THE TELL-TALE HEARTS – Al cuore, Ramón! Al cuore!

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Un branco di ragazzacci con grandi nasi e facce da pizza.

La definizione è di Gwynne Kahn, all’epoca tastierista nelle Pandoras.

In realtà si trattava della migliore mid-80’s garage band dell’area di San Diego. Lontano dall’oltraggioso teen-punk dei Gravedigger V e dalla demente violenza dei Morlocks, i Tell-Tale Hearts erano nati per soddisfare l’esigenza di Mike Stax di suonare come i Pretty Things di Get the Picture?.
E fu esattamente così che per tre anni e mezzo questi cinque figli di puttana riuscirono a suonare, uno stordente cocktail a base di Pretty Things, Q65, Outsiders e Shadows of Knight e di altre lordure R ‘n B assortite, una full immersion dentro una selva di maracas, armoniche blues che tagliano come lame e riverberi da caverne troglodite che appagavano quel bisogno che Mike sentiva montare sin dai vecchi noiosi pomeriggi inglesi, appena mitigato dall’esperienza con i Crawdaddys e condiviso con Ray Brandes e il compagno di classe di quest’ultimo (nonché boyfriend della di lui sorella, NdLYS) Bill Calhoun. Non erano le uniche cose che Bill e Ray condividevano: c’era di mezzo pure lo stesso gruppo, una delle tante retro-bands che stanno popolando il paese in quegli anni e chiamati Mystery Machine.
È da quella batteria che fanno scendere David Klowden, per sederlo sullo sgabello del nuovo gruppo.

Eric Bacher era invece un perditempo che si dilettava a suonare negli sconosciuti Freddie & The Soup Bowls e che da un po’ di tempo aveva preso a frequentare con insistenza il 2378 della Presidio Drive, villetta uguale alle mille altre piazzate a schiera in uno dei quartieri residenziali della città. È lui il quinto uomo per quella che diventerà la band del “cuore rivelatore”, nome razziato dal libro di Poe in cui Stax annega la frustrazione per lo split dei Crawdaddys. Un gruppo dalle potenzialità enormi ma anche con troppi vincoli e regole da rispettare.

La nuova band sceglie di averne una soltanto: non averne alcuna.

Quando salgono sul palco, i Tell-Tale Hearts sono un branco. Con Ray intento a latrare come un cane e scuotere come un ossesso le sue maracas, Bill che spesso abbandona l’impalcatura arrugginita del suo organo VOX per lanciarsi in urticanti fraseggi di armonica blues, Eric alle prese col suo jungle-beat affogato nel fuzz, l’efebico Mike con la sua collezione di bassi vintage e i suoi urli da caveman in calore, David perso dietro un minuscolo kit di batteria, a pestare come piedi di contadina in un mortaio.

Tutti ugualmente indispensabili.

Cinque ragazzini infoiati con una vanga da becchino nascosta dentro le mutande.

È con quella che spaccano la crosta molle del rock da Odissea per calarsi nei cunicoli che li portano al cuore delle minuscole garage bands degli anni ‘60. È da lì che si inizia, registrando una demo presso lo Studio 517 di San Diego con pezzi rubati dai polverosi 7” collezionati da Mike. Il primo pezzo autoctono è firmato Stax/Calhoun e si intitola Dirty Liar, forgiato nelle stesse presse del deragliante punk-beat della scena olandese dei mid-60’s. Tutto grezzo, dall’ispido suono fuzz della chitarra di Eric al microfonaggio delle voci e della batteria, passando per le manipolazioni in diretta dei potenziometri degli ampli durante le sessions, ad opera di Jerry Cornelius.

L’incontro con Greg Shaw è il passo successivo. Lui ha appena messo su la Voxx Records con l’intento di dare spazio alle bands neogarage che cominciano a punteggiare la cartina degli Stati Uniti. I Tell-Tale Hearts entrano subito a farne parte.

Forse troppo presto. Così che il loro esordio ha l’aspetto di un atto di amore finito in burla.

Greg è shockato dall’impatto devastante degli Hearts e ha fretta di avere un prodotto finito da commerciare. Così nell’estate del 1984, mentre la band è in giro a fare concerti, Greg Shaw ha fretta di mettere sul mercato il disco di debutto di quella che egli reputa, a ragione, una band fuori dall’ordinario. Senza rispettare i patti, Mr. Bomp decide di remixare da solo le tracce di quello che sarà l’omonimo debutto dei Tell-Tale Hearts e lanciarlo sul mercato. La band si trova il suo disco in vetrina prima ancora di rimettere piede a San Diego e resta delusa a mio avviso più che dal risultato tecnico dall’atteggiamento dispotico e prepotente di Greg.

Il disco di debutto della band californiana era, è ancora, una scheggia di vinile saltata fuori da un disco dei Birds, degli Shadows of Knight, dei Pretty Things, dagli Stones del ‘66 o degli Outsiders. Ogni singola canzone, da quelle firmate dalla band (lo scoppiettante R ‘n B di Crawling Back to Me, il garage indemoniato di Dirty Liar, Losing Myself, Won‘t Need Yours, Come and Gone col suo avvolgente giro di organo VOX, la dolce Forever Alone screziata da chitarre fuzzedeliche della miglior tradizione Music Machine, il crepitante crescendo di She‘s Not What Love Is For) alle cover (Me Needing You dei Pretty Things, That‘s Your Problem e Keep on Tryin’ degli Outsiders, From Above e It Came to Me dei Q65) è suonata con un’energia assolutamente trascinante e una attenzione ai particolari vintage che solo i Chesterfield Kings possono contendergli.

Impossibile rimanere impassibili davanti ad un simile monumento.

Il risultato soddisfa ed eccita il pubblico ma non la band.
Lo scontro verbale dentro gli uffici della Voxx si conclude con la decisione di mettere in circolazione, a breve scadenza, un nuovo disco.

Registrate a pochi isolati dalle loro case, negli Swingin’ Studios di Mark Neill (il chitarrista degli Unknowns di Bruce Joyner e diventato produttore acclamato nel 2010 dopo aver messo mani su Brothers dei Black Keys, NdLYS) su un poverissimo tre-tracce (il debutto era stato registrato su un molto più moderno 24-tracce), le sei canzoni di The “Now” Sound amplificano la forza d’urto del R&B dei Favolosi Cinque con una doppia tripletta di canzoni che lasciano sconcertati per abilità di scrittura (It‘s Just a Matter of Time), struttura (si ascolti It‘s Not Me e i suoi cambi di atmosfera ma pure il ponte di No Surprise), potenza e coesione strumentale (One Girl, stuprata da un’armonica in perfetto stile Phil May), adesione (la strepitosa cover di Everything I‘ve Got to Give) e simulazione (l’animalesco sound di Bye Bye Baby) dei modelli originali.

Un disco che non “rivela” nessuna imperfezione. 

I Tell-Tale Hearts diventano la band più grande del pianeta.  

Sembrano sfiorare il successo, quello vero: dai concerti assieme ai Red Hot Chili Peppers e ai Cramps all’infame articolo sulle colonne di People dove i nostri vengono esibiti come manzi in bella posa dentro il Cavern Club di Greg Shaw assieme a delle modelle in mini skirt (una estenuante posa di cinque ore a fronte di una misera intervista di cinque minuti) ma senza essere di fatto menzionati nel banale articolo dedicato alla nuova scena di Los Angeles e dintorni.

Alla fine del 1986, al termine di un anno dove i conflitti tra i membri del gruppo diventano sempre più accesi, Eric Baher lascia la band, rimpiazzato da Peter Maisner dei Crawdaddys giusto in tempo per la registrazione dell’ultimo singolo pubblicato dall’australiana Kavern 7. Ancora due canzoni fantastiche. Una scritta da Ray Brandes e l’altra rubata al repertorio degli Scorpions di Manchester.

Il giorno di San Valentino del 1987 Ray Brandes manda il suo ultimo biglietto d’amore al resto del gruppo.

Il cuore non batteva più.

La villetta della Presidio Drive poteva essere abbattuta.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

AA. VV. – Misfit – A Tribute to The Outsiders (Screaming Apple)  

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A sdoganare gli olandesi Outsiders ci pensarono, al giro di boa degli anni Ottanta, soprattutto due band: i Tell-Tale Hearts di San Diego per primi e i bostoniani Lyres subito a ruota. Da allora è passato un decennio e gli Outsiders sono diventati un’icona del sixties-sound più infetto ed intransigente al pari di Sonics, Count Five o Missing Links. Ora è la tedesca Screaming Apple ad assemblare un intero tributo in loro onore chiamando a partecipare quattordici band alle prese con altrettanti classici dello scalmanato repertorio della formazione guidata da Wally Tax.

A cominciare dai Morlocks che infilano le zanne su You Mistreat Me, primissimo singolo degli Outsiders datato 1965 giù giù attraverso una selva oscura di fronde Diddleyane come quelle dei Quatloos (la nuova band di Walter O’Brien dei Chesterfield Kings) di Felt Like I Wanted to Cry, di R ‘n B maledetti da Dio come quello di That’s Your Problem (ad opera dei tedeschi Dukes, bravissimi) o di Won’t You Listen esplosiva nelle mani dei Lust-O-Rama oggi tanto quanto lo fu trenta anni fa tra le dita di Wally Tax e Ron Splinter, oppure un balsamo alle ortiche come la Filthy Rich con cui si ritrovano a farsi lo shampoo i Monomen sotto la pioggia di Seattle e sorbole velenose come Lying All the Time (rifatta dagli Ultra 5), You Remind Me (qui riproposta dai tedeschi Gretsch in quella che è la loro unica registrazione) o Daddy Died on Saturday (ad opera di quei Tell-Tale Hearts cui Wally Tax dovrebbe versare almeno un terzo del suo assegno di pensione).  

Discepoli prodigiosi per uno dei dischi-tributo essenziali per la discoteca di ogni maniaco del garage-sound più tribale.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE YARDBIRDS – Having a Rave Up with The Yardbirds (Epic)  

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In studio con l’ultimo arrivato Jeff Beck, dal vivo col vecchio amico Eric Clapton: è questa la soluzione scelta dalla Epic per non perdere il nocciolo duro dei vecchi fans degli Yardbirds e allo stesso tempo capitalizzare sul successo di For Your Love affidando al gruppo altre due composizioni di Graham Gouldman. Da un lato dunque la band con ancora in mano il maglio con cui infierisce sul blues col suo classico stile rave-up (ritmica raddoppiata, armonica invasata, strumming chitarristico parossistico ridotto ad un onomatopeico chunka-chunka, NdLYS) e dall’altro pronta alle carezze di Evil Hearted You e Heart Full of Soul che assieme a You’re a Better Man than I e l’atipica e funerea Still I’m Sad scritta dai due addetti alla sezione ritmica del gruppo rappresentano il vero cuore del disco e il ponte verso i New Yardbirds del periodo successivo, quell’indefinibile terra di confine fra tradizione e sperimentazione che sulle note di copertina viene presentata con azzardo “country music suonata con tiro da big-band”. Having a Rave Up riesce dove il disco precedente aveva fallito, con una serie di canzoni fulminanti e una sanata discrepanza fra il lato più selvaggio e quello più incline al gusto pop della band britannica, diventando non solo il disco di transizione definitivo degli Yardbirds ma, alla fatta dei conti, il loro vero testamento spirituale ed artistico.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE PRETTY THINGS – Midnight ‘till Six men

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Musica per teppisti, rozza ed indisciplinata.

Incisa in appena due giorni di registrazioni catturate da Bobby Graham e infilata dentro un disco che, come è di prassi nella prima metà degli anni Sessanta, è una parata di standard blues e rock & roll rivisitati col piglio sporco e burrascoso dei capelloni.

Dick Taylor ha lasciato i compagni Keith Richards e Mick Jagger prima del grande successo dei Rolling Stones per unirsi a un altro studente della Central School of Art di Londra in fissa con Bo Diddley, Willie Dixon, Chuck Berry e tutta la musica nera che arriva dall’America. Assieme danno vita ai Pretty Things, musica e nome rubati al repertorio di Bo Diddley, facce disubbidienti da ribelli, tecnica basilare e molto istinto. È il rock ‘n’ roll che è già punk e non sa ancora di esserlo.

Con loro ci sono John Fullager, Vivian Prince (imposto alla band dalla Fontana al posto del più impreciso Viv Broughton) e Brian Pendelton, gli stessi che hanno suonato sui due splendidi singoli del 1964 esclusi dalla scaletta dell’album per fare posto al nuovo estratto Honey, I Need (unico pezzo autoctono degno di nota nella track list del disco, NdLYS) e una lunga lista di cover.

The Pretty Things è dunque un album “attitudinale”, forse lanciato in sfida agli ex compagni Jagger e Richards e al loro 12×5 (anche qui dodici brani per cinque musicisti, cabalisticamente parlando).

L’originalità è bandita in favore di un approccio sozzo alla materia trattata che sono i tre fronti musicali sperimentati in quei loro primi mesi di vita: il rock ‘n’ roll di Chuck Berry, il blues di Chicago, il jungle-beat di Bo Diddley. Manca ancora il guizzo di ingegno, il lampo d’inventiva, il coraggio di un arrangiamento sfizioso ma pure una personalità definita e carismatica dal punto di vista stilistico o una competizione sincera ma motivante che faccia emergere da questo tripudio di maracas, armonica e stomp animale un musicista piuttosto che un altro.

 

Lasciare i Rolling Stones e metter su una band che suoni meglio degli Stones.

Voi ci riuscireste? Dick Taylor ci riuscì. Dopo aver condiviso con Brian Jones, Keith Richards e Mick Jagger ore ed ore di religioso ascolto dei classici del blues che arrivavano dagli Stati Uniti provano qualche abbozzo di canzone, registrano qualche provino ai Carly Clayton Sound Studios quindi Dick decide di lasciare il tavolo da gioco. Dice ai compagni che vuole concentrarsi sugli studi. Non quelli discografici, ma quelli dell’Istituto d’Arte dove si è iscritto.

Invece recluta altri quattro disadattati con meno ego dei suoi amici e si inventa una nuova band, battezzandola come un brano di quell’omaccione nero che gli appare ogni notte in sogno con una chitarra quadrata e un paio di occhiali dalla montatura improbabile.

Non vuole suonare sporco e cattivo come i Rolling Stones.

Vuole suonare PIÙ sporco e cattivo che i Rolling Stones.

E ci riesce.

I primi due album dei Pretty Things sono manuali debosciati di come si possa suonare il blues elettrico facendolo sembrare la cosa più pericolosa del mondo.

A marzo realizzano il primo, pieno degli stessi standard lerci su cui stanno lavorando gli Stones ma anche altre bands con l’anima nera come gli Animals o gli Yardbirds. Poi Dick affina il tiro e quando a dicembre dello stesso anno pubblicano il secondo album, ci infilano dentro un bel po’ di roba loro, seguendo un po’ lo stesso percorso dei vecchi cuginetti Stones.

Ne tirano fuori un disco devastante e bellissimo come Get the Picture? nel quale mette mano anche Jimmy Page, all’epoca richiestissimo session-man.

Viv Prince molla la band otto giorni prima dell’uscita del disco, anche se è già da un po’ che diserta le registrazioni, costringendo i compagni a cercare dei sostituti come Bobby Graham (che però vuole essere accreditato come autore, manco stesse scrivendo la Marcia dei Nibelunghi) e il più accomodante John C. Alder, alias Twink che diventerà il drummer ufficiale per la messinscena dell’incredibile S.F. Sorrow.

Era andato alle sessions per caso, per fumare qualche spinello col bassista dei Fairies (la sua band di allora, una splendida meteora delle Nuggets inglesi, NdLYS) chiamato a sostituire per una settimana John Stax, impegnato nella sua luna di miele.

Ma Prince buca le prove, e stavolta forse non per colpa sua. Non direttamente, perlomeno: è in gattabuia. Pare che al matrimonio di Stax avesse sbeffeggiato un poliziotto facendogli volare via il cappello. Lo sgabello è vuoto, Twink si accomoda.

Se il debutto li aveva consegnati alla storia come degli infoiati pischelli alle prese col Diddley-sound più selvaggio, Get the Picture? ne modera e stempera il calore ridisegnando parzialmente il profilo musicale del gruppo e proiettandolo verso le nuove congetture psichedeliche che si muovono tra i capelloni inglesi fino ad esplodere nella scena freakbeat, elaborandone e arricchendone il suono con l’uso di ronzanti fuzzbox e la scelta di pezzi dall’andamento “zoppicante” come Buzz the Jerk o sottilmente psichedelici (Can‘t Stand the Pain, London Town) a contrastare le solite smorfie jaggeriane ostentate nelle cover di Cry to Me e Rainin’ in My Heart dove sfidano gli Stones nel loro stesso giardino di casa, pisciando sulle siepi.

Ma ci sono pure i pezzi di violento garage beat come You Don‘t Believe Me, Get the Picture? o We‘ll Play House o di R ‘n B maniacale ma elegantissimo di I Want Your Love o You‘ll Never Do It Baby a fare di Get the Picture? uno dei dischi fondanti del beat-punk inglese del decennio e un capolavoro a molti ancora sconosciuto con cui val la pena tormentarsi nei pomeriggi estivi, lasciandolo riverberare fuori dalle imposte spalancate. Magica fantasia freakbeat. Ricevuta la foto?

 

 

Avendo fallito nel tentativo di imporre i Pretty Things come l’alternativa ai Rolling Stones, la Fontana prova a far di loro i nuovi Kinks obbligando la band a registrare una cover di A House in the Country e ad abbassare il livello di sfida della sua musica smorzandone i toni e arricchendola di calore black. Il risultato è un disco di pallido soul che i Pretties si rifiutano di promuovere in alcun modo andando a cercare rifugio artistico presso la Music De Wolfe per una trilogia di dischi dove possono dar libero sfogo alle loro sperimentazioni freakedeliche.

Pochissimi i pezzi da salvare dal disastro di Emotions, forse giusto il boogie di Photographer (dove la chitarra strappata di Come See Me è adesso sostituita dal barrito di un trombone) e una There Will Be Another Day che sembra perfetta per il catalogo bubblegum della premiata ditta Buddah Records. Il resto, con tanto rammarico per l’acustica battente di Death of a Socialite, naufraga nel mare dell’ovvietà e del cattivo gusto senza alcuna possibilità di assoluzione.

 

Reg Tisley è l’arrangiatore incaricato dalla Fontana per dare un tocco orchestrale ad Emotions dei Pretty Things. Un incarico che il maestro del Surrey accetta di buon grado, tanto da spiegarne le dinamiche nelle note di copertina dell’album. Mister Reginald, che è di vent’anni più vecchio rispetto ai ragazzacci della band, ne diventa in qualche modo il pigmalione, lo stratega, la vecchia volpe in grado di suggerire a Phil May e Dick Taylor che “i tempi stanno cambiando” e che forse è il caso, una volta appresa l’arte, metterla da parte. Tisley dunque trascina la band alla De Wolfe, che fino a quel momento e da ormai quarant’anni, è la più prestigiosa (nonché, storicamente, la prima) etichetta di musica per film e sonorizzazioni e sotto mentite spoglie fa loro registrare qualche brano. Glieli fa “mettere da parte”, come dicevamo. E infatti una delle canzoni di quella prima sessions che ne frutta cinque verrà usata dieci anni dopo per un film di George Romero: ogni volta che il film Zombi passa al cinema o in tv, i Pretty Things incassano qualche monetina. E così sarà anche per altre pellicole, da Doctor Who a What’s Good for the Goose? dove la band fa anche una comparsata interpretando sè stessa. Uno “svago” che la band si concederà anche con le line-up successive, anche se la trilogia d’oro è quella collocabile fra Emotions e Parachute e che, a parte l’anonimato dietro cui la band si nasconde, riflette in pieno le mutazioni stilistiche in atto nei Pretty Things.

Electric Banana, primo effort della serrata trilogia del triennio ‘67/’69, è ad esempio perfettamente sovrapponibile al sound orchestrale di Emotions, complice l’orchestrazione di Tisley che fa di pezzi come Walking Down the Street, If I Needed Somebody e Danger Signs, con tanto di “indicazioni” sommarie in calce ad ogni brano (per aiutare i primi destinatari del lavoro, ovvero gli addetti alla sonorizzazione delle pellicole, ad “individuare” il brano senza dover ascoltare alla cieca migliaia di canzoni), autentiche out-takes del disco-madre.

Solo, un po’ più furbe.

 

Nel Novembre del ’67, non appena gli Hollies hanno lasciato sgombra la sala di registrazione una volta terminate le sessions per Butterfly, i Pretty Things entrano negli Abbey Road Studios per incidere il loro capolavoro che uscirà sul mercato esattamente un anno più tardi inaugurando il nuovo contratto Columbia.

S.F. Sorrow è, assieme a The Piper at the Gates of Dawn e Revolver l’album chiave della psichedelia britannica.

Una vicenda, quella che narra le disgrazie e l’eterna, inappagabile solitudine del fantomatico Sebastian F. Sorrow che si snoda attraverso le liriche dei tredici pezzi e le righe di copertina. Un’“opera rock”, per dirla con un termine che ho sempre odiato. Un grandissimo disco di grandi canzoni che ruotano attorno ad una sceneggiatura, ad un tema centrale. Se già col disco precedente i Pretty Things si erano smarcati dal ruolo di eroi perdenti dell’R ‘n B (i vincenti erano, ovviamente, gli amici/nemici Rolling Stones), con S.F. Sorrow le distanze dall’altrettanto strepitoso passato si fanno siderali, inarrivabili. E lo si avverte sin da subito, dall’incipit acustica che racconta della nascita di Sebastian e che culmina in una fanfara di fiati, un crescendo di voci e un battito di mani quasi pentecostale.

Bracelets of Fingers è già sintonizzata sulla nuova cifra stilistica della band: una psichedelia tantrica che assorbe elementi indiani e medievali, non distante da certi esperimenti beatlesiani. Del resto echi beatlesiani risuonano anche nella marcia zoppicante di She Says Good Morning, spaccata in due da un solo di chitarra gonfia di fuzz così come in molti altri segmenti del disco.

Ma S.F. Sorrow è più pernicioso e cattivo, drammaticamente percorso da una allucinata e sinistra eco sabbathiana (Baron Saturday, Old Man Going) e a volte quasi asfissiato da un pesante sudario di morte (Death, Loneliest Person).

Tutto il disco è dominato da un clima ipnotico e da un accurato lavoro di produzione (ad opera del “solito” mago Norman Smith) che riesce a donare una surreale ma efficace profondità e dinamica acustica. A schiudersi è l’incanto tipico della stagione freakbeat inglese, questo mondo fatato ed evocativo, artificiale ed alterato (prego ascoltare con impianto adeguato Balloon Burning) capace di creare il clima onirico e deformato dell’età degli acidi.

Se non sarà l’amore sarà la Bomba a tenerci uniti.

Oppure un sogno.

 

Mentre i Pretty Things si apprestano a lanciare sul mercato il loro capolavoro psichedelico, l’attività parallela degli Electric Banana non si ferma. More Electric Banana è costruito esattamente come il disco precedente: una piccola manciata di canzoni eseguite dal gruppo sulla prima facciata e la stessa sequenza riproposta sull’altra side ma senza la traccia vocale. Due anche stavolta le canzoni scritte da Peter Reno, uno dei compositori di punta della De Wolfe, e il resto farina del sacco di Phil May e compagni. Stavolta senza l’aggiunta di strumenti a fiato.

Un disco per fanatici e feticisti?

Nient’affatto, perché canzoni come Grey Skies, I Love You, Street Girl, I See You, seppur destinate ad una di serie B, di serie B non sono affatto. Tutt’altro. Fogliame psichedelico come se fosse stato investito da una esondazione pluviale di acque acide. Edere selvatiche che potrebbero benissimo ricoprire le mura di solitudine di S.F. Sorrow. e che fanno delle banane elettriche il secondo frutto psichedelico per antonomasia dopo le prugne californiane. 

 

Tra la pubblicazione di S.F. Sorrow e le registrazioni di Parachute, i Pretty Things accettano l’insolito invito di un loro fanatico ammiratore. Non è un ammiratore qualunque. È uno dei personaggi che contano nella dolce vita francese.

È uno che nella sua villa in Costa Azzurra organizza mega-feste in piscina dove donne bellissime e rockers dalle belle speranze possono annegare dopo aver fatto prova di apnea dentro flûte ricolmi di champagne. Ama la bella vita e ha vezzi e vizi da ricco. Tra cui quello di incidere un disco. Possibilmente accompagnato dalla sua band preferita: i Pretty Things. È un periodo travagliato per il gruppo inglese: Dick Taylor e Twink hanno di fatto abbandonato il progetto in mano a Phil May e Wally Waller e la EMI è insoddisfatta delle vendite esigue del loro ultimo lavoro.

E forse è tempo per una vacanza, anche se non del tutto: i Pretty Things sono in un periodo di grande fermento creativo, anche se gli obblighi contrattuali impongono loro uno stop in attesa che le vendite di S.F. Sorrow subiscano un’impennata.

Il materiale del periodo viene pubblicato ancora una volta sotto il nome Electric Banana e parte di questo viene “esportato” in Francia, a Saint-Tropez, nella residenza di Mr. Philippe Debarge per registrare quel disco pirata che il gigolò francese tanto desidera e che circolerà solo in acetato, per i veti di cui vi ho parlato. Quell’acetato, in pessime condizioni, viene acquistato da un ragazzo finlandese di nome Jorma Saarikangas ma a rimettere in moto l’opera di restauro quasi quarant’anni dopo sarà Mike Stax, che coinvolgerà Wally Waller in una riedizione che viene pubblicata per la sua etichetta personale. Passeranno ancora otto anni per vedere quel disco pubblicato allora in edizione limitata per la Ugly Things godendo di una ristampa e distribuzione europea, con l’aggiunta di un paio di suppellettili a valle (due demo dei tanti provini al Westbourne Terrace) e una bella copertina dove Debarge strimpella assieme a Johnny Hallyday e la Bardot se la ride beata.

Rock St. Trop e il corrispettivo Even More Electric Banana sono due ottime cornucopie del periodo psichedelico dei Pretty Things, quello carico di aromi e di fragranze freakbeat che si stanno espandendo dal braciere inglese per tutto il vecchio continente, con pezzoni di folk stralunato e capolavori come It’ll Never Be Me, Alexander, You Might Even Say, You’re Running You and Me, Eagle’s Son che ribadiscono ancora una volta chi, nel magico circo beat inglese, può fare l’ammaestratore di belve e chi invece continuerà a spargere segatura sulla merda degli elefanti, beneficiando dell’eco dell’applauso che il pubblico in quegli anni lì dispensa a chiunque vesta una giubba vittoriana e si appresti ad occupare la pista.

 

Cosa avrebbero potuto fare i Beatles dopo Abbey Road? E chi lo sa.

Però, ad esempio, avrebbero potuto fare qualcosa come Parachute. E nessuno avrebbe avuto da ridire. A farlo invece ci pensarono i Pretty Things, anche loro sull’orlo del collasso fisico ed artistico.

Anche se nel frattempo la band continua a registrare da sola o con improbabili compagni (il playboy Philippe DeBarge, ad esempio), siamo ufficialmente al passo successivo rispetto a S.F. Sorrow, l’album con cui Phil May e compagni si sono presi lo sfizio di spostarsi verso gli album concettuali, battezzando inconsapevolmente gli anni Settanta.

Il nuovo disco ne replica la formula ma non gli ingredienti.

La psichedelia è di fatto sfumata dentro un rock più “ordinario”, un po’ come era stato appunto per i Beatles del dopo Sgt Pepper’s e gli Stones del ’67 con quelli degli anni immediatamente successivi. Piccolissime scorie “etniche” come sitar (su In the Square, che anticipa di cinque lustri uno dei passaggi di Paranoid Android, NdLYS) o tablas (su What’s the Use) restano sullo sfondo, come uno sciame della library music con la quale stanno sperimentando da qualche anno sotto le mentite spoglie degli Electric Banana, lasciando spazio a qualche sparuto accenno di mellotron e a piccole perle melodiche aggredite da chitarre e pianoforte elettrico. Gli anni Sessanta si sono definitivamente eclissati. I Pretties si lanciano nel nuovo decennio affidandosi ad un paracadute che non riuscirà ad attutire lo schianto che invece li travolgerà. Le mirabolanti canzoni di Parachute saranno, di fatto, le uniche cose pregevoli che la band londinese riuscirà a produrre nel lunghissimo avanzo di carriera che le resta. Come detto in apertura, sul disco si respira la stessa astuzia “restauratrice” dei tardi dischi dei Beatles, esprimendo la necessità di riappropriarsi di un linguaggio più asciutto, seppur non più severamente legato alla dottrina blues degli esordi.

Soffici esercizi proto-glam, pastiche vocali degne di un coro di voci bianche e luminose derive folkedeliche faranno innamorare il mondo dei Pretty Things per la prima e l’ultima volta. Poi, nessuno più si ricorderà di loro. Nemmeno loro stessi.

 

La caduta di gusto (stilistica, grafica, artistica) registrata dai Pretty Things nella pausa fra Parachute e Freeway Madness è una delle più clamorose della storia della musica rock inglese. I pochi impavidi che nonostante le brutte facce viste dallo spioncino decidono di aprire la porta ai Pretty Things, si trovano degli sconosciuti in casa. Freeway Madness rivela infatti un gruppo totalmente stravolto non solo negli assetti interni (dopo Dick Taylor anche Wally Waller decide di lasciare la nave) ma soprattutto nelle scelte musicali, che già dall’iniziale Love Is Good sembrano abbracciare in toto quel rock artificioso che sarà sdoganato nella seconda metà degli anni Settanta da band come i Supertramp e i Pink Floyd. Canzoni per lo più carezzevoli come Over the Moon (con tanto di contrappunto di archi), Peter, Rip Off Train e Country Road sono alternate a qualche colpo hard-rock come Havana Bound, Religion’s Dead e Onion Soup con tanto di fughe chitarristiche che, come i tanti richiami alla musica country di Byrds e Neil Young fanno pensare al tentativo di un arrembaggio a bordo della grande musica americana. Senza che nessuno sia stato invitato a bordo.

 

Tra Freeway Madness e il disco successivo i Pretty Things realizzano il quarto disco per la De Wolfe, stavolta senza dichiararsi in copertina. Hot Licks viene pubblicato così nel 1973, senza paternità e con il sottotitolo di “progressive rock music”.

Profondamente diverso dai tre realizzati negli anni Sessanta, Hot Licks mostra tutta l’aggressività hard degli anni Settanta già dalla cover. Dal freakbeat degli ultimi lavori per la De Wolfe (e di quelli del gruppo madre, ovviamente) si è passato ad un blues-rock sanguigno ispirato ai Free (Sweet Orphan Lady è tutta giocata sul classico riff di All Right Now) e al boogie degli ZZ Top e dei Thin Lizzy (The Loser) e su una versione appena più maschia del glam dei T. Rex (Easily Done) pur con qualche divagazione sul tema, come nella insolita Walk Away giocata su un dialogo tra chitarra elettrica e clavicembalo e sul falsetto di May. Anche stavolta, a dispetto della scelta di farne un disco anomalo, il repertorio e le forze impiegate non sono per nulla inferiori alle pubblicazioni ufficiali del gruppo madre confermando gli Electric Banana come il più grande relitto sommerso nel mare dell’underground rock inglese.

 

Uno strano polpettone fatto con qualche scarto da macello dei Wings (Paul McCartney sembra del resto aver sostituito Mick Jagger nel cuore di Phil May già da un po’) e dei Queen da cuocere assieme ad un osso dello scheletro Who (Singapore Silk Torpedo) è la ricetta che i Pretty Things offrono ai Led Zeppelin una volta siglato l’accordo con la Swan Song.

Impacchettato dentro una copertina alla Roxy Music, Silk Torpedo è un disco che piace all’etichetta e anche al pubblico, che premia la band per la prima volta con un buon riscontro di vendite a dimostrazione del fatto che nonostante un distacco netto e quasi imbarazzante dalla musica del decennio precedente, il gruppo abbia imboccato la strada giusta. Che differisca da quella che pratico io, conta poco. Vagamente glam (Maybe You Tried), con armonie vocali ricercatissime (Phil May viene affiancato da Jack Green dei T. Rex, NdLYS) e suonato con una professionalità da turnisti, sembra una stanza piena di specchi dove gli artisti possono dimostrare di essere diventati finalmente adulti, abili manovratori delle proprie emozioni fino a farne uno spettacolo come nella trionfale parata McCartneyana di Is It Only Love dove le cariatidi marciano cantando l’amore universale, trascinandosi le gambe ma cantando come degli Dei. Di cui questo disco rappresenta tuttavia la caduta e non l’ascesa.

 

Una volta rassegnati al fatto che i Pretty Things degli anni Settanta sono un’altra band rispetto a quella del decennio precedente e che si sia coscienti (e anche molto compiaciuti) del fatto che dopotutto il punk sia venuto invano, Savage Eye può offrire i suoi quarant’anni di diletto. Dentro ci sono tutti gli ingredienti dei due dischi che l’hanno preceduto: Wings, Bad Company, Queen, Supertramp, country rock speziato Byrds, un pizzico di glam, un po’ di boogie rock, assoli a pioggia, ballate per schienali abbassati, blue eyes soul senza neppure una piega sul vestito e stavolta una manciata di proteine Who e Led Zeppelin (periodo Houses of the Holy), che i volumi alti negli anni Settanta piacciono a tutti.

Chitarre elettriche, chitarre acustiche, pianoforti a coda, pianoforti senza coda, sax, stucco, velluto e ben poco di veramente selvaggio. Perché la ribellione non paga i debiti e non sazia i bambini a tavola.

 

L’ennesimo, ultimo disco su commissione arriva nel 1978, con i Pretty Things ufficialmente sciolti dopo il flop di Savage Eye. Le cinque canzoni di The Return of the Electric Banana sono registrate infatti con i Fallen Angels, la band con cui Phil May sta registrando il disco che uscirà per la Philips lo stesso anno e scritte da Wally Waller e da Electra Stuart, la compagna di Phil che in quel periodo collabora anche al disco solista di David Gilmour.

Stavolta a venire allo scoperto sono le influenze dei Byrds e del country rock che il gruppo ha già manifestato sui loro dischi più recenti, forse in risposta all’eterno rimpianto per aver rifiutato ad inizio carriera di pubblicare quella Mr. Tambourine Man che poi i Byrds avrebbero accettato con le conseguenze storiche che sappiamo ma dentro il disco trovano spazio anche un grasso funky come Take Me Home e un infuocato, bellissimo omaggio a Jimi Hendrix intitolato James Marshall ad ulteriore dimostrazione di come gli Electric Banana (che, dimenticavo, essendo una band di library music, potete ascoltare tranquillamente sul “catalogo sonoro” del sito della De Wolfe ad libitum, NdLYS) non fossero per nulla una band di second’ordine.

 

Cross Talk è l’ultimo disperato tentativo dei Pretty Things di reinventarsi all’infinito. Cosa che non può riuscire per un tempo illimitato. E così, all’imbocco della strada per la new-wave il gruppo, nuovamente ricompattato con il rientro di Wally Waller e Dick Taylor, fallisce miseramente. Cross Talk cerca in realtà di inseguire, più che le nuove frontiere della nuova onda inglese, un punto impreciso situato fra il pub rock, il power pop e quelle vaghe linee doo-wop e reggae che in quei generi erano sempre avvertibili sotto pelle, tanto che il pezzo conclusivo sembra quasi una parodia dei Police, nascosta sotto un titolo alla Sex Pistols. A voler essere sinceri non è neppure quel disco terribile che molti sostengono sia. Solo, ancora una volta, sembra di trovarsi davanti ad un’altra band, come era già successo almeno due o tre volte durante negli anni precedenti. Cosa peraltro legittima, non fosse che il continuo reinventarsi senza mantenere dei tratti fisiognomici precisi (cosa che è riuscita ad esempio agli Who e ai Rolling Stones), finisce per far disinnamorare gli amanti, costretti a vedere sul talamo qualcuno che di chi si amava non ha più neppure l’odore. Il che potrebbe anche essere eroticamente stuzzicante, non fosse che l’erotismo dell’amante in questione sia andato perduto assieme a tutto il resto.

 

Sulla carta, una bomba.

Sul piatto, un po’ meno.

Un po’ come nei ristoranti stellati.

E qui di stelle ce ne sono tante: Phil May e Dick Taylor dei Pretty Things, Matthew Fisher dei Procol Harum, Tony Oliver più a sezione ritmica degli Inmates ma anche Don Craine e Keith Grant dei Downliners Sect, Jim McCarty degli Yardbirds (con cui May e Taylor hanno messo su, ad inizio degli anni ’90 la Pretty Things/Yardbird Blues Band realizzando due album di onestissimo ma trascurabile Chicago blues assieme all’asso della sei corde e dell’armonica Studebaker John, NdLYS), Jonathan Edwards dei Vibrators, Eddie Phillips dei Creation, Gary Lammin dei Cock Sparrer, Steve Hooker dei Bozmen del futuro braccio destro di Morrissey Boz Boorer.

L’idea originale, ovvero quella di un omaggio sentito al garage rock americano, viene in realtà “mascherata” facendo leva sulla notorietà di Fisher e dunque intitolando il disco con un ovvio riferimento ai Procol Harum oltre che agli Standells. Il tentativo però non riesce, perché il pubblico cui il disco è destinato in larga parte nutre verso Fisher se non un’indifferenza pigra, un odio spietato, avendo imborghesito il rock ‘n’ roll degli anni Sessanta fin troppo. Ecco dunque che anni dopo, quando si tratterà di ristampare questo disco che giaceva tra gli invenduti, il nome di Fisher scomparirà e il titolo verrà cambiato in un non più originale ma di certo più mirato Rockin’ the Garage. Restando comunque fra gli invenduti.

Non perché sia un brutto disco. Ma, tirando le somme, un disco inutile. Questo si.

Perché nel 1994 prima e quindici anni dopo ancor di più, di cover version di Louie Louie, Strychnine, Pushin’ Too Hard, 96 Tears, Sometimes Good Guys Don’t Wear White, Kicks e I’m a Man ne abbiamo pieni non solo gli scaffali. E alla fine anche se di Midnight to Six Man non ne abbiamo mai abbastanza, questa nuova versione del ’93 non è per nulla superiore alla prima, arruffata versione del ’66.

“A Whiter Shade of Dirty Water” paga pegno di questo, un po’ come sarà per Chesterfield Kings di Where the Action Is!, ma non è affatto un brutto disco. Sintomatico di un ritorno nostalgico e pre-senile alla musica della loro gioventù che verrà certificato con Rage Before Beauty, Phil May e Dick Taylor si apprestano a tornare al vecchio, grezzo sound di trent’anni prima. E quando c’è da agitare le zazzere, io non posso non essere dalla loro parte.

 

La rabbia (quella dei primi due album) prima della bellezza un po’ artificiale dei dischi degli anni Settanta per cui era stata sacrificata.

Il titolo del ritorno in pista dei Pretty Things, …Rage Before Beauty, promette un ribaltamento delle priorità. E mantiene parzialmente fede alla promessa facendo tesoro del disco realizzato quattro anni prima assieme agli Inmates, anche se stavolta fanno tutto da soli. Peccato che dopo l’ottimo avvio della tripletta iniziale il disco vada subito fuori fase e che la voglia di strafare porti il gruppo a noiosissime pieces musicali come Love Keeps Hanging On e God Give Me Strength, a perdersi in inutili cover di pezzi come Eve of Destruction, Play with Fire, Mony Mony con il risultato di mandare all’aria la bellezza e di fottersene della rabbia annunciata. E di mandare a monte l’intero progetto e le sue migliori intenzioni.

 

Balboa Island è il disco che riappacifica i Pretty Things con il blues e che stringe nuovamente la forbice coi vecchi compagni/rivali Rolling Stones. Un disco dall’impianto fondamentalmente acustico e a tratti addirittura rurale, nonostante ci sia anche un parziale ritorno a quel rock vagamente hard abbracciato dalla band nella metà degli anni Settanta con una Buried Alive dignitosissima e addirittura qualche flashback alla vecchia epoca beat, evocata in parole e in musica su Pretty Beat e su The Beat Goes On, sorta di racconto personale di May sulla falsariga della The Story of Them di Van Morrison.

Il resto è, dicevo, molto stonesiano (All Light Up, Livin’ in My Skin, Dearly Beloved, In the Beginning) e molto blues-oriented, con una magistrale rilettura di Feel Like Goin’ Home di Muddy Waters a fare la figura del leone. Finalmente libero di ruggire nel suo habitat e non più dentro una gabbia dorata.

 

Il titolo dell’ultimo album dei Pretty Things gioca con Bob Dylan e anche con la vetusta età della band (Phil May e Dick Taylor hanno già superato la soglia dei settanta anni). La musica con cui l’hanno riempito gioca invece con quello che i Pretty Things ben conoscono, essendo in giro da cinquant’anni “suonati”. Non sono gli unici reduci a girovagare per il mondo facendo dischi e concerti. E non sono neppure tra i migliori, a volerla dire tutta. L’inventiva e l’audacia sono evaporate da tempo, lasciando il posto al mestiere, per quanto onesto che sia. Sono canzoni che non lasciano il segno ma che si adagiano su un ossequioso passato. Proprio o altrui.

E che viene trattato, da pubblico e critica, con pari reverenza.

Scorrendo qualche recensione, in attesa che questo disco arrivasse al porto sicuro della mia abitazione, ho letto giudizi rispettosi e lusinghieri. Ai quali mi accodo con moderato entusiasmo. The Sweet Pretty Things è un disco da compagnia, laddove i primi dischi della band inglese erano invece fratelli di rabbia o di introspezione un po’ anarchica e ribelle. Il suono dei Pretty Things di oggi è insomma abbastanza composto e ammaestrato, nonostante l’uso dell’amplificazione vintage scelta con cura da Mark St. John al fine di fotografare la band nella sua forma più diretta e sanguigna. E così, nonostante certi toni sinistri che mellotron e organo conferiscono a macchia di leopardo, qualche lampo hendrixiano, qualche pacato country-rock in odore di Eagles, qualche mini-jam dal sapore mediorientale, il disco sfuma senza grossi brividi.

Passa, e non hai neppure voglia di girarti a guardagli il sedere.

Che è l’offesa più alta che puoi fare a chi si crede una bella donna nonostante l’età.

 

La domanda conclusiva è: chi comprerà nel 2017 una nuova, ennesima raccolta dei Pretty Things? Onestamente, nonostante abbia visto gente chiedere un prestito per comprare i biglietti per il No Filter Tour dei Rolling Stones, non saprei rispondere.

O meglio, temo di sapere la risposta. E, non giudicandola meritevole nei confronti di una delle più grandi band inglesi di sempre, preferisco tenerla taciuta. Quel che hanno fatto i Pretties negli anni che vanno dal 1964 al 1970, ovvero il periodo preso in esame da questa nuova antologia, ve l’ho raccontato svariate volte e, non bastasse, potrebbe venirvi in aiuto una delle tante modeste storie del rock che sgomitano in libreria.

Peccato, davvero peccato, che artisticamente la loro storia finisca lì, con un seguito discografico spesso disastroso non solo nelle vendite ma anche nei risultati artistici, facendo di loro e del loro pubblico un’accolita di reduci che mostrano tutte le ferite di una militanza orgogliosa, prime fra tutte quella profonda del rimpianto e della nostalgia collerica. Lo testimonia, ce ne fosse ulteriore bisogno, il secondo dei due cd con un’esibizione del 2010 al 100 Club (già stampata in tiratura limitata e dentro un’orrida copertina tempo fa) dove la band esegue integralmente il suo primo album a cinquant’anni dalla pubblicazione, disinnescandone di fatto il potenziale infetto.

Potrebbe dunque essere questo documento a motivare l’acquisto del Greatest Hits pubblicato dalla Madfish. nel 2017. Ma è molto probabile non lo sarà.

Un’altra potrebbe essere l’incisione di Mr. Tambourine Man, all’epoca offerta al gruppo dagli editori di Dylan (che l’avrebbero poi offerta ai Byrds, coi risultati che sapete, NdLYS) e rigettata dal gruppo e che invece adesso May e Taylor (che si prendono la briga di scrivere pure delle precisazioni storico/biografiche per ciascuna delle tracce, dando a questa raccolta tutta la veste di ufficialità che merita) decidono di registrare, affondando nel rimpianto tardivo di cui vi parlavo prima. Dunque anche questo potrebbe sembrare un ottimo sprone ma non lo sarà, tanto più che presto qualche idiota si crederà un supereroe venuto a salvare il mondo postandola su qualche canale video, magari col fermo immagine sulla sua faccia da nerd vanificandone il già pur flebole prestigio.

Il meglio rimane ancora una volta quel che già conosciamo dei Pretty Things e documentato sulle restanti 24 tracce che depredano i mari pescosi del primo album, dell’enorme Get the Picture?, del capolavoro S.F. Sorrow, del sottovalutato Parachute e dei singoli del periodo d’oro, tralasciando ancora una volta le perle incise dalla band a nome Electric Banana, cui è toccata una sorte forse peggiore di quella immeritata che è stata riservata ai Pretties.

Dunque rimane il dubbio. Chi lo comprerà?

Forse chi come me pensa che sia esistita un’altra via inglese al sacro binomio Stones/Beatles. E che questa via sia passata inevitabilmente da gruppi bastardi e progressisti come i Pretty Things.

O che non lo sa, e ha ora modo di scoprirlo. Perché magari ha adesso quei fantastici venti anni che Phil May e Dick Taylor avevano quando tutto iniziò, con la differenza che loro sapevano benissimo chi erano Bo Diddley e Willie Dixon. Quegli altri, chissà.

 

Dubbi che si rinnovano nell’autunno del 2020, davanti alla pubblicazione di Bare as Bone. Bright as Blood: Dick Taylor e Phil May vicini vicini. Come ai tempi del college ma cinquant’anni dopo.

Uno intento a manovrare la chitarra con i vecchi trucchi dei bluesmen, l’altro a soffiare l’ultima aria che gli rimane sul microfono, che se non è più buona per sostenere un altro album elettrico (che infatti viene cestinato a registrazione già avviata) ne’ tantomeno dei concerti rock degni di tale nome è ancora sufficientemente forte per poter accompagnare i lick di una chitarra acustica pur dovendo delegare il ruolo di armonicista ad altri. Ma al di là della commozione inevitabile che ci rende permeabili alla bontà quando siamo davanti ad un disco postumo, Bare as Bone. Bright as Blood non ci racconta nulla di nuovo ne’ sul blues ne’ sulla bravura qui piegata al mestiere della coppia May/Taylor, la cui brillantezza allunga le ombre di covers come The Devil Had a Hold on Me, Faultline e Ain’t No Grave ma che altre volte (Another World, To Build a Wall, Bright as Blood, Black Girl), risulta invece un po’ appannata. 

Un disco che non ci farà amare i Pretty Things più di quanto li abbiamo amati e che non farà sbocciare nuovi amori. Perchè oggi chi diavolo si può innamorare di un disco blues?                                     

                                                                                    

Franco “Lys” Dimauro

The_Pretty_Things

 

THE BREADMAKERS – The Breadmakers (Soundflat)  

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I Breadmakers erano la house-band della Corduroy, quando esisteva la Corduroy. Band ed etichetta erano creature di Nicky Shutdown, così come i Puritans, i Driveaway Service e gli Shutdown ’66, tutti mostri liberati dalla fantasia di Nick per dare sfogo al suo amore per il suono cisposo degli anni Sessanta. Un amore che non deve essere mai passato del tutto, se alla soglia della terza età il buon Nick decide che è tempo per riformare la band e pubblicare un nuovo disco scrivendo una decina di canzoni nuove assieme ai compagni e aggiungendo un paio di oscure cover come Ain’t Going Nowhere di Danny Burk & The Invaders e Moonshine dei Marksmen di Wollongong.

Disco che ci mette un po’ ad ingranare e dà il meglio di se proprio nello spazio compreso tra le due cover, con grandi numeri come Monkey Do, Lakeside Drive, Take the Lot, Swamped! e lo strumentale Goodtime Charlie ad illuminare ciò che in Australia si è spento da un po’.

Grazie Nick per aver portato le torce.     

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – The Sound of the Sixties (Eva)  

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Per tutti gli anni Ottanta album e raccolte di Standells, Moving Sidewalks, Kenny & The Kasuals, Other Half, Invictas, Litter, Remains, Dimensions, We the People, Mouse and The Traps, Seeds, Flamin’ Groovies, Birds, Zakary Thaks, E-Types, Chocolate Watch Band invasero il vecchio continente grazie al lavoro non troppo minuzioso ma costante della francese Eva Records. Una torcia che consumò litri e litri di benzina garage per rischiarare l’epoca che rivalutò il valore pioneristico di quella musica.

The Sound of the Sixties, doppia raccolta divisa equamente fra band inglesi e band americane, fu una delle sue migliori uscite, nonostante qualche imprecisione sugli autori che era tipica del marchio francese (ma non solo). Ma quel che conta sopra ogni cosa è ovviamente il contenuto. E qui, fra numeri di selvaggio R ‘n B, garage texano e punk chicano c’è davvero di che far friggere le casse. Far brillare mine come Little Girl dei Syndicate of Sound, California Sun dei Rivieras, Smokin’ dei Mysterians, Mr. Pharmacist degli Other Half, You Burn Me Up and Down dei We the People e cover come I’m a Lover Not a Fighter dei T-Bones o You Must Believe Me dei Count Five è ancora un giochetto pericoloso ed eccitante come pochi.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LES GRYS-GRYS – Les Grys-Grys (Groovie) 

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Intervistato dal sottoscritto qualche mese fa in occasione del mio libro sul garage-punk, un disponibilissimo Mike Stax mi indicava i francesi Grys-Grys come una delle sue band contemporanee preferite. Se fino ad allora il metro per poterlo stimare era ridotto ai diciotto centimetri di un paio di singoli, ecco adesso i trentuno centimetri tanto attesi per poter valutare la reale portata del gruppo. Ed è opportuno dire che il loro album ci travolge come se di colpo si fossero alzate le paratie di una diga e noi ci trovassimo nel luogo sbagliato nel momento sbagliato.

Pochissime uscite del settore hanno oggi una freschezza e insieme una forza così tracotante quanto l’album di debutto di questi cinque ragazzoni di Montpellier. Registrato da Mr. Liam Watson, ovvero uno che appena tocca la merda questa si trasforma in oro e che dunque immaginate un po’ cosa puó fare quando dietro al vetro compaiono cinque ragazzoni infoiati che sembrano una sorta di incrocio tra gli Who che desiderano ancora una morte prematura di A Quick One e il beat alla benzedrina dei Purple Hearts, Les Grys-Grys è un disco debordante di suoni scapigliati e caleidoscopici che ci proietta dentro un vortice freakbeat/R&B frastornante. Provate un po’ a sentire le loro versioni di She Just Left dei Crawdaddys o del classicissimo Got Love If You Want It e ditemi se non sentite alle calcagna i morsi di mille cani ringhiosi, spronati dal suono fendente di un’armonica e aizzati dal pow-wow dei tamburi agitati davanti al loro muso.

Oppure prendete pezzoni autoctoni come It Ain’t Right, Satisfy the Lord of Anarchy, Time Flies and Still, In a Loop, Gone by Dawn, Brother Tobio, They Gonna Get Me, The Day, tutti scompaginati da un suono filiale a quello di gruppi come Open Mind, Eyes, Creation, Who, Master’s Apprentices, Yardbirds, Golden Dawn e falciate da un’armonica che sembra soffiata da Belzebú, chitarre sempre sul punto di deflagrare, sempre con la punta degli stivaletti sul pedale del distorsore e il tacco sul detonatore.

I Grys-Grys sono, oggi, quello che furono i Tell-Tale Hearts negli anni Ottanta, un gruppo incredibile, primitivo, devastante e assolutamente necessario. Se pensate di poterne fare a meno vi state perdendo uno dei pochi dischi contemporanei capaci di affiancare i capolavori del sixties-rock di ogni epoca, una nuova pietra miliare con cui le prossime orde di cavemen dovranno per forza confrontarsi, se vorranno ancora dire qualcosa sull’argomento.

    

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Diggin’ in the Goldmine (Pseudonym) 

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Cuby and The Blizzards, Golden Ear-rings, Outsiders, Q65, Motions, Peter and The Blizzards, Baroques, Bumble Bees, Thunders, Zipps e una tonnellata di altri: (quasi) tutto quello che avete sempre sapere a proposito di nederbeat e che non avete mai osato chiedere. Soprattutto se, invece che la più abbordabile versione in doppio vinile, avete soldi abbastanza da potervi permettere la versione extra-large in otto cd, buona per passare un’intera giornata “in immersione” tra le acque profonde del Mare del Nord alla ricerca di qualche tesoro sommerso, qualcuno dei quali conosce la luce del giorno dopo anni di buio profondo. Sembrerebbe essere il non-plus-ultra del beat olandese insomma, anche grazie alle solite note di copertina a firma Mike Stax che attirano sempre come le insegne luminose fanno con gli allocchi.

E invece Diggin’ in the Goldmine non è quello che potrebbe sembrare. Basta dare una scorta alla lunghissima track-list per vedere che di roba ne manca e ne manca assai. Ad esempio sono totalmente assenti gli Jay-Jays o i Beat Buddies. Questioni di lana caprina, me ne rendo conto. Però è anche vero che la Pseudonym ci chiede di scucire 80 Euro ovvero dieci Euro a dischetto, peraltro di laminato e non di vinile. E io a cinquant’anni mi sono un po’ rotto i maroni di spendere cifre inusitate per roba che come le macchine valgono già la metà non appena escono dalla concessionaria.

Magari la prendo in prestito.

Ci faccio due o tre giri.

Gliela riporto.

E mi rimetto seduto sulla mia auto d’epoca. E coi soldi che risparmio sul bollo mi compro su eBay un bel, crepitante disco del medesimo periodo, se non più vecchio.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Who Will Buy (These Wonderful Evils) #1 / #2 / #3 (Dolores Recordings)  

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Il confronto, in origine, è tra la vecchia e la nuova scuola svedese. Poi, quella vintage prende il sopravvento, straripando sui volumi successivi. Nascono così, nel 2003, i “wonderful evils” della Dolores (distribuita dalla Virgin svedese). Incartati dentro copertine bellissime, motivo per cui ci/vi toccherà comprarle in edizione vinile. Siamo dunque dentro i corridoi di un’Ikea tutta piena di chincaglieria Sixties: beat, garage-punk, psichedelia, folk-rock, R ‘n B feroce, raga-rock.

Minuscole schegge del firmamento boreale del rock come Shakers, T-Boones, Trolls, Scorpion, Contact, Wizards, Outsiders, Evil Eyes, Vat 66, Mascots, Attractions, Stringtones, Flying Dutchmen si susseguono senza sosta.

Band durate davvero lo spazio di una sola stagione, giusto il tempo di imbrattarsi le mani con qualche canzone degli Stones, dei Kinks, dei Buffalo Springfield, di Dylan per poi tornare in aula a completare il compito in classe.

Però quanta magia in questa voglia di saltare lo steccato della musica, sognando di toccare le stelle.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE DUKES – …Get The Dukes (Mystery Scene)  

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Prendete tre ragazzoni tedeschi invasati per i Pretty Things e in generale per tutto il R ‘n B bianco coevo e permettete loro di registrare un disco, un solo disco, proprio mentre fuori impazza la grandine grunge, al riparo di un’etichetta gloriosa come la Mystery Scene (Wylde Mammoths, Crimson Shadows, Mistreaters, Untold Fables).

Il risultato, pubblicato nel 1991 è …Get The Dukes. Chitarre che ti sculacciano le natiche e armonica a bocca a strisciare sulle ferite che ti si aprono inevitabilmente sulla carne. Come succede in I’ll Come Back o I Got Something to Say.

Ma non solo, perché dentro l’unico album dei Dukes ci sono anche delle superbe ballate come We’ll Be Together, Bad Guy Indeed, Something on My Mind o It Would Have Been in Vain, intrise di blues e di quello spleen nordico che abbiamo imparato ad amare nei dischi dei Q65 e degli Outsiders, un quasi-Spencer Davis come The Old Hangman Is Dead e qualche cover d’ordinanza come You’re on My Mind dei superbi Birds o Roadrunner di nonno Diddley che aggiungono sapore al brodo, fino a farci venir voglia di leccare il piatto. Come bestie cui è concesso raramente di poter sorbire questo nettare prezioso.

Ciao Dukes, grazie per averci concesso di bere ancora dal Sacro Graal del rock ‘n’ roll.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro