LES GRYS-GRYS – Les Grys-Grys (Groovie) 

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Intervistato dal sottoscritto qualche mese fa in occasione del mio libro sul garage-punk, un disponibilissimo Mike Stax mi indicava i francesi Grys-Grys come una delle sue band contemporanee preferite. Se fino ad allora il metro per poterlo stimare era ridotto ai diciotto centimetri di un paio di singoli, ecco adesso i trentuno centimetri tanto attesi per poter valutare la reale portata del gruppo. Ed è opportuno dire che il loro album ci travolge come se di colpo si fossero alzate le paratie di una diga e noi ci trovassimo nel luogo sbagliato nel momento sbagliato.

Pochissime uscite del settore hanno oggi una freschezza e insieme una forza così tracotante quanto l’album di debutto di questi cinque ragazzoni di Montpellier. Registrato da Mr. Liam Watson, ovvero uno che appena tocca la merda questa si trasforma in oro e che dunque immaginate un po’ cosa puó fare quando dietro al vetro compaiono cinque ragazzoni infoiati che sembrano una sorta di incrocio tra gli Who che desiderano ancora una morte prematura di A Quick One e il beat alla benzedrina dei Purple Hearts, Les Grys-Grys è un disco debordante di suoni scapigliati e caleidoscopici che ci proietta dentro un vortice freakbeat/R&B frastornante. Provate un po’ a sentire le loro versioni di She Just Left dei Crawdaddys o del classicissimo Got Love If You Want It e ditemi se non sentite alle calcagna i morsi di mille cani ringhiosi, spronati dal suono fendente di un’armonica e aizzati dal pow-wow dei tamburi agitati davanti al loro muso.

Oppure prendete pezzoni autoctoni come It Ain’t Right, Satisfy the Lord of Anarchy, Time Flies and Still, In a Loop, Gone by Dawn, Brother Tobio, They Gonna Get Me, The Day, tutti scompaginati da un suono filiale a quello di gruppi come Open Mind, Eyes, Creation, Who, Master’s Apprentices, Yardbirds, Golden Dawn e falciate da un’armonica che sembra soffiata da Belzebú, chitarre sempre sul punto di deflagrare, sempre con la punta degli stivaletti sul pedale del distorsore e il tacco sul detonatore.

I Grys-Grys sono, oggi, quello che furono i Tell-Tale Hearts negli anni Ottanta, un gruppo incredibile, primitivo, devastante e assolutamente necessario. Se pensate di poterne fare a meno vi state perdendo uno dei pochi dischi contemporanei capaci di affiancare i capolavori del sixties-rock di ogni epoca, una nuova pietra miliare con cui le prossime orde di cavemen dovranno per forza confrontarsi, se vorranno ancora dire qualcosa sull’argomento.

    

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Diggin’ in the Goldmine (Pseudonym) 

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Cuby and The Blizzards, Golden Ear-rings, Outsiders, Q65, Motions, Peter and The Blizzards, Baroques, Bumble Bees, Thunders, Zipps e una tonnellata di altri: (quasi) tutto quello che avete sempre sapere a proposito di nederbeat e che non avete mai osato chiedere. Soprattutto se, invece che la più abbordabile versione in doppio vinile, avete soldi abbastanza da potervi permettere la versione extra-large in otto cd, buona per passare un’intera giornata “in immersione” tra le acque profonde del Mare del Nord alla ricerca di qualche tesoro sommerso, qualcuno dei quali conosce la luce del giorno dopo anni di buio profondo. Sembrerebbe essere il non-plus-ultra del beat olandese insomma, anche grazie alle solite note di copertina a firma Mike Stax che attirano sempre come le insegne luminose fanno con gli allocchi.

E invece Diggin’ in the Goldmine non è quello che potrebbe sembrare. Basta dare una scorta alla lunghissima track-list per vedere che di roba ne manca e ne manca assai. Ad esempio sono totalmente assenti gli Jay-Jays o i Beat Buddies. Questioni di lana caprina, me ne rendo conto. Però è anche vero che la Pseudonym ci chiede di scucire 80 Euro ovvero Dieci Euro a dischetto, peraltro di laminato e non di vinile. E io a cinquant’anni mi sono un po’ rotto i maroni di spendere cifre inusitate per roba che come le macchine valgono già la metà non appena escono dalla concessionaria.

Magari la prendo in prestito.

Ci faccio due o tre giri.

Gliela riporto.

E mi rimetto seduto sulla mia auto d’epoca. E coi soldi che risparmio sul bollo mi compro su Ebay un bel, crepitante disco del medesimo periodo, se non più vecchio.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Who Will Buy (These Wonderful Evils) #1 / #2 / #3 (Dolores Recordings)  

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Il confronto, in origine, è tra la vecchia e la nuova scuola svedese. Poi, quella vintage prende il sopravvento, straripando sui volumi successivi. Nascono così, nel 2003, i “wonderful evils” della Dolores (distribuita dalla Virgin svedese). Incartati dentro copertine bellissime, motivo per cui ci/vi toccherà comprarle in edizione vinile. Siamo dunque dentro i corridoi di un’Ikea tutta piena di chincaglieria Sixties: beat, garage-punk, psichedelia, folk-rock, R ‘n B feroce, raga-rock.

Minuscole schegge del firmamento boreale del rock come Shakers, T-Boones, Trolls, Scorpion, Contact, Wizards, Outsiders, Evil Eyes, Vat 66, Mascots, Attractions, Stringtones, Flying Dutchmen si susseguono senza sosta.

Band durate davvero lo spazio di una sola stagione, giusto il tempo di imbrattarsi le mani con qualche canzone degli Stones, dei Kinks, dei Buffalo Springfield, di Dylan per poi tornare in aula a completare il compito in classe.

Però quanta magia in questa voglia di saltare lo steccato della musica, sognando di toccare le stelle.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE DUKES – …Get The Dukes (Mystery Scene)  

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Prendete tre ragazzoni tedeschi invasati per i Pretty Things e in generale per tutto il R ‘n B bianco coevo e permettete loro di registrare un disco, un solo disco, proprio mentre fuori impazza la grandine grunge, al riparo di un’etichetta gloriosa come la Mystery Scene (Wylde Mammoths, Crimson Shadows, Mistreaters, Untold Fables).

Il risultato, pubblicato nel 1991 è …Get The Dukes. Chitarre che ti sculacciano le natiche e armonica a bocca a strisciare sulle ferite che ti si aprono inevitabilmente sulla carne. Come succede in I’ll Come Back o I Got Something to Say.

Ma non solo, perché dentro l’unico album dei Dukes ci sono anche delle superbe ballate come We’ll Be Together, Bad Guy Indeed, Something on My Mind o It Would Have Been in Vain, intrise di blues e di quello spleen nordico che abbiamo imparato ad amare nei dischi dei Q65 e degli Outsiders, un quasi-Spencer Davis come The Old Hangman Is Dead e qualche cover d’ordinanza come You’re on My Mind dei superbi Birds o Roadrunner di nonno Diddley che aggiungono sapore al brodo, fino a farci venir voglia di leccare il piatto. Come bestie cui è concesso raramente di poter sorbire questo nettare prezioso.

Ciao Dukes, grazie per averci concesso di bere ancora dal Sacro Graal del rock ‘n’ roll.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE PRETTY THINGS – Greatest Hits (Madfish.)  

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La domanda è: chi comprerà nel 2017 una nuova, ennesima raccolta dei Pretty Things? Onestamente, nonostante abbia visto gente chiedere un prestito per comprare i biglietti per il No Filter Tour dei Rolling Stones, non saprei rispondere.

O meglio, temo di sapere la risposta. E, non giudicandola meritevole nei confronti di una delle più grandi band inglesi di sempre, preferisco tenerla taciuta. Quel che hanno fatto i Pretties negli anni che vanno dal 1964 al 1970, ovvero il periodo preso in esame da questa nuova antologia, ve l’ho raccontato svariate volte e, non bastasse, potrebbe venirvi in aiuto una delle tante modeste storie del rock che sgomitano in libreria.

Peccato, davvero peccato, che artisticamente la loro storia finisca lì, con un seguito discografico spesso disastroso non solo nelle vendite ma anche nei risultati artistici, facendo di loro e del loro pubblico un’accolita di reduci che mostrano tutte le ferite di una militanza orgogliosa, prime fra tutte quella profonda del rimpianto e della nostalgia collerica. Lo testimonia, ce ne fosse ulteriore bisogno, il secondo dei due cd con un’esibizione del 2010 all’100 Club (già stampata in tiratura limitata e dentro un’orrida copertina tempo fa) dove la band esegue integralmente il suo primo album a cinquant’anni dalla pubblicazione, disinnescandone di fatto il potenziale infetto.

Potrebbe dunque essere questo documento a motivarne l’acquisto. Ma è molto probabile non lo sarà.

Un’altra potrebbe essere l’incisione di Mr. Tambourine Man, all’epoca offerta al gruppo dagli editori di Dylan (che l’avrebbero poi offerta ai Byrds, coi risultati che sapete, NdLYS) e rigettata dal gruppo e che invece adesso May e Taylor (che si prendono la briga di scrivere pure delle precisazioni storico/biografiche per ciascuna delle tracce, dando a questa raccolta tutta la veste di ufficialità che merita) decidono di registrare, affondando nel rimpianto tardivo di cui vi parlavo prima. Dunque anche questo potrebbe sembrare un ottimo sprone ma non lo sarà, tanto più che presto qualche idiota si crederà un supereroe venuto a salvare il mondo postandola su qualche canale video, magari col fermo immagine sulla sua faccia da nerd  vanificandone il già pur flebole prestigio.  

Il meglio rimane ancora una volta quel che già conosciamo dei Pretty Things e documentato sulle restanti 24 tracce che depredano i mari pescosi del primo album, dell’enorme Get the Picture?, del capolavoro S.F. Sorrow, del sottovalutato Parachute e dei singoli del periodo d’oro, tralasciando ancora una volta le perle incise dalla band a nome Electric Banana, cui è toccata una sorte forse peggiore di quella immeritata che è stata riservata ai Pretties.     

Dunque rimane il dubbio. Chi lo comprerà?  

Forse chi come me pensa che sia esistita un’altra via inglese al sacro binomio Stones/Beatles. E che questa via sia passata inevitabilmente da gruppi bastardi e progressisti come i Pretty Things.

O che non lo sa, e ha ora modo di scoprirlo. Perché magari ha adesso quei fantastici venti anni che Phil May e Dick Taylor avevano quando tutto iniziò, con la differenza che loro sapevano benissimo chi erano Bo Diddley e Willie Dixon. Quegli altri, chissà.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE KINKS – The Kink Kontroversy (Pye)  

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Una seconda tripletta di K dopo quella sfoggiata con tanto di esaltazione cromatica su Kinda KinKs fa bella mostra di sé su The KinK Kontroversy, alimentando la “controversa” (appunto) posizione dei Kinks riguardo sospette simpatie antisemite. Posizione resa alquanto ambigua per la scelta di affidarsi sovente (I’m a Lover Not a Fighter, Naggin’ Woman) alla penna di J.D. Miller, controverso autore, produttore e discografico conosciuto per aver fondato la Reb Rebel Records, ovvero quella che storicamente viene ricordata come la più razzista etichetta discografica della storia. Nessuno tuttavia recepisce il messaggio più o meno voluto, più o meno simbolico, più o meno esoterico, all’epoca. Del presunto razzismo di Davies si parlerà solo anni dopo, a proposito della sua Black Messiah, cercando di rileggere tutta la sua aristocratica aria “british” come un evidente manifesto di snobismo razziale, se non peggio. “Controversie” etiche a parte, The Kink Kontroversy è un disco nodale nella storia dei Kinks, un album “prismatico” che riesce a mostrare ogni lato della scrittura della band. Il taglio proto-punk è garantito da una tripletta eccezionale come la rendition di Milk Cow Blues (di Sleepy John Estes e che per tutti, da quel 1965, diventerà la Milk Cow Blues dei Kinks), Gotta Get the First Plane Home e la bellissima Till the End of the Day mentre la folky-side è garantita da canzoni come Ring the Bells, I Am Free e la mediocre It’s Too Late. Se Where All the Good Times Gone serve da anello per coniugare magistralmente questi due aspetti (con un abile incrocio tra citazioni di Stones e Beatles e rime di chiara ascendenza Dylaniana, NdLYS), pezzi come I’m On an Island e The World Keeps Going Round anticipano i temi “isolazionisti” e il sarcasmo amaro che scorrerà a profusione sui dischi successivi.

Quelli su cui inizia a piovere.

E il Tamigi a straripare, portando con sé uno moltitudine di naufraghi. Tutti inglesi, tutti bianchi, tutti in abiti eleganti. Portati via mentre Ray ne racconta il passaggio.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE BARON FOUR – Silvaticus (Get Hip)  

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Sono rimasti praticamente dove li avevamo lasciati, gli inglesi Baron Four.

Anche se per dare un seguito al loro debutto di tre anni fa sono dovuti “emigrare” alla Get Hip. Per il resto siamo ancora in quella “selva oscura” in cui ci siamo persi molto prima della metà della nostra vita e della quale tardiamo volutamente a trovare l’uscita ancora oggi che ci avviciniamo alla terza età.

Si tratta, per capirci di una versione forse appena meno fanatica dei Gruesomes (provate a lanciare un termine di paragone confrontando le rispettive versioni di I Can Tell), una macchina de Gli Antenati spinta con i calcagni lungo le strade del sixties-punk, dell’R ‘n B dei Pretty Things e delle band olandesi di mezzo secolo fa.  

Una dozzina di numeri beat-punk farneticanti con cui potete tornare a grattarvi il vostro culo come scimmie sui rami degli alberi di acacia.

Sempre che vi piaccia grattarvi il culo, che vi piaccia l’acacia e che vi piaccia il garage-punk, ovviamente.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE RIPPERS – A Gut Feeling (Slovenly)  

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Meno male che ci sono. Che mi pare in ambito garage-punk in pochissimi ormai abbiano qualcosa da dire e che riescano a dire quel poco in maniera adeguata. I Rippers, orgoglio sardo, invece si. Il loro nuovo disco che arriva a coronamento di quindici anni di carriera discografica strappa ancora una volta le costole alla cassa toracica del beat/punk e se le sbrana. Il suono è febbrile, anfetaminico, sferragliante e raccorda il più classico suono garage col fremito delle fronde Yardbirdsiane e col sibilo del vento tagliato dai raggi delle bici di provos olandesi come Q65 e Jay-Jays (ascoltate roba come Pain, I Saw a Man, Don’t Get Along o Scream per sincerarvi del livello di depravazione e abilità raggiunto dal quartetto).    

Decongestionate le strade dai fighetti, che passano i Rippers. Di nuovo.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE STROLLERS – Tough Hits (Low Impact)  

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A pochissima distanza dalla tanto attesa ristampa dell’album di debutto del 1999, ecco un’altra gran bella sorpresa per l’ultima, in ordine di tempo, grande garage-band svedese. Si tratta di una raccolta assemblata mettendo insieme i 7” pubblicati ormai quasi venti anni fa dalla Low Impact con l’aggiunta di cinque inediti vintage che non sono nient’affatto degli scarti ma roba ricoperta dalla stessa polvere d’oro del classico materiale capellone degli Strollers. La corsa vale dunque assolutamente il prezzo del biglietto anche perché di roba così volgarmente sixties-punk oggi ne esce veramente ma veramente poca (su due piedi, che la terza gamba ne è priva, mi vengono in mente solo i Reverberations, NdLYS). Gli attrezzi del mestiere sono quelli classici del genere e usati con la maestria che già ai tempi di It’s All Over Now e Stay Away ne aveva fatto gli eredi naturali di band come Backdoor Men, Crimson Shadows e Creeps. Eredità biologica ribadita adesso dalla caratura di un pezzone gracchiante come Get the Picture Clear, dal Crawdaddy-style di It’s About Time e dai blotter acidi appiccicati su Mystic Woman e sulla cover dei Macabre Be Forewarned.

Giganti svedesi.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

OUTSIDERS – Outsiders (Relax)  

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“Sono certo che un giorno la gente apprezzerà le mie canzoni più di quanto non lo abbia fatto quando avrebbe dovuto”. Così dichiarava Wally Tax in una intervista degli anni Settanta.

E quel giorno arrivò.

Tardi, ma arrivò.

Le sue canzoni verranno recuperate. Quasi tutte.

Su svariati dischi di chi, negli anni Ottanta, si professò fanatico della sua band.

Fino ad un vero e proprio, peraltro bellissimo, disco tributo intitolato Misfit pubblicato dalla Screaming Apple nel 1994.

Il loro album d’esordio esce quando hanno già vomitato una raffica di singoli uno più bello dell’altro, con una stropicciatissima canzone su un lato e una crepitante ballata sull’altro lato. Verranno raccolti, in parte, quasi contemporaneamente al loro disco di debutto su una raccolta intitolata Songbook.

Fatevi un regalo: compratela.

E magari fatevelo doppio e comprate pure questo. Registrato per metà dal vivo e per metà in studio. Ci sentirete vibrare dentro una delle più selvagge compagini di capelloni europei dei mid-Sixties. Ci sono dentro R’ n B indemoniati dominati dall’armonica (in realtà un po’ fuori tono sulle tracce live) mentre vengono letteralmente pestati dagli strumenti e altri pezzi dall’andatura più mesta, malinconica. Filthy Rich, Don’t You Cry, Won’t You Listen, If You Don’t Treat Me Right sono quattro delle cose più sporche mai prodotte durante quel decennio che di lordure ne produsse a iosa. Forse troppo cattive per poter essere amate come Wally avrebbe voluto, almeno finchè i tempi sarebbero stati maturi per riprendere quei rifiuti sparsi per le strade pulite e ordinate dell’Olanda e sparpagliarli per tutto il mondo.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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