vero, palpabile, REALE.

Autori di uno dei demo più devastanti che l’Italia fuzzedelica degli anni ottanta ci abbia regalato, i pisani Storks furono un gruppo fuoriclasse, capace di aprire per una band come i Pretty Things così come di suonare dal vivo l’intero repertorio dei Tell-Tale Hearts oltre che di maneggiare le marracas come fossero due bombe ad orologeria.

Sanguigna come poche altre demos, Feelin’ Crawly vibrava di fuzz guitars assassine scosse dal vigore R ‘n B che aveva acceso la miccia nei dischi di Faires, Outsiders, Q65, Shadows of Knight, una furia che solo negli ultimi anni si sarebbe in parte stemperata nei toni più’ black di un suono che si colorava di memorie quadropheniche rendendo omaggio a maestri come John Lee Hooker o Allan Toussaint.

Quando, qualche anno dopo, fui coinvolto nella scelta delle selezioni per una serie di compilazioni retroattive chiamate Pepite, la cometa Storks aveva giá solcato i nostri cieli lasciando dietro se una scia che avrebbe generato altri astri come Boot Hill Five o Standarte.

Inghiottita nel buco nero di chissà quale galassia, quella meteora viene ora risputata fuori dalla macchina del tempo di Back Up parandoci innanzi questo disco che costringerà molti a fare i conti con la propria disattenzione di allora o con la distrazione degli anni successivi.

È bello e sorprendentemente eccitante anche per chi, come me, di questi 29 documenti sonori ne aveva già carpito il segreto anni fa, sorprendersi della freschezza di un suono che nessuna via Slintiana di dissolvenza cromatica, nessuna ultratecnologica strategia di combustione ritmica, nessun simulacro di morti apparenti potrá mai cancellare dai nostri cuori.

The sound of now. And from now on.

                                                                                             Franco “Lys” Dimauro

Back+Up+Series

 

THE YARDBIRDS – Over Under Sideways Down (Get Back)

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Prosegue la serie di ristampe della Get Back dedicata al recupero della discografia degli Yardbirds. Ultima in ordine di tempi quella dedicata ad Over Under Sideways Down, primo album organico dei maestri dell’R ‘n B inglese e paradossalmente inizio del loro tracollo commerciale.

Quello creativo verrà di lì a poco e culminerà con lo sfaldamento del gruppo e la nascita dei New Yardbirds, ma quella sarà un’altra storia. La ristampa Get Back è molto ben fatta, nel solito vinilaccio robusto e si rifà alla versione mono originariamente pubblicata nel ’66 su Epic (l’album verrà ristampato in duplice versione mono/stereo col titolo di Roger The Engineer dalla Edsel con copertina diversa e scaletta “alterata”, NdLYS). Musicalmente Over Under Sideways Down è lavoro più che dignitoso, il taglio della chitarra di Jeff Beck che da lì a poco verrà rilevato da Jimmy Page è ancora in bella evidenza e in forma strepitosa. L’adesione al blues standard dei tempi del Crawdaddy si fa meno scolastica e rispettosa pur non perdendo di autenticità e mordente (The Nazz Are BlueLost WomenJeff’s Boogie) ma altre inclinazioni turbano la mente dei cinque e si insinuano tra le pieghe del loro suono. Sbocciano fiori psichedelici (Happening Ten Years Time Ago, il singolo-icona del periodo qui incluso tra le bonus, Ever Since the World Began), si aprono raga (Over Under Sideways DownHot House of Omagararshid), il nero si stinge e lascia posto a girandole multicolori e cangianti (He’s Always There). Bellissimo.

Franco “Lys” Dimauro

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THE SHADOWS OF KNIGHT – Live 1966 (Sundazed)  

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E’ un po’ una furbata, il “nuovo” Live 1966 appena pubblicato dalla Sundazed. Nel senso che di queste sedici tracce registrate dal vivo al Cellar Club di Arlington Heights nel Dicembre del 1966, ben tredici erano già state pubblicate dalla stessa label più di vent’anni fa, su Raw ‘n Alive at The Cellar Club ’66. Le aggiunte riguardano tre interpretazioni abbastanza trascurabili di Anytime That You Want Me (che finirà poi nel repertorio degli H.P. Lovecraft, la band che ingaggerà Jerry McGeorge come bassista, NdLYS), Peepin’ and Hidin’ (cantata, come da tradizione, da Joe Kelley) e Willie Jean (interpetata, anche questa secondo consuetudine e in maniera alquanto dozzinale, da Tom Schiffour).

Siamo agli sgoccioli della brevissima, fortunata avventura dei primi Shadows of Knight. Dopo il successo trionfale di Gloria, la band ha subito il flop clamoroso di Bad Little Woman e I‘m Gonna Make You Mine e il pubblico locale ha già voltato loro le spalle eleggendo i Cryan’ Shames come nuovi eroi di Chicago.

Warren Rogers è stato il primo a fare i bagagli. E infatti in questa esibizione, di lui non c’è neppure l’“ombra”. Al suo posto c’è David Wolinski che era stato chiamato come tastierista aggiunto per le registrazioni del secondo album.

Purnondimeno la musica del gruppo di Chicago è ancora furiosa e rovente (ne siano prova i pezzi che aprono e chiudono la scaletta), irrispettosa come impongono i tempi ma pure ossequiosa quando si tratta di inchinarsi ai piedi del Dio blues.

Nera che più nera non si può.

Nera come il carbone.

Nera come la notte.

Nera come le ombre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro     

   

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THE PURPLE HEARTS – Benzedrine Beat! (Half a Cow)  

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Selvaggissimi reperti dal paleolitico sixties dalle cave australiane! Assieme a Missing Links e Master’s Apprentices, i Purple Hearts formavano il sacro triumvirato del rock ‘n roll più degenere del luogo. Come molte bands dell’epoca, avevano una passione insana per i classici del blues. Suonavano qualsiasi cosa fosse passata per le chitarre rattoppate di John Lee Hooker o Jimmy Reed e lo facevano con una furia elettrica brutale, violentando quegli standard con effetti fuzz e una armonica sferragliante come quella che affetta in due un pezzo come Of Hopes and Dreams. Come già in passato coi Missing Links e nel prossimo futuro per i Wild Cherries, la Half a Cow raccoglie tutta la storia dei Purple Hearts, con alcuni inediti del primo periodo e una appendice dedicata ai Coloured Balls, la band messa su da Bob Dames dopo la scissione dei Purple Hearts e poi “acquisita” da Lobby Loyde. Se non comprate, morite.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE YOUTH – Nothing But… The Youth (Dirty Water)  

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Dal Merseybeat al Maximum R ‘n B sopra un treno che corre lungo la ferrovia danese. Dopo due singoli e una comparsata sul terzo volume di Garageville, il quartetto di Copenaghen giunge così alla stazione della Dirty Water per regalarci questo fantastico disco di debutto, una delle migliori uscite del settore dell’ultimo biennio. Tredici canzoni incuneate tra Fairies, Downliners Sect, Cuby and The Blizzards, Milkshakes, Thanes e i Gruesomes “scatenati” del secondo album.

Chi ne mangia, sa quindi di quali leccornie stiamo tessendo doti ed enunciando proprietà. Roba capellona che tiene fede al nome dal quartetto e al titolo scelto per il loro debutto. Gioventù, nient’altro che gioventù.

Quella che la vedi arrivare, la annusi, ed è già andata.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CRAWDADDYS – Belli, sporchi, cattivi

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Flashback. 1978. California.

San Diego, come tutto il resto della Terra del Sole e dell’America intera, è dilaniata dal morbo del punk. Anzi, bruciata velocemente quella devastante stagione, i protagonisti di quel vascello in fiamme cercano nuove vie di fuga dal rogo che ne ha bruciato il ponte.

Cominciano così le sperimentazioni elettroniche e dada della Ralph di San Francisco e la conquista della Silicon Valley mentre dall’altra parte la centrifuga violenta dell’hardcore trancia tutti i fili che legano il punk al rock ‘n roll delle redici per ingabbiarlo nelle ideologie politico-sociali che sfoceranno nell’oi! e nell’ortodossia straight-edge.

Questo è il desolante panorama che si para dinanzi agli occhi di Ron Silva e Steve Potterf all’indomani dello schianto della meteora Hitmakers e che dà ai due l’idea di fondare un gruppo capace di riprendere in mano le redini del passato riappropriandosi del linguaggio nero di Jimmy Reed e Slim Harpo già rimasticato da Yardbirds, Pretty Things e Downliners Sect nell’Inghilterra dei sixties. E già il nome scelto dal quartetto, che rendeva omaggio al celebre locale gestito da Giorgio Gomelski a Richmond e vero e proprio centro fitness per gli artigiani del r ‘n b bianco inglese, era più che un manifesto programmatico.

L’importanza dei Crawdaddys per la salvaguardia della musica delle radici è paragonabile a quella di pochi loro contemporanei: Fleshtones, Gun Club, DMZ, Hypstrz, Cramps e davvero pochi altri.

Un opificio dove è il vecchio suono di bands perdute come Phantom Bros. e Beat Merchants ad essere riassemblato sui nastri trasportatori della catena di montaggio. Usando gli stessi bulloni, le stesse ruote dentate dei modelli originali. Un falso d’autore. Un grandissimo falso d’autore.

Ad accorgersi di quanto stava succedendo dentro quelle officine è innanzitutto Greg Shaw, all’epoca editore della fanzine Bomp! e patron dell’omonima label che inaugurerà proprio con loro il catalogo della sua nuova etichetta.

Nata proprio come filiazione della Bomp! Records, la Voxx sarebbe divenuta nel decennio seguente l’Etichetta per eccellenza del rinascimento garage a stelle e strisce.

La nuova bandiera americana, per tutti i maniaci del suono garage.

Crawdaddy Express, documento che sanciva e celebrava quel matrimonio artistico, conteneva 15 canzoni, quasi tutte covers di vecchi classici blues e rock ‘n roll che tornavano a vestire abiti sfavillanti grazie alla grinta dei quattro californiani che, unita ad una rigorosità filologica maniacale nella ricerca di strumentazione vintage e nell’approccio al plasma sonoro, avvicinava le dimensioni di quel disco ai debut albums di Stones, Them e Pretty Things.

Rhythm ‘n blues intransigente suonato con una fisicità degenere e selvaggia.

Beatle boots e zazzere, i Crawdaddys erano sul serio una macchina del tempo impazzita e devastante.

L’abbandono di Steve seguito alla pubblicazione del disco e l’arrivo di Fred Sanders coincidono con la pubblicazione di un singolo-tributo a Lou Reed (in realtà un po’ palliduccio se confrontato con il resto della produzione del gruppo, NdLYS) e di un incredibile, questo si, 7 pollici sempre su Voxx Records. 5 x 4, questo il titolo, vira verso un suono ancora più deragliante, magari meno incompromissorio ma a mio parere ancora più eccitante delle cose fatte fino a quel momento da Ron e soci. L’armonica diventa una rotaia d’acciaio incandescente e le chitarre disegnano pentatoniche urticanti come quella di I Can Never Tell. A mio avviso uno dei dischi imprescindibili e definitivi del neosixties americano.

Alla fine dell’anno successivo, quando anche Mike Zadarnowski decide di dare forfait, è addirittura un biondo inglese infatuato di vecchio r ‘n b a fiondarsi a San Diego in compagnia del suo basso per unirsi alle sorti del gruppo. Si chiama Mike Dixon (in onore a Willie Dixon, ovviamente) e, dopo pochi anni, ribattezzatosi Mike Stax (stavolta in omaggio a John Stax, bassista nei primi due album dei Pretty Things, sua grande ossessione) e aver definitivamente abbandonato la sua terra natia al pop liofilizzato che la sta rosicando fin nelle viscere, tornerà a mettere a ferro e fuoco la California alla guida dei Tell-Tale Hearts. Il risultato viene certificato su uno storico master intitolato Fred Sander’s Family Road e registrato nell’Aprile del 1982. Di quelle dieci tracce quattro verranno pubblicate cinque anni dopo sull’ottimo Here ‘Tis, album postumo pubblicato da un Greg Shaw deciso a sfruttare fino all’osso le potenzialità di quella band. Il disco è completato da una She Just Satisfies prelevata dalle sessions del Settembre ’82 (sei i brani di quelle Program Studios registrate ad Hollywood e in parte pubblicate qualche anno dopo dalla spagnola Romilar D) e da alcune delle tracce che avrebbero dovuto costruire l’ossatura del secondo disco del gruppo.

Il Berkeley album, come simpaticamente battezzato da Ron Silva, venne registrato con una line-up totalmente diversa da quella di Express, fatta eccezione per il solo Silva e segue ad un periodo di incertezze per il gruppo.

Incertezze culminate con la defezione di Mike, la discutibile decisione di ribattezzarsi Howling Men (salvo poi tornare al nome originale) e con lo scioglimento del gruppo. Fred Sanders rinnegherà quelle ultime sessions e costringerà Greg a mascherare il suo viso sulle foto che corredano la sleeve di Here ‘Tis. Ancora nel 1988 sarà la Romilar D a tirar fuori dal mucchio un 7″ postumo contenente tre estratti dalle sessions hollywoodiane più la cover di Thirty Days di Chuck Berry che apriva Here ‘Tis mentre nel ’93, scemata l’attenzione e l’entusiasmo attorno al fenomeno garage-beat, sarà ancora la Bomp! a ristampare su un unico supporto digitale i primi due singoli e il primo album del gruppo sotto il titolo di Mystic Crawdaddy.

I Crawdaddys spargeranno semi che germoglieranno in pieni anni Ottanta sotto i nomi di Tell-Tale Hearts, Barons, Berry Pickers, Hoods ma di cui difficilmente qualcuno tornerà a parlarvi.

Troppo fuori moda per i dancefloor di tendenza e troppo scomodi per tracciare le avveniristiche strade che dovrebbero disegnare i percorsi della musica del nuovo millennio.

                                                                                                        Franco “Lys” Dimauro

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